Usa-Armenia: dichiarazione su Tripp, Erevan concederà diritti sviluppo e costruzione per 49 anni (AgenziaNova 14.01.26)

Washington, 14 gen 09:40 – (Agenzia Nova) – L’Armenia concederà alla Tripp Development Company un diritto esclusivo di sviluppo e costruzione delle infrastrutture del progetto Trump Route for International Peace and Prosperity (Tripp) per un periodo iniziale di 49 anni, prorogabile, mantenendo però piena sovranità e giurisdizione su tutte le attività svolte nel territorio nazionale. Lo prevede la dichiarazione congiunta diffusa da Armenia e Stati Uniti sulla portata dell’attuazione del progetto. Secondo il documento, la Tripp Development Company – che opererà sotto controllo congiunto armeno e statunitense – sarà responsabile della progettazione, costruzione, gestione e manutenzione dell’intera infrastruttura multimodale, con possibilità di istituire entità dedicate per segmenti specifici del progetto. L’Armenia intende autorizzarne la costituzione offrendo agli Stati Uniti una partecipazione del 74 per cento, trattenendo il restante 26 per cento. L’accordo prevede che la partnership possa essere estesa per altri 50 anni, con un aumento della quota armena fino al 49 per cento. Qualsiasi modifica nella struttura azionaria, inclusi passaggi di proprietà o riorganizzazioni, sarà soggetta alla previa approvazione dei governi di Armenia e Stati Uniti. La governance sarà condivisa: un Comitato direttivo bilaterale deciderà congiuntamente sulle questioni di principio legate alla gestione del corridoio di transito, mentre ciascun Paese nominerà un coordinatore governativo di alto livello per supervisionare l’attuazione del progetto. (segue) (Rum)

HomeTempo Libero ed EventiDalle pietre dell’Armenia alla Milano anni Ottanta: doppio viaggio fotografico a Varese Dalle pietre dell’Armenia alla Milano anni Ottanta: doppio viaggio fotografico a Varese (La Provinciadivarese 12.01.26)

Dall’Armenia degli antichi monasteri alla Milano vibrante e contraddittoria degli anni Ottanta. Il Foto Club Varese APS torna a proporre un appuntamento dedicato alla cultura dell’immagine, offrendo al pubblico un doppio viaggio fotografico capace di unire la spiritualità di terre lontane alla nostalgia di una metropoli in piena trasformazione.

La serata, aperta ad appassionati e curiosi, è in programma giovedì 15 gennaio alle ore 21:00 presso lo Spazio Polifunzionale ACLI di via Speri della Chiesa Jemoli, a Varese.

L’Armenia, il “Paese delle pietre urlanti” negli scatti di Giuliana Moroni

La prima parte dell’incontro sarà dedicata all’Armenia, raccontata attraverso le fotografie di Giuliana Moroni. Un viaggio visivo in un territorio suggestivo, spesso definito il Paese delle pietre urlanti, dove un vasto altipiano dominato dal profilo del Monte Ararat fa da sfondo a una storia millenaria profondamente intrecciata con la fede.

Protagonisti degli scatti sono i monasteri e i celebri Khachkar, le croci in pietra finemente scolpite che punteggiano il paesaggio e ne rappresentano uno dei simboli più riconoscibili.
«Lungo la Via della Seta si attraversa un territorio che è testimonianza di una profonda fede religiosa: è un viaggio nell’anima di un popolo», racconta Giuliana Moroni, socia del Foto Club Varese.

La Milano degli anni Ottanta vista da Massimo Battaglia

Il secondo momento della serata porterà il pubblico in un contesto completamente diverso: la Milano degli anni Ottanta. Attraverso una selezione di immagini di Massimo Battaglia, emergerà il ritratto di una città in fermento, segnata da grandi trasformazioni sociali, culturali ed estetiche.

Non solo architetture, ma soprattutto street photography: volti, strade e frammenti di vita quotidiana che raccontano una Milano che non esiste più, ma che continua a vivere nelle immagini.
«È un viaggio visivo in una città che non c’è più, ma che continua a parlare attraverso le fotografie, tra energia, stile e anima», spiega Battaglia, anche lui socio del Foto Club Varese.

Un presidio culturale aperto alla città

Con questa iniziativa, il Foto Club Varese APS conferma il proprio ruolo di presidio culturale sul territorio, promuovendo la fotografia non solo come tecnica, ma come strumento di narrazione, memoria e riflessione. La scelta dello Spazio Polifunzionale ACLI ribadisce la volontà di rendere la cultura fotografica accessibile a tutti, creando occasioni di incontro che spaziano dalla geopolitica alla storia urbana.

L’ingresso alla serata è libero e gratuito.

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Armenia, al via le ultime fasi per l’installazione del Cristo Redentore di 77 metri il più alto al mondo, superando il gigante polacco (Il Giornale d’Italia 10.01.26)

In Armenia sono in corso le ultime fasi per l’installazione della statua di Cristo Redentore, alta 77 metri e destinata a diventare la più alta al mondo, superando il gigante polacco che deteneva il titolo. L’inaugurazione potrebbe avvenire nell’autunno 2026; in caso contrario, è prevista sicuramente per l’estate 2027.

La statua misura 33 metri di altezza e sarà posizionata su un piedistallo di 44 metri, per un totale di 77 metri. Sorgerà sulla cima del Monte Hatis, a un’altitudine di 2.528 metri nella regione di Kotayk, diventando un punto di riferimento iconico per l’Armenia.

Il progetto, iniziato e finanziato dall’imprenditore Gagik Tsarukyan – leader del Partito Armenia Prospera ed ex membro del Parlamento – è stato progettato dall’architetto Armen Samvelyan, la cui proposta è stata selezionata tra oltre 200 candidature in un concorso. La cerimonia di posa della prima pietra si è svolta nel luglio 2022.

L’iniziativa ha suscitato reazioni contrastanti. La Chiesa Apostolica Armena, con sede a Etchmiadzin, ha osservato che l’opera si discosta dalle tradizioni artistiche nazionali, storicamente fondate su miniature, manoscritti e khachkar, le caratteristiche croci di pietra che punteggiano il paesaggio armeno. Anche l’Associazione delle Guide Armene ha espresso perplessità, sottolineando l’assenza di una tradizione scultorea monumentale nella cristianità armena, a differenza delle nazioni cattoliche.

Nonostante le riserve, i lavori sono proseguiti e la statua è ora in fase di completamento. È già iniziato il reclutamento di volontari per le fasi finali dell’installazione. Il primo giorno del 2026, Gagik Tsarukyan ha dichiarato: “Il mondo intero aspetta la svelatura della statua. Personalmente vorrei che accadesse anche solo un’ora prima, ma non voglio affrettare il processo. Voglio che tutto sia della massima qualità, potente e bello: in breve, il migliore in assoluto. I lavori continuano giorno e notte”.

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La diplomazia vaticana del secolo scorso, non vantaggi politici ma ponti di pace (AciStampa 09.01.26)

La diplomazia vaticana, “da secoli si distingue come una presenza discreta, ma efficace, nei contesti internazionali. La Santa Sede, priva di interessi economici o militari, si fa voce morale e spirituale, richiamando costantemente le Nazioni al rispetto della dignità umana, al dialogo e alla riconciliazione. È una diplomazia che non cerca vantaggi politici, ma ponti di pace; che non impone, ma propone; che non si schiera per potere, ma per la persona”.

Così il cardinale Harvey arciprete di San Paolo ha introdotto la presentazione di un volume che sarà di grande interesse non solo per gli studiosi ma anche per tutti coloro che vogliono conoscere personaggi che hanno fatto la storia.

Il volume “ Le Chiese del 900 e la Santa Sede per la pace”, è una miscellanea di scritti per il 65 anni del professore Jan Mikrut per i tipi di Grabrielli editori.

Mikrut, sacerdote e storico polacco è stato vice parroco ancora in epoca comunista, poi inviato a Vienna ha seguito il corso degli studi storici insegnando alla Pontificia Università Gregoriana, e nel 2016 ha dato vita ad una collana di volumi sulla Storia della Chiesa in Europa Centro- orientale.

Il libro è composto da 31 saggi in diverse lingue e alcuni raccontano la vita di personaggi che hanno dato tutto per la causa della pace in collaborazione con la Santa Sede.

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A cominciare da Massimiliano Kolbe, e suor Restituta Helene Kafka, ma anche Carlo d’Asburgo e ovviamente alcuni pontefici del secolo scorso: Pio X, Pio XII, Benedetto XV, Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II.

Lo sguardo è rivolto ad Est. Ma è proprio da quella parte d’ Europa che arrivano storie interessanti. Come quella del delegato apostolico in Turchia durante il periodo del disfacimento dell’ Impero  Ottomano.

Da giornalista sono rimasta affascinata dall’opera di Angelo Maria Dolci che tra il 1914 e il 1922 ha vissuto a Costantinopoli appunto come Delegato Apostolico. Tra le sue azioni anche una fitta collaborazione con la Chiesa Armena. E non dimentichiamo che quelli erano gli anni del genocidio armeno.

La gratitudine della ” Nazione armena” per le attività solidali della Santa Sede e di Dolci arrivarono anche alla stampa e Dolci inviava una sua rassegna al cardinale Niccolò Marini segretario della appena nata Congregazione per la Chiesa Orientale.

Scrive Dolci: ” Non appena la stampa gregoriana ortodossa si è sentita libera dalla censura e sicura da ogni pericolo, ha reso pubblica testimonianza dell’opera dispiegata dalla S. Sede, a favore della nazione, durante i giorni del suo lutto, testimonianza che per ogni buon fine credo opportuno portare a conoscenza dell’eminenza vostra. Scelgo gli articoli dei più accreditati giornali scismatici e li riproduco qui tradotti dall’armeno”. Un lavoro davvero “moderno”.

Ovviamente questo è solo una delle tante storie che raccontano la diplomazia pontificia, fatta di pazienza e di fede. “Le vicende illustrate in questo volume – spiega nella prefazione il cardinale Harvey- mostrano come la pace perseguita dalla Chiesa non sia mai stata semplicemente assenza di conflitto ma una pace profondamente radicata nella verità, nella giustizia e nel rispetto della dignità umana. Dalle relazioni con i regimi comunisti, segnate da conflitti sotterranei e difficili mediazioni, alle attività di supporto alle comunità perseguitate, la diplomazia vaticana ha dimostrato una capacità unica di navigare attraverso scenari opprimenti, tenendo sempre fede ai valori evangelici fondamentali”.

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Tour de Ski, atleta armeno multato per aver coperto la scritta “Azerbaijan” sulla tuta (Osservatorio Balcani e Caucaso 09.01.26)

La Federazione Internazionale Sci e Snowboard (FIS) ha multato l’atleta armeno Mikael Mikaelyan per aver coperto con del nastro adesivo la scritta “Azerbaijan” sulla propria tuta durante il Tour de Ski, svoltosi in Italia tra il 28 dicembre 2025 e il 4 gennaio 2026.

L’episodio si è verificato durante una fase di gara a Dobbiaco. Intervistato dall’emittente TV 2, Mikaelyan ha commentato: «Possono metterlo ovunque, ma non su di me».

L’Azerbaijan è sponsor ufficiale della competizione e la dicitura compare non solo sulle divise degli atleti, ma anche lungo il tracciato di gara su numerosi cartelloni pubblicitari, come riportato da Armenia Today il 3 gennaio.

Armenia e Azerbaijan, dopo anni di conflitto per il controllo della regione del Nagorno Karabakh, hanno avviato un processo di normalizzazione delle relazioni. Tuttavia, il trauma generazionale lasciato dal conflitto resta profondo. In entrambi i Paesi manca ancora un dibattito pubblico aperto: la trasparenza è limitata e vi sono poche tracce di una società civile indipendente capace di influenzare o persino monitorare il processo di pace.

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VILLARBASSE – Le guerre che infiammano il mondo raccontate senza filtri (Quotidianocavanese 09.01.26)

Dal Donbass alla Siria, dal Libano al Nagorno Karabakh: il reporter Luca Steinmann racconta storie e testimonianze dai fronti più caldi del pianeta, tra conflitti, civili e verità scomode

VILLARBASSE – Le guerre che infiammano il mondo raccontate senza filtri

Villarbasse diventa, per un pomeriggio, una finestra spalancata sui conflitti che attraversano il pianeta. Sabato 17 gennaio alle 17:30, nella sala consiliare di via Fratelli Vitrani 9, il giornalista Luca Steinmann sarà protagonista dell’incontro “Testimonianze di guerra, speranze di pace”, un appuntamento che promette di andare oltre la cronaca per restituire al pubblico la dimensione umana della guerra.

Autore dei volumi “Il fronte russo” (Rizzoli, 2023) e “Vite al fronte” (Rizzoli, 2025), Steinmann è uno di quei reporter che i conflitti non li osservano da lontano, seduti dietro una scrivania, ma li vivono e raccontano stando accanto a chi li subisce ogni giorno, spesso senza avere la possibilità di scegliere da che parte stare.

Nei suoi viaggi ha seguito eserciti regolari, milizie irregolari e civili intrappolati tra le linee nemiche, entrando in territori dove l’informazione arriva raramente e quasi sempre in modo parziale.

Durante la guerra in Libano del 2024, Steinmann ha raccontato il conflitto da entrambi i lati: quello israeliano e quello di Hezbollah. In Siria ha percorso strade controllate dal regime di Assad, tornandovi anche dopo la sua caduta, ma ha anche attraversato zone abitate da ribelli e civili apertamente ostili, lungo confini segnati dalla diffidenza e dalla paura.

È stato nel Nagorno Karabakh durante i combattimenti tornando dopo l’esodo di massa della popolazione armena per osservare da vicino il lento e controverso ripopolamento della regione da parte degli azerbaigiani. Senza dimenticare il Donbass, dove è stato tra i pochissimi giornalisti occidentali a seguire le truppe russe mentre invadevano l’Ucraina, documentando una guerra che ancora oggi divide l’opinione pubblica internazionale.

Il filo rosso di questi reportage non è la geopolitica dei grandi palazzi, ma la vita quotidiana delle persone comuni. Soldati che combattono per necessità o convinzione, civili che cercano di sopravvivere tra bombardamenti, fughe improvvise e ritorni impossibili. Testimonianze di uomini e donne travolti da una guerra di cu non riescono a liberarsi, nemmeno quando scappano all’estero.

Come sottolinea l’editore, la scrittura di Steinmann è diretta, avvincente, asciutta e capace di condurre il lettore in aree spesso inesplorate dai media tradizionali. Nei suoi racconti trovano spazio voci senza filtri, storie di chi lotta ogni giorno per la sopravvivenza, talvolta imbracciando le armi tra le file di eserciti regolari, milizie locali o battaglioni di mercenari come il Gruppo Wagner. È un racconto che rifiuta semplificazioni e slogan e prova a restituire alle guerre non una verità ideologica, ma la spietata realtà.

Una realtà scomoda, che spesso si tende a dimenticare. Perché, come ricorda lo stesso Steinmann, alla fine chi vince sui campi di battaglia si conquista un posto al tavolo delle grandi potenze del mondo, anche se fino a poco prima veniva accusato di terrorismo, pulizia etnica o genocidio. E solo gli sconfitti, quasi sempre, finiscono sul banco degli imputati.

L’incontro è aperto al pubblico, con prenotazione obbligatoria al numero 331.9626432 o all’indirizzo emailvillarbasseincammino@gmail.com.

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Francesco Palmieri – Economia I due unicorni armeni (Duerighe 07.01.26)

Tre milioni di abitanti. Due unicorni tecnologici. Se fosse il titolo di una slide da conferenza, qualcuno storcerebbe il naso: troppo bello per essere vero. E invece è tutto reale. L’Armenia, piccolo Paese del Caucaso spesso associato più alla storia e ai conflitti che al futuro, sta costruendo in silenzio uno degli ecosistemi innovativi più interessanti d’Europa e dell’Asia occidentale. Non per caso, non per magia, ma per una serie di scelte, e sacrifici, che raccontano molto di cosa significhi innovare quando le risorse sono poche e la pressione è tanta.

Passeggiando per Yerevan, tra caffè affollati e coworking improvvisati, si respira un’energia particolare. Giovani sviluppatori lavorano con il laptop sulle ginocchia, founder poco più che trentenni parlano inglese con investitori collegati da New York o Berlino, mentre fuori scorrono una città antica e una quotidianità tutt’altro che semplice. Qui l’innovazione non è una moda: è una necessità.

Con un mercato interno ridotto e poche risorse naturali, l’Armenia ha capito presto che il suo vero petrolio è il capitale umano. E lo ha coltivato con ostinazione.

I casi di PicsArt e ServiceTitan vengono spesso raccontati come storie eccezionali. In realtà, sono il prodotto di un contesto che funziona. PicsArt nasce dall’intuizione di rendere la creatività accessibile a tutti; ServiceTitan dalla volontà di digitalizzare un settore tradizionale come i servizi per la casa. Idee globali, certo, ma sviluppate da team cresciuti in Armenia, formati in scuole locali, temprati da un ambiente che non regala nulla.

Oggi l’ecosistema conta circa 150 startup, un numero piccolo in assoluto, ma enorme se rapportato alla popolazione. E soprattutto, in costante crescita.

Una delle chiavi del successo armeno è l’educazione tecnica. L’eredità sovietica ha lasciato in dote una forte tradizione in matematica e ingegneria, ma il salto di qualità è arrivato quando questa base si è incontrata con nuovi modelli educativi. Il TUMO Center for Creative Technologies è diventato il simbolo di questa trasformazione: un luogo dove i ragazzi imparano programmando, sbagliando, creando. Non per superare esami, ma per costruire qualcosa di concreto.

Molti founder raccontano la stessa storia: poche opportunità, molta responsabilità e la sensazione che, se vuoi farcela, devi provarci subito. È un approccio che accelera la maturità imprenditoriale e rende le startup armene sorprendentemente pragmatiche.

Poi c’è il grande paradosso. L’Armenia vive grazie alla sua diaspora, ma allo stesso tempo ne soffre. Milioni di armeni nel mondo inviano capitali, aprono porte, fanno mentoring. Senza di loro, molti investimenti non arriverebbero mai. Eppure, ogni successo all’estero è anche una perdita interna: un talento che se ne va, un team che si sposta, una famiglia che emigra.

Molti imprenditori vivono “a cavallo” tra Yerevan e le grandi capitali globali. Amano il loro Paese, ma sanno che crescere è più facile altrove. La sfida più difficile, oggi, non è creare startup, ma creare condizioni di vita che rendano sensato restare.

Nel Caucaso, l’Armenia è già il punto di riferimento per l’innovazione. Ma il vero test deve ancora arrivare: trasformare questo fermento in sviluppo diffuso, stabile, inclusivo. Fare in modo che i successi non restino storie individuali, ma diventino opportunità collettive.

Tre milioni di abitanti e due unicorni non sono un colpo di fortuna. Sono il segnale di un Paese che ha scelto di scommettere sul futuro, anche quando il presente è complicato. E che, forse proprio per questo, ha imparato a innovare meglio degli altri.

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Dal genocidio armeno all’Oscar: “Amerikatsi” in proiezione speciale a Como (Ciacomo 07.01.26)

Il primo giovedì speciale del 2026 al Cinema Astra di Como è dedicato all’Armenia con Amerikatsi, film in short list agli Oscar 2024. La proiezione, organizzata dal Gruppo Ecumenico Diocesano per la Settimana dell’Unità dei Cristiani, intreccia memoria storica e racconto umano.

Il Cinema Astra Como apre il nuovo anno con un appuntamento speciale di forte valore culturale e civile. Domani, primo giovedì speciale del 2026, la sala di viale Giulio Cesare propone una serata dedicata all’Armenia con la proiezione di Amerikatsi, film che intreccia memoria storica, identità e speranza, organizzata dal Gruppo Ecumenico Diocesano in occasione della Settimana dell’Unità dei Cristiani.

Diretto da Michael A. Goorjian, che interpreta anche il protagonista, Amerikatsi racconta la storia di Charlie Bakhchinyan, sopravvissuto da bambino al genocidio del popolo armeno e costretto a costruirsi una nuova vita negli Stati Uniti. Dopo quasi quarant’anni in America, Charlie decide di tornare nella sua terra d’origine, ritrovandosi però in un contesto profondamente diverso: l’Armenia sovietica del dopoguerra, segnata da sospetti, repressioni e diffidenze.

A causa dell’invidia e della gelosia di un ufficiale locale, Charlie viene arrestato con l’accusa di essere una spia capitalista e rinchiuso in carcere. È proprio dietro le sbarre che il film trova il suo tono più originale, alternando momenti di leggerezza a passaggi drammatici. Dalla finestra della cella, il protagonista osserva la vita quotidiana di una famiglia armena e, attraverso quello sguardo silenzioso, ricostruisce un legame profondo con la propria identità, la memoria collettiva e la possibilità di una riconciliazione interiore.

Presentato in numerosi festival internazionali, Amerikatsi è entrato nella short list agli Oscar 2024 per il miglior film internazionale, ricevendo ampi consensi per la delicatezza con cui affronta una delle grandi ferite del Novecento e per la capacità di raccontare la Storia attraverso una vicenda intima e universale. Il film evita ogni retorica, scegliendo invece la strada di un racconto umano, fatto di piccoli gesti, silenzi e resilienza.

La proiezione al Cinema Astra si inserisce nel contesto della Settimana dell’Unità dei Cristiani come occasione di riflessione condivisa sul dialogo tra i popoli, sulla memoria delle persecuzioni e sulla necessità di costruire ponti tra culture e fedi diverse. Un appuntamento che conferma la vocazione del cinema comasco a essere non solo luogo di spettacolo, ma anche spazio di incontro, approfondimento e consapevolezza.

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Perché Aliyev in Azerbaigian non fa la fine di Maduro (Tempi07.01.2026)

Tra pulizie etniche e propaganda il dittatore azero riscrive la storia, forte dell’impunità garantita dal petrolio

 

Il dittatore petrolifero Aliyev non verrà detenuto né rapito insieme alla moglie, vicepresidente dell’Azerbaigian; non subirà le sanzioni, le ritorsioni o le messinscene morali che l’Occidente riserva ad altri regimi non allineati, come quello del presidente venezuelano Maduro.

Ad Aliyev, invece, è stato ed è tuttora concesso tutto: commettere crimini di guerra in piena impunità (2020), orchestrare un blocco disumano durato nove mesi contro la popolazione armena dell’Artsakh, portare a termine una pulizia etnica (2023) e, infine, concedere un’amnistia ai criminali più feroci (2025) – ironicamente proprio coloro che hanno partecipato alle violenze contro gli armeni.

Aliyev e l’impunità garantita grazie al petrolio

Gli è stato permesso premiare un assassino come Ramil Safarov e, allo stesso tempo, infliggere condanne pesantissime, degne di un sistema di presa in ostaggio, a prigionieri armeni detenuti da anni nelle carceri di Baku. Il tutto nel silenzio complice delle cancellerie occidentali. E non parliamo nemmeno della distruzione sistematica del patrimonio cristiano armeno rimasto nei territori dell’Artsakh occupati dalle forze azere: un vero e proprio genocidio culturale consumato sotto gli occhi di tutti.

Queste barbarie sono tollerate perché, a differenza del caso Maduro – punito per aver osato (quasi) nazionalizzare le risorse del proprio paese – l’Azerbaigian garantisce all’Occidente un flusso energetico impeccabile: il petrolio azero viene diligentemente servito, ingoiato da multinazionali come la Bp, convogliato attraverso il gasdotto Tanap fino alla Puglia e il tutto saldamente cementato da decenni di “diplomazia del caviale”, raffinata fino a diventare un’arte della corruzione politica.

Ostaggi e detenzioni arbitrarie

Questo regime fascistoide in piena degenerazione continua a tenere in detenzione decine di cittadini russi e armeni dell’Artsakh, utilizzandoli come merce di scambio nei giochi politici con Russia e Armenia. Naturalmente, viziato dall’Occidente egemone che si abbevera del suo petrolio tramite le multinazionali, il regime autoritario e oligarchico di Aliyev può permettersi questa sfacciataggine tanto nei confronti della Russia di Putin quanto della squadra perdente di Pashinyan.

Allo stesso tempo, il regime impone la propria lettura della storia e dell’attualità: interferisce apertamente nell’Agenda strategica di partenariato Armenia-Ue, spingendosi fino a correggerne la terminologia ufficiale. Gli “sfollati”, secondo la narrazione prescritta da Baku, dovrebbero essere definiti come coloro che, dopo aver rifiutato il programma di “reintegrazione” presentato dall’Azerbaigian, si sarebbero trasferiti volontariamente in Armenia. È su questo avverbio – volontariamente – che si concentra l’apice del cinismo: gli armeni avrebbero “scelto” di andarsene sotto i bombardamenti, sotto la minaccia delle bombe a grappolo, per non fare la fine delle vittime di Sumgait, Baku e Maragha.

Propaganda e riscrittura della storia

Qui la violenza non si limita ai fatti, ma si prolunga nel linguaggio; la sopraffazione non si accontenta dell’espulsione fisica, ma pretende l’adesione semantica delle vittime alla versione del carnefice. È questa la forma più estrema di sottomissione che il regime dittatoriale di Aliyev tenta di imporre: riscrivere l’esperienza del trauma e trasformare la fuga forzata in una scelta. È, per dirla con Walter Benjamin, la storia scritta dai vincitori, qui esibita nella sua forma più crudele e oscena.

Non solo. Copiando deliberatamente una terminologia legittimamente adottata dalla storiografia per gli Armeni – quella di Armenia Occidentale, affermatasi dopo il genocidio del 1915 – gli azeri, ovvero i turchi del Caspio, operano un calco concettuale e propagandistico, imponendo la nuova e artificiale narrazione della cosiddetta “Azerbaigian occidentale” immediatamente dopo aver conquistato e ripulito etnicamente l’Artsakh armeno. Questo discorso fascista ed espansionista non è marginale né spontaneo: è finanziato, promosso e istituzionalizzato a livello statale dall’Azerbaigian.

Monumenti, parate e processi farsa

Eppure il dittatore petrolifero Aliyev – alleato strategico di Israele in quanto fornitore di una piattaforma avanzata di aggressione contro l’Iran, in aperto contrasto con il doppiogiochismo di Erdoğan, paladino retorico della Palestina – non verrà né detenuto né rapito. Maduro sì; Aliyev no. Forte dell’ipocrisia occidentale, a Stepanakert svuotata dei suoi abitanti, inaugura l’ennesimo monumento della “vittoria” nella guerra dei 44 giorni, cioè della pulizia etnica, un monumento bianco in stile Berdimuhamedov, perfettamente coerente, nella sua ideologia, con il Parco dei trofei militari di Baku, dove manichini grotteschi raffiguravano il “nemico” armeno in una propaganda statale apertamente armenofoba.

Il tutto mentre si consuma un processo farsa contro i prigionieri armeni, rappresentanti dell’Artsakh autodeterminatasi trentacinque anni fa attraverso una secessione legittima, ignorata e cancellata dall’intera comunità internazionale. Questo è il teatro della vittoria azera: monumenti, parate, umiliazioni simboliche, sullo sfondo di celle, torture e silenzi diplomatici. E tutto ciò avviene sotto l’egida della Turchia, che nel frattempo incarcera giornalisti come Tuğçe Yılmaz per aver osato esprimersi sul Genocidio degli armeni.

Questa non è geopolitica: è complicità. Non è realpolitik: è la normalizzazione del crimine quando serve agli interessi energetici e militari dell’Occidente.

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“Uno solo è il corpo, uno solo è lo Spirito…” (Diocesi di Como 05.01.26)

Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani | 18-25 gennaio 2026

L’unità delle chiese cristiane rappresenta una delle sfide più significative e urgenti del nostro tempo. In un mondo sempre più frammentato, dove le divisioni sembrano prevalere, la chiamata all’unità è un invito a superare le differenze e a lavorare insieme per il bene comune. La Lettera agli Efesini, in particolare il capitolo 4, versetto 4, che quest’anno è testo guida per la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, afferma: “Uno solo è il corpo, uno solo è lo Spirito, come una sola è la speranza alla quale Dio vi ha chiamati”. Questo versetto non solo sottolinea l’importanza dell’unità, ma invita anche a riflettere sul significato profondo della comunione tra i credenti. Sentiamoci motivati pastoralmente nell’invitare con convinzione le nostre comunità ad approfondire la nostra fede comune e nel pregare per l’unità di tutti i battezzati in Cristo, affinché la Chiesa risplenda nel suo essere Una… (leggi dal testo di presentazione).

Per quest’anno, le preghiere e le riflessioni che verranno utilizzate in occasione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani sono state preparate dai fedeli della Chiesa apostolica armena, in collaborazione con i loro fratelli e le loro sorelle delle Chiese armene cattoliche ed evangeliche. Il materiale è stato preparato, redatto e discusso nella sede storica spirituale e amministrativa della Chiesa apostolica armena, la Santa Sede di Etchmiadzin in Armenia.

Il CALENDARIO con gli appuntamenti in programma nella DIOCESI DI COMO.

 

Due appuntamenti in vista della Settimana:

Giovedì 8 gennaio | ore 20:30 |  Cinema Astra, Como: AMERIKATSI – Un film drammatico di e con Michael A. Goorjian – info e locandina

Martedì 13 gennaio | ore 20:30 |  Opera don Guanella, Como: “La lunga storia della Chiesa Armena: appunti”Relatore Agop Manoukian, sociologo di origine armena – locandina

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