Armenia: proteste che non si possono sfruttare contro la Russia (Osservatoriosullalegalita 14.06.24)

Dunque, l’Armenia. Le manifestazioni da più di un mese si susseguono a Erevan e sono del tutto (correggetemi se sbaglio, naturalmente) ignorate dai media occidentali.

Mentre quelle in Georgia sono state seguite con estrema attenzione, per queste in Armenia, al contrario, non pare esservi interesse nonostante la polizia si stia comportando in maniera più violenta dei colleghi georgiani.

La ragione di questo silenzio è molto semplice: la manifestazioni in Armenia non possono essere inserite nell’unica dinamica che interessa i nostri media, ossia pro- o anti-Russia. Le manifestazioni, chiariamo subito, sono antigovernative, o ancora meglio dirette contro il Primo Ministro Nikol Pashinyan.

Il suo atteggiamento antirusso è noto: ha più volte accusato la Russia di non aver difeso l’Armenia dall’Azerbaijan, criticato la presenza dei peacekeeper russi come inutile (infatti non sono più presenti nel paese, avendo ultimato il ritiro nelle ultime settimane), stretto legami sempre più forti sia con l’UE che, soprattutto, con gli Stati Uniti, e nelle ultime 24 ore dichiarato che l’Armenia uscirà dall’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (non adesso, ‟quando le autorità lo riterranno necessario”) e sparato a zero contro la Bielorussia, dichiarando che nessun funzionario armeno la visiterà finché Lukashenko è presidente e addirittura richiamando oggi l’ambasciatore da Minsk ‟per consultazioni” (la colpa di Lukashenko, apparentemente, sono le relazioni cordiali con l’Azerbaijan).

Le manifestazioni contro di lui, ad ogni modo, non hanno niente a che fare con tutto questo – non sono, in sintesi, ‟pro-russe”: hanno a che fare con il suo atteggiamento rinunciatario (per non dir di peggio) nei confronti dell’Azerbaijan dall’inizio del suo mandato, e soprattutto con l’annuncio, dato il 19 aprile dal portavoce del Ministero degli Esteri azero Aykhan Hajizada che l’Armenia è disposta a cedere all’Azerbaijan quattro villaggi di confine occupati durante la prima guerra del Nagorno-Karabakh.

Questa è stata la proverbiale goccia che ha fatto traboccare il vaso, e dalla fine di aprile le manifestazioni sono quasi quotidiane, con la presenza anche delle autorità religiose. La risposta di Pashinyan sostanzialmente non è pervenuta, nel senso che non è oggettivamente possibile trovare un punto d’intesa: se si vogliono normalizzare le relazioni con l’Azerbaijan, cosa che va nell’interesse di tutti inclusa l’Armenia (e qui Turchia, Russia e Iran ovviamente hanno spinto parecchio, e anche la povera Bielorussia che è l’unica con la quale Pashinyan se la può prendere) tutte le questioni in sospeso vanno risolte: e a norma di diritto internazionale, vanno risolte a favore dell’Azerbaijan, perché è il suo territorio che è stato occupato all’inizio degli anni ‛90. Naturalmente i nazionalisti armeni e i profughi dell’Artsakh non accettano questo discorso, ed è chiaro che la tensione è molto alta.

Pashinyan ci sta anche mettendo del suo: in un discorso al Parlamento ieri si è scagliato contro la Chiesa armena, l’opposizione parlamentare che ha definito ‟parassita”, l’OTSC che ha accusato di complottare contro l’Armenia insieme all’Azerbaijan (l’Azerbaijan non fa parte dell’OTSC), e i manifestanti, soprattutto i profughi dell’Artsakh, accusandoli senza mezzi termini di essere pagati per scendere in piazza – ha indicato anche la cifra, 5000 dram ossia 13 €. Insomma, un bel ginepraio: ulteriormente complicato, per noi, dal fatto che a noi l’Azerbaijan serve eccome, per via del gas, nonostante ci stia più simpatica l’Armenia (ai francesi soprattutto).

Ma, appunto, siccome in piazza bandiere UE o USA non ce ne sono (e come potrebbero essercene, visti gli splendidi rapporti tra UE e Azerbaijan), siccome nessuno se la prende con la Russia (Pashinyan a parte) e siccome non ci sono solo studenti a manifestare, meglio non smuovere troppo le acque e ignorare la cosa: il che, per il momento, sta riuscendo perfettamente.


Armenia. Pace con Baku e rottura con Mosca: scontri e feriti a Erevan (Pagineesteri)

 

Armenia, decine di feriti durante una protesta antigovernativa (Ansa)

Chi ha tradito l’Armenia, che lascia la Csto (Il Foglio 14.06.24)

Erevan ha detto che non ha più senso rimanere nell’Organizzazione del trattato collettivo, l’alleanza militare che lega gli armeni alla Russia. Cerca di costruire una nuova rete di alleanze, sapendo che è tardi e contando i tradimenti di chi alle sue spalle aiutava l’Azerbaigian

Aoltre trenta chilometri dal confine armeno, sono iniziate le esercitazioni militari congiunte tra l’Azerbaigian e l’Iran, stanno testando e rodando la loro collaborazione e questa  alleanza intimorisce soprattutto gli armeni, ossessionati da una domanda: fino a quando continueremo a esistere? L’Armenia è il luogo dei tradimenti, è stato tradito a più riprese e adesso che cerca di rimettere in piedi alleanze tutte nuove lo fa con la consapevolezza che potrebbe essere tardi. Lunedì, il primo ministro dell’Armenia, Nikol Pashinyan, ha annunciato che intende lasciare la Csto, l’Organizzazione del trattato collettivo, un’alleanza militare che negli ultimi trent’anni ha legato Erevan alla Bielorussia, al Kazakistan, al Kirghizistan, al Tagikistan, sotto l’ombrello della Russia. Lo scopo dell’alleanza è difensivo: se uno dei paesi viene attaccato, gli altri si tengono pronti per intervenire, ma finora la Csto è stata attivata soltanto una volta: in Kazakistan, per sedare le proteste contro il presidente Toqaev e c’era poco da difendersi dai manifestanti disarmati. L’Armenia viene da anni di guerra contro l’Azerbaigian, nella regione del Nagorno Karabakh sa di avere ormai perso, sente di non essere stata mai difesa e mentre Baku tesseva alleanze importanti e si armava fino ai denti, l’Armenia rimaneva in attesa della Csto, delle decisioni russe, mentre Mosca trattava assieme alla Turchia, alleata dell’Azerbaigian, su come far finire la guerra: tutti sono stati accontentati, tranne l’Armenia. Ma Pashinyan ancora non sapeva che i suoi alleati, oltre a non sostenerlo, stavano aiutando Baku: la Bielorussia ha mandato all’Azerbaigian nuove attrezzature per la guerra elettronica e dei droni e difficilmente la Russia non sapeva cosa stesse macchinando il dittatore di Minsk, Aljaksandr Lukashenka. In passato Lukashenka aveva definito il presidente azero Aliev “il nostro uomo”, aveva detto che opporglisi era insensato e Aliev aveva risposto: “Abbiamo più amici nella Csto che in Armenia”. 

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L’Armenia cede alle sirene occidentali? (CasadelSole)

L’Armenia rompe con la Russia. Pronti a uscire dall’alleanza con Mosca (Formiche 14.06.24)

L’Armenia ha accusato Mosca di stare pianificando un’offensiva contro il Paese, alleandosi con il rivale Azerbaijan, e per questo Yerevan è pronta a lasciare l’alleanza che la lega al Cremlino. Per il Paese caucasico, si tratterebbe di un vero e proprio tradimento da parte russa, che a seguito della riconquista del Nagorno Karabakh avrebbe intensificato le relazioni con Baku a scapito di quelle del tradizionale alleato armeno

L’Armenia è pronta ad abbandonare l’alleanza militare che la lega a Mosca. A confermarlo è stato lo stesso primo ministro del Paese caucasico, Nikol Pashinyan, che però non ha precisato una data definitiva per l’uscita dall’Organizzazione del Trattato sicurezza collettiva (Csto), l’alleanza difensiva guidata dalla Russia erede delle Forze armate sovietiche dopo il collasso dell’Urss nel 1991. Dell’alleanza fanno parte attualmente, oltre a Russia e Armenia, anche la Bielorussia, il Kazakhstan, il Kirghizistan e il Tagikistan. La decisione di Yerevan, finora un alleato stretto di Mosca, conferma un allontanamento progressivo dalla sfera di influenza russa dell’Armenia dovuto principalmente al percepito mancato supporto dato da Mosca al Paese caucasico nel conflitto per la regione del Nagorno Karabakh, contesa al vicino Azerbaijan.

Le accuse armene

L’accusa lanciata da Pashinyan a tutti i membri del blocco filo-russo, nonostante non sia stato diretto precisamente a mosca, è stata infatti quella di stare addirittura complottando con il rivale Azerbaigian. I timori armeni sono che un eventuale cambio di fronte da parte russa possa portare a una nuova offensiva azera, questa volta diretta contro il territorio steso dell’Armenia. Per ora, l’Armenia ha “congelato” la sua partecipazione al Csto. “Decideremo quando lasciare il blocco, ma non torneremo indietro”, ha dichiarato Pashinyan, “è emerso che i membri dell’alleanza non stanno rispettando i loro obblighi contrattuali, ma stanno pianificando una guerra con l’Azerbaigian contro di noi”.

I precedenti

Non è la prima volta, però che il primo ministro azero punta il dito contro la Csto. La mancata protezione dell’Armenia di fronte all’aggressività russa, che ha condotto poi alla riconquista da parte di Baku della regione contesa nel Nagorno Karabakh, è stata vista come un vero e proprio tradimento da parte di quelli che avrebbero dovuto essere gli alleati dell’Armenia. In più occasioni, la minaccia di abbandonare il blocco militare con la Russia è stata accompagnata dall’intenzione di legarsi maggiormente all’Occidente, soprattutto con Stati Uniti e Unione europea.

La guerra con l’Azerbaigian

La rottura nelle relazioni dell’Armenia con la Russia arriva dopo che l’Azerbaigian, con un’offensiva lampo a settembre, ha occupato il Nagorno-Karabakh in una guerra di un giorno a settembre, che ha portato al crollo della separatista e filo-armena Repubblica dell’Artsakh e causando l’esodo di quasi tutta la popolazione armena dalla regione. A scatenare l’ira armena è stato soprattutto il mancato intervento delle forze di pace russe presenti nel territorio per prevenire questo gigantesco spostamento di persone, oltre centomila, dall’enclave caucasica.

Il “tradimento” russo

Dalla precedente guerra del 2020, infatti, quasi duemila peacekeeper russi si erano dispiegati in Karabakh, dopo il cessate il fuoco mediato proprio da Mosca. Da allora, le relazioni tra la Russia e l’Armenia si sono inasprite, mentre si approfondivano i legami del Cremlino con l’Azerbaigian. Tre anni dopo il conflitto congelato da Mosca, infatti, l’Azerbaigian avrebbe violato quello status quo, riprendendosi il Nagorno-Karabakh nel 2023. Nel frattempo, stando a quanto annunciato dal ministero della Difesa dell’Azerbaijan, l’ultimo dei peacekeeper russi spiegati nella regione avrebbe lasciato il territorio il 12 giugno.

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Così anche l’Armenia è pronta a sganciarsi dall’ombrello militare russo (L’Inkiesta)


ARMENIA. Pashinyan annuncia l’uscita dalla CSTO. Reazione del Cremlino (Agcnews)

I timori nel Caucaso per le svolte della Georgia (Asianews 13.06.24)

La virata di Tbilisi verso Mosca richia di avere ripercussioni anche sui gasdotti che collegano l’Azerbaigian all’Europa attraversandone il territorio. E anche l’Armenia che sta cercando di smarcarsi dalla Russia, potrebbe perdere il suo alleato più importante.

Baku (AsiaNews) – I Paesi del Caucaso meridionale, e in particolare l’Azerbaigian, stanno osservando con una certa preoccupazione il corso della politica in Georgia, che con l’approvazione della “legge russa” e altre decisioni si sta allontanando dall’Occidente, con il rischio che questo crei una situazione più complicata per tutta la regione. Gli Stati Uniti hanno emanato una serie di sanzioni contro i politici e i sostenitori delle iniziative favorevoli a Mosca, e il rappresentante del Dipartimento di Stato americano Matthew Miller ha dichiarato che gli Usa potrebbero “rivedere l’intero programma di aiuti che vengono forniti alla Georgia” per la tendenza anti-occidentale sempre più marcata.

Negli ultimi anni, ha spiegato Miller, sono stati stanziati circa 390 milioni di dollari, e ora tutto viene rimesso in discussione, ben al di là della concessione dei visti d’ingresso ai cittadini georgiani. Anche il segretario di Stato Anthony Blinken ha parlato delle limitazioni che verranno imposte a “coloro che stanno danneggiando la democrazia in Georgia”. Il problema per Baku è che queste barriere potrebbero interessare anche i piani energetici e di sviluppo dei trasporti, che interessano proprio la tratta tra l’Azerbaigian e l’Europa.

Non a caso in questi giorni l’Ue ha proposto all’Ucraina di non interrompere il trasporto del gas anche dopo la cessazione definitiva del contratto con la Russia, con un nuovo schema per cui le compagnie europee acquisterebbero il gas dall’Azerbaigian per poi indirizzarlo sui gasdotti che portano dall’Ucraina all’Europa, ciò che sarebbe un grande toccasana anche per la stessa economia ucraina.

Come commenta il diplomatico e analista georgiano Mamuka Gamkrelidze, “ogni brusco cambiamento nella politica estera del nostro Paese si riflette in qualche modo anche sui vicini, tanto più in una regione come il Caucaso meridionale dove si intrecciano diversi itinerari logistici e gli interessi di tanti protagonisti del traffico a livello internazionale”. La svolta da occidente e a oriente, e soprattutto a settentrione, “potrebbe avere effetti tragici per la Georgia, fino alla perdita della propria sovranità”, avverte Gamkrelidze.

Queste circostanze influirebbero moltissimo anche sulla situazione dell’Armenia, che a sua volta sta cercando di rivolgersi a occidente, e potrebbe perdere l’alleato più immediato. Gli effetti sull’Azerbaigian, secondo l’analista”, “sarebbero meno diretti”; all’Europa servono i flussi degli idrocarburi, fondamentali per la disposizione geografica della nuova Via della Seta, e la stretta alleanza con un attore importante come la Turchia dovrebbe preservare gli azeri da terremoti politici o economici.

Un altro esperto georgiano, il membro del Centro di analisi strategica Gela Vasadze, afferma che “da tempo stiamo sollevando questo problema, che non riguarda soltanto lo stato della democrazia in Georgia, ma proprio il cambiamento dell’intero vettore geopolitico a livello regionale”. Finchè la Georgia rimane sotto il “tetto” degli Stati Uniti, sono possibili diversi progetti sulle linee Baku-Tbilisi-Ceyhan, Baku-Tbilisi-Kars, Baku-Supsa e in generale per il gasdotto sud-caucasico, tutti progetti impossibili da realizzare senza il sostegno di Washington.

Ora si teme che la Russia, appoggiandosi sulla Georgia, possa imporre delle limitazioni a queste opere (magari non subito, ma con il tempo), per non perdere la priorità del proprio corridoio tra la Cina e l’Europa, e non permettere ai Paesi dell’Asia centrale e del Caucaso di rivolgere i propri traffici energetici su itinerari alternativi a Mosca. Per questo al Cremlino serve mantenere il controllo sul Caucaso meridionale, e serve anzitutto la Georgia.

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L’Armenia si allontana dalla Russia? Intervista a Giulio Centemero (Radio Radicale 13.06.24)

“L’Armenia si allontana dalla Russia? Intervista a Giulio Centemero” realizzata da Lanfranco Palazzolo con Giulio Centemero (deputato, Lega – Salvini Premier (gruppo parlamentare Camera)).

L’intervista è stata registrata giovedì 13 giugno 2024 alle 11:34.

Nel corso dell’intervista sono stati trattati i seguenti temi: Accordi Internazionali, Armenia, Azerbaigian, Difesa, Esteri, Geopolitica, Nagorno Karabak, Putin, Russia, Sicurezza.

La registrazione video ha una durata di 6 minuti.

Questa intervista è disponibile anche nella sola versione audio.

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Armenia, violenti scontri davanti al Parlamento per una protesta contro il governo (La Stampa 13.06.24)

Armenia, violenti scontri davanti al Parlamento per una protesta contro il governo

Nella capitale armena, Erevan, sono scoppiati violenti scontri tra le forze dell’ordine e i manifestanti che protestavano contro il governo, chiedendo le dimissioni del primo ministro, Nikol Pashinian. La polizia ha usato granate stordenti per disperdere i manifestanti.

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Le mosse ardite dell’armeno Pashinyan, verso la pace e contro la Russia (Haffingtonpost 13.06.24)

Non manca certo il coraggio politico a Nikol Pashinyan, che sta imponendo un profondo cambio di rotta all’Armenia. Con vista sull’Occidente, attraverso un progressivo allontamento dall’area di influenza della Russia. Con vista su una pace che manca da oltre 30 anni in Nagorno-Karabakh, attraverso decisioni difficili e impopolari, considerate necessarie per concludere la lunga guerra con l’Azerbaigian. Se stavolta qualcuno crede davvero a una pace nella regione contesa del Caucaso meridionale è soprattutto per il lavoro che negli ultimi mesi sta facendo il primo ministro armeno.

L’ultimo picco della tensione fra Armenia e Azerbaigian risale a settembre 2023, quando gli azeri avevano condotto con successo un blitz militare, costringendo 100mila armeni a lasciare il Nagorno Karabakh. Successivamente l’Armenia aveva chiesto alla Corte internazionale di Giustizia di imporre all’Azerbaigian di ritirare le truppe e consentire il rientro dei residenti armeni, e a novembre la corte dell’Aja aveva ordinato a Baku di garantire un rientro sicuro per chi volesse rientrare. Ad avviare un percorso di pace è stato poi l’accordo siglato a fine aprile fra Yerevan e Baku sulla delimitazione dei confini: in particolare la decisione di Pashinyan di restituire 4 villaggi occupati da forze armene nel 1990 – Askipara, Baghanis Ayrum, Gizilhajili e Kheirimly – che all’epoca dell’Urss appartenevano all’Azerbaigian. Una mossa “inevitabile”, secondo Pashinyan, per scongiurare una guerra da cui l’Armenia sarebbe uscita malissimo, ma anche necessaria per il percorso verso le firme sulla pace che ora spera di raggiungere “prima di novembre”.

 

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La reazione interna in Armenia è stata veemente, con proteste particolarmente accese per quello che è stato giudicato un tradimento di Pashynian: il fronte contrario è guidato dall’arcivescovo Bagrat Galstanyan, che ha proclamato altri quattro giorni di proteste – il primo domenica 10 giugno, con una grande folla scesa pacificamente in piazza nella capitale armena Yerevan per chiedere le dimissioni del primo ministro, mentre nella giornata di mercoledì il bilancio include feriti e arresti, dopo l’intervento duro della polizia (anche con granate stordenti) contro i manifestanti che provavano a forzare il blocco davanti al Parlamento. L’arcivescovo Galstanyan ha detto alla piazza di aver chiesto un incontro a Pashinyan per discutere “i termini della sua uscita pacifica”; il religioso chiede la nomina di un governo di transizione per “attuare la riconciliazione”, gestire le relazioni estere e convocare elezioni anticipate. L’assenza di una reale alternativa politica, finora, non ha consentito il salto di qualità. Lo stesso arcivescovo, pur essendosi dimesso dai suoi incarichi religiosi, non può ricoprire cariche politiche secondo la legge armena perché ha passaporto canadese. Anche l’idea di portare in Parlamento una mozione di impeachment si scontra contro i numeri dell’assemblea, favorevoli al primo ministro. In definitiva Pashinyan, ex giornalista salito al potere in scia alle proteste di piazza del 2018, sta resistendo alle pressioni.

 

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(ansa )

 

Parallelamente, Pashinyan sta imponendo all’Armenia un altro cambio di rotta, di profilo storico. Il governo di Yerevan ha criticato pubblicamente i russi per aver abbandonato l’Armenia a sé stessa contro Azerbaigian (e Turchia) – e Mosca, che ha una base militare in Armenia, ha sostenuto che le truppe russe non avevano il mandato per intervenire. Proprio oggi i caschi blu russi hanno completato il loro ritiro dal Nagorno Karabakh, dopo che l’Azerbaigian lo scorso settembre ha ripreso il controllo della regione: il mandato durava fino al 2025, ma la Russia ha accelerato il ritiro (iniziato lo scorso aprile, concordato da Putin e l’azero Aliyev) probabilmente per riposizionare i soldati sul fronte ucraino. Così Pashinyan ha iniziato a volgere lo sguardo verso Occidente, puntando di più sull’Europa e sugli Stati Uniti. Un gesto di sfida era stato, a fine gennaio scorso, l’adesione dell’Armenia alla Corte penale internazionale, quella che ha incriminato Vladimir Putin per crimini di guerra legati al conflitto in Ucraina. Ieri è arrivato un annuncio: l’Armenia intende ritirarsi dall’alleanza militare Csto (Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva) dominata dalla Federazione Russa e composta anche da Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Uzbekistan e Tagikistan. “Lasceremo la Csto, decideremo quando. E non torneremo”, ha detto il premier Pashinyan in Parlamento, dopo che già di recente aveva congelato la partecipazione al formato, cancellato la partecipazione alle esercitazioni militari e snobbato i summit. Poco dopo il ministro degli Esteri armeno Ararat Mirzoyan aveva parato il colpo, dicendo che non c’è una decisione presa sul ritiro. Ma le parole di Pashinyan sono pesanti: “Si è scoperto che i membri della Csto non hanno rispettato i loro obblighi ai sensi del trattato e hanno pianificato la guerra contro di noi insieme all’Azerbaigian”, ha detto, senza entrare nel merito. Oggi poi ha puntato il dito sulla Bielorussia: Pashinyan ha ritirato l’ambasciatore, ha detto che nessun funzionario armeno visiterà la Bielorussia finché il suo leader Alexander Lukashenko resterà al potere e ha aggiunto che prenderà in considerazione di modificare la sua decisione sulla Csto solo in caso di scuse del governo di Minsk o di un suo ritiro dall’alleanza.

 

 

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(ansa )

 

Nella scelta di nemici come Putin e Lukashenko in una fase di altissima tensione interna c’è la cifra del coraggio politico – o dell’incoscienza, sarà il tempo a dirlo – di Nikol Pashinyan, il quale insiste che il trattato di pace è alla portata, malgrado restino alcuni importanti nodi da sciogliere. Uno su tutti, la richiesta del presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev all’Armenia di modificare la propria Costituzione per rimuovere un riferimento indiretto all’indipendenza del Karabakh prima di siglare un accordo di pace. Di nuovo ieri Pashinyan si è detto contrario ad accogliere la richiesta di modifica costituzionale, sostenendo che l’insistenza sugli emendamenti rappresenta un tentativo di “silurare” il processo di pace. A conferma che, per firmare un trattato di pace sul Nagorno-Karabakh, servirà ancora buona volontà e molto lavoro.

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Gli Stati Uniti hanno offerto all’Armenia un partenariato strategico (OpinionePubblica 12.06.24)

Erevan e Washington istituiranno una commissione sul partenariato strategico: è quanto emerso all’apertura della sessione finale del Dialogo strategico tra Armenia e Stati Uniti.

Le dichiarazioni in merito sono state rilasciate dal sottosegretario di Stato per gli Affari europei ed eurasiatici James O’Brien e dal ministro degli Esteri armeno Ararat Mirzoyan.

Perché gli Stati Uniti hanno bisogno di un partenariato strategico con l’Armenia?

Il direttore generale dell’Istituto di studi strategici del Caspio (Russia), l’analista politico Igor Korotchenko, in una conversazione con il corrispondente di “Vestnik Kavkaza” ha parlato degli interessi degli Stati Uniti nel trasferire le relazioni con l’Armenia allo status di partenariato strategico.

“Si tratta di una continuazione della stessa linea iniziata sotto le precedenti autorità armene, quando a Erevan fu istituita la più grande ambasciata americana nello spazio post-sovietico. Gli obiettivi degli Stati Uniti in Armenia sono quelli di ottenere un punto d’appoggio nel Caucaso meridionale, estromettere la Russia da lì e riformare la regione per adattarla agli obiettivi geopolitici americani.

La firma dell’accordo di partenariato strategico segna una tappa importante nel radicamento di Washington nella regione e, allo stesso tempo, la chiusura delle aree di cooperazione militare e di difesa russo-armena”, ha dichiarato.

“A lungo termine, questo potrebbe portare alla comparsa di basi militari americane in Armenia. Innanzitutto, stiamo parlando della creazione di una base dell’aeronautica statunitense a Erebuni e del dispiegamento di un centro di intelligence elettronica della NSA statunitense per condurre lo spionaggio elettronico, soprattutto contro l’Iran, ma anche contro la Russia e altri Stati della regione. Da questo punto di vista, ovviamente, l’Armenia è di indubbio interesse per le autorità americane. Ma del resto, uno dei compiti di Washington è quello di avviare processi distruttivi nello spazio post-sovietico. In futuro, cercheranno di creare una fascia di instabilità per aprire un secondo fronte contro la Russia nel sud del Paese”, ha dichiarato Igor Korotchenko.

L’analista politico ha richiamato l’attenzione sulla contraddizione tra le dichiarazioni dei diplomatici statunitensi sul sostegno al trattato di pace tra Azerbaigian e Armenia e i veri obiettivi di Washington nella regione. “Gli Stati Uniti cercano di impedire alle parti di raggiungere un vero e proprio trattato di pace tra Baku e Yerevan. Inoltre, sostengono le ambizioni militari di Yerevan fornendo vari tipi di armi e addestrando ufficiali e generali armeni nelle scuole e accademie militari americane. Con il passaggio delle relazioni al livello di partenariato strategico, la CIA diventerà un partner importante del servizio di intelligence estero dell’Armenia. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti mirano a rompere completamente il formato alleato delle relazioni tra Armenia e Russia e a garantire a Erevan di non avere problemi in caso di ritiro dalla CSTO”, ha sottolineato.

Perché l’Armenia accetta la proposta statunitense?

Il direttore generale della KISI ha sottolineato la disponibilità delle autorità armene a una cooperazione completa e il più possibile approfondita con gli Stati Uniti. “Il Primo Ministro Nikol Pashinyan e la sua squadra sono una clientela filo-occidentale. Hanno intrattenuto rapporti di vario tipo con le ONG americane per molto tempo, quando erano all’opposizione. Naturalmente, dopo la vittoria della Rivoluzione di velluto nel 2018, la deriva di Pashinyan verso l’Occidente è stata etichettata come il mainstream della politica armena. Dopo la fine della guerra del Karabakh nel 2020 e ancor più dopo le misure antiterrorismo in Karabakh nel 2023, l’Armenia non guarda indietro in particolare alla Russia, cercando di riformulare completamente le sue priorità di politica estera”, ha spiegato Igor Korotchenko.

“Naturalmente, in questo programma politico, il tallone d’Achille dell’Armenia rimane l’economia, che è in gran parte legata alla Russia. I legami commerciali ed economici all’interno dell’UEEA hanno permesso al PIL armeno, anche in presenza di sanzioni anti-russe, di raggiungere cifre assolutamente fantastiche. Questo ovviamente non è un ostacolo per la squadra di Pashinyan; il loro compito principale è quello di mantenere il potere. A questo proposito, l’affidamento agli Stati Uniti come nuovo partner strategico sarà un fattore che determinerà in larga misura gli ulteriori processi geopolitici e militari nella regione”, ha concluso l’analista politico.

“Gli Stati Uniti hanno offerto all’Armenia un partenariato strategico”, su “Vestnik Kavkaza”, 11.06.2024.

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COP29 A BAKU: IL LEMKIN INSTITUTE FOR GENOCIDE PREVENTION CHIEDE CHE NON SI FACCIA (GariwoMag 12.06.24)

Il Lemkin Insitute for Genocide Prevention ha invitato le Nazioni Unite a ritirare il suo sostegno all’Azerbaigian per ospitare il vertice sul clima Cop29, che si terrà a Baku dall’11 al 22 novembre 2024.

In un raro accordo tra Armenia e Azerbaigian a dicembre, Yerevan ha accettato di non opporsi alla richiesta dell’Azerbaigian di ospitare il vertice internazionale sul clima in cambio del ritorno dei prigionieri politici armeni detenuti illegalmente a Baku. A seguito dell’accordo, l’Azerbaigian ha rilasciato 32 prigionieri armeni, mentre molti altri rimangono nelle carceri azere, tra cui gli ex leader dell’Artsakh, la cui detenzione preventiva continua a essere estesa dai tribunali di Baku, nonostante gli appelli internazionali per il loro ritorno.

Nella sua dichiarazione rilasciata il 4 giugno, l’Istituto Lemkin ha citato le azioni genocidarie commesse dall’Azerbaigian in Artsakh, così come le politiche armenofobiche del presidente azero Ilham Aliyev e la vasta corruzione e le violazioni dei diritti umani in patria, come motivo del suo appello alle Nazioni Unite.

“Concedendo all’Azerbaigian l’onore di ospitare questo importante evento, le Nazioni Unite approvano i discorsi sul genocidio, le politiche genocide e la dittatura, che non giova né al clima né ai popoli del mondo”, ha affermato il Lemkin Institute. “La scelta dell’Azerbaigian come paese ospitante della Cop legittima, razionalizza e normalizza il genocidio nella politica mondiale. Inoltre, minaccia la credibilità dei principi stabiliti dalla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. Nell’interesse della prevenzione dei genocidi, dei diritti umani e della legittimità delle Nazioni Unite come organizzazione che rappresenta i popoli del mondo, le Nazioni Unite devono revocare il riconoscimento dell’Azerbaigian come paese ospitante della Cop29 e trovare un altro paese ospitante o tenere l’incontro di quest’anno a Bonn, in Germania, il luogo di incontro predefinito della Cop”, ha aggiunto la dichiarazione.

“L’Azerbaigian è stato scelto per ospitare la Cop29 attraverso un meccanismo stabilito dalle Nazioni Unite nel dicembre 2023, meno di tre mesi dopo aver supervisionato il genocidio attraverso la ‘pulizia etnica’ degli armeni dalla regione del Nagorno-Karabakh e a seguito di un blocco genocida del territorio durato dieci mesi. L’esodo dall’Artsakh – che ha posto fine a una presenza continua di quasi 4.000 anni da parte di una delle più antiche comunità cristiane del mondo – è stato uno dei genocidi più efficaci degli ultimi tempi”, ha sottolineato il Lemkin Institute. “Per ‘celebrare’ la ‘vittoria’ dell’Azerbaigian contro gli armeni dell’Artsakh, il presidente Aliyev ha persino acceso un falò nella capitale dell’Artsakh, Stepanakert, per quella che ha definito una ‘pulizia finale’ in occasione del Nowruz. Il presidente Aliyev ha visto la scelta dell’Azerbaigian come paese ospitante della Cop29 come un’approvazione delle sue politiche genocide nei confronti degli armeni”, ha aggiunto la dichiarazione.

“Non si può dimenticare che durante la guerra del 2020 tra Azerbaigian e Artsakh, i soldati azeri si sono resi colpevoli di atrocità estreme e orribili contro soldati armeni disarmati e civili armeni, compresi anziani e disabili. Queste atrocità documentate includono decapitazioni, mutilazioni di armeni ancora in vita, torture e umiliazioni rituali di armeni solo a causa della loro identità, come evidenziato dall’uso di bandiere e canzoni. Quando l’Azerbaigian ha iniziato una guerra di aggressione contro l’Armenia nel 2022, si è impegnato in atrocità simili, tra cui l’uso della violenza sessuale contro le donne armene e il massacro di soldati armeni disarmati. Non c’è stata alcuna condanna per questi crimini. Ricordano le atrocità commesse contro gli armeni da truppe, gendarmi, soldati e civili turchi e azeri dal 1915 al 1923 e aiutano a spiegare perché è stato così facile per l’Azerbaigian terrorizzare gli armeni dell’Artsakh e metterli in fuga con la sua invasione del territorio del 19 settembre 2023“, si legge nella dichiarazione.

L’Istituto Lemkin ha ricordato che, oltre a bloccare i circa 120.000 armeni del Nagorno-Karabakh per dieci mesi, invadere il territorio e costringere alla fuga quasi la totalità di quella popolazione, l’Azerbaigian ha anche metodicamente distrutto il patrimonio culturale armeno in Artsakh. “Se non si fa nulla al riguardo, l’Artsakh diventerà come Nakhchivan, l’exclave azera che un tempo aveva una significativa presenza armena ma ora non ne ha nessuna, dove l’Azerbaigian ha già distrutto circa il 98% del patrimonio culturale armeno, tra cui chiese, cimiteri e monasteri”, ha spiegato la dichiarazione.

“Oltre a questi crimini, l’Azerbaigian continua a detenere illegalmente prigionieri di guerra armeni, civili e membri democraticamente eletti del governo dell’Artsakh, tra cui Ruben Vardanyan, il noto filantropo umanitario che ha co-fondato l’Aurora Humanitarian Initiative. Ci sono prove evidenti dell’uso ripetuto della tortura contro gli ostaggi armeni”, ha dichiarato l’Istituto Lemkin.

“L’Azerbaigian si fa regolarmente beffe del diritto internazionale ignorando i trattati e le sentenze dei tribunali internazionali. La guerra del 2022 contro l’Armenia, il blocco di dieci mesi dell’Artsakh e l’invasione dell’Artsakh dello scorso 19 settembre sono state tutte violazioni della Dichiarazione tripartita di cessate il fuoco concordata da Azerbaigian, Armenia e Russia nel novembre 2020, che ha posto fine alla guerra di quattro anni fa. Inoltre, l’Azerbaigian ha ignorato e violato le misure provvisorie ordinate dalla Corte internazionale di giustizia il 7 dicembre 2021, il 22 febbraio 2023, il 6 luglio 2023 e il 17 novembre 2023″, ha aggiunto la dichiarazione.

“Vale anche la pena ricordare che l’Azerbaigian ha un bilancio negativo in materia di diritti umani in patria, che sta solo peggiorando. Dal 2023 al 2024, il record di libertà dell’Azerbaigian è diminuito di 2 punti, da 9 a 7 (su 100), rendendolo uno dei governi più autoritari al mondo. Inoltre, le azioni dell’Azerbaigian e del regime di Aliyev per quanto riguarda l’uso del suolo e la conservazione del clima naturale sono in diretto contrasto con i principi fondamentali al centro della conferenza Cop29. Non solo l’economia dell’Azerbaigian si basa sulle esportazioni di combustibili fossili, ma le industrie energetiche e le risorse naturali statali sono anche piene di corruzione, ponendo il paese in diretta opposizione a uno degli obiettivi dichiarati della Cop29, che è il completamento del primo quadro di trasparenza rafforzato”, ha sottolineato la dichiarazione.

“I funzionari azeri hanno affermato di voler ‘rendere la Cop29 una Cop di pace’. Il Lemkin Institute ritiene che tali affermazioni siano assurde, imbarazzanti e profondamente ciniche, dato ciò che tutti sappiamo del regime di Aliyev”, afferma la dichiarazione. “Se l’Azerbaigian vuole davvero dimostrare il suo impegno per la costruzione della pace, dovrebbe iniziare facilitando il rilascio immediato e incondizionato dei suoi prigionieri politici. Se questo piccolo passo non può essere fatto, le loro vere intenzioni sono chiare. In un momento in cui la popolazione mondiale ha perso fiducia nelle istituzioni internazionali, le Nazioni Unite devono tirare fuori la testa dalla sabbia e porre fine alla loro sponsorizzazione diplomatica dello Stato genocida dell’Azerbaigian, a partire dalla Cop29″, ha affermato il Lemkin Institute.

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Premier, l’Armenia uscirà da alleanza militare con Mosca (Ansa 12.06.24)

L’Armenia si ritirerà dall’Organizzazione del Trattato sicurezza Collettiva (Csto), l’alleanza militare guidata dalla Russia che riunisce diverse ex repubbliche sovietiche.

Lo ha annunciato il primo ministro, Nikol Pashinyan, senza precisare quando ciò avverrà.

Lo riferiscono le agenzie russe. Dell’alleanza fanno parte attualmente, oltre alla Russia e all’Armenia, la Bielorussia, il Kazakhstan, il Kirghizistan e il Tagikistan. La decisione di Yerevan conferma l’allontanamento progressivo dalla sfera di influenza russa dell’Armenia, finora un fedele alleato di Mosca.