La Fondazione Aria, crocevia d’artisti e culture incontra l’Armenia (Teatrionline 04.03.22)

Martedì 15 marzo alle ore 18, nella Sala Consiliare del Comune di Pescara (Piazza Italia 1,) Fondazione Aria, in collaborazione con il Comune di Pescara, l’Ambasciata d’Armenia in Italia e il Comune di Atri, presenterà il programma culturale 2022.

Ospite l’Ambasciatrice dell’Armenia in Italia S.E. Tsovinar Hambardzumyan, in occasione del trentennale dei rapporti diplomatici con l’Italia, e la scrittrice Antonia Arslan, autrice del libro Premio Stresa e Campiello 2004”La Masseria delle allodole”.

Nel corso della serata sarà presentato e distribuito il libro Canti popolari armeni (Ed. Carabba) con prefazione di Antonia Arslan e letture a cura della soprano Giuseppina Piunti.

CANTI POPOLARI ARMENI di Arshag Chobanian, con la traduzione di Domenico Ciampoli, fu pubblicato nel 1921 dall’Editore Carabba. A 100 anni di distanza, il libro è stato ripubblicato per conto della Fondazione ARIA, rispettando fedelmente la forma originale, con la preziosa aggiunta di una prefazione di Antonia Arslan, scrittrice, traduttrice e accademica italiana di origini armene.

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Armenia: eletto Vahagn Khachaturyan nuovo presidente del Paese (Askanews 03.03.22)

Roma, 3 mar. (askanews) – Il parlamento armeno ha eletto Vahagn Khachaturyan, finora ministro dell’Industria high-tech, alla carica di presidente del Paese, il cui ruolo è essenzialmente cerimoniale, dopo le dimissioni a sorpresa del suo predecessore Armen Sarkisiana il 23 gennaio scorso. La candidatura di Khachaturyan per un mandato di sette anni è stata approvata da 71 deputati del partito Civil Contract al governo con un voto boicottato dall’opposizione. “La nostra regione deve diventare una piattaforma per la cooperazione. Dobbiamo stabilire relazioni amichevoli con i nostri vicini, vivere in pace e sviluppare il nostro Paese in questa logica”, ha detto Vahagn Khachaturyan, 62 anni, ai parlamentari prima del voto.
Economista di formazione, Vahagn Khachaturyan, che non è affiliato a nessun partito, è stato sindaco della capitale Erevan dal 1996 al 1998, prima di entrare a far parte del consiglio di amministrazione della banca armena Armeconombank, per poi essere nominato nel 2021 Ministro dell’Industria High Tech .

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Roma, Mkhitaryan lascia la nazionale armena: «Mi concentrerò sul club». Mourinho chiede il rinnovo (Il Messaggero e varie 03.02.22)

Henrikh Mkhitaryan lascia la nazionale armena e lo annuncia attraverso una nota pubblicata sul suo profilo Instagram: «È stato un onore giocare per la mia nazione negli ultimi 15 anni e ancora di più esserne stato il capitano negli ultimi 6». L’attaccante lascia l’Armenia dopo 95 partite disputate e 32 gol segnati: «Ricordo che quando ho indossato per la prima volta la maglia della mia nazionale era in un’amichevole contro Panama e il mio primo gol è stato in una partita di qualificazione ai Mondiali contro l’Estonia. Volevo vincere in ogni momento della mia carriera, non importa quanto sarebbe stato difficile. Dopo 95 presenze in nazionale, un duro lavoro, passione e alti e bassi senza precedenti e lunghi viaggi per rappresentare il mio Paese sul campo, ho preso la decisione di ritirarmi». Una decisione presa già da tempo, ma adesso Micky ha deciso di ufficializzare: «Ho preso questa decisione dopo la mia ultima partita contro la Germania a novembre. Penso che sia il momento giusto. Ho dato tutto quello che potevo dare. Per i prossimi anni sarò completamente concentrato sulla mia carriera nel club. Sarò per sempre grato a ogni singola persona che mi ha supportato, che mi ha allenato, con cui ho giocato e che ha contribuito alla mia crescita come calciatore e come persona».

Piena concentrazione sul club, stop a viaggi lunghi e partite rischiose in cui l’infortunio è dietro l’angolo. Mkhitaryan ha scelto la Roma, almeno fino al 30 giugno 2022 giorno in cui scadrà il suo contratto (è l’unico della rosa in scadenza quest’anno). I rapporti con José Mourinho sono ottimi, lo Special One difficilmente si è privato durante la stagione di un giocatore come lui, capace di dare equilibrio alla squadra, di ricoprire il ruolo di regista e creare pericolosi capovolgimenti di fronte. Sia con il 4-2-3-1 che con il 3-5-2, Mkhitaryan è sempre nel cuore del gioco, una risorsa che i giallorossi non vorrebbero farsi scappare. Ecco perché negli ultimi giorni, Mourinho ha maturato l’idea di chiedere alla proprietà la sua conferma. Le ipotesi di un trasferimento in Russia sono sfumate per via della recente guerra, la scorsa estate avevano bussato alla sua porta Krasnodar e Spartak Mosca con proposte molte interessanti, ma Micky ha scelto di restare in Italia in un campionato competitivo con uno dei migliori allenatori al mondo. Chissà che il prossimo anno possa continuare a vestire giallorosso, sicuramente con un contratto inferiore a quello attuale ma un ruolo centrale nella rinascita giallorossa. Per il momento tutti i rinnovi sono stati bloccati dalla proprietà, ma quando nei prossimi mesi ci sarà il via libera a trattare, allora Mkhitaryan sarà certamente tra i primi della lista.

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Mkhitaryan ora è tutto della Roma (Siamo La Roma) 

Messaggio di congratulazioni di Xi Jinping al presidente eletto dell’Armenia, Vahagn Khachaturyan (CRI 03.09.22)

L’8 marzo il capo di Stato cinese, Xi Jinping, ha inviato un messaggio a Vahagn Khachaturyan, congratulandosi con lui per la sua elezione a presidente della Repubblica di Armenia.

Nel suo messaggio, Xi Jinping ha sottolineato che tradizionalmente Cina e Armenia sono partner amichevoli. Dall’allacciamento delle relazioni diplomatiche, le relazioni bilaterali hanno mantenuto un buon slancio di sviluppo e notevoli risultati sono stati raggiunti nella cooperazione in vari settori. Egli attribuisce grande importanza allo sviluppo delle relazioni tra Cina e Armenia, ed è disposto a lavorare con la parte armena per promuovere lo sviluppo sostenibile, sano e stabile delle relazioni bilaterali a beneficio dei due paesi e dei rispettivi popoli.

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ARTE ReportageNagorno karabakh: rialzarsi dopo la guerra (Arte 01.03.22)

Dal novembre 2020, 44 giorni di combattimenti vi hanno causato 7mila vittime e decine di migliaia di feriti e profughi, prima che la potenza tutelare della regione – la Russia di Putin – non imponesse il cessate il fuoco. Sebbene i giornalisti siano malvisti da queste parti, Gaëll Lorenz e Olivier Michaël sono riusciti a realizzare questo reportage nel Nagorno Karabakh, enclave in Azerbaigian tra i monti del Caucaso meridionale.

Guarda il video 

SYSTEM OF A DOWN: La stroria di B.Y.O.B., La dichiarazione della Band contro l’assurdità della Guerra (Virgin Radio 28.02.22)

Nel 2005 i System of a Down pubblicano un pezzo dal titolo misterioso, che viene lanciato come primo singolo dal quarto album Mezmerize, acclamato dalla critica come uno dei migliori dischi metal del decennio, che debutta al n.1 in America e in altri 11 paesi nel mondo.

Il singolo si intitola B.Y.O.B. una sigla che nello slang giovanile americano sta per “Bring Your Own Booze”, un invito a portarsi da bere da casa ad una festa. Sono però gli anni del conflitto in Iraq, dell’invasione Americana e della drammatica Battaglia di Falliujah (che dura 46 giorni e viene definita dai generali americani “la peggior esperienza di guerriglia urbana dai tempi del Vietnam”) e i System of a Down trasformano la sigla dei party nei college in una rabbiosa dichiarazione contro l’assurdità della guerra e la sua narrazione da parte della società americana: Bring Your Own Bomb.

Fin dal titolo, il messaggio della band californiana di origine armena è quello di smontare la retorica militare: la guerra non è può mai essere considerata giusta. Musicalmente, B.Y.O.B. è una dimostrazione della incredibile versatilità e potenza dei System of a Down, una cavalcata in cui la band passa da un ritmo marziale con doppia cassa di batteria ad un riff metal aggressivo, poi sorprende con un ritornello pop in cui le operazioni militari nel deserto vengono raccontate ironicamente come una festa a cui tutti vorrebbero partecipare (“Vanno tutti al party a divertirsi / Ballano nel deserto mentre fanno esplodere il tramonto”) e poi chiudono con un finale trash metal furioso e una strofa tra le più radicali nella storia delle canzoni di protesta, in cui Serj Tankian grida:

Perché i presidenti non combattono le guerre?

Perché mandano sempre i poveri?

La costruzione musicale complessa ma allo stesso tempo immediata, il modo di cantare di Serj Tankian che alterna ogni registro della propria voce, dal lirico al metal, conquista il pubblico e fa arrivare B.Y.O.B. al numero 27 in classifica in America (la posizione più alta della loro carriera) e fa vincere alla band un Grammy Award come miglior performance Hard Rock. Il messaggio contro la guerra dei System of a Down ha continuato a catturare l’attenzione del pubblico nel corso degli anni, anche perché gli scenari cambiano ma non la retorica della guerra vista come un’esperienza eroica, e nemmeno la presenza di conflitti nel mondo: il videoclip distopico di B.Y.O.B. girato da Jake Nava ha raggiunto 382 milioni di visualizzazioni su YouTube nel 2022.

San Gregorio di Narek e l’ecumenismo convincente dei santi (Vaticannews.va 28.02.22)

In occasione della preghiera ecumenica nella commemorazione di San Gregorio di Narek, il cardinale Kurt Koch, Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, è intervenuto all’Angelicum ricordando come San Giovanni Paolo II abbia definito l’ecumenismo dei santi “forse il più convincente”, e ancora l’importanza della decisione di Francesco di proclamare, nel 2015, San Gregorio di Narek dottore della Chiesa universale

Andrea De Angelis – Città del Vaticano 

Un’opportunità per celebrare l’amicizia tra la Chiesa cattolica e la Chiesa apostolica armena, e ancor più la reale comunione che già esiste tra le due Chiese. Così il cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, ha definito l’odierna preghiera ecumenica nella commemorazione di San Gregorio di Narek. L’evento si è svolto nell’Aula Minore della Pontificia Università San Tommaso d’Aquino, conosciuto anche come Angelicum.

Lo scambio di doni

Il porporato ha posto in evidenza come la comunione reale si “approfondisce costantemente nello scambio reciproco di doni”, citando un passaggio della Evangelii Gaudium in cui Francesco parla della capacità di “raccogliere quello che lo Spirito ha seminato [nelle altre Chiese] come un dono anche per noi”. Quindi il pensiero del cardinale è andato ai “santi, i martiri e i dottori delle nostre Chiese” che “occupano il primo posto”, ricordando come “San Giovanni Paolo II lo ha affermato con forza nella sua Lettera Apostolica Tertio millennio adveniente, dove ha riconosciuto che l’ecumenismo dei santi è forse il più convincente, e in seguito nella sua enciclica Ut unum sint, dove ha persino dichiarato che in una visione teocentrica, noi cristiani già abbiamo un martirologio comune”.

San Gregorio di Narek

Un martirologio comune dove, secondo Koch, “brilla con particolare splendore una stella: quella di San Gregorio di Narek”, che “ci indica il cammino che resta da percorrere verso la piena comunione”. Il presidente del Pontificio Consiglio per l’Unità dei Cristiani ha sottolineato come il santo abbia “saputo esprimere più di ogni altro la sensibilità del popolo armeno. Ma il suo messaggio, pur essendo profondamente radicato nell’esperienza del suo popolo, ha una portata universale ed ecumenica”. Sono tre gli aspetti di Gregorio di Narek messi in luce dal porporato. Innanzitutto “la sua sincerità”, che lo ha reso “il poeta della povertà umana”, come disse in un’omelia del 1987 Papa Wojtyla. Un secondo aspetto del messaggio universale del santo è quello della “profonda fiducia in Dio in mezzo alle prove, fiducia che caratterizza la storia e la spiritualità del popolo armeno”. Il terzo elemento è quello della “solidarietà universale radicata nella fraternità umana e nella comunione dei santi”, che porta il futuro santo a “identificarsi con i poveri e i peccatori di ogni tempo e luogo, intercedendo in favore di tutti”.

Solidarietà universale e umanità

Nel ringraziare l’arcivescovo Khajag Barsamian, rappresentante della Chiesa apostolica armena presso la Santa Sede, per aver organizzato l’evento ecumenico – in collaborazione con l’Istituto di Studi Ecumenici dell’Angelicum e l’Ambasciata d’Armenia presso la Santa Sede -, il cardinale Koch ha sottolineato l’importanza della proclamazione, nel 2015, di San Gregorio di Narek a dottore della Chiesa universale da parte di Papa Francesco, definendola “un magnifico esempio di scambio di doni al servizio dell’edificazione dell’unica Chiesa”. Infine il porporato ha voluto ricordare, “in questi giorni segnati da tante tensioni e guerre”, un ulteriore aspetto del messaggio del santo “che Papa Francesco ha definito dottore della pace”, ovvero “la solidarietà universale con l’umanità”, che risulta essere “un grande messaggio cristiano di pace, un grido pieno di dolore che implora misericordia per tutti”. “Che l’esempio e l’intercessione di San Gregorio – ha concluso – ci guidino in questo cammino di unità e di pace”.

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Il Cardinale Sandri: “Noi vogliamo essere autentici discepoli di san Gregorio di Narek” (Acistampa 01.03.22)

Armenia – Il ricordo doloroso dei massacri di Sumgait (Assadakah 27.02.22)

Letizia Leonardi ( Assadakah Roma News) – Mentre il mondo ha gli occhi puntati sulla guerra Russia – Ucraina c’è un popolo che ricorda uno dei tanti massacri subiti. Il 27 febbraio del 1988 a Sumgait, nell’omonimo sobborgo industriale a nord della capitale dell’Azerbaigian, la popolazione azera, aizzata dal regime di Baku, iniziò una sanguinosa caccia all’armeno. Il bilancio dei morti è rimasto ufficioso ma è certo che ci furono moltissime vittime, barbaramente assassinate.

Secondo un resoconto ufficiale i morti furono trentadue e centinaia i feriti e di casi di violenza sessuale. Ma secondo alcune fonti il numero delle vittime sarebbe superiore a trecento, mentre il partito armeno Dashnak parla di quasi 1.500 morti.

Per due lunghissimi giorni bande armate di azeri assaltarono i quartieri degli armeni. Solo l’arrivo delle forze dell’ordine, la sera del 28 febbraio riuscì a porre termine all’aggressione. Da quel momento gli armeni si sentirono catapultati nel tragico 1915, anno di inizio del terribile genocidio e nulla tornò più come prima, nei rapporti tra armeni e azeri. Le due etnie non riuscirono più ad istaurare una convivenza leale e tranquilla.

Il pogrom di Sumgait è stato il prologo di una serie di aggressioni azere, anni dopo, nei confronti degli armeni del Nagorno Karabakh. Questo doloroso evento è strettamente collegato con la questione relativa al Nagorno Karabakh, poi sfociata nella guerra nel 1992 e in quella più recente del 2020 perché la propaganda anti armena, da parte dell’Azerbaijan, non è mai cessata. Il governo di Baku non ha mai accettato l’autoproclamazione di indipendenza dall’Azerbaijan, attraverso un pronunciamento democratico, così come previsto dalla legislazione sovietica. Il massacro di Sumgait è stato solo l’inizio di una escalation di violenze, di stragi contro gli armeni che vivevano in Azerbaijan: quella a Kirovabad, Baku e poi ancora durante la guerra del 1992-94. Un circolo vizioso di violenze e vendette che non si possono dimenticare perché in ballo non c’è solo la vita pacifica, le vite umane ma i principi di tolleranza e del diritto all’autodeterminazione dei popoli. Quella del Nagorno Karabakh (Artsakh per gli armeni) è una ferita che non si è mai rimarginata e che, dalla fine della guerra dei 44 giorni, iniziata, ancora una volta, con l’aggressione azera del 27 settembre 2020, ancora sanguina perché gli armeni hanno subito ogni cosa senza che la comunità internazionale abbia avuto qualche reazione.

Ma perché due popoli che convivevano pacificamente sono diventati improvvisamente nemici, tanto da far scorrere il sangue di innocenti a Sumgait, sulle coste del mar Caspio che, fino agli anni ’60 aveva un terzo di abitanti di etnia armena? Perché nel frattempo è arrivata l’industrializzazione, l’estrazione del petrolio e la popolazione è notevolmente aumentata. Sono cominciati i sentimenti nazionalistici tra gli azeri e gli armeni iniziavano ad essere una spina nel fianco, oggetto di discriminazioni e angherie. Il 26 febbraio 1988 la radio nazionale azera comunicò la notizia, peraltro mai verificata, che due azeri erano stati uccisi da armeni ad Ağdam. A seguito di questa informazione, che con il linguaggio di oggi sarebbe potuta essere una fake, bande di estremisti azeri andarono nella zona abitata dagli armeni per uccidere. Ma non solo: devastarono case, negozi e violentarono donne. Ci furono circa quattrocento arresti e ottantaquattro processi penali che, ella maggior parte dei casi, si conclusero con assoluzione o lievi condanne. Solo in un caso, quello di Aslam Ismailov, ci fu una condanna a quindici anni per assassinio premeditato….Eppure gli armeni non si sono uccisi e violentati da soli e nemmeno hanno distrutto essi stessi le proprie abitazioni e negozi. Anche allora il mondo si è voltato dall’altra parte ma oggi è il giorno del ricordo per chi non deve e non vuole dimenticare.

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“Dov’erano le pance occidentali zeppe di gas azero quando 5000 miei fratelli armeni venivano uccisi?” (Newsletter Giulio Meotti 26.02.22)

Quando l’Islam attaccò Costantinopoli e Gerusalemme, i cristiani reagirono per difendere la loro origine spirituale sebbene si trovava lontano. Si percepivano ancora in continuità con essa. La Russia nasce a Kiev in Ucraina come la cristianità è nata e Gerusalemme. Se in occidente la storia, l’identità e il cristianesimo non contano più, in Russia si. La fiamma che i re cristiani accesero e i gloriosi eroi difesero, Clovis e Giovanna d’Arco per i franchi, Tiridate e Vartan per gli armeni, in Russia è ancora viva. La Russia è e si sente una continuazione dell’origine cristiana, di Bisanzio e dell’Impero Russo che poi fu, di una civiltà con valori, ideali, un pensiero, una scienza, un arte e una estensione grandissimi. Bisogna averne rispetto come loro ebbero il rispetto e la curiosità per assimilare l’occidente. Questo molti politici e strateghi d’occidente lo ignorano.

L’impero non tollera pericoli alla sua sopravvivenza. L’impero sottomette e tutti gli imperi sono violenti. Mentre l’occidente scopriva le americhe, i russi occupavano le steppe e altri imperi si espandevano allo sesso modo. Francesi e inglesi combatterono per gli Stati Uniti e il Canada. Gli Stati Uniti combatterono una guerra interna per il dominio tra sistemi differenti. Il mondo lo abbiamo spartito anche noi col colonialismo.

Inutile allora dare l’allarme per la guerra dopo aver attizzato il fuoco in tutti i sensi. Se la Svizzera, la Finlandia, la Spagna e la Svezia hanno saputo rimanere neutrali in altri tempi potendo invece schierarsi, vuol dire che Zelenski è uno scellerato a provocare i russi sapendo di non poter entrare nè nella NATO e nè nell’UE e neanche di resistere in caso di guerra. Puoi difendere quanto vuoi l’idea di libertà, l’impero schiaccia e devi farne i conti. Come in Iraq e Afghanistan. Allo stesso modo siamo stati dei codardi a spingere per una utopica libertà e sostenere a parole l’Ucraina sapendo di non poter perpetrare i nostri valori come i russi combattono per la Russia. E non sto parlando di rispondere con la guerra. Siamo stati dei codardi a non rispondere adeguatamente alla domanda della Russia circa l’obiettivo dell’espansione a Est della NATO lasciandola senza alternative.

Pensate cosa farebbe l’UE se la Svizzera si alleasse con la Cina. Rispetterebbe la sua libertà o imporrebbe la giustizia? Ebbene si! La giustizia si impone anche illegalmente e nessuno può fare l’ipocrita perché gli altri non sono stupidi. Ha ragione Putin a dire che la NATO non fa che espandersi. E ha ragione a dire che la giusta guerra nel Kosovo era giuridicamente illegale come anche il riconoscimento del Kosovo dalle Nazioni Unite. Ha ragione a non accettare, perché anche di questo si tratta, lo scambio che gli USA stanno tentando imporre alla vigilia della inaugurazione del North Stream. Se volete che il vostro gas scorra in Europa dovete cedere sulla vostra influenza geopolitica. Perché in Kosovo o in Iraq possiamo intervenire per ragioni umanitarie e in Crimea, Georgia e Ucraina gli altri non dovrebbero farlo fosse anche per pretesti non veri? Sono situazioni prodotte da noi pensando di potercela cavare. Non è così e come i russi anche i cinesi ce lo dimostreranno presto.

Tutto ciò non toglie le responsabilità della Russia. La Russia è violenta, autoritaria, ingiusta e assassina. La Russia non ha prodotto la giustizia e il benessere che libera e incolla i popoli. La Russia non è un sistema desiderabile, ma è comunque il sistema più vicino a noi, culturalmente e geograficamente. Oggi la Russia è uno dei richiami più forti per l’Europa e l’Occidente, ma noi non lo capiamo.

La Russia difende la sua storia coerentemente. Noi no! Difende la sua identità e le origini. Noi no! Difende la sua zona di influenza e i suoi interessi. Noi no! Agli occhi dei russi noi occidentali siamo pervertiti, ipocriti e pericolosi, motivo in più per difendere quello che sono. Lo abbiamo viso durante la guerra in Artsakh. Nessuna delle pance occidentali ha protestato mentre 5.000 armeni morivano per difendere il confine estremo della civiltà occidentale alla vigilia della inaugurazione del Transadriatic Pipeline, il gasdotto che rifornisce l’Europa di gas azero. Sostenere la giustizia degli armeni che reclamano la loro terra e la loro libertà avrebbe significato irritare la Turchia. Sostenere gli armeni avrebbe significato perdere l’alleato azero ricco di gas. Sostenere gli armeni avrebbe voluto dire dar ragione ai russi sulla Crimea, il Donbass e Lugansk. E quindi ci si è trincerati dietro la legalità che ha riconosciuto il Kosovo ma non l’Artsakh. E Taiwan? Se noi inventiamo ragioni per sostenere arbitrariamente una volta la giustizia, un’altra la legalità e un’altra volta la libertà senza connessione tra esse come possiamo pretenderle dagli altri?

La storia non si cambia con la retorica e con la menzogna dei nostri politici e dei nostri giornali. La storia non si cambia con l’ignoranza complice delle masse che consumano e dormono. La storia la si cambia con gli ideali e le azioni coerenti ad essi. Se l’Occidente fosse cosciente del suo potenziale potrebbe tentare di perpetrare la civiltà più grande nel difendere la libertà dell’uomo e la giustizia e saprebbe creare la naturale alleanza tra Stati Uniti, Europa e Russia fondata sui più alti principi sociali che provengono dalla comune origine nel cristianesimo. In America è stato fatto, altro che esportazione della democrazia. In assenza di ciò, almeno siamo coscienti della corresponsabilità per la guerra in Ucraina e facciamo l’unica cosa sensata, aderire all’appello del Papa per riappacificare tutti.

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Non c’è guerra (né propaganda) che fermi la speranza degli Armeni (Korazym 23.02.22)

So che tutto questo sembra un miraggio, davanti ai progetti anticristiani dei Turco-Azeri, con la Russia di Putin distratta da altri scenari tremendi. Non è così. Ne ho la prova. Non c’è guerra che possa fermare la speranza.

Sono tentato dalla disperazione. Lo confesso. Scrivo come al solito dall’Armenia, a un passo dal meraviglioso lago di Sevan, nelle giornate limpide scorgo l’abissalmente celeste monte Ararat, che evoca la presenza di Dio e subito mi fa gridare il salmo 121: «Alzo gli occhi verso i monti… Da dove mi verrà l’aiuto? Il mio aiuto viene dal Signore». Lo grido, ma sembra più forte l’urlo che dice di no, e che la guerra, e insieme la distruzione del nostro popolo armeno e di qualsiasi segno di presenza cristiana, prevarrà.

Eppure, eppure non è così. La speranza è più vera, forte, bella della menzognera disperazione che pure avanza con la potenza dell’invincibilità. Ma la menzogna è la non-realtà. Il male non reggerà la forza della croce che fiorisce nella resurrezione di Nostro Signore e di coloro «che amano Dio». «Tutto coopera al bene per coloro che amano Dio» (Rm 8,28). Anche la guerra, anche questa ferocia? Ma certo! Spes contra spem. Ma certo che è così. E non è una petizione volontaristica, un’utopia beffarda che offende gli innocenti sventrati dai droni degli azero-turchi.

Lo so che sembro un matto. Parlare di speranza mentre la Turchia ha disegni di impero ottomano per reagire alla crisi interna, e la Russia, che finora ha difeso gli Armeni e ancora mette in campo i suoi soldati a loro tutela, ha altri scenari tremendi che occupano la mente di Putin; tutto questo sembra il miraggio di un campo di fragole rugiadose nel deserto salato, dunque alla fine una presa in giro. Non è così. Ne ho la prova.

La Cattedrale apostolica armena del Santo Salvatore Ghazanchetsots di Shushi, danneggiata nel bombardamento mirato dell’Azerbajgian dell’8 ottobre 2020.

La disinformazione di Aliyev

Per chi segue questo miserabile Molokano sa quanto sia drammaticamente incerta la sorte di:
1) il Nagorno-Karabakh, in armeno Artsakh, terra da migliaia di anni, luogo della memoria non museale ma viva di Cristo («Jesu dulcis memoria»), ormai dato per riconquistato dall’Azerbaigian, che fa scempio di chiese e cerca di espellere i cristiani;
2) la Repubblica di Armenia, che è premuta ai suoi confini da forze azero-turche che So che tutto questo sembra un miraggio, davanti ai progetti anticristiani dei turco-azeri, con la Russia di Putin distratta da altri scenari tremendi. Non è così. Ne ho la prova lanciano continue provocazioni per una imminente invasione.

È in corso un’operazione di disinformazione propagandistica che purtroppo trova eco sui media italiani. Essa è condotta non con la forza della ricerca storica, ma con quella della lusinga e chissà mai con esibizione di ricchezza che trasuda dai giacimenti dei dintorni di Baku, utili a beneficiare chi sta dalla parte delle pretese territoriali del presidente-dittatore.

La statua dell’Angelo della Pace, custode dell’Artsakh che saluta i fedeli che arrivano alla Cattedrale apostolica armena del Santo Salvatore Ghazanchetsots di Shushi, distrutta nel bombardamento mirato dell’Azerbajgian dell’8 ottobre 2020.

I capi azeri (non il popolo!) sostengono che solo loro sono in grado di mantenere vive le vestigia del cristianesimo in Artsakh. Una recita incredibile. C’è una foto che dice (quasi) tutto. In divisa militare Ilham Aliyev, il presidente dell’Azerbaigian, fa il suo ingresso trionfale nella cattedrale armena apostolica del Santo Salvatore Ghazanchetsots a Shushi. È il 15 gennaio 2021, gli sta accanto la moglie Mehriban Aliyeva, primo vicepresidente, insomma la numero 2, anch’essa con gli indumenti dell’alto ufficiale dell’esercito. E la frase che dice tutto è questa, incisa con il coltello del conquistatore, sul petto del popolo armeno. «(Questa cattedrale) è premio di guerra e simbolo di vittoria». Le foto ufficiali diffuse dai media azeri evitano di mostrare gli squarci causati dalle bombe azere dell’8 ottobre 2020. con il drone che colpì con mira infallibile il volto scolpito dell’Angelo della pace, custode dell’Artsakh che saluta i fedeli che arrivano alla cattedrale.

“Premio di guerra e simbolo di vittoria”. Così Ilham Aliyev, il Presidente dell’Azerbajgian ha definito il 15 gennaio 2021, nel corso della sua visita con la sua moglie Mehriban Aliyeva, Primo Vicepresidente dell’Azerbajgian, la Cattedrale armena apostolica del Santo Salvatore Ghazanchetsots a Shushi. Le foto ufficiali diffuse dai media azeri non mostrano gli squarci causati dalle bombe azere dell’8 ottobre 2020. La pace è ancora lontana. E le chiese armene nell’Artsakh/ Nagorno-Karabakh sempre più in pericolo.

Cose maiuscole

Eppure esiste una fiamma lucente. Antonia Arslan, grandissima scrittrice armena-italiana, lascia l’indirizzo del Molokano a un’amica americana, Siobhan NashMarshall. Essa mi inonda di centinaia di immagini di ragazzi festosi. C’è la guerra, rischiano di perdere tutto, e brilla una luce negli occhi, nei gesti. Fornisco solo due didascalie qui: «Complesso educativo italo-armeno intitolato ad Antonia Arslan a Stepanakert, Artsakh». «Artigiani Brianzoli e Veneti lavorano con Armeni dell’Artsakh». Scrive in maiuscolo i nomi dei popoli, all’uso americano [uso non solo americano, anche della mia cultura e di questo Blog dell’Editore. V.v.B.]. Ma a me pare tutto così maiuscolo, che mi commuove.

Non c’è guerra che possa fermare la speranza. E mi suggerisce l’amica Giovanna Villa, 88 anni, che non smette di pregare dal suo letto di inferma: «L’indifferenza è peggio della violenza. Impariamo dal Vangelo, la parabola del Samaritano. Gesù non ha parole dure per chi ha rapinato il viandante, ma le ha contro chi aveva altro da fare, pensando “Te ghe de rangiass” (tradotto dal brianzolo: arrangiati tu)». Lei ha gli stessi occhi di Gesù, come certe vecchie madri armene.

Questo articolo è stato pubblicato il 1° febbraio 2022 nella rubrica Il Molokano su Tempi.

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