NAGORNO-KARABAKH. Putin in crisi sul fronte azero-armeno: da quando la Russia con l’aggressione all’Ucraina si è impelagata nel confronto diretto con la Nato, è cresciuta la sua dipendenza dal tandem Ankara-Baku. Il premier dell’Armenia Pashinjan: «Ora le truppe russe non ci difendono e sono una minaccia»
Da un mese l’enclave armena del Nagorno-Karabakh (NK) è sottoposta a gravi interruzioni delle comunicazioni e delle forniture primarie di cibo e medicinali da parte dell’Azerbaigian. Attivisti civili appoggiati da Baku ostruiscono il cosiddetto Corridoio di Lachin, «cordone ombelicale» che connette queste comunità in Azerbaigian con lo stato armeno.
Lunedì l’unica linea elettrica fra le due parti è stata interrotta in seguito ad un incidente e gli azeri hanno ostacolato la rimessa in funzione causando interruzioni nell’erogazione.
RICONOSCIUTA dal diritto internazionale, per 26 anni la sovranità azera sul NK è stata contestata dal governo separatista dell’«Artsakh». A fine 2020, dopo anni di retorica irredentista e riarmo, Baku ha investito e sconfitto i ribelli con il supporto della Turchia. Un provvisorio modus vivendi è stato impostato intorno alla presenza di una forza d’interposizione russa con mandato di protezione della popolazione restante (circa 100.000) e garanzia delle comunicazioni tramite il Lachin.
Tuttavia, da quando la Russia con l’aggressione all’Ucraina si è impelagata nel confronto diretto con la Nato, è cresciuta la sua dipendenza dal tandem Ankara-Baku così che gli azeri hanno alzato il livello della pressione sull’Armenia.
Baku vuole che Erevan rinunci definitivamente ad ogni pretesa oltre le sue frontiere e acconsenta all’apertura di un asse di collegamento con la Turchia, il corridoio di Zangezur. Nella seconda metà del 2022 c’è stato uno stillicidio di attacchi azeri a cui le forze russe hanno assistito impotenti.
LA PASSIVITÀ DI MOSCA ha alimentato in Armenia un fronte di critici dell’alleanza fra i due paesi, formalizzata nelle due strutture integrative russe per l’ex-Urss, l’Unione Eurasiatica e l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva della Csi (Otsc).
Si segnalano nelle proteste gli estremisti di destra del «Polo nazional-democratico» (Pnd) che spingono per un confronto militare conl’Azerbaigian,, e che ieri hanno manifestato di fronte all’ambasciata russa. Domenica nella città di Gjumri, sede al confine con la Turchia della principale base militare russa a Sud del Caucaso, gli attivisti Pnd hanno circondato la struttura militare contro la «colonizzazione russa».
La situazione è molto difficile per il governo del premier Nikol Pashinjan, assurto al potere nel 2019 con una piattaforma pro-occidentale e ritrovatosi poi a dover proseguire l’allineamento pro-russo fra l’incudine turco-azera ed il martello dei nazionalisti interni. Questa settimana Pashinjan ha tuttavia dato sfogo verbalmente a tutte le inquietudini che attagliano l’Armenia, dichiarando che «la presenza militare russa non solo non garantisce la sicurezza armena, ma costituisce una minaccia».
Erevan ha inoltre informato che le manovre militari dell’Otcs, previste per quest’anno in Armenia, non avranno luogo. Pashinjan ha anche affermato di essere pronto a firmare un documento sulla risoluzione del conflitto in cui l’Armenia riconoscerà la sovranità di Baku sul NK. Allo stesso tempo il premier ha parlato di un possibile appello al Consiglio di Sicurezza Onu perché i caschi blu sostituiscano il contingente russo dopo la scadenza del mandato nel 2025.
LA UE, SEMPRE PRONTA a tentare di sostituirsi all’influenza russa nell’ex-Urss, sta anche preparando una missione civile di osservatori in Armenia. La Francia di Macron (dove la diaspora armena conta in termini elettorali) preme per un maggior coinvolgimento di Bruxelles a favore di Erevan, fatto che provoca le ire di Baku verso Parigi.
Nonostante l’intensificarsi delle dichiarazioni e delle manovre diplomatiche, è difficile che Pashinjan possa far seguire alle parole sviluppi qualitativamente nuovi. Dopo aver rifiutato per anni un compromesso con le posizioni azere, l’Armenia è ora ostaggio della situazione creata sul campo dal conflitto del 2020, stretta nella morsa turco-azera che la obbliga a cercare il supporto russo.
Sempre più connessi in termini energetici con l’Azerbaigian, anche gli attori occidentali hanno poco da offrire. Dal canto suo, la Russia è interessata a frenare le ambizioni turco-azere mantenendo le sue basi sul campo. Da qui una certa tendenza a giocare una commedia degli equivoci con Erevan e Baku di cui però subiscono le conseguenze i civili del Karabakh.
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L’obiettivo dell’Azerbaijan è ripulire della presenza armena gli ultimi 3-4mila kmq che ancora resistono alla sua sovranità. Per questo hanno chiuso il gasdotto e da un mese impediscono militarmente qualsiasi rifornimento alimentare ai 120.000 abitanti della Repubblica di Artsakh.
In teoria il corridoio di Lachın – e dunque il rifornimento – dovrebbe essere protetto e garantito dalla 15esima Brigata di fanteria motorizzata dell’Esercito russo, in base agli accordi di pace del 2020, ma i soldati di Putin sembrerebbero impotenti di fronte a un’azione di forza dei militari di Baku, travestiti da sedicenti e improbabili attivisti per l’ambiente, che bloccano l’unica strada che collega l’Armenia all’Artsakh.
I negozi sono vuoti da tempo a Stepanakert e siamo in presenza di una tragedia umanitaria per una popolazione che non si può alimentare e riscaldare e nemmeno trasferire i malati più gravi nell’ospedale della capitale armena.
Eppure un fragoroso silenzio della comunità internazionale accompagna questo disastro. Persino i media ignorano la vicenda. L’unica voce levatasi è stata quella del Papa nell’Angelus del 18 dicembre e a Natale, a cui si è aggiunto un manipolo di intellettuali francesi su Le Figaro.
La ragione di questa silente complicità appare essere tutta geopolitica. L’Azerbaijan è forte dell’alleanza con Turchia e Israele, a cui vende petrolio a copertura di un terzo del suo fabbisogno energetico e a cui fornisce logistica di spionaggio sull’Iran. L’Unione Europea, che pure a ottobre aveva deciso di mandare inviati alla frontiera armena per favorire un piano definitivo di pace, preferisce non disturbare il governo di Aliyev con cui ha appena stretto accordi per una fornitura di 12 miliardi di metri cubi di gas a sostituzione di quello russo. Peccato che nel frattempo gli azeri abbiano stretto la mano a Gazprom per importare 1 miliardo di metri cubi di gas russo per poter onorare il contratto con l’Unione Europea, con tante grazie di Putin che aggira così l’embargo occidentale.
Tra tutti questi interessi chi resta stritolata è proprio la popolazione armena dell’Artsakh, vittima sacrificale di un possibile accordo finale che cancellerebbe l’indipendenza di quella Repubblica e – in cambio della sopravvivenza di un minimo di autonomia e del ripristino del varco di Lachın – costringerebbe il governo armeno ad aprire un analogo corridoio nel sud presso Meghri per consentire alla exclave dell’Azerbaijan – il Nakhchıvan – di commerciare via terra con la madre patria senza dover più passare per l’Iran. Ma nulla garantisce che, un secolo dopo il genocidio armeno, l’obbiettivo finale non sia l’Artsakh ma la stessa Armenia!
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2023-01-11 18:31:152023-01-11 18:31:27Perché tutti tacciono sull’epurazione etnica degli armeni nel Nagorno-Karabakh (Il Sussidiario 11.01.23)
[Korazym.org/Blog dell’Editore, 11.01.2023 – Vik van Brantegem] – Oggi, andando verso la conclusione di un mese di blocco illegale del Corridoio di Berdzor (Lachin), non viene segnalata nessun cambiamento nella situazione. Tutto il traffico (di persone e merce) da e per la parte ancora libera della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh rimane interrotto dal 12 dicembre 2022. La #StradaDellaVita, lungo il segmento di Shushi dell’autostrada interstatale Stepanakert-Goris, è chiuso da sedicenti “eco-attivisti” organizzati e pagati dal regime autoritario dell’Azerbajgian, sostenuti dalla polizia azera e sotto l’occhio vigile delle forze armate azere. Inoltre, l’Azerbaigian continua a non consente l’esecuzione di lavori di riparazione dell’unica linea ad alta tensione che alimentava l’Artsakh dall’Armenia.
L’Azerbajgian, la cui economia è completamente basata sulla produzione ed esportazione di idrocarburi, e che contribuisce al riscaldamento globale che sta devastando il nostro pianeta, una dittatura guerrafondaia dove ogni minimo movimento di protesta è represso dalla polizia, sta soffocando gli Armeni dell’Artsakh/Nagorno-Karabakh organizzando un assedio con slogan come “stop all’ecocidio”, “salvare la natura”. Quando George Orwell scrisse 1984 e coniò il termine “doppio pensiero”, aveva in mente proprio questo. Il totalitarismo che deforma il linguaggio e il pensiero: le attività indipendenti della società civile sono sostituite dai soldati di uno stato autoritario. “Doppio pensiero”, un termine nella neolingua, la lingua immaginaria utilizzata dai membri del partito del Grande Fratello nel romanzo di Orwell, che indica il meccanismo mentale che consente di ritenere vero un qualunque concetto e il suo opposto a seconda della volontà del Partito, dimenticando nel medesimo istante, aspetto questo fondamentale, il cambio di opinione e perfino l’atto stesso del dimenticare.
Nel filmato “attivisti” azeri su un autobus navetta per il Corridoio di Lachin. I testi delle canzoni includono: “Lascia che quelle montagne vedano di nuovo i lupi grigi; lascia la terra di Oghuz [Turchi] e scappa”. Osserva il gesto dei lupi grigi. L’Azerbajgian afferma che il suo blocco di 31 giorni del Nagorno-Karabakh è una protesta ecologica.
È inquietante – pensando all’affermazione di Baku che agli Armeni del Nagorno-Karabakh vengono garantiti gli stessi diritti di cui “godono” degli Azeri in Azerbajgian – che l’unico momento in cui al popolo dell’Azerbaigian è permesso di protestare liberamente è quando la protesta minaccia la vita degli Armeni. Il loro blocco del Corridoio di Berdzor (Lachin) appare coordinato e inteso a chiudere l’unica via di rifornimento rimasta per gran parte del cibo, delle medicine e di altri beni essenziali dell’Artsakh, per non parlare dell’ulteriore restrizione della libertà di movimento della popolazione dell’Artsakh.
Mentre i diplomatici azeri affermano che l’Azerbajgian proteggerà gli Armeni nel Nagorno-Karabakh come i propri cittadini e che gli Armeni non devono temere discriminazioni (o peggio) a causa della loro etnia, l’attuale assedio lo smentisce. La semplice realtà è che l’Azerbajgian apertamente vuole far morire di fame e cerca di punire collettivamente proprio le persone che i loro diplomatici promettono di proteggere. La dissonanza tra la retorica e le azioni di Aliyev è eclatante.
Il Presidente della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh, Arayik Harutyunyan, ha nominato il Rappresentante permanente dell’Artsakh in Armenia, Sergey Ghazaryan, Ministro degli Esteri. Succede a Davit Babayan.
L’11 gennaio si è svolta a Stepanakert una riunione del Consiglio di Sicurezza sotto la guida del Presidente della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh, Arayik Harutyunyan, con la partecipazione di rappresentanti di tutte le forze politiche dell’Assemblea nazionale dell’Artsakh. Si è discusso delle conseguenze della crisi umanitaria nell’Artsakh, che dura da quasi un mese a causa del blocco del Corridoio di Lachin da parte dell’Azerbajgian. Riportiamo di seguito la nostra traduzione italiana dall’armeno della dichiarazione che è stata adottata:
“È passato quasi un mese da quando un gruppo di cosiddetti eco-attivisti ha bloccato l’unica strada che collega l’Artsakh con l’Armenia, con il pieno e aperto sostegno delle attuali autorità dell’Azerbajgian. Con tali azioni, la parte azera ha praticamente privato la popolazione della Repubblica di Artsakh dell’unica possibilità di comunicare con il mondo esterno, lasciando i 120.000 abitanti in un blocco totale, con tutte le conseguenze umanitarie, sanitarie ed economiche che ne derivano.
I pensieri espressi dal Presidente dell’Azerbaigian durante la conferenza stampa tenutasi il 10 gennaio hanno dimostrato ancora una volta che tutto ciò non è altro che un’ovvia manifestazione della minaccia dell’uso della forza da parte delle autorità azere nel processo di risolvere problema del Karabakh, che è una continuazione della guerra di 44 giorni del 2020 scatenata dall’Azerbajgian contro il popolo della Repubblica di Artsakh.
Nel contesto di queste realtà, una serie di affermazioni e opinioni espresse dal Primo Ministro della Repubblica di Armenia durante la conferenza stampa di ieri hanno sollevato preoccupazioni, in quanto non corrispondono alle idee della lotta nazionale, nonché alla posizione assunta dal popolo e le autorità della Repubblica di Artsakh.
Siamo consapevoli di tutte le conseguenze che derivano dalla nostra linea politica adottata e ribadiamo la nostra posizione secondo cui la sovranità dell’Artsakh e il diritto di vivere liberamente e indipendentemente nella patria storica sono valori assoluti. Nessuna coercizione o minaccia può dissuaderci dalla nostra decisione di continuare la lotta.
Di conseguenza, facciamo appello alla comunità internazionale affinché si assuma la responsabilità di prevenire le azioni terroristiche intraprese dall’Azerbajgian, la prevista pulizia etnica e il nuovo genocidio in preparazione.
Il popolo e le autorità della Repubblica di Artsakh sono fiduciosi che gli Armeni di tutto il mondo continueranno a sostenere la decisione presa dai loro fratelli e sorelle in Artsakh, ed esortano le autorità della Repubblica di Armenia a lasciarsi guidare esclusivamente dalla posizione di promuovere e proteggere il diritto all’autodeterminazione del popolo dell’Artsakh nei tribunali internazionali, utilizzando tutte le opportunità e tutti gli strumenti dello Stato internazionalmente riconosciuto”.
Il Ministro di Stato dell’Artsakh, Ruben Vardanyan, ha scritto in un post su Twitter: “I discorsi di ieri dei leader sia dell’Armenia che dell’Azerbajgian hanno confermato che l’Artsakh/Nagorno-Karabakh non ha altra scelta che continuare la sua lotta per il diritto all’autodeterminazione, alla dignità e alla pace”.
Il Presidente dell’Azerbaigian, Ilham Aliyev, ha rilasciato un’intervista televisiva, nello stesso giorno di ieri, in cui il Primo Ministro dell’Armenia, Nikol Pashinyan, ha tenuto una conferenza stampa, di cui abbiamo riferito ieri [QUI].
In riferimento al Corridoio di Berdzor (Lachin), Aliyev ha detto: “I separatisti sono impegnati a diffondere al mondo informazioni completamente false. In primo luogo, tutti hanno già visto che non si tratta di un blocco. Circa 400 camion delle forze di pace – non è ancora passato un mese – sono passati di lì”.
Le dichiarazioni di ieri di Aliyev sul blocco del Corridoio di Berdzor (Lachin) è stata una pura confessione di pulizia etnica effettuata a livello statale. Ha detto che la strada è aperta per coloro che non vogliono essere cittadini dell’Azerbajgian e che possono partire in auto o autobus delle forze di mantenimento della pace russe.
All’affermazione che il Corridoio di Lachin non sarebbe chiuso, ha già risposto l’Ufficio del Procuratore Generale della Repubblica di Artsakh, a seguito di articoli sulla stampa sotto controllo statale azero, che affermano e cercano di dimostrare che l’Artsakh non è effettivamente sotto assedio, sebbene i dati forniti dimostrino chiaramente il contrario.
Il Nagorno-Karabakh continua a rimanere isolato con tutti i transiti civili interrotti a causa del blocco da parte di “eco-attivisti” e autorità azeri, organizzato dallo stato dell’Azerbajgian. La Russia rimane l’unico attore che attualmente porta cibo e beni di prima necessità, anche se in quantità limitate e non sufficiente, con i camion militari della sua forza di mantenimento della pace schierata nel territorio dopo la guerra del 2020. Beni di prima necessità (frutta, verdura, medicine e altro) sono ancora carenti nell’Artsakh, che causa di una crisi umanitaria sempre più seria.
“Per documentare la nudità della tesi azera è sufficiente rivelare solo tre dati statistici: prima di bloccare l’autostrada Stepanakert-Goris, l’unica che collega l’Artsakh con l’Armenia, nel 2022, secondo gli indicatori di novembre, 380-400 tonnellate di cibo e altri beni destinati ai bisogni pubblici sono state consegnate dall’Armenia all’Artsakh al giorno (10.260-10.800 tonnellate in 27 giorni), una media di 454 auto ha lasciato l’Armenia per l’Artsakh in una direzione attraverso il “Corridoio di Lachin” (in 27 giorni: 12.258), più di 1.200 persone (in 27 giorni: 32.400). È interessante notare che gli indicatori citati sono piccoli non solo nel 2020, rispetto al periodo precedente la guerra dei 44 giorni, ma anche alla domanda necessaria a garantire il livello medio di benessere di una popolazione di 120.000 abitanti. I media azeri hanno anche confermato con la suddetta pubblicazione che i residenti della Repubblica dell’Artsakh sono privati dell’opportunità di muoversi attraverso il Corridoio e comunicare con la Repubblica di Armenia. Solo le forze di mantenimento della pace russe e i rappresentanti del CICR hanno attraversato il corridoio. Pertanto, i dati statistici e gli argomenti sopra menzionati riflettono in modo abbastanza eloquente e grafico l’intera realtà che attualmente prevale in Artsakh e che l’Azerbajgian non risparmia alcuno sforzo per nascondere alla comunità internazionale”, si legge nella dichiarazione rilasciata dall’Ufficio del Procuratore Generale della Repubblica di Artsakh.
La dichiarazione di ieri del Presidente dell’Azerbajgian, Iham Aliyev, sul blocco del Corridoio di Lachin è stata una pura confessione di pulizia etnica effettuata a livello statale. Ha detto che la strada è aperta per coloro che non vogliono essere cittadini dell’Azerbajgian e che possono partire in auto o autobus delle forze di mantenimento della pace russe. Esprimendo la disponibilità di aprire il Corridoio di Lachin solo per gli Armeni che vogliono lasciare l’Artsakh, Aliyev ieri ha confessato il suo unico obiettivo: la pulizia etnica. Il suo blocco è uno strumento della sua politica per terrorizzare i civili armeni per costringerli a lasciare la loro terra ancestrale. Con il mondo diplomatico che chiude un occhio davanti a questa crisi umanitaria e la maggioranza dell’Unione Europea nelle tasche dell’Azerbajgian, Aliyev riuscirà nel suo obiettivo. Dopo 30 giorni, la maschera è definitivamente caduta e la situazione sta rapidamente degenerando. Ripugnante.
Prova di amenophobia e ammissione di crimini di guerra contro i prigionieri di guerra Armeni. Nel breve video qui sopra, un soldato azero che si vanta di aver tagliato le orecchie a 19 soldati armeni con il suo coltello da trofeo che odora ancora di sangue e di averlo fatto lentamente, sicuro dell’impunità: diamo alla “comunità internazionale” il gas e il petrolio dal nostro sottosuolo e facciamo praticamente quello che vogliamo.
Il secondo assedio del Karabakh
di Vicken Cheterian Agos [*], 9 gennaio 2023
(Nostra traduzione italiana dall’inglese)
Avevo preso il volo da Yerevan a Stepanakert. L’aereo civile non aveva sedili, sono stati tutti portati via per fare il massimo spazio per il carico. Eravamo seduti su sacchi di farina. Nessuno ci ha chiamato per mettere le cinture di sicurezza. L’aereo civile Yak-40 è decollato e ha guadagnato quota molto velocemente e ha mantenuto la sua quota fino a raggiungere l’aeroporto del Karabakh, dove è sceso a spirale. Questa insolita manovra serviva per evitare il fuoco antiaereo azero che non distingueva tra civili e militari e apriva il fuoco su qualsiasi cosa fosse considerata armena. All’aeroporto di Stepanakert (situato nel villaggio di Khojaly, ora Ivanyan), c’era solo un’auto ad aspettarci, gli ospiti stranieri. Gli altri passeggeri dovevano camminare a piedi fino a Stepanakert o ai loro villaggi, poiché non c’era benzina per le auto civili. Quando abbiamo raggiunto Stepanakert, abbiamo visto numerosi edifici distrutti a causa del pesante bombardamento dell’artiglieria azera. Nel centro della città, nei parchi pubblici venivano piantate patate o carote, per la sopravvivenza.
Era l’aprile 1992, al culmine della prima guerra del Karabakh, quando la popolazione armena era sotto assedio totale da parte dell’esercito azero. Sebbene diverse leadership andassero e venissero – prima l’apparatchik dell’era sovietica, Ayaz Mutalibov, poi il professore di letteratura araba diventato politico pan-turco Abulfaz Elchibey – la politica non cambiò: una guerra totale di annientamento contro la popolazione armena del Nagorno-Karabakh (Karabakh montuoso) – o Artsakh in armeno. Questo prima che le forze armene prendessero l’iniziativa e andassero all’attacco e prendessero il controllo del Corridoio di Lachin nel giugno 1992, per liberarsi da un soffocante assedio. La guerra che seguì nei due anni successivi portò a reciproci massacri e pulizia etnica, alla morte di migliaia di giovani soldati, alla fine con una vittoria militare armena e il cessate il fuoco del maggio 1994.
Dal 12 dicembre 2022, gli Armeni del Karabakh subiscono la stessa sorte. I funzionari azeri hanno chiuso la Strada di Lachin che è l’unico collegamento dal Karabakh all’Armenia e al resto del mondo. La strada è bloccata da persone che si spacciano per “attivisti ecologici” che fingono di opporsi alle attività minerarie in Karabakh, eppure non c’è dubbio che si tratti di agenti del governo azero, organizzati e controllati dalle autorità centrali. Lo scopo dell’assedio è prendere il controllo dell’ancora di salvezza della popolazione di 120.000 persone che continuano a vivere nella loro terra ancestrale.
Dopo la seconda guerra del Karabakh del 2020, quando l’Azerbajgian ha lanciato un massiccio attacco per 44 giorni e ha segnato una vittoria militare, l’aggressione azera contro il Karabakh e contro l’Armenia non si è fermata. Da allora, il Presidente dell’Azerbajgian, Ilham Aliyev, si riferisce all’Armenia come “l’Azerbajgian occidentale”, preparando il terreno per un conflitto continuo. Questa continua aggressione rivela che gli obiettivi della guerra del 2020 non erano il ripristino dell’”integrità territoriale” dell’Azerbajgian secondo il “diritto internazionale”, ma un conflitto etnico primordiale che continua dall’inizio degli anni ’90. Ilham Aliyev potrebbe scegliere un’altra politica dopo la sua vittoria nel 2020, ad esempio i negoziati con la parte armena per porre fine a un conflitto vecchio di tre decenni, ma invece ha deciso di continuare la logica delle minacce e della violenza.
Va ricordato che non solo il Karabakh è sotto assedio, ma anche l’Armenia: sia l’Azerbajgian che la Turchia continuano a imporre un blocco contro l’Armenia da quando il Paese ha avuto accesso all’indipendenza, ormai da oltre tre decenni.
Le forze di mantenimento della pace russe e l’impero perduto
Il Corridoio di Lachin che collega il Karabakh con l’Armenia è sotto il controllo di sicurezza delle forze di mantenimento della pace russe, schierate nella regione secondo l’accordo trilaterale del 9 novembre 2020 (Russia, Azerbajgian, Armenia) che ha posto fine alla seconda guerra del Karabakh. Stranamente, dal 12 dicembre dello scorso anno, i militari russi tollerano che alcune decine di manifestanti blocchino una strada principale nella loro area di competenza. La loro passività solleva molte domande sul ruolo che la Russia sta svolgendo in questo conflitto e se la Russia può adempiere al suo mandato di mantenimento della pace. Inoltre, non è chiaro fino a che punto si spinga la cooperazione politica e il coordinamento tra Mosca e Baku. Nel contesto della guerra russa in Ucraina, l’Azerbajgian è diventato importante nell’aiutare la Russia a infrangere le sanzioni occidentali ed esportare gas russo nei mercati europei [attraverso l’Azerbajgian].
Putin oggi ha perso il sostegno dell’opinione pubblica armena. All’indomani della guerra del 2020, parte dell’opinione pubblica armena, e in gran parte gli Armeni del Karabakh, vedevano nella Russia di Putin il garante della propria sicurezza. Non più, poiché la Russia rimane ferma mentre gli attacchi dell’Azerbajgian continuano. Questo è molto simile al cambiamento dell’opinione pubblica armena nel 1988: il movimento del Karabakh era nato nello spirito delle riforme di Gorbaciov, e nelle manifestazioni iniziali portavano manifesti di Lenin e slogan della Perestrojka. Ma quando Gorbachev non ha risposto alle loro richieste e le forze sovietiche non sono riuscite nemmeno a garantire la sicurezza fisica degli Armeni in seguito al pogrom a Sumgait (febbraio 1988), l’opinione pubblica armena si radicalizzò su posizioni antisovietiche e chiese l’indipendenza.
Gli imperi si costruiscono se hanno una funzione da assolvere: fare da arbitro e portare stabilità laddove gli attori locali falliscono. Putin ha rivelato di voler riconquistare un impero perduto, ma semplicemente non sa come farlo.
La “società civile” è diversa dalla “società militare”
L’Azerbajgian, la cui economia è completamente basata sulla produzione ed esportazione di idrocarburi, e che contribuisce al riscaldamento globale che sta devastando il nostro pianeta, una dittatura guerrafondaia dove ogni minimo movimento di protesta è represso dalla polizia, sta soffocando gli Armeni dell’ Artsakh/Nagorno-Karabakh organizzando un assedio con slogan come “stop all’ecocidio”, “salvare la natura”. Quando George Orwell scrisse 1984 e coniò il termine “doppio pensiero”, aveva in mente proprio questo. Il totalitarismo che deforma il linguaggio e il pensiero: le attività indipendenti della società civile sono sostituite dai soldati di uno stato autoritario.
Tuttavia, questa deformazione di significato non è il risultato del solo autoritarismo. Negli ultimi giorni ho cercato di scoprire se ci fossero autentici ambientalisti in Azerbajgian, nei paesi vicini compresa la Turchia, che protestassero contro il regime di Aliyev che confiscava il discorso ecologico e lo trasformava in un’arma di pulizia etnica. Eppure non ne ho trovati. Numerose ONG ambientaliste in Georgia, Armenia, Turchia e altrove hanno ricevuto sovvenzioni per “progetti regionali” per migliorare la cooperazione ambientale. Tuttavia, sentono che gli eventi di Lachin non li riguardano. Prima dell’emergere di regimi autoritari, i custodi della “società civile” hanno già eroso il linguaggio e il suo significato attraverso il loro comportamento.
Sappiamo che i regimi autoritari non sono attrezzati per risolvere questioni così complesse come i conflitti etnico-territoriali. Né che si sforzano di farlo. Più spesso i regimi autoritari usano tali conflitti per legittimare la loro confisca della sfera pubblica. I conflitti etno-territoriali hanno la possibilità di essere risolti attraverso l’istituzione dello stato di diritto, dove i singoli cittadini e i gruppi sociali hanno diritti protetti dallo stato e dove le differenze etniche, linguistiche, religiose, razziali e di altro tipo diventano meno importanti. Ma l’Azerbajgian, con la sua struttura economica dipendente dalle esportazioni di petrolio e gas, e valori politici in cui concetti come “società civile” o slogan come “salvare la natura” vengono dirottati per infiammare il nazionalismo e il conflitto, ha qualche possibilità di stabilire un governo di diritto?
[*] Agos è stata fondata nel 1996 per far conoscere all’opinione pubblica i problemi degli Armeni di Turchia. È il primo giornale del periodo repubblicano ad essere pubblicato in turco e in armeno. La politica editoriale di Agos si concentra su temi come la democratizzazione, i diritti delle minoranze, il confronto con il passato, la tutela e lo sviluppo del pluralismo in Turchia. Come giornale emerso all’interno della comunità armena della Turchia, Agos mira ad aprire ulteriormente le sue pagine alle questioni della Turchia e del mondo. Poiché il giornalismo indipendente e la libertà di espressione devono affrontare crescenti restrizioni in Turchia, Agos funge anche da piattaforma indipendente per il dibattito.
Pro memoria
«Il blocco del Corridoio di Lachin è una atto di guerra contro gli Armeni dell’Artsakh». Lo ha scritto il Vicedirettore del prestigioso quotidiano francese Le Figaro, Jean-Christophe Busson, in un post sul suo account Twitter.
La bandiera russa continua a sventolare con le forze di mantenimento della pace russe che presidiano le postazioni nel Corridoio… il blocco. Ciò significa che i 120.000 cittadini Armeni Cristiani (tra cui 30.000 bambini e 20.000 anziani) dell’Artsakh sotto assedio vengono tenuti in ostaggi, con mancanza di cibo, carburante, medicine e altri beni di prima necessità. Le uniche merci che arrivano attraverso il blocco, vengono portate con i camion del contingente di mantenimento della pace della Federazione Russa, ovviamente non in quantità necessaria.
Ora siamo a un punto in cui la comunità internazionale deve agire e forzare l’apertura del Corridoio, o riconoscere che nulla è realmente cambiato dai massacri di Rwanda e Srebrenica, e che nel vicinato orientale dell’Unione Europea si può lasciar morire di fame e di freddo un’intera popolazione nel XXI secolo. Il Difensore dei Diritti Umani dell’Artsakh, Gegham Stepanyan chiede: «Amnesty International, sei d’accordo con il blocco di 120.000 persone dell’Artsakh/Nagorno-Karabakh da parte dell’Azerbajgian? È passato un mese, siamo sull’orlo di un disastro umanitario e senza una vostra parola».
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2023-01-11 14:38:292023-01-14 14:39:16Trentunesimo giorno del #ArtsakhBlockade. Ogni giorno in più avvicina Aliyev al raggiungimento del suo obiettivo: la pulizia etnica degli Armeni in Artsakh (Korazym 11.01.23)
«Salvare il libro è salvare il popolo armeno – spiega l’autrice –. Il Libro, testimonianza unica e preziosa degli Armeni avviati alla distruzione. Salvare il Libro è salvare una lingua, una tradizione, una storia altrimenti destinata a perire».
MORIAGO – Il Festival della Cultura di Moriago della Battaglia apre il 2023 indagando il nostro presente, e nello stesso tempo il passato, che ci ha guidato verso l’oggi.
«I mesi di gennaio e di febbraio sono mesi dedicati alla memoria – spiega la curatrice del Festival Lorena Gava – il 27 gennaio è dedicato alla Memoria delle vittime dell’Olocausto, il 10 febbraio a quella del Ricordo dei massacri delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata. Proprio per questo abbiamo pensato di iniziare il 2023 invitando Antonia Arslan e Siobhan Nash-Marshall, per affrontare il tema della Memoria e più in generale il tema del Male, in varie forme e manifestazioni, che sempre insegue la storia passata e presente».
Giovedì12 gennaio alle 20.30, alla Casa del Musichiere di Moriago, l’incontro “Tra fiamme, fumi e libri preziosi: itinerari di coraggio e speranza” che vede appunto protagoniste la scrittrice padovana Antonia Arslan e la studiosa e docente di filosofia Siobhan Nash-Marshall. Entrambe di origine armena, veneta l’una, americana l’altra, le due autrici, in dialogo con Lorena Gava, parleranno della Turchia di oggi e del genocidio armeno del 1915, ancora a lungo negato nella spiazzante indifferenza di molti paesi del mondo.
Antonia Arslan, autrice del bestseller “La Masseria delle Allodole” (2004) poi diventato un film dei Taviani, racconterà i suoi ultimi romanzi, dal recentissimo “Il destino di Aghavnì” (Ares edizioni) dedicato alla strana vicenda di una parente scomparsa poco prima del massacro turco a “Il libro di Mush” (uscito nel 2012 per i tipi di Skira e ripubblicato a giugno 2022 per Bur), storia di due donne coraggiose che salvano un prezioso manoscritto miniato scappando attraverso i monti del Caucaso durante i giorni terribili del genocidio.
«Salvare il libro è salvare il popolo armeno – spiega l’autrice –. Il Libro, testimonianza unica e preziosa degli Armeni avviati alla distruzione. Salvare il Libro è salvare una lingua, una tradizione, una storia altrimenti destinata a perire».
La filosofa Siobhan Nash-Marshall, insegnante al Manhattanville College di New York con specialiazzazioni all’Università di Padova e alla Cattolica di Milano, spazierà dal suo celebre saggio “I peccati dei padri” (Guerini Ass. 2018) in cui si occupa del negazionismo turco e del genocidio armeno, al suo nuovo lavoro, “George” (Ares edizioni). Come scrive Antonia Arslan, che ha curato la prefazione del libro, «il protagonista è un uomo di successo che inciampa nel Drago, un drago moderno che non lascia scampo: percorre una strada di fatica, di patimenti e di coraggio per riuscire a sconfiggerlo». Il Drago, così, diventa il simbolo di un presente insidioso, della corsa sfrenata al successo, al “controllo del mondo”, alla non accettazione delle angosce del nostro tempo (come la recente pandemia), quando invece la storia ci dice che pestilenze, drammi e paure, da sempre, attraversano il tempo.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2023-01-11 14:36:422023-01-14 14:37:48Moriago, al Festival della cultura la memoria del tempo: l’incontro con Antonia Arslan e Siobhan Nash-Marshall (Nordest24 11.01.23)
L’obiettivo dell’Azerbaijan è ripulire della presenza armena gli ultimi 3-4mila kmq che ancora resistono alla sua sovranità. Per questo hanno chiuso il gasdotto e da un mese impediscono militarmente qualsiasi rifornimento alimentare ai 120.000 abitanti della Repubblica di Artsakh.
In teoria il corridoio di Lachın – e dunque il rifornimento – dovrebbe essere protetto e garantito dalla 15esima Brigata di fanteria motorizzata dell’Esercito russo, in base agli accordi di pace del 2020, ma i soldati di Putin sembrerebbero impotenti di fronte a un’azione di forza dei militari di Baku, travestiti da sedicenti e improbabili attivisti per l’ambiente, che bloccano l’unica strada che collega l’Armenia all’Artsakh.
I negozi sono vuoti da tempo a Stepanakert e siamo in presenza di una tragedia umanitaria per una popolazione che non si può alimentare e riscaldare e nemmeno trasferire i malati più gravi nell’ospedale della capitale armena.
Eppure un fragoroso silenzio della comunità internazionale accompagna questo disastro. Persino i media ignorano la vicenda. L’unica voce levatasi è stata quella del Papa nell’Angelus del 18 dicembre e a Natale, a cui si è aggiunto un manipolo di intellettuali francesi su Le Figaro.
La ragione di questa silente complicità appare essere tutta geopolitica. L’Azerbaijan è forte dell’alleanza con Turchia e Israele, a cui vende petrolio a copertura di un terzo del suo fabbisogno energetico e a cui fornisce logistica di spionaggio sull’Iran. L’Unione Europea, che pure a ottobre aveva deciso di mandare inviati alla frontiera armena per favorire un piano definitivo di pace, preferisce non disturbare il governo di Aliyev con cui ha appena stretto accordi per una fornitura di 12 miliardi di metri cubi di gas a sostituzione di quello russo. Peccato che nel frattempo gli azeri abbiano stretto la mano a Gazprom per importare 1 miliardo di metri cubi di gas russo per poter onorare il contratto con l’Unione Europea, con tante grazie di Putin che aggira così l’embargo occidentale.
Tra tutti questi interessi chi resta stritolata è proprio la popolazione armena dell’Artsakh, vittima sacrificale di un possibile accordo finale che cancellerebbe l’indipendenza di quella Repubblica e – in cambio della sopravvivenza di un minimo di autonomia e del ripristino del varco di Lachın – costringerebbe il governo armeno ad aprire un analogo corridoio nel sud presso Meghri per consentire alla exclave dell’Azerbaijan – il Nakhchıvan – di commerciare via terra con la madre patria senza dover più passare per l’Iran. Ma nulla garantisce che, un secolo dopo il genocidio armeno, l’obbiettivo finale non sia l’Artsakh ma la stessa Armenia!
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2023-01-11 14:06:082023-01-14 14:07:16Perché tutti tacciono sull’epurazione etnica degli armeni nel Nagorno-Karabakh (Sussidiario.net 11.01.23)
La scrittrice: «Nel Nagorno-Karabakh un popolo invaso viene torturato nel silenzio»
ANTONIA ARSLAN
Le bugie hanno le gambe corte. Ma a volte, come nel caso della lettera del prof. Daniel Pommier Vincelli a La Stampa del 22 dicembre, pubblicata col titolo L’Azerbaigian rivendica i propri confini legittimi. Sono le interferenze russe a peggiorare la situazione, non le hanno affatto. Vorrei segnalare le affermazioni e omissioni più eclatanti di questa lettera. In risposta all’affermazione che «l’espulsione della popolazione civile» azera dal Nagorno-Karabakh negli Anni 90 è «stata tecnicamente la più grande pulizia etnica del XX secolo», vorremmo sommessamente ricordare al prof. Vincelli che nel XX secolo ci sono stati numerosi – e ben noti – genocidi e pulizie etniche, riguardanti – in primis – armeni ed ebrei e poi l’Holodomor ucraino (su cui, nel 2019, è uscito il bel film Mr. Jones), il Ruanda, la Cambogia, i Balcani… Quanto alla “pulizia etnica” dell’Azerbaijan, ricordiamo che di profughi armeni ce ne furono circa 400.000. Secondo l’European Commission against Racism and Intolerance, gli armeni erano «il gruppo più vulnerabile in Azerbaijan nel campo del razzismo e della discriminazione razziale» (2006). All’affermazione che «l’Armenia … all’Azerbaigian non solo la regione del Karabakh» e alla descrizione della prima guerra del Nagorno-Karabakh come «l’invasione armena dei territori azerbaigiani», faremmo notare che solitamente non si definiscono come “invasori” le popolazioni autoctone o indigene. Gli “invasori” vengono dal di fuori. Gli armeni, invece, vengono dal di dentro: sono autoctoni di quelle terre. Tanto è vero che la lingua ufficiale della regione autonoma (oblast)del Nagorno-Karabakh, dotata anche di un Soviet autonomo, era l’armeno. Infine: bene il richiamo al l’Onu del Vincelli: «Diritto all’autodifesa come da articolo 51 della carta delle Nazioni Unite». Male invece non aver citato l’altro fondamentale diritto riconosciuto dall’Onu: il diritto all’autodeterminazione dei popoli (Risoluzione 1514 (XV), 14 dicembre 1960). E arriviamo alle omissioni. Ciò che è più incredibile della lettera di Vincelli è il voler «spazzare sotto il tappeto», come si dice in inglese, il pericolo corso dal popolo autoctono armeno del NagornoKarabakh (tenuto a bada dall’Unione Sovietica, finché è durata). Come ricorda Sohrab Ahmari nel suo magistrale articolo sui fatti dell’Artsakh (del 22 dicembre scorso), finché c’era il Soviet gli armeni del Karabakh riuscirono a coesistere coi non armeni. Ma con il suo indebolimento, essi rividero lo spettro dei pogrom del XX secolo. Per loro combattere divenne una questione di sopravvivenza. Vergognoso poi è il silenzio sulle decapitazioni da parte azera di abitanti dell’Artsakh, sulle torture su civili armeni e sui prigionieri di guerra, sui video (da loro diffusi sui social) di donnearmene mutilate, sul vergognoso Parco della Vittoria creato da Aliyev a Baku alla fine della guerra; per non parlare dell’assassinio dell’ufficiale armeno Gurgen Markaryan durante il sonno, colpito 56 volte con un’ascia dall”ufficiale azero Ramil Safarov a Budapest, durante le esercitazioni Nato del gennaio 2004. Condannato all’ergastolo, Safarov venne rimpatriato dopo una trattativa segreta col governo ungherese, e festeggiato in patria come un eroe nazionale. Tutte questo cose sono state ampiamente documentate e riportate dai giornali. E che dire del “caso Akram Aylisli”? Questo scrittore ottantacinquenne, uno dei più noti e celebrati autori azeri, ha scritto un breve romanzo, Sogni di pietra (2013), pubblicato anche in Italia da Guerini, con la prefazione di Gian Antonio Stella. Una piccola storia incantevole di fratellanza e di pace ambientata a Baku, in cui un vecchio attore azero finisce in ospedale per aver difeso un armeno da un linciaggio, e nel delirio ricorda la pacifica convivenza nel villaggio natio. Aylisli è diventato un reietto: è stato dichiarato apostata, espulso dall’Unione degli scrittori azeri, privato della pensione, gli è stato impedito di uscire dal Paese. E infine, perché parlare di «una premessa storica, che assume un valore etico-politico»? Vogliamo proprio parlare di etica, prof. Vincelli? Perché non cominciamo con il parlare di verità? Come ricorda Kant, le bugie sono in sé cosa non etica: mendacium est falsiloquium in praeiudicium alterius. Proprio in questi giorni ecco l’ultimo episodio di questa spietata guerra sotterranea, chiaramente intesa afar sloggiare i restanti 120.000 abitanti armeni del Karabakh: il blocco del corridoio di Lachin, l’ultima strada – rimasta operativa sotto il controllo di militari russi – che collega al mondo questa enclave abitata da millenni dal popolo armeno. È una mossa che fa seguito ai bombardamenti del luglio scorso, in cui furono attaccati diversi villaggi di confine e anche la celebre stazione termale di Jermuk, nel territorio stesso dell’Armenia, con parecchi morti e feriti. Una perversa partita del gatto col topo, il cui scopo è di accrescere l’ansia e l’angoscia di questi poveri e ostinati montanari, attaccati come ostriche allo scoglio alla loro terra natia, dove sono ritornati dopo la guerra dell’autunno 2020, vinta dall’Azerbaigian col supporto dei droni turchi e delle milizie dei jihadisti siriani. Farli diventare miserandi profughi, insomma, come gli sventurati sopravvissuti al genocidio del 1915-1922, che non a caso in Turchia vennero chiamati “i resti della spada”. L’attuale blocco totale del corridoio di Lachin, attuato da sedicenti “ambientalisti” azeri da 18 giorni, stastrangolando gli armeni del Karabakh. Ogni attività si sta fermando. Nel severo inverno caucasico, manca il petrolio. Mancano o scarseggiano frutta, verdura, zucchero e molte altre cose di quotidiana utilità, che di solito arrivano dall’Armenia. I 612 studenti del complesso educativo italo-armeno (Hamalir Antonia Arslan), istituito dalla Cinf, fondazione italo-americana attiva da qualche anno, che vanno dai 4 ai 27 anni, sono costretti a casa, al freddo. Così hanno passato il Natale e il Capodanno.E il mondo occidentale tace, non guarda fischiettando dall’altra parte.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2023-01-11 14:01:272023-01-14 14:02:49Gli armeni cancellati dalla guerra che nessuno vuole vedere (La Stampa 11.01.23)
L’Armenia ha rifiutato di ospitare esercitazioni militari dell’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (CSTO), un’alleanza di paesi post-sovietici guidata dalla Russia, in un annuncio che riflette le crescenti tensioni di Yerevan con Mosca.
La Russia aveva annunciato all’inizio di quest’anno che l’Armenia avrebbe ospitato le esercitazioni annuali del gruppo che comprende sei stati: Russia, Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan.
“Il ministro della Difesa armeno ha informato lo Staff congiunto della CSTO che, nella situazione attuale, riteniamo irragionevole tenere esercitazioni della CSTO sul territorio dell’Armenia. Almeno, tali esercitazioni non avranno luogo in Armenia quest’anno”, ha riferito l’agenzia di stampa Interfax riportando quanto dichiarato dal primo ministro Nikol Pashinyan.
Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, alla domanda sull’esercitazione militare annullata, ha detto che Mosca chiederà a Yerevan di chiarire la sua posizione.
“In ogni caso, l’Armenia è un nostro stretto alleato e continueremo il nostro dialogo, comprese le questioni più complesse”, ha detto ai giornalisti.
La mossa di Pashinyan ha fatto seguito al suo rifiuto nel 2022 di firmare un documento conclusivo di una riunione dei leader delle nazioni membri della CSTO a Yerevan, la capitale dell’Armenia. Nagorno-Karabakh
Le tensioni sono radicate nei conflitti dell’Armenia con l’Azerbaigian sul Nagorno-Karabakh.
I due ex stati sovietici mantengono buoni rapporti con la Russia nonostante la sua invasione dell’Ucraina; L’Armenia ospita una base militare russa e il Cremlino vuole mantenere i legami con l’Azerbaigian, ricco di petrolio.
Il Nagorno-Karabakh si trova all’interno dell’Azerbaigian, ma è stato sotto il controllo delle forze etniche armene sostenute da Yerevan da quando una guerra separatista si è conclusa nel 1994. Quel conflitto ha lasciato non solo il Nagorno-Karabakh stesso, ma anche grandi porzioni di terre circostanti nelle mani degli armeni.
In 44 giorni di pesanti combattimenti iniziati nel settembre 2020, l’esercito azero ha messo in rotta le forze armene, costringendo Yerevan ad accettare un accordo di pace mediato dalla Russia che ha visto il ritorno di una parte significativa del Nagorno-Karabakh all’Azerbaigian.
[Korazym.org/Blog dell’Editore, 10.01.2023 – Renato Farina] – La tattica è cambiata. L’Azerbajgian, spalleggiato dalla Turchia, non intende più, almeno per ora, sgozzare come un capretto l’Armenia partendo dal Nagorno-Karabakh. Preferisce strozzarla, impiccarla come un cane, evitando il sangue che fa sempre un brutto effetto.
La strategia resta invariata: genocidio, non proprio ammazzandoci tutti come provarono a fare i Turchi nel 1915, ma liquidando la nostra sovranità, succhiando l’anima della nostra identità unica di Cristiani caucasici. La tecnica è quella dello stop and go, all’interno del disegno di instaurare un nuovo impero ottomano, nel cui ambito l’Armenia sia una riserva indiana, e gli Armeni una curiosità folkloristica in via di sparizione. Si illudono però di riuscire in questo disegno, dovranno passarci tutti a filo di drone, non ci arrenderemo, non partiremo con un fagotto in una nuova diaspora.
Mi rendo conto che chi legge per la prima volta questa rubrica non capirà un tubo. Perché di Armenia e della sua condizione di perseguitata, in Italia non parla nessuno, tranne Tempi [*]. Chi qui firma e scrive appartiene al piccolo popolo dei Molokani, eretici rifugiatisi all’ombra dei monasteri Cristiani di questa terra di pietre. Invio dal mio villaggio una lettera mensile per antica benevolenza di Luigi Amicone, che Dio lo benedica.
Il Corridoio di Lachin
Nel settembre del 2020 in 44 giorni gli Azeri, fiancheggiati dai Turchi e da armigeri siriani jihadisti, condussero una spietata guerra d’aggressione e di sterminio per conquistare ed espellere gli Armeni dalla Repubblica indipendente del Nagorno-Karabakh, in armeno Artsakh, per poi puntare verso Erevan. A questo punto la Russia inviò truppe per impedire la soluzione finale. Cinquemila soldati come forza di interposizione. Ma che sta succedendo ora? Ilham Aliyev, il dittatore di Baku, sfrutta le mutazioni geopolitiche che rendono fragile la Russia, e ha ordinato il blocco dell’unica strada che mette in comunicazione i 120 mila Armeni rimasti nei territori mutilati dell’Artsakh con il mondo. Hanno chiuso anche il metanodotto, niente rifornimento di viveri, medicine. Un gigantesco sequestro di persone, una sorta di muro di Berlino ottomano. Il Papa il 18 novembre ha chiesto di levare questo nodo scorsoio dal collo degli sventurati riaprendo il «Corridoio di Lachin nel Caucaso». Non ha fatto il nome di Stati o di popoli: chi vuol capire capisca. Ma gli Italiani – anzitutto le autorità istituzionali – fanno orecchie da mercante. Praticando un’etica di circostanza. Un po’ tanto miope: l’Armenia concentra in sé il vostro destino, ne è una profezia.
Questa nostra solitudine suscita da voi, in Italia, silenzio. Il vostro governo? Zitto. Persino gli Stati Uniti, e la Francia, Cipro e Grecia hanno mosso qualche obiezione a questi comportamenti criminali. Palazzo Chigi, Farnesina e Quirinale niente.
La colomba stritolata
Mi sono incamminato nottetempo dal mio villaggio molokano, presso il lago di Sevan, dove le trote principesse cavalcano onde leggere, verso il Corridoio di Lachin. Voi non avete idea di come sia prorompente la natura dell’Artsakh e splendide le testimonianze di secolare arte cristiana. Ed ecco la sorpresa. A bloccare con una tenaglia i rifornimenti e la libertà di movimento sono le Ong ecologiste! Aliyev ha schierato i cittadini politicamente corretti! Essi accusano gli Armeni di “terrorismo ambientale” poiché sfrutterebbero le miniere di oro e rame, e i soldati russi di consentire il contrabbando di armi.
Mi avvicino piano. Sono fortunato, non ho la tipica fisionomia armena, mi confondo tra i manifestanti. Una donna irosa compie il rito quotidiano. Fa spiccare il volo, ad una ad una, a 44 colombe bianche. Quarantaquattro come i giorni di guerra del 2020. Pacifisti ed ecologisti! La signora in pelliccia “attivista ambientalista e pacifista azera”, con l’altoparlante in una mano e una delle 44 colombe nell’altra, senza volere ha ucciso lo sventurato volatile strizzandolo istericamente, mentre urlava nel megafono. Ha lanciato poi la colomba morta in aria, invano sperando che sbattesse le ali. È finita calpestata sotto i piedi pacifisti e animalisti. So che non ci credete, ma io l’ho raccolta, accarezzata, seppellita.
Il Molokano
Questo articolo è stato pubblicato sul mensile Tempi del 1° gennaio 2023.
[*] E qualche altro sparuto giornale o sito con un raro articolo, tranne questo Blog dell’Editore su Korazym.org, che segue quotidianamente le vicende dal 27 settembre 2020, il primo giorno della guerra dei 44 giorni dell’Azerbajgian contro l’Artsakh [V.v,B.].
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2023-01-10 18:31:292023-01-11 18:32:18Il Nagorno-Karabakh sequestrato da “ecologisti” azeri. Pure le Ong politicamente corrette danno una mano a strozzare l’Armenia (Korazym 10.01.23)
Asili chiusi, supermercati quasi vuoti, tessere di razionamento: peggiora la crisi umanitaria nel Nagorno-Karabakh, dove 120 mila armeni sono isolati dal mondo. «Bruxelles deve intervenire», dichiara a Tempi Emanuele Aliprandi, specialista della regione
Nella repubblica dell’Artsakh, nel Nagorno-Karabakh. dove vivono 120 mila armeni, i supermercati sono ormai vuoti. Da quasi un mese l’Azerbaigian ha chiuso l’unica strada che collega la regione al resto del mondo
«L’Unione Europea definisce l’Azerbaigian un partner “affidabile” e non ha detto una parola sulla crisi umanitaria che sta causando nel Nagorno-Karabakh». Nel giorno in cui la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, è arrivata a Roma per incontrare il premier Giorgia Meloni, il Consiglio per la comunità armena di Romaha lanciato un appello perché Bruxelles, per preservare gli accordi sugli approvvigionamenti di gasfirmati con il dittatore azero Ilham Aliyev, non chiuda gli occhi davanti alla violazione dei diritti umani dei 120 mila armeniresidenti nel Nagorno-Karabakh che va avanti da quasi un mese. Un appello che, come prevedibile, è caduto nel vuoto. «Si è sempre fatto affari anche con le peggiori dittature, però l’Ue e il governo italiano avrebbero potuto spendere almeno due parole di condanna», dichiara in un’intervista a Tempi Emanuele Aliprandi, specialista del conflitto nel Caucaso, al quale ha dedicato libri come Pallottole e petrolio e Le ragioni del Karabakh. «La verità è che all’Europa interessa poco o niente degli armeni dell’Artsakh, ritenendo più importante il gas di Aliyev», spiega il membro del Consiglio della comunità armena di Roma.
Dal 12 dicembre, da quando cioè l’Azerbaigian ha bloccato il Corridoio di Lachin, gli armeni che vivono nel Nagorno-Karabakh sono completamente isolati dal mondo. Qual è la situazione? La situazione è critica: il Corridoio di Lachin è l’unica strada che connette la Repubblica dell’Artsakh all’Armenia e al resto del mondo. Ieri hanno chiuso gli asili e le scuole materne, perché non c’è più possibilità di offrire pasti ai bambini, e i beni di prima necessità stanno finendo. I supermercati sono quasi vuoti, non ci sono quasi più medicine, le operazioni chirurgiche negli ospedali sono sospese. Il carburante è agli sgoccioli, di sigarette non se ne trovano più ed è stata introdotta una tessera annonaria per razionare le scorte e assicurarsi che i cittadini comprino solo determinate quantità di prodotti.
Quanto possono andare avanti gli armeni in queste condizioni? È difficile dirlo, i problemi sono davvero tanti. I bancomat, ad esempio, sono stati chiusi perché manca la cartamoneta. Nonostante tutti questi disagi la popolazione resiste e si sta comportando in modo ammirabile: a fine 2022 sessantamila persone sono scese in piazza a Stepanakert per invocare la riapertura del Corridoio di Lachin e ribadire che non accetteranno mai di fare parte dell’Azerbaigian.
Che cosa vogliono i manifestanti ambientalisti azeri che hanno bloccato la strada? Fa ridere soltanto sentire nella stessa frase le parole “manifestanti” e “Azerbaigian”. Nel paese guidato da Aliyev, infatti, non esiste libertà di manifestare ed esistono enormi problemi ambientali. La verità è che molti dei cosiddetti manifestanti sono ex militari o soldati in abiti civili che bloccando il Corridoio di Lachin violano l’accordo di tregua del novembre 2020 tra Armenia e Azerbaigian, il quale prevede che quella strada rimanga aperta alla circolazione sotto il controllo dei peacekeeper russi.
L’ambientalismo dunque è una scusa? È evidente. Ufficialmente i manifestanti chiedono chiarimenti circa lo sfruttamento di due miniere nel territorio controllato dagli armeni, ma nonostante l’interruzione delle attività minerarie non hanno interrotto il blocco. Inoltre, hanno respinto la proposta di lasciare che una commissione internazionale verifichi i presunti danni ambientali. Il vero obiettivo della protesta è stritolare il Nagorno-Karabakhed esercitare un controllo su tutto ciò che transita dal Corridoio di Lachin.
Il ministro di Stato dell’Artsakh, Ruben Vardanyan, ha proposto di creare un “ponte aereo” per assicurare rifornimenti ai 120 mila armeni del Nagorno-Karabakh bloccati da un mese. È una soluzione percorribile per affrontare la crisi umanitaria? Stepanakert dispone di un aeroporto inaugurato nel 2012 ma mai utilizzato, se non per l’atterraggio di qualche elicottero militare. L’Azerbaigian, infatti, ha sempre minacciato di abbattere qualunque aereo avesse tentato di far rotta sulla città. È chiaro che se le Nazioni Unite e l’Unione Europea decretassero la crisi umanitaria, allora l’aeroporto potrebbe essere utilizzato e per Baku sarebbe un enorme autogol visto che si creerebbe un collegamento aereo che fino ad oggi non è mai esistito. Tocca però agli organismi internazionali fare questo passo.
Crede che Bruxelles accetterà di inimicarsi l’Azerbaigian per aiutare gli armeni? Io non contesto il fatto che l’Ue faccia affari con Baku, il mondo non va diviso in buoni e cattivi, però l’Europa dovrebbe rimarcare la differenza tra paesi democratici e non dando un segnale. L’Azerbaigian vuole mettere le mani sul Nagorno-Karabakh ma perché 120 mila armeni che oggi vivono in un sistema democratico dovrebbero essere trasferiti sotto una dittatura che, tra l’altro, diffonde l’odio etnico verso gli armeni? L’Ue dovrebbe rispondere anche se dubito che la von der Leyen e la Commissione europea se ne occuperanno.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2023-01-10 18:26:032023-01-11 18:28:44«L’Ue non può più ignorare gli armeni del Nagorno-Karabakh» (Tempi 10.01.23)
(ANSA) – MOSCA, 10 GEN – “Nessuno nega che i peacekeeper russi oggi garantiscano la sicurezza dei residenti del Nagorno-Karabakh, ma sappiamo anche di episodi in cui gli azeri hanno violato gli accordi nella zona di responsabilità delle forze di pace, ad esempio a Parukh, ma non si è vista alcuna reazione da parte loro”: lo ha dichiarato il premier armeno Nikol Pashinyan, ripreso dalla Tass.
“Non stiamo criticando le forze di pace russe, ma esprimiamo la nostra preoccupazione per le loro attività e queste preoccupazioni hanno radici profonde”, ha affermato Pashinyan secondo l’agenzia di stampa statale russa. Il governo armeno accusa l’Azerbaigian di bloccare una strada che collega l’Armenia al Nagorno-Karabakh.
Nell’autunno del 2020 ci sono stati sanguinosi combattimenti tra armeni e azeri nel Nagorno-Karabakh, dove si stima che abbiano perso la vita oltre 6.500 persone. Un accordo di cessate il fuoco tra Armenia e Azerbaigian è stato siglato nel novembre del 2020 con la mediazione di Mosca. In base al documento, l’Azerbaigian ha mantenuto i territori conquistati e l’Armenia gli ha ceduto anche altre zone del conteso Nagorno-Karabakh e dei territori limitrofi. Sempre sulla base dell’accordo, inoltre, la Russia ha inviato circa 2.000 soldati nel Nagorno-Karabakh, con l’obiettivo ufficiale di far rispettare la tregua. A metà settembre si sono registrati altri combattimenti alla frontiera, nei quali si stima che siano morte oltre 280 persone e che i due Stati si accusano a vicenda di aver provocato. (ANSA).
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2023-01-10 14:05:052023-01-14 14:05:59Armenia, 'non critichiamo soldati russi ma Baku viola accordi' (Ansa 10.01.23)
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