Politica estera L’India soccorre l’Armenia (Iralia Oggi, 03.12.25)

L’India sta espandendo i legami militari con l’Armenia per rafforzare la propria influenza nella regione del Caucaso, dato che gli equilibri di potere creatisi nell’area ne mettono a rischio la sicurezza. I due paesi sono sul punto di stipulare un memorandum d’intesa nel settore della difesa per un valore compreso tra 3,5 e 4 miliardi di euro. Il fulcro di questo accordo sarà rivolto alla modernizzazione dei sistemi di difesa aerea, dei complessi missilistici e del potenziale di artiglieria dell’Armenia. Inoltre, potrebbe prevedere la vendita da parte dell’India di complessi missilistici terra-aria di nuova generazione Akash-Ng, caccia da guerra e missili ipersonici BrahMos.

Le motivazioni dell’India nel Caucaso

Per la superpotenza asiatica è fondamentale accreditarsi quale partner credibile a cui l’Armenia possa affidarsi per meglio attrezzare la sua difesa. Le ragioni sono molteplici: dopo la firma, avvenuta nell’agosto 2025, di un accordo di tregua duratura tra Azerbaigian ed Armenia, mediato dagli Stati Uniti, si è di fatto certificata la paternità degli azeri sul Nagorno Karabakh (un territorio parte, secondo il diritto internazionale, dell’Azerbaigian ma storicamente abitato da oltre 300mila armeni) e confermata a maggiore importanza di quest’ultimi sullo scacchiere internazionale rispetto all’Armenia.

Il dislivello di potere si è generato grazie alle maggiori capacità militari che gli azeri hanno dimostrato durante ogni conflitto combattuto con il proprio avversario fino ad imporgli la firma di un patto di non belligeranza in cui ha dovuto accettare considerevoli concessioni. Per l’India lo scenario descritto rappresenta un pericolo, dato che l’Azerbaigian sta acquisendo armamenti sofisticati dal Pakistan, con cui ha stretto ottimi rapporti diplomatici.

Quest’

La minaccia del Pakistan e l’indebolimento della Russia

Quest’ultimo rappresenta la maggiore minaccia esistente per la sicurezza indiana ed è dotato anch’esso di armamenti nucleari, sebbene esclusivamente tattici e non strategici. Gli accordi che con l’Azerbaigian ha sviluppato nel settore della difesa hanno visto il culmine nel mese di febbraio 2025: sono stati annunciati investimenti militari reciproci tra i due Stati per una cifra superiore ai 2 miliardi di euro.

L’India è consapevole che dietro la diplomazia apparentemente concentrata solo sulla cooperazione militare c’è la volontà pakistana di penetrare nella ridefinizione delle sfere di influenza del Caucaso. Questa sta avvenendo a seguito dell’indebolimento della Russia: complice le difficoltà economiche e militari riscontrate nel corso della guerra in Ucraina non è intervenuta in difesa dello storico alleato armeno quando lo stesso è stato attaccato dagli azeri, umiliando la propria immagine agli occhi degli altri attori locali.

Il ruolo della Turchia e la posizione dell’Armenia

Il vuoto di potere da questa debolezza scaturito è stato velocemente colmato dalla Turchia. Ovvero, l’attore predominante nella regione e che vanta il più stretto legame con l’Azerbaigian sull’intero scacchiere internazionale, al punto da ricoprirne il ruolo di protettore. Sono proprio i turchi ad aver benedetto l’espansione della cooperazione militare tra l’alleato di ferro ed il Pakistan, evento che ha incriminato pure i rapporti tra il premier indiano Narendra Modi ed il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. turco Recep Tayyip Erdogan. Nel panorama diplomatico descritto, l’Armenia resta un attore nettamente più debole e relegato ai margini della politica caucasica.

L’opportunità per l’India e il rafforzamento della presenza

Un fattore che rappresenta un’opportunità per l’India: sviluppando i legami diplomatici e la cooperazione con gli armeni, mira ad arrestare l’espansione di influenza dei suoi avversari nella regione.

Nonostante gli accordi sulla vendita di armamenti con l’Armenia proseguano da anni, recentemente i termini degli stessi sono stati resi pubblici e commentati con soddisfazione dalle istituzioni indiane. Quest’atteggiamento segnala la volontà di mostrare agli altri attori che hanno interessi nel Caucaso, Pakistan su tutti, l’obiettivo di rafforzare la propria presenza nella regione. (riproduzione riservata)

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Il quartiere armeno di Trieste? Un mito senza fondamento (IlPiccolo 03.12.25)

Un ordine di monaci era presente in città ma non costituì una comunità etnica. A sfatare questo mito in un libro è Giorgio Tumanischvili

Paolo Marcolin
03 dicembre 2025
3′ di lettura

 

La chiesa armena di via Giustinelli
La chiesa armena di via Giustinelli
Da sedici anni Trieste convive con un mito urbano: il cosiddetto quartiere armeno, sul colle di San Vito, dove avrebbe vissuto la comunità armena di Trieste. Una definizione affascinante, suggestiva, ma priva di radici storiche. Di fatto, nessuno aveva mai parlato di “borgo armeno” o “quartiere armeno” prima del marzo 2008, quando ad introdurre per la prima volta l’espressione fu la mostra organizzata dal comune di Trieste “Armeni a Trieste tra Settecento e Novecento”, suggerendo che l’area tra via Tigor, via Giustinelli e via Ciamician avesse in passato una «decisa connotazione armena».

Una tesi rilanciata addirittura nel 2019, quando nel catalogo bilingue della mostra aperta a Yerevan nel 2019 col titolo “La forma del colore: dal Rinascimento al Rococò. Capolavori dalla Galleria nazionale d’arte antica di Trieste” si legge: «A Trieste si sviluppa il cosiddetto borgo armeno, con case e giardini».

Con il compito di sfatare questo mito Giorgio Tumanischvili, un signore che abita da sempre in via Giustinelli e che si è sentito chiamare in causa, anche per motivi di discendenza famigliare, dalla costruzione di quella che per lui è una leggenda metropolitana. L’esito del suo lavoro è il libro “Il borgo armeno che non c’è” (Luglio editore, 117 pagg., 15 euro).

Questa idea, o meglio questo fattoide, come lo chiama Tumanischvili, nacque dall’unione affrettata di tre elementi reali ma insufficienti a definire un quartiere etnico: la presenza dei Padri Mechitaristi tra il 1773 e il 1810; la denominazione ottocentesca di Contrada degli Armeni, assegnata in ricordo dei monaci e non di una comunità; e il ritorno dei Mechitaristi nel 1846, culminato nella costruzione della chiesa di via Giustinelli. Tuttavia, nessuno di questi fatti indica l’esistenza di un insediamento armeno strutturato. I Mechitaristi erano un piccolo ordine religioso, non un centro di aggregazione civile. Nel Settecento, prima dell’arrivo dei primi monaci espulsi da Venezia nel 1773, gli armeni in città erano appena quattro. Anche Giacomo Casanova, che trascorse a Trieste una parte del suo esilio, alloggiato alla Locanda Grande dal 15 novembre 1772, ci ha lasciato un’idea di quanti armeni ci fossero in città. In una lettera del 20 maggio 1774 scrive che, per effetto della venuta dei monaci ribelli: «Questi secolari sono finora nel numero di trenta, mentre nell’anno passato non ve n’erano che quattro».

Una testimonianza autorevole arriva perfino da un articolo del 1889 della rivista armena Handes Amsorya: «A Trieste non ci sono mai stati tanti Armeni da poter costituire una comunità». Un individuo emblematico, Giorgio Giustinelli, di origine armena, rimase a Trieste fino alla morte nel 1850 e vendette parte dei suoi terreni ai Mechitaristi. Neppure nel 1913, consultando la Guida Generale di Trieste, emerge una presenza compatta: nelle vie considerate “armene” viveva un solo armeno, il gasista Garabet Mardicossian. Persino le case di proprietà dei Mechitaristi risultavano abitate da italiani, tedeschi e slavi.

L’“armenità” del rione, di fatto, si riduceva alla sola chiesa. Per Tumanischvili, il “borgo armeno” nasce dunque da una suggestione recente, che progressivamente si è trasformata in verità accettata. Dopo il 2008, l’idea è stata ripresa da istituzioni, mostre internazionali e persino dall’Ambasciata d’Italia in Georgia. Dal 2021 la Soprintendenza ha consacrato il concetto di “colle armeno”, rendendo ufficiale un fattoide che non trova riscontro nella documentazione storica”. Il risultato, conclude l’autore, è la costruzione di un frammento identitario immaginato, nato per evocazione culturale più che per realtà demografica. Un “borgo armeno che non c’è”, come l’isola di Peter Pan: seducente, evocativo, ma mai esistito davvero. —

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L’Armenia ha 3 milioni di abitanti e 2 unicorni, un caso? Non proprio, vi portiamo nel paese più innovativo del Caucaso (Wired 03.12.25)

L’ecosistema innovativo armeno conta quasi 150 startup e investimenti da ogni parte del mondo, convivendo con il paradosso della diaspora che alimenta (ma svuota) il Paese
Piazza della Repubblica Erevan Armenia
Piazza della Repubblica, Erevan, ArmeniaBob Krist via Getty Images

Erevan, Armenia – Meno di 3 milioni di abitanti e 144 startup attive, un ecosistema innovativo che cresce del 20% ogni anno e 60mila persone che ci lavorano, quasi la metà di genere femminile. Benvenuti in Armenia, il paese più innovativo dell’area caucasica. La definizione è del Global startup ecosystem index che nel 2022 lo poneva anche davanti a Georgia e Azerbaigian.

Come si posiziona l’Armenia

Nonostante le quattro posizioni conquistate anche nel Global innovation index del 2025, questo Paese non ha ancora superato alcune fragilità strutturali come la corruzione percepita (Transparency International le assegna un punteggio di 47/100 nel Corruption perceptions index 2024) e un sistema bancario digitale inadeguato alle esigenze delle startup.

Abbiamo visitato Erevan, cuore pulsante dell’ecosistema armeno, città popolata da un’alta percentuale di giovani, di cartelli che promuovono tecnologie o viaggi turistici e di università russe, francesi e statunitensi. L’unico elemento poco dinamico è il traffico: la metropolitana iniziata dai russi è ferma a 10 stazioni mentre l’area abitata si espande di giorno in giorno. “Motivi geologici, geopolitici ed economici” accennano gli abitanti, ma intanto i lavori sopra il livello del suolo proseguono, e le risorse energetiche e umane locali alimentano sempre di più i sogni di investitori, big tech e startupper.

Digitec, l’esposizione che ha messo al centro le startup

Per cogliere la natura dell’ecosistema che l’Armenia ha silenziosamente costruito è bastato trascorrere qualche ora a Digitec, l’esposizione armena dedicata alla nuove tecnologie. Quest’anno ha compiuto vent’anni offrendo un’ampia passerella di startup in diverse fasi di sviluppo. La maggior parte di quelle armene sono registrate nel Delaware, negli Stati Uniti, per via del suo sistema giuridico favorevole e dei servizi digitali più efficienti. Malgrado ciò, è difficile interloquire con i founder in lingua inglese. Anche i volantini sono scritti in armeno. Anche se simbolo di identità nazionale, le 39 lettere dell’alfabeto locale diventano una barriera importante per la curiosità degli investitori stranieri giunti qui per trovare opportunità

E ci sono pure due unicorni

Tra le startup più in vista c’è MyTour, una piattaforma “per prenotare viaggi in modo più economico e facile di Booking.com, in Armenia e altrove” spiega il suo team. Affianco c’è Anytime che offre massaggi personalizzati on-demand e li porta anche nelle aziende raccogliendo e gestendo tutto tramite app. E poi c’è Elabs che vuole rivoluzionare il settore dell’energia solare, gestendo meglio chi installa i pannelli. Tra le altre startup abbondano quelle marketing o di ottimizzazione dei processi, l’intelligenza artificiale è presente ma non come la panacea di tutti i mali, spuntano droni cinesi e associazioni locali per insegnare coding e robotica nelle scuole e perfino un’app per educare i giovani armeni a lavarsi i denti, seguendo i consigli di una fatina. Nella folla di idee e imprenditori, studenti e investitori, compaiono anche i due unicorni nazionaliServiceTitan e Picsart. La prima ha raccolto 1,7 miliardi di dollari, la seconda 195 milioni, entrambe hanno un duplice compito: mostrare agli investitori che l’Armenia ci sa fare, e ai giovani cittadini che in Armenia si può fare.

L’Albero della Pace di Seborga abbraccia l’Italia e l’Armenia (La Stampa 03.12.25)

L’Albero della Pace di Seborga abbraccia l’Italia e l’Armenia

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L’albero in piazza a Seborga 

Domenica, alle 10,30, nella piazza di Seborga sarà acceso un albero che è anche un simbolo. «È un abbraccio, un ponte tra bambini lontani ma uguali. Un albero vivo, con le radici, alto 11 metri, probabilmente quello ripiantabile più alto in Liguria – spiegano gli organizzatori – Non verrà tagliato: lo custodiremo. E non consumerà nemmeno un watt di corrente elettrica: tutte le luci sono solari, pulite, senza dispersioni. Rappresenta i colori della bandiera dell’Armenia parla di solidarietà, non di politica. Parla di bambini che hanno perso tutto e di altri bambini che decidono di non lasciarli soli».

Un’opera creata da quasi 1000 bambini grazie alla collaborazione di Istituto comprensivo di Vallecrosia, Luciana Moro, scuole della Vallebona/Valverbone (San Biagio, Perinaldo, Soldano) e dei bimbi di Seborga. Quasi mille disegni: 500 disegni dei bambini armeni rifugiati a Yerevan. Altri 500 dei bambini del comprensorio. Ogni disegno sarà inserito in una pallina dell’albero. Durante l’evento saranno presenti The Scouts del comprensorio, l’Arpa Celtica con Monica Zantedeschi e i bambini che canteranno insieme. Ci sanno anche il sindaco e Nina, la principessa di Seborga.L’iniziativa nasce in collaborazione con Unhcr per sostenere i bambini e le famiglie armene rifugiate che hanno perso case e villaggi. «Da questo gesto nasce un film documentario archeologico e umano tra Armenia ed Etiopia, realizzato da LumiBear, il cui ricavato sarà devoluto ai rifugiati politici armeni e un evento sportivo internazionale a ottobre 2026: Nicole Gorni, atleta di Seborga, incontrerà in pista a Yerevan la campionessa armena del salto con l’asta (31 anni)», ancora gli organizzatori.

 

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Minassian: speranza, unità, pace e giustizia. Questa l’eredità del viaggio del Papa (Vatican News 03.12.25)

“Ci sono quattro parole che personalmente conserverò di questa visita: speranza, unità, pace e giustizia.” Sono questi, secondo il patriarca di Cilicia degli armeni cattolici Raphaël Bédros XXI Minassian, i semi che Papa Leone XIV ha piantato in terra libanese. In un’intervista ai media vaticani, il patriarca commenta il primo viaggio apostolico del Pontefice, all’indomani della sua conclusione.

Un popolo vivo e fedele

Minassian racconta che il Papa è rimasto colpito dalla vitalità e dalla fede delle comunità locali: “Qui, in questo angolo del globo, c’è un popolo che crede, un popolo che soffre in silenzio ma che ha una resistenza forte.” Il patriarca sottolinea come Leone XIV abbia percepito concretamente questi valori negli incontri con i giovani e nella celebrazione conclusiva al Beirut Waterfron

Assorbire e trasformare il male

Ricorda poi con emozione il colloquio personale con il Papa: “Quando gli ho presentato la situazione in cui ci troviamo, dai suoi sguardi si percepiva quanto stesse prendendo tutto sulle sue spalle. Come qualcuno che assorbe il male del tuo cuore, lo porta nel proprio e lo trasforma in un’immagine positiva, in una speranza profonda e solida.”

Il contesto mediorientale

Guardando alle sfide del Medio Oriente, Minassian osserva che la pace non può essere costruita senza una sincera ricerca di equità: “C’è un appello, un grido per instaurare la pace”, che nasce tanto dalla giustizia sociale quanto da quella personale.

L’invito a Gerusalemme

Il viaggio apostolico ha incluso anche l’invito del Papa a tutte le Chiese cristiane per il Giubileo della Redenzione del 2033 a Gerusalemme. Su questo, Minassian commenta: “Penso che sia un inizio; l’unità è già realizzata tra il popolo di Dio.” Il patriarca affida alla preghiera il cammino dell’intera comunità ecclesiale e ribadisce: “La preghiera è un’arma invincibile”

“Non siamo mai soli”

Infine, Minassian ricorda la grande folla radunata in preghiera durante la visita del Papa: “Ero molto commosso nel vedere più di centomila persone pregare.” E conclude: “È per questo che non siamo mai soli. Ed è su questa base che dobbiamo continuare a camminare insieme.”

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Visita Apostolica del Patriarca Minassian

Federica Picchi omaggia Giorgio Petrosyan: “Una leggenda che ha elevato lo sport e l’animo di chi lo segue” (Corriere dell Sport 03.12.25)

In occasione dell’ultimo saluto di Giorgio Petrosyan al ring, Federica Picchi, Sottosegretario con delega Sport e Giovani di Regione Lombardia, ha voluto rendere omaggio a uno degli atleti più influenti della kickboxing moderna.
Presente all’evento, salita sul ring e accolta dallo stesso Petrosyan, Picchi ha condiviso un messaggio di profonda stima verso un campione che, nel panorama sportivo internazionale, ha lasciato un segno destinato a durare.

Il tributo: “110 vittorie, 15 titoli mondiali e un’anima da campione vero”

Nel suo messaggio, Picchi sottolinea ciò che rende Petrosyan un atleta diverso dagli altri: non solo la tecnica straordinaria, non solo una carriera costellata di successi numerici impressionanti – 110 vittorie e 15 titoli mondiali – ma soprattutto uno stile pulito, sempre rispettoso delle regole e dell’avversario. “Giorgio ha portato questo sport a un valore tecnico mai visto prima – ha scritto -. Frutto di serietà, impegno e attenzione: un modello di dedizione per tanti giovani”Un pensiero che va oltre il ring: per Federica Picchi, Petrosyan incarna quella idea di sport come scuola di disciplina, etica e crescita personale, perfettamente coerente con il suo impegno culturale ed educativo.

Un atleta di origine armena, italiano di adozione

 

Picchi ha voluto ricordare anche le radici del campione: un atleta cristiano di origine armena e italiano di adozione, capace di unire culture, linguaggi e comunità. Un profilo umano che ha contribuito a renderlo un’icona, amato non solo per i risultati, ma per il modo in cui li ha conquistati.

 

Un ring che rimane aperto nel cuore delle persone

Accanto a Giorgio, Federica Picchi ha salutato anche il fratello Armen Petrosyan, riconoscendo il ruolo fondamentale che entrambi hanno avuto – e continueranno ad avere – nel diffondere una visione sana, formativa e nobile della kickboxing. “Un caro saluto a lui e a suo fratello Armen, che tanto hanno dato (e tanto ancora daranno) a questo sport”, ha concluso.

Un momento simbolico: una figura culturale che incontra una leggenda dello sport

 

La presenza di Federica Picchi sul ring non è stata un semplice gesto di cordialità: rappresenta l’incontro tra due mondi che condividono gli stessi valori – determinazione, integrità, radici culturali e rispetto – e che insieme parlano ai giovani con un linguaggio forte e necessario. In una società che ha bisogno di modelli credibili, il tributo di Picchi a Petrosyan diventa la conferma di una profonda convinzione: che lo sport, quando è vissuto con disciplina, umiltà e rispetto, diventa uno degli strumenti più potenti per costruire persone forti, società più sane e comunità più unite. Ed è proprio questo che Picchi desidera promuovere: un modello di sport che torna ad essere maestro di vita, capace di elevare non solo il livello tecnico, ma anche l’animo di chi lo pratica e di chi lo osserva.

Uff. Stampa Federica Picchi
Tel. 02.67655162
Email: federica_picchi@regione.lombardia.it

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Kaja Kallas: 15 milioni di euro “per un’Armenia più resiliente” (ImolaOggi 02.12.25)

Kaja Kallas su X: “Oggi abbiamo adottato una nuova agenda strategica per il partenariato UE-Armenia. Si tratta di un’ambizione comune: collaborare più strettamente in molti ambiti, dallo stato di diritto all’economia, ma anche alla cooperazione in materia di liberalizzazione dei visti e sicurezza.
Sono inoltre lieto di annunciare 15 milioni di euro per sostenere la pace e un’Armenia più resiliente.”

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Echi d’Armenia Serata dedicata alla Musica e alla Poesia (OgggiRoma 02.12.25)

Un appuntamento ormai consolidato che anticipa le festività e ne inaugura lo spirito con una serata dedicata alla Musica e alla Poesia.

Domenica 7 dicembre alle ore 17:30, presso l’Auditorium della Basilica di Santa Croce al Flaminio (Via Guido Reni 2D), il pubblico sarà accompagnato in un viaggio emozionante attraverso alcuni dei brani più preziosi della tradizione musicale armena: dal raffinato canzoniere settecentesco di Sayat-Nova alle composizioni intrise di folclore e profondità spirituale di Komitas, fino alle pagine vibranti e moderne dei compositori Aram Khachaturian, Arno Babadjanian e Artemi Ayvazyan. Non mancheranno inoltre brani di compositori europei: Schumann, Tchaikovsky, Rachmaninov e Prokofiev .  A interpretare le opere sarà Natalia Pogosyan, pianista di comprovata esperienza e sensibilità interpretativa.

In dialogo armonioso con le melodie, prenderanno voce – in lingua italiana – i versi di poeti armeni appartenenti a epoche diverse, uniti dal tema universale dell’amore nelle sue molteplici declinazioni.Le parole e le note si intrecceranno per svelare l’anima armena, custode di una storia e di una cultura ricchissime.

L’ingresso è libero fino a esaurimento posti.

E’ consigliabile prenotarsi scrivendo a assoarmeni@gmail.com o chiamando il numero 338 856 0762.

Dove e quando

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Amb. Ferranti a convegno di farmacologi italiani e armeni (Ansa 01.10.25)

(ANSA) – ROMA, 01 DIC – L’Ambasciatore d’Italia a Jerevan, Alessandro Ferranti, ha rivolto un saluto ai partecipanti al secondo Convegno congiunto tra farmacologi italiani e armeni, svoltosi all’Università Statale di Medicina della capitale armena. L’iniziativa è frutto di alcuni anni di dialogo e proficua collaborazione intrapresi con i colleghi dell’Università di Camerino, e si pone in una prospettiva di crescente cooperazione fra le due Università nel campo della farmacologia e delle terapie associate ai trattamenti medico-sanitari e nel quadro degli scambi accademici e scientifici.

Armenia e Azerbaijian, dialogo o performance? (Osservatorio Balcani e Caucaso 01.12.25)

In ottobre, si sono incontrati a Yerevan rappresentanti della società civile armena e azera, o presunti tali, in quello che è stato descritto come uno sforzo per far progredire l’agenda di pace tra i due paesi. Tutti gli occhi sono ora puntati su Baku, che prevede di ospitare il prossimo incontro entro la fine dell’anno.

Se questo incontro si fosse svolto al di fuori della propaganda decennale che denigrava le iniziative transfrontaliere e ne etichettava i partecipanti come traditori o agenti armeni, sarebbe stato naturale accoglierlo come un progresso. Eppure, non è così.

Per molti versi, l’incontro di Yerevan è apparso come un’estensione della coreografia politica di Washington: un processo attentamente gestito, progettato per proiettare progressi evitando questioni scomode. I partecipanti hanno dichiarato ai media che le discussioni sono state “costruttive” e un “passo nella giusta direzione” verso la ricostruzione dei legami e la preparazione delle due popolazioni alla pace. Tuttavia, non hanno fornito dettagli su cosa abbia reso i colloqui costruttivi: nessun ordine del giorno, tempistica o piani concreti, al di là di una visita della delegazione armena a Baku.

I recenti movimenti fra Yerevan e Baku

Dall’incontro di agosto a Washington, è aumentato il ritmo degli scambi ufficiali e semi-ufficiali. A settembre, una delegazione guidata da Andranik Simonyan, capo del Servizio di sicurezza nazionale armeno, ha partecipato ad un forum sulla sicurezza a Baku. A seguire, Murad Muradov, vicedirettore del think tank Centro Topchubashov, ha visitato Yerevan per il vertice NATO. A novembre, un’altra delegazione azera ha partecipato al Forum di Orbeli a Yerevan.

Ciò che colpisce di più di questi incontri è l’apertura, e persino gli elogi, che hanno ricevuto in Azerbaijian. I post pubblici dei partecipanti sui social media sono in netto contrasto con gli anni precedenti, quando tali interazioni venivano spesso tenute segrete per evitare reazioni negative da parte dell’opinione pubblica. I media statali e filogovernativi hanno salutato questi incontri come un progresso senza precedenti.

Ad esempio, Kamala Mammadova, giornalista e direttrice del sito online 1news.az, ha scritto sui social media dopo l’incontro di ottobre a cui ha preso parte: “Molti si chiedono: incontri simili si sono già svolti in passato, ma non hanno prodotto risultati tangibili. La differenza nel formato attuale è che l’incontro si è svolto per la prima volta in un formato completamente bilaterale, senza intermediari o influenze esterne. E si è percepito. C’era un sentimento di genuino interesse da entrambe le parti per il dialogo, una volontà di ascoltare ed essere ascoltati”.

Tuttavia, Mammadova ha omesso che il fallimento degli incontri precedenti è derivato, tra gli altri ostacoli, dal rifiuto delle autorità di sostenere autentiche iniziative di pace. Tra questi, l’emarginazione dei promotori di pace, il predominio di narrazioni etno-nazionaliste, l’uso della propaganda, la mancanza di riforme nei sistemi educativi e la mancanza di informazione attenta al conflitto da parte dei media statali e non statali, solo per citarne alcuni.

Di conseguenza, “le conversazioni tenute da coloro che sostenevano la pace in queste circostanze sono rimaste all’interno di una cerchia ristretta, incapaci di rivolgersi al grande pubblico e gradualmente emarginate dalla retorica nazionalista”, hanno scritto gli studiosi Nazrin Gadimova e Anush Petrosyan.

Gli autori hanno anche sostenuto che negli anni ’90, i primi anni dell’indipendenza, ci fu una breve apertura: scambi intellettuali, diplomazia di base e incontri transfrontalieri tra personalità culturali offrirono sprazzi di dialogo. Tuttavia, nel tempo, le restrizioni autoritarie in Azerbaijian e il lento sviluppo della società civile in Armenia hanno soffocato queste iniziative, relegando ai margini gli sforzi di costruzione della pace.

Contrariamente alle osservazioni di Mammadova, un genuino interesse è sempre stato presente, ma non è riuscito a farsi strada nelle politiche statali al di là delle sale riunioni e degli impegni al dialogo. Di conseguenza, il discorso sulla pace è rimasto distante dai cittadini comuni, confinato ad una ristretta cerchia di operatori e attivisti di ONG, anziché promuovere un più ampio dibattito sociale sulla riconciliazione.

L’agenda mancante

Dopo la seconda guerra del Karabakh, i discorsi sulla ricostruzione dei legami continuavano a suonare vuoti. Innanzitutto, c’è poco da ricostruire. L’inimicizia tra armeni e azeri rimane radicata e la generazione che ricorda di aver vissuto fianco a fianco sta invecchiando ed è in gran parte assente dai processi decisionali e dai negoziati.

Nella sua analisi del 2019, l’esperto e analista azero Zaur Shiriyev ha scritto: “Preparare l’opinione pubblica alla pace implica la preparazione a lunghi negoziati e la possibilità di un compromesso. Ciò include sia il dibattito pubblico che una maggiore trasparenza su ciò che accade al tavolo dei negoziati. Un maggiore coinvolgimento dei gruppi della società civile azera e armena, insieme ai negoziati ufficiali, potrebbe essere prezioso per sottolineare la semplice affermazione che la pace è possibile con l’altra parte”.

Intervenendo al Forum di Orbeli a novembre, Shiriyev ha ribadito la necessità di “un cambiamento di ‘mentalità’, esortando entrambe le parti ad abbandonare le “posizioni massimaliste”.

Nonostante la retorica, tuttavia, non c’è ancora un dibattito pubblico, nessuna trasparenza e poche tracce di una società civile indipendente in grado di plasmare o persino monitorare il processo di pace. Come osservano gli esperti di risoluzione dei conflitti Philip Gamaghelyan e Sevin Huseynova, nel contesto della prima guerra del Karabakh e del dialogo postbellico, “con il tempo, le voci realiste e altre che chiedevano pragmatismo e compromesso sono state messe da parte a favore di sentimenti revanscisti radicati nel discorso etnonazionalista”. Quel discorso lasciava poco spazio alla pace e, per quanto riguarda il dialogo attuale, rimane una spina nel fianco.

Il caso di Bahruz Samadov

Un caso emblematico è Bahruz Samadov, un giovane politologo e ricercatore che sta conseguendo un dottorato di ricerca presso l’Università Carlo di Praga. Samadov era contrario alla seconda guerra del Karabakh e all’intervento militare del Paese nel 2023. Aveva scritto sulla riconciliazione con l’Armenia ed era noto per la sua posizione critica nei confronti del governo. È stato arrestato nell’estate del 2024 con l’accusa di tradimento mentre era in visita dalla nonna in Azerbaijan.

Le autorità hanno accusato Samadov di “comunicare con gli armeni” e di “condividere segreti di Stato”, sebbene l’accusa non abbia fornito prove al di là della sua corrispondenza con accademici armeni. A giugno 2025, è stato condannato a 15 anni di carcere.

Samadov non è il primo azero ad affrontare accuse di tradimento negli ultimi 30 anni. I giornalisti Rauf Mirkadirov, Leyla e Arif Yunus hanno dovuto affrontare accuse simili di spionaggio o tradimento. Nel corso degli anni, i rappresentanti della società civile impegnati in iniziative transfrontaliere sono stati oggetto di altre forme di persecuzione sponsorizzate dal governo.

L’arresto e la condanna di Bahruz hanno dato il colpo di grazia a qualsiasi impegno non sponsorizzato dal governo con l’Armenia. Ciò solleva la domanda: se il governo continua a incarcerare i sostenitori della pace, chi rappresenta la società civile in questi nuovi dialoghi e chi garantisce la responsabilità nel cosiddetto processo di pace post-Washington?

Cosa deve accadere

Il contesto politico autoritario dell’Azerbaijian ostacola da tempo le autentiche iniziative della società civile, in particolare quelle legate alla riconciliazione. Cinque anni dopo la Seconda guerra del Karabakh, il blocco di Lachin, l’esodo degli armeni etnici che vivevano in Karabakh e la guerra di 24 ore del 2023, concedere all’Azerbaijan il controllo completo sui territori precedentemente controllati dall’Armenia avrebbe potuto creare un’apertura per una costruzione della pace inclusiva. Tuttavia, ciò richiederebbe la partecipazione di voci indipendenti, non solo di figure allineate al governo.

Il giornalista veterano Rauf Mirkadirov, che ha trascorso del tempo in carcere con accuse di tradimento e poi ha lasciato il Paese, sostiene che, sebbene gli incontri sponsorizzati dal governo possano avere valore, è necessario che si svolgano anche discussioni indipendenti parallele. Come emerge questo tipo di dialogo parallelo in un contesto in cui i gruppi indipendenti sono banditi, in esilio o dietro le sbarre? Persino la diaspora azera rimane frammentata, divisa lungo linee politiche e ideologiche, con alcuni emigrati politici che tornano in Azerbaijan dopo anni di esilio e pochi disposti a investire tempo nel lavoro di riconciliazione.

Dopo l’incontro di ottobre, Farhad Mammadov, membro della delegazione azera, ha scritto un editoriale per l’agenzia di stampa statale APA, sottolineando la “grande responsabilità nel costruire la fiducia tra le parti”. Pur riconoscendo il trauma generazionale del conflitto e descrivendo la costruzione della pace come “un processo lungo e difficile”, ha omesso qualsiasi riferimento a precedenti iniziative di base che avevano cercato di fare proprio questo, prima di essere represse dalle autorità.

Dialogo simbolico o cambiamento reale?

Può un gruppo selezionato di partecipanti allineati al governo, la maggior parte dei quali senza esperienza nella risoluzione dei conflitti, essere realmente coinvolto in un dialogo con la società civile? E quanto possono incontri così rigidamente gestiti modificare la percezione in un paese in cui le voci indipendenti rimangono criminalizzate?

In definitiva, finché lo stesso governo che chiede il dialogo decide anche chi può parlare, i gesti di apertura dovrebbero essere visti con cauto scetticismo.