Un ponte di pace e vicinanza tra popoli, Seborga accende “L’albero della solidarietà Italia-Armenia” (SanremoNews 09.12.25)

Un albero della solidarietà è stato posizionato e acceso in piazza Martiri della Libertà a Seborga in occasione delle festività natalizie con l’intento di creare un ponte di pace e vicinanza tra Italia e Armenia.

Alto undici metri è stato decorato con luci solari e con palline trasparenti che contengono i disegni dei bambini del comprensorio scolastico ligure e degli armeni rifugiati, che sono stati costretti a lasciare le proprie case durante l’attacco dell’Azerbaijan. L’albero rappresenta i colori della bandiera dell’Armenia e parla di solidarietà, di bambini che hanno perso tutto e di altri bambini che decidono di non lasciarli soli. L’iniziativa, realizzata dalle scuole del territorio, come l’Istituto Comprensivo di Vallecrosia e della val Verbone (San Biagio, Perinaldo, Soldano) e dei bambini di Seborga, insieme a LumiBear S.R.L., Pro Seborga, gli Scout di Taggia, la Regione Liguria e in collaborazione con l’UNHCR Armenia e l’Ambasciata Italiana a Yerevan, rappresenta perciò un simbolo potente di vicinanza tra popoli. Un modo per sostenere i bambini e le famiglie armene rifugiate che hanno perso case e villaggi e creare un ponte di pace dalla Liguria a Yerevan.

All’inaugurazione erano presenti The Scouts del comprensorio, l’arpa celtica con Monica Zantedeschi, i bambini che hanno cantato insieme creando un’atmosfera magica e intensa, la principessa Nina, il consigliere regionale Veronica Russo e il sindaco di Vallecrosia Fabio Perri. “Ho avuto il piacere di partecipare, in rappresentanza della Regione Liguria, all’inaugurazione dell’Albero di Natale solidale Italia–Armenia, un progetto ricco di significato che unisce la nostra Riviera ai bambini rifugiati armeni attraverso il linguaggio universale della creatività” – afferma il consigliere regionale Veronica Russo – È un’iniziativa che ho seguito fin dalla sua nascita, passo dopo passo, vedendola crescere fino a diventare un simbolo concreto di solidarietà e collaborazione tra comunità lontane ma profondamente vicine nei valori. Un grazie speciale a Flavio Gorni e a LumiBear S.R.L. per aver dato vita a questo progetto ma soprattutto ai bambini dell’Istituto Comprensivo di Vallecrosia, che con le loro palline decorate hanno portato sull’albero colore, speranza e un messaggio che va ben oltre i confini geografici”.

L’albero si potrà ammirare fino al 6 gennaio e poi verrà ripiantato in un luogo privato dove potrà continuare a vivere. “Ho partecipato con grande piacere all’inaugurazione dell’Albero di Natale solidale Italia–Armenia a Seborga, un progetto che porta con sé un messaggio di pace, condivisione e vicinanza tra comunità diverse. Desidero ringraziare Flavio Gorni e LumiBear S.R.L. per l’invito, ma soprattutto i bambini e gli insegnanti dell’Istituto Comprensivo di Vallecrosia, che hanno contribuito con entusiasmo alla realizzazione delle decorazioni dell’albero” – commenta il sindaco di Vallecrosia Fabio Perri – “Vedere le loro creazioni esposte accanto ai disegni dei bambini rifugiati armeni è stato emozionante e profondamente significativo. Un gesto semplice ma capace di costruire un ponte simbolico tra la nostra città e chi vive situazioni difficili, ricordandoci quanto i più piccoli possano essere ambasciatori naturali di solidarietà”.

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Russia: Merz in Armenia, ‘Mosca non interferisca in elezioni’ (AdnKronos 09.12.25)

Mosca, 9 dic. (Adnkronos/Afp) – il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha messo in guardia da una possibile ingerenza russa nelle elezioni parlamentari armene del prossimo anno, affermando che Mosca sta cercando di impedire legami più stretti tra la nazione caucasica e la Ue. “È diventata una triste normalità che le elezioni vengano attaccate dai nemici della democrazia”, ​​ha affermato Merz in una conferenza stampa a Berlino insieme al suo omologo armeno Nikol Pashinyan, accusando la Russia di “cercare di spaventare gli elettori in Armenia” e di “diffondere falsità sugli obiettivi e i valori dell’Unione Europea” attraverso “disinformazione e sabotaggio”. “Non è solo l’Europa che la Russia sta cercando di destabilizzare con mezzi ibridi, ma anche l’Armenia”, ha aggiunto.

Esclusiva, Armenia e Azerbaigian: “La pace è irreversibile, ora al lavoro per aumentare la fiducia” (Euronews 09.12.25)

In quella che hanno definito “un altro mattone nel muro della fiducia”, i rappresentanti dell’Armenia e dell’Azerbaigian hanno rivelato a Euronews come è iniziato il processo di pace e il futuro comune dei due Paesi

L’Armenia e l’Azerbaigian hanno ribadito il loro impegno a collaborare per trasformare l’intero panorama del Caucaso meridionale dopo decenni di conflitto, in un’intervista congiunta a Euronews durante il Doha Forum in Qatar.

In quello che fino a poco tempo fa sembrava un obiettivo impossibile e in una regione a lungo segnata dalla guerra, i due Paesi hanno trovato un terreno comune non solo per raggiungere la pace, ma anche per cooperare in ambito economico.

Per la prima volta, gli esponenti dei due Paesi, che rappresentano le rispettive leadership, hanno parlato di come abbia avuto inizio il processo di pace e come abbiano continuato a costruire una cooperazione economica che sta ridisegnando lo spazio eurasiatico.

Hikmet Hajiev, assistente del presidente dell’Azerbaigian, e Armen Grigoryan, segretario del Consiglio di sicurezza dell’Armenia, hanno dichiarato di aver iniziato i colloqui nel 2020 con il supporto dell’Unione europea.

L’ultimo scontro tra i due Paesi era culminato con lo storico accordo di pace tra il presidente dell’Azerbaigian, Ilham Aliyev, e il primo ministro armeno, Nikol Pashinyan, con la mediazione del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump.

Grigoryan ha aggiunto che “le leadership stavano riflettendo su come portare pace e stabilità nella regione”, il che ha poi portato alle discussioni su “come istituzionalizzare la pace e andare avanti”.

“Il successo è grande e lo stiamo celebrando”, ha dichiarato il rappresentante armeno.

“La pace è come un bene strategico”

“In tutti i conflitti, le parti non si fidano l’una dell’altra. Ma noi abbiamo lavorato per risolvere questo aspetto. Come diceva una famosa canzone, è un altro mattone nel muro e abbiamo cercato di costruire questo muro di fiducia“, ha aggiunto Grigoryan.

Il rappresentante dell’Azerbaigian ha aggiunto che il processo di pace congiunto è una “storia di successo, in un contesto globale di conflitti e di guerre”.

Poiché “questo capitolo del conflitto è stato chiuso, con una vera pace sul terreno“, l’Azerbaigian e l’Armenia stanno intraprendendo insieme una massiccia espansione economica della regione.

“Siamo certi che i progetti economici regionali aumenteranno l’interdipendenza e rafforzeranno la pace“, ha dichiarato il rappresentante dell’Armenia.

“Ci stiamo muovendo in questa direzione e la prova è che io e Hikmet siamo seduti insieme qui a Doha“, ha detto Grigoryan.

Entrambi i rappresentanti hanno sottolineato che l’attuale processo di pace è pensato “per le generazioni future”, che la pace è “irreversibile” e che i due Paesi stanno lavorando su “misure di rafforzamento della fiducia”.

Hikmet Hajiev, assistente del presidente dell'Azerbaigian, e Armen Grigoryan, segretario del Consiglio di sicurezza dell'Armenia, parlano con Jane Witherspoon di Euronews a Doha, 9 dicembre 2025.
Hikmet Hajiev, assistente del presidente dell’Azerbaigian e Armen Grigoryan, segretario del Consiglio di sicurezza dell’Armenia, parlano con Jane Witherspoon di Euronews a Doha, 9 dicembre 2025 Euronews

La trasformazione della regione è ora l’obiettivo di entrambi i Paesi, poiché “la pace è come un bene strategico”, hanno concordato.

“Il grande e bellissimo accordo raggiunto a Washington”, come lo ha definito Grigoryan, porterà alla realizzazione della cosiddetta Trump Route for International Peace and Prosperity (Tripp) tra i due Paesi, che “cambierà completamente la mappa dei trasporti del continente eurasiatico”, secondo Hajiev.

Grigoryan ha affermato che l’attuazione del progetto è ora oggetto di discussioni con gli Stati Uniti.

“Spero che avvenga molto presto. Lavoreremo per sbloccare la regione, è un progetto storico enorme”, ha dichiarato il rappresentante armeno.

I due negoziatori hanno concluso che la guerra è finita, che la pace deve essere “eterna” per le generazioni future e che i due Paesi devono ora guardare a un futuro comune.

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Armenia: ambasciata al Christmas Charity Bazaar (Giornalediplomatico 08.12.25)

Jerevan, 8 dic. 25 – L’Ambasciata d’Italia in Armenia ha preso parte al tradizionale Christmas Charity Bazaar “Christmas around the World”, promosso dall’associazione International Women’s Association of Yerevan (IWAY), all’Elite Plaza Business Center di Jerevan.
L’evento multiculturale ha riunito i rappresentanti delle Missioni diplomatiche accreditate nel Paese, leaders di comunità, imprenditori locali, ONG e Organizzazioni Internazionali, registrando un’alta affluenza di pubblico che ha potuto ammirare i numerosi stand espositivi: dall’artigianato alle decorazioni festive, dal cibo agli spettacoli musicali e di danza ispirati alle tradizioni, natalizie e non, provenienti da tutto il mondo.
Lo stand italiano ha riscosso anche quest’anno particolare interesse: grazie alla fattiva partecipazione del personale dell’Ambasciata e di esponenti della collettività italo-armena, con il contributo di prodotti italiani offerti da alcuni patrocinatori, i visitatori hanno potuto apprezzare la qualità italiana a prezzi speciali, contribuendo al valore solidale dell’iniziativa.
I proventi raccolti dalla vendita e dalla lotteria di beneficenza contribuiranno a sostenere e a realizzare concrete iniziative di sviluppo nelle comunità di confine dell’Armenia. Dal 2012, il Christmas Charity Bazaar ha infatti sostenuto con successo oltre 30 progetti, apportando significativi cambiamenti nella vita di donne e bambini delle aree rurali armene.

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San Lazzaro degli Armeni: 50 anni dall’incendio del Monastero Armeno Mechitarista (Lapiazzaweb 08.12.25)

Si è tenuta ieridomenica 7 dicembre, sull’isola di San Lazzaro degli Armeni, la cerimonia per il 50° anniversario dell’incendio che l’8 dicembre 1975 colpì il Monastero Armeno Mechitarista.

Il complesso, affidato nel 1717 a un gruppo di monaci armeni in fuga da Modone, è scrigno di capolavori dell’arte armeno-bizantina: nella pinacoteca, nel museo e nella biblioteca si conservano tuttora volumi, manoscritti e manufatti provenienti da ogni parte del mondo.

Le cronache dell’epoca ricordano che il pronto intervento dei Vigili del Fuoco di Venezia consentì di confinare le fiamme a una porzione della chiesa, della sagrestia e di parte della biblioteca; nonostante ciò, il patrimonio culturale della comunità armena e della città subì danni considerevoli.

Una parte della commemorazione è stata celebrata dai Padri Mechitaristi alla presenza del Dirigente Vicario del Comando di Venezia, ing. Francesco Filippone, di cinque vigili del fuoco oggi in pensione che presero parte alle operazioni di spegnimento, e di un contingente di dieci vigili del fuoco in servizio. Al termine della funzione religiosa, la comunità dei Padri Armeni ha voluto offrire al Comando di Venezia e ai cinque rappresentanti delle squadre intervenute nel 1975 un simbolo della propria gratitudine.

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Seborga, un albero di Natale per l’Armenia (Rainews 07.12.25)

Alto 11 metri, allestito all’ingresso del paese, l’albero di Natale inaugurato oggi a Seborga accoglie centinaia di lettere  scritte dai bimbi del principato per le famiglie rifugiate nella capitale armena di Erevan. Un ponte di solidarietà che ha visto impegnate scuole, associazioni e istituzioni.

Nel  servizio video Nina Dobler Menegatto principessa di Seborga; 
Flavio Giorni, organizzatore

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Arrestato arcivescovo armeno per reati legati alla droga; la Chiesa denuncia un arresto politico (Entrevue.fr 05.12.25)

Un alto funzionario della Chiesa Apostolica Armena è stato posto venerdì in custodia cautelare per due mesi, accusato di aver piazzato droga sui manifestanti sette anni fa. Il suo avvocato ha definito l’accusa infondata, mentre la Chiesa Armena ha condannato fermamente l’arresto, definendolo politicamente motivato.

Questo arresto avviene in un contesto di crescenti tensioni tra la Chiesa e lo Stato armeno. Diversi membri del clero sono stati arrestati negli ultimi mesi, alimentando le accuse secondo cui il governo starebbe cercando di indebolire l’influenza religiosa nel Paese, mentre l’Armenia cerca di avanzare verso un accordo di pace con l’Azerbaigian. La Chiesa, istituzione centrale dell’identità nazionale, critica regolarmente alcune decisioni del governo, in particolare dopo la sconfitta nel Nagorno-Karabakh.

Secondo l’avvocato del prelato arrestato, le accuse derivano da manifestazioni avvenute sette anni fa, sollevando dubbi sull’opportunità e la tempistica del procedimento giudiziario. La Chiesa ha denunciato le accuse come “persecuzione politica” e un “grave precedente” per la libertà religiosa.

Il Catholicos Karekin II, guida spirituale di tutti gli armeni, ha ribadito la solidarietà della Chiesa con i suoi leader e ha denunciato un clima “preoccupante” di pressione statale. Questa vicenda scoppia mentre il Paese si prepara a importanti negoziati diplomatici e attraversa un periodo di fragilità politica, aggravato dalle divisioni interne e dalle conseguenze del conflitto con l’Azerbaigian.

Per molti osservatori, questi arresti consecutivi rischiano di alimentare ulteriormente la sfiducia tra le istituzioni religiose e il governo, in un contesto in cui la coesione nazionale appare essenziale per il futuro politico e di sicurezza dell’Armenia.

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Un ospedale per gli armeni con padre Mario Cuccarollo e l’aiuto di Antonia Arslan (Corriere della Sera 04.12.25)

Svetta in mezzo al nulla, a 2040 metri di altezza sui monti a nord dell’Armenia, al confine con la Georgia, l’ospedale Redemptoris Mater di Ashotsk nella provincia di Shirak, punto di riferimento di circa 13 mila persone. A gestire questo piccolo miracolo tra steppa e montagne, circondato solo da qualche villaggio di pastori, è padre Mario Cuccarollo, vicentino, religioso camilliano, da oltre 35 anni in Armenia. Fortemente voluto da papa Giovanni Paolo II nel 1988 dopo il terremoto che devastò l’Armenia, l’ospedale di Ashotsk è oggi l’unica struttura sanitaria per l’intera regione.

Quel gesto di solidarietà del Papa avrebbe avuto vita breve senza l’impegno di una persona che si trasferisse lì a occuparsi dell’ospedale. All’epoca le autorità sovietiche accettarono la donazione del Vaticano, a patto però che l’ospedale venisse costruito agli estremi confini dell’Armenia, in un territorio povero e isolato. La direzione fu affidata ai padri Camilliani, che mandarono a Ashotsk padre Mario Cuccarollo. Il vicentino Cuccarollo accettò subito. «Il mio superiore mi disse: dammi una risposta in dieci minuti, il telefono – racconta – costa. Dissi sì. E partii. Non sapevo nemmeno dove fosse l’Armenia… Quando arrivai non c’erano strade né acqua corrente. Solo neve e povertà».

Il baluardo

La forza della fede e l’aiuto di tante persone, oltre a Cei e Caritas che contribuiscono a finanziare le attività dell’ospedale, hanno trasformato il Redemptoris Mater di Ashotsk in una struttura pulita e accogliente di 5000 metri quadrati dove lavorano 140 persone, unico baluardo a fornire assistenza sanitaria in tutta la zona. Una presenza rassicurante resa possibile anche grazie all’aiuto dei fondi dell’8 per mille. Tra chi sostiene l’infaticabile padre Cuccarollo e l’ospedale della steppa c’è la scrittrice di origine armena Antonia Arslan, tra le voci più autorevoli nel denunciare il genocidio armeno. Il suo romanzo best-seller La masseria delle allodole (Rizzoli) ha venduto milioni di copie in tutto il mondo ed è arrivato anche al cinema, con l’omonimo film dei fratelli Taviani.

Antonia Arslan ogni anno organizza a Padova al centro culturale «La Casa di Cristallo» un mercatino armeno, il ricavato va tutto all’ospedale Redemptoris Mater di Ashotsk in Armenia. «Sostengo padre Cuccarollo dal 2006, sono capitata – fa sapere la scrittrice Arslan – quasi per caso in quel luogo sperduto tra le montagne, durante un viaggio in Armenia con i fratelli Taviani, per un sopralluogo prima di girare il film. Ci siamo trovati davanti un ospedale arroccato tra le montagne, unica speranza per i villaggi della regione, ma anche riferimento sociale e di aggregazione del territorio. Abbiamo passato lì una giornata, siamo stati testimoni dell’incredibile lavoro di padre Cuccarollo e dell’ospedale».

«Cerchiamo di prenderci cura delle persone. Chi viene qui – dice padre Cuccarollo, oggi ultraottantenne – trova una porta aperta, sempre. Il nostro è un lavoro silenzioso, ma costante. Il Vangelo si annuncia anche solo restando accanto a chi soffre».Negli anni si sono moltiplicati i servizi e l’ospedale attualmente ha anche una maternità attrezzata, il pronto soccorso, 24 ambulatori che raggiungono i villaggi con piccoli presidi medici. Una sfida e una conquista in questa zona poverissima, dove il lavoro nei pascoli permette appena la sussistenza. Cura medica e attenzione umana, gli obiettivi di padre Mario.

Sacrificio e fede

All’inizio i religiosi erano tre, ma nel tempo è rimasto da solo a portare avanti questa missione: impegno quotidiano, sacrificio e fede, in una realtà dura e isolata. Il paesaggio a Ashotsk per gran parte dell’anno resta coperto di ghiaccio e neve, la temperatura in inverno scende a meno quaranta gradi.
La casa dove vive il sacerdote è la stessa del primo giorno in cui è arrivato, 35 anni fa, uno dei container utilizzati dagli operai che si occuparono della costruzione dell’ospedale. Sulla sua storia e sull’attività dell’ospedale è stato girato un docufilm, «Padre Mario alle periferie dell’Armenia».

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In Turchia una giornalista a processo per un articolo sul genocidio armeno, mentre il Primo Ministro armeno rinuncia a chiederne il riconoscimento (Korazym 04.12.25)

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 04.12.2025 – Vik van Brantegem] – La giornalista turco Tuğçe Yılmaz, redattrice del quotidiano indipendente Bianet, è sotto processo dopo aver pubblicato un articolo intitolato Parlano i giovani armeni in Turchia: 109 anni di lutto continuo, che si concentra su come i giovani Armeni in Turchia percepiscono la propria identità, la storia della loro comunità e l’impatto duraturo del genocidio armeno sulle loro famiglie. In seguito alla pubblicazione, le autorità turche hanno avviato un’indagine penale ai sensi dell’articolo 301 del Codice penale turco, una disposizione spesso utilizzata per punire coloro che discutono del genocidio armeno o criticano le istituzioni statali.

Yılmaz è accusata di “aver insultato la nazione turca, la Repubblica di Turchia, gli organi e le istituzioni statali”. Il caso dimostra le continue restrizioni imposte ai giornalisti che affrontano questioni armene o contestano le narrazioni ufficiali in Turchia. La copertura mediatica della vita, dell’identità e della storia armena continua a incontrare seri ostacoli in Turchia. Chi scrive del genocidio armeno o delle discriminazioni subite dalle comunità armene diventa spesso bersaglio di gruppi nazionalisti. Anche un’informazione neutrale può innescare azioni legali. In Turchia, affermare fatti storici rimane un reato.

Allo stesso tempo, il governo del Primo Ministro armeno Nikol Pashinyan sta abbandonando la ferma posizione, che il Paese ha mantenuto a lungo sul riconoscimento del genocidio, incluso il rifiuto nel 2010 dei Protocolli di Zurigo negoziati da Serzh Sargsyan dopo che la Turchia aveva chiesto concessioni sul riconoscimento del genocidio armeno. Le dichiarazioni di Pashinyan illustrano questo cambiamento. In Svizzera, si è chiesto perché il riconoscimento abbia acquisito importanza solo negli anni Cinquanta, suggerendo una tempistica politica, piuttosto che lo sterminio documentato di un popolo, e dipingendo la questione come una questione di percezione armena. La sua successiva precisazione non ha modificato il messaggio, soprattutto perché le commemorazioni ufficiali spesso evitano di nominare i responsabili.

Il suo team ha rafforzato questa direzione in modo coerente. Il Ministro degli Esteri, Ararat Mirzoyan, ha affermato che il riconoscimento internazionale non è una priorità del Ministero, una posizione condivisa dal Deputato Arsen Torosyan, che ha sostenuto che il riconoscimento non dovrebbe essere affatto una priorità di politica estera. La stessa minimizzazione continua con il Deputato Vigen Khachatryan, che ha affermato che il genocidio appartiene al passato; con l’Inviato per le relazioni con la Turchia, il Deputato Ruben Rubinyan, che insiste sul fatto che le questioni storiche non dovrebbero ostacolare la normalizzazione con la Turchia, nonostante la Turchia abbia bloccato l’Armenia proprio per queste questioni storiche; con il Deputato Andranik Kocharyan, figura di spicco del partito al governo, si chiede se la cifra accettata di un milione e mezzo di vittime potesse essere maggiore o minore, usando un linguaggio che rispecchia le consuete tattiche di minimizzazione a lungo impiegate dai negazionisti.

Le conseguenze di questo cambiamento sono diventate visibili in parlamento, dove la maggioranza di Pashinyan ha respinto un disegno di legge che avrebbe criminalizzato la negazione e la giustificazione del genocidio.

Proprio mentre la Turchia persegue i giornalisti per aver riconosciuto la storia, il governo armeno si è rifiutato di difendere quella stessa verità nel proprio quadro giuridico.

La giornalista turca Tuğçe Yılmaz ha affermato che è stata accusata in seguito a una denuncia presentata da un nazionalista radicale che si opponeva a qualsiasi copertura mediatica che riguardasse il genocidio armeno. Ha osservato che l’indagine è stata avviata non a causa del contenuto delle interviste in sé, ma perché qualcuno si è opposto alla discussione pubblica dell’argomento. Ha affermato che il caso contro di lei è stato aperto “sulla base del programma di una persona radicale e nazionalista” che l’ha presa di mira per aver affrontato il genocidio armeno nei suoi reportage.

L’articolo 301 è stato uno degli strumenti giuridici più controversi della Turchia. Criminalizza “l’insulto alla nazione turca”, un’espressione spesso interpretata in senso lato dai pubblici ministeri. Nel corso degli anni, è stato utilizzato per mettere a tacere scrittori, storici e giornalisti che fanno riferimento al genocidio armeno o criticano le politiche statali.

Il caso più noto riguarda Hrant Dink, il giornalista armeno-turco che ha dovuto affrontare ripetuti processi ai sensi dell’articolo 301 per aver parlato apertamente del genocidio armeno. È stato assassinato nel 2007 dopo anni di pressioni legali e campagne d’odio. Anche altri scrittori, tra cui il Premio Nobel Orhan Pamuk, sono stati perseguiti ai sensi dello stesso articolo per aver riconosciuto il genocidio.

Sebbene la Turchia abbia rivisto l’articolo 301 nel 2008, richiedendo l’approvazione del Ministero della Giustizia prima di aprire un caso, rimane uno strumento utilizzato per scoraggiare il dibattito aperto. Le associazioni per i diritti umani sostengono da tempo che la legge è incompatibile con la libertà di parola e crea un clima di paura per i giornalisti che si occupano di storia armena o di questioni relative alle minoranze.

Le discussioni che coinvolgono i giovani Armeni in Turchia sono particolarmente delicate, perché le loro interviste riflettono spesso il retaggio persistente di traumi, perdite culturali e la pressione per evitare di discutere apertamente della loro storia. Articoli come quello scritto da Yılmaz hanno mostrato queste realtà, che alcuni circoli nazionalisti considerano una sfida alle narrazioni ufficiali.

Questo caso ha attirato l’attenzione dei difensori della libertà di stampa, che affermano che l’accusa riflette sforzi più ampi per limitare il dibattito su questioni storiche e relative alle minoranze. Anche il lungo rinvio della prossima udienza, fissata per il 21 aprile 2026, ha sollevato preoccupazioni, poiché i processi prolungati sono spesso utilizzati come metodo di pressione contro i giornalisti.

Yılmaz sostiene che il suo lavoro abbia semplicemente dato spazio ai giovani Armeni per parlare delle loro esperienze, qualcosa che, a suo avviso, non dovrebbe mai essere trattato come un reato. Yılmaz, che ha descritto la causa intentata contro di lei a causa del suo reportage come “un’intimidazione contro il giornalismo”, ha dichiarato: “Ho sempre cercato di essere la voce di coloro le cui voci non vengono ascoltate, comprese persone e animali”.

All’udienza presso il Secondo Tribunale Penale di Primo Grado di Istanbul, Yılmaz è stata rappresentata dagli Avvocati Deniz Yazgan; Batıkan Erkoç, dell’Associazione degli Studi di Comunicazione e Diritto; e Elif Ergin, dell’Unione dei Giornalisti Turchi (TGS).

All’udienza hanno partecipato giornalisti, esponenti della società civile e rappresentanti di organizzazioni per la libertà di espressione. Tra i presenti, Prof. Onur Hamzaoğlu, il rappresentante turco di Reporter Senza Frontiere Erol Önderoğlu, e il rappresentante turco del Comitato per la Protezione dei Giornalisti Özgür Öğret.

Nella sua difesa, Yılmaz ha dichiarato: “Il motivo per cui sono qui oggi è perché, come giornalista, ho esercitato la mia libertà di parola legalmente tutelata, solo per essere stata segnalata al Centro di Comunicazione Presidenziale” (CIMER). Ha suggerito che la denuncia fosse stata probabilmente presentata da una persona che si sentiva a disagio con la coesistenza di diversi gruppi sociali, forse con tendenze razziste, a causa del controverso argomento del genocidio armeno. Yılmaz ha anche discusso la tempistica del caso, osservando che il termine legale per presentare una causa era scaduto prima che il caso venisse portato in tribunale. Ha descritto le circostanze della sua detenzione, affermando: “Mentre tornavo a casa, sono stata fermata dalla polizia e ho trascorso una notte in stato di fermo con l’accusa di aver tentato la fuga. In seguito ho scoperto di essere monitorata da un sistema di riconoscimento facciale, come in un film poliziesco”.

Yılmaz ha sottolineato l’impatto dei colloqui di pace in corso con l’Armenia, sottolineando che il Primo Ministro armeno Nikol Pashinyan aveva recentemente visitato la Turchia su invito del Presidente e che erano in corso discussioni sull’apertura dei valichi di frontiera e sulla ripresa degli scambi commerciali tra i due Paesi.

Ha continuato: “Voglio chiarire che ciò che viene giudicato qui è la mia professione, che svolgo con entusiasmo e curiosità dal 2015. Poiché cerco semplicemente di migliorare la mia professione, credo che non ci siano basi legali per un’azione penale nei miei confronti ai sensi di un articolo così vago e controverso”. Riferendosi all’accusa rivoltale, Yılmaz ha dichiarato: “Non ho insultato nessuno. Al contrario, ho sempre ascoltato coloro che in questa società si sentono emarginati”. Ha concluso il suo intervento ricordando Hrant Dink, il giornalista che fu anche lui processato ai sensi dell’articolo 301 e successivamente assassinato. Yılmaz ha chiesto la sua assoluzione.

Successivamente, ha preso la parola l’Avvocato Deniz Yazgan. Ha iniziato citando un esempio riguardante le denunce del CİMER. “Se il mio vicino abusasse di sua moglie e lo segnalassi in forma anonima al CİMER, mi verrebbe risposto: ‘Questa è responsabilità della Procura. Per favore, presentate una denuncia alla Procura’”. Ha aggiunto: “Non posso denunciare la violenza di un uomo tramite il CİMER, ma con il concetto di ‘genocidio’, un termine che è stato dichiarato non costitutivo di reato attraverso innumerevoli assoluzioni e sentenze della Corte Costituzionale e della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, si possono ancora avviare indagini e intentare cause legali. Questo, per i giornalisti, equivale a una forma di persecuzione giudiziaria volta a intimidirli”.

Yazgan ha inoltre criticato i procuratori per la loro conoscenza della legge, sottolineando di essere a conoscenza delle restrizioni agli arresti e che la legge vieta di raccogliere dichiarazioni due giorni dopo un’incriminazione. “L’articolo 2 della Costituzione è chiaro: la Repubblica di Turchia è uno Stato di diritto. Questa continua serie di violazioni legali non sono in linea con l’ordine costituzionale. In questo Paese sono già stati pagati costi elevati a causa dell’articolo 301. Non vogliamo che vengano aggiunti nuovi costi”, ha affermato, facendo riferimento a decisioni storiche come Dink contro Turchia e Akçam contro Turchia.

L’avvocato Batıkan Erkoç ha sottolineato che il caso deve essere archiviato, perché è scaduto termine legale per l’avvio di un’azione legale. Ha spiegato che la tempistica del caso si basava su un rapporto della polizia, che non costituiva una base giuridica valida per l’avvio di un procedimento. Inoltre, Erkoç ha sottolineato che la petizione presentato tramite il CİMER era giuridicamente invalido. “La legge richiede una petizione con informazioni identificabili e una denuncia anonimo non può essere accettato. La legge specifica come devono essere redatte le petizioni, includendo nome, cognome, richiesta e indirizzo della persona che le presenta”, ha affermato.

Tuttavia, il giudice non ha accolto le eccezioni presentate dalla difesa e ha inviato il pubblico ministero di preparare un parere definitivo sul caso. Il pubblico ministero ha chiesto più tempo per la preparazione e il tribunale ha accolto la richiesta.

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Armenia e Azerbaijan: una rara occasione per la pace (Osservatorio Balcani e Caucaso 04.12.25)

Dall’incontro dell’8 agosto tra i leader di Armenia e Azerbaijan, Nikol Pashinyan e Ilham Aliyev, alla Casa Bianca insieme al presidente degli Stati Uniti Donald Trump, non passa settimana che non si verifichino sviluppi nei rapporti tra i due vicini, un tempo in guerra. Nonostante il testo di un accordo in diciassette punti per normalizzare le relazioni dopo oltre trent’anni di conflitto sia stato solo siglato in attesa di una firma ufficiale, lo slancio sembra evolvere nella giusta direzione.

L’unica questione irrisolta resta la modifica della Costituzione armena per rimuovere un controverso preambolo che rivendica un territorio all’interno dell’Azerbaijan, anche se l’attuale governo di Yerevan respinge tale interpretazione. Tuttavia, Baku teme che i futuri governi possano invocare quel preambolo, che fa riferimento alla Dichiarazione d’indipendenza del 1990.

Pashinyan, sostanzialmente favorevole alla riforma costituzionale, afferma che gli emendamenti proposti saranno sottoposti al voto popolare attraverso un referendum da convocare dopo le elezioni parlamentari del prossimo anno.

Ci sono anche altre questioni di grande importanza per creare una pace duratura, questioni che però non vengono affrontare nel cosiddetto trattato “sulla pace e l’istituzione di relazioni interstatali tra la Repubblica di Armenia e la Repubblica di Azerbaijan”, finalizzato a marzo. Secondo Pashinyan, da ormai più di ventidue mesi non si è verificato un solo incidente con scambio di colpi d’arma da fuoco transfrontalieri. Si tratta di uno sviluppo senza precedenti nella storia travagliata delle relazioni tra Armenia e Azerbaijan, che potrebbe creare un ambiente generale favorevole alla pace. Si moltiplicano anche gli incontri tra i cittadini armeni e azerbaijani.

Se in passato gli incontri, promossi da organizzazioni internazionali, si sono tenuti all’estero, ora vengono perlopiù organizzati bilateralmente, svolgendosi nelle due capitali, Yerevan e Baku. Le organizzazioni non governative locali e straniere che in passato hanno organizzato incontri pubblici e conferenze a Tbilisi continuano a farlo, anche se c’è chi lo nega. Tuttavia, una recente iniziativa bilaterale che ha coinvolto analisti regionali e rappresentanti della società civile in visita a Yerevan e Baku è senza precedenti.

A settembre, il co-direttore di un think tank azerbaijano ha partecipato ad un seminario organizzato dall’Assemblea parlamentare della NATO a Yerevan. Eventi analoghi sono stati registrati anche prima della guerra dei quarantaquattro giorni nel 2020. A ottobre, cinque cittadini azerbaijani, rappresentanti di alcuni think tank e media, sono volati direttamente a Yerevan da Baku con un aereo dell’Azerbaijan Airlines, per la prima volta in quattordici anni, per incontrare cinque colleghi della società civile armena. A novembre, questi ultimi si sono recati a Baku con un volo diretto della compagnia Fly One Armenia per proseguire il dialogo.

C’è chi ritiene che questo esempio virtuoso della cosiddetta diplomazia parallela possa fornire suggerimenti e feedback al processo ufficiale tra i due governi. Entrambi gli eventi hanno incluso anche brevi incontri con due alti funzionari governativi, nello specifico con Armen Grigoryan, segretario del Consiglio di sicurezza armeno, a Yerevan, e con Hikmet Hajiyev, consigliere del presidente azerbaijano, a Baku. L’iniziativa è stata denominata “Il ponte della pace” e in futuro dovrebbe coinvolgere le comunità di confine e i media. Gli incontri si sono svolti senza incidenti.

Questo però non significa che non ci sia stata alcuna opposizione. Prima della partenza della delegazione armena per Baku, i media di Yerevan hanno contestato il costo dei voli charter. I media armeni hanno criticato anche la partecipazione di due giornalisti e due analisti azerbaijani ad un altro seminario a Yerevan. Il governo armeno ha coperto le spese del pernottamento, esattamente come ha fatto il governo azerbaijano per i cinque delegati armeni alla fine del mese scorso. Parliamo però di cifre irrisorie rispetto alle decine di milioni di euro che ad oggi l’Unione europea ha messo a disposizione dei due paesi.

Dal 2012 al 2015, il Partenariato europeo per la risoluzione pacifica del conflitto in Nagorno-Karabakh (EPNK), promosso dall’UE, ha ricevuto 5,8 milioni di euro per progetti di cui la popolazione dei due paesi e persino alcuni ambasciatori occidentali non hanno mai saputo nulla. L’EPNK è stato operativo dal 2010 al 2019. Il processo attualmente in corso è più trasparente ed evidentemente sta dando i suoi frutti.

A novembre, le delegazioni di Armenia e Azerbaijan si sono incontrate a margine di un evento dell’Assemblea parlamentare dell’OSCE a Istanbul. Si prevedono altri incontri di questo tipo tra l’Assemblea nazionale di Yerevan e quella di Baku. Anche Alen Simonyan, presidente del parlamento armeno, ha dichiarato di voler visitare Baku. Sempre a novembre, le commissioni armena e azerbaijana per la delimitazione e demarcazione dei confini si sono incontrate a Gabala, in Azerbaijan. Il prossimo incontro si dovrebbe tenere in una città armena.

Ad ogni modo, i contatti – formali e informali – tra i rappresentanti dei due paesi testimoniano l’esistenza di una certa volontà politica di normalizzare le relazioni per preparare le popolazioni ad un eventuale accordo di pace. Non è però chiaro come le società stesse percepiscano questo processo, soprattutto considerando la contrarietà delle forze di opposizione in Armenia e degli ambienti dissidenti azerbaijani, attivi principalmente al di fuori della regione. Fino a poco tempo fa, sono stati proprio questi soggetti a ricevere gran parte dei finanziamenti dell’UE per incontri segreti tenuti all’estero.

Molti in Armenia semplicemente non credono che la pace sia vicina, data la recente storia di continui fallimenti. Forse per questo le ong continuano a portare avanti le loro attività. A novembre, quarantadue giovani provenienti da Armenia e Azerbaijan si sono incontrati a Tbilisi per sviluppare quella che definiscono una visione di pace e dialogo tra i due paesi. L’incontro è stato facilitato dalla ong LINKS Europe con sede all’Aja, che in passato faceva parte dell’EPNK. Si è trattato di un evento aperto e trasparente, con la partecipazione di alcuni ambasciatori occidentali e della Missione dell’Unione europea in Armenia (EUMA). C’è però ancora molto lavoro da fare.

In un sondaggio d’opinione condotto nel giugno di quest’anno dall’International Republican Institute (IRI) il 47% degli armeni si è detto favorevole ad un accordo di pace con l’Azerbaijan, il 10% è rimasto indeciso in attesa del testo del trattato, mentre circa il 40% si è opposto a qualsiasi accordo. Va sottolineato però che il sondaggio è stato effettuato prima della pubblicazione del testo completo dell’accordo, siglato e reso pubblico solo dopo la Dichiarazione di Washington dell’8 agosto.

Nel 2023, un sondaggio condotto in Azerbaijan ha rilevato che il 78,5% degli intervistati era a favore di un accordo di pace con l’Armenia. Da allora i dati non sono più stati aggiornati.

A sei mesi dalle elezioni parlamentari in Armenia, previste per il prossimo 7 giugno, tali sondaggi sono importanti, non solo per il futuro politico di Pashinyan, ma per ogni eventuale accordo di pace tra Armenia e Azerbaijan. In questo contesto, i governi e la società civile svolgono un ruolo fondamentale. I dettagli di qualsiasi trattato di pace e dei relativi accordi devono essere spiegati in modo approfondito ai cittadini di entrambi i paesi.

Inoltre, i risultati dell’attuale processo di normalizzazione devono essere tangibili e percepiti da tutti. Si può affermare che, per ora, la situazione sta evolvendo in questa direzione.

Il mese scorso, Baku ha revocato l’embargo sul transito di merci da e verso l’Armenia attraverso il territorio azerbaijano. Il grano russo e kazako è stato il primo prodotto a beneficiare della decisione. È probabile che sviluppi analoghi si verifichino nei prossimi mesi. Da notare che il prossimo vertice della Comunità politica europea (CPE) si terrà a Yerevan nel maggio del 2026, in concomitanza con l’inizio ufficiale della campagna elettorale in Armenia. Il processo di normalizzazione, con ogni probabilità, sarà tra i principali temi in agenda.

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