Appello di Papa Francesco per le guerre in Ucraina, Siria e Armenia: “Possano trovare pace duratura” (Agenzia vista 25.12.23)

“Il mio pensiero va poi alla popolazione della martoriata Siria, come pure a quella dello Yemen ancora in sofferenza. Penso al caro popolo libanese e prego perché possa ritrovare presto stabilità politica e sociale. Con gli occhi fissi sul Bambino Gesù imploro la pace per l’Ucraina. Rinnoviamo la nostra vicinanza spirituale e umana al suo martoriato popolo, perché attraverso il sostegno di ciascuno di noi senta la concretezza dell’amore di Dio. Si avvicini il giorno della pace definitiva tra Armenia e Azerbaigian. La favoriscano la prosecuzione delle iniziative umanitarie, il ritorno degli sfollati nelle loro case in legalità e sicurezza, e il mutuo rispetto delle tradizioni religiose e dei luoghi di culto di ogni comunità. Non dimentichiamo le tensioni e i conflitti che sconvolgono la regione del Sahel, il Corno d’Africa, il Sudan, come anche il Camerun, la Repubblica Democratica del Congo e il Sud Sudan. Si avvicini il giorno in cui si rinsalderanno i vincoli fraterni nella penisola coreana, aprendo percorsi di dialogo e riconciliazione che possano creare le condizioni per una pace duratura” lo ha detto Papa Francesco nella sua benedizione Urbi e Orbi per il giorno di Natale.

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Internet a Vanadzor: la connettività che sta trasformando la città (Ultimometro 24.12.23)

Negli ultimi anni, Internet ha avuto un impatto significativo sulla città di Vanadzor, in Armenia. Grazie alla crescente connettività, la città sta vivendo una trasformazione digitale che sta influenzando positivamente la vita dei suoi abitanti e l’economia locale.

Vanadzor, la terza città più grande dell’Armenia, è situata nella regione di Lori, circondata da montagne e paesaggi mozzafiato. Fino a qualche anno fa, la connessione a Internet era limitata e lenta, ma negli ultimi anni sono stati fatti importanti investimenti per migliorare l’infrastruttura di telecomunicazione.

Oggi, grazie a questi investimenti, Vanadzor vanta una connettività Internet ad alta velocità e affidabile. Le famiglie, le imprese e le istituzioni pubbliche possono godere di una connessione stabile, che consente loro di accedere a una vasta gamma di servizi online.

Uno dei settori che ha beneficiato maggiormente di questa trasformazione è l’e-commerce. Le piccole imprese locali, che in passato avevano difficoltà a raggiungere un vasto pubblico, ora possono vendere i loro prodotti online e raggiungere clienti in tutto il paese e oltre. Questo ha permesso loro di espandere il proprio business e aumentare i profitti.

Inoltre, l’accesso a Internet ha aperto nuove opportunità di lavoro per i giovani di Vanadzor. Molte aziende internazionali offrono lavori online, consentendo ai giovani di lavorare da casa o da uffici locali. Questo ha contribuito a ridurre la disoccupazione giovanile e a trattenere talenti nella città.

La connettività Internet ha anche migliorato l’accesso all’istruzione. Gli studenti di Vanadzor possono ora accedere a risorse educative online, partecipare a corsi online e persino ottenere lauree attraverso programmi di istruzione a distanza. Questo ha ampliato le opportunità di apprendimento per gli studenti e ha reso l’istruzione più accessibile a tutti.

Inoltre, Internet ha avuto un impatto significativo sul settore turistico di Vanadzor. Grazie alla connettività, i turisti possono facilmente prenotare alloggi, pianificare itinerari e scoprire le attrazioni locali. I visitatori possono anche condividere le loro esperienze sui social media, promuovendo così la città e attirando nuovi turisti.

La connettività Internet ha anche migliorato i servizi pubblici a Vanadzor. Ora è possibile effettuare pagamenti online per bollette, tasse e servizi pubblici, evitando lunghe code e risparmiando tempo. Inoltre, i cittadini possono accedere a informazioni e servizi governativi online, semplificando la burocrazia e migliorando l’efficienza.

Nonostante tutti questi benefici, è importante sottolineare che l’accesso a Internet non è ancora universale a Vanadzor. Ci sono ancora alcune aree rurali e comunità remote che non hanno una connessione adeguata. Tuttavia, il governo armeno e le aziende di telecomunicazioni stanno lavorando per estendere la copertura Internet a queste aree, al fine di garantire che tutti gli abitanti di Vanadzor possano beneficiare della trasformazione digitale.

In conclusione, Internet ha avuto un impatto significativo sulla città di Vanadzor, migliorando la vita dei suoi abitanti e stimolando l’economia locale. La connettività ad alta velocità ha aperto nuove opportunità di lavoro, ha migliorato l’accesso all’istruzione e ha reso più efficienti i servizi pubblici. Nonostante ciò, è necessario continuare a investire nell’infrastruttura di telecomunicazione per garantire un accesso universale a Internet a tutti gli abitanti di Vanadzor.

Caucaso. I presepi vuoti del Nagorno-Karabakh. Il Natale da esuli fa male agli armeni (Avvenire 23.12.23)

Ai piedi della vertiginosa cattedrale di Strasburgo, tra luci colorate e profumi di vin brulè, per la prima volta gli artigiani armeni hanno esposto nel celebre mercatino di Natale alsaziano. Sulle bancarelle anche legni intagliati in Artsakh, il nome armeno del Nagorno-Karabakh, la regione cristiana del Caucaso meridionale che per la prima volta in molti secoli non vedrà celebrare la Natività.

A Strasburgo e Bruxelles, nelle sedi delle istituzioni europee, l’Armenia sta giocando la sua partita per l’avvicinamento all’Ue e la progressiva emancipazione dall’influenza di Mosca. E i presepi vuoti del Nagorno sono più di una denuncia. Dal 19 settembre la maggior parte della popolazione, 130mila abitanti, è stata costretta ad abbandonare le proprie case e a trasferirsi inizialmente sul confine armeno. Non c’era altra via di fuga mentre l’esercito dell’Azerbaigian in meno di un giorno riconquistava l’enclave armena, scacciando la minoranza cristiana che da decenni si batteva per l’autodeterminazione. A migliaia hanno scavalcato la catena montuosa attraverso impervie vie di fuga. Un inferno per migliaia di persone fiaccate dal blocco azero durato nove mesi, durante il quale alla maggior parte delle famiglie venivano assegnate solo piccole razioni di cibo. Il «contingente di pace» russo avrebbe dovuto proteggere i civili, ma i duemila soldati di Mosca se ne sono rimasti a guardare.

Ad esclusione della minoranza cattolica, la gran parte degli armeni celebrerà il Natale come ogni anno il 6 gennaio. E sarà forse il più triste. Il Nagorno è stato etnicamente ripulito. E la propaganda di Baku non mancherà di mostrare qualche campanile in festa per dimostrare di non aver voluto sopprimere il cristianesimo.

Il 7 dicembre in una dichiarazione congiunta veniva affermato che «la Repubblica di Armenia e la Repubblica dell’Azerbaigian condividono l’opinione che esiste una possibilità storica per raggiungere la pace», e come gesto di buona volontà, l’Azerbaigian ha rilasciato 32 militari armeni a fronte di 2 militari azeri liberati dall’Armenia. A sua volta Erevan ha deciso di sostenere Baku, gigante del gas che esporta soprattutto in Europa, ad ospitare la Cop29, la Conferenza delle Parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, ritirando la propria candidatura.

La strada però è accidentata. «Oggi, la diaspora armena di tutto il mondo, sta provando gli stessi sentimenti provati nel secolo scorso, durante il Genocidio degli Armeni: incredulità e incomprensione per il complice e assordante silenzio della comunità internazionale», denuncia Gayané Khodaveerdi, Segretaria dell’Unione degli Armeni. «La millenaria nazione armena, custode della culla della cristianità, aspetta un miracolo, il miracolo della verità e della difesa del proprio popolo. Chissà – è l’auspicio – se per il 6 gennaio, ricorrenza del Natale per gli armeni, l’umanitá potrà farsi illuminare ed agire in difesa degli armeni dell’Artsakh». I rancori in direzione di Mosca oramai nessuno li nasconde più. Dopo avere aderito alla Corte penale internazionale, quel tribunale dell’Aja che vorrebbe processare Vladimir Putin, l’Armenia ha annunciato anche la temporanea sospensione della licenza di trasmissione alla filiale armena della radio russa Sputnik.

Molti rifugiati del Nagorno hanno raggiunto i centri armeni più grandi, come Erevan, Kotayk e Ararat. Nel Paese una persona su 30 è un rifugiato: più della metà sono donne e ragazzi, quasi un terzo i bambini e un quinto le persone anziane.

Alvina, una nonna di 65 anni, racconta di essere diventata la principale fonte di sostentamento per la famiglia. Guadagna un po’ di spiccioli vendendo i “cappelli jingalov”, un piatto tradizionale armeno fatto in casa e servito su un tagliere di legno, o il “pane verde”, una focaccia ripiena di erbe che oggi è diventata la portata della nostalgia, da secoli è un alimento base per gli armeni del Karabakh. «Dato che al momento non abbiamo altre entrate, queste bastano appena per comprare il pane», dice Narine, la giovane nuora di Alvina. Molti uomini mancano all’appello. Forse imprigionati dagli azeri, oppure gettati in qualche fossa comune.

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Corto Dorico: il 27 dicembre la consegna del Premio Amnesty alla regista armena Hasmik Movsisyan (Vivereancona 23.12.23)

Mercoledì 27 dicembre alle ore 11 al Centro di formazione arti sceniche Accademia 56 di Ancona (via Tombesi 8) si terrà l’evento di premiazione del Concorso internazionale di cortometraggi “Short on Rights / A corto di diritti”, organizzato da Amnesty Italia e Corto Dorico.

A ricevere il premio ci sarà Hasmik Movsisyan, regista armena che con il suo “250 km” si è aggiudicata il riconoscimento nell’ambito dell’ultima edizione di Corto Dorico Film Fest, svoltosi ad Ancona dal 2 al 10 dicembre. Il film racconta una fuga che diventa un viaggio di commovente solidarietà fra vittime incolpevoli: le persone che pagano il prezzo più alto di conflitti di cui non hanno alcuna responsabilità. Un lavoro che, come sottolinea la motivazione del premio, ha saputo raccontare un conflitto poco noto, quello che coinvolge la popolazione civile del Nagorno-Karabakh, le cui conseguenze umanitarie perdurano e producono instabilità e rifugiati, e per aver rappresentato attraverso quella guerra ogni guerra che irrompe con violenza nella quotidianità.

L’opera di Hamsik Movsisyan si è aggiudicata anche il premio Gianni Rufini, riconoscimento assegnato dalla Giuria Giovani formata da studenti delle scuole superiori della città che hanno seguito un percorso formativo su cinema e diritti umani.

L’evento di premiazione, organizzato da Amnesty Ancona in collaborazione con Corto Dorico e Accademia 56, prevede la proiezione del cortometraggio e l’incontro con l’autrice; sul conflitto in Nagorno-Karabakh interverrà inoltre il giornalista Pierfrancesco Curzi.

Hasmik Movsisyan è nata a Yerevan, in Armenia, nel 1991. All’età di 11 anni si è trasferita con la famiglia a San Pietroburgo, in Russia, dove è cresciuta. Si è laureata in medicina all’Università Statale di San Pietroburgo, ma dopo la laurea ha deciso di seguire la sua vera passione per il cinema. Hasmik è stata ammessa al dipartimento di regia del Gerasimov Institute of Cinematography (VGIK), dove ha studiato sotto la guida di Alexander e Vladimir Kott e di Anna Fenchenko nel laboratorio di lungometraggio. Il cortometraggio di Hasmik, “250 km”, è nato come progetto studentesco, ma si è trasformato in un vero e proprio film indipendente. Grazie alla sua passione per la narrazione e alla sua prospettiva unica sul mondo, i film di Hasmik catturano l’essenza dell’esperienza umana. Continua a creare film che fanno riflettere e che ispirano e sfidano il pubblico.

L’evento di premiazione è ad ingresso gratuito; per informazioni: pagina facebook Amnesty Ancona.

Monaco, in gennaio un concerto caritativo per i rifugiati armeni del Nagorno-Karabakh Montecarlonews 23.12.23)

Concerto caritativo a favore dei rifugiati armeni del Nagorno-Karabakh lunedì 8 gennaio 2024 alle ore 19 presso la Cattedrale di Notre-Dame Immaculée di Monaco

Il concerto, organizzato dall’ONG Elise Care, in collaborazione con la diocesi di Monaco, sarà una opportunità unica di sensibilizzare il pubblico alla situazione precaria dei rifugiati armeni e di manifestare il nostro sostegno per raccogliere fondi per venire in loro aiuto.

Tutti i fondi raccolti in occasione di questo evento permetteranno di sostenere le nostre missioni umanitari per i rifugiati del Nagorno-Karabakh.

La prenotazione per assistere al concerto è obbligatoria e avviene tramite una biglietteria online (bit.ly/concert_armenie_mc).

L’ingresso è gratuito e i partecipanti avranno la possibilità di fare donazioni al momento della prenotazione o il giorno del concerto.

Due artisti hanno accettato di mettere la loro arte quella sera al servizio di questa causa: Patrick Fiori e Hakob.

Prenotazione obbligatoria all’indirizzo: bit.ly/concert_armenie_mc

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Da Bismarck a Hitler, gli armeni e gli ebrei (Il Manifesto 21.12.23)

Dopo aver dato alle stampe, nel 2014, il pregevole Atatürk in the Nazi Imagination, lo storico tedesco Stefan Ihrig ha continuato ad analizzare le affinità ideologiche che caratterizzano il rapporto tra la Germania imperiale, quella di Weimar e la Turchia kemalista per riflettere su un tema: la relazione esistente tra i vari stermini che hanno segnato la storia del Novecento. Più precisamente, l’autore intende fare luce sul nesso che legherebbe il Genocidio armeno (Metz Yeghérn) e la Shoah: un’interdipendenza – a suo dire – spesso ampiamente ignorata o, nel migliore dei casi, minimizzata.

LO STUDIOSO, direttore del Centro di studi germanici ed europei dell’Università di Haifa, individua invece legami assai profondi tra i due eventi e arriva a sostenere come tali avvenimenti, piuttosto vicini sotto l’aspetto temporale, siano stati intimamente connessi. E giunge a questa conclusione attraverso una ricerca che prende le mosse da un’attenta disamina della politica estera di Bismarck e Guglielmo II, passa poi a tratteggiare quella degli anni Venti e analizza infine le posizioni prese sulla questione armena dal regime nazista. Una ricerca che gli consente di istituire un parallelo tra i destini dei due popoli.

Dal momento che in questo saggio dal titolo Giustificare il Genocidio. La Germania, gli Armeni e gli Ebrei da Bismarck a Hitler (Guerini e Associati, pp. 492, euro 35, a cura di Antonia Arslan), Ihrig considera il Metz Yeghérn «parte della nostra storia e del nostro patrimonio mondiale» nonché «forse il peccato originale del XX secolo; anzi, un doppio peccato originale», visto che i responsabili dell’annientamento di un intero popolo sono rimasti in seguito impuniti. È importante mettere in rilievo, al riguardo, come l’idea dello sterminio non sia nata all’improvviso nella mente dei Giovani Turchi ma sia stata nutrita dal tradizionale atteggiamento anti-armeno che caratterizzava anche molti contenuti della stampa e della letteratura tedesca: il caso di Karl May, narratore in quel periodo popolarissimo, non è certo isolato.

È INOLTRE NOTO come il II Reich abbia assunto a lungo una posizione filo-ottomana. Il legame tra i due imperi fu stretto e trovò il suo perno nella collaborazione in ambito militare: le truppe turche furono per esempio istruite per anni dal generale Colmar von der Goltz, che ottenne per questo il titolo di «Pascià».
Il cuore del libro è però costituito dal dibattito che si sviluppò nel corso degli anni Venti. Fu infatti allora che, in seguito alla dissoluzione dei due imperi, ebbe origine un profondo risentimento nei confronti di coloro che ne venivano considerati i rispettivi, ostili corpi estranei: ebrei e armeni. Da ciò nacque l’idea secondo la quale, scrive l’autore, «il genocidio non era soltanto concepibile nella Germania dell’epoca, ma fu anche ampiamente discusso attraverso il prisma della visione del popolo armeno come uguale, simile o peggiore di quello ebreo».
Quello sterminio fu dunque accettato, in Germania, alla stregua di un costo «ragionevole» imposto dai dettami della realpolitik.

ACCADDE successivamente che esso fu prima negato e poi giustificato tanto dai nazionalisti quanto dai nazisti, Questi ultimi, in particolare, condivisero e misero in pratica il seguente principio: un governo può fare ciò che vuole dei propri sudditi indipendentemente dal fatto che si tratti di donne, anziani e bambini inermi. Che da questo si arrivi all’idea dell’annientamento non deve meravigliare; e non deve stupire nemmeno che la persecuzione antiebraica sia stata sostanzialmente tollerata dalla comunità nazionale tedesca.
Insomma, il modo in cui il Metz Yeghérn venne recepito in Germania rappresentò un’enorme «motivazione», rafforzata per di più dall’assenza di una qualsiasi condanna. Nel concludere la sua monumentale opera, Ihrig si chiede se il mondo, dopo l’epilogo della Seconda guerra mondiale, «abbia fatto abbastanza per dissuadere gli Stati dal massacrare le popolazioni civili».
Una domanda alla quale è difficile rispondere in maniera affermativa.

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La battaglia per la sopravvivenza e la libertà di espressione della comunità armena di Gerusalemme (Globalvoices 21.12.23)

Nel cuore della Città Vecchia di Gerusalemme la comunità armena, famosa per la sua resilienza e la sua preziosa e secolare eredità culturale, sta combattendo una dura lotta per la sopravvivenza. Con l’inasprimento delle tensioni a livello regionale, la comunità è alle prese con delle sfide che mettono in pericolo non solo la libertà di espressione dei suoi membri, ma anche il loro dialetto distintivo, unico a Gerusalemme e ora sull’orlo dell’estinzione, oltre alla loro ricca cultura ed esistenza stessa.

Nel luglio 2021, il Patriarcato armeno di Gerusalemme aveva firmato con discrezione un contratto di compravendita immobiliare, cedendo il 25 per cento del proprio quartiere a un colono e investitore israelo-australiano. Ciò ha gettato la comunità armena in crisi, portandola ad affrontare la minaccia imminente della perdita di una porzione significativa [en, come tutti i link successivi, salvo diversa indicazione] del proprio quartiere.

Mentre la comunità sospendeva temporaneamente i procedimenti avviati a seguito della scoperta di tale accordo, avvenuta nel maggio 2023, le ruspe, accompagnate da coloni israeliani armati, avevano già avviato lo scavo del parcheggio che circonda il monastero del Patriarcato apostolico armeno di Gerusalemme.

La minoranza etnolinguistica armena è presente [it] in Terra santa sin dal quarto secolo, con una storia che comprende l’aiuto prestato ai sopravvissuti al genocidio armeno del 1915. Dopo la guerra del 1948, la popolazione armena di Gerusalemme si è ridotta agli scarsi 2000 residenti attuali, che vivono per la maggior parte all’interno del quartiere armeno [it].

Il sito ospita il seminario teologico del Patriarcato, la confraternita di San Giacomo, antiche chiese, un museo, una biblioteca, un poliambulatorio e la scuola armena Sts. Tarkmanchatz, fondata nel 1929. In questa scuola, i bambini armeni non solo imparano la propria lingua, ma vengono anche coinvolti in attività all’interno del cortile: uno spazio di cruciale importanza, nel quale la comunità si riunisce, conversa nella propria lingua madre e salvaguarda la propria identità culturale.

Global Voices ha condotto un’intervista con un residente armeno di Gerusalemme, il quale ha scelto di restare anonimo per questioni di sicurezza legate alla guerra in corso a Gaza e alla minaccia affrontata dal quartiere armeno.

L’intervista approfondisce il clima politico e di sorveglianza a Gerusalemme, gettando luce su questioni quali discriminazione, discorso d’odio e le crescenti limitazioni alla libertà di espressione.

L’intervista, di cui il residente è co-autore e che è stata revisionata per maggiore chiarezza, offre un prezioso sguardo sulle sfide che la comunità armena si trova ad affrontare nel tentativo di preservare la propria lingua e identità culturale nella regione.

Mariam A. (MA): Come state affrontando la situazione di Gerusalemme e Gaza?

Armenian Resident (AR): È davvero difficile. La situazione attuale a Gerusalemme, il genocidio in corso a Gaza, e il fatto che ci sentiamo paralizzati e incapaci di fare qualcosa contribuisce ad accrescere questo schiacciante senso di impotenza.

Ciò che mette maggiormente in difficoltà gli abitanti non ebrei di Gerusalemme è il fatto che ci abbiano vietato di esprimere qualsiasi tipo di compassione o preoccupazione. Siamo testimoni di uno stato di sorveglianza completa, di una città militarizzata, con gran parte dei civili [ebrei] armati di fucile, e di un’aumentata presenza di agenti di polizia e soldati che pattugliano la città.

Si ha costantemente paura di essere fermati in qualunque momento, col rischio che ti prendano il telefono e che le forze di sicurezza analizzino i suoi contenuti.

Ho controllato la legge sullo stato di emergenza, e dice che le Forze di difesa israeliane (IDF – Israel Defense Forces) hanno il diritto di accedere a spazi privati, comprese le case, o di passare in rassegna i beni personali in caso di sospetti. Questa disposizione legale legittima tali azioni.

Essendone consapevoli, le persone stanno cercando di monitorare non solo le proprie parole, ma anche i propri pensieri, temendo di mettersi potenzialmente in pericolo qualora sappiano più di quanto viene giudicato accettabile sulla situazione attuale.

Direi che al momento siamo in uno stato di paranoia.

MA: Si sono verificati episodi in cui dei membri della comunità sono stati fermati e controllati, e durante i quali i loro telefoni sono stati confiscati? 

AR: Sì, ho assistito a vari episodi mentre camminavo in diverse parti della città. Fermano ragazzi perché sospettati di essere arabi, perquisendoli a fondo e controllando anche i loro telefoni.

So di casi particolari che hanno coinvolto giovani studenti, sia uomini che donne, ai quali sono stati presi i telefoni. Se vi trovavano messaggi o post sui social media che esprimevano compassione o preoccupazione per la situazione attuale, gli studenti venivano trattenuti.

MA: Credi che la comunità armena sia influenzata dalla mentalità della sorveglianza, o ti sembra che ne siate immuni? 

AR: Nessuno ne è immune. Ciò a cui abbiamo assistito, non solo durante questa guerra ma persino prima, è la tendenza ad enfatizzare il fatto che ci troviamo in una città esclusiva e in un paese esclusivo. Una marea di persone, soprattutto giovani, urlano con arroganza dei cori che parlano di uno stato soltanto ebreo, affermando che lo stato di Israele è questo.

La cosa triste è che questa ondata di fanatismo non riconosce la diversità; la pericolosità di tale pensiero consiste nel mancato riconoscimento degli individui non ebrei per quello che sono, focalizzandosi invece su ciò di cui non fanno parte. Non riconosce gli armeni, i cristiani, i palestinesi, che tipo di musulmani sono, hanno delle famiglie? Hanno degli animali domestici?

Questa tendenza classifica le persone come qualcosa che non appartiene a qualcos’altro. Quindi la loro identità non viene nemmeno vista come tale. Viene negata.

MA: Considerando questo scenario politico, come se la sta passando la libertà di espressione della comunità armena? Pensi che la comunità possa esprimere apertamente le proprie opinioni e identità? 

AR: Buffo che tu lo chieda. Abbiamo discusso molto di questa particolare questione all’interno della comunità armena. A partire dal genocidio del 1915, gli armeni sono stati una minoranza in diverse parti del mondo.

La cosa divertente è che gran parte degli armeni si fanno assimilare, evitando deliberatamente ciò che lo stato potrebbe percepire come “problematico,” restando alla larga dalla politica. Si adattano rapidamente, abbracciando nuove lingue, contribuendo con le proprie capacità e coesistendo armoniosamente con le società che li ospitano. Provano gratitudine nei confronti dei paesi che hanno offerto loro un rifugio dopo il genocidio, preservando al tempo stesso la lingua, il cibo e la cultura armeni. Sono sempre stati i benvenuti.

A Gerusalemme, ad esempio, nel 1833 gli armeni hanno fondato la prima tipografia e hanno introdotto la fotografia e la lavorazione a mano della ceramica nella regione.

Quindi per noi è strano vedere che persino gli armeni sono considerati una minoranza sgradita dagli israeliani.

Negli ultimi anni, molti israeliani hanno cominciato a sputare sulle figure religiose, a bestemmiarle e persino a spingerle nei vicoli. Prendono di mira quelle persone che giudicano incompatibili con la loro visione di uno stato soltanto ebreo.

Un video mostra il membro di una comunità di ebrei ultraortodossi che sputa su una suora cristiana nei pressi della Porta dei leoni a Gerusalemme.

C’è parecchio silenzio.

Le persone non esprimono ciò che pensano davvero; hanno troppa paura di esprimere la propria opinione o di criticare lo stato. Il sistema ci obbliga a tenere la bocca chiusa ed evitare problemi quanto più possibile.

Mi sto persino chiedendo se valga la pena avere questa conversazione o contribuire a questo articolo. Mi fa sentire impotente e codardo. Tuttavia, guardandomi attorno, mi rendo conto che la maggior parte delle persone è spaventata. Si autocensurano, tanto offline quanto online.

Questa mentalità esclusiva genera discriminazioni nei confronti degli arabi cristiani e degli armeni. Innanzitutto, non dovrebbe discriminare nessuno. Ma il fatto che prenda di mira delle minoranze la dice lunga sulla mentalità del paese in questo momento.

MA: A gennaio, dei coloni hanno inciso degli slogan incitanti all’odio sulle pareti del Patriarcato armeno di Gerusalemme, esortando alla vendetta e augurando la morte ad arabi, armeni e cristiani. Puoi fornirci maggiori dettagli su questi episodi e approfondire il modo in cui impattano la comunità?

AR: Ci sono stati molti episodi e sono anche in aumento.

Le pareti del convento armeno nel quartiere armeno di Gerusalemme sono state vandalizzate da frasi incitanti all’odio, riferisce il Comitato nazionale armeno di Gerusalemme.

Le frasi “Morte agli armeni, ai cristiani, agli arabi e ai gentili,” insieme ad esortazioni alla vendetta, sono state scritte sulle pareti.

Succede contro persone che hanno l’aspetto di religiosi e contro luoghi che non sono strettamente ebrei.

ULTIME NOTIZIE: degli estremisti israeliani hanno appena attaccato il Patriarcato armeno nei quartieri armeni di Gerusalemme, provando a rimuovere le bandiere dell’Armenia.

Un armeno è stato preso e trattenuto mentre proteggeva il Patriarcato.

Nel quartiere armeno, dei coloni sono stati visti sputare contro i locali armeni. Se qualcuno prova a difenderli o dice “hey, qual è il tuo problema?” deve vedersela con lo spray al peperoncino, se non con i fucili, cose che spesso restano impunite.

🇮🇱 Un colone israeliano è stato filmato dalla CCTV mentre sputava sui cancelli di una chiesa armena nella parte occupata della Gerusalemme orientale.

Questo genere di comportamento è esattamente ciò per cui si battono quegli invasori.

Chi viene a farci visita dall’Armenia si stupisce del nostro atteggiamento “remissivo”; ci chiedono “Come affrontate questo genere di attacchi radicali e sfrontati? Perché non reagite? Perché non fate niente al riguardo?”

Non capiscono che la gente non può fare molto perché lo stato può appropriarsi di documenti, rescindere concessioni edilizie, sfrattare residenti, confiscare proprietà o trattenere individui. Se le persone attaccate provassero a difendersi, questo giustificherebbe soltanto ulteriori attacchi.

MA: Tenendo conto dell’atmosfera attuale e delle numerose minacce, come i problemi di sicurezza, il discorso d’odio e le minacce alla vostra stessa esistenza, come preservate la vostra lingua e la vostra identità culturale? 

AR: Nel cortile della nostra comunità noi parliamo la nostra lingua e la manteniamo più che viva. Viene usata durante le nostre riunioni e nelle comunicazioni. Noi la amiamo e ci siamo legati, perché gioca un ruolo importante nel rafforzare il nostro senso di identità e comunità.

Il cortile rievoca i ricordi d’infanzia. Quando la città è sotto minaccia, la comunità armena si riunisce nel cortile. È sempre stato un paradiso sicuro.

Con la guerra in corso, armeni di varie parti del paese, come Yafa e Haifa, si sono temporaneamente trasferiti o hanno cominciato a portare i loro figli in cortile. È un posto bellissimo per i bambini, con i locali e la scuola. Quando cerchiamo un senso di unione, di solito è lì che lo troviamo.

Quando mio padre è venuto a mancare, ho vissuto in prima persona il potere della comunità. Quasi tutti hanno partecipato al funerale, arrivando in massa. È in quel momento che ho davvero compreso la forza della nostra comunità. Noi ci siamo l’uno per l’altro.

Spero che il monastero rimanga, anche se di questi tempi siamo cinici. Nonostante le nostre incertezze, di una cosa sono sicuro: la nostra è una bellissima comunità.

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La Russia aggiornerà la centrale nucleare di Metsamor in Armenia. Aumenta la dipendenza di Yerevan da Mosca (Scenarieconomici 21.12.23)

I lavori di ristrutturazione saranno eseguiti da Rustatom Service JSC, una filiale della società statale russa di energia nucleare Rosatom, e costeranno al governo armeno 65 milioni di dollari.

L’accordo è un altro promemoria della vasta influenza della Russia sulle infrastrutture e sull’economia armena, nonostante gli sforzi di Yerevan per prendere le distanze da Mosca.

Metsamor svolge un ruolo significativo nel panorama energetico dell’Armenia, contribuendo in media al 31% della produzione annuale di elettricità del Paese. Questo lo rende un impianto essenziale alla vita economica armena.

È l’unica centrale nucleare del Caucaso meridionale, situata a circa 30 chilometri a ovest di Yerevan. È composta da due unità, Metsamor-1 e Metsamor-2, attivate rispettivamente nel 1976 e nel 1980. Nel 1989, l’impianto è stato chiuso per problemi di sicurezza dopo il devastante terremoto di Spitak del dicembre 1988. Nel 1995, l’unità 2 è stata riattivata a causa della carenza di energia in Armenia e da allora è l’unica unità nucleare in funzione.

Nel 2021, Rosatom ha riparato e ammodernato la centrale nucleare per farla funzionare fino al 2026. L’ammodernamento è stato realizzato nell’ambito di un accordo di prestito firmato tra Armenia e Russia nel 2015.

In base al nuovo accordo, Rosatom contribuirà a prolungare la durata di vita dell’Unità-2 fino al 2036, dopodiché verrà disattivata definitivamente. Quindi ora Yereval ha 12 anni per trovare una soluzione energetica alternativa alla vecchia centrale.

Le operazioni di ammodernamento saranno finanziate sotto forma di “prestito di bilancio” concesso dal governo armeno verso l’iimpianto statale, che successivamente stipulerà un contratto con Rosatom. Nel periodo 2024-2026, Rosatom modernizzerà la centrale nucleare di Metsamor in stretta collaborazione con gli specialisti armeni.

Poiché il reattore sarà dismesso nel 2036, il governo armeno intende costruire una nuova unità nucleare a Metsamor. Secondo diverse stime, la costruzione di una nuova centrale o unità nucleare richiederà 6-10 anni, il che significa che i lavori di costruzione dovranno essere avviati nei prossimi due anni.

Sembra che i lavori di costruzione saranno realizzati da Rosatom, a giudicare dalla dichiarazione del vice primo ministro russo Alexey Overchuk del 15 dicembre, secondo cui erano in corso trattative per la costruzione di nuove unità nucleari.

La schiacciante dipendenza energetica dalla Russia

Il nuovo accordo Metsamor arriva in un momento complicato per le relazioni armeno-russe. Il risentimento nei confronti della Russia è alto in Armenia. L’Azerbaigian ha conquistato militarmente il Nagorno-Karabakh a settembre, apparentemente con la benedizione di Mosca.

Nonostante i continui sforzi per diversificare le sue alleanze politiche e costruire legami più stretti con l’Occidente, l’economia armena continua a dipendere in larga misura dalla Russia. La Russia è il principale partner commerciale dell’Armenia, che è membro dell’Unione Economica Eurasiatica (EAEU) e dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO) a guida russa.

Dal punto di vista energetico poi la dipendenza è quasi totale:  la Russia fornisce l’87,5% del gas dell’Armenia (il resto proviene dall’Iran) e Gazprom Armenia, la filiale locale dell’azienda statale russa del gas, possiede tutte le infrastrutture di distribuzione del gas del Paese.

L’Armenia afferma di generare il 98% dell’elettricità di cui ha bisogno, ma questa affermazione nasconde una dipendenza ancora maggiore.

L’elettricità è generata da centrali idroelettriche e termiche e dalla centrale nucleare di Metsamor. Metsamor è interamente alimentata da uranio importato dalla Russia, mentre le centrali termiche dipendono dal gas naturale (in gran parte russo).

Questo viene a limitare fortemente la reale indipendenza dell’Armenia, che, oggettivamente, non può sganciarsi completamente da Mosca.

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Nagorno Karabakh, una storia di mediazioni (Osservatorio Balcani e Caucaso 20.12.23)

La storia della mediazione nel conflitto intorno al Nagorno Karabakh è complessa, con l’alternarsi di momenti di negoziati multilaterali, trilaterali, bilaterali. Anche l’amministrazione Biden è stata attiva nella mediazione, in linea con un ruolo ereditato dalla scomparsa del Gruppo di Minsk

20/12/2023 –  Marilisa Lorusso

Il cessate il fuoco del 1994 è frutto di un tavolo trilaterale: Russia, Azerbaijan, armeni. È opportuno dire armeni e non Armenia, perché all’epoca furono coinvolti anche i secessionisti del Nagorno Karabakh come parte diretta e riconosciuta come belligerante. Per la risoluzione pacifica del conflitto si era poi pensato in seno all’OSCE a una conferenza estesa, la conferenza di Minsk. Al tavolo si sarebbero ipoteticamente trovati a sedere Bielorussia, Germania, Italia, Svezia, Finlandia e Turchia, più i tre co-presidenti del Gruppo di Minsk, quindi Stati Uniti, Francia e Russia, e ovviamente Armenia e Azerbaijan.

Il tutto era descritto come il processo di Minsk. Di fatto l’ipotesi di poter organizzare la conferenza di pace è poco alla volta naufragata sotto l’evidente difficoltà di trovare un punto di incontro fra posizioni sempre più divergenti ed inconciliabili fra le parti, per cui il Gruppo di Minsk è divenuto l’unico strumento di mediazione che per trent’anni ha viaggiato fra le capitali, cercando di creare i presupposti per una pace negoziata.

Questo strumento negoziale è entrato in profonda crisi con la guerra del 2020. L’Azerbaijan ha da subito reso noto che riteneva che il Gruppo avesse fallito e fosse divenuto ormai obsoleto ed inutile. Nei tre anni che hanno separato le due fasi della guerra di riconquista del Karabakh, Armenia e Karabakh hanno cercato di restituire un ruolo alla co-presidenza. Ma sia la guerra in Ucraina e quindi la difficoltà di cooperare con la Russia, sia la definitiva ripresa del Karabakh attraverso un’azione militare sono stati la pietra tombale di questo tentativo di diplomazia multilaterale  .

Il trilateralismo

Nel triennio 2020-2023 i tre co-presidenti Russia, Francia, Stati Uniti hanno cercato di mantenere attivo il proprio ruolo di mediatori.

La Russia – come nel 1994 – si è resa protagonista della mediazione di un cessate il fuoco e ha proceduto con dichiarazioni e accordi congiunti, mettendo cioè sempre la propria firma accanto a quella di Armenia e Azerbaijan. Il ruolo che quindi Mosca vuole svolgere non è solo quello di mediatore, ma di garante o co-segnatario con incarichi operativi e voce in capitolo sui contenuti dell’accordo.

La Francia ha intensificato i propri rapporti con l’Armenia, a scapito di quelli con l’Azerbaijan che diventano sempre più tesi. Ha cercato di rientrare in un formato multilaterale attraverso le iniziative di Bruxelles, estendendo il formato trilaterale Bruxelles-Yerevan-Baku a un quintetto che includesse Parigi e Berlino. Ma dopo un incontro esplorativo, Baku ha dato inequivocabili segni di non apprezzare l’iniziativa, al punto che non si è proprio più presentata ad alcuna iniziativa di mediazione europea.

Gli Stati Uniti hanno dato il via a un proprio formato trilaterale, chiarendo di considerarsi solo facilitatori degli incontri. Le due parti devono concordare la pace, e Washington offre loro strumenti, spazi e tempi per parlare. In questa veste ha lanciato anche un formato inusuale: per tre giorni, dal 27 al 29 giugno 2023 ha ospitato ad Arlington in Virginia, presso il George Schultz National Foreign Affairs Training Center i ministri degli Esteri di Armenia e Azerbaijan, perché dessero fondo a intensi negoziati, prevalentemente bilaterali. Nel formato trilaterale, gli Stati Uniti mettono a disposizione delle parti il Dipartimento di Stato. È infatti Antony Blinken a presiedere gli incontri.

A differenza del conflitto in Ucraina, in cui è il presidente Joe Biden a tenere aperta la linea con la presidenza ucraina, per il conflitto in Karabakh è Blinken a relazionarsi con le parti. Questo denota che nonostante l’amministrazione Biden abbia dedicato tempo e attenzione al conflitto armeno-azero, il livello di impegno è inferiore rispetto a quanto dimostrato dagli altri due ex co-presidenti, che nei rispettivi formati negoziali hanno visto in prima linea proprio i presidenti, sia quello francese che quello russo.

Il bilateralismo

La sorte dei format trilaterali è in bilico. Sia Mosca che Washington che Bruxelles non riescono più a portare al proprio tavolo negoziale le parti. Baku è galvanizzata dai propri successi, dal sicuro sostegno turco, e ritiene di poter massimizzare i propri risultati in via bilaterale. Yerevan è aperta ad un negoziato bilaterale per le questioni tecniche e umanitarie, che si tratti dei confini, del supporto reciproco funzionale a eventi vari, o allo scambio di prigionieri.

Ma teme il formato bilaterale per una risoluzione politica della guerra. In un trattato di pace senza l’intervento della comunità internazionale, solo frutto della capacità negoziale delle parti, potrebbe trovarsi a subire un testo che risente molto degli attuali rapporti di forza. Per questo sollecita di tornare al tavolo di Bruxelles o di Washington. Non menziona Mosca. Ma l’Azerbaijan, per ora, lascia poco spazio alla mediazione internazionale. Poco alla volta tutti i tavoli negoziali sono caduti in disgrazia.

Per Baku la causa, o il pretesto, per escludere Washington è stata l’attività di USAID e le misure e le parole adottate dal Congresso. L’​​Azerbaijan ha manifestato una completa insoddisfazione per i contenuti espressi e le misure adottate, avviando una campagna aggressiva contro USAID, mettendo in discussione il ruolo dell’organizzazione e – personalmente – la professionalità della presidente Samantha Power,  che era stata a Yerevan nei giorni seguenti il conflitto di settembre.

La sottocommissione del Comitato per gli Affari Esteri della Camera dei Rappresentanti ha tenuto un’audizione sul “Futuro del Nagorno Karabakh” durante la quale la questione è stata affrontata in termini molto espliciti verso l’Azerbaijan  . A metà novembre, il Senato ha approvato l’“Armenian Protection Act del  2023”.

Un incontro trilaterale fra le parti previsto per il 20 novembre è stato annullato. Gli USA rimangono a disposizione  , ma per il momento non è chiaro come si evolverà la negoziazione del conflitto, e di conseguenza quanto questa amministrazione potrà essere coinvolta nel ruolo di facilitatore, né come lo potranno essere gli altri, mediatori o garanti che vogliano essere.

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The Passenger – La comunità Armena (Radioroma 20.12.23)

The Passenger Andrea Candelaresi questa volta ci porta per mano alla scoperta della comunità armena del nostro Paese.

Sono circa 1200 gli armeni che vivono in Italia, un numero esiguo, anche se questa comunità straniera è una delle più antiche a Roma.

Il legame tra Yerevan e l’Urbe è infatti spirituale e religioso, essendo l’Armenia un Paese con una fortissima identità cristiana. Prima di affrontare questi discorsi è bene però aprire una parentesi storica con Paolo Battaglia che ci ricorda il genocidio che gli armeni hanno subito per mano turca nel 1915.

Un genocidio che segnerà per sempre la storia armena, dalla dominazione sovietica, fino ad un’indipendenza macchiata dal sangue versato per la guerra in Artsakh contro gli azeri. L’Armenia fatica a trovare la pace e il ruolo delle superpotenze mondiali in questo è negativamente decisivo.

A The Passenger ricordiamo il genocidio armeno

È bene ricordare e fare conoscere uno degli atti più riprovevoli della storia dell’uomo: il genocidio armeno. Nel 1915 un impero ottomano in decadenza trovò il capro espiatorio in questa pacifica popolazione del Caucaso per allontanare i problemi di un impero ormai disintegrato. Ciò costò la vita a milioni di persone che oggi sono quasi dimenticate nel mondo occidentale. In Turchia il genocidio armeno non è neanche riconosciuto, qualcosa in più per ricordare queste vittime innocenti si potrebbe fare. Tuttavia l’Armenia non è ricco di petrolio, gas o metalli preziosi e la Turchia fa parte della Nato. Coincidenze?

A proposito di guerra in Nagorno, intervistiamo un reduce, famoso in patria e oggi residente a Roma. Vi sveliamo l’incredibile testimonianza di Kevork Orfalian tra prigionia politica in Turchia, guerra, commercio di tessuti preziosi nel Golfo Persico e una vita da rockstar, tutto nel nome del ricordo del genocidio armeno.

Proseguiamo dunque il viaggio con Robert Attarian della Comunità Armena di Roma che ci racconta in che modo gli armeni sono presenti a Roma e come ricordano il loro passato in una città che spesso li dimentica.

A The Passenger poi Andrea Candelaresi e Marco Martino, esperto di storia cristiana, fanno una passeggiata nel centro di Roma alla scoperta dell’Armenia nascosta nel cuore della città eterna. Tra khachkar (le croci armene) nascoste nei vicoletti dei rioni, chiese e collegi armeni, il passato glorioso di questa comunità straniera si fonde ad un presente carico di speranza per il futuro.

Chiudiamo poi con’attuale situazione geopolitica dell’Armenia raccontata da Daniele Dell’Orco, giornalista e reporter che ha scritto anche un libro: Armenia Cristiana e fiera

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