La Chiesa Apostolica Armena non serve potenze straniere: i vescovi si incontrano in Austria (Notizie da Est

“La Chiesa apostolica armena non ha mai servito né serve potenze straniere o interessi stranieri. Resta costantemente leale al popolo armeno, al loro Stato e alla preservazione dell’identità nazionale,” hanno dichiarato i vescovi in una dichiarazione emessa dopo un incontro nella città austriaca di St Pölten dal 17 al 19 febbraio.

I partecipanti rispondevano alle accuse sollevate dal Primo Ministro dell’Armenia, Nikol Pashinyan, contro il Cattolico di tutti gli Armeni. Aveva sostenuto che il Patriarca “riporta quotidianamente ai tenenti di un servizio di intelligence straniero”. L’accusa non era l’unica che egli fece. All’inizio di quello che descrisse come un movimento volto a “riformare la chiesa”, il premier disse anche che Garegin II aveva violato il suo voto di celibato e aveva una figlia.

Alti prelati hanno difeso il Patriarca e hanno descritto l’iniziativa di Pashinyan come inaccettabile. Hanno anche detto che il Cattolico di tutti gli Armeni e i prelati anziani stavano affrontando “ repressione ”.

Initial reports said Austria would host a Bishops’ Council, meaning not simply a meeting of clergy but a body empowered to take canonical decisions.

Lo stesso Cattolico era atteso a guidare l’incontro. Tuttavia, le autorità avevano aperto diversi giorni prima un caso penale nei confronti di Garegin II. I pubblici ministeri lo accusano insieme ad altri sei chierici di ostacolare l’applicazione di una sentenza giudiziaria. Nell’ambito del caso, il Patriarca ha perso il diritto di lasciare il paese.

Il vescovo Gevorg Saroyan, capo della Diocesi Masiasotn, che si era unito al movimento guidato dal Primo Ministro Nikol Pashinyan, è stato rimosso dal suo incarico di capo diocesano. Il chierico ha contestato la decisione in tribunale. Il tribunale ha ordinato il suo reintegro a capo della diocesi in attesa dell’esito finale del caso. Tuttavia, il Consiglio Spirituale Supremo, guidato dal Cattolico, lo ha anche deposto. Il caso penale contro Garegin II e altri sei chierici è collegato a quella decisione.

I partecipanti all’incontro hanno condannato quanto definito come una “prosecuzione penale senza fondamento”. La loro dichiarazione ha affermato che la decisione del tribunale ha creato un “ostacolo artificiale”. A causa del divieto di viaggio, Garegin II ha partecipato alla sessione tramite collegamento video.

Quali dettagli hanno incluso i partecipanti all’incontro austriaco nella loro dichiarazione, e quante altre accuse ha rivolto Pashinyan al Cattolico? Quali rischi ha avvertito il premier che potrebbero derivare dall’eventuale viaggio all’estero del Patriarca?

  • «Cattolico di Tutti gli Armeni non ha alcuna intenzione di abbandonare» – Capo dell’Ufficio della Santa Sede
  • Pashinyan assente dalla protesta a Etchmiadzin chiedente le dimissioni del Cattolico Karekin II
  • «Libertazione della Chiesa Armena»: liturgia presenziata dal Primo Ministro Pashinyan è stata contrassegnata da disordini. Video

Qui ha partecipato l’incontro dei vescovi e su cosa hanno discusso

Venticinque alti prelati hanno viaggiato in Austria per l’incontro. Tutti rappresentano il Cattolicosato di Tutti gli Armeni. L’arcivescovo Hovnan Terteryan, capo della Diocesi Occidentale del Nord America, ha anche partecipato. È tra coloro che si sono uniti al movimento guidato dal Primo Ministro Nikol Pashinyan per la “riforma della chiesa”.

Gli organizzatori avevano inizialmente invitato tutti i 56 membri della gerarchia. L’elenco includeva coloro che, insieme a Pashinyan, hanno chiesto le dimissioni del Cattolico. Tutti hanno rifiutato di partecipare ad eccezione di Hovnan Terteryan.

Hanno spiegato la loro decisione affermando di non aver ancora ricevuto risposte dal Patriarca a una serie di domande. Queste domande riguardano, tra le altre questioni, episodi controversi che coinvolgono diversi alti prelati. Hanno anche detto che la Sede Madre di Etchmiadzin non aveva risposto alle “gravi accuse mosse contro la persona che ricopre la cattedra del Cattolico di Tutti gli Armeni”.

Dopo l’incontro, la Sede Madre di Santa Etchmiadzin ha dichiarato che i partecipanti hanno condotto discussioni “substantive e costruttive”. Si sono concentrate sulle sfide che la chiesa deve affrontare e sui modi per superarle. I partecipanti hanno anche discusso i rapporti con lo Stato, l’indipendenza della chiesa e l’inadmissibilità di speculazioni politiche che la riguardano.

‘Garegin II could declare himself Catholicos-in-exile’ – debate in Armenia

The Patriarch has convened a council of bishops in Austria. “How do we know he will not leave Austria for somewhere else and declare himself a Catholicos-in-exile there?” said Archbishop Vazgen Mirzakhanyan.

 

 

“Reform under external pressure is unacceptable”

Il clero ha detto che la chiesa ha “sempre conservato la sua missione originaria” di predicare la parola di Cristo e guidare le persone verso la salvezza tramite una riforma interna. I partecipanti all’incontro dei vescovi hanno detto che qualsiasi riforma imposta dall’esterno è inaccettabile:

“Riconosciamo l’urgenza di superare le sfide che la Chiesa Armena deve affrontare e di portare avanti i lavori di riforma solo all’interno del Consiglio dei Vescovi e degli organi canonici supremi della Chiesa.”

Appeal to the authorities: “abandon ultimatums”

I vescovi hanno descritto i rapporti con lo Stato come “molto pericolosi” e hanno chiesto alle autorità armene di:

  • “porre fine alla persecuzione della chiesa e rispettare la sua sovranità secolare,
  • interrompere la repressione contro il clero e il Cattolico tramite accuse fabbricate,
  • liberare i sacerdoti e i laici detenuti che hanno difeso la chiesa [incluso l’imprenditore Samvel Karapetyan],
  • agire rigorosamente in conformità con la Costituzione dell’Armenia e il diritto internazionale,
  • rimanere fedeli ai principi democratici che garantiscono la libertà di coscienza e di religione, e promuovere la solidarietà sociale invece che la divisione,
  • risolvere i problemi e i disaccordi esistenti tramite il dialogo, senza precondizioni, e abbandonare ultimatum improduttivi.”

I vescovi si rivolsero anche al clero che si è unito al movimento di riforma della chiesa guidato dal premier. Li esortarono:

  • “a comportarsi con consapevolezza del loro giuramento di lealtà verso Santa Etchmiadzin e il Cattolico,
  • a risolvere le questioni relative alla vita della chiesa solo all’interno degli organi ecclesiastici autorizzati,
  • e a astenersi da azioni anti-canoniche.”

Confrontation between government and church continues in Armenia: Pashinyan on steps to remove Catholicos

Il Primo Ministro e 10 vescovi hanno emesso una dichiarazione presentando una “tabella di marcia” per la riforma della chiesa, con l’obiettivo finale di rimuovere Garegin II dal trono ed eleggere un nuovo Patriarca.

 

Pashinyan on the “roadmap” for church reform

 

Pashinyan: ‘The aim is to move the Catholicosate out of Armenia

Diversi giorni prima dell’incontro previsto in Austria — e prima della decisione del tribunale che aveva impedito al Cattolico di lasciare il paese — il Primo Ministro Nikol Pashinyan ha accusato Garegin II di tentare di spostare il Cattolicosato in un altro paese. Ha anche affermato che il Patriarca intendeva portare con sé tesori custoditi presso la Sede Madre di Santa Etchmiadzin.

Pashinyan further accused him of seeking to strengthen a “puppet Catholicosate in the hands of certain forces” and to use it as a tool against Armenia.

“I will not allow this. Armenia will not remain a bystander. The response will be very tough. We will redirect the attention of those who, under the mask of benefactors, have set their sights on the treasures of Etchmiadzin,” the prime minister said.

A day after his statement, authorities announced that prosecutors had opened a criminal case against the Catholicos and imposed a travel ban.

The Mother See of Holy Etchmiadzin described the developments as “unfounded and unlawful” actions against the Catholicos and said they carried a “clearly political character”.

Pashinyan ha trascorso diversi mesi chiedendo al Cattolico di dimettersi. Sostiene che Garegin II abbia violato il voto di celibato e abbia un figlio. Il premier sostiene anche che il Patriarca riferisca quotidianamente ai servizi di intelligence di un altro paese. Non ha nominato uno stato specifico, anche se gli osservatori ritengono che si riferisca alla Russia.

Pashinyan ha anche affermato che il fratello del Cattolico, l’Arcivescovo Yezras Nersisyan, capo della Diocesi russa e di Nuova Nakhichevan, ha lavorato come agente del KGB durante il periodo sovietico. A fine 2025, il sito pro-governativo civic.am ha pubblicato una copia di un documento che, secondo esso, mostrava che Nersisyan collaborò con il Comitato per la Sicurezza dello Stato sovietico con il nome in codice “Karo”.

Tuttavia, il Servizio di Sicurezza Nazionale dell’Armenia non ha fornito ai giornalisti ulteriori dettagli sui presunti legami tra Garegin II, l’Arcivescovo Yezras e i servizi di intelligence stranieri. I funzionari hanno detto che le informazioni ottenute tramite attività di intelligence operative costituiscono un segreto di Stato.

“Armenia: tomba della Cristianità?”, l’Editoriale dell’Ambasciatore Bruno Scapini (Gazzetta Diplomatica 21.02.26)

Quanto sta succedendo in Armenia di questi tempi è semplicemente assurdo e vergognoso. Due episodi di (stra)ordinaria follia in particolare risultano significativi della deriva autocratica in costanza di una politica disfattista intrapresa dal Primo Ministro, Nikol Pashinyan: l’azione penale promossa contro il Catholicos di tutti gli Armeni, Garegin II, Patriarca della Chiesa Apostolica armena, e la farsa processuale conclusasi in Azerbaijan con la condanna di tutti i prigionieri di guerra armeni accusati pretestuosamente di collusione con la ex Repubblica autonoma (per gli azeri “separatista”) del Nagorno Karabagh. Una decisione, quest’ultima, assunta dalla magistratura azera, in eclatante violazione delle più elementari norme di Diritto internazionale in materia di trattamento dei prigionieri di guerra (Convenzioni di Ginevra del 1949 e dell’Aja del 1907).

Ma la vicenda che assumerebbe un rilievo del tutto inatteso e più sconcertante è l’azione penale avverso il Catholicos. Il processo, avviato nei suoi confronti, inserendosi in un contesto politico oggi particolarmente critico per il Paese, sembrerebbe destinato a riverberare i suoi effetti non soltanto sul piano interistituzionale, ma anche su quello storico-sociale.

Non va dimenticato, e tanto meno negato del resto, come parlare dell’Armenia escludendo il tema della sua Chiesa è storicamente e culturalmente impossibile.

L’Armenia, come noto, è la civiltà cristiana più antica nel mondo, avendo adottato ufficialmente il cristianesimo nel 301 d.C., prima, cioè, di qualunque altro Stato, precedendo addirittura di poco più di una decina di anni lo stesso editto di Costantino del 313. Non solo, ma la Chiesa Apostolica armena ha agito nei tempi più bui della storia come un catalizzatore di consensi, di tradizioni e di speranze, contribuendo, particolarmente a riguardo della grande tragedia del Genocidio del 1915, a mantenere non solo l’unità spirituale del popolo armeno, ma anche quella memoria storica del suo passato che tanto ruolo ha svolto nella edificazione dell’identità della stessa Nazione. In questo senso, allora, la Chiesa Apostolica non potrà mai essere considerata una mera professione di fede, né una semplice istituzione confessionale di cui “tollerare” le eventuali ridondanze ritualistiche, ma una vera componente della Nazione armena, la più determinante e irrinunciabile, dotata di quella capacità strutturante che tanta parte ha avuto nella Storia per la sopravvivenza nei secoli del suo popolo. E ancora oggi, la Chiesa di Etchmiadzin non rimette ad altri la sua funzione unificatrice continuando essa stessa a preservare la lingua, la cultura, la memoria storica come anche la stessa coesione sociale del suo popolo e di quella parte di esso trasferitasi all’estero come diaspora sotto la spinta delle persecuzioni.

Non si tratta, quindi, di valutare l’azione di Pashinyan avverso il Catholicos sulla base di giudizi ideologicamente faziosi, ma di condannare espressamente e senza veli di ambiguità, né perplessità la sua condotta in quanto profondamente ed essenzialmente antistorica, nei presupposti come nei fini, per voler delegittimare una istituzione in cui è l’intero popolo, l’intera Nazione a volersi identificare nel tempo e oltre il tempo.

Chiaramente, dunque, ci troviamo oggi in Armenia davanti ad un vero e proprio scontro tra Stato e Chiesa. Un confronto dai tratti aspri che si consuma tra gerarchie ecclesiastiche e potere politico. Un’esperienza che credevamo ormai impensabile alla luce della più moderna civilizzazione, ma che evidentemente gli antichi perduranti vizi della natura umana di fatto stentano ancora a smentire. Non è, infatti, per una distorta percezione del trascendente che il Primo Ministro armeno avrebbe posto la Chiesa sotto attacco. C’è ben una ragione che spiegherebbe la sua condotta: quella che ci riconduce alla situazione estremamente delicata e fragile in cui il Caucaso meridionale oggi si trova. La regione, non solo permane fondamentalmente instabile per le irrisolte ostilità tra Yerevan e Baku, ma presenta aspetti di profonda criticità anche sul piano geopolitico. Pashinyan è, infatti, accusato da una crescente opposizione di essere una pedina nelle mani dell’Occidente. Di quell’Occidente convinto di poter infliggere una sconfitta strategica a Mosca e, pertanto, interessato a utilizzare figure politiche di ibrida fedeltà nazionale al fine di destabilizzare il Paese in funzione anti-russa.

Non è, dunque, un caso questo scontro tra Stato e Chiesa. Pashinyan e i suoi oscuri sostenitori occidentali, temono fosche prospettive per le prossime elezioni politiche nazionali, e quindi corrono ai ripari. Del resto, abbiamo imparato che il rischio di una perdita di controllo politico giustificherebbe azioni di ingerenza esterna. E’ l’Unione Europea che ce lo insegna (European Democracy Shield). E creare una condizione di criticità, per giungere a una polarizzazione politica interna è per questi signori probabilmente lo strumento migliore per aggirare nefasti pronostici elettorali.

Nel frattempo, Aliyev, il Presidente azero, non si perde d’animo, e continua imperterrito ad avanzare pretese.

Grave è, dunque, la posizione di passività adottata dall’Occidente a fronte di tali atti di intollerabile sopraffazione. Una posizione che ci dovrebbe far sentire tutti qui, in Europa come in America, conniventi e colpevoli per la umiliazione cui viene sottoposta la Cristianità proprio nel Paese che le ha fatto da culla adottandola per primo quale religione di Stato.

Bruno Scapini – Ambasciatore d’Italia

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Artsakh/Nagorno-Karabakh. 1988 – 20 febbraio – 2026 (Korazym 20.02.26)

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 20.02.2026 – Vik van Brantegem] – Il 20 febbraio 1988, 38 anni fa, la 20ª sessione straordinaria del Consiglio dei Deputati del Popolo del Nagorno-Karabakh votò per chiedere il trasferimento della Regione autonoma del Nagorno-Karabakh dalla Repubblica Socialista Sovietica Azera alla Repubblica Socialista Sovietica Armena, invocando il diritto all’autodeterminazione. Questa decisione storica, basata su mezzi pacifici, segnò l’inizio del Movimento Karabakh durante la perestrojka sovietica. Il voto sfruttava le riforme della perestrojka per cercare una soluzione legale e politica alla questione territoriale, che durava dal 1921, quando Stalin assegnò la regione a maggioranza armena all’Azerbajgian. La richiesta pacifica provocò tensioni crescenti, che si trasformarono in un violento conflitto armato con la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Il voto ha posto le basi per le successive dichiarazioni di indipendenza, portando alla formazione della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh nel settembre 1991.

Il 27 settembre 2020, in piena pandemia e nonostante le raccomandazioni del Segretario Generale delle Nazioni Unite, l’Azerbajgian lanciava una campagna militare contro la de facta Repubblica di Artskah/Nagorno-Karabakh, che trenta anni prima – in un percorso democratico e legale – aveva sancito il proprio diritto all’autodeterminazione. Il Presidente azero Ilham Aliyev affermò che era arrivato il momento di mettere da parte la diplomazia e di agire con forza.

Al termine della cosiddetta “guerra dei 44 giorni” (costata quasi 9.000 morti fra entrambe le parti), il 9 novembre 2020 veniva firmato da Armenia, Azerbajgian e Russia un accordo di cessate il fuoco, che prevedeva il ritiro delle forze armene dai distretti circostanti l’ex Oblast’ Autonoma del Nagorno-Karabakh e una forza di pace russa a garanzia della popolazione armena presente.

Nel 2021 e nel 2022 le forze armate azere occupavano (e occupano tuttora) a più riprese porzioni di territorio della Repubblica di Armenia, causando altre centinaia di vittime.

A fine dicembre 2022 gli Azeri iniziavano un blocco del Corridoio di Lachin, con la strada di collegamento tra Armenia e Artsakh, causando una crisi umanitaria per la popolazione armena rimasta completamente isolata. A più riprese venivano tagliate le forniture di gas ed elettricità lasciando la popolazione al gelo nel pieno inverno caucasico.

Il 19 settembre 2023 l’Azerbajgian interveniva militarmente per occupare la residua porzione di territorio rimasto abitato dagli Armeni sotto blocco. Le autorità della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh, onde evitare nuovi spargimenti di sangue e nuovi episodi di barbarie contro la popolazione civile, firmavano un cessate-il-fuoco dopo sole 24 ore.

Oltre centomila Armeni lasciavano precipitosamente la loro patria per non cadere vittima dei soldati azeri. Al termine delle operazioni militari orchestrate dal regime autocratico di Ilham Aliyev, la popolazione di circa 120.000 abitanti si è ridotta a poche unità. Gli ultimi 10 Armeni rimasti sono stati evacuati in Armenia nei giorni scorsi.

Il governo azero ha attuato una politica di sistematica demolizione di ogni simbolo civile e religioso che potesse ricondurre alla secolare presenza armena nella regione. Mentre abbatteva la sede del Parlamento, il governo azero innalzava archi di trionfo per celebrare la vittoria e insediava nuovi coloni a occupare le case degli Armeni.

La Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh era considerata democratica dagli istituti specializzati, come ad esempio Freedom House, che invece oggi etichetta quel territorio alla stregua delle peggiori dittature senza alcun rispetto per i diritti civili e politici e senza alcuna libertà di informazione.

Il territorio è stato abitato per secoli dalla popolazione armena come testimoniano chiese e monasteri sparsi tra le sue montagne. Non “separatisti”, ma una popolazione autoctona, che la prepotenza di un guerrafondaio ha cacciato per sempre dalla propria patria, l’Artsakh/Nagorno-Karabakh.

Il 17 febbraio 2026 si è conclusa la farsa “processuale” messa in atto dal regime autocrate dell’Azerbaigian contro 16 prigionieri di guerra Armeni illegalmente detenuti dal regime dell’autocrate Ilham Aliyev, in relazione al loro ruolo nella Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh, prima della sua occupazione da parte delle forze azere nel 2023. Anche il filantropo e benefattore Ruben Vardanyan (“colpevole” di essere stato Ministro di Stato della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh per quattro mesi) è stato condannato, dopo già due anni e mezzo di prigionia a Baku, a 20 anni di carcere.

Il corrispondente di Armenpress a Brussel ha riferito ieri, che Fernand Kartheiser, deputato del Parlamento europeo del Lussemburgo, si è nuovamente rivolto alla leadership estera dell’Unione Europea con un appello a intraprendere passi più concreti e pratici per la liberazione dei prigionieri Armeni detenuti in Azerbajgian, avvertendo che questa questione potrebbe danneggiare i fragili progressi raggiunti nel processo di pace armeno-azero.

Dopo aver sollevato la questione degli Armeni detenuti a Baku a marzo dello scorso anno, Kartheiser, in una nuova lettera al Vicepresidente della Commissione Europea e Alto rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Kaja Kallas, ha sottolineato che i procedimenti giudiziari a Baku sono politicamente motivati e non rispettano gli standard di legalità e trasparenza. Ha invitato l’Unione Europea a intervenire per favorire la liberazione incondizionata di tutti i detenuti Armeni, sottolineando anche la necessità di proteggere il diritto internazionale e i diritti umani.

In risposta alla lettera di Kartheiser, l’Ufficio di Kaja Kallas ha osservato che l’Unione Europea sta monitorando i procedimenti giudiziari contro i rappresentanti della ex leadership militare-politica della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh. Ha sottolineato che il diritto a un processo equo e a condizioni adeguate di detenzione sono diritti fondamentali e che l’Unione Europea ha esortato le autorità azere a rispettare i loro obblighi internazionali. Ha assicurato che l’Unione Europea continua a chiedere alle parti di sfruttare l’atmosfera creata durante il processo di pace dall’agosto per risolvere le questioni in sospeso, comprese quelle umanitarie. Il Parlamento europeo continua a tenere all’ordine del giorno la questione del ritorno immediato dei prigionieri Armeni detenuti illegalmente a Baku e a esercitare pressioni per ottenere risultati tangibili.

Prima o poi il tiranno invasore azero sarà cacciato.
L’Artsakh è stato, è e sarà per sempre.

 

Foto di copertina: la bandiera della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh e il monumento a Stepanakert “Noi siamo le nostre montagne”. Il messaggio del simbolo del popolo armeno dell’Artsakh.
La bandiera della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh è stata adottata il 2 giugno 1992 dal Consiglio Supremo dell’autoproclamata repubblica, allora chiamata Repubblica del Nagorno-Karabakh (poi nel 2017 rinominata Artsakh). Essa è evidentemente basata sulla bandiera dell’Armenia, con l’aggiunta di un disegno bianco che vuole sia richiamare i tipici disegni dei tappeti locali, sia per rappresentare la separazione dall’Armenia, considerata come Stato madre.
Secondo quanto riportato dalla Costituzione del 2006, la bandiera si compone di tre fasce orizzontali di eguale misura: il colore rosso simboleggia la continua lotta del popolo armeno per l’esistenza, il cristianesimo, l’indipendenza e la libertà; il colore blu rappresenta la volontà del popolo armeno a vivere in pace mentre il colore arancione simboleggia il potere creativo e l’impegno del popolo armeno. A partire dall’angolo superiore destro si sviluppa un disegno bianco dentato con nove gradini (quattro superiori, quattro inferiori e uno centrale di unione) che raccorda l’ultimo terzo della bandiera e termina nell’angolo inferiore destro.
Il motivo bianco, oltre che i tappeti locali, rappresenta le montagne dell’Artsakh e forma anche una freccia che punta verso ovest per simboleggiare l’aspirazione a un’eventuale unione con l’Armenia. Questo simboleggia il patrimonio, la cultura e la popolazione armena dell’area, mentre la forma triangolare e il taglio a zig-zag rappresentano l’Artsakh come regione separata dell’Armenia.

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Azerbaigian, condannati gli ex leader armeni del Nagorno-Karabakh (Corriere della Sera 20.02.26)

Due anni e mezzo dopo la definitiva ripresa del controllo sulla regione del Nagorno-Karabakh, seguita dall’esodo forzato della popolazione di etnia armenal’Azerbaigian ha concluso la resa dei conti giudiziaria.

Il 5 febbraio erano stati condannati 15 imputati, tutti di etnia armena, tra i quali l’ex gruppo dirigente dell’autoproclamata Repubblica di Artsakh e il suo presidente Arayik Harutyunyan. Erano stati giudicati complessivamente colpevoli di 2548 reati, tra i quali “genocidio”, “schiavitù”, “sparizioni forzate” e “finanziamento del terrorismo”. Cinque di loro, compreso Harutyunyan, avevano ricevuto condanne all’ergastolo.

 

Il 17 febbraio è arrivata l’ultima condanna, a 20 anni di carcere, ai danni di Ruben Vardanyan, un uomo d’affari russo che nel 2022 si era trasferito nel Nagorno-Karabakh. È stato giudicato colpevole di 40 reati tra i quali “finanziamento del terrorismo”,  “presa del potere con violenza” e “crimini contro l’umanità”.

Secondo Amnesty International, in entrambi i casi si è trattato di una farsa giudiziaria. Nonostante tra gli imputati ci fossero persone civili, i processi sono stati celebrati da un tribunale militare. Le udienze si sono svolte a porte chiuse e in una lingua incomprensibile e malamente tradotta. Non sono state rese note le prove a sostegno delle accuse. L’organizzazione per i diritti umani ha chiesto informazioni al governo azero senza ricevere risposta.

Intanto, da ben più tempo è in carcere Bahruz Samadov, 30 anni, attivista e dottorando all’Università Carolina di Praga. Il 23 giugno 2025 si è preso una condanna a 15 anni solo per essersi battuto per i diritti umani nel suo paese e per la pace con l’Armenia, mantenendo vivo un dialogo anche quando sembrava impossibile, nel pieno della guerra per il Nagorno-Karabakh. In suo favore è in corso una mobilitazione di accademici e accademiche, promossa da Slavoj Žižek, professore di Filosofia all’Università di Lubiana.

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L’archeologia come leva di crescita in Armenia, un progetto di cooperazione e turismo sostenibile (Maremma News 20.02.26)

Può l’archeologia diventare una leva di crescita, creare nuove opportunità di conoscenza e alimentare un turismo più consapevole?

Firenze: L’Università di Firenze risponde in modo più che positivo a questa domanda durante TourismA, dove presenta un progetto internazionale che unisce ricerca archeologica, cooperazione e turismo sostenibile in Armenia. ArcheTourDev, questo il nome dell’iniziativa a cui partecipa anche l’Opificio delle Pietre Dure e Ismeo, accoglierà esperti e semplici appassionati di archeologia a TourismA, il Salone dell’Archeologia e del Turismo Culturale, che si terrà a Firenze, al Palazzo dei Congressi, da venerdì 27 febbraio a domenica 1° marzo.

ArcheTourDev sta per Archaeological Heritage and Tourism for Rural Development, ossia Patrimonio archeologico e turismo per lo sviluppo rurale in Armenia, ed è un progetto internazionale finanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (Aics).

Capofila è Sagas, il dipartimento di Storia Archeologia Geografia Arte e Spettacolo dell’Università di Firenze, che lavora sul campo insieme a due eccellenze italiane: l’Opificio delle Pietre Dure, punto di riferimento mondiale per il restauro, e Ismeo (l’Associazione internazionale di Studi sul Mediterraneo e l’Oriente), attivo da decenni nella cooperazione culturale.

ArcheTourDev mette al centro tre grandi siti archeologici armeni (Foto): Garni, una delle destinazioni più visitate del Paese caucasico, Dvin e Aruch, il cui potenziale turistico è in espansione, per creare itinerari capaci di valorizzare il loro patrimonio storico e culturale a livello internazionale e, allo stesso tempo, generare benefici concreti per le comunità locali.

Due sono gli appuntamenti aperti al pubblico per conoscere in modo più approfondito il progetto ArcheTourDev e scoprire i tre siti archeologici, dove dallo scorso anno lavorano fianco a fianco archeologi e restauratori.

Venerdì 27 febbraio, nell’Auditorium del Palazzo dei Congressi, alle 14.30, all’interno del XXII Incontro nazionale di Archeologia Viva, Michele Nucciotti professore associato di Archeologia Medievale all’Università di Firenze e coordinatore scientifico del progetto, presenterà l’intervento “Armenia: dove il passato nutre il futuro”.

Sabato 28 febbraio, nella Sala Onice, dalle 14.00 alle 16.00, si terrà l’incontro: “Armenia. Tra ricerca scientifica, opportunità di conoscenza e turismo sostenibile”. L’appuntamento, interamente dedicato al progetto in corso fino al 2027, prevede l’intervento di:

  • Michele Nucciotti, Lapo Somigli e Zaroui Pogossian, Università di Firenze
  • Emanuela Daffra e Anna Patera, Opificio delle Pietre Dure
  • Sergio Ferdinandi, Ismeo

I relatori illustreranno il loro lavoro di ricerca, restauro e valorizzazione dei siti archeologici di Garni, Dvin e Aruch, spiegando come l’archeologia in Armenia stia diventando sempre più un volano per un turismo sostenibile, con il coinvolgimento e la valorizzazione delle comunità locali.

L’incontro vedrà anche la partecipazione di Emilio Cabasino, dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo.

Per approfondimenti: www.archaeologyforpeople-armenia.unifi.it

Il Noah fa la storia, è il primo club armeno a vincere in Europa in una fase a eliminazione diretta – continua su: https://www.tuttomercatoweb.com/calcio-estero/il-noah-fa-la-storia-e-il-primo-club-armeno-a-vincere-in-europa-in-una-fase-a-eliminazione-diretta-2204731

La grande sorpresa del primo atto del playoff di Conference si è concretizzata sul rettangolo verde del Republican Stadium di Erevan. Il Noah padrone di casa ha infatti superato per 1-0 l’Az, diventan – continua su: https://www.tuttomercatoweb.com/calcio-estero/il-noah-fa-la-storia-e-il-primo-club-armeno-a-vincere-in-europa-in-una-fase-a-eliminazione-diretta-2204731

Ora perfino l’arte armena deve piegarsi all’“intesa” con l’oppressore azero? (Tempi 0.02.26)

Il documento del governo per “il sostegno dell’estetica della Armenia reale” codifica implicitamente che l’Artsakh sia Armenia “irreale”, dunque non-Armenia. È accettazione “realistica” del fatto compiuto. Lettera aperta al governo di Pashinyan. E un appello al governo italiano
Marcia a Erevan, Armenia, nel quinto anniversario della seconda guerra del Nagorno-Karabakh, 27 settembre 2025 (foto Zumapress/Ansa)
Marcia a Erevan, Armenia, nel quinto anniversario della seconda guerra del Nagorno-Karabakh, 27 settembre 2025 (foto Zumapress/Ansa)

Lettera aperta al governo dell’Armenia scritta da un molokano che vive sulle acque nere del Lago di Sevan, dove guizzano trote luccicanti. Signor primo ministro Pashinyan, signori del governo della Repubblica d’Armenia, vi scrivo da una casa di legno che scricchiola quando il vento scende dall’Aragats e increspa il Lago di Sevan. L’acqua, qui, è scura come un salmo notturno; le trote, quando affiorano, sembrano lampi d’argento. Noi molokani non abbiamo mai amato le cornici: beviamo il latte anche nei giorni di digiuno, leggiamo la Scrittura senza chiedere il permesso, cantiamo senza palco e senza microfoni. Siamo rimasti perché l’acqua conserva la memoria e perché la libertà, se la stringi, muore. Ho letto con attenzione il vostro documento, intitolato Sull’identificazione e il sostegno dell’estetica della Armenia reale. L’intenzione è alta, persino nobile. Ma proprio per questo il passo che compite è pericoloso. La normalizzazione del bello Scrivete, fin dall’inizio, che «l’identifica…

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Cosa succede agli Armeni detenuti in Azerbaigian e potrebbe liberarli Ilham Aliyev? (Notizie da Est 19.02.26)

Il presidente del parlamento armeno Alen Simonyan ha dichiarato che “le negoziazioni non si fermeranno finché l’ultimo prigioniero armeno non sarà restituito”, una posizione che differisce nettamente da quella del presidente azero Ilham Aliyev.

Simonyan ha detto che a un certo punto il numero di persone di origine armena detenute in Azerbaigian si era avvicinato a 200, ma la maggior parte era stata poi rilasciata attraverso negoziati. Ha aggiunto che il processo continuerà finché non sarà restituito l’ultimo detenuto. Diciannove persone di origine armena sono attualmente detenute in custodia in Azerbaigian.

Tra di loro ci sono ex leader dell’amministrazione di Karabakh, tra cui Ruben Vardanyan, Arkadi Ghukasyan, Bako Sahakyan e Arayik Harutyunyan, che sono stati accusati di uccisioni di massa e di atti terroristici contro civili durante la guerra. Sono stati incriminati per reati gravi, tra cui genocidio e terrorismo. L’opinione pubblica in Azerbaigian ritiene in gran parte improbabile il loro rilascio.

In un’intervista a France 24 trasmessa il 13 febbraio, Ilham Aliyev ha detto che la questione della grazia ai detenuti armeni non era all’ordine del giorno, sottolineando che coloro che sono stati detenuti hanno “commesso crimini contro la sicurezza nazionale e l’umanità”, e li ha confrontati con i leader nazisti processati al Tribunale di Norimberga.

Ha anche detto che, durante una visita del vicepresidente degli Stati Uniti James Vance, aveva rifiutato una proposta di rilascio dei prigionieri e ha esposto la propria posizione sulla questione.

Le dichiarazioni contrastanti hanno nuovamente sollevato dubbi sulle prospettive del processo di pace e sulla possibilità che i detenuti armeni possano alla fine essere liberati.

Will the trial of former leaders of Karabakh affect peace talks?

Gli avvocati degli uomini condannati sostengono che, sebbene i verdetti siano definitivi dal punto di vista legale, una revisione politica non può essere esclusa.

 

 

Chi è detenuto e perché non vengono rilasciati?

Alcune delle persone di origine armena attualmente detenute in Azerbaigian sono state arrestate a seguito della guerra del 2020 e sono principalmente accusate di crimini di guerra, terrorismo, sabotaggio e spionaggio.

Ruben Vardanyan, l’ex ministro di Stato della autoproclamata Repubblica di Nagorno-Karabakh, è stato condannato a venti anni di carcere. È accusato di estorsione, crimini di guerra, creazione di formazioni armate illegali e terrorismo

A gennaio l’Azerbaigian ha consegnato quattro prigionieri alla parte armena — Vagif Khachatryan, Gevorg Sujyan, David Davtyan e Vigen Euljekchyan. Ognuno era stato precedentemente condannato a diverse pene detentive.

Tuttavia, la mossa ha suscitato notevole critica nell’opinione pubblica. Sui social media, alcuni utenti hanno descritto il rilascio di Khachatryan — accusato di coinvolgimento nel massacro di Meshali del 1991 — come un “doppiopesismo”, osservando che i prigionieri politici all’interno del paese restavano in custodia.

Le autorità, per loro parte, hanno insistito che il rilascio fosse stato effettuato per motivi umanitari e hanno diffuso una dichiarazione anonima affermando che non erano previste ulteriori liberazioni.

Spiegando perché non intende liberare i rimanenti detenuti, il presidente Aliyev ha accusato di aver commesso “atrocità indescrivibili” contro i civili durante la guerra e ha sottolineato che concedere la grazia minerebbe il sistema legale.

Secondo lui, tali atti richiedono una punizione severa e non dovrebbero permettere alla leadership dell’Armenia di “evitare la responsabilità per gli errori del passato.”

US vice-president’s visit to Baku: strategic partnership and new pledges

Viaggio caratterizzato da colloqui di alto livello e da una carta di partenariato strategico

 

JD Vance visits Baku

 

Pressioni internazionali e il contesto del progetto TRIPP

I mediatori nei negoziati di pace, in particolare gli Stati Uniti, credono che i gesti umanitari siano la chiave per risolvere il conflitto. Durante una visita a Baku, il vicepresidente degli Stati Uniti James Vance, a nome dell’amministrazione di Donald Trump, ha detto che il rilascio dei detenuti era importante per costruire fiducia nel processo di pace e un passo necessario per espandere la cooperazione economica nell’ambito del progetto “Trump Route for International Peace and Prosperity” (TRIPP).

Secondo il suo portavoce, Vance ha discusso iniziative economiche e misure di fiducia con la parte azera, inclusi il rilascio di prigionieri. Anche il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha confermato che la questione dei detenuti era stata sollevata durante la visita di Vance e rimaneva costantemente all’ordine del giorno.

Un documento del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti pubblicato a gennaio, che delinea il quadro per l’attuazione di TRIPP, sottolinea i piani per aprire un corridoio di trasporto multimodale attraverso il territorio armeno collegando l’Azerbaigian a Nagorno-Karabakh, basato sui principi di sovranità e rispetto reciproco tra i due paesi.

Il progetto prevede l’espansione del commercio Trans-Caspico, lo sviluppo dell’economia regionale e l’aumento della partecipazione delle imprese americane.

US vice-president’s visit to Armenia hailed as ‘historic’ – what it delivered

Il primo ministro armeno e il vicepresidente statunitense hanno firmato una dichiarazione congiunta sull’uso pacifico dell’energia nucleare e hanno discusso nuove aree di partenariato strategico.

 

US Vice-President JD Vance visits Yerevan

 

Le motivazioni dell’Azerbaigian

Sembra che i detenuti vengano usati come leva negoziale.

Il governo azero considera i prigionieri armeni una potenziale “risorsa di scambio”, e rilasci precedenti hanno avuto luogo anche in particolari fasi del processo negoziale.

Alcuni esperti ritengono che il rilascio di quattro prigionieri nel giorno in cui fu firmato un documento sull’attuazione di TRIPP su iniziativa degli Stati Uniti fosse inteso a dimostrare progressi nel processo di pace alla società armena. Ulteriori rilasci a fasi successive non possono essere esclusi.

La retorica pubblica ha alimentato tali presupposti. L’analista di conflitti Arif Yunus ha suggerito che persino ex leader condannati all’ergastolo potrebbero alla fine essere rilasciati, poiché l’Azerbaigian potrebbe avere poco interesse a tenerli in custodia se verranno concessi significativi compromessi.

After Washington talks: Trump Route deal and diverging views — analysis from Baku

In una riunione trilaterale a Washington mediata dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, non si è raggiunto un accordo di pace completo, e la rotta concordata ha suscitato critiche da parte della Russia e dell’Iran.

 

Ilham Aliyev, Donald Trump e Nikol Pashinyan dopo il vertice | Foto: The White House

 

Condizioni possibili

Dopo la firma della dichiarazione di cessate il fuoco del 2020, l’Azerbaigian ha chiesto all’Armenia di procedere alla delimitazione dei confini e di aprire il cosiddetto corridoio di Zangezur.

Il progetto TRIPP prevede anche questo: il corridoio passerebbe attraverso il territorio armeno rimanendo sotto il controllo sovrano dell’Armenia. Se l’Armenia compie passi concreti verso la delimitazione del confine e l’apertura della rotta, Aliyev potrebbe rilasciare ulteriori detenuti.

Le iniziative economiche sponsorizzate dagli Stati Uniti nella regione nell’ambito di TRIPP sono collegate anche a progetti energetici e logistici più ampi, tra cui la pipeline Baku–Tbilisi–Ceyhan e le rotte commerciali trans-caspiche. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è visto interessato a presentare la pace nella regione come un risultato della politica estera.

Secondo Vance, il rilascio dei detenuti nel quadro TRIPP faciliterebbe gli investimenti da parte delle aziende americane nella regione.

È dunque possibile che, se Trump eserciterà una pressione sufficiente, Aliyev possa accettare il rilascio di alcuni prigionieri in cambio di un miglioramento delle relazioni con Washington e di una maggiore cooperazione economica.

La società armena, dicono le autorità azere, dovrebbe anche compiere passi in cambio della pace. Le autorità azere ritengono che una condizione per il rilascio dei leader armeni debba essere l’eliminazione dalla Costituzione armena di disposizioni interpretate come rivendicazione dell’indipendenza del “Nagorno-Karabakh”.

La dichiarazione di Simonyan che “le negoziazioni non si fermeranno finché non sarà restituito l’ultimo prigioniero” è probabilmente rivolta principalmente a rassicurare l’opinione pubblica armena.

Elkhan Shahinoglu, analista politico considerato vicino al governo azero, ha suggerito che le autorità armene potrebbero non essere interessate al rilascio di Ruben Vardanyan.

“Se non avessimo arrestato Vardanyan, Pashinyan sarebbe stato costretto a farlo a Yerevan. Ciò sarebbe arrivato insieme alla pressione dai sostenitori dell’oligarca prima delle elezioni parlamentari.”

“Per questo la dichiarazione di Alen Simonyan non è sincera. Lui e il suo leader sono interessati al fatto che Ruben Vardanyan rimanga in prigione — specificamente in Azerbaigian,” ha detto.

Zangezur Corridor through Armenia back in the spotlight: US plan and Azerbaijan-Russia tensions

Da dove provenga il piano degli Stati Uniti per controllare il Corridoio di Zangezur, come esso esclude il coinvolgimento della Russia e cosa cambia nelle dinamiche di sicurezza e influenza nel Sud Caucaso

 

 

Rischi interni e malcontento pubblico

Il rilascio di detenuti armeni in Azerbaigian, come è illustrato dal caso di Vagif Khachatryan, potrebbe provocare una forte reazione pubblica.

I familiari delle persone uccise durante la guerra del 2020 sono anche probabili esprimere insoddisfazione per qualsiasi decisione di concedere la grazia.

Per questo motivo, il presidente Aliyev potrebbe compiere un simile passo solo in cambio di significativi guadagni strategici in grado di ammorbidire l’opinione pubblica.

Allo stesso tempo, il Parlamento europeo e altri organi internazionali hanno chiesto all’Azerbaigian di rispettare i propri obblighi sui diritti umani. Tale pressione incoraggia gli attivisti interni e crea rischi aggiuntivi per le autorità.

La situazione attuale fa pensare che il rilascio di detenuti di origine armena non sia da escludere. Tuttavia, è probabile che avvenga solo come parte di importanti accordi politici ed economici.

La dura posizione di Ilham Aliyev, espressa nella sua intervista a France 24, sembra rivolta principalmente a un pubblico interno.

Egli cerca di dimostrare determinazione nel difendere gli interessi nazionali e di respingere la prospettiva di concedere la grazia ai detenuti armeni. Allo stesso tempo, il rilascio di quattro prigionieri mostra che gesti di buona volontà rimangono possibili.

Georgia in reverse: how showcase of post-Soviet democratisation turned into a country with ‘functionally pro-Russian’ regime

Come è successo — e, soprattutto, può ancora essere fermato?

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Caucaso e Asia Centrale, la guerra dei corridoi: tra TRIPP americano e rete BRICS si decide il futuro dell’Eurasia (Il Giornale d’Italia 19.02.26)

Il ritorno americano nel Caucaso

La firma a Baku tra il vicepresidente USA JD Vance e il presidente azero Ilham Aliyev segna un passaggio cruciale. Il partenariato strategico tra Stati Uniti e Azerbaigian non è solo un’intesa su difesasicurezza energetica e intelligenza artificiale: è un atto geopolitico che riporta Washington al centro del Caucaso meridionale. L’Azerbaigian viene ridefinito come hub eurasiatico, cerniera tra Europa, Asia Centrale e Medio Oriente. Dopo l’accordo di pace con l’Armenia guidata da Nikol Pashinyan, Baku consolida una posizione di stabilità che gli Stati Uniti intendono valorizzare anche in chiave di contenimento verso Russia e Iran.

Il TRIPP: 43 chilometri che valgono un continente

Cuore dell’iniziativa americana è il corridoio TRIPP (Trump Route for International Peace and Prosperity): 43 chilometri nel Syunik armeno destinati a collegare l’Azerbaigian alla exclave di Nakhchivan e quindi alla Turchia. Ferrovia, gasdotto, oleodotto, fibra ottica: un’infrastruttura multimodale sotto gestione statunitense per 99 anni. Il TRIPP si innesta sul Middle Corridor, la rotta trans-caspica che collega Cina ed Europa bypassando la Russia. È un progetto politico prima ancora che logistico: consolida la pace armeno-azera, marginalizza la Georgia e apre all’Occidente l’accesso ai minerali critici dell’Asia Centrale. Washington costruisce così una piattaforma di influenza stabile nel cuore dell’Eurasia, legando la regione alle proprie catene del valore.

La risposta silenziosa dei BRICS

Mentre gli Stati Uniti avanzano nel Caucaso, i BRICS consolidano una strategia più ampia e meno personalistica. Il Kazakistan di Kassym-Jomart Tokayev e il Pakistan di Shahbaz Sharif hanno rilanciato il corridoio trans-afghano verso i porti di Gwadar e Karachi, offrendo ai Paesi centroasiatici uno sbocco diretto sull’Oceano Indiano. Due varianti ferroviarie attraversano l’Afghanistan: una orientale (Termez–Kabul–Pakistan) e una occidentale (Turkmenistan–Herat–Kandahar). In gioco non c’è solo il commercio, ma la stabilizzazione economica di Kabul attraverso l’integrazione infrastrutturale. Mosca guarda a questo asse come estensione naturale del Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud (INSTC), la direttrice che collega San Pietroburgo a Mumbai via Iran. L’INSTC è oggi più rapido e meno costoso della rotta di Suez, ed è il simbolo di una connettività alternativa alle direttrici controllate dall’Occidente.

Due modelli di potere infrastrutturale

Il TRIPP rappresenta una proiezione americana mirata: un corridoio chiave, forte copertura politica, gestione centralizzata. È la logica del presidio strategico. La rete BRICS, invece, è diffusa e resiliente: più corridoi, più attori, finanziamenti attraverso la New Development Bank, sistemi di pagamento alternativi a SWIFT. Non un singolo choke point, ma una trama multilivello che riduce la vulnerabilità alle sanzioni. L’adesione dell’Iran ai BRICS rafforza ulteriormente questo sistema. Teheran è snodo naturale tra Caspio, Golfo Persico e Oceano Indiano. Non sorprende che guardi con sospetto al TRIPP, percepito come un tentativo di penetrazione americana nel suo immediato vicinato strategico.

Il nodo iraniano e la deterrenza americana

Parallelamente, Washington ha concentrato nel Medio Oriente un imponente dispositivo aeronavale, incluso il gruppo da battaglia della portaerei USS Gerald R. Ford. La mossa appare come strumento di deterrenza verso l’Iran. Resta però il dubbio che si tratti di una pressione negoziale più che del preludio a un conflitto diretto. Teheran ha sempre dichiarato di non voler sviluppare armi nucleari, ma difficilmente accetterà condizioni percepite come umilianti. Dall’altra parte, Israele guidato da Benjamin Netanyahu considera la finestra strategica attuale irripetibile. In questo contesto, la potenza americana è chiamata a dimostrare se sia ancora in grado di imporre la propria volontà senza scatenare una destabilizzazione più ampia.

Eurasia, il nuovo centro del mondo

La partita in corso non è regionale. È sistemica. Chi controlla corridoi ferroviarisnodi energetici e reti digitali controlla le catene globali del valore. Gli Stati Uniti cercano di preservare un primato costruendo corridoi selettivi e politicamente blindati. I BRICS costruiscono un’architettura alternativa, più lenta ma potenzialmente più autonoma dall’Occidente. Per l’Europa il rischio è restare spettatrice. Per la Russia e i suoi partner eurasiatici, è l’occasione di consolidare uno spazio economico indipendente. Il Caucaso e l’Asia Centrale non sono più periferia: sono il cuore pulsante della competizione globale. Nel XXI secolo non basta controllare i mari. Occorre dominare le infrastrutture terrestri e digitali. La guerra dei corridoi è appena iniziata. E da essa dipenderà l’equilibrio del mondo multipolare che sta emergendo.

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La riunione dell’Assemblea Episcopale della Chiesa Apostolica Armena a St. Pölten in Austria (Korazym 19.02.26)

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 19.02.2026 – Vik van Brantegem] – L’Assemblea Episcopale della Chiesa Apostolica Armena si è riunita dal 17 al 19 febbraio 2026 presso una sede della Chiesa Cattolica nella città austriaca di St. Pölten, con la partecipazione di venticinque arcivescovi e vescovi del Catholicosato di tutti gli Armeni della Chiesa Apostolica Armena, inclusi rappresentanti dei Patriarcati di Gerusalemme e Costantinopoli.

 

Al mattino del 17 febbraio, i membri dell’Assemblea hanno partecipato alla funzione liturgica. Dopo un periodo di ritiro spirituale e preghiera, è iniziata la sessione pomeridiana dell’Assemblea.

L’Assemblea si è aperta con il Padre Nostro, seguito da una lettura dalla Lettera di San Paolo agli Efesini sul tema dell’unità. Sua Santità Karekin II, Patriarca Supremo e Catholicos di tutti gli Armeni, si è rivolto ai membri dell’assemblea in un messaggio pastorale online, non avendo potuto lasciare l’Armenia. Messaggi di saluto sono stati successivamente trasmessi ai partecipanti da Sua Santità Aram I, Catholicos della Grande Casa di Cilicia, Sua Beatitudine l’Arcivescovo Nourhan Manoukian, Patriarca armeno di Gerusalemme, e Sua Beatitudine l’Arcivescovo Sahak Mashalian, Patriarca armeno di Costantinopoli.

Dopo aver discusso e approvato l’ordine del giorno, è stato eletto un Consiglio per supervisionare i lavori futuri dell’Assemblea Episcopale.

 

Lo stesso giorno, si è tenuta una funzione serale presso la cattedrale di St. Pölten con la partecipazione dei vescovi, durante la quale il Vescovo di St. Pölten, S.E.R. Mons. Alois Schwarz, ha pronunciato un saluto di benvenuto.

La riunione si svolto come un’Assemblea Episcopale piuttosto che come unIl Consiglio Spirituale Supremo, che è il massimo organo amministrativo-ecclesiastico della Santa Sede di Etchmiadzin. La riunione non poteva svolgersi come un Consiglio Spirituale Supremo perché, secondo il diritto canonico della Chiesa Apostolico Armena, un tale organo – che gestisce questioni dottrinali, canoniche e amministrative della chiesa, inclusi provvedimenti disciplinari sul clero – è presieduto dal Catholicos di tutti gli Armeni, però, le autorità armene hanno impedito Sua Santità Karekin II di lasciare il Paese, nell’ambito di un procedimento penale avviato a gennaio. Lui e diversi altri membri del clero della Chiesa Apostolica Armena sono sotto inchiesta per presunta mancata esecuzione o ostacolo all’esecuzione di un atto giudiziario riguardante un alto ecclesiastico.

La Santa Sede di Etchmiadzin aveva giustificato la decisione di convocare il Consiglio episcopale in Austria come un modo per proteggere i partecipanti da potenziali pressioni. Il giorno prima che venissero presentate le accuse contro il Catholicos, il Primo Ministro armeno Nikol Pashinyan aveva promesso una risposta decisa, sostenendo che la convocazione di un Consiglio fuori dall’Armenia aveva lo scopo di spostare il Catholicosato fuori dal Paese.

Il governo di Pashinyan sta cercando di riformare la Chiesa Apostolica Armena, di rimuovere il Catholicos Karekin II. L’Assemblea Episcopale della Chiesa Apostolica Armena, tradizionalmente con sede a Echmiadzin, è attualmente sottoposta a forti pressioni, con la sua legittimità messa in discussione da fazioni allineate al governo di Pashinyan e la sua leadership sottoposta a procedimenti legali, accusando numerosi vescovi di atti criminali.

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