23.5 di Hrant Dink: a Istanbul il luogo dove la memoria sfida odio e oblio (Gariwo 19.01.26)

A Istanbul, lungo Via Halâskârgazi, il suono caotico dei clacson e delle voci sembra arrestarsi davanti al Palazzo Sebat, ex sede del giornale bilingue turco-armeno Agos, fondato nel 1996. Qui, il 19 gennaio 2007, il caporedattore Hrant Dink è stato assassinato. Dove oggi c’è una targa che riporta l’ora esatta del crimine si è radunata, fin da subito, una folla di persone con i cartelli “siamo tutti Dink”, “siamo tutti armeni”, chiedendo giustizia per il giornalista che aveva dedicato la sua vita al miglioramento delle relazioni tra armeni e turchi.

Il Centro 23,5 come spazio per la memoria e laboratorio civico

Nel 2019, grazie alla Fondazione Hrant Dink (Hrant Dink Vakfı), gli spazi di Agos sono diventati la sede del sito della memoria di Hrant Dink 23.5 (23.5 Hrant Dink Hafıza Mekânı), un centro espositivo e, soprattutto, un laboratorio per la costruzione della memoria collettiva e per favorire il dialogo tra comunità, attraverso l’organizzazione di attività come l’Accademia sui Diritti delle Minoranze e il festival sulla convivenza.

L’enigmatico “23.5” è un riferimento a un articolo di Dink pubblicato su Agos il 23 aprile 1996, in cui rifletteva sulla tensione tra due date simboliche: il 23 aprile, celebrazione della sovranità nazionale in Turchia, e il 24 aprile, data emblematica della tragedia armena del 1915, ancora oggi al centro di una profonda frattura politica e storica.

Per Dink, che sentiva di essere allo stesso tempo armeno e cittadino turco, quelle due date rappresentavano la tensione tra identità che potevano riconciliarsi in uno spazio intermedio, il 23.5, che coincide anche con la notte delle sue nozze con Rakel, tra il 23 e il 24 aprile 1977.

L’aggiunta del termine “luogo” richiama i lieux de mémoire di Pierre Nora, spazi fisici e simbolici centrali nei processi di costruzione della memoria collettiva.

Come ha spiegato Nayat Karaköse, Program Coordinator della Fondazione, “un luogo di dialogo dove le persone si incontrano, si conoscono, parlano tra loro”, pensato come un laboratorio civico in cui vengono trasmessi i valori e gli ideali di Dink.

Hrant Dink: il giornalista-mediatore del dialogo tra armeni e turchi

Nella prima sala, un intero spazio è dedicato alla figura di Hrant Dink, con fotografie, documenti personali e i primi lavori di Agos sulle confische delle proprietà delle minoranze. I video ricordano momenti cruciali, come la conferenza del 2005 che per la prima volta discusse apertamente gli eventi del 1915, nonostante forti pressioni e polemiche.

Il corridoio successivo è rivestito da “un collage di prime pagine che testimonia la pluralità dei temi affrontati”, segno di come Agos abbia contribuito a portare i diritti delle minoranze nell’agenda pubblica turca.

Dink viene ricordato come “una persona accogliente, schietta, un giornalista sul campo, sempre alla ricerca della verità”. La difesa dei diritti delle minoranze era parte di una visione più ampia: “rendere la Turchia un luogo migliore e più democratico, dove la libertà di parola prevalesse”. Con lui, Agos era un luogo di incontro e di ispirazione, soprattutto per i giovani.

Il percorso espositivo: un viaggio nella storia della Turchia contemporanea

Il percorso si sviluppa in stanze tematiche che stimolano la curiosità e invitano alla partecipazione attiva.

La sala del coro del bagno evoca la detenzione e la tortura subite da Dink dopo il colpo di Stato del 1980.
La stanza interattiva Tirttava, il “grido interiore” di Dink, raccoglie le testimonianze dei visitatori: “Perché ognuno di noi sta attraversando violazioni diverse”.

Nella stanza Agos, l’archivio del giornale convive con gli annunci di ricerca dei familiari, memoria viva di una comunità frammentata.
Lo studio di Dink è “come vedere un pezzo della sua vita”, uno spazio educativo pensato soprattutto per i giovani, per raccontare la cultura e la storia armena attraverso l’esperienza personale.

La stanza Sale e Luce, allestita da Sarkis, si fonda sull’idea di “creare tesori dai nostri dolori”, richiamando simbolicamente il kintsugi. Qui, sale e luce diventano metafore di resistenza, speranza e futuro.

La Civiltà di Atlantide racconta il dramma dei bambini armeni privati della loro identità, ponendo la domanda centrale: “chi sono questi bambini?”. Da qui nasce il lavoro di mappatura del patrimonio culturale delle minoranze non musulmane in Turchia.

La stanza dell’Inquietudine della colomba conduce al periodo più oscuro: l’accusa, la condanna e l’assassinio di Dink. L’articolo su Sabiha Gökçen segna l’inizio di una persecuzione culminata nell’uso dell’articolo 301 del Codice penale.

“L’inquietudine della colomba” diventa il suo testamento, una riflessione lucida sulla paura, sulla responsabilità e sulla fiducia nelle persone comuni. “Dink divenne oggetto di un discorso d’odio nei media, culminato nel suo assassinio”.

Giustizia incompleta

La stanza Richiesta per la Giustizia ricostruisce un iter giudiziario lungo, frammentato e ancora incompleto. Nonostante condanne e sentenze, molte organizzazioni per la libertà di stampa ritengono che i veri mandanti non siano mai stati individuati.

L’articolo 301 è ancora in vigore, lasciando ampio margine all’arbitrio giudiziario, come dimostrano casi recenti che richiamano esplicitamente quello di Dink.

Ricordare il passato per migliorare il futuro

Le targhe dell’installazione finale richiamano la necessità di normalizzare le relazioni tra Armenia e Turchia, un processo ancora fragile ma non privo di spiragli.

Nel confronto con il presente globale, Karaköse sottolinea: “Stiamo assistendo a un genocidio davanti ai nostri occhi”, ribadendo che la speranza è l’ossigeno della società civile e che “piantare semi oggi significa costruire il cambiamento nel lungo periodo”.

Uscendo da 23.5, il traffico di Istanbul riprende il suo ritmo. Il 19 gennaio 2026, Halâskârgazi si riempirà di nuovo di chi vorrà ricordare Hrant Dink e il suo messaggio: aspirare alla libertà, nonostante le paure.

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Israele, Patriarchi delle Chiese in Terra Santa contro il “sionismo” degli evangelici che minaccia le sicurezze (e le proprietà) cristiane (Il Messaggero 19.01.26)

I Patriarchi della Terra Santa – armeni, ortodossi, cattolici, copti – alcuni giorni fa hanno denunciato in blocco la crescita del cosiddetto «sionismo cristiano», una corrente che fa riferimento all’attivismo degli evangelici statunitensi e che rischia di andare a detrimento della presenza dei cristiani stessi in Israele e Palestina. Le Chiese della Terra Santa sostengono che vi sono «individui» che stanno lavorando per «fuorviare il pubblico, seminare confusione e danneggiare l’unità dei cristiani e dei fedeli». La dichiarazione denuncia anche che questi non ben precisati attivisti cristiani hanno trovato sostegno da parte di figure politiche in Israele proprio per creare danni allo status della «presenza cristiana in Terra Santa e nel più ampio Medio Oriente». Nella dichiarazione non si fanno nomi, tuttavia questa denuncia inusuale e fortissima sembra fare riferimento a quelle correnti evangeliche che si basano sulla teologia della prosperità. In ogni caso la presa di posizione giunge dopo un recente rapporto del Consiglio dei Patriarchi di Gerusalemme che hanno riscontrato continue minacce al loro patrimonio cristiano – in particolare nella città di Gerusalemme e nella Cisgiordania. A questo si aggiunge poi una complicata questione irrisolta (da parte di Israele) sulla tassazione delle proprietà che aggrava la situazione della comunità e delle chiese.

Alcune correnti cristiane interpretano i testi biblici come una profezia degli eventi futuri che riguardano lo stato ebraico, inteso come terra promessa al patriarca Abramo che si estende dal Giordano al Mediterraneo. Naturalmente i Patriarchi cattolici, copti, armeni, ortodossi, luterani sono uniti per contrastare questa visione e hanno assicurato di essere “profondamente preoccupati” che vi siano in loco persone che promuovono questi programmi, ritenendoli un’intrusione nella vita interna delle chiese locali. «Queste azioni costituiscono interferenze nella vita interna delle chiese”, ha detto la dichiarazione, accusando gli attori esterni di ignorare l’autorità e la responsabilità della storica leadership cristiana di Gerusalemme»

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Dal 18 al 25 gennaio 2026, la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani: perché tutti siano una cosa sola (Sant’Egidio 19.01.26)

le preghiere e gli incontri ecumenici con i cristiani delle diverse confessioni. Gli appuntamenti con Sant’Egidio

Dal 18 al 25 gennaio 2026, la Chiesa celebra la Settimana per l’Unità dei Cristiani,
un tempo di riflessione e preghiera in unione con i cristiani di tutte le confessioni.

In questa settimana la Comunità di Sant’Egidio, ovunque nel mondo, dedica all’invocazione
per l’unità gli incontri di preghiera che vedono raccolta ogni Comunità
e promuove preghiere e incontri a carattere ecumenico.


Tutte le sere nella Basilica di Santa Maria in Trastevere, Piazza di S. Maria in Trastevere, si prega in particolare per l’Unità dei cristiani

18 gennaio

Inizia la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Memoria particolare della Chiesa cattolica

19 gennaio

Preghiera per l’unità dei cristiani. Memoria particolare delle Chiese ortodosse

20 gennaio

Preghiera per l’unità dei cristiani. Memoria particolare delle antiche Chiese d’Oriente (siro ortodossa, copta, armena, etiopica, sira del Malabar) e della Chiesa assira

21 gennaio

Preghiera per l’unità dei cristiani. Memoria particolare delle Chiese della Comunione anglicana

22 gennaio

Preghiera per l’unità dei cristiani. Memoria particolare delle Chiese e comunità ecclesiali protestanti (luterane, riformate, metodiste, battiste, pentecostali ed evangelicali)

23 gennaio

Preghiera per l’unità dei cristiani. Memoria particolare delle comunità cristiane in Africa

Roma
Venerdì 23 gennaio visita al Santuario dei nuovi martiri di San Bartolomeo all’Isola e partecipazione alla preghiera serale a Santa Maria in Trastevere di una delegazione di studenti e professori dell’Istituto Ecumenico di Bossey del Consiglio Ecumenico delle Chiese, accompagnati da rappresentanti del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani. La preghiera sarà presieduta dal vescovo Anthony James Ball direttore del Centro Anglicano a Roma e rappresentante dell’arcivescovo di Canterbury presso la Santa Sede.

24 gennaio

Preghiera per l’unità dei cristiani. Memoria particolare delle comunità cristiane in Europa e nelle Americhe

Roma
Sabato 24 gennaio ore 19.15, Parrocchia S.Caterina da Siena, Via Populonia 44, preghiera presieduta da Padre Atanas Sarsyan della Chiesa Apostolica Armena

25 gennaio

Si conclude la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Memoria particolare delle comunità cristiane in Asia e Oceania

Papa all’Angelus: ‘Preghiamo per l’unità visibile tra i cristiani’ (Asianews 18.01.26)

Cità del Vaticano (AsiaNews). “Invito tutte le comunità cattoliche a rafforzare, in questi giorni, la preghiera per la piena unità visibile di tutti i cristiani”. Lo ha detto oggi Leone XIV rivolgendosi all’Angelus ai fedeli riuniti in piazza San Pietro nel giorno in cui comincia la Settimana di preghiera per l’unità tra le Chiese cristiane che si celebra ogni anno dal 18 al 25 gennaio, festa della conversione di San Paolo.

Prevost ha ricordato che già Leone XIII, il pontefice di cui ha ripreso il nome, un secolo fa incoraggiava questa firma di preghiera ecumenica. Quest’anno il tema guida è il versetto della lettera agli Efesini “Un solo corpo e un solo Spirito, come una sola è la speranza a cui siete stati chiamati” (Ef 4,4) e le meditazioni sono state curate dalla Chiesa armena apostolica.

“Questo impegno per l’unità si deve coerentemente accompagnare a quello per la giustizia e la pace nel mondo”, ha aggiunto Leone XIV che oggi ha invitato in maniera particolare a pregare per chi soffre a causa del conflitto nella Repubblica democratica del Congo.

Prima della preghiera dell’Angelus il pontefice si era soffermato sulla figura di Giovanni il Battista che il brano di Vangelo proposto dalla liturgia di oggi viene mostrato farsi da parte “con gioia e umiltà” davanti a Gesù che viene nel mondo.

Papa Leone ha sottolineato l’importanza di questo tipo di testimonianza nel contesto di oggi. “All’approvazione, al consenso, alla visibilità viene data spesso un’importanza eccessiva – ha osservato -, tale da condizionare le idee, i comportamenti e gli stati d’animo delle persone, da causare sofferenze e divisioni, da produrre stili di vita e di relazione effimeri, deludenti, imprigionanti. In realtà, non abbiamo bisogno di questi ‘surrogati di felicità’”.

La nostra gioia e la nostra grandezza – al contrario – non si fondano su illusioni passeggere di successo e di fama, ma sul saperci amati e voluti dal nostro Padre che è nei cieli. È l’amore di cui ci parla Gesù: quello di un Dio che ancora oggi viene tra noi non a stupirci con effetti speciali, ma a condividere la nostra fatica e a prendere su di sé i nostri pesi, rivelandoci chi siamo realmente e quanto valiamo ai suoi occhi”.

“Non lasciamoci trovare distratti al suo passaggio – ha concluso il papa -. Non sprechiamo tempo ed energie inseguendo ciò che è solo apparenza. Impariamo da Giovanni il Battista a mantenere vigile lo spirito, amando le cose semplici e le parole sincere, vivendo con sobrietà e profondità di mente e di cuore, accontentandoci del necessario e trovando possibilmente ogni giorno un momento speciale, in cui fermarci in silenzio a pregare, riflettere, ascoltare, insomma a “fare deserto”, per incontrare il Signore e stare con Lui”.

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Leone XIV: rafforziamo la preghiera per la piena unità visibile dei cristiani

A Betlemme i festeggiamenti del Natale armeno (La Presse 18.01.26)

A centinaia si sono radunati nella piazza della Mangiatoia a Betlemme per salutare il patriarca armeno Sevan Gharibian, arrivato da Gerusalemme per celebrare la messa di mezzanotte di Natale. È stato accolto da una colorata processione di bande musicali che hanno sfilato nella piazza, situata all’esterno della Basilica della Natività. Gli armeni in Terra Santa celebrano il Natale il 19 gennaio perché utilizzano il calendario giuliano per determinare le date delle festività religiose.

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Il primo summit delle Chiese cristiane. «Un patto per la pace e il bene dell’Italia» (Avvenire 18.01.26)

Un patto fra le Chiese cristiane in Italia nel nome di un rinnovato annuncio del Vangelo, di una più incisiva presenza ecclesiale, di una sana laicità nella Penisola che non emargini la fede, di una maggiore vicinanza alla gente, di un’azione condivisa che alimenti la coesione sociale, di un impegno concreto per il bene comune e per la pace. Le comunità cristiane si alleano a servizio del Paese «mostrando che in un tempo segnato dalla conflittualità i cristiani vogliono dare un contributo significativo senza mettere da parte la propria identità e intendono testimoniare che le differenze non sono un ostacolo ma un patrimonio da valorizzare in una società che ha bisogno di comunione e speranza», spiega il vescovo di Pinerolo, Derio Olivero, presidente della Commissione episcopale Cei per l’ecumenismo e il dialogo. Il patto sarà firmato a Bari nel primo Simposio nazionale delle Chiese cristiane in Italia che si terrà venerdì 23 gennaio e sabato 24 gennaio. Due giornate senza precedenti, a conclusione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani che terminerà domenica 25 gennaio. A sottoscrivere il documento d’intenti saranno i rappresentanti delle diverse confessioni presenti nel Paese: cattolica, anglicana, evangeliche, ortodosse, protestanti. Venti le denominazioni che arriveranno in Puglia, fra cui anche una delegazione della Chiesa ortodossa russa, “grande” assente all’incontro di Nicea con il Papa per i 1.700 anni del primo Concilio lo scorso novembre in Turchia. Cento i delegati provenienti da nord a sud del Paese che si ritroveranno nella città “ecumenica” che unisce Oriente e Occidente. A cominciare da quelli che daranno voce alla Chiesa cattolica, grazie alla Conferenza episcopale italiana che ha accolto i tre anni di incontri del Tavolo delle Chiese cristiane istituito presso la segreteria generale della Cei. La delegazione cattolica sarà guidata dal presidente della Cei, il cardinale Matteo Zuppi. L’appuntamento di Bari racconterà che una “Via italiana del dialogo” – titolo dell’evento – è possibile, anzi può essere di esempio in un contesto ecclesiale internazionale e in uno scenario politico mondiale che vanno nella direzione della polarizzazione e fanno prevalere i muri ai ponti. «Non è un caso – sottolinea il vescovo Olivero – che il patto si apra evidenziando che le Chiese si impegnano a camminare insieme qualunque cosa possa accadere in Italia o nel mondo e qualunque siano le pressioni interne o esterne. Perché c’è sempre il rischio di perdersi. Invece, desideriamo rimarcare la ferma e seria volontà di essere gli uni acconto agli altri».
Eccellenza, perché questo primo Simposio in cui la preghiera si alternerà al dialogo?
«Non si tratta di un convegno di studio o di approfondimento, ma di un incontro di azione, lo definirei. Perché sarà un’occasione di impegno comune, individuando gli itinerari che nel prossimo biennio le confessioni cristiane intendono percorrere sia al loro interno sia nelle relazioni reciproche sui territori».
E perché la firma di un patto?
«Il Patto sarà il fulcro dell’appuntamento. E ruoterà intorno ad alcune direttrici. La prima è quella che chiama le Chiese a lavorare insieme per intercettare la sete di trascendenza che continua a esserci anche in un ambiente secolarizzato come il nostro. Le indagini sociologiche riportano che nel Paese è in aumento il numero di quanti sono in ricerca spirituale. Tuttavia gran parte di loro non si rivolge alle Chiese ufficiali. Dunque è una sfida intercettare questa spinta. Altro snodo è la necessità di affrontare alcuni aspetti ancora problematici delle nostre differenze che possono essere all’origine di tensioni o sofferenze: penso all’ospitalità eucaristica o alla religione cattolica a scuola».
Quali le ulteriori dimensioni che entreranno nel patto?
«Come Chiese siamo tenute a essere fonte di coesione sociale. Troppe volte, anche nelle nostre realtà, le religioni sono percepite come elemento di divisione o addirittura causa di guerre. Non solo. C’è chi le ritiene fattore di terrorismo o perlomeno volano dei nazionalismi. In Italia vogliamo dimostrare che le comunità cristiane sono capaci di unirsi e quindi di essere un propulsore per unire la società, per disinnescare i conflitti, per promuovere l’accoglienza. Altra scommessa è quella di offrire un nuovo modo di vedere la laicità. Anche nel panorama italiano la laicità viene interpretata spesso alla stregua della laicité francese: lo spazio pubblico deve essere neutro, ossia senza che le religioni non possano entrarci o dare un loro contributo. Invece è opportuno che le fedi abbiano piena cittadinanza e siano una presenza vigile e generativa».
Poi c’è il grido di pace come terreno d’incontro.
«Sicuramente. C’è una riconciliazione che attende il mondo mentre sta dilagando il fervore bellico. Serve agire insieme per difendere la pace e per costruirla. Del resto, il Vangelo di Cristo è annuncio di speranza per tutti ed è messaggio di fraternità universale che travalica i confini delle nostre comunità e nazioni».
Il percorso che porta a Bari è iniziato tre anni fa.
«Sì, con la convocazione dei leader delle Chiese che sono in Italia. È stata un’occasione per crescere nella conoscenza reciproca, ma soprattutto per creare un clima di fiducia che permettesse di osare di più e di fare squadra. In questi tre anni è stato utilizzato lo stile della conversazione spirituale su tematiche che adesso sono parte del patto: in particolare, come dire insieme l’esperienza cristiana nella società attuale e come essere Chiese in Italia nello spazio pubblico».
Nell’intervento al corpo diplomatico, Leone XIV ha denunciato che si riduce la libertà di espressione per quanti non si adeguano alle ideologie dominanti e che non va trascurata una sottile forma di discriminazione nei confronti dei cristiani. Rischi anche per l’Italia?
«Nella Penisola si sta affermando una tendenza secondo cui la religione va racchiusa nella riserva indiana di un approccio intimistico e non può influire su questioni civili che possono essere, ad esempio, la pace, la tutela dei più fragili, la povertà, la salvaguardia del creato. Tutto ciò priva la società di un apporto essenziale».
Perché l’evento a Bari?
«Bari è la città del dialogo ed è stata scelta concordemente da tutte le Chiese. Inoltre, è cara al mondo orientale. E oggi l’Oriente è sempre più fra le nostre case, come conferma la crescita dei fedeli ortodossi in Italia, seconda realtà cristiana nella Penisola dopo quella cattolica».
C’è chi sostiene che il cammino ecumenico abbia avuto una battuta di arresto con la guerra in Ucraina per la “benedizione” dell’invasione russa da parte del patriarcato di Mosca.
«A livello mondiale si sono registrate profonde fratture, partendo dal mondo ortodosso. Ma a noi sta a cuore ribadire che c’è una via italiana dell’ecumenismo capace di andare oltre certi dissidi. Il nostro patto indica la volontà di mantenere sempre aperta la porta del dialogo e di assumerci la responsabilità che non si facciano passi indietro».
“Uno solo è il corpo, uno solo è lo Spirito come una sola è la speranza alla quale Dio vi ha chiamati” è il filo conduttore della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani 2026 che inizia domenica 18 gennaio.
«Il tema è richiamo a non essere comunità autoreferenziali. Ed è invito a comprendere che l’ecumenismo non è un’operazione di ingegneria ecclesiale ma un cammino di fede in cui ciascuno di noi è fratello in Cristo».
Dopo Nicea, papa Leone ha dato appuntamento alle Chiese cristiane a Gerusalemme per il 2033, durante il Giubileo della redenzione.
«Spesso valutiamo la crisi del cristianesimo in Occidente come crisi di quantità, ossia come assottigliamento dei numeri. Invece, è una crisi di qualità: serve, cioè, comprendere quanto siamo all’altezza di annunciare la novità disarmante del Vangelo. Ecco perché il 2033 ci deve già interrogare e stimolare».

Al via la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani

“Uno solo è il corpo, uno solo è lo Spirito come una sola è la speranza alla quale Dio vi ha chiamati”: è il versetto della Lettera di san Paolo agli Efesini a fare da filo conduttore alla Settimana di preghiera dell’unità dei cristiani 2026 che comincia domenica 18 gennaio. Sette giorni di dialogo ecumenico, compresi tra la festa della cattedra di san Pietro e quella della conversione di san Paolo. Proprio domenica 25 gennaio, solennità della conversione di san Paolo, Leone XIV concluderà la Settimana con la celebrazione dei Vespri nella Basilica di San Paolo fuori le Mura a Roma alle 17.30. Quest’anno le riflessioni sono state preparate dalla Chiesa apostolica armena di tradizione ortodossa, con i “fratelli” delle Chiese armene cattoliche ed evangeliche. Riconosciuta come una delle più antiche comunità cristiane al mondo, la Chiesa apostolica armena è stata fondamentale nella turbolenta storia dell’Armenia fornendo continuità e stabilità durante le persecuzioni, le migrazioni forzate e il genocidio del 1915. Dopo la fine dell’Urss nel 1991, l’Armenia ha vissuto una rinascita religiosa: così la “sua” Chiesa ha recuperato un ruolo centrale nella società e oggi vanta una fiorente tradizione di ecumenismo. Nella Penisola la presentazione al testo italiano è curata dal Consiglio delle Chiese cristiane di Trento, la «città di quel Concilio che nel XVI secolo ha vissuto la rottura tra la Chiesa cattolica e le Chiese nate dalla Riforma, ma che in tempi recenti ha fatto del cammino ecumenico un suo impegno costante», si legge. Nel sussidio si sottolinea che la diversità «non è un ostacolo ma una ricchezza», che le sfide di oggi «mettono alla prova la capacità di unirsi delle Chiese», che «l’educazione alla fede è cruciale per promuovere l’unità», che va puntato sulla «testimonianza comune».

Le due giornate delle Chiese cristiane in Italia a Bari: ecco il programma

È la prima volta che si incontrano i delegati delle comunità cristiane in Italia. Cento in tutto, che saranno protagonisti del Simposio senza precedenti che riunirà a Bari le Chiese della Penisola. L’appuntamento che vuole scrivere insieme la “via italiana del dialogo” ecumenico prevede sessioni aperte a tutti. Venerdì 23 gennaio, alle 18, nella chiesa di Maria Assunta e San Sabino si svolgerà l’apertura dell’evento con i saluti istituzionali e l’introduzione. Alle 21, nella Basilica di San Nicola, un concerto-meditazione a cura della fondazione “Frammenti di luce”. Sabato 24 gennaio, dalle 8.15 alle 8.45, ciascuna confessione pregherà secondo la propria tradizione in un luogo significativo della città (il Centro pastorale ortodosso romeno Santissima Trinità; la Chiesa cristiana evangelica battista; la parrocchia di San Ferdinando). Alle 17, nella Cattedrale, è prevista la conclusione del Simposio e alle 18.30 nella Basilica di San Nicola è in programma la celebrazione ecumenica nazionale della Parola. La delegazione cattolica sarà guidata dal presidente della Cei, il cardinale Matteo Zuppi.
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Dall’Armenia, antica terra di fede, l’invito a pregare per l’unità dei cristiani nel mondo (Cath 17.01.26)

«Uno solo è il corpo, uno solo è lo Spirito come una sola è la speranza alla quale Dio vi ha chiamati» (Efesini 4, 4) è il tema della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani 2026, che si celebra come ogni anno, in buona parte nel mondo, dal 18 al 25 gennaio. Lo hanno scelto le Chiese dell’Armenia, su mandato della Commissione Fede e Costituzione del Consiglio ecumenico delle Chiese e del Dicastero vaticano per la promozione dell’unità dei cristiani, che la promuovono congiuntamente dal 1968.

L’occasione è dunque propizia per parlare dell’Armenia (indipendente dall’ex-Unione Sovietica dal 1991), che fu la prima nazione al mondo ad adottare il cristianesimo come religione di Stato, precisamente nel 301. Di tale primogenitura il popolo armeno va tuttora fiero, ma poche tracce di quel periodo sono sopravvissute alle distruzioni e alle guerre che periodicamente hanno afflitto un Paese che conta circa 3 milioni di abitanti, mentre si stima che siano circa 8 milioni gli armeni che vivono in diaspora. Di tutte le persecuzioni, la più feroce è stata il genocidio perpetrato dalla Turchia a partire dal 1915, costato tra 800 mila e un milione e mezzo di morti, a seconda delle fonti.

Il conflitto con l’Azerbaigian e il confronto con il governo

Molto più vicino a noi, devastante è stato il conflitto tra l’Armenia e l’Azerbaigian (1988-2025), con l’assalto di quest’ultimo all’enclave armena del Nagorno-Karabakh, che ha costretto alla fuga oltre 120 mila armeni. Con la sconfitta dell’Armenia nella seconda guerra in quella zona, nel 2020, iniziarono a deteriorarsi le relazioni tra il governo (segnatamente il primo ministro Nikol Pashinyan) e la Chiesa apostolica, che si sono poi inasprite negli ultimi mesi.

Diversi vescovi (pare la metà del totale) e preti sono stati arrestati e incarcerati e secondo Christian Solidarity Worldwide, organizzazione internazionale che si occupa delle persecuzioni dei cristiani nel mondo, il governo sta cercando di prendere il controllo della Chiesa, preconizzando la sostituzione del suo leader, il catholicos Karekin II, con un comitato gestito dallo Stato.

La Chiesa apostolica armena: alcuni dati

La Chiesa apostolica armena fa parte delle antiche Chiese orientali, dette pre-calcedonesi. È guidata dal 1999 dal catholicos (cioè il patriarca), come detto Karekin II, la cui sede è a Echmiadzin. Un secondo catholicos, Aram I di Cilicia, risiede ad Antelias, in Libano. Ad essi si aggiungono altre due entità ecclesiastico-giuridiche, il patriarcato armeno di Gerusalemme e quello di Costantinopoli, senza dimenticare una forte presenza della Chiesa armena nella diaspora, in particolare in Iran, negli Stati Uniti, in Canada, in Siria, in Russia e nell’Europa occidentale.

In Armenia, la Chiesa apostolica comprende oltre il 90 per cento della popolazione. Il resto dei cristiani si suddivide in minoranze protestanti, cattoliche (sia latini sia armeno-cattolici) e di altre denominazioni ortodosse orientali. La Chiesa apostolica – si legge nel sussidio preparato per la Settimana di preghiera – si impegna a costruire relazioni con le altre comunità cristiane e con altre religioni, segnatamente con l’islam.

Celebrazione a Lugano il 25 gennaio con mons. De Raemy

Anche nella Svizzera italiana sono numerose le celebrazioni ecumeniche che si terranno in occasione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani (vedi box). Quella cantonale, organizzata dalla Comunità di lavoro delle Chiese cristiane, avrà luogo domenica 25 gennaio alle ore 16 nella chiesa evangelica di viale Carlo Cattaneo 2 a Lugano. Predicherà il vescovo Alain de Raemy, amministratore apostolico della diocesi di Lugano.

Le altre celebrazioni in Ticino

  • Sabato 17 gennaio: ore 17.30, chiesa parrocchiale di Chiasso;
  • Domenica 18 gennaio: ore 18, chiesa nuova di Locarno (via Cittadella 17);
  • Lunedì 19 gennaio: ore 18, chiesa evangelica riformata di Ascona;
  • Martedì 20 gennaio: ore 18, collegiata di S. Vittore, Muralto;
  • Mercoledì 21 gennaio: ore 18, chiesa di S. Cristoforo, Caslano; ore 18, chiesa di S. Lorenzo, Losone;
  • Giovedì 22 gennaio: ore 17, chiesa parrocchiale di Quartino; ore 18, chiesa SS. Luca e Abbondio, Avegno;
  • Venerdì 23 gennaio: ore 18, chiesa di S. Caterina a Locarno (via delle Monache 2);
  • Sabato 24 gennaio: ore 17.30, chiesa prepositurale di Tesserete.

Per chi volesse «sconfinare», segnaliamo anche l’ormai tradizionale celebrazione ecumenica per l’unità dei cristiani che si terrà giovedì 29 gennaio alle ore 20.30 nel santuario della Caravina a Cressogno (Valsolda).

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Abbiamo chiuso reciprocamente la pagina dell’inimicizia: il presidente dell’Assemblea armena sulle relazioni Armenia-Turchia (Notizie da est 17.01.26)

«Esprimo la mia gratitudine al ministro degli Esteri turco e a tutti i nostri partner regionali che supportano la posizione della maggioranza della società armena, chiedendo pace, commercio e lo sviluppo di questo scambio all’interno del quadro del TRIPP [progetto di transito armeno-americano],» ha dichiarato Alen Simonyan, presidente dell’Assemblea Nazionale dell’Armenia, durante un briefing.

Il giorno prima, il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan ha parlato della volontà politica della leadership dell’Armenia, dell’Azerbaigian e della Turchia di risolvere le questioni regionali. Ha anche menzionato le prossime elezioni parlamentari in Armenia.

«Le elezioni parlamentari si svolgeranno in Armenia all’inizio di giugno. Questo sarà un passaggio importante. Attualmente vediamo che, secondo i sondaggi, il signor Pashinyan è in testa. Sosteniamo sinceramente il suo ruolo costruttivo nell’affrontare le questioni regionali. È essenziale che questa linea politica e questa volontà continuino,» ha detto Fidan.

Il presidente dell’Assemblea armena ha sottolineato che i commenti di Fidan non dovrebbero essere visti come un “tentativo di interferenze esterne” negli affari dell’Armenia, come hanno suggerito alcuni media locali ed esperti. Ha accolto con favore la dichiarazione di Fidan.

«La pace nella regione è diventata una realtà. Abbiamo chiuso reciprocamente la pagina dell’inimicizia, e dobbiamo rafforzare questa pace», ha detto Simonyan.

Durante il briefing, Alen Simonyan ha anche affrontato le prossime elezioni estive, la “Trump Route” e la narrativa riguardante la “Azerbaigian Occidentale”.

Punti chiave del briefing del presidente dell’Assemblea armena di seguito.

  • È possibile normalizzare le relazioni Armenia-Turchia senza Baku?
  • Pashinyan dice che la normalizzazione dell’Armenia con la Turchia si avvicina
  • Ararat da rimuovere dai timbri di frontiera dell’Armenia – inchinarsi di fronte alla Turchia?

«Otterremo una maggioranza alle prossime elezioni»

Il presidente dell’Assemblea Nazionale ha confermato che il partito al potere Civil Contract ha approvato la sua lista di candidati per le prossime elezioni. Ha osservato che la selezione dei candidati è stata un processo impegnativo, con ogni sessione che durava dalle sei alle otto ore.

La lista finale comprende sia figure note che nuovi entrati.

«Quasi 400 persone hanno chiesto di essere inserite nella lista del partito Civil Contract. Questo dimostra che la gente comprende che il partito otterrà una maggioranza nelle prossime elezioni. Non c’è alcuna necessità di elargire bonus a chiunque per questo,

ha detto, rispondendo alle accuse secondo cui i bonus pre-Natalizi per i parlamentari e i membri del governo sarebbero una forma di “manovra preelettorale”.

Bonus pre-Natale per i 107 parlamentari armeni — quasi 5.000 dollari ciascuno

I dipendenti pubblici in Armenia ricevono tradizionalmente una cosiddetta tredicesima prima del Capodanno. I bonus pagati ai parlamentari hanno suscitato una fortissima reazione pubblica perché ammontavano a tre volte il loro stipendio mensile regolare.

 

 

“Gli Stati Uniti garantiranno la sicurezza per 49 anni” — sul progetto TRIPP

Parlando del progetto “Trump Route” (TRIPP), il presidente Alen Simonyan ha sottolineato che l’accordo è stato firmato per almeno 49 anni. Ciò significa che “per almeno 49 anni, gli Stati Uniti, in una certa misura, aiuteranno a garantire la sicurezza dei confini e del territorio dell’Armenia.”

TRIPP (Trump Route for International Peace and Prosperity) è una strada che collegherà l’Azerbaigian con l’enclave di Nakhchivan attraverso il territorio armeno.

Per diversi anni, Erevan e Baku non sono riusciti a raggiungere un accordo su questa questione. L’Azerbaigian ha chiesto la fornitura di una strada che chiamava “corridoio di Zangezur.” Le autorità armene hanno risposto che erano pronte ad sboccare tutte le strade ma non hanno accettato il termine “corridoio”, che implica perdita di controllo e diritti sovrani sul territorio.

Solo l’8 agosto, a Washington, le parti hanno convenuto che la strada rimarrebbe sotto il controllo sovrano dell’Armenia, con gli Stati Uniti che agiscono come partner commerciali nel processo di sblocco. Il progetto è stato successivamente denominato la “Trump Route” dopo il mediatore.

«TRIPP è un sistema di sicurezza non solo perché stiamo iniziando a commerciare [con l’Azerbaigian], il che rafforza la pace. Gli Stati Uniti hanno i propri interessi qui. Oltre ad altri partner — europei e russi, che hanno interessi economici qui — anche gli Stati Uniti hanno una partecipazione», ha spiegato Simonyan.

Il presidente ha ricordato che l’Armenia aveva in passato seguito un approccio diverso:

«Eravamo amici con un solo centro. E quel centro, quando gli conveniva, o quando avevano altre priorità, ci utilizzava come pedina di scambio.»

Ora, ha detto, l’Armenia sta perseguendo una politica diversa, costruendo relazioni con i vicini più prossimi e stabilendo alleanze con vari paesi, inclusi i membri dell’Unione Europea.

Interesse degli Stati Uniti nel progetto TRIPP: arriva al 74%, dicono Yerevan e Washington

L’Armenia concederà all’azienda che realizzerà il progetto diritti di costruzione per 49 anni. Se il termine viene esteso, la partecipazione dell’Armenia salirà dal 26% al 49% nei successivi 50 anni. Dettagli dal ministro degli Esteri armeno Ararat Mirzoyan

 

Mirzoyan sulla realizzazione di TRIPP

 

«Non notate i cambiamenti?» – sulla narrativa della ‘Azerbaigian Occidentale’

I giornalisti hanno espresso preoccupazione per il fatto che le autorità armene continuino a parlare di pace stabilita nella regione, mentre il presidente dell’Azerbaigian finanzia personalmente la promozione della narrativa della “Azerbaigian Occidentale.”

Baku ha iniziato attivamente a promuovere la narrativa della “Azerbaigian Occidentale” nel dicembre 2022, che si riferisce effettivamente all’intero territorio sovrano dell’Armenia. Le autorità armene, incluso il primo ministro Nikol Pashinyan, hanno ripetutamente affermato che non può esserci una “Azerbaigian Occidentale” sul territorio armenio. Secondo lui, il termine può applicarsi solo alla parte occidentale dell’Azerbaigian stesso.

Il presidente dell’Assemblea ha risposto che è ingenuo supporre che qualsiasi narrativa politica in Azerbaigian possa esistere senza la conoscenza del capo dello Stato. Ha aggiunto, tuttavia, che non dispone di informazioni sul finanziamento.

Per quanto riguarda la diffusione della narrativa della “Azerbaigian Occidentale” e le pretese sul ritorno degli azero alla “patria dei loro antenati,” Simonyan ha affermato che la leadership armena è consapevole di queste dichiarazioni e sta dialogando con la controparte azera:

«Queste dichiarazioni stanno cambiando. Confronta le dichiarazioni del loro presidente, del suo assistente e del ministro degli esteri di 3–4 anni fa con quelle di oggi. Non noti i cambiamenti?

Il presidente dell’Assemblea ha riconosciuto che restano problemi, ma ha sottolineato che la pace è stata stabilita e deve essere preservata:

«Naturalmente, l’Azerbaigian compie certi passi negativi, e glielo facciamo presente».

‘Primo accordo economico dall’indipendenza’: petrolio azero arriva in Armenia

Ventidue carri di petrolio sono arrivati in Armenia dall’Azerbaigian via ferrovia attraverso la Georgia. Commenti economisti e reazioni degli utenti dei social media armeni.

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Nella Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani si prega con testi armeni (Korazym 17.01.26)

Da domenica 18 a domenica 25 gennaio, tra la festa della cattedra di san Pietro e quella della conversione di san Paolo, nell’emisfero nord si celebra la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani, iniziativa ecumenica in cui i cristiani di tutto il mondo, appartenenti a diverse tradizioni e confessioni, si riuniscono spiritualmente in preghiera per l’unità della Chiesa.

‘Uno solo è il corpo, uno solo è lo Spirito come una sola è la speranza alla quale Dio vi ha chiamati’, frase tratta dalla Lettera agli Efesini, è il tema proposto per quest’anno. San Paolo ricorda che si è tutti chiamati a vivere in comunione e che, attraverso il dialogo, la collaborazione e la testimonianza comune, si può costruire una Chiesa unita e forte, in grado di affrontare le sfide di questo tempo per realizzare, così, la visione di Cristo per la sua Chiesa: un corpo unito, che riflette la sua gloria e il suo amore nel mondo e si impegna per la pace, la giustizia, la dignità umana e il diritto alla patria.

Il sussidio per la Settimana di quest’anno è stato elaborato dalla Commissione internazionale nominata dal Dicastero per la promozione dell’unità dei cristiani (DPUC) e dalla Commissione Fede e costituzione (F&C) del Consiglio ecumenico delle chiese (CEC) riunitasi dal 13 al 18 ottobre 2024 presso la Santa Sede di Etchmiadzin, in Armenia. Durante l’incontro, presieduto dal reverendo dott. Mikie Roberts del CEC e dal reverendo p. Martin Browne del DPUC, i rappresentanti del Gruppo locale armeno hanno collaborato con la Commissione internazionale.

La Chiesa apostolica armena fa parte della tradizione ortodossa orientale ed è costellata dalla presenza di numerosi martiri. I suoi rituali, in ambito teologico e liturgico, influenzati da antiche usanze cristiane e da influssi culturali armeni, riflettono un’intensa spiritualità. Vanta una fiorente tradizione di ecumenismo e si impegna a costruire relazioni con altre comunità cristiane. Negli ultimi decenni ha avviato il dialogo con varie denominazioni, tra cui le Chiese cattoliche, ortodosse e protestanti, cercando con tutte un terreno comune e preservando al contempo il proprio patrimonio unico. La partecipazione al Consiglio ecumenico delle chiese e le sue relazioni con il Vaticano e altri organismi ecumenici mostrano il suo impegno per l’unità dei cristiani e per il progresso nella comprensione reciproca.

L’unità delle chiese cristiane è una chiamata fondamentale che richiede un impegno collettivo. Superare le divisioni storiche, affrontare le sfide contemporanee e lavorare insieme per il bene comune sono passi essenziali per realizzare questa unità.

Nelle note introduttive del testo si specifica in cosa consiste l’unità per la Chiesa armena: “La Chiesa apostolica armena, attraverso le sue pratiche ed i suoi insegnamenti, propone una profonda riflessione sull’essenza dell’unità all’interno del Corpo di Cristo, intesa non solo come semplice concetto, ma come realtà viva e pulsante. Recitando il Credo, i fedeli dichiarano di credere in ‘una Chiesa santa, cattolica e apostolica’, professando così la centralità di questa unità nella loro vita spirituale.

Questo impegno all’unità trova la sua massima espressione nelle sinassi eucaristiche della Chiesa, dove le preghiere della comunità non hanno come unici destinatari i cristiani di tutto il mondo e i loro leader spirituali, ma anche l’unità della Chiesa stessa. Ogni domenica, durante la liturgia, i fedeli si abbracciano l’un l’altro e cantano: ‘La Chiesa è diventata una’, manifestazione tangibile della loro fede collettiva e dello scopo condiviso che li unisce.

La lunga storia della Chiesa armena e dei suoi leader, costellata dalla presenza di numerosi martiri, è una chiara testimonianza dell’impegno incrollabile degli Armeni e della loro capacità di preservare la fede cristiana nella terra d’Armenia e nella regione circostante. L’unità all’interno della Chiesa dovrebbe trascendere l’affermazione dottrinale; infatti, si tratta di un’esperienza vissuta che approfondisce l’identità spirituale dei fedeli e rafforza la loro testimonianza collettiva. Abbracciando e vivendo questa unità, la Chiesa apostolica armena non solo onora le sue sacre tradizioni, ma contribuisce anche in modo significativo alla maggiore unità della Chiesa di Cristo. Questa riflessione ci invita a riconoscere e abbracciare il potere trasformativo dell’unità, sia all’interno delle nostre comunità di fede sia nella Chiesa più ampia”.

Le origini della Chiesa apostolica armena sono profondamente radicate negli insegnamenti degli apostoli Taddeo e Bartolomeo, che evangelizzarono l’Armenia già nel I secolo d.C., tuttavia, fu sotto la guida di san Gregorio l’Illuminatore, il primo Catholicòs (Patriarca) ufficiale dell’Armenia, che il cristianesimo iniziò a fiorire. Nel 301 d.C., sotto il re Tiridate III, l’Armenia fu la prima nazione ad adottare il cristianesimo come religione di Stato, un evento che ne contraddistinse il carattere di pioniere della fede molto prima che l’Impero romano aderisse al cristianesimo.

La Santa Sede di Etchmiadzin, situata vicino a Yerevan, è il centro spirituale e amministrativo della Chiesa apostolica armena. La Sacra Tradizione narra che in questo luogo san Gregorio ricevette una visione divina di Cristo che scendeva dal cielo e colpiva il suolo con un martello d’oro, indicando questo sito come sede ideale per la prima cattedrale armena. Questa visione portò alla costruzione della cattedrale di Etchmiadzin, una delle chiese più antiche del mondo, simbolo del legame duraturo tra la Chiesa armena e i suoi fedeli.

Durante i secoli, la Santa Madre Sede ha continuato ad essere centro di spiritualità ed autorità ecclesiastica, offrendo guida ai fedeli e tutelando il patrimonio cristiano armeno. La Chiesa apostolica armena fa parte della tradizione ortodossa orientale, caratterizzata da specifiche pratiche teologiche e liturgiche. I suoi rituali, influenzati sia da antiche usanze cristiane sia da influssi culturali armeni, riflettono una profonda riverenza ed una intensa spiritualità.

La Divina Liturgia, insieme ai sacramenti della Chiesa, che sono celebrati in armeno classico, comprendono canti secolari, uso di incenso e paramenti ornamentali, che insieme creano un’atmosfera che avvicina i fedeli alla Chiesa degli albori. La Chiesa apostolica armena, in conformità con gli insegnamenti dei primi tre Concili ecumenici, sostiene la dottrina apostolica della Santa Trinità e la pienezza della divinità e dell’umanità di Cristo, in linea con l’unanime comunione ortodossa orientale. La Chiesa afferma che Cristo ha sofferto, è stato crocifisso, è risorto il terzo giorno, è asceso al cielo e attende di tornare nella gloria per giudicare i vivi e i morti. Questa interpretazione cristologica è fonte di profonda ispirazione per il pensiero teologico della Chiesa e, nel corso della storia, ne ha influenzato le relazioni ecumeniche.

Attraverso il sacramento del battesimo, gli Armeni rinascono in Cristo e partecipano alla vita divina attraverso il sacramento della Santa Comunione e la celebrazione dell’Eucaristia. La Chiesa crede che lo Spirito Santo, che ha ispirato i profeti e gli apostoli, continua a ispirare i fedeli e a guidare la Chiesa, che è una, santa, cattolica e apostolica. La Chiesa amministra un unico battesimo e proclama la risurrezione dei morti, il giudizio eterno e la promessa di vita eterna nel Regno dei Cieli.

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Leone XIV: rafforziamo la preghiera per la piena unità visibile dei cristiani

La “pace” azero-turca per l’Armenia (Korazym 17.01.26)

Korazym.org/Blog dell’Editore, 17.01.2026 – Vik van Brantegem] – Si parla di “pace” tra Armenia e Azerbaigian ma la realtà è diversa.

Il Presidente dell’Azerbaigian, Ilham Aliyev, non ha smesso di considerare il territorio dell’Armenia come il cosiddetto “Azerbaigian occidentale”.

Aliyev chiede il “ritorno” degli Azeri in Armenia.

L’Azerbaigian chiede di modificare la Costituzione dell’Armenia.

Parte del territorio dell’Armenia continua ad essere occupato dall’Azerbaigian.

Aliyev continua a parlare del cosiddetto “Corridoio di Zangezur” (strada extraterritoriale azera che taglia l’Armenia in due) e non del TRIPP (Trump Route for International Peace and Prosperity: destinato a stabilire una connettività di transito multimodale senza ostacoli sul territorio dell’Armenia, contribuendo alla pace, alla stabilità e all’integrazione regionale sulla base del rispetto della sovranità, dell’integrità territoriale e della giurisdizione degli stati).

 

Il patrimonio armeno millenario nell’Artsakh viene cancellato dai vandali Azeri.

Anche nel 2026, i 120.000 sfollati forzati Armeni dell’Artsakh (Nagorno-Karabakh), privati della loro patria, certamente non potranno fare ritorno a casa. Forse ciò non avverrà mai a meno che, caduto il dittatore azero, un nuovo Azerbaigian democratico volti pagina e seppellisca una volta per tutte la retorica di guerra.

Il 2026 potrebbe forse portare a nuovi passi verso la normalizzazione delle relazioni di Armenia con Turchia e lo stesso Azerbaigian. Ma la parola “pace” è stata abusata fin troppo, soprattutto da media e politici che non si rendono ben conto della situazione nel Caucaso meridionale.

Ci sarà “pace”, non quando verrà firmato un trattato vero e proprio, ma solo quando saranno rilasciati i prigionieri di guerra armeni, i soldati azeri si ritireranno dal territorio dell’Armenia, i monumenti dell’Artsakh saranno preservati e non oggetto di vandalismi o demolizioni da parte degli occupanti azeri.

Ci sarà “pace”, quando a Baku smetteranno di parlare di “Azerbajgian occidentale”, quando impareranno a usare una narrazione non di minaccia e di aggressione, quando nelle scuole elementari dell’Azerbaigian non si insegnerà più a odiare l’Armeno e non si bruceranno più le sue bandiere.

 

Il 14 gennaio 2026, l’Azerbaigian ha rilasciato e rimpatriato quattro prigionieri Armeni detenuti a Baku.

Almeno 19 Armeni continuano a essere prigionieri in Azerbaigian, dove sono sottoposti a torture e maltrattamenti, privati dei loro diritti fondamentali e oggetto di processi farsa basati esclusivamente sulla loro identità armena.

L’Azerbaigian continua a praticare la cosiddetta “diplomazia degli ostaggi” allo scopo di estorcere concessioni politiche all’Armenia.

Non si può consentire all’Azerbaigian di avere una copertura o l’impunità per il continuo detenzione illegale e gli abusi sui prigionieri Armeni. L’ANCA (Armenian National Committee of America – la più grande e influente organizzazione di base armeno-americana negli Stati Uniti – chiede al governo Trump di intensificare gli sforzi per garantire l’immediata e incondizionata liberazione di tutti i prigionieri Armeni rimanenti e si rivolge al Congresso degli Stati Uniti chiedendo l’adozione della Legge sul partenariato strategico con l’Armenia (ARMENIA Security Partnership Act, H.R.6840) e della Legge sulla revisione delle sanzioni contro l’Azerbaigian (Azerbaijan Sanctions Review Act, H.R.5369), al fine di ritenere l’Azerbaigian responsabile per i crimini di guerra e le violazioni dei diritti umani.

“È necessario lavorare ogni giorno e lottare incessantemente per il ritorno di altri prigionieri di guerra armeni, detenuti in Azerbaijan”, ha scritto l’Ombudsman dell’Artsakh, Gegam Stepanian, in relazione al trasferimento in Armenia dei 4 prigionieri Armeni detenuti dall’Azerbaigian.

Attualmente nelle prigioni azere si trovano otto ex funzionari dell’Artsakh: gli ex Presidenti Arkady Ghukasyan, Bako Sahakyan, Arayik Harutyunyan, il Portavoce del Parlamento David Ishkhanyan, l’ex Ministro di Stato Ruben Vardanyan, l’ex Comandante dell’Esercito di Difesa Levon Mnatsakanyan, l’ex Vice Comandante dell’Esercito di Difesa David Manukyan e l’ex Ministro degli Esteri David Babayan.

Secondo la parte azera, fino al 14 gennaio 2026 erano detenuti in Azerbaijan un totale di 23 Armeni, 16 dei quali sono stati catturati dopo l’attacco militare dell’Azerbaigian all’Artsakh il 19 settembre 2023. Per 7 di loro sono state emesse “sentenze”. Attualmente su 16 persone si stanno svolgendo i cosiddetti “processi”.

I difensori dei diritti umani armeni hanno dichiarato che in realtà nelle prigioni azeri potrebbero esserci molti più armeni.

La speranza è che Aliyev, tronfio per le sconfitte inflitte al nemico armeno, sia indotto a rilasciare se non tutti almeno una buona parte dei prigionieri Armeni in Azerbaigian. Contiamo (non molto) sulla pressione internazionale (comunque molto fiacca) e su qualche iniziativa del governo armeno (che apparentemente non si scompone più di tanto).

 

Questa nella prima foto era la via Tumanyan a Stepanakert, capitale dell’Artsakh ora occupato. La maggior parte delle case furono costruite nel XIX secolo, e ospitavano la quinta e sesta generazione di Armeni di Artsakh. Alcune di queste case furono costruite dagli Armeni di Shushi, quando, dopo i pogrom del 1920, il governo dell’Azerbaigian sovietico proibì agli Armeni di tornare a Shushi. Allora essi smontarono le loro case pezzo per pezzo, le portarono a Stepanakert e le ricostruirono da zero. Ora la strada è stata demolita dagli occupanti Azeri.

Ecco (seconda foto) come appare oggi via Tumanyan. Tutte le case con l’autentica architettura armena sono state distrutte in due anni e al loro posto è stato costruito questo Parco della Vittoria di Aliyev. Il 24 dicembre 2025, nel giorno del compleanno del dittatore e alla sua presenza, è stato inaugurato. L’elemento centrale del complesso è un’arca alta 44 metri, oltre a una scala di 44 gradini, a simboleggiare l’aggressione del 2020 contro l’Artsakh, condotta con il sostegno attivo della Turchia e l’utilizzo di mercenari.

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