La “pace” azero-turca per l’Armenia (Korazym 17.01.26)

Korazym.org/Blog dell’Editore, 17.01.2026 – Vik van Brantegem] – Si parla di “pace” tra Armenia e Azerbaigian ma la realtà è diversa.

Il Presidente dell’Azerbaigian, Ilham Aliyev, non ha smesso di considerare il territorio dell’Armenia come il cosiddetto “Azerbaigian occidentale”.

Aliyev chiede il “ritorno” degli Azeri in Armenia.

L’Azerbaigian chiede di modificare la Costituzione dell’Armenia.

Parte del territorio dell’Armenia continua ad essere occupato dall’Azerbaigian.

Aliyev continua a parlare del cosiddetto “Corridoio di Zangezur” (strada extraterritoriale azera che taglia l’Armenia in due) e non del TRIPP (Trump Route for International Peace and Prosperity: destinato a stabilire una connettività di transito multimodale senza ostacoli sul territorio dell’Armenia, contribuendo alla pace, alla stabilità e all’integrazione regionale sulla base del rispetto della sovranità, dell’integrità territoriale e della giurisdizione degli stati).

 

Il patrimonio armeno millenario nell’Artsakh viene cancellato dai vandali Azeri.

Anche nel 2026, i 120.000 sfollati forzati Armeni dell’Artsakh (Nagorno-Karabakh), privati della loro patria, certamente non potranno fare ritorno a casa. Forse ciò non avverrà mai a meno che, caduto il dittatore azero, un nuovo Azerbaigian democratico volti pagina e seppellisca una volta per tutte la retorica di guerra.

Il 2026 potrebbe forse portare a nuovi passi verso la normalizzazione delle relazioni di Armenia con Turchia e lo stesso Azerbaigian. Ma la parola “pace” è stata abusata fin troppo, soprattutto da media e politici che non si rendono ben conto della situazione nel Caucaso meridionale.

Ci sarà “pace”, non quando verrà firmato un trattato vero e proprio, ma solo quando saranno rilasciati i prigionieri di guerra armeni, i soldati azeri si ritireranno dal territorio dell’Armenia, i monumenti dell’Artsakh saranno preservati e non oggetto di vandalismi o demolizioni da parte degli occupanti azeri.

Ci sarà “pace”, quando a Baku smetteranno di parlare di “Azerbajgian occidentale”, quando impareranno a usare una narrazione non di minaccia e di aggressione, quando nelle scuole elementari dell’Azerbaigian non si insegnerà più a odiare l’Armeno e non si bruceranno più le sue bandiere.

 

Il 14 gennaio 2026, l’Azerbaigian ha rilasciato e rimpatriato quattro prigionieri Armeni detenuti a Baku.

Almeno 19 Armeni continuano a essere prigionieri in Azerbaigian, dove sono sottoposti a torture e maltrattamenti, privati dei loro diritti fondamentali e oggetto di processi farsa basati esclusivamente sulla loro identità armena.

L’Azerbaigian continua a praticare la cosiddetta “diplomazia degli ostaggi” allo scopo di estorcere concessioni politiche all’Armenia.

Non si può consentire all’Azerbaigian di avere una copertura o l’impunità per il continuo detenzione illegale e gli abusi sui prigionieri Armeni. L’ANCA (Armenian National Committee of America – la più grande e influente organizzazione di base armeno-americana negli Stati Uniti – chiede al governo Trump di intensificare gli sforzi per garantire l’immediata e incondizionata liberazione di tutti i prigionieri Armeni rimanenti e si rivolge al Congresso degli Stati Uniti chiedendo l’adozione della Legge sul partenariato strategico con l’Armenia (ARMENIA Security Partnership Act, H.R.6840) e della Legge sulla revisione delle sanzioni contro l’Azerbaigian (Azerbaijan Sanctions Review Act, H.R.5369), al fine di ritenere l’Azerbaigian responsabile per i crimini di guerra e le violazioni dei diritti umani.

“È necessario lavorare ogni giorno e lottare incessantemente per il ritorno di altri prigionieri di guerra armeni, detenuti in Azerbaijan”, ha scritto l’Ombudsman dell’Artsakh, Gegam Stepanian, in relazione al trasferimento in Armenia dei 4 prigionieri Armeni detenuti dall’Azerbaigian.

Attualmente nelle prigioni azere si trovano otto ex funzionari dell’Artsakh: gli ex Presidenti Arkady Ghukasyan, Bako Sahakyan, Arayik Harutyunyan, il Portavoce del Parlamento David Ishkhanyan, l’ex Ministro di Stato Ruben Vardanyan, l’ex Comandante dell’Esercito di Difesa Levon Mnatsakanyan, l’ex Vice Comandante dell’Esercito di Difesa David Manukyan e l’ex Ministro degli Esteri David Babayan.

Secondo la parte azera, fino al 14 gennaio 2026 erano detenuti in Azerbaijan un totale di 23 Armeni, 16 dei quali sono stati catturati dopo l’attacco militare dell’Azerbaigian all’Artsakh il 19 settembre 2023. Per 7 di loro sono state emesse “sentenze”. Attualmente su 16 persone si stanno svolgendo i cosiddetti “processi”.

I difensori dei diritti umani armeni hanno dichiarato che in realtà nelle prigioni azeri potrebbero esserci molti più armeni.

La speranza è che Aliyev, tronfio per le sconfitte inflitte al nemico armeno, sia indotto a rilasciare se non tutti almeno una buona parte dei prigionieri Armeni in Azerbaigian. Contiamo (non molto) sulla pressione internazionale (comunque molto fiacca) e su qualche iniziativa del governo armeno (che apparentemente non si scompone più di tanto).

 

Questa nella prima foto era la via Tumanyan a Stepanakert, capitale dell’Artsakh ora occupato. La maggior parte delle case furono costruite nel XIX secolo, e ospitavano la quinta e sesta generazione di Armeni di Artsakh. Alcune di queste case furono costruite dagli Armeni di Shushi, quando, dopo i pogrom del 1920, il governo dell’Azerbaigian sovietico proibì agli Armeni di tornare a Shushi. Allora essi smontarono le loro case pezzo per pezzo, le portarono a Stepanakert e le ricostruirono da zero. Ora la strada è stata demolita dagli occupanti Azeri.

Ecco (seconda foto) come appare oggi via Tumanyan. Tutte le case con l’autentica architettura armena sono state distrutte in due anni e al loro posto è stato costruito questo Parco della Vittoria di Aliyev. Il 24 dicembre 2025, nel giorno del compleanno del dittatore e alla sua presenza, è stato inaugurato. L’elemento centrale del complesso è un’arca alta 44 metri, oltre a una scala di 44 gradini, a simboleggiare l’aggressione del 2020 contro l’Artsakh, condotta con il sostegno attivo della Turchia e l’utilizzo di mercenari.

Vai al sito

Cronaca di Lucca Lucca: il Giorno della Memoria, dal genocidio armeno alla Shoah (Luccatimes 17.01.2026)

Dal al genocidio armeno alla Shoah e al Ruanda a Palazzo Ducale a Lucca: una mostra e incontri per non dimenticare.

I genocidi che hanno caratterizzato il XX Secolo sono al centro delle iniziative organizzate dalla Provincia di Lucca, attraverso la Scuola per la Pace e con la collaborazione dell’Istituto storico della Resistenza e dell’Età contemporanea di Lucca.

L’evento principale di queste iniziative, infatti, è la mostra «Genocidi del XX Secolo», curata dal Mémorial de la Shoah di Parigi, realizzata con il sostegno dell’Assemblea legislativa dell’Emilia Romagna che sarà inaugurata nell’Antica Armeria di Palazzo Ducale, sabato 24 gennaio alle 10.

«La storia – commenta il consigliere provinciale Federico Gilardetti, titolare della delega per la Memoria – dimostra quanto spesso l’umanità rischi di non imparare dalle proprie tragedie. È da questa consapevolezza che nasce la mostra dedicata a tre grandi tragedie del Novecento, non come semplice esercizio di memoria, ma come invito a una riflessione profonda sul presente.

Le vicende del passato ci interrogano oggi con particolare urgenza, di fronte a quanto da oltre due anni avviene in Palestina e ai più recenti sconvolgimenti sul piano internazionale. Ricordare significa assumersi una responsabilità: riconoscere i segnali, vigilare, e ribadire l’impegno per la pace, la dignità umana e il rispetto dei diritti fondamentali».

La mostra propone un approccio comparato dei tre genocidi riconosciuti dall’umanità come tali: quello degli Armeni dell’Impero Ottomano; il genocidio degli Ebrei d’Europa e quello dei Tutsi in Ruanda. L’analisi delle similitudini e delle differenze che questi genocidi presentano permette di comprendere meglio i meccanismi che hanno caratterizzato ognuno di essi.

Il processo che conduce al genocidio, infatti, si costruisce tappa dopo tappa e si radicalizza in un contesto di guerra.

Nell’esposizione, dunque, si approfondiranno i percorsi storici che hanno portato al genocidio degli Armeni che nell’arco di poco più di un anno, dall’aprile 1915 al dicembre 1916 ha visto un milione 300mila Armeni, cittadini dell’Impero Ottomano essere assassinati su ordine del partito Unione e Progresso: una cifra, quella delle vittime di questo genocidio, che rappresenta quasi 2/3 dell’intera popolazione armena dell’Impero.

Seguendo l’ordine strettamente cronologico, si arriva al 1941/1945 per approfondire la Shoah: la ricostruzione dei dati demografici ha permesso, oggi, di attestare che il bilancio della distruzione degli Ebrei d’Europa oscilla tra i 5,9 e i 6,2 milioni di vittime: più del 60% degli Ebrei del nostro continente, quindi e oltre un terzo degli Ebrei di tutto il mondo.

L’ultimo genocidio del XX Secolo è quello dei Tutsi in Ruanda, datato 1994. Tra il 7 aprile e la metà del mese di luglio di quell’anno, furono assassinate in Ruanda quasi un milione di persone: in meno di tre mesi, i tre quarti della popolazione Tutsi fu annientata.

La mostra resterà aperta al pubblico fino al 20 febbraio, a ingresso gratuito, dal lunedì al venerdì con orario 9-13 e 15-18; sabato 24 e domenica 25 gennaio con orario 15-18.

Per le scuole medie e superiori possibilità di visite guidate della mostra (per informazioni e prenotazioni contattare la Scuola per la Pace della Provincia).

Il 28 gennaio, doppio appuntamento con le autrici del libro «E poi torno anch’io»Vera Paggi e Lorenza Pleuteri, che, alle 10 si confronteranno con le studentesse e gli studenti delle scuole secondarie di secondo grado e nel pomeriggio, alle 17, a ingresso libero, nella Sala Tobino di Palazzo Ducale, incontreranno la cittadinanza e presenteranno il loro libro.

La loro è una storia raccontata attraverso i documenti di archivio, il processo, la giustizia mancata, le voci e i ricordi dei familiari, ma è anche una storia di donne, colleghe, amiche, mogli, figlie e nipoti che ‘tengono in vita’ quella storia. L’8  marzo  1944  dalla  stazione  Santa  Maria  Novella  a  Firenze  parte  un  trasporto  diretto  a Mauthausen.  Su  quel  convoglio  ci  sono,  tra  gli  altri,  cinque  operai  della  SITCA  (Stabilimento industriale toscano e Cartiera Cini), che avevano incrociato le braccia in quei giorni di marzo per il più  grande  sciopero  operaio  della  Seconda  guerra   mondiale.  Arrestati  con  altre  settantadue compagne di lavoro da un baldanzoso commissario di PS, vengono portati tutti al centro di raccolta nazista   delle   Scuole   leopoldine   di   Firenze.   Le   donne   saranno   liberate,   loro   moriranno   a Mauthausen. Questo  libro,  corredato da documentario audio,  racconta  la  storia  di  quei  mariti, padri, nonni e bisnonni, di cui in pochi hanno conservato memoria.

L’ultimo appuntamento in calendario è per il 3 febbraio quando, sempre in Sala Tobino a Palazzo Ducale, il direttore dell’Isrec, Jonathan Pieri e i componenti dell’Istituto Silvia Quintilia Angelini e Stefano Bucciarelli avranno un doppio incontro – la mattina con le scuole secondarie di secondo grado (ore 10) e il pomeriggio con la cittadinanza (ore 17) – sul tema«Persecuzione antiebraica in provincia di Lucca 1943-1945: leggi razziali, deportazione e salvezza». Anche questo incontro è a ingresso libero.

I docenti che parteciperanno agli incontri pomeridiani avranno un attestato di presenza. La partecipazione delle scuole a tutte le iniziative è gratuita, la prenotazione è obbligatoria.

Per informazioni e prenotazioni si può contattare la Scuola per la Pace della Provincia al numero 0583/417481 o alla mail scuolapace@provincia.lucca.it

Vai al sito

La settimana di preghiera per l’unità dei cristiani: dal 18 al 25 gennaio (AciStampa 17.01.26)

“Uno solo è il corpo, uno solo è lo Spirito come una sola è la speranza alla quale Dio vi ha chiamati” (Efesini 4, 4). È un invito alla comunione il tema che accompagnerà la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, da domenica 18 a domenica 25 gennaio. In quest’ultima data, solennità della Conversione di san Paolo, alle ore 17.30, nella basilica di San Paolo fuori le Mura, papa Leone XIV concluderà la Settimana con la celebrazione dei Vespri.

Tanti gli eventi in programma. Fra questi,  centrale sarà la veglia ecumenica diocesana, giovedì 22 gennaio alle 18.30, nella parrocchia di Santa Lucia (circonvallazione Clodia, 135). Al momento di preghiera interverranno i rappresentanti delle diverse confessioni cristiane presenti a Roma; sarà presieduto dal cardinale vicario Reina, mentre l’omelia sarà offerta dall’arcivescovo ortodosso Barsamian, rappresentante della Chiesa Armena Apostolica presso la Santa Sede.

Lunedì si terranno due veglie, una alle 18.30 nella parrocchia di Dio Padre Misericordioso, l’altra alle 19.15 a Santa Maria delle Grazie al Trionfale. Martedì, alle 19, un momento di preghiera ecumenico è in programma a Santa Maria degli Angeli e dei Martiri; mentre venerdì, sempre alle ore 19, a San Gioacchino in Prati e ai Santi Mario e Compagni Martiri, alla stessa ora.

Nel comunicato diramato dalla Diocesi di Roma, si legge: “Per quest’anno, le preghiere e le riflessioni che verranno utilizzate nella Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani sono state preparate dai fedeli armeni ortodossi, in collaborazione con i loro fratelli e le loro sorelle delle Chiese armene cattoliche ed evangeliche. Il materiale è stato preparato, redatto e discusso nella sede storica spirituale e amministrativa della Chiesa apostolica armena, Surp Etchmiadzin a Yerevan, nei giorni, forieri di grande ispirazione, della benedizione del Muron (olio santo) e della riconsacrazione della Cattedrale Madre, avvenuta tra il 28 e il 29 settembre 2024 a seguito di un esteso lavoro di ristrutturazione, durato dieci anni”.

Vai al sito

Armenia e Artsakh: viaggio nel cuore di una civiltà millenaria. (Giornalelavoce 16.01.26)

Un viaggio che non è soltanto geografico, ma umano, culturale e spirituale. Mercoledì 14 gennaio, nella sala conferenze Trinità di via Milite Ignoto a Cuorgnè, l’Unitre di Cuorgnè ha ospitato la presentazione del viaggio compiuto nell’agosto 2014 da Pierluigi Bernard e Maria Cristina Martinetti, docenti e viaggiatori curiosi, dal titolo suggestivo Armenia e Nagorno Karabakh: crocevia tra Europa e Asia. Un racconto che oggi assume un valore ancora più profondo, perché una delle terre visitate, l’Artsakh, purtroppo, non esiste più così come l’hanno conosciuta.

Per oltre un’ora, immagini, parole ed emozioni hanno accompagnato il pubblico nel cuore di una civiltà millenaria. L’Armenia non è un Paese che si visita distrattamente: è una terra che si attraversa con rispetto, che si ascolta nel silenzio e che resta dentro. È una nazione antica, scolpita nella pietra e nella fede, dove le montagne sembrano custodire la memoria di un popolo che non ha mai smesso di resistere. Severità e dolcezza convivono nello stesso paesaggio, nella stessa architettura, nello stesso sguardo delle persone.

Pierluigi Bernard e Maria Cristina Martinetti hanno percorso l’Armenia e il Nagorno Karabakh nell’estate del 2014, quando quella regione era ancora viva, abitata, pregata. Il termine Nagorno Karabakh deriva dal russo Nagorny, “montuoso”, da gora, montagna, e da Karabakh, parola di origine persiano-turco-azera che significa “giardino nero”: qara, nero, e bagh, giardino. Per gli armeni, però, quella terra ha un nome diverso e più intimo: Artsakh, una regione montuosa abitata da secoli da popolazione armena, da sempre contesa, ferita, amata. Oggi è stata svuotata, cancellata dalla geografia politica, ma la sua anima continua a vivere nelle pietre delle chiese, nei monasteri abbandonati e nella memoria di chi l’ha conosciuta.

Gli armeni si sentono profondamente europei, più che asiatici. Nel loro modo di pensare, di accogliere, di vivere la comunità e la fede c’è qualcosa che richiama da vicino l’Europa. Sono persone riservate, mai invadenti, che parlano a bassa voce ma sanno esserci con discrezione e rispetto. L’arte è ovunque: nelle chiese scavate nella roccia, nelle fortezze arroccate sulle montagne, nei monasteri che sembrano emergere direttamente dalla pietra, nelle croci incise a mano che punteggiano colline e vallate come un alfabeto di fede.

L’Armenia è il primo popolo della storia ad aver adottato ufficialmente il Cristianesimo, nel 301 d.C. Ancora oggi la fede è parte integrante della vita quotidiana. Non è ostentazione, ma identità profonda. Le chiese non sono musei, ma luoghi vivi. I canti non sono spettacoli, ma preghiere. Le processioni non sono rievocazioni, ma gesti che si ripetono da secoli, tramandati come un patrimonio familiare.

Gli armeni sono un popolo mite, lavoratore, dignitoso. Non si lamentano, non chiedono, non pretendono. Hanno conosciuto invasioni, massacri, deportazioni, il genocidio, l’esilio di milioni di persone nella diaspora. Nel Novecento sono stati schiacciati tra imperi, spartiti, dominati, cancellati dalle mappe e poi ricomparsi. Eppure sono ancora lì, in piedi, con lo sguardo fiero e il passo lento di chi ha imparato a resistere senza perdere l’anima.

La guida raccontava ai viaggiatori che, quando i russi lasciarono il Paese, gli armeni arrivarono a bruciare perfino le porte delle proprie case per scaldarsi. Eppure hanno ricostruito tutto. L’indipendenza definitiva è arrivata solo nel 1991, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, ma la libertà, in Armenia, è una conquista che si rinnova ogni giorno.

Erevan ha accolto Pierluigi e Maria Cristina con il profilo solenne del Monte Ararat, oggi in territorio turco, che domina l’orizzonte come un guardiano silenzioso e simbolico. Echmiadzin ha aperto loro le porte del cuore spirituale della nazione, dove batte ancora il respiro della prima Chiesa cristiana della storia. La Cattedrale di San Gregorio l’Illuminatore li ha colpiti per la sua imponenza e per quella luce che scende dall’alto come una benedizione.

A Khor Virap hanno ripercorso la storia di San Gregorio, imprigionato per tredici anni dal re pagano Tiridate III per aver rifiutato il culto degli dèi. Il re si ammalò gravemente e, secondo la tradizione, fu salvato grazie all’intercessione di Gregorio, che venne liberato, guarì il sovrano e portò alla conversione del regno. Nel 301 d.C. il Cristianesimo divenne religione di Stato: una svolta che cambiò per sempre il destino di un popolo.

Geghard li ha avvolti nel silenzio della roccia scolpita e nel canto che vibra tra le pareti della montagna. Noravank è apparso improvviso tra montagne rosse incendiate dal sole. Sevanavank si è riflesso nell’azzurro intenso del lago Sevan come una visione sospesa. Tatev ha regalato l’ebbrezza del vuoto e della bellezza con la sua funivia sospesa sulle gole. Gandzasar si è presentato come una fortezza dello spirito, austera e solenne. Shushi ha raccontato il dolore di una città ferita ma ancora carica di dignità.

Ovunque chiese, monasteri, cimiteri di croci, fortezze dimenticate, villaggi di pietra. Ovunque cori che cantano a cappella, come preghiere antiche che salgono verso il cielo. Non spettacolo, ma vita. Non turismo, ma incontro.

Nelle città i due viaggiatori hanno respirato una cultura viva, fatta di musei, teatri, università, sport, musica, caffè pieni di giovani e piazze dove la sera si passeggia lentamente. Nei villaggi hanno incontrato una vita semplice: agricoltura, allevamento, pane caldo, formaggi, frutta, vino e tavole imbandite senza fretta. L’ospitalità è sincera, mai costruita. Qui l’ospite è sacro.

L’Armenia non abbaglia, conquista. Non travolge, accompagna. Entra dentro piano piano e non se ne va più. Resta addosso come il profumo dell’incenso, come il suono delle campane tra le montagne, come il canto che rimbalza tra le pareti di una chiesa scavata nella roccia. È una terra che ha conosciuto il dolore più profondo, ma non ha mai smesso di credere nella luce. Una terra che insegna il valore della memoria, il peso della storia e la forza della dignità.

Perché qui si impara che si può perdere tutto, ma non la propria identità. Si può cadere mille volte, ma ci si può sempre rialzare. E finché esiste la memoria, esiste anche il futuro. Grazie a Pierluigi Bernard e Maria Cristina Martinettiche, con la loro lezione, hanno fatto vivere emozioni autentiche nel cuore del Caucaso, raccontando una terra antica, segnata da fede, identità e conflitti irrisolti, crocevia eterno tra Europa e Asia.

Vai al sito

Anche cristiani iraniani tra le persone uccise e arrestate nelle proteste di piazza (AsiaNews 15.01.26)

Almeno sette le vittime all’interno delle comunità armena e caldea. A queste si aggiungono tre feriti e uno incarcerato. Fra le persone decedute il giovane Ejmin Masihi. In una lettera aperta gli attivisti di Article18 condannano la “brutale repressione” operata dal “regime di Teheran”.

Teheran (AsiaNews) – Vi sono diversi cristiani fra quanti sono stati uccisi o arrestati nelle proteste di piazza di queste settimane in Iran, represse con la forza dalle autorità in un quadro che, almeno nelle ultime ore, appare di relativa calma. È quanto denunciano gli attivisti di Article18, sito specializzato nel documentare abusi e limiti in tema di culto nella Repubblica islamica, rilanciando testimonianze di prima mano dai luoghi teatro delle manifestazioni. Fonti locali parlano di sette armeni-iraniani fra le migliaia di vittime – oltre 2400 secondo le cifre ufficiali, anche se gruppi attivisti parlano di oltre 12mila morti -, uno dei quali identificato come Ejmin Masihi (nella foto) come riferisce un portale di informazione legato alla comunità armena.

Oltre alle sette vittime, all’interno della comunità cristiana iraniana si contano almeno tre feriti e una persona agli arresti.

Le notizie filtrate in questi giorni relative a uccisioni, ferimenti e arresti mostrano quanto i membri delle comunità cristiane riconosciute (armeni e caldei) e di quelle non riconosciute (in larga parte formate da convertiti dall’islam) siano parte attiva nelle manifestazioni su scala nazionale. Le proteste divampate a fine dello scorso anno, e che dalle periferie ha raggiunto Teheran e gli altri centri più importanti del Paese, hanno visto milioni di iraniani di ogni provenienza scendere in piazza chiedendo la fine del regime, un miglioramento dell’economia e maggiori libertà. Del resto i cristiani iraniani hanno anche avuto un ruolo nelle proteste precedenti, comprese quelle del 2019, quando almeno un caldeo risultava fra le oltre 300 vittime; e ancora nel 2022/3 quando i giovani caldei hanno sostenuto le manifestazioni del movimento “Vita, donna, libertà” dopo la morte di Mahsa Amini con un bilancio complessivo di più di 500 morti.

Oltre a denunciare l’uccisione di manifestanti cristiani, gli attivisti di Article18 hanno diffuso in questi giorni una lettera aperta in cui condannano quella che definiscono “brutale repressione” del malcontento da parte della leadership della Repubblica islamica. “I manifestanti – si legge nel documento – sono stati accolti con brutale violenza, compresi attacchi contro i feriti ricoverati negli ospedali. A seguito di un blocco quasi totale di internet, hanno cominciato a circolare notizie di un massacro, con diverse fonti attendibili che indicano che potrebbero essere state uccise migliaia di vittime, compresi bambini”.

“Abbiamo una responsabilità morale e politica – prosegue la lettera aperta – verso i cittadini iraniani, in particolare dei bambini e dei giovani, che non chiedono altro che il rispetto dei diritti umani fondamentali e che invece sono sottoposti alle forme più estreme e brutali di violenza di Stato.

Riteniamo che i seguenti punti debbano ora essere affermati chiaramente e messi in atto pubblicamente: i cristiani e le persone di coscienza dovrebbero invitare i loro rappresentanti eletti a chiedere conto alle autorità iraniane e a dichiarare apertamente che le azioni del regime hanno violato il diritto internazionale”.

La Repubblica islamica “ha anche minato in modo significativo la sua legittimità attraverso la repressione sistematica e la violenza di massa. I Paesi dovrebbero richiamare i propri ambasciatori dall’Iran come chiaro segnale che le relazioni non possono continuare come se nulla fosse. Il regime iraniano non può più essere considerato un membro legittimo della comunità internazionale, avendo gravemente violato sia le leggi nazionali che quelle internazionali. Non deve esserci impunità – affermano gli attivisti cristiani – per i responsabili dei crimini contro il popolo iraniano. È giunto il momento di un cambiamento decisivo nella politica dei Paesi occidentali. Non si può tornare alla ‘normalità’ con questo regime”.

“I governi devono anche considerare l’impatto positivo a lungo termine che la caduta di questo regime e l’emergere di un governo laico e democratico in Iran potrebbero avere, non solo per gli iraniani, ma anche per la stabilità regionale e globale. Il governo iraniano ha costantemente interferito in tutta la regione, alimentando conflitti e sofferenze in Libano, Iraq, Siria, Yemen e Palestina. Questo ruolo destabilizzante deve essere affrontato e portato a termine. La portata, la rapidità e la brutalità delle violenze in Iran richiedono una risposta urgente e basata su principi. È necessario perseguire risoluzioni forti a livello dell’Ue e dell’Onu per condannare le azioni del regime ed esprimere solidarietà al popolo iraniano. Esortiamo quindi la comunità internazionale, i governi, le Chiese e le organizzazioni internazionali – conclude la lettera aperta – ad andare oltre le misure simboliche e a sviluppare meccanismi efficaci per proteggere il popolo iraniano dalla violenza di Stato continua e sistematica. Quello che sta accadendo oggi in Iran non è una disputa politica interna, ma un attacco continuo alla dignità umana, alla vita e ai diritti fondamentali”.

Vai al sito


 

Iran: nel black-out della Rete anche la piccola comunità armena cattolica. L’appello del Patriarca Minassian, “la guerra non è una soluzione per la pace”

La rubrica «Il cammino verso l’unità», andata in onda domenica 11 gennaio (Riforma.it 15.01.26)

Doppio anniversario, quest’anno, per la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, che si celebra come ogni anno dal 18 al 25 gennaio. Cento anni fa, nel 1926, il movimento ecumenico «Fede e Costituzione», prima ancora della sua costituzione formale (che sarebbe avvenuta con la Conferenza mondiale di Losanna del 1927) iniziava la pubblicazione regolare dei «Suggerimenti per l’Ottavario di preghiera per l’unità dei cristiani». Così facendo si recepiva una proposta avanzata nel 1908 dal pastore episcopaliano statunitense (poi diventato cattolico) Paul Wattson: otto giorni di preghiera per l’unità scelti non a caso, ma tra due date simbolo dell’universalità della fede cristiana: il 18 gennaio, commemorazione della confessione di fede di Pietro, apostolo dei credenti di origine ebraica, e il 25 gennaio, festa della conversione di Paolo, apostolo delle nazioni. 

Ma quest’anno l’anniversario è doppio, perché mentre nei primi quarant’anni i materiali per la Settimana di preghiera sono stati pubblicati solo da «Fede e Costituzione» (quindi da protestanti e ortodossi), proprio a partire dal 1966 – dunque sessant’anni fa – con l’apertura della Chiesa cattolica all’ecumenismo, operata dal Concilio Vaticano II, si decide di preparare congiuntamente il testo ufficiale della Settimana per l’unità tra «Fede e Costituzione» (che nel frattempo era diventata la Commissione teologica del Consiglio ecumenico delle chiese) e il Segretariato vaticano per la promozione dell’unità dei cristiani (oggi Dicastero per la promozione dell’unità). 

Per il 2026, il testo biblico della Settimana è tratto dalla lettera di Paolo agli Efesini: “Uno solo è il corpo, uno solo è lo Spirito come una sola è la speranza a cui Dio vi ha chiamati” (Ef. 4,4). La liturgia ecumenica è stata preparata in Armenia da un gruppo ecumenico locale, composto da esponenti della confessione di maggioranza del Paese, la Chiesa apostolica armena (che fa parte del gruppo delle cosiddette chiese ortodosse orientali, che si distinguono dalla maggioranza delle altre chiese ortodosse perché fanno riferimento unicamente ai primi tre Concili ecumenici, quelli di Nicea, Costantinopoli ed Efeso), e da rappresentanti delle Chiese armene cattoliche ed evangeliche. 

L’Armenia è la stata la prima nazione del mondo a dichiarare il cristianesimo come sua religione ufficiale, grazie all’impegno del vescovo Gregorio, che convertì il re pagano Tiridate nel 301 dopo Cristo: questo vescovo è noto come «San Gregorio Illuminatore» perché portò la luce di Cristo al popolo armeno. E la liturgia proposta per la preghiera ecumenica è proprio incentrata sul tema della luce: «Luca da Luce per la Luce». Si tratta di un adattamento della «Celebrazione all’alba», una delle ore di preghiera quotidiana composte da un altro grande vescovo armeno vissuto nel XII secolo: san Narsete il Grazioso, che fu non solo il Catholicòs (cioè Patriarca) degli Armeni ma anche un grande poeta e innografo.

Perché tanta insistenza sul tema della luce? Nel materiale della Settimana si afferma che san Narsete ha «composto queste preghiere, che non hanno riscontro in nessun’altra chiesa, con un intento specificamente ecumenico»: quello di condurre a Cristo un gruppo pagano di adoratori del Sole. Per questo san Narsete sottolinea la luce di Cristo, per annunciare il Vangelo «non per mezzo dell’intimidazione, ma offrendo in modo creativo e amorevole il meglio che la testimonianza cristiana aveva da offrire»; un approccio che anche oggi «può fungere da modello per tutti noi, che aspiriamo alla comunione cristiana voluta da Dio». 

La rubrica «Il cammino verso l’unità» è andata in onda domenica 11 gennaio durante il «Culto evangelico», trasmissione (e rubrica del Giornale Radio) di Rai Radio1 a cura della Federazione delle chiese evangeliche in Italia. Per il podcast e il riascolto online ci si può collegare al sito www.raiplayradio.it

Vai al sito


Cristiani in preghiera per il dono dell’Unità

Armenia: cosa aspettarsi nel 2026 (Eastjournal 14.01.26)

Saranno essenzialmente tre le questioni che Yerevan dovrà affrontare questo nuovo anno: lo sviluppo delle relazioni con le vicine potenze regionali (Azerbaijan e Turchia), l’evoluzione delle relazioni con potenze extra-regionali (UE e Russia in modo particolare), e tensioni interne legate alle elezioni politiche che si terranno nel giugno 2026 e per cui la campagna elettorale è già ampiamente cominciata.

La pace nel Caucaso è ancora lontana

La realizzazione degli obiettivi della Dichiarazione di Washington firmata lo scorso agosto alla Casa Bianca, dipende più da Baku che non da Yerevan. Il governo armeno di suo sta facendo tutto il possibile per facilitare la pace con l’Azerbaijan e la normalizzazione dei rapporti con la Turchia. Il rischio è di bloccare il paese in una condizione di tensione permanente con i propri vicini, in un mondo sempre più senza regole. O meglio, dove l’unica regola che conta è quella della violenza. Pashinyan lo sa, il problema è che lo sa anche Aliyev. Il presidente azero continua a riferirsi alla Trump Route for International Peace and Prosperity (TRIPP) come “corridoio di Zengezour”, sottintendendo che si tratta di un’estensione della sovranità azera in territorio armeno per legare l’exclave del Nakhichevan al resto del paese. L’Azerbaijan ha inoltre aumentato ulteriormente il suo budget per la difesa, e si è sempre apertamente opposto all’ipotesi che il confine turco-armeno possa aprirsi prima della firma del trattato di pace, la cui precondizione però, secondo Baku, deve essere una riforma costituzionale che l’Armenia semplicemente non può fare in tempi brevi (il governo azero vuole che Yerevan modifichi il preambolo della Costituzione che non è emendabile tramite procedura ordinaria ma richiede l’adozione di una nuova carta costituzionale). È legittimo domandarsi se l’Azerbaijan voglia davvero la pace, e le continue dichiarazioni di Aliyev sull’Armenia come “territorio storicamente azero” fanno pensare il contrario.

Tra Ue e Russia meglio non dover scegliere

Un altro sviluppo importante riguarderà i rapporti con potenze extra-regionali. Nel maggio del 2026 l’Armenia ospiterà per la prima volta nella sua storia il summit della Comunità Politica Europea e il summit UE-Armenia. Si tratta di un fatto molto significativo, in quanto Yerevan diventerà centro di discussione sul futuro dell’Europa e il paese dovrà ospitare 44 leader europei. Ciò dimostra indubbiamente un approccio sempre più propositivo dell’Armenia verso l’UE ma non è chiaro fino a dove questo porterà. Alcuni funzionari armeni parlano apertamente di entrare in Unione Europea, ma non è mai stata presentata una domanda formale di adesione. Inoltre, Yerevan non vuole rinunciare alla sua partecipazione all’Unione Economica Euroasiatica, e nel luglio del 2025 ha presentato domanda di adesione all’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai, la cui decisione a riguardo spetta a Mosca e Pechino. L’Armenia conferma l’approccio pragmaticamente equilibrista della sua politica estera. In effetti, memori dell’esperienza georgiana del 2008, perché mai dovrebbero cercare uno scontro frontale con la Russia, che di imperialismo si nutre, e che vede nel Caucaso del Sud un suo giardino casa? Meglio di no. La parola d’ordine deve rimanere “diversificare”, ma mai escludendo Mosca, che deve rimanere partner politico, economico, e militare di rilievo. Questo non significa che i funzionari armeni si fidano dei russi. Il governo ha infatti chiesto a Bruxelles assistenza per rafforzare la cybersicurezza e combattere influenze esterne in vista delle elezioni politiche che si terranno a giugno. Nelle parole dell’Alta Rappresentante per l’UE Kaja Kallas, la richiesta sarebbe la stessa che presentò la Moldavia in occasione delle elezioni che hanno visto la vittoria del fronte europeista di Maia Sandu.

Elezioni politiche: un test per Pashinyan

Quanto detto fino ad ora è appeso al filo delle elezioni politiche che si terranno a giugno. Le posizioni del Primo Ministro in politica estera vengono apertamente paragonate ad un tradimento da tutta l’opposizione, e anche l’opinione pubblica è ostile. Solo l’11% degli aventi diritto dichiarano che voterebbero per Contratto Civile (il partito di Pashinyan) se le elezioni si tenessero oggi, ma i partiti di opposizione guidati dai cacicchi Kocharyan e Sargsyan non sono messi meglio. Ciò potrebbe aprire spazio a figure terze, come del resto accadde proprio con Pashinyan nel 2018. È inoltre probabile che la campagna elettorale si svolgerà quasi prevalentemente sulla politica estera. Il partito del Primo Ministro cercherà di presentarsi come il partito della pace contro chi vuole la guerra, e cercherà di difendere il proprio pragmatico equilibrismo in politica internazionale. L’opinione pubblica però è divisa. Un sondaggio ha mostrato che circa il 47% degli armeni è favorevole a firmare un trattato di pace con Baku, mentre il 40% è contrario. Tuttavia, la quasi totalità dei cittadini vuole che il trattato venga reso pubblico prima che venga firmato, cosa che Pashinyan non vuole fare sottintendendo che il paese dovrà fare delle concessioni dolorose. Inoltre, se un anno fa il supporto popolare all’entrata in Ue era del 51%, oggi non arriva al 40% mentre invece il 60% dei cittadini vuole che la Russia sia coinvolta nel processo di pace con l’Azerbaijan. Per adesso questi sono solo numeri che vanno interpretati anche alla luce di un panorama partitico estremamente frammentato dal quale Contratto Civile può trarre vantaggio, anche considerando la scarsissima popolarità dei maggiori partiti di opposizione. La strategia di mettere i cittadini di fronte alla scelta “tra la guerra e la pace” potrebbe quindi risultare vincente, e se avesse successo Pashinyan potrebbe vantare una stabilità politica inedita nella storia armena e certamente utile alla pace.

Vai al sito

Unità dei cristiani: Mantova, domani approfondimento biblico con don Roberto Fiorini. Lunedì celebrazione ecumenica con predicazione di un monaco armeno (Avvenire di Calabria 14.01.26)

In occasione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, dedicata quest’anno al tema “Uno solo è il corpo, uno solo è lo Spirito come una sola è la speranza alla quale Dio vi ha chiamati” (Efesini 4, 4), in diocesi di Mantova sono due gli appuntamenti in programma promossi dal Consiglio delle Chiese cristiane. Domani sera, alle 21, don Roberto Fiorini, guiderà un incontro di approfondimento biblico on line. Lunedì 19 gennaio, invece, sarà la chiesa di Sant’Antonio di Porto Mantovano, ad ospitare alle 21 una celebrazione ecumenica con la predicazione di un monaco armeno.

Armenia: cosa aspettarsi nel 2026 (EastJouranl 14.01.26)

Saranno essenzialmente tre le questioni che Yerevan dovrà affrontare questo nuovo anno: lo sviluppo delle relazioni con le vicine potenze regionali (Azerbaijan e Turchia), l’evoluzione delle relazioni con potenze extra-regionali (UE e Russia in modo particolare), e tensioni interne legate alle elezioni politiche che si terranno nel giugno 2026 e per cui la campagna elettorale è già ampiamente cominciata.

La pace nel Caucaso è ancora lontana

La realizzazione degli obiettivi della Dichiarazione di Washington firmata lo scorso agosto alla Casa Bianca, dipende più da Baku che non da Yerevan. Il governo armeno di suo sta facendo tutto il possibile per facilitare la pace con l’Azerbaijan e la normalizzazione dei rapporti con la Turchia. Il rischio è di bloccare il paese in una condizione di tensione permanente con i propri vicini, in un mondo sempre più senza regole. O meglio, dove l’unica regola che conta è quella della violenza. Pashinyan lo sa, il problema è che lo sa anche Aliyev. Il presidente azero continua a riferirsi alla Trump Route for International Peace and Prosperity (TRIPP) come “corridoio di Zengezour”, sottintendendo che si tratta di un’estensione della sovranità azera in territorio armeno per legare l’exclave del Nakhichevan al resto del paese. L’Azerbaijan ha inoltre aumentato ulteriormente il suo budget per la difesa, e si è sempre apertamente opposto all’ipotesi che il confine turco-armeno possa aprirsi prima della firma del trattato di pace, la cui precondizione però, secondo Baku, deve essere una riforma costituzionale che l’Armenia semplicemente non può fare in tempi brevi (il governo azero vuole che Yerevan modifichi il preambolo della Costituzione che non è emendabile tramite procedura ordinaria ma richiede l’adozione di una nuova carta costituzionale). È legittimo domandarsi se l’Azerbaijan voglia davvero la pace, e le continue dichiarazioni di Aliyev sull’Armenia come “territorio storicamente azero” fanno pensare il contrario.

Tra Ue e Russia meglio non dover scegliere

Un altro sviluppo importante riguarderà i rapporti con potenze extra-regionali. Nel maggio del 2026 l’Armenia ospiterà per la prima volta nella sua storia il summit della Comunità Politica Europea e il summit UE-Armenia. Si tratta di un fatto molto significativo, in quanto Yerevan diventerà centro di discussione sul futuro dell’Europa e il paese dovrà ospitare 44 leader europei. Ciò dimostra indubbiamente un approccio sempre più propositivo dell’Armenia verso l’UE ma non è chiaro fino a dove questo porterà. Alcuni funzionari armeni parlano apertamente di entrare in Unione Europea, ma non è mai stata presentata una domanda formale di adesione. Inoltre, Yerevan non vuole rinunciare alla sua partecipazione all’Unione Economica Euroasiatica, e nel luglio del 2025 ha presentato domanda di adesione all’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai, la cui decisione a riguardo spetta a Mosca e Pechino. L’Armenia conferma l’approccio pragmaticamente equilibrista della sua politica estera. In effetti, memori dell’esperienza georgiana del 2008, perché mai dovrebbero cercare uno scontro frontale con la Russia, che di imperialismo si nutre, e che vede nel Caucaso del Sud un suo giardino casa? Meglio di no. La parola d’ordine deve rimanere “diversificare”, ma mai escludendo Mosca, che deve rimanere partner politico, economico, e militare di rilievo. Questo non significa che i funzionari armeni si fidano dei russi. Il governo ha infatti chiesto a Bruxelles assistenza per rafforzare la cybersicurezza e combattere influenze esterne in vista delle elezioni politiche che si terranno a giugno. Nelle parole dell’Alta Rappresentante per l’UE Kaja Kallas, la richiesta sarebbe la stessa che presentò la Moldavia in occasione delle elezioni che hanno visto la vittoria del fronte europeista di Maia Sandu.

Elezioni politiche: un test per Pashinyan

Quanto detto fino ad ora è appeso al filo delle elezioni politiche che si terranno a giugno. Le posizioni del Primo Ministro in politica estera vengono apertamente paragonate ad un tradimento da tutta l’opposizione, e anche l’opinione pubblica è ostile. Solo l’11% degli aventi diritto dichiarano che voterebbero per Contratto Civile (il partito di Pashinyan) se le elezioni si tenessero oggi, ma i partiti di opposizione guidati dai cacicchi Kocharyan e Sargsyan non sono messi meglio. Ciò potrebbe aprire spazio a figure terze, come del resto accadde proprio con Pashinyan nel 2018. È inoltre probabile che la campagna elettorale si svolgerà quasi prevalentemente sulla politica estera. Il partito del Primo Ministro cercherà di presentarsi come il partito della pace contro chi vuole la guerra, e cercherà di difendere il proprio pragmatico equilibrismo in politica internazionale. L’opinione pubblica però è divisa. Un sondaggio ha mostrato che circa il 47% degli armeni è favorevole a firmare un trattato di pace con Baku, mentre il 40% è contrario. Tuttavia, la quasi totalità dei cittadini vuole che il trattato venga reso pubblico prima che venga firmato, cosa che Pashinyan non vuole fare sottintendendo che il paese dovrà fare delle concessioni dolorose. Inoltre, se un anno fa il supporto popolare all’entrata in Ue era del 51%, oggi non arriva al 40% mentre invece il 60% dei cittadini vuole che la Russia sia coinvolta nel processo di pace con l’Azerbaijan. Per adesso questi sono solo numeri che vanno interpretati anche alla luce di un panorama partitico estremamente frammentato dal quale Contratto Civile può trarre vantaggio, anche considerando la scarsissima popolarità dei maggiori partiti di opposizione. La strategia di mettere i cittadini di fronte alla scelta “tra la guerra e la pace” potrebbe quindi risultare vincente, e se avesse successo Pashinyan potrebbe vantare una stabilità politica inedita nella storia armena e certamente utile alla pace.

Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani, il sussidio dall’Armenia (ACIStampa 14.01.26)

Quando si scelse di andare in Armenia per preparare il sussidio per la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani, non si pensava che la situazione nel Paese potesse diventare così complessa e che, più che all’unità dei cristiani, si sarebbe dovuto pensare prima di tutto all’unità della Chiesa Apostolica Armena.

Perché la Chiesa Ortodossa Orientale forse più vicina a Roma, pre-calcedoniana perché non poté partecipare al Concilio di Calcedonia e dunque non aderì alle conclusioni del Concilio, ma non per vere ragioni teologiche, è anche la Chiesa del primo Stato a proclamarsi cristiano al mondo, e vive dal 4 gennaio in una situazione surreale, con il primo ministro Nikol Pashinyan che ha annunciato una riforma della Chiesa Apostolica Armena, ottenendo il sostegno di dieci vescovi e di fatto proseguendo negli atti di incriminazione dei membri della Chiesa che ha portato agli arresti di sei vescovi negli scorsi mesi.

Pashinyan, che negli scorsi mesi è stato due volte in Vaticano cercando photo opportunity con il Papa, ha così portato lo scontro con la Chiesa locale all’esasperazione che è ora arrivato al limite dello scisma interno.

Il tema della Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani del 2026 è tratto dalla Lettera agli Efesini: “Un solo corpo e un solo Spirito, come una sola è la speranza a cui siete stati chiamati” (Ef 4,4). Quando fu scelto di andare in Armenia per preparare il sussidio, la situazione era complessa dal punto di vista regionale, ma meno complessa da quello dell’unità interno. La pace dolorosa raggiunta con l’Azerbaijan, che dava a Baku il controllo del Nagorno Karabakh e del patrimonio cristiano della regione di cui da tempo si denuncia la messa a rischio (ma Baku ha sempre notato di restaurare le chiese locali nei territori sotto il suo controllo, e di non volerle distruggere, e ha denunciato da parte sua che gli armeni hanno distrutto alcune vestigia musulmane) ora si aggiunge ad una situazione interna ancora più complessa, che sta portando da una parte alla creazione di una Chiesa di Stato, e dall’altra ad un possibile scisma che non può che rendere ancora più difficile per i cristiani della zona la possibilità di difendere il loro patrimonio e la loro fede.

I testi del sussidio scritto in Armenia sono stati pubblicati nel luglio 2025, in modo che tutti possano prenderne nota, adattarli, e definirli a seconda delle loro situazioni locali.  I testi sono stati preparati in una riunione tenutasi dal 13 al 18 ottobre 2024, durante la quale tutti i redattori si sono riuniti presso la Santa Sede di Etchmiadzin per finalizzare il materiale. E certo che non si potevano conoscere tutti gli sviluppi della storia quando si guardò all’Armenia per i testi di preghiera. Oltre al gruppo di lavoro della Chiesa Apostolica Armena, hanno collaborato alla stesura dei testi anche un team internazionale nominato congiuntamente dal Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani e dalla Commissione Fede e Costituzione del Consiglio Ecumenico per le Chiese.

Advertisement

Il materiale include un’introduzione al tema, uno schema per la celebrazione ecumenica e una selezione di brevi letture e preghiere per ogni giorno della settimana. Questo contenuto può essere utilizzato in vari modi ed è pensato per essere impiegato non solo durante la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani, ma anche durante l’intero anno 2026.

Si legge nel sussidio che “nel corso della turbolenta storia dell’Armenia, la Chiesa apostolica armena è stata fondamentale per la sopravvivenza e la resistenza del suo popolo. Ha fornito continuità e stabilità durante persecuzioni, migrazioni forzate e genocidi. Durante il genocidio armeno del 1915, la Chiesa divenne un rifugio per coloro che soffrivano, offrendo conforto e alimentando la speranza di un futuro più luminoso. Ogni anno, la Chiesa armena commemora questo tragico evento, onorando la memoria dei martiri e facendosi portavoce della necessità di tributare loro riconoscimento e giustizia”.

E ancora: “Nell’Armenia moderna, la Chiesa continua a esercitare un’influenza significativa sulla vita nazionale. Dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991, l’Armenia ha vissuto una rinascita religiosa e la Chiesa apostolica armena ha recuperato il proprio ruolo centrale all’interno della società. Attualmente, la Chiesa si impegna attivamente in iniziative sociali, educative e caritatevoli, affrontando anche questioni legate alla povertà, all’assistenza sanitaria e all’istruzione. Inoltre, la Chiesa sostiene le comunità armene della diaspora, promuovendo l’unità e garantendo che le tradizioni e la fede armena rimangano vive e vitali tra gli Armeni di tutto il mondo”.

Sono parole che sembrano avere un peso ancora più grande si considera che il 4 gennaio, il primo ministro Pashnyan ha annunciato attraverso i suoi social media che “dopo ore di valutazione, abbiamo raggiunto un accordo sul testo di dichiarazione preparato riguardo il processo di riforma della Chiesa Apostolica Armena”, ottenendo tra l’altro la firma di alcuni arcivescovi:

Hovnan Derderian (primate della Diocesi Occidentale della Chiesa Armena dell’America del Nord); Navasard Ktchoyan (vicario generale della Diocesi Pontificale di Aratian);

Abraham Mkrtchyan (primate della diocesi di Vayots Dzor); Arakel Karamyan (primate della diocesi di Kotayk); Sion Adamian (primate della diocesi di Amavir); Vazgen Mirzakhanian (primate della diocesi armena degli Stati Baltici). I vescovi firmatari sono stati: Anushavan Zhamkochyan (decano della Facoltà di Teologia dell’Università Statale di Yerevan); Vertanes Abrahamyan (primate della diocesi di Artsahk); Artak Tigranyan (decano dei monasteri della Santa Sede); Gevorg Saroyan (primate della diocesi di Masyatsotn).

Tre di loro (Hovnan, Navasard e Vertanes) sono membri del Consiglio Spirituale Supremo, il massimo organo esecutivo di governo della Chiesa Apostolica Armena.

Il testo sottolinea “il ruolo chiave della Chiesa apostolica armena” nello sviluppo dei valori della società, e mostra preoccupazione riguardo “il fallimento del capo de facto della Nostra Chiesa Apostolica Armena e dei rappresentanti del suo circolo chiuso”, condannando quella che viene definita una pratica “inaccettabile e anti-canonica” di coinvolgere la Chiesa in politica.

Il piano che viene affermato è quello di un’agenda di riforme pubbliche, la rimozione del Catholicos attraverso il pensionamento e l’elezione di un vicario del Catholicos.

A questa dichiarazione, la Santa Sede di Etchmiadzin ha risposto il 5 gennaio con una dichiarazione pubblica in cui si sottolinea che “le azioni prese dal capo del governo di Armenia, sotto il  pretesto di conformare la vita interna della Chiesa ai canoni e di riformarla, costituiscono una violazione della Costituzione della Repubblica d’Armenia e ledono i diritti della Chiesa sanciti sia dal diritto internazionale che dalla legislazione armena”.

La Santa Sede di Etchmiadzin ha anche lamentato “il coinvolgimento dei vescovi in ​​tali processi anti-ecclesiastici, così come la pressione esercitata sull’ordine sacerdotale, sono pienamente condannabili. Le questioni riguardanti la vita della Chiesa devono essere discusse esclusivamente all’interno degli organi ecclesiastici competenti e in conformità con le norme canoniche”, e che i dieci vescovi firmatari non abbiano voluto avere un dialogo con il Catholicos. Inoltre, la Santa Sede di Etchmiadzin ha sottolineato che “le questioni di ordine canonico e di riforma della Chiesa non rientrano nella competenza di alcun concilio autoproclamato, ma piuttosto nella competenza della Gerarchia della Santa Chiesa Apostolica Armena e delle sue più alte strutture”.

Il 6 gennaio, Natale della Chiesa Apostolica Armena, Pashinyan è andato verso la Sede Madre, e ha reso una dichiarazione respingendo l’idea che il governo stesse agendo contro la Chiesa.

rapporti tra la Chiesa Apostolica Armena e il governo del Primo Ministro Nikol Pashinyan, salito al potere nel 2018, erano inizialmente neutrali, ma si sono gradualmente deteriorati, divenendo apertamente conflittuali dopo la sconfitta dell’Armenia nella guerra del 2020 con l’Azerbaigian per la regione del Nagorno-Karabakh. Una grave tensione nei rapporti bilaterali è emersa quando Karekin II, tra gli altri, ha chiesto le dimissioni di Pashinyan dopo la guerra, attribuendo la responsabilità della sconfitta alla sua leadership.

Recentemente, il governo armeno ha arrestato vescovi e sacerdoti.  Ad esempio, l’arcivescovo Mikael Ajapahyan è stato condannato a due anni di prigione; l’arcivescovo Bagrat Galstanyan è stato arrestato il 25 giugno; il vescovo Mkrtich Proshyan (nipote di Karekin) è stato arrestato il 15 ottobre; l’arcivescovo Arshak Khachatryan (cancelliere di Etchmiadzin) è stato arrestato il 4 dicembre. Samvel Karapetyan, un miliardario russo-armeno, è stato arrestato il 18 giugno dopo aver rilasciato dichiarazioni pubbliche a sostegno della Chiesa.

Sono azioni che vanno anche contro la libertà religiosa, la Costituzione armena e il diritto internazionale, come stabilito dalla Corte europea dei diritti dell’uomo nell’articolo 9 sull’autonomia delle organizzazioni religiose.

Il Catholicos Karekin II ha fatto visita a Leone XIV il 16 settembre 2025 a Castel Gandolfo, quando la situazione era critica, ma non così disperata.

Nel comunicato diffuso dalla Chiesa Apostolica Armena dopo la visita, è stato sottolineato che Leone XIV e il catholicos hanno avuto un colloquio privato – il primo personale da quando Leone è stato eletto Papa. Si legge nel comunicato che Karekin “ha riflettuto con soddisfazione sul fatto che i legami fraterni tra le due Chiese si siano rafforzati attraverso incontri cordiali e testimonianze di fede congiunte, ricordando la visita di Papa Giovanni Paolo II di beata memoria in Armenia nel 2001 e poi, nel 2016, la propizia occasione di ospitare Papa Francesco di beata memoria”.

Karekin ha anche ricordato la Divina Liturgia celebrata nella cattedrale di San Pietro nel 2015 per il centenario del genocidio armeno e la proclamazione di San Gregorio di Narek come dottore della Chiesa, e si è detto fiducioso che le relazioni tra Chiesa Cattolica e Chiesa Apostolica Armena continueranno a svilupparsi con lo stesso spirito “fraterno e caloroso”.

La conversazione – prosegui va il comunicato di Etchmiadzin – si è poi focalizzata sui “disastri e le sfide preoccupanti che stanno avvenendo nel mondo”, nonché “delle sfide e le prove che l’Armenia e il popolo armeno devono affrontare”Karekin ha portato all’attenzione del Papa “le questioni degli armeni dell’Artsakh, sfollati dalla loro patria ancestrale, l’imperativo di preservare il patrimonio spirituale e culturale armeno di fronte alla minaccia di distruzione in Artsakh, e il rilascio di prigionieri di guerra e ostaggi”.

Da anni l’Armenia lamenta un “genocidio culturale” in corso nel Nagorno Karabakh, mentre l’Azerbaijan, da parte sua, lamenta che gli armeni hanno distrutto le moschee che erano presenti sul territorio, oltre a rivendicare la presenza di una Chiesa Greco Cattolica Albaniana che sarebbe precedente all’arrivo degli armeni.

Il sussidio di preghiera scritto da un gruppo armeno arriva, dunque, in un momento molto significativo.

Tradizionalmente, la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani si tiene tra il 18 e il 25 gennaio, secondo una proposta che fu avanzata nel 1908 da padre Paul Watson, perché le due date comprendono simbolicamente la Festa della Cattedra di San Pietro e quella dalla Conversione di San Paolo. Ci sono stati vari precedenti illustri, ma fu solo a partire dal 1968, con Paolo VI e con gli sviluppi ecumenici dettati anche dal Concilio Vaticano II, la Settimana comincia a strutturarsi con un tema e con varie attività, tra cui la presenza del Papa per i Vespri nella Basilica di San Paolo Fuori Le Mura, tradizionalmente dedicata al dialogo ecumenico.

Nel 2020 fu la Comunità di Grandchamp a redigere il sussidio di preghiera, mentre nel 2019 spettò ad un ,gruppo ecumenico di Malta nel 2018 furono incaricati i cristiani dell’Indonesia e nel 2016 lo curarono i cristiani di Lettonia . Nel 2022, invece, è stato il turno del Consiglio delle Chiese del Medio Oriente, e nel 2023  si è guardato al Minnesota.

Per il 2024, i sussidi sono stai preparati da un team ecumenico del Burkina Faso, composto da membri dell’arcidiocesi cattolica di Ouagadougou, Chiese Protestanti e la Comunità Chemin Neuf del Burkina Faso – comunità particolarmente attiva nella causa dell’unità dei cristiani. Nel 2025 le preghiere e riflessioni della Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani sono stati preparati da fratelli e sorelle della comunità monastica di Bose, nel Nord Italia.

Vai al sito


Unità dei cristiani: la veglia ecumenica sul tema della luce (RomaSette )

Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani 2026 (Chiesa di Padova) 

Luce da Luce. Torna la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani (HopeMedia)

Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani 2026 (Padovanews)