Solo un miracolo potrà salvare l’Armenia e gli Armeni. Venga il Papa a Yerevan! Fa tardivamente in tempo (Korazym 12.04.24)

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 12.04.2024 – Renato Farina] – Miracolosamente (uso questa parola con cognizione) mi sono apparse tra le mani due testimonianze, dopo un soprassalto di disperazione. La quale è giustificabile osservando i fatti, ma è ingiustificabile se si vede la storia com’essa in fin dei conti è: nelle mani di Dio, a cui sempre noi uomini stupidi cerchiamo di portargliela via, gettandola a terra e calpestandola.

Mi sono seduto sul bordo del lago di Sevan, ai confini orientali della Repubblica di Armenia, vicino ai villaggi dei miei antenati Molokani. Le notizie che attingo dai social e dalle lettere di miei amici Italiani sono angoscianti. Il miglior cronista è di sicuro Leone Grotti di Tempi, su Tempi.it, cui il direttore Emanuele Boffi mi ha generosamente abbonato, trovo il suo articolo del 22 marzo. Fornisce le prove introvabili altrove della determinazione attuale dell’Azerbajgian, condotto con mano rapace e insieme ricca di gas del dittatore imperialista Turco-KGB, Ilham Aliyev, di impossessarsi con il consenso silente di Russia e Occidente di tutto il territorio storico e identitario dell’Armenia. Ben più della metà fu incorporato dalla Turchia dopo che si disfece l’Impero ottomano, una piccola parte, dopo aver gustato l’indipendenza per un lasso di tempo breve, fu incapsulata nell’Unione Sovietica. Almeno però mantenendone il nome e la lingua e – seppur perseguitata – la fede vivissima del popolo minuto e di alcuni grandi preti e intellettuali.

Stalin, beffardamente, assegnò l’Artsakh, (Nagorno-Karabakh) con quattrocento monasteri e migliaia di kachkar (croci di pietra), alla Repubblica Socialista Sovietica di Azerbajgian, comandato negli anni 70-80 dalla famiglia Aliyev per conto di Breznev e del KGB. Costoro furono sconfitti, prima da un referendum e poi da una resistenza ahimè sanguinosa, e costretti a recedere dai loro disegni, finché due guerre di aggressione lo riconsegnarono alle fauci di Aliyev e del suo alleato Turco Erdoğan, con annessa la deportazione-genocidio dei 120mila Armeni di questa terra. (Lo so che l’ho già scritto, ma la realtà è ostinata. E qualcuno è bene che la ricordi).

Ora l’Azerbajgian esige la consegna di 8 villaggi nel territorio dell’Armenia. O così o la guerra totale. Il governo armeno è come seduto su un’altalena. Un giorno nega assolutamente la possibilità di questo cedimento al ricatto. Il giorno dopo si mostra possibilista nel consegnare alla sovranità azera questo o quel territorio consegnando i suoi fratelli lì abitanti alla disintegrazione dell’esodo, in nome di una constatazione realistica: perché se Baku dà guerra la sua strapotenza ci annienta e perdiamo tutto, perché nessuno muoverà un dito. È realismo, certo. Ma è realismo storico quello che applica alla geopolitica la saggezza popolare dei proverbi per cui “chi si fa agnello, il lupo lo mangia”. Oddio che speranza c’è, allora, se dovunque ci si giri, il panorama è la morte fisica da una parte e dall’altra la fine della libertà dell’identità di nazione e di comunicazione della propria fede? Accontentarsi di essere come Israele nell’Egitto dei faraoni, nutrendosi di cipolle e albicocche, che Dio ce le conservi fragranti come da nessuna parte dell’universo, ma sottoposti a giannizzeri del gran visir?

Qualcuno che tratti per noi le condizioni di una esistenza degna di uomini e donne, facendo valere il diritto essenziale invece che quello della forza sia pure avallata da giuristi con le parrucche della corruzione?

L’Occidente e in primis l’Italia, in lite con l’aggressore Putin fino alle soglie della guerra atomica, è infatti incredibilmente alleato con la Russia nell’affidare una guerra per procura al consorzio azero-turco per eliminare dalla faccia della terra l’anomalia del popolo armeno e dello Stato che ne garantisce il minimo sindacale di una sopravvivenza fisica e morale. Ne abbiamo avute fin troppe prove. Il doppio standard del governo italiano e della Commissione Europea è terrificante per ipocrisia e faccia tosta.

Eppure. Eppure, esiste qualche gesto dal basso, la responsabilità di alcuni che scuote le montagne, e io lo chiamo miracolo.

Teresa Mkhitaryan è una signora Armeno-Svizzera, che non si stanca di accorrere dai 120mila miei fratelli dell’Artsakh ora accolti a Yerevan e in altri luoghi come sfollati. Porta quello che può. È stata intervistata dalla televisione della Svizzera Italiana, e dopo aver visto i volti tristi ma luminosi di quei bambini e di quei vecchi strappati alla loro terra è sicura che “torneranno nel loro paradiso” adesso confiscato dal tiranno, ma non durerà, e invita gli altri – popoli e singoli – ad avvicinarsi fisicamente e spiritualmente a questo popolo imparando che “le cose più belle della vita non si comprano”. Sono un miracolo questi profughi estirpati dalla loro terra e però fioriti come la croce degli armeni, che presagisce sempre, con ciuffi e germogli che sbucano dal legno e dalla pietra, la resurrezione.

Il secondo miracolo? Un libriccino mi fa scoprire che gli Zingari sono parte vivente e martirizzata del genocidio armeno datato 1915. Erano tra i sette e i ventimila: sono stati soppressi dai Turchi perché non accettarono di convertirsi all’Islam. Sono anch’essi tra i santi canonizzati dalla Chiesa Apostolica Armena. A noi Armeni ci salveranno questi Zingari. Perché, se aspettiamo voi, stiamo freschi.

Il Molokano

Questo articolo è stato pubblicato sul numero di aprile 2024 di Tempi.

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