Pulizia etnica, la disputa tra Armenia e Azerbaigian arriva all’Aja: in corso udienze pubbliche (Tag24 16.04.24)

Armenia e Azerbaigian si scontrano alla Corte internazionale di giustizia. Le udienze all’Aja hanno avuto l’inizio ieri, 15 aprile 2024, e dureranno per due settimane. La massima corte internazionale esamina la lunga disputa su accuse reciproche di pulizia etnica tra Erevan e Baku.

Armenia e Azerbaigian si scontrano all’Aja sulla pulizia etnica

Azerbaigian e Armenia hanno fatto ricorso all’Aja dopo gli scontri del 2020 nella regione del Nagorno-Karabakh. La battaglia legale, quindi, risale al 2021. Le forze azere hanno riconquistato la regione nel settembre 2023 dopo anni di controllo armeno. Le parti si sono accusate reciprocamente di pulizia etnica e di violazione della Convenzione internazionale sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale del 21 dicembre 1965.

I due paesi sembravano vicini ad un possibile accordo di pace nel Caucaso. Continuano, però, ad aumentare le tensioni tra due paesi che storicamente hanno relazioni complicate. Le decisioni dell’Aja sono vincolanti, tuttavia, la Corte non dispone di alcun meccanismo di attuazione.

Le udienze alla Corte internazionale di giustizia

L’Armenia ha formulato accuse di pulizia etnica e di violazione della Convenzione internazionale sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale contro l’Azerbaigian. Inoltre, Erevan ha accusato Baku di promuovere il razzismo contro gli armeni, consentire discorsi di odio contro di loro e distruggere siti culturali armeni. Baku nega tutte queste accuse.

L’Azerbaigian ha presentato un ricorso contro l’Armenia con le stesse accuse. Ha anche accusato Erevan di non impegnarsi sinceramente nei negoziati prima di portare il caso in tribunale.

Durante l’udienza di ieri ha chiesto alla Corte internazionale di giustizia di respingere il caso intentato dall’Armenia sostenendo che non rientra sotto la giurisdizione della Corte.

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Armenia e Azerbaigian si sfidano alla Corte internazionale di giustizia (Internazionale 15.04.24)

A partire dal 15 aprile la Corte internazionale di giustizia (Cig) dell’Aja esaminerà una disputa tra l’Armenia e l’Azerbaigian incentrata su accuse reciproche di “pulizia etnica”, in un momento in cui le tensioni militari tra i due paesi del Caucaso tornano a crescere.

Gli avvocati delle parti esporranno il loro punto di vista nel corso di due settimane di udienze.

All’inizio del mese i due governi si sono accusati reciprocamente di aver aperto il fuoco lungo il confine condiviso, minando le speranze di un accordo di pace dopo decenni di violenze.

La battaglia legale risale al settembre 2021, quando nel giro di una settimana i due paesi si erano denunciati reciprocamente alla Cig, accusandosi di “pulizia etnica” e di violazione della Convenzione internazionale sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale.

La Cig, che si occupa di controversie tra stati, aveva emesso un ordine di emergenza nel dicembre 2021, invitando le parti ad astenersi dal commettere crimini di questo tipo.

Tuttavia, anche se le sue decisioni sono vincolanti, la Cig non ha i mezzi per farle rispettare, e da allora le tensioni sono aumentate, culminando nel settembre scorso nell’offensiva lampo dell’esercito azero nella regione contesa del Nagorno Karabakh.

Baku ha riconquistato l’enclave, spingendo l’intera popolazione armena – più di centomila persone – a fuggire in Armenia.

Erevan contro Mosca

Poche settimane dopo, l’Armenia ha presentato un nuovo ricorso alla Cig, chiedendo ai giudici di ordinare all’Azerbaigian di ritirare le sue truppe dalla regione e di permettere il ritorno in sicurezza dei profughi armeni.

A novembre la Cig ha ordinato all’Azerbaigian di consentire a chiunque voglia tornare nel Nagorno Karabakh di farlo “in piena sicurezza, senza ostacoli e in tempi rapidi”.

Il conflitto ha anche messo a dura prova i legami storici tra l’Armenia e la Russia, con Erevan che ha accusato Mosca di non aver fatto abbastanza per proteggerla quando era sotto attacco.

A febbraio l’Armenia ha aderito alla Corte penale internazionale (Cpi), nonostante gli avvertimenti di Mosca.

Tra le altre cose si è quindi assunta l’obbligo di arrestare il presidente russo Vladimir Putin nel caso dovesse mettere piede in territorio armeno, in virtù di un mandato d’arresto emesso dalla Cpi nel marzo 2023.

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Armenia, il ministero degli Esteri a Nova: “Nessun colloquio con il Regno Unito sui migranti” (Agenzia Nova 15.04.24)

Armenia e Regno Unito hanno un ampio dialogo politico ma non ci sono stati colloqui sulla questione della deportazione dei migranti, come quello che Londra ha siglato con il Ruanda. È quanto ha riferito l’ufficio stampa del ministero degli Esteri di Erevan, interpellato da “Agenzia Nova” a commento di un articolo del quotidiano “The Times”. “Pur avendo un ampio dialogo politico con il Regno Unito, per quanto riguarda il tema sollevato nella pubblicazione non ci sono stati colloqui sostanziali o tecnici”, ha riferito una portavoce del ministero degli Esteri. Le dichiarazioni del dicastero di Erevan smentiscono, quindi, quanto riportato dal “Times”. Secondo il quotidiano, in seguito alla visione di alcuni documenti classificati, il Regno Unito avrebbe avviato trattative per replicare il programma di deportazione dei migranti concordato con il Ruanda anche con Armenia, Costa d’Avorio, Costa Rica e Botswana. I documenti rivelano come il governo di Londra stia cercando di siglare almeno un altro accordo per trasferire la gestione dell’afflusso dei migranti in Paesi terzi.

Le autorità britanniche starebbero tentando questa strada nonostante l’intesa fra Londra e Kigali sia in stallo a causa delle lentezze nel processo di approvazione parlamentare. Secondo i documenti trapelati, sarebbero stati contattati anche diversi Paesi sudamericani, tra cui Ecuador, Paraguay, Perù, Brasile e Colombia, ma tali Stati sarebbero meno interessati a un accordo. Altri Paesi africani, tra cui Marocco, Tunisia, Namibia e Gambia, invece, hanno “esplicitamente rifiutato” di partecipare a discussioni tecniche. Infine, Capo Verde, Senegal, Tanzania, Togo, Angola e Sierra Leone sono stati inseriti in una lista di Paesi indicati come “di riserva” qualora i negoziati in corso dovessero fallire.

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L’Armenia e il gioco (sporco) dell’Occidente (Spondasud 15.05.24)

(BRUNO SCAPINI) – Spiace dirlo, ma l’Armenia, attirata dai flebili luccichii di uno specchietto per le allodole, rischia seriamente questa volta di cadere nella trappola occidentale.

Indotta a guardare all’Europa e alla NATO come a due mete ineludibili per la propria sicurezza e benessere economico, Yerevan sta ora lentamente, ma progressivamente, adottando una linea di scostamento da quelle direttrici che avevano fino a pochi anni orsono costituito le costanti invariabili della sua azione estera fin dall’indipendenza.

La politica del c.d. “doppio binario”, seguita tradizionalmente dalla sua dirigenza, e che aveva garantito al Paese – nel contemperamento delle proprie prospettive sia ad Est che ad Ovest – una più che apprezzabile crescita economica e visibilità internazionale, è venuta purtroppo ad infrangersi contro il bivio di una scelta di campo imposta da una spregiudicata strategia occidentale volta ad accerchiare la Russia attraverso il graduale, ma incessante, allargamento ad Est della NATO.

Una mossa che ha riportato drasticamente l’orologio indietro nel tempo riproponendo una “guerra fredda” all’Europa che quest’ultima rischia ora di combattere solo con le proprie forze qualora gli Stati Uniti si dovessero riservare, come sembra, di utilizzare la NATO per finalità più attinenti ai propri interessi nazionali.

È esattamente in questo quadro che il ruolo dell’Armenia andrebbe oggi collocato e valutato.  Non bastando più l’Ucraina per tenere a bada Mosca, l’Occidente sta facendo scivolare l’asse dello scontro con la Russia verso il Caucaso Meridionale con l’intento di destabilizzare nell’area proprio quel Paese che, presentando le maggiori criticità, per via di una guerra perduta con l’Azerbaijan nel Nagorno Karabagh, appare più suscettibile di recepire le ingannevoli profferte di Washington e di Bruxelles.

Che gli Stati Uniti intendano verosimilmente approfittare delle incertezze dell’attuale corso politico in Armenia per aprire un ulteriore fronte in funzione anti-russa non sembrerebbe del resto un’ipotesi fantapolitica, ma più realisticamente l’esito di un cinico calcolo strategico. Vari segnali lo rivelerebbero.

È da osservare, infatti, al riguardo che mai come in questi ultimi tempi i Paesi occidentali stanno mostrando un così intenso interesse verso l’Armenia. Paese tradizionalmente ancorato alla sfera di influenza moscovita, cui risulta legato in virtù della partecipazione alla Unione Economica Euro-asiatica e alla CSTO quale alleanza di difesa, solo sporadicamente era stato in passato oggetto di attenzioni da parte occidentale. Ma tutto è cambiato con la “rivoluzione di velluto” del 2018. Da allora, con il nuovo Governo impostosi con l’intento di contenere l’influenza delle tradizionali oligarchie economiche, si è attuata una inversione di tendenza. Il nuovo Primo Ministro, nella persona di Nikol Pashinyan, insediatosi col favore delle piazze, ottiene una chiara legittimazione da parte di Washington e di Bruxelles. Lo testimonierebbero del resto le più intense frequentazioni intessute da Yerevan con i Paesi occidentali e la NATO che hanno trovato proprio nella sconfitta subita nel 2020 dall’Armenia nella guerra contro l’Azerbaijan, e in quella del 2023 con lo strappo finale sul Karabagh di Baku, il terreno più fertile per sostituirsi a Mosca quali principali referenti per un riassetto politico della regione.

Né d’altra parte Yerevan farebbe mistero del proprio orientamento indirizzato verso una accentuata politica di sganciamento da Mosca. Le mosse, infatti, intraprese da Yerevan fin dall’affermarsi dell’attuale Governo se, da un lato, hanno incoraggiato per molti versi l’avvicinamento al Paese degli Stati Uniti e dell’Europa, dall’altro, hanno però indispettito Mosca inducendola non solo a guardare oggi all’Armenia con deciso sospetto, ma anche a valutare il suo corso politico di allontanamento come una manifestazione di sostanziale e aperta ostilità. Una circostanza che avrebbe portato Mosca a dosare con certa attenzione il proprio appoggio all’Armenia nelle sue due ultime guerre nella plausibile previsione che una sua sconfitta avrebbe potuto condurre ad una caduta del Governo senza tuttavia causare al Paese una totale disfatta. Se, infatti, l’intervento della Russia nella mediazione ha certamente contribuito a contenere le ambiziose velleità territoriali di Baku ( basti vedere i termini del compromesso raggiunto nel novembre del 2020 a fronte delle pretese azere sul corridoio di Zangezur), la prospettiva di un cambiamento di Governo a Yerevan sarebbe stata smentita proprio dall’irrigidimento assunto dal Governo armeno nel reprimere ogni forma di dissenso insorto all’interno del Paese in esito alla sconfitta militare.

A tali antefatti andrebbe, dunque, ricondotta oggi  la fondamentale ambiguità della politica estera armena: da un lato il Premier strizza l’occhio a Washington e alla NATO, dall’altro dichiara di aver congelato la partecipazione di Yerevan all’alleanza militare della CSTO nella pretesa che Mosca faccia chiarezza sugli effettivi termini del suo impegno in favore dell’Armenia.  In realtà il rapporto con Mosca è già compromesso. E chiari segnali lo indicherebbero come: le esercitazioni militari condotte sul suolo armeno con unità statunitensi (mossa senza precedenti nella Storia dell’Armenia indipendente intrapresa a dispetto della presenza di una base militare russa a Gyumri), i tentativi di concludere accordi di cooperazione sia con Ankara che con Baku – peraltro storici nemici dell’Armenia – dietro concessioni territoriali non più limitate al Karabagh, ma estese addirittura al territorio sovrano del Paese ( vedasi la pretesa azera sulla regione di Tavush), la recente inusuale visita in Armenia del Segretario Generale della NATO, Stoltenberg, l’aiuto militare annunciato dalla Francia e dal Regno Unito, la preannunciata visita a Yerevan di Zelensky poi annullata e la recente dichiarazione del Presidente della Commissione UE, Ursula von der Leyen che avrebbe confermato essere l’Armenia un “partner vitale nella politica di vicinato dell’Unione”.

In questo quadro, già di per sé assai critico e labile, l’ambiguità della situazione in cui l’Armenia è venuta a trovarsi verrebbe ulteriormente confermata proprio dal recente incontro avvenuto a Bruxelles il 5 aprile scorso tra il Primo Ministro armeno, Nikol Pashinyan, il Segretario di Stato, Antony Blinken, i vertici dell’UE, Ursula von der Leyen e Josef Borrell, e il Direttore dell’USAID, Samantha Power. Scopo dichiarato dei colloqui sarebbe stato, infatti, quello di assicurare l’Armenia sul sostegno occidentale alla sua sovranità, democrazia, integrità territoriale, nonché alle condizioni socio-economiche del Paese.

Ebbene, se sul piano strategico le prospettive lanciate dall’incontro risultano facilmente intuibili, atteso l’obiettivo di sostenere Yerevan nella sua politica di allontanamento da Mosca – ed è significativo a tal fine non solo il congelamento dichiarato da parte armena della partecipazione alla CSTO quale alleanza militare con la Russia, ma anche il più recente annuncio di Yerevan di voler spegnere le trasmissioni televisive russe nel Paese – è sul piano dei benefici che la scelta euro-atlantista presenterebbe delle innegabili perplessità per l’Armenia. Ma vediamo più analiticamente la questione.

La ricerca di un nuovo assetto territoriale nell’area che soddisfi le aspettative strategiche occidentali, non potrebbe realizzarsi senza compiacere le pretese della Turchia e dell’Azerbaijan non solo quali attori imprescindibili delle dinamiche regionali, ma anche come protagonisti attivi della cooperazione euro-atlantista.  Il ché non potrebbe mancare di incidere negativamente sulla capacità di Yerevan di salvaguardare la propria integrità territoriale col rischio di un sacrificio perfino delle stesse sue cause storiche nazionali: il riconoscimento del Genocidio e la reintegrazione nella sovranità nazionale delle terre di insediamento storico armeno come il Nagorno Karabagh. Confermerebbe del resto, e chiaramente, tale debole impegno dell’Occidente proprio la dichiarazione rilasciata da parte americana nell’incontro tenutosi a Berlino questo fine febbraio secondo la quale gli Stati Uniti non potranno intervenire nella conciliazione tra Yerevan e Baku con un “ruolo di garanti della sicurezza dell’Armenia”.  Una affermazione, questa, che vuole ampiamente alludere alla priorità che Washington riserverebbe al riconoscimento degli interessi dell’Azerbaijan ritenuti prevalenti.

Ma anche sul piano economico la svolta pro-West di Yerevan implicherebbe pesanti conseguenze. L’abbandono da parte dell’Armenia dello spazio euro-asiatico priverebbe l’export del Paese di una quota di almeno il 40% che è quella parte di mercato rappresentata dalla Russia. Non solo, ma ben il 70% delle rimesse dall’estero dei lavoratori armeni proverrebbe dalla Russia; il che trasformerebbe in un disastro epocale una eventuale politica di ritorsione che Mosca attuerebbe in caso la tensione tra i due Paesi dovesse acutizzarsi fino a raggiungere un punto di rottura. Eppure, le offerte occidentali sembrerebbero comunque seducenti per il Premier armeno; e ciò nonostante sia sufficientemente chiaro oggi come l’insistente attivismo occidentale verso questo Paese induca a immaginare quale possa essere il vero interesse degli Stati Uniti: sostenere la causa di Yerevan nel sottrarsi alla dipendenza da Mosca per poi sostituirvisi nel controllo del Paese e dell’intera area caucasica.  Sempre sul piano economico, infine, è pure da precisare come l’aiuto da ultimo offerto a Yerevan da Washington e da Bruxelles non solo risulti ridicolo per entità, se rapportato a quello dato agli altri Paesi dell’area (appena 290 milioni di dollari da spalmarsi su 4 anni), ma anche offensivo in realtà per via della sua inidoneità ad assicurarsi la fedeltà di un Paese confrontato oggi da una scelta strategica particolarmente sofferta.

Peccato a questo punto che l’ambiguità dell’atteggiamento americano non venga colta dall’attuale Governo armeno, il quale si ostina invece ad osteggiare sempre più Mosca alienandosi il sostegno storico della Russia, unico Paese in fondo in grado di garantirne la integrità territoriale. All’Occidente, infatti, poco importa del riconoscimento del Genocidio armeno o della reintegrazione del Nagorno Karabagh nel perimetro del Paese. Quello che conta per Washington e la NATO è alla fin fine assicurarsi al minimo costo l’acquisizione di una ulteriore pedina nello scacchiere caucasico da utilizzarsi all’uopo in funzione anti-russa. E in questa prospettiva, le cause storiche nazionali armene potranno pur essere sacrificate se l’obiettivo è infliggere il maggior danno possibile alla Russia. Del resto cos’altro potrà mai offrire l’Armenia – priva di petrolio e di gas – in cambio della “protezione” occidentale se non il sacrificio dei propri interessi nazionali per consentire alla NATO di metter piede sul suo suolo?

Un certo parallelismo, a ben osservare, emergerebbe dal corso politico seguito in questo ultimo decennio dall’Ucraina e dall’Armenia. I due Paesi, infatti, candidati inizialmente entrambi a un Accordo di Associazione con l’Unione Europea, sarebbero stati sollecitati, in tempi diversi, da forze esterne ad un cambiamento di leadership in grado di reindirizzarli verso una deriva euro-atlantista. Deriva ovviamente malvista dalla Russia in quanto capace di pregiudicarne, come intuibile, la sicurezza dei confini. E non sarebbe quindi un caso che in entrambi i Paesi sia andata progressivamente affermandosi una crescente presenza statunitense, premessa per Kiev a un sostegno oggi in una guerra aperta contro la Russia, e prodromo per Yerevan domani di una crisi regionale foriera di pessimi presagi. Nessuna sorpresa dunque. È sempre la stessa strategia del Pentagono che verrebbe applicata all’Armenia divenuta ora terreno ideale per condurre un altro affondo ai danni del Cremlino. Riusciranno tuttavia gli Stati Uniti a conseguire questo obiettivo? Dipenderà molto dalla forza di contenimento che Mosca saprà e vorrà applicare al caso, ma soprattutto dalla voglia di Washington di impegnarsi in uno scontro diretto, volto questa volta a scacciare fisicamente i russi dalla loro base militare nel Paese.

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In Armenia torna Yerevan Cocktail Week con un’edizione dedicata all’arte (Beverfood 14.04.24)

La Yerevan Cocktail Week (YCW) sta per tornare, e quest’anno promette di essere un’apoteosi artistica come mai prima d’ora. L’evento inizierà la prima domenica di maggio, e andrà dunque in scena  dal 5 al 12 . Questo evento annuale fondato da Gegam Kazarian – Kazari’s Project e co-organizzato da Lusine Melkonyan, fondatrice della società di viaggi Next Is Armenia, riunisce i migliori bar, talentuosi barman, esperti internazionali e appassionati di cocktail per esplorare un tema unico attraverso l’arte della mixologia.

 

Dopo il successo della tematica  dello scorso anno che celebrava l’architettura, la YCW è orgogliosa di annunciare che quest’anno ruoterà intorno al affascinante mondo delle belle arti. Mentre la vivace capitale dell’Armenia abbraccia il suo ricco patrimonio artistico, la Yerevan Cocktail Week invita a intraprendere un viaggio sensoriale attraverso il regno della pittura, della scultura e della creatività.

Durante la csettimana, i bar partecipanti in tutta Yerevan creeranno cocktail signature ispirati al tema: da innovative creazioni che omaggiano opere d’arte famose a miscele d’avanguardia che riflettono movimenti artistici, ogni cocktail promette di essere un capolavoro a sé stante.

Inoltre, la Yerevan Cocktail Week funge da piattaforma per lo scambio di conoscenze e networking all’interno della comunità globale dei cocktail. Professionisti e esperti rinomati provenienti da diverse parti del mondo convergeranno a Yerevan, condividendo la loro esperienza e i loro insight con i membri dell’industria locale. Questa convergenza di talento e creatività favorisce la collaborazione, elevando gli standard della mixologia in Armenia e oltre.La Yerevan Cocktail Week non è solo una celebrazione dei cocktail; è una celebrazione dell’identità culturale di Yerevan e del suo spirito vibrante.

Per ulteriori informazioni, inclusa una lista dei bar partecipanti e degli eventi, visita il sito ufficiale su www.yerevancocktailweek.com.

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Mosca potrebbe trasferire i colloqui sul Caucaso da Ginevra in un altro Paese (Bluwin 14.04.24)

La Russia sembra voler punire la Svizzera per la sua posizione nella guerra in Ucraina. Il Cremlino sta valutando la possibilità di trasferire i colloqui sul Caucaso meridionale da Ginevra a un altro Paese, ha dichiarato la portavoce del Ministero degli Esteri russo.

«La Russia è costretta a sollevare la questione del trasferimento dei colloqui sulla regione del Nagorno-Karabakh, nel Caucaso meridionale, dalla Svizzera a un altro Paese», ha precisato oggi la portavoce del Ministero degli Esteri russo Maria Zakharova all’agenzia statale Tass.

«Abbiamo ripetutamente avvertito la Svizzera che la sua posizione irresponsabile e apertamente ostile nei confronti della Russia è contraria alla neutralità», ha aggiunto la portavoce. Zakharova ha citato la partecipazione della Svizzera alle sanzioni contro la Russia e la sua «solidarietà illimitata con il regime di Kiev».

Alla luce di ciò, la Russia si sente costretta a considerare la questione del trasferimento dei colloqui internazionali sulla sicurezza e la stabilità nel Caucaso meridionale verso un altro Paese. La Russia è favorevole a un Paese «le cui autorità non intraprendano azioni che danneggino gli interessi di nessuno dei partecipanti a questo formato negoziale».

Offensiva dello scorso autunno

La portavoce del Ministero degli Esteri russo ha spiegato che diversi altri Stati si sono già detti disposti ospitare le riunioni periodiche di discussione.

La regione del Nagorno-Karabakh all’interno dell’Azerbaigian, popolata prevalentemente da armeni, è stata per molti anni oggetto di contesa tra Baku ed Erevan. Lo scorso autunno, con una sorprendente offensiva, l’Azerbaigian ha conquistato l’enclave. La Repubblica del Nagorno-Karabakh, non riconosciuta a livello internazionale, è stata sciolta il 1° gennaio 2024. Migliaia di armeni hanno lasciato la regione.

I colloqui per la pace e la risoluzione del decennale conflitto si sono recentemente arenati. Negli ultimi anni si sono svolte a Ginevra numerose discussioni diplomatiche tra le parti in conflitto.

Va ricordato che la Confederazione si impegna da anni a favore della pace nel Caucaso meridionale. Nell’ambito del suo mandato in qualità di potenza protettrice, la Svizzera rappresenta dal 2009 gli interessi diplomatici della Georgia a Mosca e gli interessi della Russia a Tbilisi.

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La Russia vuole punire la Svizzera per il suo sostegno all’Ucraina (Tio.ch)

Solo un miracolo potrà salvare l’Armenia e gli Armeni. Venga il Papa a Yerevan! Fa tardivamente in tempo (Korazym 12.04.24)

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 12.04.2024 – Renato Farina] – Miracolosamente (uso questa parola con cognizione) mi sono apparse tra le mani due testimonianze, dopo un soprassalto di disperazione. La quale è giustificabile osservando i fatti, ma è ingiustificabile se si vede la storia com’essa in fin dei conti è: nelle mani di Dio, a cui sempre noi uomini stupidi cerchiamo di portargliela via, gettandola a terra e calpestandola.

Mi sono seduto sul bordo del lago di Sevan, ai confini orientali della Repubblica di Armenia, vicino ai villaggi dei miei antenati Molokani. Le notizie che attingo dai social e dalle lettere di miei amici Italiani sono angoscianti. Il miglior cronista è di sicuro Leone Grotti di Tempi, su Tempi.it, cui il direttore Emanuele Boffi mi ha generosamente abbonato, trovo il suo articolo del 22 marzo. Fornisce le prove introvabili altrove della determinazione attuale dell’Azerbajgian, condotto con mano rapace e insieme ricca di gas del dittatore imperialista Turco-KGB, Ilham Aliyev, di impossessarsi con il consenso silente di Russia e Occidente di tutto il territorio storico e identitario dell’Armenia. Ben più della metà fu incorporato dalla Turchia dopo che si disfece l’Impero ottomano, una piccola parte, dopo aver gustato l’indipendenza per un lasso di tempo breve, fu incapsulata nell’Unione Sovietica. Almeno però mantenendone il nome e la lingua e – seppur perseguitata – la fede vivissima del popolo minuto e di alcuni grandi preti e intellettuali.

Stalin, beffardamente, assegnò l’Artsakh, (Nagorno-Karabakh) con quattrocento monasteri e migliaia di kachkar (croci di pietra), alla Repubblica Socialista Sovietica di Azerbajgian, comandato negli anni 70-80 dalla famiglia Aliyev per conto di Breznev e del KGB. Costoro furono sconfitti, prima da un referendum e poi da una resistenza ahimè sanguinosa, e costretti a recedere dai loro disegni, finché due guerre di aggressione lo riconsegnarono alle fauci di Aliyev e del suo alleato Turco Erdoğan, con annessa la deportazione-genocidio dei 120mila Armeni di questa terra. (Lo so che l’ho già scritto, ma la realtà è ostinata. E qualcuno è bene che la ricordi).

Ora l’Azerbajgian esige la consegna di 8 villaggi nel territorio dell’Armenia. O così o la guerra totale. Il governo armeno è come seduto su un’altalena. Un giorno nega assolutamente la possibilità di questo cedimento al ricatto. Il giorno dopo si mostra possibilista nel consegnare alla sovranità azera questo o quel territorio consegnando i suoi fratelli lì abitanti alla disintegrazione dell’esodo, in nome di una constatazione realistica: perché se Baku dà guerra la sua strapotenza ci annienta e perdiamo tutto, perché nessuno muoverà un dito. È realismo, certo. Ma è realismo storico quello che applica alla geopolitica la saggezza popolare dei proverbi per cui “chi si fa agnello, il lupo lo mangia”. Oddio che speranza c’è, allora, se dovunque ci si giri, il panorama è la morte fisica da una parte e dall’altra la fine della libertà dell’identità di nazione e di comunicazione della propria fede? Accontentarsi di essere come Israele nell’Egitto dei faraoni, nutrendosi di cipolle e albicocche, che Dio ce le conservi fragranti come da nessuna parte dell’universo, ma sottoposti a giannizzeri del gran visir?

Qualcuno che tratti per noi le condizioni di una esistenza degna di uomini e donne, facendo valere il diritto essenziale invece che quello della forza sia pure avallata da giuristi con le parrucche della corruzione?

L’Occidente e in primis l’Italia, in lite con l’aggressore Putin fino alle soglie della guerra atomica, è infatti incredibilmente alleato con la Russia nell’affidare una guerra per procura al consorzio azero-turco per eliminare dalla faccia della terra l’anomalia del popolo armeno e dello Stato che ne garantisce il minimo sindacale di una sopravvivenza fisica e morale. Ne abbiamo avute fin troppe prove. Il doppio standard del governo italiano e della Commissione Europea è terrificante per ipocrisia e faccia tosta.

Eppure. Eppure, esiste qualche gesto dal basso, la responsabilità di alcuni che scuote le montagne, e io lo chiamo miracolo.

Teresa Mkhitaryan è una signora Armeno-Svizzera, che non si stanca di accorrere dai 120mila miei fratelli dell’Artsakh ora accolti a Yerevan e in altri luoghi come sfollati. Porta quello che può. È stata intervistata dalla televisione della Svizzera Italiana, e dopo aver visto i volti tristi ma luminosi di quei bambini e di quei vecchi strappati alla loro terra è sicura che “torneranno nel loro paradiso” adesso confiscato dal tiranno, ma non durerà, e invita gli altri – popoli e singoli – ad avvicinarsi fisicamente e spiritualmente a questo popolo imparando che “le cose più belle della vita non si comprano”. Sono un miracolo questi profughi estirpati dalla loro terra e però fioriti come la croce degli armeni, che presagisce sempre, con ciuffi e germogli che sbucano dal legno e dalla pietra, la resurrezione.

Il secondo miracolo? Un libriccino mi fa scoprire che gli Zingari sono parte vivente e martirizzata del genocidio armeno datato 1915. Erano tra i sette e i ventimila: sono stati soppressi dai Turchi perché non accettarono di convertirsi all’Islam. Sono anch’essi tra i santi canonizzati dalla Chiesa Apostolica Armena. A noi Armeni ci salveranno questi Zingari. Perché, se aspettiamo voi, stiamo freschi.

Il Molokano

Questo articolo è stato pubblicato sul numero di aprile 2024 di Tempi.

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Incontro dedicato all’Armenia (Il Resto del Carlino 12.04.24)

‘Il dramma e il fascino del popolo armeno’ è il titolo dell’iniziativa in programma venerdì 19 aprile alle 21 nella sala dell’oratorio San Rocco (chiesa di Valverde), di fronte alla palestra Savonarola. L’evento è organizzato dall’oratorio di San Giacomo di Imola. Protagonisti due importanti relatori: Aldo Ferrari, docente di Storia dell’Eurasia, del Caucaso e dell’Asia centrale e letteratura armena all’Università Ca’ Foscari di Venezia, dove dirige l’Osservatorio di politica e relazioni internazionali, parlerà di ‘Armenia tra passato e presente’; Pietro Kuciukian, console onorario della Repubblica d’Armenia a Milano, affronterà invece il tema ‘La ricerca dei Giusti per gli armeni’. Modera Anna Lia Guglielmi. “Perché interessarci del popolo armeno? La curiosità – spiegano gli organizzatori – ci ha spinto, sotto il silenzio universale, a capire il passato e il presente di questo piccolo popolo perseguitato”.

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Gli incerti confini tra Armenia e Azerbaigian (Asianews 12.04.24)

L’assemblea nazionale armena ha tenuto una sessione straordinaria a porte chiuse, richiesta dai partiti di opposizione, per discutere le procedure di demarcazione della frontiera nei territori contesi. Baku ora insiste sulla “restituzione” di otto villaggi nella regione di Tavowš, mentre Erevan sostiene che l’Azerbaigian abbia occupato “totalmente o in parte” 31 sue località.

Erevan (AsiaNews) – Il conflitto per il Nagorno Karabakh è ormai alle spalle da mesi, pur rimanendo in Armenia molta tensione per la gestione dei tanti profughi dell’Artsakh, ma le relazioni con l’Azerbaigian non riescono a raggiungere una vera stabilità, con continue scaramucce di frontiera, accuse reciproche di “provocazioni” e rivendicazioni di paesi, villaggi e terreni. Lo speaker del parlamento di Erevan, Alen Simonyan, ha nuovamente ribadito in questi giorni che “non si parla neanche di cedere altri territori armeni all’Azerbaigian”, rispondendo alle pretese di Baku di consegnare alcuni centri abitati.

L’assemblea nazionale armena ha tenuto quindi una sessione straordinaria a porte chiuse, richiesta dai partiti di opposizione Armenia e Ho l’onore, che rappresentano un terzo dei deputati, per discutere le procedure di delimitazione e demarcazione dei confini tra i due Paesi in eterno conflitto. Le trattative al riguardo non sono mai iniziate, ciò che ha reso finora impossibile la conclusione di qualunque accordo di pace. Il vice-premier Mger Grigoryan ha dichiarato che “finché non si risolveranno i problemi della sicurezza, della convivenza sociale, dei principi del diritto, non si potrà prendere la decisione di cominciare le trattative sulla delimitazione”.

Le opposizioni chiedevano un dibattito aperto al pubblico, ma il partito di maggioranza dell’Accordo Civile ha imposto la segretezza per questioni di “sicurezza nazionale”, obbligando i deputati a consegnare i cellulari ed escludendo dall’aula tutti coloro che non hanno accesso a informazioni segretate. La questione più spinosa riguarda la disponibilità espressa dal governo di Erevan a concedere in fase di trattative una parte della regione di Tavowš nella parte nord-orientale del Paese, che ha come capoluogo la città di Idževan, ciò che le opposizioni ritengono “una violazione delle norme internazionali e della stessa costituzione”. Secondo Baku, nella zona ci sono otto villaggi sotto il controllo armeno che vanno in realtà assegnati all’amministrazione azerbaigiana.

Come ha precisato il vice-premier azero Šakhin Mustafaev, quattro di questi villaggi (Baganis-Ajrim, Ašagy-Askipara, Khejrimly e Gyzylgadžily) “appartengono all’Azerbaigian e devono essere liberati immediatamente”, mentre per gli altri quattro (Jukhary-Askipara – in armeno Verin-Voskepar, Sofulu, Barkhdarly, Kjarki – in armeno Tigranašen) è necessaria una valutazione concordata, pur ritenendo necessaria la loro “liberazione”. Da parte armena si sostiene che l’Azerbaigian abbia occupato “totalmente o in parte” 31 villaggi armeni, e Simonyan ha dichiarato che “noi siamo pronti a restituire le enclave azerbaigiane, solo se Baku ci restituirà la nostra Artsvašen (in azero Baškend), che da sola occupa molto più territorio di tutti i paesini azeri nel nostro territorio”.

Una commissione per le delimitazioni in realtà è stata costituita a inizio marzo, guidata dai due vice-premier Grigoryan e Mustafaev, e ha tenuto sette incontri preventivi, occupandosi di precisare le normative giuridiche del processo di trattative da iniziare. Lo scorso 18 marzo il premier armeno Nikol Pašinyan ha visitato la regione di Tavowš, incontrando gli abitanti dei villaggi di Voskepar, Baganis e Kirants, comunicando loro che “la demarcazione sta passando allo stadio operativo, e dobbiamo fare di tutto perché non ricominci la guerra”. Gli abitanti della zona avevano chiesto al premier di non restituire i villaggi di frontiera all’Azerbaigian, minacciando di bloccare le strade e organizzare una difesa autonoma di tutta la regione.

Nel continuo gioco delle parti, armeni e azeri rilanciano ad ogni occasione dei nomi diversi di centri abitati, già di per sé confusi nelle varianti linguistiche, e zone di confine diversamente calcolate come estensione, tanto che la frontiera in ogni caso risulterebbe un dedalo impazzito tra monti e valli. Spesso questi luoghi e i loro nomi evocano conflitti antichi o altre memorie storiche dei due popoli, nel confine tra cristianesimo e islam e tra Europa e Asia, dove la pace è sempre stata soltanto una speranza per il futuro.

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E la festa continua! (Città nuova 12.04.24)

Di quale festa si tratta? Per scoprirlo, vedere la commedia agrodolce e speranzosa di Robert Guédiguian. In sala dall’11 aprile
Un’immagine dal film “E la festa continua!” (Foto ufficio stampa Lucky Red)

Rose è vicina alla pensione. Lavora come una matta al Pronto Soccorso di Marsiglia, caotica e bellissima “dove non piove mai”, è vedova, ha due figli, uno medico l’altro barista nel locale di famiglia nel quartiere armeno. Già, perché il gruppo è armeno e sogna di fare molti figli per rispondere al genocidio in agguato da parte dei turchi. Rose è una macchina di lavoro e di rapporti: crollano dei palazzi e lei si presenta in una lista civica antigovernativa per difendere il quartiere. È di sinistra, come il fratello Antonio, uno degli ultimi comunisti francesi, ed assiste impaziente al dissidio tra le forze sociali – socialisti, comunisti, ecologisti eccetera – che la dovrebbero appoggiare.

In mezzo a questo dinamismo, c’è la vita familiare: il figlio barista che si innamora di una attrice che fa volontariato, lei che consce un vecchio intellettuale, l’altro figlio che vuole tornare in Armenia….Insomma, la vita di una Francia non parigina, tra macronismo e lepenismo, ma che esiste sempre meno. Dove sono i veri comunisti e dove stanno i veri socialisti?

Ironico, graffiante, intelligente, il racconto svela anche le ansie personali di Rose alle soglie della pensione. Che farà? Finirà tutto? Che vecchiaia avrà? Lei si sente stanca, ma è viva e l’incontro con un suo coetaneo la fa ringiovanire, a dire che la festa della vita non finisce con la pensione. Sarà vero? Il dubbio è lecito.

È bello questo film del regista settantenne che lavora di cesello, presenta una serie di personaggi simpatici, con dialoghi brillanti mai sopra le righe, e due mattatori come Ariane Ascaride e Jean-PierreDar Roussin, al meglio della loro resa. Ma anche tutto il gruppo intorno – che è uno spaccato della Marsiglia periferica e portuale di immigrati e di volontari – è cangiante, vivace. Si brilla per fuggevoli malinconie, piccoli drammi tra innamorati, rapporti padri e figli da ricostruire (i padri sono ormai l’eterno problema del cinema e della società), frustrazioni, ambizioni e sogni. Ma anche tanta voglia di dare amore, e non solo a sé stessi. Il buono del socialismo in Francia non è morto. Da non perdere.

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