L’energia del design per le persone e per l’ambiente: l’Italian Design Day in Armenia (Aise 27.03.26)

JEREVAN\ nflash\ – In occasione della X edizione della Giornata del Design Italiano nel mondo, il 23 e il 24 marzo l’Ambasciata d’Italia in Armenia ha organizzato, in collaborazione con l’Agenzia ICE, due iniziative dedicate alle eccellenze italiane nell’ambito del design e dell’architettura. Il prestigio di questa edizione è stato suggellato a Jerevan dalla partecipazione, in veste di ospite d’onore, dell’architetto e designer Marco Poletti, che il 23 marzo, accompagnato da una delegazione dell’Ambasciata, ha tenuto una lectio magistralis presso l’Università Nazionale di Architettura e Costruzione (NUACA) di Jerevan. Nella serata successiva, è stata inaugurata la mostra fotografica “Light on Made in Italy”, in collaborazione con la rivista Interni Magazine. (nflash) 

Guerra Segreta per il Petrolio – parte III, il ruolo degli armeni nello sviluppo dell’industria petrolifera.I (Il Giornale d’Italia 27.03.26)

Circa nell’ 800 d.c., il Khan che regnava sulla penisola di Apscheron e che governava la provincia di Baku, ora Azeirbajian, cominciò a fare esperimenti con il petrolio, che sgorgava ovunque dal suolo di quella provincia, rendendo impossibile la coltivazione dei campi. Egli fece costruire una lampada a petrolio e si accorse che quella scoperta valeva parecchio in termini economici. Mandò una di quelle lampade allo Scià di Persia ed ottenne il permesso di vendere il petrolio in tutto l’ impero. Poi i russi distrussero il palazzo del Khan di Baku ed il petrolio venne dimenticato. Vi furono alterne vicende ed, in alcuni casi, il petrolio venne utilizzato per scopi medicamentosi. In seguito nel 1875, un povero fabbro tedesco costruì il primo modello di motore a scoppio, Ma di fatto fu l’industriale Henry Ford (1863 – 1947) , che ai primi del novecento con la sua produzione inaugurò la vera era del petrolio. La dove una volta sorgeva il primissimo laboratorio del Khan di Baku, i Nobel, i Rothschild, i russi e gli armeni protetti dallo Zar, iniziarono ad estrarre ricchezze colossali. Gli armeni furono fra i protagonisti assoluti nello sviluppo della innovativa industria petrolifera. La loro influenza si sviluppò attraverso grandi famiglie che trasformarono Baku in uno dei centri di produzione più importanti al mondo. L’ armeno Alexander Mantashyan ( 1842- 1911) è considerato il ” Re del Petrolio” del suo tempo. Finanziò la costruzione dell’ oleodotto Baku Batumi ( ora Georgia) ed acquistò navi cisterna per trasportare il greggio in Europa ed in Asia. Anche i fratelli Lianozyan furono determinanti nella raffinazione e nel trasporto del petrolio. Crearono una rete che collegava il Caspio ai mercati internazionali, distinguendosi per l’innovazione nelle tecniche di trivellazione. Molti ingegneri armeni contribuirono a perfezionare i metodi di perforazione profonda e la chimica della raffinazione. I colossali proventi vennero reinvestiti nella costruzione di scuole, ospedali, chiese in tutto il Caucaso ed in Armenia, alimentando un vero e proprio rinascimento armeno, prima della grande guerra. Sicuramente molti storici concordano che il loro successo economico fu sicuramente una concausa significativa nel fare esplodere le persecuzioni contro di loro. Mentre l’ Impero Ottomano era in declino, armeni, greci ed ebrei detenevano una quota molto consistente della ricchezza industriale e finanziaria del paese. Secondo alcuni Giovani Turchi, per la creazione di una borghesia turca, era necessaria l’eliminazione delle minoranze cristiane, e gli armeni lo erano ( anzi fu proprio l’ Armenia il primo stato al mondo a dichiarare il Cristianesimo religione di stato nel 301 d.c., quindi prima che l’ Impero Romano facesse lo stesso). Le confische dei beni armeni servirono consistentemente  a finanziare le casse dello stato ottomano, durante la Prima Guerra Mondiale. Si unì il Panturchismo e la volontà di controllo dei pozzi di Baku, all’epoca dominati da russi ed armeni. Gli armeni vennero quindi percepiti come una sorta di ” quinta colonna” dei russi, praticamente ” cugini in affari” ed entrambi cristiani. Quindi erano un ostacolo all’espansione ottomana verso Baku. Non si possono dimenticare i massacri di Baku nel 1918. Le truppe ottomane raggiunsero la città e vennero massacrati migliaia di armeni. La distruzione quindi degli Armeni fu un obbiettivo centrale per garantire la vita del nuovo stato turco. Fu Talaat Pascià ( 1874- 1921), appartenente all’ elite dei Giovani Turchi, il principale architetto del genocidio armeno. Egli era ” dunmeh”, che nel mondo ottomano significava cripto ebreo ( ringrazio ancora una volta il Prof Giorgio Galli per i chiarimenti sul delicato argomento). L’ obbiettivo di Talaat Pascià non fu solo l’eliminazione fisica degli armeni, ma anche la distruzione della attiva e vincente minoranza cristiana. Fra il maggio ed il settembre 1915, il governo emanò decreti sulle cosìdette ” proprietà abbandonate”. Le leggi stabilivano che i beni degli armeni, ormai deportati, sarebbero stati custoditi dallo stato per poi essere restituiti al rientro ai legittimi proprietari. Una ignobile finzione. Tali bene furono di fatto sequestrati/ espropriati. Sul tema delle espropriazioni Talaat si scontrò con Mehmed Djavid Bey ( 1875- 1926), ministro delle finanze e membro di spicco del Comitato Unione e Progresso. Anche lui ” donmeh”, sosteneva che la distruzione della classe commerciale armena avrebbe causato una inflazione galoppante ed il collasso della produzione industriale ed agricola. Talaat Pascià fu poi ucciso a Berlino da Soghomon Tehlirian, superstite di una famiglia armena trucidata. L’omicidio faceva parte dell’ ” Operazione Nemesis” , volta a giustiziare i principali artefici del genocidio armeno. Gli armeni pagarono il fatto di essere alleati dei russi, di avere una brillante posizione economica e sociale e di essersi trovati in mezzo ai meccanismi della Grande Guerra per il Petrolio. Gli ebrei, che pur erano una minoranza, specialmente quelli di Salonicco, all’inizio della rivoluzione  nel 1908, sostennero con entusiasmo i Giovani Turchi, vedendoli come una protezione contro quello che loro vedevano come una sorta di ” tradizionale anti semitismo cristiano”, inoltre vedevano nel nuovo corso una opportunità di integrazione che il sistema teocratico del Sultano non offriva. La situazione cambiò radicalmente con l’ascesa del Sionismo. I Giovani Turchi erano fanaticamente contrari a qualsiasi forma di separatismo e quando il movimento sionista iniziò a premere per un focolaio ebraico in Palestina, Talaat iniziò a guardare gli ebrei con sospetto . Fra il 1914 ed il 1917, il governatore militare della Palestina, Cemal Pascià, adottò misure  severe nei confronti degli ebrei. Nel 1917 vi furono migliaia di espulsioni da Giaffa e Tel Aviv. Cemal Pascià aveva considerato una deportazione di massa degli ebrei, simile a quella armena, ma fu fermato dalla Germania, alleata dei turchi. Gli armeni pagarono amaramente il loro successo culturale, economico e sociale ed ebbero la disgrazia di trovarsi in mezzo ai meccanismi della Grande Guerra per il Petrolio. Quanto alla responsabilità di Talaat Pascià, i ” Quaderni Neri” o il ” Libro Nero” costituiscono una prova agghiacciante della pianificazione del Genocidio Armeno. Non sono un diario intimo ma un registro contabile della distruzione. I documenti sono rimasti segreti per anni, nelle mani della famiglia di Talaat Pascià, finchè la vedova li affidò allo storico turco Murat Bardakci, che li pubblicò nel 1908. ( Vedi  libro di Bardakci Murat, Talat Pasa’ nin Evrak-i Metrukesi : Sadrazam Talat Pasa’ nin ozel arsivinde bulunan Ermeni tehciri ile ilgili belgerer e yazismalar ). Taner Akam fu uno dei primi storici turchi a riconoscere il genocidio. Utilizzò i dati forniti da Bardakci per dimostrare la pianificazione centrale dello sterminio ( vedi ” The Young Turks’ Crime Against Humanity: The Armenian Genocide and Ethnic Cleansing in the Ottoman Empire, Princeton University Press, 2012).

Armenia: governo modifica programma sostegno abitativo per sfollati del Karabakh (Agenzia Nova 26.03.26)

Erevan, 26 mar 09:54 – (Agenzia Nova) – Il governo armeno ha approvato modifiche al programma statale di sostegno abitativo per le famiglie sfollate con la forza dal Karabakh. La decisione è stata adottata nella seduta del 26 marzo. Il ministro del Lavoro e degli Affari sociali, Arsen Torosyan, ha spiegato che saranno considerati membri della famiglia nell’ambito del programma anche i bambini nati entro il 31 dicembre 2026, indipendentemente dalla data di presentazione della domanda online e dal rilascio del certificato. Un’altra modifica consentirà di utilizzare l’assistenza per il rimborso di un mutuo ipotecario anche ai beneficiari che al primo luglio 2025 non avevano un mutuo per l’acquisto o la costruzione di un’abitazione, ma avevano ottenuto un prestito al consumo garantito da un immobile per rifinanziare il mutuo. Torosyan ha aggiunto che, se il beneficiario vorrà usare il saldo positivo dell’assistenza per acquistare mobili o elettrodomestici, il trasferimento sarà effettuato sul conto del venditore sulla base di una documentazione più ampia rispetto alla sola fattura. Il governo ha inoltre rivisto l’importo del sostegno, ampliando di 150 unità l’elenco degli insediamenti con limite di 4 milioni di dram (circa 9.136 euro), in particolare nelle comunità confinanti con Erevan. In base alla nuova ripartizione, Erevan resterà a 3 milioni di dram (circa 6.852 euro), cinque comunità di confine manterranno 5 milioni di dram (circa 11.421 euro), mentre negli altri insediamenti il sostegno sarà pari a 4 milioni di dram (circa 9.136 euro). (Rum)

L’amb. Ferranti incoraggia i giovani armeni allo studio in Italia (Ansa 25.03.26)

l’ambasciatore d’Italia in Armenia, Alessandro Ferranti, ha fatto visita all’Università Statale di Jerevan dove è stato ricevuto dal Rettore dell’Ateneo, Hovhannes Hovhannisyan.

L’incontro è stata l’occasione per riflettere sulle potenzialità di rafforzamento dei rapporti tra l’Università Statale di Jerevan e le principali Istituzioni accademiche italiane, richiamando fra le altre la collaborazione intrapresa con l’Università degli Studi di Milano.
Nel corso del colloquio, il Rettore ha riferito che sono già state avviate le consultazioni per l’ampliamento del Memorandum d’Intesa siglato con l’Ateneo milanese nel 2021 ai settori delle biotecnologie e della farmaceutica, dell’archeologia, del diritto costituzionale, delle scienze finanziarie, nonché delle relazioni internazionali.
In un quadro di legami storici e culturali, l’ambasciatore ha sottolineato che gli accordi instaurati tra le Università si basano spesso non solo sui rapporti istituzionali, ma anche sulle affinità valoriali e sulla condivisione di prospettive che traggono alimento e ispirazione da un comune retaggio di umanesimo, prerequisito fondamentale per una cooperazione prolifica e a lungo termine.

Egli ha peraltro evidenziato che, nell’ambito dei programmi di scambio “Erasmus+”, l’Italia va affermandosi come una delle destinazioni più ambite sia per gli studenti che per i docenti in Europa.
A seguire, nell’ambito del ciclo di incontri organizzati dall’Università con i Capi delle Missioni diplomatiche accreditate a Jerevan, rivolgendosi alla platea degli studenti l’ambasciatore Ferranti ha dato particolare rilievo al concetto di italianità, da intendersi come presenza dell’Italia nel mondo, anche quale espressione e strumento di “soft power”, e al ruolo della cultura quale piattaforma privilegiata per il dialogo tra Paesi, con particolare accento alle relazioni Italia-Armenia.
Le domande formulate dagli studenti in aula hanno confermato il forte interesse nutrito dalle nuove generazioni di armeni nei confronti dell’Italia, il che impone di intensificare ulteriormente la collaborazione in ambito educativo e accademico. L’ambasciatore ha dunque incoraggiato i giovani studenti a guardare all’Italia e allo studio dell’italiano anche come una concreta opportunità di investimento per il proprio futuro.

Solidarietà degli studenti armeni nella moschea blu di Yerevan con i martiri della scuola di Minab in Iran (Pars Today 25.03.26)

Pars Today – A seguito dell’attacco di Stati Uniti e Israele contro la scuola Shajareh Tayyebeh a Minab, in Iran, e del martirio di un gran numero di studenti, la Moschea Blu di Yerevan ha ospitato una cerimonia di cordoglio con un’ampia partecipazione di studenti, insegnanti e iranologi armeni.

L’attacco militare statunitense contro la scuola Shajareh Tayyebeh a Minab, in Iran, ha provocato il martirio di oltre 160 studenti e il ferimento di molti altri. Gli Stati Uniti, autori di questo crimine, stanno ancora conducendo le cosiddette indagini per eludere le conseguenze e le responsabilità derivanti da questa tragedia umana.

Un gruppo di studenti e insegnanti delle scuole armene si è riunito nella Moschea Blu di Yerevan, capitale del Paese, deponendo fiori e tenendo riti simbolici per esprimere la propria solidarietà agli studenti che hanno perso la vita nel crimine americano a Minab.

Durante la cerimonia, svoltasi in un’atmosfera di profondo lutto, gli studenti armeni hanno sollevato cartelli con le scritte «No alla violenza», «I bambini non siano vittime della guerra» e «Gli studenti di Minab non sono soli», gridando in lingua armena e persiana un messaggio di sostegno alla pace e di netta condanna della violenza contro i minori.

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I riflessi del conflitto in Medio Oriente su Armenia e Georgia (Osservatorio Balcani e Caucaso 24.03.26)

Infuria il conflitto in Medio Oriente, e nonostante uno sconfinamento delle azioni belliche in Azerbaijan, il Caucaso meridionale finora non è stato coinvolto in combattimenti. La regione si trova però a dover gestire una combinazione complessa di rischi transfrontalieri, sensibilità etniche e dinamiche politiche internazionali, che rendono l’evoluzione del conflitto un fattore di rilevanza strategica e di sicurezza per l’area.

Armenia

Il 28 febbraio il Ministero degli Esteri armeno ha dichiarato di monitorare attentamente la situazione, invitando i cittadini armeni in Iran e Israele a seguire le indicazioni di sicurezza. Il 1° marzo, il Primo ministro Nikol Pashinyan ha presieduto una sessione allargata del Consiglio di Sicurezza, con relazioni del capo dell’Intelligence esterna e del Segretario del Consiglio.

Pashinyan ha inoltre inviato un messaggio di condoglianze al Presidente iraniano Masoud Pezeshkian per le vittime nel paese, sottolineando la necessità di una rapida stabilizzazione. Sono poi seguite le congratulazioni per l’elezione del nuovo Ayatollah.

Per decenni – o come si dice a Yerevan e Teheran, per millenni – il confine tra Armenia e Iran è stato una delle principali vie di traffico commerciale e transito verso l’esterno dell’Armenia e il paese ha una funzione non sostituibile negli equilibri commerciali armeni, almeno fino ad apertura di nuovi canali che per ora sono solo embrionali.

All’esplodere del conflitto il ministro degli Esteri Ararat Mirzoyan ha avuto un colloquio telefonico con il suo omologo iraniano Seyyed Abbas Araghchi, esprimendo cordoglio e richiamando l’importanza di ridurre le tensioni e privilegiare una soluzione diplomatica. Va inoltre ricordato che nei giorni precedenti la guerra, il ministro della Difesa armeno si era recato in Iran per consultazioni bilaterali.

Il primo ministro armeno Nikol Pashinyan al Parlamento europeo, marzo 2026 © Unione europea

Il primo ministro armeno Nikol Pashinyan al Parlamento europeo, marzo 2026 © Unione europea

L’11 marzo, parlando al Parlamento Europeo per la prima volta dopo 2 anni, il Primo Ministro Pashinyan ha chiarito la posizione armena in merito al conflitto, in una fase in cui il paese si sta aprendo a partner strategici non tradizionali come gli Stati Uniti, e sta costruendo ex novo relazioni con paesi come Pakistan e Arabia Saudita, che dovrebbero inserirsi nelle logiche commerciali garantendo l’apertura di nuove rotte.

“L’Iran è un nostro buon amico, un vicino millenario. Avete già visto la portata dei nostri rapporti con gli Stati Uniti. Sono nostri validi partner gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar, l’Oman, il Kuwait, la Giordania, il Libano, il Bahrein e la Siria”, ha dichiarato Pashinyan. “Recentemente abbiamo compiuto un passo storico con l’Arabia Saudita, stabilendo relazioni diplomatiche. Siamo addolorati per quanto sta accadendo in Medio Oriente. Di fronte a una crisi internazionale di tale portata, noi siamo un piccolo e modesto Stato e non possiamo che pregare per la pace eterna di tutte le vittime e per la saggezza dei nostri leader partner, affinché trovino al più presto soluzioni diplomatiche”.

Yerevan è stata anche luogo di mobilitazione della comunità iraniana in Armenia.

Le autorità armene hanno arrestato alcuni manifestanti iraniani che protestavano davanti all’ambasciata iraniana, segnalando l’attenzione del governo a contenere possibili ripercussioni della crisi sul piano dell’ordine pubblico e sulle relazioni bilaterali con il vicino, che ha i nervi scoperti.

Georgia

L’esecutivo di Tbilisi guidato dal Sogno Georgiano ha negli ultimi anni coltivato rapporti cordiali con Teheran, e in questa occasione ha adottato una linea improntata a cautela e bilanciamento.

Il 28 febbraio 2026 il Ministero degli Esteri ha dichiarato di monitorare con profonda preoccupazione la situazione in Medio Oriente, sottolineando l’importanza della de-escalation diplomatica e invitando i cittadini georgiani a seguire le indicazioni di sicurezza.

In una successiva dichiarazione ufficiale, il governo ha espresso condoglianze all’Iran per le vittime, inclusa la Guida Suprema, così come a Israele e al popolo ebraico, ribadendo solidarietà ai Paesi del Golfo e auspicando il ritorno al dialogo politico. Sono seguiti poi i complimenti per la nomina del nuovo leader iraniano.

Tbilisi cerca ti dare un colpo al cerchio e uno alla botte, per non compromettere i rapporti con nessuna delle parti belligeranti, in una fase in cui un ulteriore isolamento diverrebbe pressoché insostenibile, data la precaria situazione internazionale in cui versa il paese.

I nervi sono però saltati in seguito alla pubblicazione di un articolo sul quotidiano statunitense The Hill, firmato dall’analista Keti Korkiya.

Nel suo intervento, Korkiya sostiene che il governo georgiano stesse rafforzando i legami con l’Iran, offrendo a Teheran opportunità per aggirare le sanzioni occidentali. L’articolo cita, tra l’altro, l’aumento degli scambi commerciali tra i due paesi negli ultimi dodici anni. Viene inoltre menzionato uno studio del think tank georgiano Civic Idea, secondo cui tra il 2022 e il 2025 ben 72 aziende registrate in Georgia avrebbero importato petrolio e prodotti petroliferi iraniani.

I media filogovernativi hanno reagito con forza, definendo l’articolo un attacco infondato contro il paese e sottolineando che il peso dell’Iran nel commercio complessivo della Georgia resta limitato. Anche diversi esponenti politici della maggioranza hanno attaccato l’autrice, mentre la Banca Nazionale della Georgia ha ribadito il pieno rispetto delle sanzioni internazionali imposte all’Iran.

Il sindaco di Tbilisi Kakha Kaladze ha insistito sul fatto che simili dichiarazioni siano particolarmente pericolose in un contesto regionale già instabile, e ha risposto duramente alle affermazioni dell’ex ministra della Difesa Tina Khidasheli, che aveva definito una filiale georgiana dell’università iraniana Al-Mustafa una “scuola per terroristi”.

Anche in questo caso, Kaladze ha accusato i critici di agire contro gli interessi nazionali e di essere al servizio di potenze straniere.

Khidasheli ha invece espresso preoccupazione per le possibili ripercussioni delle politiche del governo, accusato di intrattenere relazioni con l’Iran basate su una reciproca convenienza.

Il Servizio di Sicurezza dello Stato della Georgia ha avviato un’indagine e convocato diverse persone per interrogarle in merito a dichiarazioni riguardanti una presunta crescente influenza dell’Iran nel paese.

La posizione della Georgia riflette la distanza tra l’orientamento del governo e quello di ampi settori della società civile. La piazza georgiana ha storicamente mostrato simpatia per i movimenti anti-Khamenei: negli ultimi mesi si sono svolte con regolarità manifestazioni di solidarietà davanti all’ambasciata iraniana a Tbilisi, con anche qualche fermo e multa fra cittadini iraniani.

La strategia dei paesi caucasici è di rassicurare tutti i partner in pari misura riguardo l’assoluta estraneità al conflitto, e attenderne gli esiti, auspicando che sia il più rapido possibile e che l’esodo dall’Iran, per ora ridotto a circa cinquemila persone, rimanga un fattore marginale.

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Ex deputato del partito al potere diventa giudice della Corte Costituzionale in Armenia: le ONG avvertono dei rischi (Notizie da Est 24.03.2

Il parlamento dell’Armenia ha approvato la nomina dell’ex deputato del partito al governo Vladimir Vardanyan come giudice della Corte Costituzionale. Un totale di 67 deputati su 107 hanno partecipato al voto, tutti hanno sostenuto la sua nomina.

Vardanyan ha rassegnato le dimissioni dal suo mandato parlamentare una settimana prima, dopo che il presidente del paese lo aveva nominato per la carica. Ha anche lasciato il partito Civil Contract, sebbene fino a poco tempo fa fosse stato un parlamentare attivo. In precedenza aveva presieduto la commissione parlamentare per gli affari di stato e legali.

Rappresentanti della società civile armena hanno avvertito che la sua nomina alla Corte Costituzionale potrebbe comportare un rischio per l’indipendenza e l’imparzialità della corte.

  • Scandalo in Armenia: il direttore del museo licenziato per aver regalato un libro al vicepresidente degli Stati Uniti
  • Attacco di phishing da parte di truffatori informatici che si spaciano per membri del partito al governo dell’Armenia
  • Sondaggio: il partito al governo in Armenia vincerà le elezioni di giugno?

Ciò che prevede la legge

La legge “Sulla Corte Costituzionale” stabilisce i requisiti per un giudice della Corte Costituzionale.

Secondo la legge, un giudice della Corte Costituzionale non può:

  • essere membro o fondatore di alcun partito politico,
  • occupare una posizione all’interno di un partito,
  • agire per conto di un partito o partecipare ad attività politiche in qualsiasi altro modo.

«Un giudice della Corte Costituzionale deve dimostrare moderazione politica e neutralità nelle dichiarazioni pubbliche e in tutte le altre circostanze», si legge nella legge.

Se un giudice della Corte Costituzionale partecipa ad attività politiche, le autorità possono revocare il suo mandato. Anche la Costituzione attuale dell’Armenia prevede questa disposizione.

Rappresentanti della società civile sottolineano che queste regole si applicano dopo la nomina. Tuttavia mirano a prevenire legami tra un giudice e le forze politiche. Di conseguenza cercano di garantire l’indipendenza e l’imparzialità della corte.

«Le forze di opposizione sono parti della Guerra», afferma il presidente del parlamento armeno

Seguendo il primo ministro Nikol Pashinyan, Alen Simonyan dice che gli elettori nelle elezioni del 7 giugno dovranno scegliere tra pace e una possibile guerra

 

 

“La cessazione dei legami politici non è garantita”: dichiarazione delle ONG

«Sebbene Vladimir Vardanyan si sia dimesso dal suo mandato parlamentare e abbia lasciato la forza politica che sostiene la maggioranza parlamentare, il fatto che abbia trascorso oltre sette anni in politica e appartenuto a un partito solleva dubbi sulla sua capacità di svolgere in modo imparziale i compiti di un giudice della Corte Costituzionale», hanno dichiarato rappresentanti di oltre una dozzina di ONG.

Secondo loro, «l’interconnessione politica esclude la possibilità di gestire i rischi».

Le ONG hanno pubblicato la dichiarazione congiunta prima che i parlamentari iniziassero le votazioni. Hanno esortato i legislatori «astenersi dal votare la candidatura di Vladimir Vardanyan».

Rappresentanti della società civile hanno sottolineato che un legame ideologico con il partito al governo fornisce motivi sufficienti per mettere in discussione l’indipendenza e l’imparzialità di Vardanyan nel ruolo:

«Rassegnare il mandato parlamentare o lasciare un partito non può garantire la fine dei legami politici o dell’influenza politica.»

Armenia e Georgia valutate ‘parzialmente libere’ nel rapporto aggiornato di Freedom House

Il gruppo per i diritti ha pubblicato il suo rapporto annuale Freedom in the World sui diritti politici e le libertà civili, comprese le evoluzioni nel Caucaso meridionale

 

Freedom House “Freedom in the World 2026” report

 

Addio ai membri della commissione in vista della nomina

Una settimana prima che il parlamento discutesse la nomina di un giudice della Corte Costituzionale, Vladimir Vardanyan ha salutato i membri della commissione che presiedeva.

“Per tradizione, dovrei dire: cari colleghi, mi scuso se qualcosa non è andato bene,” ha detto, ringraziando i deputati per la loro cooperazione attiva.

Le sue parole hanno sorpreso persino i membri del suo stesso partito.

“Non c’era bisogno di affrettarsi a dire addio,” ha detto la deputata Arusyak Julhakyan del Civil Contract.

Figure dell’opposizione hanno sostenuto che l’addio anticipato indicava che il voto sarebbe stato una formalità. Secondo loro, il parlamento avrebbe confermato una nomina invece di condurre una selezione genuina.

Kristine Vardanyan, deputata della fazione Armenia dell’opposizione, ha affermato che il partito al governo non aveva nemmeno cercato di conservare una apparente procedura formale, poiché l’esito era già chiaro:

«Tutti sanno che un candidato è stato nominato. Verrà, non importa cosa dica, quali domande gli saranno poste o come reagirà la società. Arriverà un SMS, sarà eletto, perché ciò è già stato deciso, perché la Corte Costituzionale deve diventare ancora più conforme a loro.»

«Cambiare la Costituzione dell’Armenia è una nostra decisione, non degli altri», dice Pashinyan in briefing

Molti ritengono che le autorità armene intendano soddisfare la principale precondizione di Baku per un accordo di pace modificando la Costituzione. Tuttavia, il primo ministro insiste che la questione sia strettamente una “questione interna”.

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Io ricordo Io ricordo – RaiPlay Ritorno a Khodorciur – Diario Armeno 10 min

Raphael Gianikian legge un brano delle sue memorie sulla deportazione subita tra il 1915 e il 1919 nel Kurdistan turco, quando era bambino e la sua intera famiglia era stata sterminata. Durante un viaggio in Armenia coi due registi Walter Chiari, nella chiesa rupestre di Gherhard, canta uno spiritual per Raphael.

 

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Gli Usa di Trump si espandono nel Caucaso ma ignorano la Georgia. Ecco perché (Insider Over 23.03.26)

A metà di febbraio il vice-presidente Usa J.D. Vance ha compiuto una storica visita ufficiale in Armenia e Azerbaigian, la prima di un presidente o vice-presidente Usa sia nell’uno sia nell’altro Paese. Il viaggio, arrivato sei mesi dopo la mediazione con cui Donald Trump ha portato Baku e Erevan a un accordo di pace, è servito per siglare un accordo di ampio spettro con l’Armenia (uso dell’energia nucleare e Difesa) e con l’Azerbaigian, in questo caso addirittura un partenariato strategico per lo sviluppo regionale. Il vero obiettivo, però, era un altro: dare ulteriore impulso al TRIPP (Trump Route for International Peace and Prosperity), il corridoio commerciale che dovrebbe collegare Baku (capitale dell’Azerbaigian) a Kars (Turchia) passando attraverso l’Armenia. Progetto ovviamente impossibile finché Azerbaigian e Armenia erano in guerra.

In sostanza, il TRIPP è la ricompensa che Trump ha preteso per intervenire a pacificare le parti. Una volta realizzato, potrebbe diventare la principale rotta di comunicazione e trasporto tra Est e Ovest, con due effetti: ridimensionare le rotte più a Nord, quelle che passano per la Russia; consolidare la presenza e l’influenza politica americana in una regione cruciale posta sul fianco Sud-Est della Russia, affacciata sul Mar Caspio e quindi sull’Iran e sull’Asia Centrale. Il progetto, peraltro, ha brillanti prospettive: affidata per 99 anni a una concessione americana e a un consorzio di agenzie private, la gestione prevede un fatturato tra i 50 e i 100 miliardi di dollari all’anno. Baku ha già investito parecchio nel suo tratto di competenza e nel suo tratto del corridoio il transito merci ha già registrato un significativo incremento.

La Georgia tagliata fuori

Dallo storico viaggio Vance, come si vede, è rimasto fuori l’altro grande Paese del Caucaso meridionale, cioè la Georgia, che negli scorsi decenni era stato invece l’avamposto dell’influenza americana nella regione, mentre Azerbaigian e Armenia ancora subivano l’influenza di Mosca. C’entra l’ostentata neutralità che le autorità di Tbilisi, dal 2012 sostanzialmente espresse dal partito Sogno Georgiano, mantengono nei confronti della guerra in Ucraina, neutralità rivendicata anche al costo di compromettere i rapporti con la Ue e di vedere così bloccato fino al 2028 il processo di adesione (la Georgia è Paese candidato dal 2023) e, di converso, intensificare quelli con la Russia, Paese con cui peraltro non vi sono relazioni diplomatiche dalla guerra del 2008?

La risposta è no. Intanto perché, com’è noto, lo stesso Donald Trump intrattiene con l’Ucraina rapporti controversi, al punto da decidere che ile armi americane potranno andare a Kiev ma solo se pagate dagli europei. E poi perché il distacco degli Usa dalla Georgia precede le decisioni di Trump sull’Ucraina. Trump aveva appena fatto in tempo a rientrare alla Casa Bianca che il primo ministro georgiano Irakli Kobakhidze gli scrisse una lettera chiaramente imbonitrice, in cui si dicevano cose come “Abbiamo parlato apertamente delle attività criminali del deep state, dell’USAID, del NED [National Endowment for Democracy] e di altri gruppi anni prima che voi rilasciaste dichiarazioni simili. Abbiamo valutazioni identiche sulla guerra in Ucraina, sulla propaganda di genere e LGBT e su molte altre questioni». Scopo della lettera era riavvicinarsi a Washington e magari, con un po’ di fatica, ottenere che Trump eliminasse le sanzioni contro la Georgia decise da Joe Biden.

Il braccio di ferro con la Cina

La lettera di Kobakhidze funzionò così bene che Trump non rispose mai. Il che fa chiaramente capire che dalla visione strategica della Casa Bianca la Georgia era esclusa in partenza. Non perché filo-russa , come molti non si stancano di ripetere, ma perché poco influente rispetto al vero obiettivo, che non è tanto contestare il Caucaso a Mosca (troppo debole per poter pensare di conservare anche in tempi di guerra e di emergenza economica l’influenza che aveva prima) ma contestare l’Asia Centrale a Pechino, a partire dai corridoi commerciali.

Nel giugno del 2025, mentre gli Usa si univano a Israele nel bombardare l’Iran, ad Astana, in Kazakhstan, cominciava il secondo vertice Cina-Asia Centrale, il frutto più recente della campagna di espansione avviata da Xi Jinping nel 2013 con il progetto della Nuova Via della Seta. Un vertice arrivato dopo anni in cui la Cina ha largamente investito in Asia Centrale in ferrovie, strade e oleodotti, destinati a interconnettere la regione e a connetterla alla Cina; in cui Turkmenistan e Kazakstan sono diventati grandi fornitori di gas e petrolio per l’industria cinese; e in cui l’influenza cinese è andata visibilmente allargandosi. Nello stesso tempo, l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), accoglieva altri 3 Paesi membri (India, Iran e Pakistan), 3 Paesi osservatori (Afghanistan, Bielorussia e Mongolia) e 14 partner per il dialogo (Arabia Saudita, Armenia, Azerbaigian, Bahrein, Cambogia, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Maldive, Myanmar, Nepal, Qatar, Sri Lanka e Turchia).

Gli Usa non potevano rimanere inerti. Il TRIPP è la loro prima risposta organica alla sfida cinese. E per quella risposta la Georgia, come si vede, a dispetto della posizione strategica sul Mar Nero e dell’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan (che all’epoca di George W. Bush sembrò una grande conquista americana), non serve più. È chiaro che ignorandola a questo modo Trump la spinge sempre più nelle braccia di Mosca. Ma forse anche questo fa parte del piano.

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La voce dei cristiani iraniani e l’aggressione all’Iran (Sudefuturi 22.03.26)

Le comunità cristiane sono garantite e protette nella Costituzione del paese. Tutti i rappresentanti delle varie comunità cristiane si sono espressi in modo chiaro e netto contro l’aggressione e per soluzioni diplomatiche

Le chiese cristiane dell’Iran hanno condannato le affermazioni, funzionali alla logica dell’interventismo bellico, da parte dei funzionari statunitensi sulla situazione delle minoranze religiose nella Repubblica islamica, invitando Washington a essere più preoccupata per il proprio sventurato record di diritti umani negati in patria e all’estero, invece di spargere “lacrime di coccodrillo” per altri.

In una dichiarazione rilasciata subito dopo l’inizio dell’aggressione e dei bombardamenti sul paese, le chiese cristiane denunciano: “Respingiamo le accuse statunitensi di violazioni dei diritti contro le minoranze religiose in Iran, riaffermiamo che tutte le religioni divine nel paese hanno i loro rappresentanti al parlamento iraniano (Majlis), che godono di uguali diritti con i colleghi legislatori. All’interno dell’establishment islamico, le chiese si sentono libere di tenere cerimonie religiose e festival culturali, sociali e sportivi preservando la propria identità religiosa e culturale e proprio lo scorso anno è stato ancora incrementato un bilancio speciale alle comunità religiose iraniane.Questi sono solo alcuni esempi dell’impegno dell’establishment sacro della Repubblica islamica dell’Iran per la questione delle religioni divine e dei loro seguaci e per proteggere i loro valori morali e sociali… I ‘commenti interventisti’ degli uomini di stato americani attraverso piattaforme ufficiali e cyberspazio, in particolare Twitter, sulle violazioni dei diritti delle minoranze religiose nella Repubblica islamica dell’Iran non sono altro che spargere lacrime di coccodrillo“.

Le chiese cristiane hanno inoltre invitato “i funzionari statunitensi a concentrarsi sulle proprie questioni interne e a impegnarsi in relazioni efficaci e costruttive con tutti i governi invece di interferire nei nostri affari interni. Condanniamo inoltre il sostegno di Washington ai regimi guerrafondai di Israele e Arabia Saudita e invitiamo gli Stati Uniti a smettere di sostenere le sanguinose guerre in Siria e Yemen. Ribadiamo che le minoranze religiose iraniane non hanno bisogno di alcun ‘tutore’ nella loro patria e sono in grado di difendere i loro diritti attraverso i loro rappresentanti al parlamento e le relative istituzioni governative”.

la costituzione iraniana

Secondo la Costituzione iraniana la religione ufficiale dell’Iran è l’Islam sciita, ma la Repubblica islamica riconosce e protegge le minoranze religiose dall’ebraismo, ai cristiani con le varie denominazioni, ai zoroastriani, che hanno rappresentanti anche nel parlamento, gli armeni, assiri, isunniti, oltre a comunità più piccole ma riconosciute, come il mandaeismo, il yarsanismo, il buddismo, l’induismo.

Con diritti civili chiaramente definiti, ad esse sono garantite libertà economiche, culturali e religiose e partecipano pienamente alla vita politica del Paese. Dei 290 seggi in Parlamento, cinque sono riservati alle minoranze religiose. I rappresentanti di armeni, ebrei, zoroastriani, assiri e caldei parlano direttamente a nome delle loro comunità. Circa 450 chiese in tutto il Paese svolgono le loro attività religiose e comunitarie senza restrizioni. 40 chiese cristiane sono state restaurate con il sostegno dell’Organizzazione per il Patrimonio Culturale e il Turismo iraniano, mentre 57 associazioni dedicate alle minoranze religiose ricevono finanziamenti governativi per sostenere programmi sociali, culturali e assistenziali.

La condizione fondamentale posta è l’essere prima cittadini iraniani con diritti e doveri, e poi ciascuno segue le proprie credenze. Come era nella Repubblica Araba siriana, prima che arrivassero gli jihadisti protetti dagli USA, a portare la democrazia.

La Costituzione stabilisce che “lintromissione sulle singole credenze è proibita”, e che “nessuno può essere perseguito o arrestato semplicemente per avere una certa credenza”, se rispettoso delle leggi.
L‘Iran ospita circa 550 chiese cristiane, con quasi 450 ufficialmente riconosciute e oltre 100 registrate come siti del patrimonio nazionale.

le chiese più importanti in Iran

Tra le chiese più importanti e storiche del paese si annoverano il Monastero di San Taddeo a Kare Kilisa, considerato la prima cattedrale armena costruita nel mondo; la Chiesa di Santo Stefano, costruita nel IX secolo, la seconda chiesa più importante dell’Iran; la Chiesa di Santa Maria, situata a nord-ovest di Kare Kilisa; la Cattedrale di Vank, costruita a Isfahan sotto lo Shah Abbas II; la Cappella di Chupan, talvolta chiamata Cappella del Pastore, una chiesa del XVI secolo nella provincia dell’Azerbaigian Orientale; la Cattedrale di San Sarkis, la chiesa più grande di Teheran, costruita nel 1970 e la Chiesa di Santa Maria a Tabriz, un sito storico risalente a 500 anni fa.

Se si guarda alla popolazione rispetto agli spazi di culto, le minoranze religiose godono in realtà di più del doppio dell’accesso pro capite rispetto alla maggioranza sciita. C’è circa una chiesa ogni 500 cristiani, mentre tra gli sciiti, c’è una moschea per più di 1000 persone.

il rispetto per le minoranze religiose

Il rispetto per le minoranze religiose è stato anche simboleggiato dalle numerose visite del leader della Rivoluzione islamica alle famiglie delle comunità minoritarie. Il riconoscimento di questi gruppi da parte dell’Iran si riflette anche a livello internazionale. Ad esempio, l‘Unione Internazionale degli Assiri ha trasferito la propria sede da Chicago a Teheran nel 2008, a testimonianza della fiducia che la comunità assira ripone nell’Iran.

Le minoranze religiose hanno dato un contributo significativo anche al calcio iraniano nel corso degli anni. Giocatori cristiani divenuti leggendari nel paese, includono Vazgen Safarian, Karo Haghverdian, Markar Aghajanyan, Serjik Teymourian, Fred Malekian, Edmond Bezike, Andranik Teymourian.

E’ anche significativo che, alla fine di dicembre 2024 i nomi più popolari per le ragazze appena nate in Iran riflettevano sia la devozione religiosa che la tradizione culturale: il nome Fatima ha guidato la lista con 4.448.000 portatrici, seguita da Zahra con 2.969.000, e in particolare, Mariam, con 1.811.000 portatori, al terzo posto, indice di un perenne rispetto per le figure religiose oltre la maggioranza musulmana.

L’arcivescovo Sebouh Sarkissian, arcivescovo armeno di Teheran, nei diversi Concili internazionali a cui ha partecipato negli anni, ha sempre tenuto a ribadire: “Dovete togliervi quella lente appannata dagli occhi, perché ciò che vi viene raccontato non è la realtà. Bisogna vivere in Iran per conoscere il popolo iraniano, il governo iraniano e la specifica disponibilità che dimostrano verso i seguaci delle religioni divine…”, ha dichirato.

la testimonianza di Grigoris Nersesiani

Ecco la testimonianza del sacerdote Grigoris Nersesiani, della Diocesi Armena di Teheran.

“I cristiani rappresentano la più grande minoranza religiosa dell’Iran, contando più di 130.000 persone. Avendo una lunga e profonda presenza nel paese, i cristiani hanno contribuito in modo significativo alla vita economica, culturale e artistica dell’Iran, mantenendo le proprie chiese, scuole e istituzioni culturali. La loro presenza arricchisce il variegato mosaico religioso e culturale dell’Iran.
Artisti cristiani come Mahaya Petrosian, Lorik Minasyan e Levon Haftvan sono tutti nomi familiari e rispettati in tutto il paese.

Chiesa Armena

Dalla mia esperienza di vita in Iran, posso dire che è un’esperienza molto serena e positiva, perché tra tutti i segmenti del popolo iraniano, possiamo davvero sperimentare affetto, amicizia, sincerità e solidarietà. Secondo la Costituzione, per noi armeni l’apprendimento della nostra lingua madre fa parte del percorso scolastico ed è obbligatorio. Anche l’educazione religiosa viene insegnata in armeno nelle nostre scuole.

Per quanto riguarda lo svolgimento di cerimonie religiose, godiamo di piena libertà e, in generale, il Ministero dell’Interno e la polizia garantiscono la massima sicurezza e predispongono tutto il necessario per le nostre celebrazioni. Il Ministero della Cultura e dell’Orientamento Islamico sostiene attivamente le attività culturali, artistiche, mediatiche e religiose di tutti i cittadini. Negli ultimi cinque anni, ciò ha portato all’approvazione di 376 raduni per cerimonie e festività religiose, al rilascio di 157 licenze editoriali per libri di case editrici affiliate alle minoranze, a 107 eventi culturali, sociali e religiosi a livello nazionale e provinciale e a sovvenzioni dirette per i media al servizio delle comunità etniche e religiose.

Le minoranze religiose in Iran possono celebrare liberamente le proprie cerimonie, festività e tradizioni, comprese le festività ufficiali. I cristiani iraniani celebrano la Pasqua, il Natale e il Capodanno gregoriano. Alcune chiese celebrano funzioni eucaristiche il venerdì per venire incontro alle esigenze dei fedeli che lavorano, dato che il venerdì è il giorno festivo settimanale ufficiale in Iran. Il governo ha inoltre adottato misure a sostegno delle celebrazioni religiose, come la donazione di 5000 alberi di Natale alle comunità cristiane per contribuire a rendere più solenni le festività. La storia ne è una testimonianza: quando gli armeni subirono il genocidio nell’Impero Ottomano e gli ebrei furono perseguitati nella Germania nazista, le comunità armene ed ebraiche iraniane continuarono a vivere in pace, salde nella loro fede e nella loro identità iraniana.

In materia legale, ad esempio l’eredità, la distribuzione avviene secondo le nostre leggi religiose.E in questioni come il divorzio e il matrimonio, anche i casi delle persone sono gestiti secondo le nostre regole. C’erano anche alcuni vecchi regolamenti in Iran e lo stesso leader Ayatollah Khamenei ha emesso sentenze su di loro, ribaltando quelle precedenti disposizioni a favore delle comunità cristiane, ebraiche ed assire”.

islam e cristianesimo accanto

Un operaio lucida una scultura di Cristo nella stazione della metropolitana di Maryam Moghaddas, a Teheran

Proprio di fronte alla cattedrale di Sarkis, che è anche la sede della diocesi armena di Teheran, è stata costruita una stazione della metropolitana chiamata St Mary, e se si va in quella stazione, si può vedere che la sua architettura è una miscela di elementi islamici e cristiani. I designer sono andati a visitare la chiesa, hanno preso visione della sua architettura e poi hanno progettato la metropolitana in linea con quello stesso stile architettonico cristiano.

In tutta la stazione, si vedono le immagini della Vergine Maria e le immagini di Gesù. I simboli cristiani che appaiono nel Vangelo sono lì visibili in modo inconfondibile.

La Chiesa cattolica in Iran fa parte della Chiesa cattolica mondiale, sotto la guida spirituale del Papa di Roma. Il cattolicesimo si diffuse nel paese attraverso i missionari e la migrazione o il reinsediamento delle comunità cattoliche orientali fin dal Medioevo. Il XVII secolo vide sforzi missionari più forti da parte della Chiesa latina, ma la maggior parte di essa cessò entro la fine del XVIII secolo e solo dalla metà del XIX secolo in poi la Chiesa latina stabilì una nuova presenza. Oggi, ci sono circa 22.000 cattolici in Iran, la maggior parte dei quali sono cattolici caldei, ma con anche comunità latino-cattoliche presenti.

Le condoglianze per l’assassinio di Khamenei

L’11 marzo 2026 il Patriarca Kirillha espresso le sue condoglianze per l’assassinio dell’Ayatollah Seyyed Alì Khamenei, definendolo “un uomo dalle profonde convinzioni religiose” e si è poi complimentato con il figlio di Khamenei per la sua elezione a guida spirituale del suo popolo.

In una lettera indirizzata a Masoud Pezeshkian, il Patriarca ha descritto il defunto come “un uomo di profonde convinzioni religiose” e un leader spirituale e nazionale di grande forza d’animo e carattere. Il Patriarca ha espresso la sua solidarietà e il suo sostegno alla famiglia e ai cari di Khamenei, pregando affinché Dio Misericordioso conceda a loro e al popolo iraniano la forza e il coraggio per sopportare il dolore.

Il Primate russo si è schierato apertamente al fianco della Repubblica islamica iraniana, in seguito all’aggressione e all’assassinio dell’alto esponente, sollecitando a schierarsi dalla parte di essa e  ribadendo  i buoni rapporti tra Russia e Iran“La Chiesa ortodossa russa mantiene un dialogo proficuo con la comunità islamica iraniana, basato sul rispetto reciproco e sull’impegno condiviso a preservare i valori morali tradizionali. Attendo con ansia il suo ulteriore e continuo sviluppo”.

Il patriarca Kirill ha poi confermato all‘Ayatollah Mojtaba Khameneila posizione di Mosca secondo cui i popoli di Russia e Iran intrattengono buoni rapporti di vicinato, mentre all’inizio della sua lettera lo chiama “fratello”. Parlando anche di un’elezione storica in un momento difficile per l‘Iran, sia a livello personale che nazionale: “…Mi congratulo sinceramente con Lei per la Sua elezione alla guida suprema del Paese da parte dell’Assemblea degli Esperti dell’Iran! Questo momento storico è stato segnato da una dura prova personale, legata alla morte del Suo stimato padre e dei Suoi cari. Lei si assume la responsabilità dello Stato e dei suoi cittadini in un momento drammatico, in cui l’Iran si trova ad affrontare numerose sfide esistenziali”, ha affermato nella lettera.

La Cattedrale di San Nicola a Teheran

La comunità ortodossa del Patriarcato di Mosca in Iran è formata solo più di un centinaio di fedeli, pur essendoci stretti rapporti tra la Federazione Russa e Teheran, e tra il Patriarca Kirill e gli Ayatollah del paese.

La cattedrale di San Nicola nella capitale è stata costruita negli anni ’40 con le donazioni degli emigrati russi. È stata progettata dall’architetto emigrato e ufficiale dell’esercito iraniano Nikolai Makarov. Dopo essere stata chiusa dal 1979, alla fine degli anni novanta furiaperta con l’arrivodel nuovo capo sacerdote l’archimandrita Alexander Zarkeshev.

Cattedrale di San Nicola a Teheran

Faina Lvovna Noniyaz è la responsabile delle attività relative alla chiesa, intervistata ha raccontato la sua storia: “Mio marito è iraniano. Ha vissuto a lungo in Russia come profugo politico, poi siamo tornati a Teheran nel 1994. All’inizio ho trovato difficile adattarmi. Ero profondamente nostalgica. Era difficile abituarsi al clima locale e allo stile di vita locale. Incontro i russi solo in chiesa, soprattutto durante le feste principali come il Natale, per esempio. La liturgia di Natale è molto bella e il coro è davvero bravo“.

Così anche una altra fedele, Olga Sosnova è arrivata da Kiev 16 anni fa, dove aveva incontrato il suo futuro marito iraniano, dopo essersi sposati, decisero di venire a vivere qui: “Non me ne pento. Mi sento bene qui. È vero, è stato molto difficile adattarsi. La cultura e la mentalità sono diverse. Nonostante il fatto che fossi stata moralmente preparata, tutto sembrava diverso da quello che avevo immaginato. Quello che mi ha colpito di più è un bel atteggiamento nei confronti degli stranieri. Non importa se sei un uomo o una donna, fanno del loro meglio per fare una bella impressione su uno straniero”.
Come le donne iraniane, Olga indossa un velo e vestiti che coprono il corpo, ma questo non la irrita. Trascorre molto tempo nel social network Odnoklassniki, chiacchierando con donne come lei, ex cittadini sovietici sposati con iraniani. Spesso celebrano insieme le vacanze russe.
Celebriamo il Capodanno, l’8 marzo, il giorno della vittoria del 9 maggio e tutte le principali feste ortodosse. Gli iraniani sono molto tolleranti su questo. Non abbiamo mai riscontrato problemi. Per inciso, si possono vedere non solo i credenti ortodossi, ma anche i musulmani nella chiesa russa durante le feste. Vengono a guardare la liturgia cristiana“.

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