Caucaso e Asia Centrale, la guerra dei corridoi: tra TRIPP americano e rete BRICS si decide il futuro dell’Eurasia (Il Giornale d’Italia 19.02.26)

Il ritorno americano nel Caucaso

La firma a Baku tra il vicepresidente USA JD Vance e il presidente azero Ilham Aliyev segna un passaggio cruciale. Il partenariato strategico tra Stati Uniti e Azerbaigian non è solo un’intesa su difesasicurezza energetica e intelligenza artificiale: è un atto geopolitico che riporta Washington al centro del Caucaso meridionale. L’Azerbaigian viene ridefinito come hub eurasiatico, cerniera tra Europa, Asia Centrale e Medio Oriente. Dopo l’accordo di pace con l’Armenia guidata da Nikol Pashinyan, Baku consolida una posizione di stabilità che gli Stati Uniti intendono valorizzare anche in chiave di contenimento verso Russia e Iran.

Il TRIPP: 43 chilometri che valgono un continente

Cuore dell’iniziativa americana è il corridoio TRIPP (Trump Route for International Peace and Prosperity): 43 chilometri nel Syunik armeno destinati a collegare l’Azerbaigian alla exclave di Nakhchivan e quindi alla Turchia. Ferrovia, gasdotto, oleodotto, fibra ottica: un’infrastruttura multimodale sotto gestione statunitense per 99 anni. Il TRIPP si innesta sul Middle Corridor, la rotta trans-caspica che collega Cina ed Europa bypassando la Russia. È un progetto politico prima ancora che logistico: consolida la pace armeno-azera, marginalizza la Georgia e apre all’Occidente l’accesso ai minerali critici dell’Asia Centrale. Washington costruisce così una piattaforma di influenza stabile nel cuore dell’Eurasia, legando la regione alle proprie catene del valore.

La risposta silenziosa dei BRICS

Mentre gli Stati Uniti avanzano nel Caucaso, i BRICS consolidano una strategia più ampia e meno personalistica. Il Kazakistan di Kassym-Jomart Tokayev e il Pakistan di Shahbaz Sharif hanno rilanciato il corridoio trans-afghano verso i porti di Gwadar e Karachi, offrendo ai Paesi centroasiatici uno sbocco diretto sull’Oceano Indiano. Due varianti ferroviarie attraversano l’Afghanistan: una orientale (Termez–Kabul–Pakistan) e una occidentale (Turkmenistan–Herat–Kandahar). In gioco non c’è solo il commercio, ma la stabilizzazione economica di Kabul attraverso l’integrazione infrastrutturale. Mosca guarda a questo asse come estensione naturale del Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud (INSTC), la direttrice che collega San Pietroburgo a Mumbai via Iran. L’INSTC è oggi più rapido e meno costoso della rotta di Suez, ed è il simbolo di una connettività alternativa alle direttrici controllate dall’Occidente.

Due modelli di potere infrastrutturale

Il TRIPP rappresenta una proiezione americana mirata: un corridoio chiave, forte copertura politica, gestione centralizzata. È la logica del presidio strategico. La rete BRICS, invece, è diffusa e resiliente: più corridoi, più attori, finanziamenti attraverso la New Development Bank, sistemi di pagamento alternativi a SWIFT. Non un singolo choke point, ma una trama multilivello che riduce la vulnerabilità alle sanzioni. L’adesione dell’Iran ai BRICS rafforza ulteriormente questo sistema. Teheran è snodo naturale tra Caspio, Golfo Persico e Oceano Indiano. Non sorprende che guardi con sospetto al TRIPP, percepito come un tentativo di penetrazione americana nel suo immediato vicinato strategico.

Il nodo iraniano e la deterrenza americana

Parallelamente, Washington ha concentrato nel Medio Oriente un imponente dispositivo aeronavale, incluso il gruppo da battaglia della portaerei USS Gerald R. Ford. La mossa appare come strumento di deterrenza verso l’Iran. Resta però il dubbio che si tratti di una pressione negoziale più che del preludio a un conflitto diretto. Teheran ha sempre dichiarato di non voler sviluppare armi nucleari, ma difficilmente accetterà condizioni percepite come umilianti. Dall’altra parte, Israele guidato da Benjamin Netanyahu considera la finestra strategica attuale irripetibile. In questo contesto, la potenza americana è chiamata a dimostrare se sia ancora in grado di imporre la propria volontà senza scatenare una destabilizzazione più ampia.

Eurasia, il nuovo centro del mondo

La partita in corso non è regionale. È sistemica. Chi controlla corridoi ferroviarisnodi energetici e reti digitali controlla le catene globali del valore. Gli Stati Uniti cercano di preservare un primato costruendo corridoi selettivi e politicamente blindati. I BRICS costruiscono un’architettura alternativa, più lenta ma potenzialmente più autonoma dall’Occidente. Per l’Europa il rischio è restare spettatrice. Per la Russia e i suoi partner eurasiatici, è l’occasione di consolidare uno spazio economico indipendente. Il Caucaso e l’Asia Centrale non sono più periferia: sono il cuore pulsante della competizione globale. Nel XXI secolo non basta controllare i mari. Occorre dominare le infrastrutture terrestri e digitali. La guerra dei corridoi è appena iniziata. E da essa dipenderà l’equilibrio del mondo multipolare che sta emergendo.

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La riunione dell’Assemblea Episcopale della Chiesa Apostolica Armena a St. Pölten in Austria (Korazym 19.02.26)

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 19.02.2026 – Vik van Brantegem] – L’Assemblea Episcopale della Chiesa Apostolica Armena si è riunita dal 17 al 19 febbraio 2026 presso una sede della Chiesa Cattolica nella città austriaca di St. Pölten, con la partecipazione di venticinque arcivescovi e vescovi del Catholicosato di tutti gli Armeni della Chiesa Apostolica Armena, inclusi rappresentanti dei Patriarcati di Gerusalemme e Costantinopoli.

 

Al mattino del 17 febbraio, i membri dell’Assemblea hanno partecipato alla funzione liturgica. Dopo un periodo di ritiro spirituale e preghiera, è iniziata la sessione pomeridiana dell’Assemblea.

L’Assemblea si è aperta con il Padre Nostro, seguito da una lettura dalla Lettera di San Paolo agli Efesini sul tema dell’unità. Sua Santità Karekin II, Patriarca Supremo e Catholicos di tutti gli Armeni, si è rivolto ai membri dell’assemblea in un messaggio pastorale online, non avendo potuto lasciare l’Armenia. Messaggi di saluto sono stati successivamente trasmessi ai partecipanti da Sua Santità Aram I, Catholicos della Grande Casa di Cilicia, Sua Beatitudine l’Arcivescovo Nourhan Manoukian, Patriarca armeno di Gerusalemme, e Sua Beatitudine l’Arcivescovo Sahak Mashalian, Patriarca armeno di Costantinopoli.

Dopo aver discusso e approvato l’ordine del giorno, è stato eletto un Consiglio per supervisionare i lavori futuri dell’Assemblea Episcopale.

 

Lo stesso giorno, si è tenuta una funzione serale presso la cattedrale di St. Pölten con la partecipazione dei vescovi, durante la quale il Vescovo di St. Pölten, S.E.R. Mons. Alois Schwarz, ha pronunciato un saluto di benvenuto.

La riunione si svolto come un’Assemblea Episcopale piuttosto che come unIl Consiglio Spirituale Supremo, che è il massimo organo amministrativo-ecclesiastico della Santa Sede di Etchmiadzin. La riunione non poteva svolgersi come un Consiglio Spirituale Supremo perché, secondo il diritto canonico della Chiesa Apostolico Armena, un tale organo – che gestisce questioni dottrinali, canoniche e amministrative della chiesa, inclusi provvedimenti disciplinari sul clero – è presieduto dal Catholicos di tutti gli Armeni, però, le autorità armene hanno impedito Sua Santità Karekin II di lasciare il Paese, nell’ambito di un procedimento penale avviato a gennaio. Lui e diversi altri membri del clero della Chiesa Apostolica Armena sono sotto inchiesta per presunta mancata esecuzione o ostacolo all’esecuzione di un atto giudiziario riguardante un alto ecclesiastico.

La Santa Sede di Etchmiadzin aveva giustificato la decisione di convocare il Consiglio episcopale in Austria come un modo per proteggere i partecipanti da potenziali pressioni. Il giorno prima che venissero presentate le accuse contro il Catholicos, il Primo Ministro armeno Nikol Pashinyan aveva promesso una risposta decisa, sostenendo che la convocazione di un Consiglio fuori dall’Armenia aveva lo scopo di spostare il Catholicosato fuori dal Paese.

Il governo di Pashinyan sta cercando di riformare la Chiesa Apostolica Armena, di rimuovere il Catholicos Karekin II. L’Assemblea Episcopale della Chiesa Apostolica Armena, tradizionalmente con sede a Echmiadzin, è attualmente sottoposta a forti pressioni, con la sua legittimità messa in discussione da fazioni allineate al governo di Pashinyan e la sua leadership sottoposta a procedimenti legali, accusando numerosi vescovi di atti criminali.

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La condanna dei prigionieri Armeni in Azerbajgian è una vergogna per l’Europa e per l’Italia (Korazym 18.02.26)

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 18.02.2026 – Vik van Brantegem] – Il 17 febbraio 2026 si è conclusa la farsa “processuale” messa in atto dal regime autocrate dell’Azerbaigian contro i prigionieri di guerra Armeni illegalmente detenuti dal regime dell’autocrate Ilham Aliyev. Anche il filantropo e benefattore Ruben Vardanyan (“colpevole” di essere stato Ministro di Stato della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh per quattro mesi) è stato condannato, dopo già due anni e mezzo di prigionia a Baku, a 20 anni di carcere.

 

La sentenza è stata criticata duramente anche da Amnesty International. In risposta alla condanna a 20 anni di carcere di Ruben Vardanyan, l’ultimo dei 16 Armeni processati dall’Azerbajgian in relazione al loro ruolo nella Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh, prima della sua occupazione da parte delle forze azere nel 2023, Marie Struthers, Direttore per l’Europa orientale e l’Asia centrale di Amnesty International, il 17 febbraio 2026 ha dichiarato: «La condanna dei 16 imputati, culminata in questa sentenza contro Ruben Vardanyan, è a dir poco una farsa. Il fatto che Ruben Vardanyan e gli altri, diversi civili come lui, siano stati processati da un tribunale militare solleva di per sé serie preoccupazioni ed è incompatibile con le garanzie di un giusto processo. Mentre le vittime del decennale conflitto per il Nagorno-Karabakh, sia in Armenia che in Azerbajgian, meritano verità, giustizia, riparazione e garanzie di non ripetizione, queste condanne costituiscono un affronto a tutte le vittime di crimini di diritto internazionale.
Accusati di una pletora di crimini estremamente gravi, Ruben Vardanyan e altri imputati sono stati processati in un’udienza di fatto a porte chiuse, sulla base di “prove” in una lingua che non comprendevano e che non era stata adeguatamente tradotta. Persino le accuse – oltre 40 a carico del solo Vardanyan – tra cui “terrorismo” e “crimini contro l’umanità”, non sono state rese pubbliche in modo completo durante il procedimento. Amnesty International ha richiesto informazioni alle autorità azere sul processo e sulle prove, ma non ha ricevuto risposta.
L’Azerbajgian deve rispettare i propri obblighi ai sensi del diritto internazionale dei diritti umani e garantire che tutti gli accusati di crimini siano processati nel pieno rispetto del diritto internazionale e degli standard del giusto processo».

La dittatura azera non ha perdonato a Ruben Vardanyan di aver aiutato la popolazione dell’Artsakh/Nagorno-Karabakh sotto blocco azero nel momento in cui i soldati dell’Azerbajgian impedivano l’accesso a qualsiasi convoglio umanitario come peraltro avvenuto poco tempo dopo, sotto l’attenzione dei media mondiali, per i Palestinesi di Gaza. Nei giorni scorsi, altri 15 prigionieri di guerra e politici Armeni (compresi ex Presidenti e Ministri della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh) erano stati condannati a pesanti pene varianti dai quindici anni all’ergastolo.

Tutte queste azioni che ostacolano quella vera pace a cui realmente aspirano gli Armeni del mondo, sono avvenute nel completo disinteresse delle istituzioni e diplomazie europee, che da un lato spingono l’Armenia verso un dialogo più intenso, dall’altro permettono che una delle peggiori autocrazie al mondo violi palesemente il diritto internazionale e individuale trattenendo ingiustamente decine di Armeni in ostaggio.

Il governo armeno, in imbarazzato silenzio, nel pur condivisibile sforzo di pacificazione, è sotto costante minaccia e teme che una presa di posizione in favore dei connazionali detenuti possa spezzare il fragile filo della trattativa.

Il Presidente azero Ilham Aliyev, nel corso di un’intervista alla recente Conferenza di Monaco, ha addirittura paragonato i prigionieri Armeni ai gerarchi nazisti e il “processo” di Baku a quello di Norimberga!

Il tutto senza che da Brussel, Roma, Parigi o da altre capitali si levassero parole di condanna o fermi appelli per la liberazione degli ostaggi. Una vergogna.

Aliyev agisce nella certezza di assoluta impunità garantitagli solo dalle forniture di gas all’Europa, un precedente pericoloso per la storia e l’umanità, che ha permesso e permetterà ad altri governi autoritari di agire impunemente nei confronti della popolazione inerme.

Il Coordinamento delle Organizzazioni e Associazioni Armene in Italia, nell’esprimere vicinanza e solidarietà agli Armeni in prigione a Baku in un comunicato oggi, chiede:

  • alle Istituzioni europee: di condannare la farsa giudiziaria del regime, di attivarsi con pressanti richieste per la liberazione dei detenuti e imporre sanzioni al governo azero in caso di mancato positivo riscontro;
  • al governo italiano, in ragione del ruolo di importante partner commerciale dell’Azerbajgian: di attivarsi con tutti i mezzi disponibili per la liberazione degli ostaggi Armeni;
  • ai media, alle associazioni, ai partiti e ai sindacati italiani: di impegnarsi per una informazione corretta a sostegno dei diritti dei prigionieri e della popolazione armena dell’Artsakh;
  • all’opinione pubblica: di non dimenticare gli oltre centomila Armeni che sono stati cacciati definitivamente dalla loro terra ancestrale e che ora sono rifugiati in Armenia, mentre il governo azero tenta di riscrivere la storia cancellando ogni traccia armena sul territorio e ricorrendo a pratiche di pressione su governi e media internazionali.

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Nota esplicativa

Il 27 settembre 2020, in piena pandemia e nonostante le raccomandazioni del Segretario Generale delle Nazioni Unite, l’Azerbajgian lanciava una campagna militare contro la de facta Repubblica di Artskah/Nagorno-Karabakh, che trenta anni prima – in un percorso democratico e legale – aveva sancito il proprio diritto all’autodeterminazione. Il Presidente azero Ilham Aliyev affermò che era arrivato il momento di mettere da parte la diplomazia e di agire con forza.

Al termine della cosiddetta “guerra dei 44 giorni” (costata quasi 9.000 morti fra entrambe le parti), il 9 novembre 2020 veniva firmato da Armenia, Azerbajgian e Russia un accordo di cessate il fuoco, che prevedeva il ritiro delle forze armene dai distretti circostanti l’ex Oblast’ Autonoma del Nagorno-Karabakh e una forza di pace russa a garanzia della popolazione armena presente.

Nel 2021 e nel 2022 le forze armate azere occupavano (e occupano tuttora) a più riprese porzioni di territorio della Repubblica di Armenia, causando altre centinaia di vittime.

A fine dicembre 2022 gli azeri iniziavano un blocco del Corridoio di Lachin, con la strada di collegamento tra Armenia e Artsakh, causando una crisi umanitaria per la popolazione armena rimasta completamente isolata. A più riprese venivano tagliate le forniture di gas ed elettricità lasciando la popolazione al gelo nel pieno inverno caucasico.

Il 19 settembre 2023 l’Azerbajgian interveniva militarmente per occupare la residua porzione di territorio rimasto abitato dagli Armeni sotto blocco. Le autorità della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh, onde evitare nuovi spargimenti di sangue e nuovi episodi di barbarie contro la popolazione civile, firmavano un cessate-il-fuoco dopo sole 24 ore.

Oltre centomila Armeni lasciavano precipitosamente la loro patria per non cadere vittima dei soldati azeri. Al termine delle operazioni militari orchestrate dal regime autocratico di Ilham Aliyev, la popolazione di circa 120.000 abitanti si è ridotta a poche unità. Gli ultimi dieci Armeni rimasti sono stati evacuati in Armenia nei giorni scorsi.

Il governo azero ha attuato una politica di sistematica demolizione di ogni simbolo civile e religioso che potesse ricondurre alla secolare presenza armena nella regione. Mentre abbatteva la sede del Parlamento, il governo azero innalzava archi di trionfo per celebrare la vittoria e insediava nuovi coloni a occupare le case degli Armeni.

La Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh era considerata democratica dagli istituti specializzati, come ad esempio Freedom House, che invece oggi etichetta quel territorio alla stregua delle peggiori dittature senza alcun rispetto per i diritti civili e politici e senza alcuna libertà di informazione.

Il territorio è stato abitato per secoli dalla popolazione armena come testimoniano chiese e monasteri sparsi tra le sue montagne. Non “separatisti”, ma una popolazione autoctona, che la prepotenza di un guerrafondaio ha cacciato per sempre dalla propria patria.

Al caso della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh abbiamo dato ampia copertura, a partire dal 27 settembre 2020.

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Il 17 febbraio si è conclusa la farsa “processuale” messa in atto dal regime dell’Azerbaigian contro i prigionieri di guerra armeni (Politicamentecorretto)


L’ex capo di governo della repubblica separatista del Nagorno Karabakh è stato condannato in Azerbaijan a 20 anni di carcere (Il Post)


Condanne politiche in Azerbaijan e il mondo tace (Assadakah)

Lettera aperta al Governo dell’Armenia, di un Molokano che vive sulle acque nere del lago di Sevan, dove guizzano trote luccicanti (Korazym 18.02.26)

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 18.02.2026 – Renato Farina] – Signor Primo Ministro Pashinyan, signori del Governo della Repubblica d’Armenia, vi scrivo da una casa di legno che scricchiola quando il vento scende dall’Aragats e increspa il lago di Sevan. L’acqua, qui, è scura come un salmo notturno; le trote, quando affiorano, sembrano lampi d’argento. Noi Molokani non abbiamo mai amato le cornici: beviamo il latte anche nei giorni di digiuno, leggiamo la Scrittura senza chiedere il permesso, cantiamo senza palco e senza microfoni. Siamo rimasti perché l’acqua conserva la memoria e perché la libertà, se la stringi, muore.

Ho letto con attenzione il vostro documento, intitolato Sull’identificazione e il sostegno dell’estetica della Armenia reale. L’intenzione è alta, persino nobile. Ma proprio per questo il passo che compite è pericoloso.

Scrivete, fin dall’inizio, che «l’identificazione e il sostegno dell’estetica della Armenia reale diventano possibili solo quando la Armenia reale è chiaramente e inequivocabilmente intesa come spazio politico, giuridico, economico, sociale, culturale, spirituale e psicologico». E subito dopo affermate che «è necessario formulare l’estetica della Armenia reale e collegarla alle realtà politiche e giuridiche, affinché essa diventi la base di una comprensione pubblica complessiva e un fattore chiave di solidarietà».

Qui avviene qualcosa di grave: con un’abiura silenziosa si dimentica ciò che insegnano i Padri armeni, cioè che ciò che è spirituale è reale. Così si codifica implicitamente che l’Artsakh – internazionalmente Nagorno Karabakh – sia Armenia “irreale”, dunque non-Armenia. È l’esatto contrario dell’irredentismo: è l’accettazione “realistica” del fatto compiuto, e quindi la legalizzazione del frutto di un genocidio cominciato nell’Impero ottomano a fine Ottocento e mai davvero interrotto.

Di questo genocidio è stata ed è espressione la pulizia etnica della terra armena – per storia, cultura, DNA spirituale – dell’Artsakh. E continua oggi con l’amputazione di questa verità storica e giuridica dai trattati di pace e persino dai documenti estetici. Si esclude in radice un accordo sul diritto al rientro e al possesso delle case e delle chiese per i cento-ventimila Armeni di Stepanakert e degli altri villaggi. E anche se mai qualcosa fosse concesso, non sarebbe comunque un’estetica armena: al massimo una concessione amministrativa, magari simile a un regime di autonomia speciale.

Si pensi all’Alto Adige–Sud Tirolo: sovranità italiana, ma tutela piena – in teoria e in pratica – dell’identità linguistica e culturale, garantita da un trattato internazionale sotto osservazione ONU. Qui invece si chiede di chiamare “realismo” ciò che è rinuncia.

Ecco il punto critico: l’estetica non si formula. L’estetica accade. Non nasce da una definizione, ma da una ferita. Non da un collegamento giuridico, ma da un corpo che resiste. Quando lo Stato pretende di formulare il bello e di metterlo a sistema, non lo protegge: lo normalizza.

Comprendo la vostra diagnosi quando osservate che ciò che oggi viene presentato come descrizione culturale e spirituale dell’Armenia «spesso contraddice l’idea di Armenia reale», oppure «la tratta come una condizione temporanea e imposta», o ancora «non riflette la vita reale». È vero. Ma la cura che proponete rischia di essere peggiore della malattia.

Affermate che l’estetica della Armenia reale dovrebbe diventare «un fattore chiave di solidarietà pubblica». Ma quando l’arte viene chiamata a garantire la solidarietà, smette di essere libera. Diventa strumento di edulcorazione dell’ingiustizia. E quando scrivete che occorre introdurre «meccanismi di valutazione delle forme culturali e del lavoro artistico», entrate in un territorio che nessuno Stato dovrebbe attraversare: quello della pedagogia del gusto.

La tirannia classica vieta. Questa nuova forma democratica premia, orienta, valuta. Non dice: “Questo è proibito”, ma: “Questo è conforme ai valori”. Chi non rientra non è un nemico: è un immaturo. È così che l’arte muore di buone intenzioni.

Elencate valori condivisibili – pace, giustizia, responsabilità pubblica, partecipazione – ma l’arte non è chiamata a esprimerli: è chiamata a metterli in questione. La pace, se diventa criterio estetico dominante, smette di essere pace e diventa decorazione. La pace vera nasce solo dalla verità detta tutta, anche quando disturba la pace imposta dai potenti.

Qui, sulle rive del Sevan, ricordiamo che l’Armenia non è nata da una politica culturale. È nata da una testimonianza. Per questo vi ricordo Agatangelo, segretario del Re Tiridate e storico della conversione dell’Armenia nel IV secolo. Nella Storia di San Gregorio l’Illuminatore non scrisse un manifesto ideologico, ma una cronaca epica: il martirio delle vergini, la follia del potere pagano, la conversione come evento pubblico, corporeo, nazionale. Agatangelo non formulò un’estetica. Raccontò dei fatti. E da quei fatti nacque una forma, una lingua, un popolo. Non per decreto, ma per verità.

Lo sapeva Osip Mandel’štam, quando parlava delle pietre: non ornamenti, ma materia che resiste e urla. Le pietre urlano perché sono vive. Se le lucidate troppo, smettono di parlare. E lo sapeva Vasilij Grossman, che in Il bene sia con voi non costruisce sistemi, ma mostra volti, gesti, misericordie improvvise. Il bene non si impone. Accade.

Vi chiedo anche di liberarvi dalla morsa del ricatto occidentale: l’idea che per essere moderni occorra amministrare il senso, che per essere europei bisogna normalizzare l’immaginario, che per essere pacifici si debba sterilizzare il tragico. Non è vero. L’Europa migliore nasce quando accetta l’eresia creativa, non quando la certifica.

Lasciate che il palco sia aperto, non orientato. Lasciate che il dolore parli senza essere corretto. Lasciate che la gioia irrompa senza essere programmata. Lasciate che le pietre urlino. Lasciate che il bene accada.

Io resto qui, sul Sevan. L’acqua è scura, le trote brillano. Non chiedono linee guida per essere belle. Nuotano. E basta.

Con rispetto libero,

Il vostro Molokano

P.S. – Un appello al Governo italiano

Mi rivolgo al Governo italiano, in particolare al Ministro degli Esteri Antonio Tajani e al Viceministro Edmondo Cirielli.

L’Italia ha salutato con favore l’intesa di pace – una bozza di impegni – firmata l’8 agosto a Washington dal Presidente azero Ilham Aliyev e dal Premier armeno Nikol Pashinyan, alla presenza di Donald Trump. Ma in quel testo mancavano l’Artsakh, conquistato manu militari dall’Azerbajgian il 23 settembre 2024, e i diritti dei 120 mila Armeni costretti all’esilio dalla loro terra millenaria. Un silenzio che pesa.

Chiedo ai rappresentanti del nostro Paese: potete usare il peso dell’Italia per spingere almeno sulla liberazione degli ostaggi Armeni detenuti nelle carceri di Baku? Se la pace deve essere qualcosa di più di una formula, cominci dai prigionieri.

Una piccola buona notizia c’è: il 14 gennaio 2026 l’Azerbajgian ha rilasciato e rimpatriato quattro prigionieri Armeni. Ma almeno 19 restano detenuti, sottoposti a torture e maltrattamenti, processati in tribunali-farsa per la sola colpa della loro identità. Baku continua a praticare la “diplomazia degli ostaggi”.

Secondo l’ANCA (Armenian National Committee of America) è necessaria una pressione internazionale più incisiva per l’immediata e incondizionata liberazione di tutti i detenuti e per chiamare l’Azerbajgian a rispondere dei crimini di guerra e delle violazioni dei diritti umani. «È necessario lavorare ogni giorno e lottare incessantemente per il ritorno degli altri prigionieri armeni», ha scritto l’Ombudsman dell’Artsakh, Gegam Stepanian.

Nelle prigioni azere si trovano otto ex alti funzionari dell’Artsakh, tra cui tre ex Presidenti. Secondo Baku, fino al 14 gennaio 2026 erano detenuti 23 Armeni, 16 catturati dopo l’offensiva del 19 settembre 2023; per alcuni sono già state emesse “sentenze”, per altri sono in corso processi. I difensori dei diritti umani avvertono che i detenuti potrebbero essere molti di più.

La speranza – sobria, non ingenua – è che Aliyev, tronfio per le sconfitte inflitte al nemico armeno, sia indotto a rilasciare almeno una parte significativa dei prigionieri. Contiamo poco sulla pressione internazionale, finora fiacca; contiamo ancor meno su iniziative visibili del governo armeno. Proprio per questo, l’Italia può e deve fare di più. Non per prendere parte, ma per non voltarsi dall’altra parte.

Il vostro amico M.

Questo articolo è stato pubblicato sul numero di febbraio 2026 di Tempi.

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Ambasciatore Ferranti incontra il ministro Ambiente Armenia (Ansa 18.02.26)

(ANSA) – ROMA, 18 FEB – L’ambasciatore d’Italia a Jerevan, Alessandro Ferranti, è stato ricevuto dal Ministro dell’Ambiente della Repubblica d’Armenia, Hambardzum Matevosyan.
Nel corso dell’incontro si è passata in rassegna l’agenda delle relazioni bilaterali, sottolineando l’importanza dell’approfondimento della cooperazione nei settori della tutela dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile.
Si è fatto in particolare riferimento al Memorandum d’Intesa sulla cooperazione nel campo dello sviluppo sostenibile, firmato nel 2021, che crea una base per l’attuazione di iniziative congiunte volte ad aumentare la resilienza climatica, valutare i rischi e migliorare i sistemi di gestione delle catastrofi, preservare la biodiversità, promuovere la gestione sostenibile delle foreste e delle risorse idriche, garantire una gestione efficiente dei rifiuti e sviluppare l’economia circolare.
È stata inoltre discussa la partecipazione della delegazione della Repubblica d’Armenia, guidata dal Ministro Matevosyan, alla sessione riaperta della 16ª Conferenza delle Parti (COP16) della Convenzione sulla Diversità Biologica, tenutasi a Roma nel 2025, durante la quale sono stati raggiunti importanti accordi sui meccanismi di finanziamento della biodiversità e sul pacchetto completo di indicatori per misurare i progressi nell’attuazione del Quadro globale per la biodiversità di Kunming-Montreal.
Durante l’incontro le parti hanno anche affrontato i lavori preparatori per la COP17 in programma a Jerevan dal 18 al 30 ottobre 2026.
Infine, sono state esaminate diverse prospettive di cooperazione futura, valutando le opportunità di scambio con l’esperienza italiana e di ampliamento delle iniziative congiunte. (ANSA).

Il regime autocratico azero ha condannato Ruben Vardanyan a 20 anni (Korazym e altri 17.05.26)

Come facilmente prevedibile, il regime autocratico azero ha inflitto una pesante condanna a Ruben Vardanyan, ex Ministro di Stato della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh, rimasto peraltro in carica solo quattro mesi. Si è quindi concluso l’ultimo processo farsa a carico dei prigionieri di guerra armeni illegalmente detenuti dall’Azerbajgian.

Dichiarazione della famiglia di Ruben Vardanyan

Oggi abbiamo appreso che Ruben Vardanyan, amato marito, padre, fratello e nonno, è stato condannato a 20 anni di reclusione.

La sentenza emessa dal tribunale militare in Azerbajgian è stata sconvolgente, ma prevedibile. Da quando Ruben è stato ingiustamente arrestato 874 giorni fa, era chiaro che l’esito di questo processo era predeterminato. Durante tutto il suo periodo di detenzione, non sono state presentate prove per nessuna delle accuse mosse contro di lui.

Per tutto questo tempo, a Ruben sono state negate qualsiasi garanzia di un processo legale equo, l’accesso a una difesa legale reale e non formale, la possibilità di contattare avvocati internazionali e la presenza di media indipendenti alle udienze.

Le udienze si sono svolte a porte chiuse e in condizioni incompatibili con gli standard di un processo equo, non solo secondo il diritto internazionale, ma anche secondo la legislazione azera.

Nonostante i tentativi di distruggere la reputazione di Ruben come attivista umanitario, filantropo e imprenditore sociale, i leader della società civile e gli osservatori internazionali hanno fornito alla nostra famiglia un sostegno che ci ha dato forza e speranza.

Tutti coloro che conoscono personalmente Ruben o che hanno interagito con lui professionalmente comprendono l’assurdità e l’infondatezza delle accuse mosse contro di lui.

Non è stato giudicato solo Ruben e i prigionieri armeni – la sentenza è stata emessa contro tutto il popolo armeno.

Continueremo a chiedere la liberazione di Ruben e dei prigionieri armeni detenuti per motivi politici e chiediamo ai leader mondiali, alle organizzazioni internazionali e alle comunità per i diritti umani di adottare tutte le misure appropriate, in conformità con le norme del diritto internazionale, per garantire la loro libertà e la protezione dei diritti.

17 febbraio 2026

 

Ruben Vardanyan è stato Ministro di Stato della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh dal 4 novembre 2022 al 23 febbraio 2023.
Dopo l’aggressione militare dell’Azerbajgian a quello che rimaneva della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh il 19 settembre 2023 e durante il conseguente genocidio contro la sua popolazione civile, mentre era in corso la migrazione forzata dei civili dell’Artsakh, il 27 settembre 2023 Ruben Vardanyan è stato arrestato dal Servizio di frontiera statale dell’Azerbajgian al checkpoint illegale del ponte Hakari sul corridoio di Lachin, mentre tentava di attraversare il confine per entrare in Armenia, con l’accusa di “finanziamento del terrorismo, creazione di formazioni armate illegali e attraversamento illegale di un confine di Stato”. Da allora è detenuto illegalmente in Azerbajgian.
Diverse personalità pubbliche e organizzazioni di fama internazionale hanno chiesto il rilascio di Vardanyan e di altri ex funzionari della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh, definendo le accuse inventate e considerando la sua detenzione motivata politicamente e in violazione del diritto internazionale.
Dopo il suo arresto, la moglie di Vardanyan ha dichiarato: “Ruben è stato al fianco del popolo dell’Artsakh durante i 10 mesi di blocco e ha sofferto con loro nella lotta per la sopravvivenza. Chiedo le vostre preghiere”.
Tra gli altri ex funzionari della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh ci sono tre ex Presidenti della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh, Arayik Harutyunyan (2020-2023), Arkadi Ghukasyan (1997-2007) e Bako Sahakyan (2007-2020); ex Consigliere del Presidente ed ex Ministro degli Esteri Davit Babayan; l’ultimo Presidente dell’Assemblea Nazionale David Ishkhanyan; gli ex Comandanti dell’esercito di difesa dell’Artsakh, Levon Mnatsakanyan e Jalal Harutyunyan; l’ex Primo Vice Comandante dell’esercito di difesa dell’Artsakh, Davit Manukyan. Sono accusati di aver commesso 2548 crimini, dalla Prima Guerra del Karabakh negli anni 90 fino al 2023. Il caso maggiormente noto è quello dell’ex Ministro di Stato, Ruben Vardanyan, figura chiave nel panorama politico della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh.

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L’ex capo di governo della repubblica separatista del Nagorno Karabakh è stato condannato in Azerbaijan a 20 anni di carcere (Il Post)

Antonia Arslan: «Quella storia di famiglia che cambiò la mia vita. Un consiglio chi vuol fare lo scrittore? Essere metodici» (Il Gazzettino 17.02.26)

Da docente di Letteratura italiana all’Università di Padova a scrittrice, passando per l’esperienza di traduttrice. Volendo sintetizzare in una riga chi è Antonia Arslan, si potrebbe dire questo. Ma, in realtà, Antonia Arslan è soprattutto una donna curiosa, energica e capace di cogliere insegnamento da tutti gli accadimenti della vita.
Nota al grande pubblico per il romanzo “La masseria delle allodole”, pubblicato da Rizzoli nel 2004, Arslan è nata a Padova nel 1938. La scrittrice ricorda che, bambina, camminava spesso per le vie del centro insieme al nonno paterno, che le raccontava la storia dei luoghi e della città. Un giorno le disse, agitando il bastone e indicando i palazzi di una via del centro storico: «Questa, ricordati, è la tua città. Devi amarla». Ma l’Antonia bambina preferiva la casa in provincia di Belluno, dove vivevano gli altri nonni, un luogo che sentiva più libero e a contatto con la natura.

E oggi, che rapporto ha con Padova?
«Aveva ragione mio nonno. Ho imparato ad amare questa città. È meraviglioso andare in giro in bicicletta per le sue vie piene di glicini».

Lei ha scritto a lungo saggi e studi letterari. Come è arrivata alla scrittura narrativa?
«Aver studiato e lavorato a lungo sui romanzi dell’Ottocento mi ha aiutata molto. Ti restano in testa tante situazioni, tante possibilità narrative e, anche, il modo in cui i grandi scrittori hanno risolto nodi di trama o fatto avanzare una storia. Detto questo, io non avevo mai scritto romanzi prima. Non avevo il classico “romanzo nel cassetto”. Scrivevo poesie, testi molto brevi, in modo discontinuo e privato, che leggevo solo agli amici. La poesia è stata fondamentale per me perché mi ha permesso di scoprire una parte profonda di me che era rimasta silente: la dimensione della mia origine armena. Io sono italiana, scrivo in italiano, ho studiato letteratura italiana ma sentivo questo richiamo misterioso che si è concretizzato quando ho scoperto un grandissimo poeta armeno, Daniel Varujan. Alla fine degli anni Novanta ho tradotto, riga per riga, la sua ultima raccolta poetica, scritta poco prima della sua morte nel 1915. È stato un lavoro enorme, fatto con due giovani studenti. Un lavoro che mi ha ricongiunta alle mie origini».

Da lì nasce anche la sua narrativa?
«Sì. In quel momento ho capito anche la mia storia familiare. I racconti di mio nonno, la tragedia vissuta dalla nostra famiglia armena. Ho studiato, approfondito e così è nata la scrittura del mio primo romanzo, “La masseria delle allodole”».

Un romanzo che ha cambiato la sua vita?
«Enormemente. Insegnavo ormai da oltre 40 anni e sentivo di voler cambiare. Intanto avevo un agente letterario a Milano a cui avevo dato il manoscritto. Lo tenne sulla sua scrivania nove mesi senza nemmeno leggerlo. Poi, un’amica americana che insegnava letteratura italiana mi convinse a dare il manoscritto a un agente di sua fiducia. E, stupore, mi telefonò il giorno di Ferragosto dicendomi che era bellissimo e che potevo scegliere qualsiasi casa editrice. Quando “La masseria delle allodole” uscì nel 2004 fu ristampata otto volte in tre mesi. Fu una sorpresa assoluta».

Ha dei riti quando scrive, delle consuetudini?
«Sì, ma solo quando inizio un libro. Allora mi costringo alla metodicità. Scrivo tutti i giorni, due o tre pagine al massimo, dalle cinque del pomeriggio fino all’ora di cena. Non di più. La scrittura va nutrita con regolarità».

Che consiglio darebbe a chi si avvicina alla scrittura?
«Essere metodici. Stabilire un tempo fisso, anche breve, ma regolare. Anche solo un’ora dopo cena o il fine settimana. E ricordarsi che non si scrive solo per sé stessi. Si scrive per un lettore. Le storie servono agli esseri umani. L’autobiografia pura, lo sfogo, non bastano. Bisogna costruire storie».

Lei è presidente della giuria del premio letterario Civitas Vitae – rendere la longevità risorsa di coesione sociale. Come deve essere un racconto perché sia considerato un buon lavoro?
«Il rispetto delle regole è importante. Lunghezza, tema, consegne. Se non rispetti le regole, sei fuori. Poi, ogni anno, con la giuria premiamo i testi che sono pubblicabili. Nei concorsi che seguo spesso emergono racconti molto belli. In questo, per esempio, è bello vedere come il rapporto tra nonni e nipoti permette di raccontare un mondo che cambia, visto dagli occhi dei più giovani perché sono spesso i nipoti a scrivere il racconto. Quest’anno gli elaborati che riceveremo, entro il primo marzo, dovranno rispondere al tema: Le invenzioni degli ultimi 70 anni che ci hanno cambiato, in meglio o magari in peggio la vita. Sono molto curiosa di leggerli»

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Armenia: esenzione temporanea dal visto per i viaggiatori provenienti da 113 paesi (Travelquotidiano 17.02.26)

L’Armenia ha introdotto un’esenzione temporanea dal visto per i cittadini di 113 paesi, iniziativa che sarà in vigore fino al 1° luglio 2026. L’esenzione si applica ai viaggiatori in possesso di un permesso di soggiorno valido rilasciato dagli Stati Uniti, dagli Stati membri dell’Unione europea, dai paesi dell’area Schengen, nonché dagli Emirati Arabi Uniti, dal Bahrein, dal Qatar, dall’Arabia Saudita, dal Kuwait o dall’Oman.

Secondo le autorità armene, i visitatori idonei possono soggiornare nel paese senza visto per un massimo di 180 giorni nell’arco di un anno. Tuttavia, il loro permesso di soggiorno deve rimanere valido per almeno sei mesi dalla data di ingresso nel paese.

I requisiti per l’ottenimento dell’esenzione dal visto secondo quanto previsto dal Ministero degli Affari Esteri armeno prevedono che il permesso di soggiorno debba essere presentato sotto forma di tessera fisica o di adesivo apposto sul passaporto. Dovrà includere informazioni essenziali quali il nome del titolare, la nazionalità, la data di nascita e il periodo di validità del documento, indicato secondo il calendario gregoriano.

Secondo l’Armenian Tourism Committee, questa decisione mira ad aumentare il numero di visitatori internazionali e a migliorare la connettività del paese con il resto del mondo. Oltre che incentivare i viaggi e facilitare l’organizzazione di soggiorni sia di breve che di lunga durata.

«Questa decisione è un chiaro invito ai viaggiatori di tutto il mondo – ha sottolineato Lusine Gevorgyan, presidente del comitato -. L’Armenia è aperta e accogliente e non vediamo l’ora di condividere la nostra cultura, i nostri paesaggi e la nostra ospitalità con un numero maggiore di visitatori nel corso del 2026».

Oltre a questa esenzione temporanea, l’Armenia offre anche un sistema di visto elettronico accessibile tramite la piattaforma ufficiale evisa.mfa.am, progettato per semplificare le procedure per i viaggiatori che non hanno diritto all’esenzione. Sono disponibili due tipi di visti per visitatori: un visto per soggiorni fino a 21 giorni, al prezzo di 8 dollari Usa; un visto per soggiorni fino a 120 giorni, al prezzo di 38 dollari Usa. La procedura di richiesta viene completata interamente online e i tempi di elaborazione possono richiedere fino a tre giorni lavorativi.

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Armenia: salta il concilio? (Settimananews 16.02.26)

Il concilio dei 56 vescovi armeni, programmato in Austria (St Pölten) a partire dal 17 febbraio, potrà difficilmente essere celebrato. Non solo una decina di vescovi si sono opposti, alleandosi con il potere del primo ministro Nikol Pashinyan, ma sei diretti collaboratori del Catholicos sono stati impediti di uscire dal Paese; e altri quattro sono in prigione e lo stesso Catholicos, Karekin II, è stato chiamato a giudizio e quindi difficilmente potrà partire. La situazione sembra precipitare in un conflitto totale fra il Governo e la Chiesa apostolica armena.

Il Governo di Nikol Pashinyan accusa il Catholicos e i suoi collaboratori di indegnità (il prelato avrebbe una figlia), di opposizione alla pacificazione con l’Azerbaigian, di un’alleanza con i poteri russi contro l’autonomia dello stato, di corruzione e, ora, di volere trasferire all’estero la sede patriarcale di Etchmiadzin (Erevan).

Le censure canoniche verso i preti dissidenti vengono ignorate dall’amministrazione pubblica e i tribunali civili emanano sentenze a favore dei vescovi dimessi di autorità dal Catholicos. Il vertice ecclesiale imputa al Governo non solo di non aver gestito con efficacia lo scontro bellico con l’Azerbaigian, ma anche di aver ceduto al paese islamico il Nagorno-Karabak (enclave armena si confini con l’Armenia), di non avere gestito il flusso dei rifugiati (100.000 persone) in provenienza da quei territori, di non aver preteso la liberazione dei politici armeni prigionieri e di non aver risolto i problemi di corruzione endemica e di sviluppo economico.

Lo accusa in particolare di violare la libertà religiosa, di pretendere di sostituire il Catholicos per ragioni politiche, ma soprattutto di spaccare la Chiesa, pretendendo di trasformarla in una Chiesa a servizio del potere dello Stato.

Come i comunisti?

Un conflitto che minaccia la stessa esistenza dell’Armenia che ha sempre trovato nella Chiesa apostolica il suo perno di riferimento. La divisione interna fra i tre milioni di abitanti attraversa ormai non solo l’elettorato che sarà chiamato al voto nel prossimo giugno, ma anche le singole famiglie.

C’è chi, come John Eibner, imputa a Pashinyan di perseguire la distruzione della Chiesa come tentarono di fare i comunisti negli anni ’20 del XX secolo attraverso il movimento denominato “Chiesa libera”. Come allora, il clero più debole e i vescovi più ricattabili vengono sovvenzionati e guidati dallo stato, si indebolisce la base finanziaria della Chiesa annullandone il ruolo di difensore della nazione.

Fortemente critico del Governo anche un autorevole testimone, il direttore generale di Christian Solidarity International, p. Peter Fuchs. Appena tornato da una visita nel paese, assicura la buona coscienza di Karikin II e l’inconsistenza del “gruppo di riforma” costruito attorno ai dieci vescovi dissidenti: «C’è molto odio nella società […] e questo ha portato a una profonda frattura che il Governo Pashinyan sta deliberatamente aggravando». Il Governo «vuole che la Chiesa apostolica armena sia la Chiesa di stato, completamente integrata negli interessi e negli obiettivi dello stato».

La diaspora

La divisione si è allargata alla diaspora armena, che, con i suoi 10 milioni di persone diffuse in Occidente (Stati Uniti e Francia in particolare), costituisce il polmone finanziario che ha permesso al paese di attraversare le crisi più acute. Alcuni dei nomi più noti come il miliardario americano-armeno Nouhar Afeyan, lo svizzero armeno Vahe Gabrash, il primario della chirurgia dell’Imperial College di Londra Ara Darzi, il filantropo Vatché Manoukian hanno preso posizione a favore della Chiesa.

La destituzione del Catholicos richiesta dal Governo è illegittima, gli attacchi ai gerarchi minacciano la stessa diaspora, il concilio di St Pölten, seguito dall’Assemblea nazionale ecclesiale, permetterebbe un autentico rinnovamento in conformità alle tradizioni e ai canoni ecclesiali.

«Facciamo appello al Governo armeno e alla Chiesa per risolvere i loro conflitti rispettando le regole di autogoverno della Chiesa e − per la Chiesa − la separazione fra attività politica e missione religiosa, proteggendo in tal modo il diritto degli armeni della diaspora di praticare la loro fede senza ingerenze governative».

La Chiesa, che ha permesso di superare il dramma del genocidio armeno dell’inizio del ’900 (oltre un milione e mezzo di vittime), rischia ora la sopravvivenza per l’intervento dello stato armeno. La diaspora si sente obbligata a chiedere aiuto ai paesi di accoglienza e alle istituzioni internazionali. I responsabili del “movimento armeno” che “rappresenta” la diaspora hanno, invece, denunciato l’intervento dei firmatari ricordando che «nessun Governo responsabile può accettare che un’istituzione religiosa intervenga stabilmente nella lotta politica senza un’adeguata reazione».

Dello stesso tono il commento del fondatore del Children of Armenia Fund, Garo Armen, che ricorda come la Chiesa non sia fatta dai gerarchi ma dal popolo. Un popolo che ha scelto la via democratica e ha eletto Nikol Pashinyan nel 2018 e tornerà al voto a breve. Le elezioni del 2018 hanno chiesto «un Governo responsabile davanti ai cittadini piuttosto che a ceti privilegiati. Un lavoro non ancora compiuto ma coerente: maggiore responsabilità, trasparenza e presenza dello stato». «L’Armenia ha bisogno di uno stato forte e di una Chiesa forte. I due possono convergere insieme quando la loro leadership sia credibile».

In mezzo al guado

Il conflitto interno avviene in un momento delicato e in una zona geopolitica attraversata da scontri violenti. L’inclinazione verso Occidente dell’attuale governo trascura il tradizionale appoggio della Russia. La firma a Washington del trattato di pace con l’Azerbaigian dovrebbe chiudere il conflitto con il paese vicino, riaprire i contatti con la diffidente Turchia, senza troppo irritare l’Iran (altro tradizionale interlocutore).

La Russia non guarda con favore il processo e utilizza il dissenso ecclesiale per i propri interessi organizzando manifestazioni antigovernative delle minoranza armene in diverse città della Russia e reclamando la libertà religiosa, assai poco praticata nei territori ucraini occupati dalle sue truppe.

La Georgia, che si è finora giovata del passaggio delle merci per l’Armenia, visto il blocco azero e turco, teme di perdere i proventi connessi quando il corridoio TRIPP (Trump Routge for Ingternational Peace and Prosperitsy) permetterà un accesso diretto dall’Azerbaigian. L’auspicata fine della guerra in Ucraina libererebbe le vie economiche di accesso dalla Russia.

Un complicato puzzle che attende una soluzione credibile al conflitto interno e, in particolare, allo scontro fra Chiesa e stato.

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L’alfabeto armeno a Strasburgo tra diplomazia e identità (Asianews 16.02.26)

Il governo di Pašinyan collocherà in un’area adiacente alla sede del Parlamento europeo una scultura dedicata alla scrittura creata dal monaco Mesrop Mashtots per tradurre la Bibbia. Un simbolo di orgoglio nazionale, di resilienza e del legame profondo tra fede e cultura nella prima nazione cristiana della storia. Un messaggio anche politico sullo sguardo dell’attuale leadership di Erevan verso l’Europa.

Milano (AsiaNews) – Nel segno del monaco Mesrop Mashtots, il creatore dell’alfabeto armeno, Erevan a sceglie di iscrivere la propria storia millenaria nel cuore dell’Europa. Il governo armeno di Nikol Pašinyan ha infatti deciso di acquistare, tramite un fondo di riserva statale, una scultura monumentale dedicata all’alfabeto armeno da collocare a Strasburgo, in un’area adiacente al Parlamento europeo. Si tratta di un gesto altamente simbolico, che intreccia diplomazia, memoria storica, identità nazionale e aspirazioni europee.

L’accordo, reso noto a fine gennaio, mira ad affermare una vicinanza di valori e una volontà di dialogo che va oltre le alleanze geopolitiche. Non è ancora noto il nome dell’artista incaricato dell’opera e neppure sono stati rilasciati disegni o bozzetti. Ma le modalità operative scelte dal governo di Erevan, con l’acquisto diretto dell’opera e l’avvio dei lavori, indicano l’urgenza e l’importanza attribuite a un progetto che vuole rendere ancora più tangibili per i cittadini europei la storia, la cultura e la capacità di resilienza del popolo armeno.

L’Armenia occupa un posto unico nella storia del cristianesimo e della cultura non solo dell’Asia Occidentale. Nel 301 d.C., il regno armeno, sotto il re Tiridate III, adottò il cristianesimo come religione di Stato, prima nazione al mondo. Questa scelta non fu soltanto religiosa, ma rappresentò anche un atto di affermazione culturale e identitaria, in un’epoca in cui il territorio armeno era costantemente conteso tra grandi imperi come Roma e la Persia. La nuova fede richiedeva però strumenti adeguati per radicarsi profondamente nella vita quotidiana e spirituale del popolo. E fu proprio in questo contesto che nacque l’esigenza di tradurre la Bibbia in armeno, rendendo le Sacre Scritture accessibili a tutti.

La traduzione della Bibbia richiedeva una scrittura adatta a esprimere con precisione la lingua armena, che fino a quel momento non aveva un alfabeto proprio. Fu così che, nel V secolo, il monaco Mesrop Mashtots (teologo e poliglotta: conosceva il greco, il siriaco e il persiano) inventò l’alfabeto armeno, un sistema grafico originale e completo che consentiva di trascrivere fedelmente la lingua parlata. Questa creazione non fu soltanto un fatto tecnico, ma un vero e proprio strumento di emancipazione culturale: grazie all’alfabeto, il popolo armeno poteva leggere, comprendere e diffondere i testi sacri nella propria lingua, consolidando l’identità nazionale e religiosa.

Non solo. La scrittura propiziò la nascita di una fiorente letteratura armena, preservando tradizioni, leggende e conoscenze attraverso i secoli. Oggi, l’alfabeto armeno è simbolo di orgoglio nazionale, testimonianza di resilienza e di un legame profondo tra fede e cultura che dura da più di 1.700 anni.

Nei secoli successivi, quando l’Armenia perse la propria indipendenza e conobbe invasioni, deportazioni e diaspora, l’alfabeto divenne uno strumento di sopravvivenza. Dopo il genocidio del 1915, la lingua e la scrittura si trasformarono in uno dei principali veicoli della memoria collettiva. Nei campi profughi, nelle comunità della diaspora, nei monasteri e nelle scuole (a volte clandestine e improvvisate in abitazioni private), le lettere dell’alfabeto armeno continuarono a raccontare una storia che si voleva cancellare. Un monumento all’alfabeto, oggi, è anche un memoriale alla resistenza culturale dopo il tentativo di annientamento fisico di un popolo.

L’Unione europea ospita ancora oggi alcune delle più importanti comunità armene della diaspora, storicamente radicate in Francia, Belgio, Germania, Italia e Grecia. In Francia, in particolare, la memoria del genocidio è entrata nel dibattito pubblico e istituzionale, e la presenza armena ha contribuito in modo significativo alla vita culturale del Paese (basti citare artisti come Charles Aznavour). Molti Paesi europei (tra cui Francia, Germania, Repubblica Ceca, Paesi Bassi, Svezia, Svizzera, Italia) riconoscono formalmente il genocidio e organizzano eventi pubblici in occasione della Giornata del ricordo che si celebra ogni 24 aprile. Il Parlamento Europeo ha riconosciuto il genocidio armeno già nel 1987 e ha ribadito questa posizione in successive risoluzioni, tra cui quella del 2015, invitando le altre istituzioni Ue a fare lo stesso (anche se l’Unione Europea nel suo complesso non ha mai adottato un riconoscimento formale e vincolante, mantenendo un approccio più prudente per ragioni diplomatiche).

Il monumento di Strasburgo parlerà in particolare anche alle comunità della diaspora, riconoscendone il ruolo di ponte tra Erevan e l’Europa. E in questo ponte, l’Italia occupa da secoli una posizione centrale. Venezia, e in particolare l’isola di San Lazzaro degli Armeni, rappresenta il cuore storico della presenza culturale armena nell’Europa occidentale. Dal 1717, quando la Serenissima concesse l’isola al monaco cattolico di rito armeno Mechitar di Sebaste e ai Padri Mechitaristi (che prendono il nome appunto dal fondatore), San Lazzaro è diventata un centro di studio, conservazione e diffusione della lingua e della cultura armena. Qui l’eredità di Mesrop Mashtots è rimasta viva: manoscritti, incunaboli, grammatiche, dizionari e traduzioni testimoniano una continuità impressionante tra il V secolo e la modernità. Da Venezia, la cultura armena ha dialogato con l’umanesimo, l’Illuminismo e il pensiero europeo, attirando studiosi e intellettuali, fino a figure come Lord Byron.

Questo radicamento culturale spiega anche perché l’Armenia guardi oggi all’Europa non solo per ragioni politiche, ma anche religiose e civili. Prima nazione cristiana della storia, l’Armenia percepisce l’Europa come uno spazio di valori comuni. Pur non essendo formalmente candidata all’adesione all’Unione europea, Erevan manifesta da anni il desiderio di un legame più stretto, soprattutto in un contesto regionale segnato da instabilità, conflitti e tensioni religiose che non risparmiano l’Armenia stessa, come testimonia il duro scontro in atto tra il premier Nikol Pašinyan e la Chiesa apostolica. In questo senso, l’alfabeto armeno accanto al Parlamento europeo sarà un segno potente. E le lettere scolpite nella pietra racconteranno di un popolo che ha trasformato la scrittura in una casa, la memoria in resistenza e la cultura in una formidabile forma di dialogo.

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