Chi è Henrikh Mkhitaryan? Il profilo, valore di mercato e dove ha giocato prima dell’Inter (Dazn.com 07.02.24)

l centrocampista armeno, arrivato a zero dalla Roma, è il più esperto della mediana nerazzurra. Caratteristiche tecniche e squadre in cui ha giocato.

Tra i centrocampisti a disposizione dell’Inter che sta guidando la  Serie A TIM  c’è anche  Henrikh Mkhitaryan  il giocatore in mediana con la maggior esperienza internazionale e a dirlo non è solo l’età, ma anche il Palmarès dell’armeno.

Ma chi è Henrikh Mkhitaryan? Andiamo a scoprire tutto quello che c’è da sapere sul centrocampista armeno.

Henrikh Mkhitaryan, la carriera

Mkhitaryan con la maglia dello ShakhtarGetty

Le esperienze in Armenia e Ucraina e il Dortmund

Mkhitaryan diventa subito protagonista in Armenia: con il Pyunik realizza 35 gol in 89 partite vincendo quattro titoli consecutivi. Ben presto si dimostra un giocatore di caratura superiore e si trasferisce in un campionato più prestigioso: quello ucraino.

Prima al Metalurh , poi allo Shakhtar , Mkhitaryan si afferma come uno dei migliori calciatori del campionato (ne vince tre), tanto da attirare una squadra da sempre attenta ai giovani all’estero: il Borussia Dortmund reduce dalla finale di Champions League.

In Bundesliga , i gialloneri non riescono ad interrompere il dominio del Bayern , ma riescono comunque a vincere due Supercoppe di Germania. Poi, nel 2016, la grande occasione: arriva la chiamata dalla Premier League  e dal Manchester United.

Mkhitaryan esulta dopo il gol in finale di Europa LeagueGetty

La Premier League: lo United e l’Arsenal

Agli ordini di José Mourinho, Mkhitaryan diventa uno dei principali artefici dell’ultimo titolo europeo ottenuto dai Red Devils: l’Europa League 2016/2017 e con tanto di gol in finale contro l’Ajax.  Arrivano poi anche Community Shield e Carabao Cup : sarà tuttavia la migliore stagione per lui e lo United, che poi non sarà mai in lotta per la Premier.

Così, nel 2018/2019 , si trasferisce all’Arsenal ma, anche in quel caso, non riuscirà a contendere la Premier alle big: il City e il Liverpool . Così, nel 2019, saluta l’Inghilterra per approdare in Serie A TIM: alla Roma.

Henrikh Mkhitaryan, Roma, Serie A 2021-2022, DAZN Italia

La Serie A: la Roma e il passaggio a zero all’Inter

In giallorosso, Mkhitaryan gioca per ben tre stagioni, contribuendo a far tornare la Roma ad alti livelli in Italia e in Europa. Nel 2021/2022, ultima stagione nella Capitale, vince ancora insieme a José Mourinho la sua seconda coppa europea: la Conference League vinta contro il Feyenoord.

Infine, a parametro zero, si libera dai giallorossi e passa all’Inter, dove vince nel 2022/2023 la Supercoppa Italiana (poi sollevata anche nel 2024 a Riyadh), la Coppa Italia e raggiunge la finale di Champions League persa contro il City .

Nel 2023/2024, gioca una delle migliori partite in nerazzurro: il Derby vinto 5-1 contro il Milan, match nel quale l’armeno realizza una doppietta .

Fiorentina Inter MkhitaryanGetty

La carriera nell’Armenia

Mkhitaryan è uno dei membri fissi dell’Armenia oltre che uno dei giocatori più rappresentativi. Dalla prima convocazione nel lontano 2007 , il centrocampista ha totalizzato 95 presenze e messo a segno 32 reti , risultando il miglior marcatore della storia della Nazionale e il secondo per partite disputate. La sua Armenia, però, non prende parte né ai Mondiali né agli Europei.

I numeri della carriera di Henrikh Mkhitaryan e le squadre in cui ha giocato

Squadra Stagioni Presenze Gol
Pyunik 2006-2009 89 35
Metalurh Donetsk 2009-2010 45 17
Shakhtar Donetsk 2010-2013 106 44
Borussia Dortmund 2013-2016 140 41
Manchester United 2016-gennaio 2018 63 13
Arsenal gennaio 2018-agosto 2019 59 9
Roma agosto 2019-2022 117 29
Inter 2022-in corso 79 7
Armenia 2007-in corso 95 32

Il valore di mercato di Henrikh Mkhitaryan

Secondo i dati di Transfermarkt, la valutazione di Henrikh Mkhitaryan si aggira sui 6  milioni di euro.

Le caratteristiche tecniche

Mkhitaryan è un centrocampista che, nel corso della sua lunga carriera, è però riuscito anche a ricoprire diversi ruoli: da quello di ala al trequartista, dimostrandosi un vero e proprio jolly in mediana.

L’armeno è in grado tanto di inserirsi quanto di far circolare la palla, proponendosi come un’ottima mezzala nell’Inter di Inzaghi.

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Nell’Azerbaijan alle urne: il regno degli Aliyev cavalca la pace in Karabakh (Repubblica e altri 07.02.24)

BAKU — «Voterò per Ilham Aliyev, per chi se no?». Shain Hamidov, il volto coriaceo segnato dalle rughe a dispetto dei suoi 52 anni, sorride alla retorica domanda sulle presidenziali anticipate indette oggi in Azerbaijan. Dopo la sconfitta dei separatisti armeni del Karabakh nella guerra di 44 giorni del 2020 e nella fulminea offensiva di 24 ore dello scorso settembre, nessuno dubita che “Aliyev il Vittorioso” — come lo ha soprannominato la stampa locale — conquisterà un quinto mandato. «Anche mio figlio ha combattuto per liberare i territori occupati. Aliyev ci ha restituito le nostre terre. Ha riportato la pace dopo trent’anni di conflitto», continua il venditore di tappeti e souvenir mentre spazzola una papakha, il tradizionale copricapo caucasico di pelle di pecora, sull’uscio del suo negozio nella Città Vecchia fortificata.

Alle sue spalle, oltre alle antiche mura color miele, svettano le sinuose Torri di Fiamma, i tre iconici grattacieli della capitale azera affacciata sul Mar Caspio, simbolo delle ricchezze naturali valse al Paese il soprannome di Terra del fuoco. Tutta Baku è un innesto. Tra Vecchio e Nuovo Mondo. Tra Asia ed Europa. Una stratificazione di antiche vestigia persiane, facciate neoclassiche, palazzoni sovietici e architetture avveniristiche innaffiate dai petrodollari.

Nel centro cittadino non c’è vetrina dove non sia affisso un grande poster che ricorda che «il 7 febbraio è il giorno delle presidenziali». Non ci sono nomi. Non serve. Da oltre mezzo secolo c’è una sola famiglia al potere: gli Aliyev. Nel 1969 l’allora capo del Kgb locale Heydar prese il potere in quella che era ancora una Repubblica sovietica. E alla sua morte nel 2003 subentrò il figlio Ilham, oggi 62enne, rieletto l’ultima volta nel 2018 con l’86% delle preferenze (sotto al record dell’89% del 2008).

Il voto di oggi, avverte però Anar Mammadli, 45 anni, a capo del Centro di studio per il monitoraggio elettorale e la democrazia (Emds), è «il meno competitivo nella storia dell’Azerbaijan», anche perché è stato indetto con 40 mesi di anticipo. «L’opposizione reale lo boicotta perché non era realistico preparare una campagna elettorale in due mesi. I sei rivali non hanno fatto che tessere le lodi di Aliyev o persino invitare a votare per lui. Decine di giornalisti indipendenti e attivisti sono stati arrestati. Le libertà non sono garantite», spiega Mammadli, egli stesso un ex prigioniero politico insignito del Premio Václav Havel per i diritti umani.

A partire dal 2014 «lo spazio per la discussione politica si è progressivamente ridotto», conferma Zohrab Ismayil, capo e fondatore delle Ong “Open Azerbaijan” e “Associazione pubblica di assistenza alla libera economia”. «Il governo controlla tutto: la politica, la magistratura, i media, l’economia. Ma non vuole correre rischi». Da qui gli stratagemmi per promuovere l’affluenza. «Dal 24 gennaio non c’è giorno in cui non abbia ricevuto un sms della Commissione elettorale con inviti a “usare il diritto di voto”», si lamenta il 31enne Cavanshir Mammadov che però non andrà alle urne. «La politica non mi interessa. Tanto non c’è speranza che cambi qualcosa».

Finora l’unica sorpresa delle presidenziali è che siano state indette. Il voto era programmato nel 2025, ma lo scorso dicembre Aliyev ha annunciato che sarebbe stato anticipato e il 10 gennaio in un’intervista ha spiegato perché: coronare con il voto, il primo nel Karabakh, l’inizio di una «nuova era» e il «ripristino dell’integrità territoriale» del Paese e celebrare così i suoi 20 anni al potere. L’obiettivo, secondo molti analisti, è proprio capitalizzare la vittoria dello scorso autunno, spalleggiata da Turchia e Russia, che ha portato la sua popolarità al culmine, anche tra i più giovani.

Il consenso è genuino. Dai ventenni Elmir Jafarov e Tenzar Amirova al loro primo voto che gironzolano tra i vivaci café della Piazza delle Fontane alla madre trentenne Aidan Abdullaeva che spinge un passeggino sul Bulvar fronte Caspio, nessuno ha dubbi: «Voterò Aliyev. Ha portato la pace». Soltanto una cinquantenne protesta dietro anonimato: «Non c’è libertà di parola. Non conta il merito, conta avere soldi. E i governanti li tengono per sé». Il rischio, sostiene Farid Mehralizada, economista 29enne, cofondatore del think tank Agora Analitik Kollektiv, è proprio questo: che l’euforia della vittoria nel Karabakh non distragga a lungo dall’economia stagnante. «Il Pil è aumentato soltanto dell’1,1% nel 2023, sotto le previsioni statali del 2.7%», spiega. «E benché quest’anno ospiteremo la Conferenza Onu sul Clima, oltre la metà di questo Pil dipende ancora dagli idrocarburi. Ma la produzione petrolifera è diminuita del 30% in dieci anni, tendenza che continuerà».

Finora, coi petrodollari, Aliyev è riuscito a lustrare l’immagine del Paese con gli European Games 2015, gli Europei di calcio 2020, i Gran Premi di F1, ma soprattutto a tessere preziose partnership energetiche con la Ue, come il gasdotto Tap che porta all’Italia. «E ora che la Russia è sanzionata a causa del conflitto in Ucraina, punta a raddoppiare le esportazioni di petrolio verso l’Europa». Secondo Ismayil, il legame con la Ue è una garanzia per la società civile. «Non diventeremo il Turkmenistan. Ma è anche vero che l’Occidente spesso chiude gli occhi perché teme di spingere il Paese nella sfera d’influenza di Russia o Turchia. Ma se Mosca perdesse in Ucraina, forse c’è speranza che qualcosa cambi».

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Elezioni presidenziali in Azerbaijan, verso riconferma per la “dinastia” degli Aliyev (Skytg24)


Azerbaigian al voto, vittoria scontata del presidente Aliyev (Euronews)


Elezioni presidenziali Azerbaigian: agli exit poll Aliyev stravince con oltre il 90% (Euronews)


Azerbaigian: urne aperte per le elezioni presidenziali, Aliyev vota nel Nagorno Karabakh (Rainews)


Il paradosso delle elezioni in Azerbaijan (Liberioltreleillusioni)


Elezioni presidenziali anticipate in Azerbaigian (Rsi)

Giochi pericolosi: l’Armenia e l’Ue (di Mattia Bagnoli) (Ansa 06.02.24)

>>La cenerentola del Caucaso cerca la pace con l’Azerbaigian, guarda a Occidente e si smarca da Mosca.

Memorandum Armenia e Ungheria di cooperazione nel campo della cultura, istruzione e scienza (Agenpress 06 02.24)

AgenPress – Nell’ambito della visita ufficiale del Presidente della Repubblica armena Vahagn Khachaturyan in Ungheria è stato firmato un memorandum sulla cooperazione tra i due paesi nei settori della cultura, dell’istruzione e della scienza.

Secondo il servizio stampa del Ministero dell’Istruzione, della Scienza, della Cultura e dello Sport della Repubblica di Armenia, il memorandum è stato firmato dal Vice Ministro armeno dell’Istruzione, della Scienza, della Cultura e dello Sport Artur Martirosyan e dal Segretario di Stato ungherese per l’Innovazione e l’Istruzione Superiore Balázs Hankó.

Secondo la fonte, alla cerimonia della firma del memorandum era presente anche il presidente ungherese Katalin Novák.

Secondo il memorandum, le parti coopereranno nel quadro dei programmi finanziati dalle organizzazioni internazionali (UNESCO, OCSE, Itinerari Culturali del Consiglio d’Europa e Cooperazione Economica del Mar Nero (BSEC)) e dall’Unione Europea per promuovere attività culturali, educative e cooperazione nella ricerca tra Armenia e Ungheria.

Ciò include l’attuazione di programmi culturali, educativi e di ricerca congiunti attraverso la creazione di nuove piattaforme per lo scambio di esperienze.

NAGORNO KARABAKH. L’ASCIA DEL DITTATORE AFFILATA DALLA TURCHIA E ISRAELE (Notizie Geopolitiche 06.02.24)

di Grigor Ghazaryan –

Qualche giorno fa il presidente azero Ilham Aliyev ha ricevuto un’ascia da Hulusi Akar, presidente della Commissione di Difesa nazionale del Parlamento ed ex ministro della Turchia. Nel contesto delle nuove minacce all’Armenia da parte dei due stati neo-ottomanisti, questo oggetto appare come simbolo guerrafondaio che chiama alla “decapitazione” della democrazia armena dell’Artsakh (Nagorno Karabakh), realizzata tra l’altro mediante uccisioni (in molti casi extra-giudiziarie) di armeni durante la guerra del 2020; allo stesso tempo, quel simbolo fa ritornare ai capitoli precedenti della storia turca-ottomana fatti di terrore antiarmeno, di aggressioni e conquiste delle terre dell’Armenia storica, a partire dagli anni del primo genocidio del 20mp e fino alla legalizzazione e glorificazione dei crimini contro gli armeni già nel 21mo secolo. Quest’ultimo capitolo è stato ufficialmente inaugurato in Azerbaijan con il caso del militare Ramil Safarov, il quale, avendo assassinato con un’ascia il pari grado armeno Gurgen Margaryan durante un corso del programma “Partenariato per la pace” della Nato nel 2004, venne condannato a Budapest, e in seguito all’estradizione ricevette in patria diverse onorificenze e venne proclamato perfino “eroe nazionale dell’Azerbaigian”.
Chi sta dietro all’imminente “rielezione”?
Nel paese autocratico, il quale si è guadagnato il titolo di “partner affidabile” dell’Ue amministrando il transito del gas russo verso i paesi europei, si attende ora la ri-elezione di Aliyev. Lo sostengono anche gli altri “candidati” dedicando le risorse della loro campagna alla glorificazione unanime del presidente in carica: uno spettacolo rarissimo nella storia delle elezioni presidenziali. Nel frattempo il regime del dittatore petrolifero fa scomparire qualsiasi oppositore. Così è scomparso recentemente l’attivista e blogger Arzu Sayadoğlu, in seguito all’arresto di Aziz Orujov, caporedattore di Kanal 13 Television, e di un attivista religioso, Murad Abdullayev.
Va ricordato qui uno degli ultimi post sulla pagina FB di Sayadoğlu, pubblicato pochi giorni prima della sua scomparsa, nel quale il rappresentante del “Movimento di Servizio al Popolo” porge le condoglianze alle famiglie iraniane in lutto a seguito del “sanguinoso terrorismo commesso nella Repubblica Islamica dell’Iran” che lasciò 211 morti; condanna l’atto atroce contro persone innocenti e ogni forma di terrorismo, chiede all’opposizione e al governo dell’Azerbaigian “di rivelare il loro rapporto con il sanguinoso atto di terrorismo commesso e di esprimere una posizione libera” e, tra l’altro, esprime un forte “rifiuto del sionismo” che egli definisce come “assassino dell’umanità”.
È nota la collaborazione strategica tra Israele ed Azerbaijan, i quali condividono una linea geopolitica contro l’Iran. Al presente Baku sostiene l’offensiva militare israeliana e le conseguenti brutalità commesse a Gaza, ripagando “moralmente” il massiccio sostegno tecnologico-militare ottenuto da Israele per l’attacco alla popolazione armena dell’Artsakh. Secondo l’opinione degli esperti, citata da Armen Gevorgyan, membro della delegazione RA presso l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa (APCE), “la decisione di Ilham Aliyev di risolvere le divergenze con l’Armenia non diplomaticamente ma mediante la guerra è stata determinata dal fatto che le aziende israeliane avevano accettato di vendergli le ultime tecnologie militari. Secondo fonti aperte, nel 2016-2020, poco prima dell’inizio della guerra dei 44 giorni nel Nagorno Karabakh, Israele fornisce quasi il 70% delle “armi principali” dell’Azerbaigian”.

Verso una nuova guerra?
La settimana scorsa l’Azerbaigian è stato espulso dall’APCE per la sua incapacità di condurre elezioni libere ed eque, la mancanza di separazione dei poteri, la debolezza del suo corpo legislativo rispetto all’esecutivo, la mancanza d’indipendenza della magistratura e di rispetto dei diritti umani, e per “non avere riconosciuto le gravi conseguenze sul piano umanitario e sui diritti umani derivanti dalla mancanza di un accesso libero e sicuro attraverso il corridoio di Lachin”, per cui l’Assemblea ha ricordato la sua “condanna dell’operazione militare del settembre 2023 che ha portato alla fuga dell’intera popolazione armena del Nagorno-Karabakh all’Armenia e alle accuse di “pulizia etnica””.

Sempre nuove minacce.
Nel frattempo Baku ha respinto le proposte del primo ministro armeno Pashinyan di istituire un meccanismo di controllo reciproco degli armamenti e un patto di non aggressione. E’ naturale che dopo l’occupazione dell’Artsakh, gli aggressori neo-ottomanisti stiano cercando una nuova scusa per riaprire le pagine delle violenze e strappare nuovi territori mediante un’altra guerra contro l’Armenia. Tanto l’uso della forza è ormai il metodo instaurato da diversi aggressori del mondo moderno e basta seguire le vicende tra Israele e Palestina e utilizzare l’“antiterrorismo” come etichetta/pretesto per legittimare la nuova aggressione, come hanno fatto prima della pulizia etnica del Nagorno Karabakh (Artsakh), attaccando lo stato autoproclamato e strappando tutto il territorio alla sua popolazione autoctona.
È così che viene estesa la copertura geopolitica della Turchia: attraverso l’Azerbaijan, giovane dittatura dei tartari del Caspio che ha già inghiottito l’Artsakh armeno e ora pone nuove richieste minacciose: “che l’Armenia cambi la propria costituzione”, cercando così di dettare le regole allo stato democratico dell’Armenia. Nello specifico chiede all’Armenia di cancellare da tutti i documenti ufficiali la menzione dell’Artsakh e dei diritti del rimpatrio degli sfollati armeni. Allo stesso tempo le autorità azere hanno avviato una massiccia campagna sulle piattaforme social presentando tutto il territorio e il patrimonio culturale dell’Armenia come “non armeno”, un revisionismo che attribuisce l’intero patrimonio storico-ulturale armeno ad altri popoli.

Continua il genocidio culturale e damnatio memoriae.
Non considerando il dolore degli armeni per la perdita dell’Armenia storica, che a seguito del genocidio del 1915 è stata denominata “Armenia occidentale”, ora gli azeri, si sono inventati in modo speculare il termine “Azerbaigian occidentale” pretendendo che l’intero territorio e il patrimonio culturale dell’Armenia siano turco-azere e siano appartenute ad un immaginario “Azerbaijan” identificabile con Aghwank o Aluank (Albania), il quale però era un paese confinante, i territori del quale non si estendevano a quelli dell’Artsakh e dell’Armenia.
Allo stesso tempo Baku blocca l’accesso delle organizzazioni internazionali al territorio occupato dell’Artsakh, mentre il Ministero della cultura ha ricevuto l’ordine di cancellare ogni testimonianza della presenza millenaria degli armeni sul territorio del Karabakh. La lingua armena ne è un segno vivo e onnipresente, ecco perché nella situazione attuale sono in grave pericolo, prima di tutto le antiche iscrizioni armene presenti su oltre 4mila monumenti nell’Artsakh.

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A Castellanza il fotoreportage “Storie di popoli e persone” (Varesenews 05.02.24)

Domenica 11 febbraio 2024 alle ore 17 ci sarà l’inaugurazione delle mostre fotografiche “Storie di popoli e persone” nelle sale espositive Villa Pomini di Castellanza. Sarà un’esposizione fotografica con lo scopo di approfondire temi di attualità attraverso varie forme di espressione artistica. L’iniziativa si terrà dall’11 febbraio al 3 marzo 2024. Durante l’inaugurazione sarà possibile incontrare gli autori e partecipare ad una visita guidata. Si potrà ricevere in omaggio un libro fotografico della collana Afi dopo essersi registrati.

Le mostre:

Roberto Travan – Nagorno Karabakh, la pace tradita
Progetto di Roberto Travan, giornalista professionista, iniziato nel 2016 nel quale racconta la storia di Nagorno Karabakh, paese nel Caucaso meridionale, in constante conflitto.

Reza Kathir e Giovanni Mereghetti – Iran, oltre il velo
Kathir e Mereghetti, autori e fotografi, si concentrano sulla figura della donna musulmana e la sua relazione con la religione attraverso l’utilizzo del velo.

Ugo Panella – Ucraina, dalla parte dei bambini
Ugo Panella, fotogiornalista, parla delle vite dei bambini che vivono in Ucraina durante il conflitto, in particolare i bambini che hanno bisogno di attenzioni mediche ma che fanno fatica a riceverle.

Camilla Albertini – Donne e motori. Gioie e basta
Camilla Albertini, fotografa e videomaker, parla degli stereotipi sulle donne, in particolare quelli che le collegano al mondo delle automobili in modo da poter superare questa cultura discriminatoria.

INFORMAZIONI E CONTATTI

Luogo: Villa Pomini – Via Don Luigi Testori, 14 – Castellanza (VA)
Periodo espositivo: 11 febbraio – 3 marzo 2024
Inaugurazione e visita guidata alle mostre: domenica 11/02/24 ore 17
Orari visita: sabato 15-18,30 / domenica 10-12 – 15-18,30
Ingresso Libero
Organizzazione: Archivio Fotografico Italiano
Curatore: Claudio Argentiero /Afi
Contatti e informazioni: e-mail afi.fotoarchivio@gmail.com
sms 3475902640 – Whatsapp 333 3718539

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Siria: «La situazione è intollerabile» (ACS 05.02.24)

Magar Ashkarian, vescovo armeno ortodosso di Aleppo, Siria, ha invocato la fine delle sanzioni imposte alla nazione, affermando che «la maggior parte delle persone sta lasciando il Paese in risposta alle sanzioni, che pongono – soprattutto alle minoranze come i cristiani – le sfide più grandi». Tra le maggiori preoccupazioni, ha elencato l’attuale carenza di energia elettrica e gas e il gran numero di persone senza lavoro. «Il futuro è cupo, non sappiamo cosa faremo», ha affermato il vescovo in un colloquio con Aiuto alla Chiesa che Soffre. Attualmente la comunità armena ortodossa sta cercando di trovare alloggi a costi  accessibili per le giovani coppie e assicurare loro sostegno finanziario per incoraggiarle a restare.

Il vescovo è a capo della comunità armeno-ortodossa di Aleppo dal 2022, e precedentemente ha prestato servizio, tra gli altri Paesi, in Libano e Iran. Ha lanciato un appello alla comunità internazionale «affinché compia ogni sforzo, morale e finanziario, per contribuire a rafforzare la presenza dei cristiani in Medio Oriente, e in Siria in particolare», definendo la situazione «intollerabile». Il terremoto del 6 febbraio 2023, che ha colpito sia la Turchia sia alcune parti della Siria, ha peggiorato la situazione umanitaria.

Il prelato ritiene che la continua migrazione dei cristiani porrà alla regione ulteriori problemi. «Per proteggere i valori cristiani, i fedeli devono rimanere qui in Medio Oriente, dove tali valori sono più profondamente apprezzati. Nel mondo occidentale, con il suo secolarismo e la sua globalizzazione, la corrente sta spazzando via tutto». Il vescovo ha ringraziato organizzazioni come ACS per aver lasciato «finestre e porte aperte» per aiutare il popolo siriano. Ashkarian ha affermato che la guerra civile iniziata nel 2011 e la successiva, continua crisi hanno riavvicinato le confessioni cristiane precedentemente spesso distanti: «Viviamo insieme in un rapporto molto stretto e cerchiamo di aiutare senza alcuna discriminazione». Secondo il vescovo, solo ad Aleppo vivono undici confessioni cristiane, i cui rappresentanti si sono riuniti per coordinare le misure di aiuto: «La guerra, e il terremoto in particolare, ci hanno avvicinati gli uni agli altri. Le organizzazioni, inclusa ACS, hanno svolto un ruolo determinante in questo contesto». Ad Aleppo, ha aggiunto, di ecumenismo non si parla, «qui lo mettiamo in pratica».

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Aleppo, un anno dopo il sisma la vera sfida è costruire speranza (Avvenire)

Armenia-Azerbaijan, negoziati al rallentatore (Osservatorio Balcani e Caucaso 05.02.24)

Continuano in modo anemico e controverso i tentativi di Armenia ed Azerbaijan di normalizzare i propri rapporti bilaterali dopo la conquista azera del Nagorno Karabakh. Un processo che potrebbe portare Yerevan a cambiare la propria costituzione

05/02/2024 –  Onnik James Krikorian

Se da un lato ancora non si intravede alcun accordo sulla normalizzazione delle relazioni tra Armenia e Azerbaijan che, come annunciato in precedenza, avrebbe dovuto essere raggiunto entro la fine dello scorso anno, dall’altro i colloqui tra Yerevan e Baku sono ripresi a fine gennaio con un nuovo incontro delle rispettive commissioni di frontiera.

L’ultimo incontro si era tenuto a fine novembre 2023 al confine tra i due paesi. Tuttavia, a differenza dei precedenti incontri delle due commissioni, le dichiarazioni rilasciate a seguito dei colloqui dello scorso novembre non hanno fornito dettagli sulle questioni discusse, né tanto meno hanno accennato ad una data in cui le commissioni si sarebbero nuovamente incontrate.

Al momento, la demarcazione dei confini e lo sblocco dei collegamenti economici e di trasporto sono considerati il principale ostacolo al raggiungimento di un accordo. Se una delle poche dichiarazioni congiunte, recentemente rilasciata da Armenia e Azerbaijan, ha aperto uno spiraglio di speranza, i due ministri degli Esteri devono ancora incontrarsi, visto che Baku aveva annullato i colloqui che si sarebbero dovuti tenere a Washington lo scorso 20 novembre. L’Armenia è ancora favorevole ai negoziati ospitati dagli Stati Uniti o dall’Unione europea, mentre l’Azerbaijan ritiene che gli incontri, rigorosamente bilaterali, debbano svolgersi nella regione.

Nel frattempo, in occasione dello scambio di bozze di un accordo tra le parti, l’Armenia ha accusato l’Azerbaijan di “regressione”. Baku ha replicato accusando Yerevan di rallentare il processo negoziale e di temporeggiare. Intanto, Baku ha cambiato la sua posizione sul ripristino di una via di collegamento ferroviario e stradale tra l’Azerbaijan e la sua exclave di Nakhchivan.

Nell’ottobre dello scorso anno le autorità di Baku avevano annunciato che la rotta poteva passare attraverso l’Iran, poi però all’inizio di gennaio hanno chiesto nuovamente che attraversasse l’Armenia, come inizialmente previsto.

Alcuni funzionari armeni continuano ad accusare l’Azerbaijan di voler tracciare la strada ricorrendo alla forza se la questione non dovesse essere risolta attraverso i negoziati. Accuse che sono bastate a spingere Josep Borrell, Alto rappresentante dell’UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza, a mettere in guardia sulle “gravi conseguenze” di un’eventuale incursione militare.

Borrell ha anche sollecitato l’Azerbaijan a sedersi nuovamente al tavolo dei negoziati facilitati dall’UE, ai quali Baku aveva rifiutato di partecipare nell’ottobre dello scorso anno. Allo stesso tempo, la Russia ha invitato Yerevan a riprendere i negoziati mediati da Mosca.

Se alcuni ministri del governo di Yerevan sembrano pessimisti riguardo alla possibilità di raggiungere un accordo di pace duraturo con l’Azerbaijan, il premier armeno Nikol Pashinyan lo scorso 17 gennaio ha affermato di essere ancora ottimista al riguardo. Poi però, lo scorso 28 gennaio, in occasione della Giornata dell’Esercito armeno, Pashinyan ha annunciato che, nel caso in cui la firma di un accordo di pace definitivo dovesse essere ulteriormente rimandata, l’Armenia sarebbe disposta a siglare con l’Azerbaijan un patto di non aggressione e di controllo degli armamenti.

Una proposta prontamente respinta dal presidente azerbaijano Ilham Aliyev, il quale lo scorso primo febbraio ha dichiarato che c’è “già una pace di fatto tra Azerbaijan e Armenia e da diversi mesi ormai le condizioni pacifiche prevalgono al confine tra i due paesi”. Aliyev ha poi aggiunto che “per poter portare questo processo ad una sua logica conclusione, è necessario firmare un trattato di pace e porre fine alle pretese territoriali dell’Armenia contro l’Azerbaijan”.

C’è chi, in Armenia, nelle affermazioni di Aliyev vede il motivo per cui Pashinyan ha dichiarato che l’Armenia ha bisogno di una nuova Costituzione. Baku infatti con sempre maggiore insistenza chiede garanzie che Yerevan non avrà più alcuna pretesa territoriale, considerando il controverso preambolo dell’attuale Costituzione armena in cui si fa riferimento alla Dichiarazione di indipendenza del 1990. In quest’ultima si parla delle rivendicazioni territoriali sul Karabakh e persino sulla Turchia, questione su cui Pashinyan si è soffermato in una sua dichiarazione dello scorso agosto.

“Una narrativa aggressiva [ha] relegato l’Armenia ad una situazione di conflitto con i suoi vicini”, ha dichiarato Pashinyan, sollevando anche la questione della simbologia dello stemma nazionale armeno che include il monte Ararat, diventato un simbolo armeno, seppur situato nella vicina Turchia.

Il governo di Yerevan ha respinto le speculazioni secondo cui il discorso su una possibile modifica della Costituzione sarebbe conseguenza delle pressioni esercitate dall’Azerbaijan e forse anche dalla Turchia. I funzionari armeni però non negano che sia stata Baku a sollevare la questione della Costituzione armena, una questione che probabilmente dovrà essere affrontata. Alcune modifiche costituzionali erano già previste dopo l’ascesa di Pashinyan al potere con le proteste di piazza del 2018, poi però sono state rinviate a causa della pandemia di coronavirus nel 2020.

Costretto a fare i conti con un costante calo di popolarità dopo la guerra con l’Azerbaijan del 2020, recentemente Pashinyan ha affermato che una nuova Costituzione dovrebbe permettere di formare governi di minoranza. Affermazione che ha spinto alcuni ad ipotizzare che un referendum possa consentire a Pashinyan di mantenere la carica di primo ministro anche dopo le elezioni previste per il 2026. Secondo alcuni analisti, il magro risultato ottenuto dal suo movimento Civil Contract alle amministrative a Yerevan dello scorso anno ha scosso la fiducia di Pashinyan nella possibilità di conquistare una vittoria assoluta.

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Dopo la guerra del Karabakh, il presidente dell’Azerbaigian Aliyev pronto per assicurarsi un quinto mandato (Euroactiv 05.02.24)

Mercoledì (7 febbraio) l’Azerbaigian terrà le elezioni anticipate per la leadership, con il presidente Ilham Aliyev pronto ad assicurarsi un quinto mandato sull’onda di popolarità alimentata dalla schiacciante vittoria del suo esercito sui separatisti armeni del Nagorno-Karabakh.

Definendo la vittoria “un evento epocale senza precedenti nella storia dell’Azerbaigian”, Aliyev ha dichiarato il mese scorso che per la prima volta nel paese si terranno le elezioni presidenziali su tutto il suo territorio.

“Le elezioni segneranno l’inizio di una nuova era” per il Paese, ha affermato.

L’operazione lampo ha visto l’intera popolazione di etnia armena, composta da oltre 100.000 persone, fuggire in Armenia.

Aliyev ha risposto alle critiche occidentali con una retorica rabbiosa, e lo scorso autunno ha snobbato i colloqui di pace con l’Armenia a cui avrebbero dovuto partecipare leader tedeschi e francesi.

Giovedì ha accusato la Francia di “aggiungere benzina sul fuoco” nella instabile regione del Caucaso perseguendo una “politica anti-azerbaigiana”.

Il presidente Aliyev ha anche minacciato di ritirarsi dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, l’organo di controllo dei diritti del Consiglio d’Europa, dopo aver rifiutato di invitare i suoi osservatori a monitorare le elezioni di mercoledì.

Il voto, che Aliyev ha annunciato un anno prima del previsto, è stato boicottato dai principali partiti di opposizione della nazione ricca di petrolio.

“Nel Paese non ci sono le condizioni per lo svolgimento di elezioni libere ed eque”, ha affermato Ali Kerimli, leader del partito di opposizione Fronte Nazionale.

I sostenitori hanno elogiato Aliyev per aver trasformato una repubblica, una volta considerata un luogo arretrato frutto del crollo dell’Unione sovietica, in un fiorente fornitore di energia per l’Europa.

L’Azerbaigian accusa la Francia: “Se invia armi sarà responsabile di un conflitto con l’Armenia”

Il presidente dell’Azerbaigian, Ilham Aliyev, ha criticato con forza l’Unione europea e ha avvertito che la decisione della Francia di inviare aiuti militari all’Armenia potrebbe scatenare un nuovo conflitto nel Caucaso meridionale dopo l’offensiva lanciata da Baku il mese scorso.
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Un esercizio futile

D’altro canto, i critici accusano Aliyev di aver schiacciato l’opposizione e soffocato i media indipendenti.

“Nel Paese tutti i diritti fondamentali vengono violati, i partiti di opposizione non possono funzionare normalmente, la libertà di riunione è limitata, i media sono sotto la pressione del governo e il dissenso politico viene represso”, ha detto Kerimli.

L’analista indipendente Najmin Kamilsoy ha affermato che il clima elettorale in Azerbaigian è stato caratterizzato da una “colossale asimmetria a favore di Aliyev, unita all’eliminazione di tutti i potenziali oppositori mediante la repressione”.

“C’è una totale assenza di concorrenza – una situazione di stallo prolungato”, ha detto.

Negli ultimi mesi, le autorità di Baku hanno intensificato la repressione nei confronti dei media indipendenti, arrestando diversi giornalisti critici che hanno denunciato corruzione ad alti livelli.

“L’intenzione è molto chiara. Non vogliono voci di opposizione”, ha detto Giorgi Gogia, direttore associato di Human Rights Watch per il Caucaso.

Gocia ha definito le prossime elezioni “un esercizio futile” con un risultato prevedibile poiché “non esiste una sfida legittima o praticabile da parte dell’opposizione alla leadership del presidente Aliyev”.

Aliyev, 62 anni, è stato eletto presidente per la prima volta nel 2003 dopo la morte di suo padre Heydar Aliyev, ex ufficiale del KGB e leader dell’era comunista che aveva governato l’Azerbaigian dal 1993. È stato rieletto nel 2008, 2013 e 2018 in elezioni che sono state denunciate dai partiti di opposizione come truccate.

Nel 2009, Aliyev ha modificato la Costituzione del Paese in modo da poter candidarsi per un numero illimitato di mandati presidenziali, una mossa criticata dai difensori dei diritti che affermano che potrebbe diventare presidente a vita.

Nel 2016, l’Azerbaigian ha adottato controversi emendamenti costituzionali che hanno esteso il mandato del presidente da cinque a sette anni.

Consolidando il potere decennale della sua famiglia, il presidente ha nominato sua moglie Mehriban Aliyeva primo vicepresidente.

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Elezioni presidenziali in Azerbaijan, verso riconferma per la “dinastia” degli Aliyev (Skytg24)

OPINIONI Emanuele Franz: «La pace tra Occidente e Oriente è possibile» (Diarioweb

Una spedizione che sembra venuta da un’altra epoca, lunga migliaia di chilometri e durata quasi un mese di esplorazioni tra terra e mare, all’inseguimento di una storia della vecchia mitologia quasi del tutto dimenticata. Così il filosofo e saggista Emanuele Franz ha raccolto il materiale per il suo ultimo libro, «Alla ricerca del vello d’oro. Spedizione in Colchide del terzo millennio. 3400 chilometri via terra e mare» (Audax Edizioni), tra Georgia e Armenia, territori di confine tra Oriente e Occidente, oggi più che mai al centro dell’attenzione e delle tensioni geopolitiche. «Una bella ricerca di un argonauta del nostro tempo», come l’ha definita il filosofo Marcello Veneziani, più attuale di quanto possa apparire, animata dalla convinzione tanto antica quanto moderna che tra i due lati del mondo si possa ritrovare la pace e l’unità a lungo smarrite. Il DiariodelWeb.it lo ha intervistato.

Emanuele Franz, come nasce il suo ultimo libro?
Il vello d’oro è uno dei temi principe della storia delle religioni, la branca della quale io mi occupo. Ma la maggior parte degli storici lo considera una mera invenzione. Io ho voluto condurre una ricerca sul campo, sui luoghi del mito, cioè la Colchide, nell’attuale Georgia.

Ci ricorda di cosa tratta questa leggenda?
Giasone era un principe greco che reclamava il trono del padre Pelia. Questi accettò di cederglielo solo nel caso in cui avesse superato una prova impossibile: trovare il vello d’oro, il mantello magico di un ariete volante, dotato di poteri soprannaturali come la proprietà di guarire ogni malattia. Lo aiutò la strega Medea, che drogò il serpente che custodiva il vello d’oro su una quercia.

Cosa ha scoperto nella sua ricerca?
Ho analizzato gli scritti degli antichi e ho trovato molti elementi in comune con il cristianesimo: il serpente che custodisce un albero sacro è un concetto che richiama l’Eden; lo stesso nome Giasone è la forma ellenizzata di Gesù. Oltretutto la Chiesa georgiana è una delle più antiche del mondo: sarebbe stata fondata dall’apostolo Andrea nel I secolo d.C., pochi secoli dopo il mito in questione.

Per raggiungere questi territori ha compiuto un pellegrinaggio piuttosto avventuroso.
Sì, ho viaggiato per 3400 km senza prendere un aereo, facendo sopralluoghi, visitando antiche chiese, rintracciando elementi geografici, in cerca di corrispondenze con le descrizioni dei poeti. Ho dovuto attraversare il Mar Nero su una nave commerciale, in mezzo ai container, perché nessuna agenzia di viaggi voleva vendermi un biglietto: molte compagnie hanno addirittura soppresso la tratta per via della guerra.

Dunque qual è l’odierna situazione della Georgia, confinante con la Russia in guerra?
I georgiani hanno un risentimento verso il loro passato: hanno una religione molto radicata, eppure sono stati annessi alla Russia anticlericale fino agli anni ’90. E non perdonano a loro stessi che Stalin fosse nato proprio in Georgia. Il desiderio di indipendenza e il sentimento anti-russo sono forti, ma sono fomentati dagli Stati Uniti.

Poi ha attraversato anche il confine con l’Armenia, una nazione in forte tensione con l’Azerbaigian, sempre sull’orlo di una nuova guerra.
I media la delineano come un luogo pericoloso, da evitare. Eppure la polizia non mi ha neanche chiesto dove andassi, non ho incontrato nemmeno una pattuglia, una tranquillità indescrivibile. Ho chiesto alla guida come mai la stampa sollevasse tutto questo allarmismo sull’Armenia e mi ha risposto che a loro dicono di non andare in Europa.

C’è la volontà di affossare questi luoghi?
Evidentemente sì, un po’ dal punto di vista turistico, un po’ perché queste comunità, con la loro cristianità atavica, rappresentano una minaccia per una visione del mondo che vuole eliminare il senso del trascendente.

Questo eterno scontro tra Occidente e Oriente, oggi come allora, sembra la storia che si ripete.
Quella zona geografica è cruciale: controllarla significa gestire gli scambi culturali e di risorse. Per questo è sempre stata un cuscinetto bombardato e spinato, perché rappresenta proprio uno spartiacque tra due mondi, il punto di saldatura di un’unità indoeuropea agognata, che secondo me già al tempo degli antichi greci si voleva recuperare.

Davvero questo incontro tra Est e Ovest è impossibile o esiste un terreno di dialogo, persino in un momento di conflitto?
Sono molto speranzoso: per me è possibile trovare un punto in comune. Gran parte delle guerre hanno origini ideologiche o religiose. E io credo che ci sia una matrice, precedente alla differenziazione delle religioni, che la mistica riesce a penetrare. Gli stessi culti attuali hanno ereditato elementi dei miti antichi, appunto.

Dietro alla punta dell’iceberg delle nostre differenze c’è una parte sommersa che ci unisce, insomma.
Secondo me sì. Si tratta indubbiamente di un lavoro difficile ma sicuramente possibile. Per me tutte le diverse religioni e i diversi popoli, proprio come i tessuti di uno stesso organismo, dovrebbero concorrere a un’unità superiore. Naturalmente la pace non deve rappresentare la soppressione delle singole specificità: se diciamo a un fegato di smettere di fare il fegato, allora sopravviene la morte.

Il vello d’oro simboleggiava proprio questa unità, dice lei.
L’interpretazione materialista sostiene che i montanari usassero come setacci le pelli dei montoni, che quindi si riempivano di pagliuzze d’oro: da qui sarebbe nata la leggenda. Ma è un po’ riduttivo, perché gli stessi storici antichi, come Diodoro, lo definivano come un tesoro declamato in tutto l’universo. Era presieduto militarmente e giustificava spedizioni che attraversavano il Mar Nero.

Facciamo un po’ di spoiler: alla fine il tesoro l’ha trovato o no?
Credo di aver trovato tutti gli elementi per affermare che il vello esiste. Elementi iconografici, ad esempio: in Georgia esiste un culto ossessivo del mantello divino che non esiste nelle altre Chiese ortodosse. Che penso andrebbero approfonditi anche dal punto di vista archeologico.

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