Nuova vita per la casa armena di via Marcello, il restauro svela i colori originali (TriesteNews 10.03.26)

10.03.2026 – 07.00 – Risalendo via della Madonna del Mare e giungendo ad altezza della sede temporanea della Biblioteca Attilio Hortis, a fianco della scuola Carducci avovlta nei veli di un cantiere, s’intravederà, in via Benedetto Marcello, la sagoma poderosa di un Palazzo in via di ristrutturazione. Il n. 2 e 4 su via Marcello è ormai completo e i serramenti nuovi di zecca si affiancano a vaste decorazioni ridipinte di fresco. Noto come palazzo Haggi, l’insieme di edifici (si tratta in realtà di due identici manufatti, corrispondenti ai due numeri civici) rientra nelle cosiddette ‘case armene‘: un gruppo edilizio costruito sull’alto del colle di San Vito dal ricco mercante di tappeti di fede armena Haggi Giorgio Aydinian. Sebbene Haggi avesse vissuto in alcune delle case assieme a figli & parenti, in realtà le case armene furono affittate ai triestini, giungendo ad essere un elemento caratterizzante il quartiere per la bella presenza, la vicinanza alla chiesa armena e un gusto stilistico abbastanza uniforme, improntato a stilemi italiani.
Le due case, la cui ristrutturazione a cura di B&P sembra avviarsi al completamento dopo lunghi lavori iniziati ancora nel 2022, erano stati da tempo abbandonati; eppure fino al secondo dopoguerra erano stati una parte importante del rione con negozietti al pianoterra e diverse abitazioni.

Haggi affidò la progettazione delle due case all’architetto Ruggero Berlam nel 1904: inseriti su un piano inclinato, proprio al di sotto del costone della collina, le due case vennero realizzate con uno stile neo medievale, recuperando elementi caratteristici del Medioevo italiano. Lo sguardo, tolte le impalcature, può ora ammirare archetti pensili, tante finestre a monofora e bifora e i caratteristici mascheroni, i volti intrappolati in un urlo muto. L’apparato decorativo, presente agli ultimi piani, fu opera rispettivamente del figlio Arduino e del pittore Pietro Lucano (1878-1972).

Le due case sono state sottoposte a un adeguamento anti sismico ed impiantistico e comprenderanno, completato il restauro, 22 appartamenti. Ad un primo sguardo, scorrendo le offerte online, i prezzi si aggirano sul mezzo milione per 120 metri quadri, con solo otto appartamenti ancora rimasti in vendita. Volatilizzati anche i due box auto ricavati dai precedenti negozi, mentre rimangono disponibili svariate cantine. Come avvenuto prima in Cavana e ora in svariate zone del centro, va scomparendo quel tessuto sociale di negozi e piccole famiglie un tempo elemento essenziale della vita del rione; chi può permettersi simili acquisti di solito opera per un investimento o con finalità turistiche.

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Riccione, il Gala che non guarda in faccia al “Palazzo” (ma alle famiglie) (Gazzettadellemiliaromagn 09.03.26)

 

Mentre la politica si perde in chiacchiere e protocolli, all’Alberghiero Savioli va in scena la solidarietà vera. Chef stellati e studenti ai fornelli per chi ha perso tutto.

di Loredana Mendicino

C’è chi i poveri li cita nei programmi elettorali e chi, come la Dottoressa Goar Vardanyan, preferisce metterli a tavola. Ma non una tavola qualunque. In data 11 marzo, alle ore 19:00, le porte dell’IPSSEOA  Severo Savioli di Riccione si apriranno per un evento che profuma di dignità e riscatto: il Gala per le Famiglie.

Dimenticate i buffet gelidi delle inaugurazioni ufficiali. Qui si fa sul serio. Dopo aver coordinato le “Cene Solidali per il Cuore per la Romagna” e aver macinato chilometri per distribuire pasti ai senza fissa dimora , la Dott.ssa Vardanyan, criminologa  — che il dramma della perdita lo ha conosciuto sulla pelle durante il terremoto in Armenia nell’88 — ha deciso di alzare l’asticella. L’obiettivo? Donare una serata di luce a chi è scivolato nelle maglie larghe della povertà locale.

Un esercito di solidarietà

L’iniziativa non è il capriccio di un singolo, ma il frutto di una mobilitazione che vede schierati pezzi da novanta del territorio. Dal Dirigente Scolastico Pasquale D’Andola al Prof. Davide Bernardi, fino alla “colonna portante” della TV nazionale: la Chef Cristina Lunardini. La “Zia Cri” di Rai 1 lascerà i riflettori di Antonella Clerici per dirigere una brigata speciale composta dagli studenti dell’istituto, che si occuperanno di tutto, dalla cucina al servizio in sala.

Il menù? Sarà una sorpresa firmata dalla Chef. Il dress code? Non pervenuto, perché la solidarietà non ha bisogno di papillon, ma di cuore. Al fianco del progetto, nomi che sul territorio significano concretezza: dalla Cooperativa Il Gesto all’Hotel Rex, passando per il supporto di Croce Rossa, Caritas e Associazione Nazionale Carabinieri.

La speranza non è un lusso

“Vogliamo ricordare loro che sono visti e ascoltati, che non lasciamo indietro nessuno” spiega la Vardanyan. Un messaggio potente in un’epoca di indifferenza digitale. L’evento è a numero chiuso (prenotazioni al 3446074958 o via mail a goar.v1986@gmail.com) per garantire a ogni ospite l’attenzione che merita.

Insomma, a Riccione c’è chi cucina per chi ha fame e chi, invece, preferisce “friggere l’aria” nei salotti buoni, spiegandoci come va il mondo tra un tartufo e un calice di champagne. Partecipate al Gala: almeno lì, se vedrete qualcuno con le mani in pasta, sarà perché sta preparando una cena e non perché sta cercando di sfilarti il portafoglio con la scusa del “progresso”.

L.M.

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USA, la nuova strategia nel Caucaso (Il Caffe Geopolitico 09.03.26)

In 3 sorsi – La visita del vicepresidente degli Stati Uniti J.D. Vance in Armenia e Azerbaijan del 9-11 febbraio segnala il crescente interesse di Washington per il Caucaso e un potenziale cambiamento nelle dinamiche geopolitiche regionali.

1. (IN)DIPENDENZA ENERGETICA

La tappa iniziale del viaggio è stata l’Armenia, per la prima volta meta di una visita ufficiale di un vicepresidente statunitense. Il Paese sta perseguendo negli ultimi anni una strategia volta a ridurre la dipendenza dalla Russia e a tessere relazioni con l’Occidente e con altri partner, come la Cina. L’impegno degli Stati Uniti a investire potenzialmente 9 miliardi di dollari nel settore nucleare civile si inserisce precisamente in questa strategia: con il previsto smantellamento dell’impianto nucleare di epoca sovietica di Metsamor, gestito congiuntamente dalla russa Rosatom, Vance ha offerto all’Armenia la possibilità di ridurre la dipendenza energetica da Mosca. L’accordo di cooperazione firmato con il Primo Ministro armeno Nikol Pashinyan potrebbe gettare le basi per la futura costruzione di un impianto nucleare gestito dagli Stati Uniti, ridimensionando fortemente il ruolo della Russia.
Questo rappresenterebbe un colpo significativo per l’influenza russa nel Caucaso, che si ramifica anche nelle partnership siglate da Rosatom. In risposta, il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov ha affermato che Yerevan è libera di sviluppare relazioni bilaterali con altri Paesi, ma che la tecnologia nucleare russa può assicurare una qualità maggiore a costi inferiori.

Fig. 1 – Il vicepresidente statunitense J.D. Vance e il premier armeno Nikol Pashinyan dopo la firma dell’intesa per finalizzare la cooperazione nucleare tra i rispettivi Paesi, 9 febbraio 2026

2. SICUREZZA E PROSPERITÀ MEDIATE DA WASHINGTON

Energia e sicurezza sono strettamente interconnesse in una regione a cavallo tra l’Europa e le grandi riserve energetiche del Mar Caspio e dell’Asia Centrale. A Baku, Vance ha riportato un risultato significativo con la partnership strategica, firmata con il Presidente azero Ilham Aliyev, per lo sviluppo della cooperazione in materia di difesa, per cui gli Stati Uniti si impegneranno a supportare l’Azerbaijan nella protezione delle sue acque territoriali.
Il progetto più significativo promosso dalla Casa Bianca è, però, la Trump Route for International Peace and Prosperity (TRIPP), una rete infrastrutturale di 43 chilometri lungo il confine meridionale dell’Armenia volta ad assicurare la continuità territoriale tra l’Azerbaijan e l’exclave di Naxçıvan, e garantire quindi un collegamento diretto tra la Turchia e il Mar Caspio. Il progetto non ha solo l’obiettivo di rendere la regione uno snodo strategico per il trasporto di energia e materie prime, ma anche di suggellare un accordo di pace tra Armenia e Azerbaijan.
I due Paesi, antagonizzati da una disputa territoriale quarantennale per la regione del Nagorno Karabakh, che ha causato tre conflitti armati (l’ultimo nel 2023) e decine di scontri di confine, non hanno mai raggiunto una pace formale. La scorsa estate, i rispettivi leader si sono incontrati a Washington per siglare una Dichiarazione di pace sotto gli auspici del Presidente Trump. Il TRIPP consentirebbe di avvicinarli a un accordo ufficiale grazie alla mediazione degli Stati Uniti.

Fig. 2 – Il Presidente azero Aliyev insieme a Trump e a Pashinyan dopo la firma della Dichiarazione di pace tra Armenia e Azerbaijan a Washington, 8 agosto 2025

3. EQUILIBRI GEOPOLITICI IN CAMBIAMENTO

Il TRIPP produrrebbe anche il risultato, meno pubblicizzato, di bypassare l’Iran, attraverso cui devono attualmente transitare i collegamenti tra Baku e la sua exclave, e di imporre un’ulteriore pressione a Teheran, stabilendo interessi statunitensi ai confini settentrionali della Repubblica Islamica.
La visita è stata seguita con attenzione soprattutto dal Cremlino, che negli ultimi anni ha visto la propria influenza regionale erodersi. Il Caucaso meridionale è tradizionalmente un’area che la Russia riconosce nella sua sfera d’interesse, ma l’avvicinamento della Georgia all’Occidente e l’invasione dell’Ucraina, che ha monopolizzato l’attenzione di Mosca, hanno favorito l’ingresso di altri attori nell’Estero Vicino russo. La visita di un funzionario di alto livello come Vance testimonia l’interesse della Casa Bianca per la regione e una potenziale sfida geopolitica alla Russia, basata sulle recenti crisi tra Mosca e Baku e la strategia armena di costruire relazioni con partner alternativi.
Con l’avvicinarsi delle elezioni parlamentari in Armenia, previste per il prossimo giugno, la visita del vicepresidente statunitense è stata letta anche come un endorsement alla rielezione di Pashinyan.
Il coinvolgimento statunitense nella regione interessa anche l’Unione Europea, per cui il Caucaso rappresenta la nuova frontiera orientale: gli investimenti americani faciliterebbero la strategia di diversificazione energetica dell’Unione, ma potrebbero anche sottrarre spazio di manovra a Bruxelles, soprattutto per via dell’attuale stato delle relazioni transatlantiche.

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Armenia-Italia: cultura, sapori, tradizione per Giornata Internazionale Donna (GiornaleDiplomatico 09.03.26)

GD – Jerevan, 9 mar. 26 – Per la Giornata Internazionale della Donna, una rappresentanza femminile dell’Ambasciata d’Italia a Jerevan ha partecipato a un evento di Food Diplomacy organizzato nella Yeremyan Culinary Academy. All’incontro ha preso parte anche Sarune Linartaite, moglie dell’ambasciatore d’Italia in Armenia, Alessandro Ferranti, che ha condiviso questo momento di dialogo e scambio culturale con le rappresentanti dell’Ambasciata.
L’iniziativa ha testimoniato un’importante occasione di confronto tra Italia e Armenia attraverso uno dei linguaggi più universali: la cucina. L’attività mirava infatti a valorizzare la tradizione culinaria italiana attraverso il dialogo tra donne, omaggiandone talento e creatività e contribuendo a rafforzare un ponte di amicizia tra i due Paesi.
Nel corso dell’incontro, le partecipanti italiane hanno preparato insieme a chef armeni alcuni piatti tipici della tradizione italiana, condividendo tecniche, ingredienti e racconti legati alla cultura gastronomica del nostro Paese. Tra le ricette realizzate anche la torta mimosa, dolce simbolo della Festa della Donna in Italia.
«La diplomazia culinaria è uno strumento importante per costruire queste connessioni. La cucina è un linguaggio universale che permette di creare relazioni efficaci ed è anche espressione della cultura nazionale», ha osservato la direttrice dell’Accademia, Aida Tigranian.
Durante l’incontro, Sarune Linartaite ha ricordato anche il traguardo raggiunto il 10 dicembre 2025, quando la cucina italiana è stata inserita nella lista del Patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO, diventando la prima tradizione gastronomica nazionale a ottenere tale riconoscimento nella sua interezza.
«La cucina è cultura, tradizione e ricchezza e attraverso di essa possiamo conoscere meglio un Paese e il suo popolo e creare nuovi ponti di dialogo e ispirazione», ha sottolineato.
La cucina italiana non rappresenta soltanto un insieme di ricette, ma un patrimonio culturale fatto di pratiche sociali, convivialità e trasmissione dei saperi tra generazioni, nel quale il ruolo delle donne è stato storicamente centrale.
La collaborazione tra la Yeremyan Culinary Academy e l’Ambasciata d’Italia prosegue ormai da cinque anni e si è consolidata anche grazie agli scambi accademici con scuole italiane nell’ambito della Settimana della cucina italiana nel mondo. Come risultato di questa partnership, nel mese di maggio gli chef dell’Accademia visiteranno la Scuola Alfredo Beltrame di Vittorio Veneto per presentare la ricca tradizione gastronomica armena, confermando il ruolo della cucina come strumento privilegiato di dialogo e cooperazione culturale.

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Speciale 8 marzo, Marina dalla Siria a Ivrea: «Oggi ho trovato la mia casa» (La sentinella 08.03.26)

IVREA. Esistono vite che si spezzano e si ricompongono seguendo rotte tracciate da coraggio e necessità di sopravvivere. Quella di Marina Dochoian, siriana di origine armena, è una parabola che unisce la polvere delle strade della Siria martoriate dalla guerra alla serenità della parrocchia di San Grato. Marina nasce ad Aleppo il 15 agosto 1985. La sua è una storia radicata in una comunità, quella armena, che ha trovato in Siria rifugio dopo il genocidio del 1915.

MINORANZA DELLA MINORANZA

Prima dello scoppio del conflitto nel 2011, Aleppo non era solo la capitale economica della Siria, ma un simbolo mondiale di convivenza interreligiosa e cosmopolitismo. Definita spesso la Firenze dell’Oriente, la città ospitava un mosaico di culture che avevano imparato a convivere in un equilibrio delicato ma funzionale. Marina cresce in quella che lei stessa definisce una minoranza nella minoranza: una comunità cristiana armena profondamente integrata ma orgogliosamente custode delle proprie radici. «Come armeni cristiani siriani avevamo tutti i diritti, come tutti gli altri siriani – racconta Marina – la città era divisa in quartieri e noi vivevamo tranquillamente nella nostra zona. In Siria non erano molte le donne che lavoravano. Io dopo il liceo ho fatto l’università armena studiando lingua e storia armena». Ricorda con nostalgia i picnic dopo la messa, gli scout e una famiglia allargata che contava oltre trenta persone riunite per Natale.

L’ORRORE DELLA GUERRA

L’equilibrio si spezza tra il 2011 e il 2012. Dalle notizie in TV si passa ai boati sotto casa: bombe nelle auto al mercato, assenza di luce e acqua, la morsa dei gruppi fanatici che minacciano la sopravvivenza dei cristiani. All’inizio la guerra sembrava lontana, interessava città distanti. «La guerra è iniziata in altre città della Siria e tutti pensavamo che la guerra sarebbe finita presto – continua Marina – ma quando la guerra è arrivata ad Aleppo la situazione è peggiorata. Mio marito non riusciva più a lavorare. È stato un periodo molto difficile: si viveva senza luce, senza gas e senza acqua. Prima della guerra andava tutto bene. Io lavoravo, mi sono sposata, eravamo in una zona tranquilla della città e avevamo la nostra casa». Una guerra vissuta in prima persona che Marina ricorda come fosse ieri. «Quando senti un bombardamento che succede vicino a te, a due strade da dove abiti non riesci a dimenticarlo – ricorda – è davvero molto diverso da quando guardi queste cose in TV. Avevamo tanta paura».

UN SEGNO DI SPERANZA

In questo scenario di distruzione, nel 2013, nasce sua figlia Negtaria, un segno di speranza. «Io non aspettavo l’arrivo di questa bambina – dice – perché erano tanti anni che non riuscivo ad avere figli. L’arrivo di Negtaria mi ha fatto capire che dovevamo andare via. Tutti dicevano che la guerra sarebbe finita presto, ma in realtà la situazione diventava sempre più insostenibile. La nascita di mia figlia mi ha dato la forza di scegliere: restare significava non poter più respirare». La partenza dalla Siria inizia nel luglio 2014. Marina racconta con grande lucidità la difficoltà di avere un passaporto per la figlia: ad Aleppo ci si muoveva tra bombardamenti e attentati. Ci si muoveva tra le macerie. Una roulette russa quotidiana per arrivare negli uffici che rilasciavano i passaporti. «La prima difficoltà è stata quando ci siamo accorti che mia figlia non era stata registrata all’anagrafe – continua – abbiamo poi affrontato la parte più difficile, muovendoci con la bambina tra i palazzi bombardati. Alla fine, anche Negtaria è riuscita a ottenere il passaporto». Si scappa dalla Siria, portandosi dietro poche cose: «In un sacchetto abbiamo messo un po’ di oro, un po’ di soldi, i nostri documenti e abbiamo chiuso per sempre la porta della nostra casa». Con un convoglio di pullman si raggiunge Beirut. Qui Marina trascorre tre anni difficili: lavora come insegnante in una scuola armena, ma la precarietà e l’ostilità verso i profughi siriani rendono il futuro incerto. Mentre il marito e il padre sognano il Canada o l’Australia, si apre una strada inaspettata: i corridoi umanitari della Comunità di Sant’Egidio. Dopo mesi di attesa, arriva la chiamata. Marina è la “capitana della nave”: è lei a spingere per l’Italia, nonostante i timori per l’ignoto. Il 28 ottobre 2017, Marina, suo marito e la piccola Negtaria atterrano a Roma e raggiungono Ivrea. «Al nostro arrivo a Roma lo stupore è stato grande, perché in aeroporto abbiamo trovato molti volontari pronti ad accoglierci in un clima di festa – racconta Marina – non ero abituata a un simile calore e, colta di sorpresa».

IVREA, SAN GRATO

Ad Ivrea il clima è lo stesso: ad accoglierli non ci sono gli orrori di Aleppo e i pregiudizi vissuti in Libano, ma i volti sorridenti dei parrocchiani di San Grato: «Quello che mi ha colpito sono state le facce belle di queste persone che ci hanno accolto. Non lo dimenticherò mai». Oggi, quella che era una profuga in cerca di asilo è una donna pienamente inserita nel tessuto sociale. Ha ottenuto la protezione internazionale. Parla correntemente armeno, arabo, turco, inglese e italiano. È riuscita a portare in Italia anche i genitori attraverso il ricongiungimento familiare. Negtaria va a scuola e parla perfettamente italiano. Adesso Marina lavora come mediatrice culturale per la cooperativa “Città@Colori” di Settimo Vittone e si sta specializzando con un corso professionale a Torino. Non guarda più indietro. Quando si trova a Torino per qualche commissione, le capita di dire al marito con naturalezza: «Torniamo ad Aleppo», intendendo la strada di casa verso Ivrea. È un lapsus che tradisce il passato: «La mia casa ora è qui, non voglio tornare e, a dirla tutta, non ne avrei il coraggio. E a mia figlia dico: quando sarai grande, non tornare mai laggiù». Quel sogno che un tempo appariva come un orizzonte irraggiungibile — vedere Negtaria tra i banchi di un’università europea — oggi non è più solo una speranza, ma possibilità concreta.

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Cittadini di 41 Paesi evacuati dall’Iran attraverso l’Armenia durante la crisi regionale (Agenparl 07.03.26)

(AGENPARL) – Roma, 7 Marzo 2026

Cittadini di 41 Paesi sono stati evacuati dal territorio dell’Iran attraverso il confine con l’Armenia dall’inizio della recente crisi nella regione. Lo ha riferito il Ministero degli Esteri armeno.

La portavoce del ministero, Ani Badalyan, ha dichiarato in un messaggio pubblicato sui social media che tra il 28 febbraio e il 6 marzo cittadini provenienti da decine di Paesi hanno lasciato l’Iran passando attraverso il territorio armeno. Tra questi figurano anche cittadini della Russia.

Secondo le informazioni diffuse, le persone evacuate hanno attraversato il confine tramite il checkpoint di Agarak Border Checkpoint, situato lungo la frontiera tra Armenia e Iran. Tuttavia, Badalyan non ha fornito il numero totale delle persone che hanno attraversato il confine durante il periodo indicato.

In precedenza, l’ambasciata russa in Armenia aveva comunicato che, al 3 marzo, almeno 31 cittadini russi erano riusciti a rientrare nel proprio Paese dopo aver lasciato l’Iran passando attraverso l’Armenia.

Le evacuazioni sono avvenute nel contesto di una forte escalation militare iniziata il 28 febbraio, quando gli Stati Uniti e Israele hanno avviato operazioni militari contro l’Iran colpendo diverse città, tra cui la capitale Teheran.

In risposta agli attacchi, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica ha annunciato operazioni di rappresaglia contro obiettivi israeliani e installazioni statunitensi nella regione, contribuendo ad aggravare la situazione di sicurezza nel Medio Oriente.

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Ondata di profughi iraniani. In 9 milioni pronti alla fuga. “La Turchia fiuta l’affare”

Convegno sulla valorizzazione del sito archeologico di Aruch in Armenia (Ansa 06.03.26)

(ANSA) – ROMA, 06 MAR – Il significato storico e archeologico del sito di Aruch sulla via della Seta, uno dei complessi archeologici più rilevanti del patrimonio culturale dell’ Armenia, le prospettive per il suo restauro, la sua musealizzazione e la sua valorizzazione nel quadro della cooperazione culturale italo-armena sono stati i temi al centro del convegno organizzato a Jervan sotto il patrocinio dell’ambasciata d’Italia.
Al convengno hanno preso parte Sergio Ferdinandi, Vice Presidente dell’Associazione Internazionale di Studi sul Mediterraneo e l’Oriente(Ismeo) e Coordinatore del progetto per Aruch; l’ambasciatore Alessandro Ferranti; Alfred Kocharyan, Vice Ministro dell’Istruzione, della Scienza, della Cultura e dello Sport della Repubblica d’Armenia; Davit Poghosyan, Direttore del Museo di Storia dell’Armenia; Arsen Bobokhyan e la Nazeni Gharibyan, Direttrice del Dipartimento di Studi Medievali del Matenadaran.
L’Italia, attraverso l’Agenzia per la Cooperazione allo Sviluppo, finanzia il progetto Arc-He-Tour-Dev – Patrimonio Archeologico e Turismo per lo Sviluppo Rurale in Armenia, che si colloca all’interno del più ampio dibattito internazionale sul ruolo del patrimonio culturale come fattore strategico per lo sviluppo sostenibile nelle aree rurali. Esso vede la partecipazione di tre eccellenze istituzionali italiane: l’Ismeo, l’Università degli Studi di Firenze (Coordinatrice del progetto complessivo) e l’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, impegnati rispettivamente nei siti di Aruch, Dvin e Garni.

Il progetto va oltre la tutela e conservazione del patrimonio culturale, implica la loro restituzione consapevole alla comunità attraverso la leggibilità del sito, la qualità della fruizione e l’instaurazione di un rapporto tra la memoria storica e il presente, anche quale volano di promozione turistica e socio-economica. Al convegno hanno partecipato anche Astghik Babajanyan, Co-Direttrice degli scavi congiunti; Giuseppina Cinque e Daniele Sansoni dall’Università Tor Vergata di Roma e Antonio Mesisca, Amministratore Delegato di ArcheoServizi. Le conclusioni sono state tratte dal Harutyun Vanyan, Capo del Dipartimento per la Conservazione dei Monumenti Storici e Culturali.
L’ambasciatore d’Italia in Armenia, Ferranti ha poi presenziato alla cerimonia di inaugurazione ad Aruch dei nuovi pannelli informativi turistici dedicati al sito archeologico per migliorare l’accessibilità del sito, rafforzare la consapevolezza del suo valore storico-artistico e contribuire allo sviluppo di un’offerta turistica.
L’iniziativa conferma l’impegno congiunto delle Istituzioni coinvolte nel promuovere un modello innovativo di cooperazione, che ponga il patrimonio storico, artistico e architettonico al centro di una prospettiva di collaborazione moderna e condivisa, quale motore di sviluppo sostenibile, dialogo interculturale e crescita del territorio. (ANSA).

Armenia. Londra blocca l’esportazione di tecnologie sensibili (Notizie Geopolitiche 05.03.26)

di Giuseppe Gagliano –

La guerra in Ucraina si combatte sempre meno soltanto sul campo e sempre più lungo le catene di fornitura globali. È in questa prospettiva che va letta la decisione del Regno Unito di sospendere l’esportazione verso l’Armenia di macchinari industriali avanzati destinati alla produzione di materiali compositi in fibra di carbonio preimpregnata, tecnologie fondamentali per l’aerospazio ma potenzialmente impiegabili anche nella costruzione di missili e droni.
La scelta di Londra non rappresenta una semplice revisione amministrativa, ma riflette una crescente preoccupazione occidentale per le tecnologie cosiddette “a duplice uso”, quelle cioè che possono servire tanto a scopi civili quanto militari. I macchinari in questione non costituiscono un sistema d’arma, ma una tecnologia di base capace di alimentare un’intera filiera strategica. Nelle guerre contemporanee, il controllo delle filiere produttive è spesso più decisivo del controllo delle armi stesse.
La revisione britannica nasce dal riconoscimento che alcuni componenti delle apparecchiature dovrebbero rientrare nei controlli sulle esportazioni sensibili. Ciò evidenzia la difficoltà, per le economie avanzate, di tracciare un confine netto tra utilizzo industriale legittimo e potenziale applicazione militare. Materiali come la fibra di carbonio, leggeri e altamente resistenti, sono indispensabili tanto nell’aviazione civile quanto nei programmi missilistici e nei sistemi senza pilota.
Al centro della vicenda non c’è tanto l’Armenia in sé, quanto il timore che il Paese possa diventare un canale indiretto per aggirare le sanzioni contro Mosca. L’attenzione si concentra sull’azienda armena Rydena, indicata come destinataria finale dei macchinari e fondata da ex dirigenti legati a una struttura russa che fornisce fibra di carbonio al settore militare. Il sospetto è che tecnologie sensibili possano essere reindirizzate verso l’industria bellica russa attraverso società formalmente separate ma inserite in reti industriali preesistenti.
La vicenda riflette una dinamica ormai nota nel sistema delle sanzioni: più i canali diretti verso la Russia vengono chiusi, più cresce il ricorso a Paesi terzi, nuove imprese e triangolazioni commerciali. In questo contesto non è necessario trasferire armamenti completi: basta che una tecnologia contribuisca a sostenere la capacità produttiva del complesso militare-industriale russo.
La decisione britannica si inserisce quindi in una strategia più ampia di pressione economica su Mosca. L’obiettivo non è soltanto bloccare la vendita di sistemi militari, ma limitare nel tempo la capacità industriale che rende possibile la produzione bellica. Per questo l’attenzione si sposta sempre più su tecnologie intermedie e su imprese nate dopo il 2022 o collegate a filiere strategiche russe.
Sul piano politico la vicenda mette in luce anche l’ambiguità della posizione armena. Negli ultimi anni Erevan ha cercato di ridurre la propria dipendenza militare dalla Russia, acquistando armamenti dall’India e tentando di diversificare le proprie alleanze. Tuttavia le reti industriali e relazionali costruite nel tempo con Mosca restano difficili da sciogliere, alimentando sospetti occidentali ogni volta che emergono società o operazioni commerciali legate a quell’ecosistema.
Il caso dimostra come, nelle guerre contemporanee, anche una macchina industriale possa diventare un fatto geopolitico. Non perché sia un’arma, ma perché può sostenere indirettamente la produzione militare attraverso filiere complesse e circuiti commerciali opachi. Con la sospensione dell’export, Londra ha scelto di chiudere uno di questi possibili varchi, segnalando che la battaglia delle sanzioni si gioca ormai soprattutto sul controllo delle reti produttive globali.

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Recitiamo insieme le poesie di Varujian, pensando ai fratelli detenuti in Azerbaigian (Tempi 04.03.26)

Cari lettori, fratelli e sorelle, molokani miei, scrivo come sempre dai bordi del Lago di Sevan, le cui acque nere non dormono mai, monito permanente anche per chi non ne conosce neppure l’esistenza, ma c’è, eccome se c’è il Lago di Sevan, sul bordo orientale della Repubblica d’Armenia, mentre i confini dell’Azerbaigian non si stancano di avanzare come formiche carnivore per lambirci e rosicchiarci le dita dei piedi. Questa sera però mi fanno un baffo le ottuse avanguardie turcomanne. Questa sera non ho tirato giù le saracinesche, perché certe sere non finiscono quando si spengono le luci. Ho ricevuto poco fa – rara perla elettronica spedita per Whatsapp – la registrazione zoppicante di una voce purissima, appena sussurrata ma capace di spaccare l’acciaio di qualsiasi gulag. È Antonia Arslan, che al Rosetum dei frati cappuccini di Milano, il 28 gennaio, ha lasciato accadere qualcosa che non era una conferenza, né una presentazione, né una commemorazione. Era, se mi è concesso dirlo sen…

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Le reti elettriche dell’Armenia saranno nazionalizzate, dice il manager ad interim (Notizie da Est 04.03.26)

“The Armenian government made a formal offer to the owners of Electric Networks of Armenia, but the deal did not go through,” said interim manager Romanos Petrosyan.

«Il governo armeno ha presentato una proposta formale ai proprietari di Electric Networks of Armenia, ma l’accordo non è andato a buon fine», ha dichiarato l’amministratore ad interim Romanos Petrosyan.

In an interview with a local television channel, he said no real negotiations took place. Under the law, the government must make an offer to the owners within three months of revoking the company’s licence. The authorities did so before 21 February, but the owners did not respond.

«Dopo il 21 febbraio, in conformità all’articolo 60 della Costituzione, il governo deve dichiarare il 100% delle azioni dell’azienda una priorità pubblica. Dopo aver pagato un risarcimento, nazionalizzerà completamente la società. Siamo ora a quel punto», ha sottolineato.

Electric Networks of Armenia came under the management of the Tashir Group in 2015. Since April 2017, Tashir Capital has held 70% of the shares, while Liormand Holdings Limited has owned the remaining 30%. Russian-Armenian businessman Samvel Karapetyan owns the Tashir holding. He also controls the second company. Authorities arrested Karapetyan on 18 June, and he now remains under house arrest. Investigators accuse him of making public calls to seize power.

Petrosyan did not disclose how much the government is ready to pay for the company. Several weeks ago, former acting chief executive of Electric Networks of Armenia, David Ghazinyan, said the company’s value stands at nearly $1bn.

In the interview, Romanos Petrosyan outlined details of the nationalisation process and pricing mechanisms. He also addressed violations identified in the company’s operations and the ongoing criminal investigation.

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«Il valore di mercato di ENA è in valutazione»

«Il valore di mercato della società è attualmente in valutazione», ha detto l’amministratore ad interim.

Ha rifiutato di dire quale prezzo il governo sia disposto a offrire ai proprietari.

«Questo è un processo legale che richiede un rigoroso rispetto di procedure specifiche e strutture di prezzo, nonché norme costituzionali e legislative. In questa fase, questi dettagli rimangono riservati.»

L’amministratore ad interim ha detto che i fattori emersi durante l’indagine preliminare influenzeranno significativamente il valore reale della società.

Ha sottolineato che la valutazione rifletterà “il capitale proprio e tutti gli asset capitalizzati”. Partecipano alla valutazione specialisti seri e organi statali. Tra questi il Ministero dell’Amministrazione Territoriale e delle Infrastrutture, la Commissione di Regolazione dei Servizi Pubblici, e i Ministeri delle Finanze e della Giustizia.

«Il processo segue quanto previsto dalla legge. Una volta concluso, la società riceverà tutte le informazioni», ha aggiunto.

La società della rete elettrica dell’Armenia, di proprietà dell’oligarca russo arrestato, perde la licenza: cosa succede ora?

L’imprenditore Samvel Karapetyan è accusato di aver chiesto un sequestro del potere. Il valore della sua azienda sarà valutato, e riceverà un risarcimento.

Più di due dozzine di casi penali avviati

«In questa fase, gli investigatori hanno avviato circa due dozzine e mezza di casi penali. Riguardano circostanze che contengono elementi di vari reati», ha detto l’amministratore ad interim, riferendosi agli presunti abusi.

Ha sottolineato che ha personalmente presentato la maggior parte delle segnalazioni all’Ufficio del Procuratore Generale. Secondo Romanos Petrosyan, il Comitato Anticorruzione sta indagando su circa il 60% dei casi, mentre il Comitato Investigativo si occupa del resto.

«Ci sono manipolazioni sia finanziarie che economiche che richiedono una valutazione penale, oltre a casi documentati di flussi di somme consistenti verso altre aziende di proprietà dei titolari di ENA.»

Petrosyan ha anche detto che la società aveva fatturato a alcuni cittadini per elettricità che non avevano utilizzato. Ha descritto le violazioni rese pubbliche finora come solo “la punta dell’iceberg”. Ha detto che gli investigatori stanno ancora esaminando altri fatti nella fase preliminare. Per questa ragione, ha aggiunto, “nell’interesse della società” queste informazioni costituiscono un segreto commerciale.

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L’imprenditore Samvel Karapetyan è accusato di aver chiesto un sequestro del potere. Il valore della sua azienda sarà valutato, e riceverà un risarcimento.

 

“Electric Networks of Armenia” stripped of license

«L’indagine determinerà se i Karapetyan hanno responsabilità»

Chieduto se le violazioni registrate e l’entità degli abusi ipotizzati indicano il coinvolgimento del proprietario dell’azienda, Samvel Karapetyan, e della sua famiglia, Romanos Petrosyan ha detto:

«Non posso dire fino a che punto siano stati coinvolti o consapevoli di queste azioni. Ma vediamo un gran numero di manipolazioni portate avanti da una gestione di livello basso e medio. L’entità di queste azioni contiene chiaramente elementi di criminalità organizzata.»

«Ci sono molti casi che riguardano milioni e persino miliardi di drams. Mi è difficile immaginare che un proprietario che si occupa del proprio capitale e garantisce una gestione onesta, insieme al consiglio di amministrazione e al suo presidente, non abbia alcuna connessione con tali operazioni.»

Allo stesso tempo, Petrosyan ha sottolineato che non intende violare la presunzione di innocenza. Ha detto che il pubblico dovrebbe aspettare che l’indagine preliminare risponda a tutte le domande ancora aperte.

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Nationalization of Electric Networks of Armenia: details

 

«È ingiusto politicizzare gli eventi attorno all’ENA»

L’amministratore ad interim ha anche risposto alle tesi dell’opposizione secondo cui gli sviluppi legati a Electric Networks of Armenia siano iniziati solo dopo che il proprietario della società ha fatto dichiarazioni politiche.

Le autorità hanno avviato il caso penale contro Samvel Karapetyan dopo che ha rilasciato un’intervista ai media locali. Gli investigatori lo hanno accusato di aver pubblicamente chiesto di prendere il potere e di usurpare l’autorità del governo dell’Armenia. Nell’intervista, il miliardario di dollari ha parlato dell’aumento delle tensioni tra le autorità e la chiesa. Ha detto di sostenere la chiesa. Karapetyan ha aggiunto: «Se le forze politiche armene non riusciranno a gestire questa situazione, dovremo intervenire a modo nostro nella campagna contro la chiesa.»

Romános Petrosyan ha sottolineato che la nazionalizzazione di Electric Networks of Armenia non va letta attraverso una lente politica. Ha detto che la questione nasce da una crisi energetica, economica e gestionale.

«Per dirla in modo conciso, è ingiusto politicizzare gli eventi intorno a ENA e collegarli alla dichiarazione politica di Karapetyan e alle azioni che ne sono seguite.»

Ha ricordato che funzionari avevano discusso problemi nelle reti di distribuzione dell’elettricità con i rappresentanti della società già nell’autunno 2024. Era un anno e mezzo prima delle osservazioni di Karapetyan. Ha aggiunto che il Ministero dell’Amministrazione Territoriale aveva avvertito la società delle violazioni identificate. La direzione aveva promesso di correggerle.

«Abbiamo sviluppato mappe di strada, introdotto cambiamenti, licenziato e ruotato funzionari e dirigenti all’interno di ENA, e nominato nuovi direttori di filiale. Tutto ciò mostra che i proprietari avevano riconosciuto l’esistenza di problemi un anno e mezzo fa,» ha detto Petrosyan.

Non ha escluso la possibilità che Samvel Karapetyan si sia espresso a difesa della chiesa dopo essersi reso conto che «il cerchio attorno a ENA si stava stringendo».

«Probabilmente ha capito che prima o poi questa azienda strategicamente importante, che rappresenta la ricchezza nazionale e detiene un monopolio naturale, si sarebbe inevitabilmente trovata di fronte alla nazionalizzazione. Questo potrebbe aver spinto la sua dichiarazione. Il tempo lo dirà,» ha concluso.

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