Armenia, la tragedia raccontata con i fumetti (Il Messaggero veneto 12.06.24)

Il disegnatore friulano Paolo Cossi sta lavorando a un nuovo libro sull’eccidio. A Sacile un incontro con Antonia Arsland per i 20 anni del suo romanzo

MARIA BALLIANA

2 minuti di lettura
Due immagini delle tavole realizzate per il libro dal friulano Paolo Cossi

SACILE. Appuntamento, mercoledì 12 giugno, nell’ex chiesa di San Gregorio a Sacile con “Festa per Antonia. I vent’anni della “Masseria delle allodole” di Antonia Arslan”.

L’Ute di Sacile rende così omaggio alla scrittrice padovana di origine armena che ha avuto il merito di far conoscere agli Italiani la storia del genocidio del suo popolo. Alle 16 l’autrice incontrerà il pubblico insieme con Paolo Cossi, il fumettista friulano che proprio alla storia del genocidio ha dedicato alcuni suoi lavori le cui tavole saranno esposte per l’occasione in San Gregorio.

Del suo interesse per gli Armeni parliamo con lui.

Alle volte le storie compiono giri particolari per arrivare a destinazione ovvero là dove possono mettere radici e dare frutti spesso inaspettati.

è capitato anche al fumettista friulano Paolo Cossi che, a distanza di 17 anni dal primo libro sugli Armeni, continua a occuparsi della tragedia che nel 1915 annientò 1 milione e mezzo di persone per volere del governo turco. Cossi, infatti, sta ultimando un nuovo lavoro, di cui è solo disegnatore, dedicato ad Armin Wegner, il tedesco che fu testimone oculare del genocidio armeno e lo documentò fotograficamente.

«Non sapevo assolutamente nulla di quello che era accaduto in Anatolia all’epoca della Prima guerra mondiale – racconta – Il primo a parlarmene fu l’alpinista bellunese Tito De Luca, reduce da una serie di esplorazioni sul monte Ararat durante le quali aveva rinvenuto delle ossa umane riconducibili a quei tragici fatti. Subito scattò in me l’esigenza di saperne di più, di conoscere quanto più potevo di questa storia che in Italia quasi tutti ignoravano e di cui i libri di storia non facevano neanche cenno».

Nel 2004 era uscito il dirompente romanzo di Antonia Arslan, “La masseria delle allodole” (divenuto film nel 2007 a opera dei fratelli Taviani) e quindi fu naturale che le loro strade si incrociassero.

«Incontrai Antonia più volte – racconta Paolo Cossi – e lei mi suggerì una serie di opere e fonti per documentarmi. A quel punto nacque il mio libro “Medz Yeghern, il grande male”, a cui poi seguì “Ararat, la montagna del mistero” e un altro lavoro, come disegnatore, uscito solo in Francia, Armenia e Usa, “Special mission Nemesis”».

Finalmente, nel 2012, Paolo Cossi si recò di persona in terra armena, invitato alla prima edizione del Festival del fumetto di Yerevan. «L’ambasciata di Francia, dove il mio libro era stato tradotto, aveva organizzato una presentazione. Ora avevo modo di vedere con i miei occhi quel minuscolo Paese che avevo solo immaginato nelle mie tavole un Paese dove vive gente mite e semplice che esprime una grande dignità e una cultura aperta e vivace».

Il libro di Cossi suscitò allora e in seguito molto interesse, ma anche le minacce dei Lupi Grigi, il gruppo estremista nazionalista turco (autore, tra l’altro, dell’attentato a papa Woytila nel 1981).

«Fecero recapitare a me, all’editore italiano e a quello francese una lettera minatoria che ci costrinse a usare la massima prudenza in alcuni luoghi o addirittura a evitarne altri. L’editore tedesco, che avrebbe dovuto pubblicare il mio libro, rinunciò perché in Germania vive un’importante comunità turca. E in Belgio, in occasione dell’assegnazione di un premio, dovetti uscire anzitempo da una porta posteriore ed essere scortato in albergo».

Accanto al forte impatto del romanzo di Antonia Arslan e al film dei Taviani, anche le graphic novel di Paolo Cossi hanno contribuito a far conoscere la storia del primo genocidio del Novecento.

Spiega il fumettista: «Come artista sentivo il dovere di raccontare qualcosa che era stato tenuto nascosto, di far conoscere alla pubblica opinione i fatti che sicuramente hanno ispirato i nazisti nell’ideare e organizzare l’Olocausto ebraico. Come si dice, un genocidio senza padre diventa padre di altri genocidi».

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La pace nel Nagorno-Karabakh è sempre più vicina (Agi 12.06.24)

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Relazioni tra Russia e Azerbaigian: una convergenza sancita dalla guerra (ll Caffe Geopolitico 10.06.24))

Caffè Lungo  L’aggressione dell’Ucraina da parte della Russia ha avuto conseguenze sull’assetto geopolitico del Caucaso meridionale. Impegnata nel conflitto, quando le forze azere hanno compiuto incursioni in territorio armeno e successivamente attaccato il Nagorno-Karabakh, Mosca non è intervenuta a sacrificio delle relazioni con l’Armenia. Oggi il Cremlino sembra infatti intenzionato a rafforzare la cooperazione con l’Azerbaigian, che gode di una posizione geografica strategica e risorse naturali.

LA RIDEFINIZIONE DELLE ALLEANZE NEL CAUCASO

L’invasione dell’Ucraina nel febbraio 2022 non solo ha riportato l’attenzione verso i complicati rapporti tra il Cremlino e le nazioni dell’Europa orientale, ma anche verso le relazioni con un’altra regione storicamente legata a doppio filo alla Russia: il Caucaso meridionale. L’aggressione russa al vicino ucraino ha avuto profonde conseguenze sulla situazione geopolitica della regione. L’isolamento di Mosca in Europa e la mancata volontà di fornire assistenza all’Armenia durante le operazioni azere del 2022 e l’offensiva nel Nagorno Karabakh del 2023 hanno sancito l’allontanamento di Yerevan e l’avvicinamento di Mosca a BakuIl rapporto tra Russia e Azerbaigian, tradizionalmente marcato da alti e bassioggi sta diventando progressivamente più solido. I due Paesi collaborano su molti fronti in virtù di una serie di accordi siglati negli ultimi anni, i quali hanno reso l’Azerbaigian un importante partner della Russia. Un legame che sembra destinato a rafforzarsi, tanto per le necessità di Mosca quanto per la nuova direzione della politica estera azera impressa dal Presidente Ilham Aliyev dopo la sua rielezione nel febbraio 2024.

Fig. 1 – Manifestazione armena a Parigi con la bandiera della defunta Repubblica di Artsakh, 24 aprile 2024

L’ALLINEAMENTO TRA RUSSIA E AZERBAIGIAN

Benché la ricomposizione degli equilibri geopolitici nel Caucaso abbia portato a una maggiore cooperazione tra Russia e Azerbaigian, le relazioni sono state storicamente tese. La repressione violenta dei nazionalisti azeri da parte dell’esercito sovietico nel gennaio 1990 ha certamente lasciato un segno sui loro rapporti. In aggiunta a ciò l’Azerbaigian ha sempre malvisto il ruolo della Russia come protettrice dell’Armenia. Le tensioni sono ad esempio salite alla fine del 2022, quando il Governo azero ha accusato il contingente di peacekeeper russi stazionato nel Nagorno-Karabakh dalla fine della guerra del 2020 di fornire armi ai separatisti armeni attraverso il Corridoio di Laçın. Da parte sua, invece, la Russia non è soddisfatta del sostegno dell’Azerbaigian all’Ucraina. Alla Conferenza di Monaco sulla sicurezza tenutasi nel febbraio 2024, il Presidente Aliyev ha persino reiterato al Presidente ucraino Volodymyr Zelensky il supporto di Baku per l’integrità territoriale di Kiev. Similmente, il Cremlino non ha gradito l’allontanamento dell’Armeniaalla quale le politiche azere hanno contribuito. Tuttavia, la decisione del Presidente russo Vladimir Putin di invadere l’Ucraina ha di fatto imposto alla Russia la reclusione politica ed economica dal resto d’Europa. Una situazione che ha spinto Mosca a cercare nuove alleanze ed eventualmente trovarla nella Repubblica azera, la quale non ha mancato l’occasione per coltivare le relazioni con il Cremlino a proprio vantaggio. Il documento chiave che ha portato i rapporti bilaterali tra Russia e Azerbaigian su un livello superiore è la Dichiarazione sulle Relazioni di Alleanza del febbraio 2022, che tra i propri obiettivi cita appunto l’intenzione di rafforzare la cooperazione tra i due Paesi. In seguito all’offensiva azera del settembre 2023, che ha portato allo scioglimento della Repubblica di Artsakh, e all’accettazione di Mosca della soluzione alla questione del Nagorno-Karabakh a scapito di Yerevan, le relazioni tra Russia e Azerbaigian hanno acquisito nuova linfa. Il 22 gennaio 2024 è stato svelato un piano d’azione congiunto finalizzato allo sviluppo di aree chiave della cooperazione bilaterale per il periodo 2024-2026. Un’agenda che garantisce continuità a quello implementata nel 2018-2023, che ha contribuito a raddoppiare il volume di scambi tra le due parti, per un valore superiore ai quattro miliardi di dollari. Nei frequenti incontri dei mesi successivi tra esponenti dei Governi russo e azero, al centro del tavolo delle discussioni è stato in particolare il Corridoio di trasporto internazionale Nord-Sud, un network di strade e ferrovie per connettere San Pietroburgo al Golfo Persico.

Fig. 2 – Il Presidente azero Aliyev e quello russo Putin durante un recente incontro al Cremlino, 22 aprile 2024

I BENEFICI PER MOSCA E BAKU NEL NUOVO SCENARIO REGIONALE

Il positivo sviluppo dei rapporti tra Russia e Azerbaigian si può dunque spiegare principalmente con ragioni economiche e geopolitiche. Il Paese caucasico è strategicamente importante per Mosca per almeno tre questioni. Innanzitutto, rappresenta per la Russia la possibilità di rilocalizzare le proprie imprese e attività finite nel mirino delle restrizioni occidentali. In secondo luogo, l’esportazione di petrolio e gas russo in Azerbaigian, che utilizza per i propri consumi interni oltre che rivenderlo sui mercati UE, permette a Mosca di mitigare gli effetti delle sanzioni e talvolta di raggirarle. Infine, Baku è un partner strategico per il trasporto di beni da e verso l’Iran e il Golfo Persico, e lo diventerà ancor più una volta completato il Corridoio. Articolato in tre arterie principali, il tratto che attraversa l’Azerbaigian è quello di maggiore interesse per Mosca, in quanto è l’unico Paese che confina sia con la Russia che con l’Iran e dispone già di collegamenti tra i due Stati. L’importanza strategica di completare ed espandere il Corridoio risiede nella possibilità di condurre i commerci bypassando l’Europa. Per quanto riguarda l’Azerbaigian, già importante partner dell’Unione Europea, invece, il miglioramento delle relazioni con la Russia ha contribuito ad aumentare il peso strategico del Paese. A dispetto del raffreddamento dei rapporti tra Baku e Bruxelles, quest’ultima è consapevole del ruolo critico che l’Azerbaigian svolge nella sicurezza energetica europea. Il nuovo posizionamento nel mutato assetto geopolitico sta inoltre portando benefici economici grazie a un incremento delle esportazioni verso il continente. In conclusione, nonostante i rapporti altalenanti tra Russia e Azerbaigian e la tendenziale volontà delle leadership azere di mantenere uno strategico equilibrio tra Occidente e Russia, motivazioni di natura economica oltre che un rapporto sempre più incrinato tra Azerbaigian e Istituzioni europee stanno spingendo i Governi azero e russo a rafforzare la cooperazione.

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Armenia, violenza silenziosa sugli anziani (Osservatorio Balcani e Caucaso 10.06.24)

La violenza contro le persone anziane è un problema reale e poco studiato a livello globale, ma sentito anche in paesi come l’Armenia e il Caucaso in generale. Anche perché gli anziani tendono a vivere isolati, e faticano a trovare aiuto

10/06/2024 –  Armine Avetisyan Yerevan

“Un giorno mi ucciderà”

Anahit, 73 anni, vive a Gyumri, la seconda città dell’Armenia. Il suo unico riferimento è il figlio di 50 anni, che vive nella porta accanto. Va a trovare sua madre più volte alla settimana, se necessario, fa la spesa, l’aiuta nelle faccende quotidiane. Negli ultimi mesi, tuttavia, la vita della donna è diventata un inferno dopo che il figlio, un tempo premuroso, ha iniziato a bere.

“Mio figlio è un uomo molto buono, non ho mai avuto problemi, ma il bere lo sta distruggendo. A volte diventa incontrollabile”, racconta. Suo figlio la picchia ormai da sei mesi, la costringe a dargli i suoi risparmi per comprare alcolici.

“I vicini pensano che io sia una donna felice a cui il figlio porta cibo fresco. In realtà, nelle borse della spesa c’è soprattutto vodka comprata con i miei risparmi. Avevo messo da parte un po’ di soldi per non essere di peso a nessuno nella mia vecchiaia, e ora lui prende i miei soldi e mi picchia. Mi ha colpito così forte che sono caduta. In realtà non è che non voglia dargli soldi, ma non voglio che beva così tanto”, dice la donna, aggiungendo che non ha nessuno con cui parlare.

“Non so, forse dovrei rivolgermi alla polizia, altrimenti un giorno mi ucciderà per un bicchiere di vodka”, dice.

Statistiche

Solo un caso su 24 di violenza contro gli anziani è registrato ufficialmente. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la violenza contro gli anziani è un problema di salute pubblica importante, ma poco studiato. I dati più recenti si basano sui risultati di 52 studi condotti in 28 paesi nel 2017.

Secondo l’OMS, il 15,7% della popolazione mondiale di età superiore ai 60 anni è sottoposta a qualche tipo di violenza. Tassi estremamente elevati si registrano nei contesti chiusi. Il 64,2% dei dipendenti di ospedali, case di cura e altre strutture di assistenza a lungo termine ha ammesso di aver assistito a violenze contro una persona anziana e il 50% ha ammesso di aver usato violenza in passato. La forma più comune di violenza contro gli anziani è quella psicologica (11,6%), seguita da quella finanziaria (6,8%), abbandono (4,2%), violenza fisica (2,6%) e sessuale (0,9%).

La violenza contro gli anziani è aumentata in modo significativo a causa dell’impatto della pandemia di Covid-19, e si prevede che aumenterà nei prossimi decenni, poiché la popolazione anziana mondiale supererà i 2 miliardi entro il 2050  . Secondo gli esperti, nella maggior parte dei casi la persona anziana subisce abusi dal coniuge o dai figli, ma si vergogna di parlarne, soprattutto nei Paesi caucasici dove l’opinione degli altri resta una preoccupazione. Gli anziani sono anche facili bersagli per personalità instabili e complessate.

“I giovani e i bambini sono più protetti dalla violenza perché conducono una vita più attiva, escono di casa, visitano luoghi diversi e possono parlare dei loro problemi. Gli anziani, invece, non escono di casa per giorni e restano in silenzio”, osserva l’attivista per i diritti umani Zaruhi Hovhannisyan, che conferma l’aumento dei casi dopo la pandemia.

“Negli ultimi anni anche le donne anziane hanno iniziato a rivolgersi ai centri di accoglienza e sono sicura che anche il numero di uomini anziani vittime di abusi è aumentato. Tuttavia non ci sono statistiche, perché la gente non ne parla”, dice.

Estreme conseguenze

Il 20 aprile a Yerevan è avvenuto un brutale e terrificante omicidio-suicidio. La polizia ha trovato il corpo di una casalinga di 63 anni con il collo tagliato. È stata uccisa dal figlio di 34 anni, che si è suicidato subito dopo.

“In media, ogni anno vengono registrati dieci omicidi di questo tipo. Se la vittima della violenza avesse parlato in tempo del problema, la tragedia avrebbe potuto essere evitata”, sostiene Zaruhi Hovhannisyan.

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Non ci sono solo gli affari. Il Molokano: «Sono scemo a confidare che sia l’Europa a salvare l’Armenia dai piani turco-azeri?» (Korazym 08.06.24)

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 08.06.2024 – Renato Farina] – Mi appare improvvisamente, datato 20 maggio, questo messaggio su X, che gli esperti mi dicono essere il nome attuale di Twitter: «I am very proud to serve our Country as the Ambassador of Italy in Baku. Together Embassy and the Italian Trade Agency, we will work co further strengthen relations between Italy and Azerbaijan in all areas of common interest, in order to build solid and lasting bridges between the two Countries».

È firmato dall’appena insediato nella sua sede caucasica Luca Di Gianfrancesco, e non vi offenderete se mi permetto di fornire la traduzione dettata da Google alla mia ignoranza molokana: «Sono molto orgoglioso di servire il nostro Paese come Ambasciatore d’Italia a Baku. Ambasciata e ICE (Istituto Commercio Estero) lavoreranno insieme per rafforzare ulteriormente le relazioni tra Italia e Azerbajgian in tutti i settori di interesse comune per costruire ponti solidi e duraturi tra i due Paesi».

Per prima cosa gli affari? Non sono tanto ingenuo da non sapere come funzionano le cose del mondo. Le cose del mondo sono i «ponti» costruiti sul traffico delle merci, gas e tecnologie, e va bene, molto bene. Ma le cose mondo sono soprattutto le persone, la loro libertà, il diritto di vivere nella loro terra senza esserne strappati via come animali infetti. Per lasciare spazio a forniture che aumenteranno forse il Pil ma se comportano l’assenso al male e la cecità di fronte alle ingiustizie, defraudano l’anima di chi accumula nel proprio granaio riserve mortifere.

Vorrei chiedere all’Ambasciatore di evitare per pudore un giro coi notabili di regime nel Nagorno-Karabakh (l’Artsakh in lingua materna) da cui sono stati cacciati via gli Armeni Cristiani, abbandonate le loro vigne, rubati i pendii profumati di timo e preghiere, resi deserti i 400 monasteri. Non ci vada, resista per un po’, almeno per qualche mese, non sospenderanno le forniture di metano, devono pur usare i gasdotti che arrivano da voi in Italia.

Le cose del mondo sono anche i rumori della guerra lenta, paziente, da roditori furbi e ostinati, che nell’indifferenza dell’Europa e ahimè temo con compiacimento del vostro governo di Roma, stanno spostando ogni giorno le linee di confine conquistando centimetro su centimetro di territorio della Repubblica di Armenia. Accade vicino al mio villaggio, piccolo residuo di fede antica davanti alle ganasce turco-azere.

Il miracolo di Maria

Teresa Mkhitaryan raccoglie le testimonianze di miei fratelli estromessi dalle loro case e ancora inseguiti. Mi colpisce come non ci sia alcun odio ma dolore e speranza insieme. Ha scritto [QUI]: «Lo dico sempre che la speranza di noi cristiani non dipende dalle circostanze della vita, ma è nel Signore, che è al di sopra di tutte le circostanze. E poi è successo il miracolo con la nostra Maria. Una bravissima ragazza che andava in Artsakh alla scuola domenicale (l’oratorio, si direbbe da voi) e adesso è scappata in Armenia e vive a un chilometri dalla frontiera con l’Azerbajgian, nel villaggio di Movses. Ora lei va alla scuola domenicale di questo villaggio. In aprile gli Azeri hanno cominciato a bombardare il villaggio a mezzanotte e hanno continuato fino alle 4 del mattino. Miravano alla chiesa del villaggio. La nuova casa di Maria e della sua famiglia sta vicino alla chiesa. E hanno colpito la casa di Maria e la stanza proprio dove dormiva Maria. Le finestre, la parete sono state danneggiate. Ma la cosa bella è che a Maria, che era nel suo letto, non è successo niente, ha continuato a dormire, non si è accorta. Solo al mattino ha visto che le finestre della stanza non c’erano più». È stata una grazia più forte della dis-grazia.

Intanto in Erevan, la capitale, c’è tensione, si scontrano visioni diverse sulla strada da intraprendere per il bene del nostro popolo le cui sacche di memoria traboccano di lacrime e sangue. La posizione del Primo Ministro Nikol Pashinyan obbedisce ad essere un realismo amaro. Trattare con il più forte, cedendo anche qui e là villaggi all’Azerbajgian, pur di arrivare a definire confini definiti e sicuri.

Il passo da affrettare

Guidato da un Arcivescovo metropolita della Chiesa Apostolica Armena, Bagrat Srpazan, è sorto nella provincia nord-orientale di Tavush, a pochi chilometri da dove vi scrivo, un movimento «per la salvezza della Patria», che si oppone alle «concessioni fondiarie», in realtà formule che maschererebbero cedimenti alle minacce di Baku. «Non è sbagliato, è illegale. Secondo la costituzione queste modifiche territoriali vanno sottoposte a referendum», dicono gli oppositori. Sostengono che se ti fai agnello il lupo turco ti mangia. Li comanda un vescovo ma non accettano la definizione di movimento religioso, rifiutano la violenza, e negano di essere appoggiati dalla Russia come sospettano i sostenitori di Pashinyan, che li accusano di favorire una destabilizzazione, che aprirebbe le porte a un intervento di Mosca.

Pashinyan sta sul filo tra le montagne. Di chi può fidarsi? Chi tutelerà l’Armenia da una soluzione finale progettata per essa dall’ imperialismo turco appoggiato purtroppo da Viktor Orbán che ha cantato davanti a Erdoğan l’origine comune da Attila (sul serio!)?

Egli cede un pochino per volta alle richieste azere per non innervosire troppo il dittatore Ilham Aliyev (foto di copertina). Compra tempo, coltivando il disegno di entrare nella Unione Europea. Il Direttore di Politico gli ha chiesto quando spera si realizzi questo sogno. Ha risposto con una battuta: «Quest’anno». Un modo per non farsi prendere troppo sul serio, e non provocare un’aggressione russa. Spera in un segnale forte da Brussel: e che Erevan riceva il sostegno del Fondo per la Pace dell’Unione Europea, lo ha detto a maggio al «Vertice sulla democrazia di Copenhagen». L’Ungheria ha posto il veto chiedendo per toglierlo, che si dia denaro anche all’Azerbajgian. Pashinyan ha allora allargato lo sguardo: «Ora collaboriamo con l’India, la Francia e altri Paesi nel campo della sicurezza. E ora abbiamo un “partenariato” simile con l’Unione Europea».

Aspetta e spera. Sono scemo a confidare in una amicizia forte dell’Italia che affretti il passo europeo verso l’Armenia? Tutto dice il contrario. Mi viene da dire forza Giorgia, ma sono un illuso?

Il Molokano

Questo articolo è la versione integrale di quanto è stato pubblicato sul numero di giugno 2024 di Tempi in formato cartaceo e sulla edizione online Tempi.it [QUI].

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Galstanyan, il vescovo armeno che aspira al governo (Asianews 07.06.24)

L’arcivesoco di Tavowš, la zona più toccata dalle ultime dispute con gli azeri, è oggi il leader delle forze che si oppongono ai negoziati con Baku. Sostenuto dallo stesso katholikos Karekin II, ha chiesto di essere sospeso dalle sue funzioni pastorali ma scende comunque in piazza con i paramenti episcopali non sottraendosi agli spintoni delle forze di polizia. E non fa mistero dell’ambizione a guidare il Paese dopo aver rovesciato il “traditore” Pašinyan.

Erevan (AsiaNews) – Una nuova figura si sta imponendo sulla scena politica dell’Armenia, dilaniata dal contrasto tra le forze di maggioranza, favorevoli alle trattative di pace con l’Azerbaigian, e quelle di opposizione che rivendicano la difesa dei territori di confine. Queste ultime dal 9 maggio scorso hanno trovato la loro guida in un religioso, l’arcivescovo Bagrat Galstanyan della diocesi di Tavowš, la zona più interessata alle ultime dispute tra armeni e azeri.

Dopo una “marcia su Erevan” per tutta l’Armenia dalla periferia verso il centro, a imitazione di quella che condusse al potere l’attuale premier Nikol Pašinyan, il vescovo sta ora incitando a continue proteste di piazza. L’ultimo corteo è partito dalla chiesa di Sant’Anna della capitale senza dire dove era diretto, “verso un posto importante” ha assicurato Bagrat, e raggiungendo infine l’ufficio del Garante per i diritti dell’uomo, “per ottenere risposte alle nostre domande, e sapere se esistono ancora dei diritti nel nostro Paese”.

L’arcivescovo Galstanyan agisce con la benedizione del patriarca della Chiesa Apostolica Armena, il katholikos Karekin II, rendendo evidente la contrarietà della Chiesa alle politiche dell’attuale governo, e il ruolo di intervento diretto nelle questioni sociali da parte di un’istituzione religiosa che vuole rappresentare l’identità dell’intera popolazione. Il vescovo è stato sospeso dalle sue funzioni pastorali su sua stessa richiesta, il che non gli impedisce di scendere in piazza con i paramenti e le suppellettili della sua dignità ecclesiastica per guidare il movimento “Tavowš in nome della Patria”, che coagula attorno a sè gruppi e partiti di ogni genere di opposizione, anche molto lontani ideologicamente dalla Chiesa e dalla religione, ma tutti piuttosto favorevoli ai rapporti con la Russia.

Bagrat è un monaco come tutti i vescovi delle tradizioni orientali, non ha quindi altra famiglia che la Chiesa e il popolo, e non fa mistero delle sue ambizioni a rivestire il ruolo di primo ministro dopo aver rovesciato l’attuale “traditore” Pašinyan. Il 53enne arcivescovo ha colpito per la sua energia e il suo carisma, non sottraendosi agli spintoni con le forze di polizia e agli infuocati comizi di piazza, per poi abbandonarsi agli abbracci delle migliaia di sostenitori. Le sue qualità di politico sono evidenti nella capacità di intavolare trattative continue con i rappresentanti delle altre forze politiche, degli imprenditori e uomini d’affari, fino ai gruppi della diaspora armena in tutto il mondo.

Chiedendo la sospensione dall’ufficio ecclesiastico, Bagrat si è mostrato sicuro del suo destino: “non posso mantenere il mio ufficio insieme al premierato, sono pronto a deporre questo sacrificio sull’altare sacro della Patria”. Le opposizioni peraltro non dispongono di voti sufficienti in parlamento per sottoporre Pašinyan alla procedura di impeachment, e già una volta sono state sconfitte alle elezioni anticipate, considerando che l’attuale premier aveva a sua volta conquistato il potere dopo una “rivoluzione gentile”, sollevando il popolo contro la corruzione della casta dominante post-sovietica e filo-russa dei suoi predecessori.

Un altro problema deriva dalla cittadinanza canadese di Galstanyan, che l’aveva ricevuta 20 anni fa da giovane vescovo dell’eparchia nord-americana. La procedura per tornare solamente armeno è piuttosto lunga, e le leggi vietano le cariche istituzionali a chi è in possesso di doppia cittadinanza, per quanto egli assicuri che “per il servizio alla patria” getterà via il secondo passaporto. La questione più clamorosa, comunque, rimane la posizione assai poco “pacifista” del vescovo che incita al confronto con i nemici azeri, quando il laico primo ministro predica il dialogo e la composizione dei conflitti, una posizione che Galstanyan condanna come “degna di uno schiavo”, sfidando il presidente dell’Azerbaigian con le parole “te lo dico in faccia: il tuo amichetto in Armenia non ha più alcun potere ormai”.

L’arcivescovo-candidato premier iniziò il suo percorso ecclesiastico nel 1988, entrando in seminario ancora in epoca sovietica e rivestendo diversi ruoli nella curia della Santa Ečmjadzin, la sede del Katholikos-Patriarca Apostolico, per poi finire gli studi in Inghilterra e tornare come responsabile dell’informazione patriarcale, prima di essere inviato in Canada. Dal 2015 era vescovo di confine e nessuno lo conosceva, e la sua parabola dell’ultimo mese appare a tanti armeni come una vera e propria rivelazione della volontà divina per la rinascita dell’Armenia cristiana.

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Armenia: amb. Di Riso ricevuto dal presidente Khachaturyan (Ansa 07.06.24)

(ANSA) – ROMA, 07 GIU – In occasione della Festa della Repubblica Italiana, l’Ambasciatore Alfonso Di Riso è stato ricevuto nei giorni scorsi dal Presidente della Repubblica di Armenia Vahagn Khachaturyan.Il Presidente Khachaturyan si è congratulato con l’Ambasciatore Di Riso ed ha espresso i suoi migliori auguri al Popolo e al Governo italiano. Durante il colloquio si è discusso di agenda per un ulteriore rafforzamento della cooperazione tra i due Paesi in ambito politico, economico e culturale. E’ stato infine sottolineato l’importante ruolo dei voli diretti tra Italia e Armenia per lo sviluppo delle relazioni economico-commerciali e per la crescita del turismo.

Traumi transgenerazionali tra Yerevan, Brema, Istanbul e Gerusalemme (Micromega 06.06.24)

Sulla strada abbiamo un altro nome” è l’esordio letterario di Laura Cwiertnia, un viaggio a ritroso nel tempo che, partendo da un sobborgo operaio di Brema, ci conduce fino a Gerusalemme, Yerevan e Istanbul. Si distingue per sensibilità e intelligenza nel trattare un tema difficile – sempre presente ma taciuto per larga parte del racconto – come quello del genocidio armeno. Lo fa lontana dal riduzionismo identitario, e libera da quell’ossessione dell’origine geografica così presente nella letteratura contemporanea.

Simone Zoppellaro 

L’esordio letterario della giornalista tedesco-armena Laura Cwiertnia è un romanzo destinato a lasciare un segno. Da poco tradotto in italiano dall’editore Mar dei Sargassi, Sulla strada abbiamo un altro nome cresce dentro di noi pagina dopo pagina lento come un albero, un albero i cui frutti sono il corpo e le sue ferite. Questo viaggio a ritroso nel tempo che, partendo da un sobborgo operaio di Brema ci conduce fino a Gerusalemme, a Yerevan e Istanbul, si distingue per sensibilità e intelligenza nel trattare un tema ostico – sempre presente ma taciuto per larga parte del racconto – come quello del genocidio armeno.
Quattro generazioni a confronto e quattro città, descritte senza compiacimenti o orpelli orientaleggianti, si susseguono in un romanzo in cui il protagonista è il silenzio, affrontato in un corpo a corpo che è il motore stesso della narrazione. In parte romanzo di formazione, ma anche e soprattutto un’opera lontana da ogni riduzionismo identitario, libera da quell’ossessione per l’origine (il cui rovescio spesso è il vittimismo) cui non è estranea tanta letteratura di oggi. Come scriveva pochi giorni fa Jhumpa Lahiri sul Guardian: “Comprendo che non vogliamo che le cose risultino false, che siano vere, ma c’è poi il passaggio dall’autenticità all’idea di purezza, e quindi ciò che non è autentico o puro sarebbe in qualche modo corrotto: questa è la zona di pericolo”.
In questa trappola, Cwiertnia non cade. Non mente al lettore e punta diritto al suo obiettivo, quello di una disamina del tema del trauma transgenerazionale, che si accompagna, come scrive Sivan Gaides, giornalista di Haaretz, a un “profondo senso di sradicamento”. Un tema ormai ben noto grazie a studi riferiti alla Shoah e ad altri genocidi, che ci dimostrano come – persino grazie alla trasmissione genetica, secondo alcune ipotesi – il trauma possa giungere alle tre generazioni successive.
Se il tema del silenzio è riscontrabile nelle biografie di sopravvissuti e testimoni degli orrori del Novecento, spicca nel romanzo il tema dei nomi rimossi, riferito sia a antroponimi che a toponimi. Un tema che noi italiani conosciamo se non altro per l’orrida opera di italianizzazione linguistica imposta a sudtirolesi durante il fascismo, che in alcuni casi raggiunse persino le lapidi dei cimiteri. Qui, oltre alle città e villaggi armeni spazzati via dal genocidio del 1915, abbiamo il fenomeno dell’autocensura linguistica e identitaria, che accompagnò nei decenni seguenti i cosiddetti “hidden Armenians”. Un fenomeno assai vasto, come ho constatato di persona nella stessa Istanbul, e di cui molto si discusse in Turchia in seguito a quella straordinaria stagione di solidarietà che seguì l’assassinio del giornalista turco-armeno Hrant Dink nel 2007, prima che il nuovo, terribile giro di vita imposto da Erdogan facesse ripiombare la questione nel silenzio.
Se ormai è imponente la produzione narrativa e cinematografica sul genocidio armeno (trattandosi della Germania, impossibile non segnalare quel film straordinario che è Il padre di Fatih Akin del 2014, fra i migliori in assoluto), il romanzo di Cwiertnia ha il pregio di affrontare due pagine di storia meno note, ma assai significative.
La prima è quella del pogrom di Istanbul del 1955, quando anche armeni ed ebrei furono colpiti, insieme ai greci, primo bersaglio di quelle violenze che produssero morti, stupri, e la distruzione sistematica di abitazioni e negozi, oltre che di cimiteri e chiese. Considerando che il genocidio armeno si protrasse ancora fino al 1923, facile immaginare il terrore che si impadronì degli armeni in quei giorni di settembre.
La seconda, che è in parte conseguenza della prima, è la migrazione di molti armeni di Turchia verso la Germania, all’interno della vicenda più nota dei Gastarbeiter. Una minoranza nella minoranza dunque che, al pari di quella curda, che ha trovato in Germania la possibilità di riscoprire e coltivare un’identità che per lungo tempo, a causa del nazionalismo turco, era stata di forza rimossa.
Ricordo ancora con sorpresa come, chiedendo ad un amico, Diradur Sardaryan, pastore apostolico armeno del Baden-Württemberg, quale fosse l’origine e provenienza della sua comunità, questi iniziasse il suo racconto parlando dei lavoratori turchi arrivati a Stoccarda a partire dal 1961. Una storia nota e famigliare, per noi italo-tedeschi, che abbiamo condiviso lo stesso destino. A appena pochi anni da quel pogrom, molti armeni ne approfittarono per fuggire da una Turchia considerata, non a torto, ancora ostile alle minoranze.
Pagine importanti, raccontate con una penna che non cerca facili ammiccamenti ed è estranea a ogni indulgere sulla violenza. Per la nostra generazione, che ha conosciuto le grandi tragedie del Novecento in primis grazie alle riduzioni hollywoodiane, non è una cosa scontata. Ricordo ancora la prima lettura di Primo Levi, che mi colpì nella pacatezza e nel distacco con cui affrontava, da un punto di vista narrativo, l’esperienza di Auschwitz. Il tutto, sia detto per inciso, a vantaggio della potenza del racconto. Ebbene, Cwiertnia arriva da questa linea ormai minoritaria, lontana da facili effetti ed emozioni, e per questo capace ancora di scavarci dentro – e non si potrebbe immaginare cosa migliore.

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Resoconto e immagini | Sulle tracce degli armeni a Salerno e in Italia (Arcidiocesi di Salerno (05.06.24)

Di seguito il resoconto e le immagini dell’evento del 25 maggio scorso, quando si è tenuta la presentazione de “L’antica iscrizione del Duomo di Salerno: sulle tracce degli armeni a Salerno e in Italia”, iniziativa volta a valorizzare l’incisione in lingua armena che si trova sullo stipite sinistro della porta centrale della Cattedrale di Salerno, organizzata dall’Ufficio Cultura e Arte dell’Arcidiocesi di Salerno-Campagna-Acerno, in collaborazione con la Fondazione Alfano I. 


SEGNI DI UN CAMMINO: L’ANTICA ISCRIZIONE DEL DUOMO DI SALERNO

L’iniziativa dell’Ufficio Cultura e Arte verso il Giubileo

Dar voce al patrimonio storico e culturale cristiano del nostro territorio è tra gli obiettivi principali del servizio pastorale offerto dall’Ufficio Cultura e Arte. L’iniziativa realizzata il 25 maggio scorso – giorno importante per la chiesa salernitana, che celebra il “suo” san Gregorio VII – è stata concepita per restituire ufficialmente alla comunità ecclesiale e cittadina un elemento a dir poco significativo del suo legame storico e spirituale con la figura apostolica di san Matteo. Inoltre, sul piano del turismo, risulta estremamente interessante focalizzare l’attenzione del visitatore su un particolare tanto evidente quanto, finora, per nulla considerato. Stiamo parlando dell’iscrizione posta sullo stipite sinistro della cornice lapidea del portale mediano della nostra cattedrale, recante un messaggio profondamente personale e diretto, scritto in lingua armena. Impressa nel marmo dall’epoca medioevale, l’incisione è stata oggetto, nel tempo, di approfondimenti da parte di diversi studiosi, tra cui ricordiamo il noto archeologo gesuita Raffaele Garrucci (1812-1885).

L’Ufficio Cultura e Arte ha affidato una nuova analisi del testo al professor Matteo Crimella, docente di Sacra Scrittura alla Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale (Milano) e studioso di lingua armena, già ospite delle Giornate Matteanedi Salerno, occasione in cui il biblista ha potuto notare l’iscrizione e osservarla da vicino. La traduzione, al termine del suo studio, risulta essere precisamente la seguente: «Santo Apostolo, abbi pietà dell’anima di Daniele e di me pellegrino. Amen». Dunque, evidentemente, il soggetto autore del messaggio è un pellegrino che si trovava a Salerno per venerare le reliquie dell’apostolo Matteo.

 

Un evento in due momenti: inaugurazione e conferenza

L’evento del 25 maggio si è sviluppato in due momenti, nell’arco della mattinata. Il primo si è svolto dinnanzi all’iscrizione, spiegando e raccontando il contenuto al pubblico presente. È stato presentato il pamphlet bilingue curato dall’Ufficio Cultura e Arte, pubblicato dall’Arcidiocesi di Salerno-Campagna-Acerno con il patrocinio morale della Fondazione Alfano I. Il titolo è “Segni di un cammino. L’antica iscrizione sul portale del Duomo di Salerno” (ora disponibile presso la biglietteria del Duomo). Il nostro arcivescovo, Mons. Andrea Bellandi, contestualmente, ha scoperto e inaugurato il piedistallo descrittivo realizzato dall’Ufficio Cultura e Arte, dotato di doppio QRCODE, in italiano ed inglese, che rimanda al testo dell’opuscolo.

Il secondo momento ha avuto luogo in cattedrale, dove l’ospite d’eccezione, Mons. Levon Zekiyan, Arcieparca di Costantinopoli degli Armeni, ha tenuto la conferenza dal titolo “Sulle tracce degli armeni a Salerno e in Italia”. Già docente di Lingua e Letteratura armena all’Università Ca’ Foscari di Venezia (insegnamento da lui fondato nel 1976), docente di Teologia e Spiritualità della Chiesa armena al Pontificio Istituto Orientale di Roma e Consultore della commissione speciale di studi sull’Oriente Cristiano presso la Congregazione per le Chiese orientali, Mons. Zekiyan è autore di numerosi, importanti saggi storici sul popolo armeno, tra cui si rammentano Gli Armeni in Italia (1990) e I processi formativi della coscienza d’identità dell’Armenia Cristiana e l’emergere di una chiesa etnica (2004). La sua presenza all’evento culturale di Salerno e l’elogio espresso personalmente agli autori dell’opuscolo pubblicato giungono come una soddisfacente conferma della validità del lavoro portato a termine e della serietà nell’offerta culturale diocesana.

 

Giubileo è cultura

L’iniziativa ha voluto mettere in luce l’aspetto del pellegrinaggio di fede, insito in quel messaggio impresso sul marmo da un cristiano del medioevo in cerca di salvezza e pace. Passato e presente si ritrovano, così, uniti nella dimensione di “popolo in cammino”, caratteristica di tutta la storia della fede, a partire dall’esperienza biblica.

Il Giubileo del 2025, con il suo motto Peregrinantes in Spem, ci invita a intraprendere il grande pellegrinaggio ecclesiale nel segno della grazia divina e della “speranza che non delude”, poiché risiede in Cristo Risorto, nostro Salvatore. La speranza possiede caratteristiche universali: Tutti sperano, nessuno escluso, come è stato spesso ribadito nell’ambito dell’imminente evento giubilare.

L’iniziativa del 25 maggio, attraverso la valorizzazione dell’iscrizione armena, ha dato risalto proprio all’aspetto del cammino nella speranza, rispondendo alle attese del Giubileo in merito al coinvolgimento attivo delle chiese particolari nelle attività pastorali culturali[1]. Inoltre, la pubblicazione dell’opuscolo bilingue e la collocazione del piedistallo descrittivo donano un grande supporto al turismo culturale e religioso, favorendo l’impegno per la realizzazione di una cultura dell’incontro, che mostri l’importanza di sentirsi una sola grande famiglia di nazioni, unita dal desiderio di conoscenza reciproca e di bene comune. Come espresso dal Dicastero per l’Evangelizzazione sul tema “Turismo e pace”: «lo scambio culturale tra i popoli, che trova nel turismo una sua forma privilegiata, si può trasformare anche in un concreto impegno per la pace»[2].

 

Lorella Parente
Direttrice Ufficio Cultura e Arte

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Misteriose sepolture prestoriche scoperte in Armenia (Scienze Notizie 05.06.24)

Un team internazionale di ricercatori ha portato alla luce i resti di una donna adulta e di due bambini sepolti sotto un monumento di basalto noto come pietra del drago nel sito di Lchashen in Armenia .

Le pietre del drago, “pietre del serpente” o Vishapakar sono stele preistoriche di basalto scolpite con immagini di animali, trovate prevalentemente in Armenia e nei suoi dintorni. Il loro nome deriva dall’antico folklore armeno e nessuno sa veramente perché siano chiamate Pietre del Drago. Ne sono stati documentati circa 150. Più di novanta nella Repubblica d’Armenia, i restanti in zone limitrofe. Variano in altezza da circa 150 a 550 cm. Gli archeologi hanno identificato tre tipi di pietre del drago: quelle con incisioni che ricordano i pesci (piscis); quelli che somigliano a resti di bovidi, come capre, pecore, mucche, ecc. (vellus); e pietre del drago ibride, che combinano i due tipi. La scoperta a Lchashen offre una nuova prospettiva, poiché la stele alta tre metri e mezzo con l’immagine di un bue sacrificato (tipo vellus) è stata ritrovata sopra una sepoltura risalente al XVI secolo a.C. Uno dei siti archeologici più significativi dell’Armenia, Lchashen è noto per la sua profusione di manufatti dell’età del bronzo. Gli scavi di questo sito hanno portato alla luce molti manufatti, tra cui intricate strutture funerarie, strumenti metallici e ceramiche. Questo è, tuttavia, il primo caso di sepoltura scoperta in prossimità di una pietra del drago, cosa insolita visti i contesti funerari regionali. Questo legame tra la sepoltura dei bambini e un monumento molto stimato solleva la possibilità di un significato rituale o simbolico attualmente poco chiaro. La pietra fu scoperta nel 1980. Dopo un primo esame della pietra in situ, essa e altri materiali scavati dal luogo di sepoltura furono trasportati alla Riserva-Museo Storico-Archeologico di Metsamor. Conteneva artefatti, ossa di animali e resti di uno scheletro umano (che si ritiene fosse quello di una donna adulta). Sfortunatamente, le ossa della donna sono ormai scomparse. Secondo quanto riferito, furono inviati in Russia negli anni ’80 per ulteriori esami e da allora non sono più stati ritrovati. Ma rimangono le ossa dei due neonati, conosciuti come Dragon1 e Dragon2. Non venivano nemmeno menzionati nelle prime pubblicazioni su questo tumulo. I due bambini, di età compresa tra 0 e 2 mesi, avevano resti ben conservati. Le analisi del DNA antico su questi resti hanno mostrato che si trattava di parenti di secondo grado con sequenze mitocondriali identiche, indicando una stretta relazione. I profili genetici degli antenati di queste persone hanno rivelato anche punti in comune con altri popoli dell’età del bronzo della zona, offrendo importanti spunti sulla composizione genetica delle popolazioni preistoriche del Caucaso.

Questa scoperta ha molteplici implicazioni. In primo luogo, il collegamento tra le sepolture e le pietre del drago solleva la possibilità che questi monumenti servissero a uno scopo diverso dalla decorazione o dal ricordo, come rituale o funerario. Come spiegano i ricercatori: “L’evento previsto dalla sepoltura è comunque eccezionale, sia dal punto di vista genetico che dal punto di vista archeologico. Nell’Armenia della tarda età del bronzo in generale e a Lchashen in particolare, le sepolture di bambini sono rare e la sepoltura di due neonati combinata con una stele monumentale è unica”. Le stele venivano talvolta usate per contrassegnare le tombe nel Caucaso meridionale, ma nessuna delle 454 tombe dell’età del bronzo scavate a Lchashen era contrassegnata da alcun tipo di stele, hanno scritto i ricercatori nel loro articolo. Solo questa tomba era contrassegnata da una pietra di drago. La presenza di resti infantili sotto un simile monolite solleva anche interrogativi sulle pratiche funerarie e sulle credenze legate alla morte e all’aldilà nella società dell’età del bronzo in Armenia.

Lo studio è pubblicato sul Journal of Archaeological Science: Reports

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