Terzo e ultimo incontro con Marco Ruffilli, per un approfondimento sui rischi che corrono il patrimonio culturale materiale e quello immateriale armeno nei conflitti.
Chiesa della Santa Madre di Dio. Yerevan, 1936 – fonte: Wikipedia.
Sono molti i rischi che corre il patrimonio culturale di un paese coinvolto in un conflitto, e non soltanto a causa dell’impiego delle armi. I monumenti e gli edifici di valore storico-artistico possono essere danneggiati o distrutti; i siti archeologici trasformati in campi di battaglia e postazioni militari o abbandonati agli scavi clandestini; le biblioteche e i musei saccheggiati; le opere d’arte e gli oggetti trafugati.
Gli edifici possono versare in uno stato di abbandono per mesi o per anni o essere utilizzati in modo improprio, come spesso accade agli immobili destinati al culto. Dopo l’occupazione cinese furono distrutti i templi del Tibet; negli anni Sessanta, in Albania, chiese, moschee e monasteri vennero demoliti o convertiti in palestre, stalle e sale da ballo; in Cambogia, negli anni Settanta, sotto il regime dei Khmer Rossi, i monumenti di Angkor furono trasformati in porcili e depositi.
Attraverso l’attacco al patrimonio culturale si esprime la volontà di aggiungere alla distruzione materiale anche la distruzione morale del nemico. E non parliamo soltanto del patrimonio culturale materiale, ma anche di quello immateriale, rappresentato da tradizioni culturali, espressioni orali, consuetudini sociali, conoscenze e competenze anche di tipo artigianale, che può andare disperso o perduto, con gravi conseguenze per le comunità locali.
Fra tutte le guerre che affliggono il mondo ce ne sono alcune di cui si parla pochissimo. È il caso, ad esempio, dell’Armenia. Dopo i primi due articoli (Incontro con l’Armenia #1 – I rapporti con l’Italia e Incontro con l’Armenia #2 – L’arte armena), riprendiamo il discorso interrotto con Marco Ruffilli, storico dell’arte e studioso di temi armeni, per scoprire qualcosa in più sulla situazione del patrimonio culturale armeno nel corso dei conflitti.
D: Quali rischi ha corso il patrimonio artistico armeno nell’ultimo secolo?
R: Ha subìto danni enormi, per ragioni molto diverse tra loro. La prima, l’eradicazione della memoria armena in Turchia dopo il Genocidio del 1915. Uno storico armeno francese, Raymond Kévorkian, ha riferito il numero di chiese, monasteri e scuole registrate dal Patriarcato armeno di Istanbul: in totale si trattava di circa 5000 monumenti. Di tutto questo oggi rimane in funzione qualche chiesa. Gli altri edifici o sono stati direttamente distrutti, o sono stati riutilizzati in modo da snaturarne l’identità, per esempio trasformandoli in moschee, come a Develi, o a Kayseri, dove la chiesa della Santa Madre di Dio è stata usata fino a non molto tempo fa come centro sportivo. Altri sono stati lasciati volutamente in uno stato di abbandono che li ha condannati alla rovina totale. Operazione per la quale è stata introdotta la nozione di “genocidio culturale”, che appare appropriata, perché la cancellazione di un popolo, dopo la scomparsa delle persone, deve passare necessariamente per la distruzione dei segni materiali superstiti.
Nella madrepatria, del resto, circostanze completamente diverse hanno recato comunque gravi danni al patrimonio monumentale, come la trasformazione di Yerevan in epoca sovietica. A parte il completo stravolgimento urbanistico della città, già in sé discutibile, molti edifici storici furono eliminati. Le chiese, ma anche le moschee e i bazar: per esempio la chiesa dei Santi Pietro e Paolo a Yerevan fu atterrata nel 1931 e poi sostituita dal Cinema Mosca. Nel 1936, durante la demolizione della chiesa della Santissima Madre di Dio, emerse una chiesetta del XIII secolo, nota come Kathoghike, inclusa nella struttura maggiore. Si levarono allora le proteste e il piccolo edificio fu preservato.
Aggiungi a tutto questo i problemi, comuni a ogni nazione – Italia compresa – dell’ordinaria e costosa conservazione del patrimonio artistico, dei restauri non sempre adeguati, delle indebite sostituzioni edilizie recenti.
Poi c’è il caso drammatico, che merita attenzione propria, del Nakhichevan.
D: Exclave azera tra Armenia, Turchia e Iran.
R: Sì, esattamente. Nella determinazione dei confini tra Armenia e Azerbaigian in epoca sovietica, il Nakhichevan finì col passare sotto completo controllo azero, e lì rimase anche dopo la caduta dell’Unione Sovietica. Da allora cominciò naturalmente il declino dei monumenti armeni, ma gli episodi più gravi sono abbastanza recenti. Le indagini satellitari dell’American Association for the Advancement of Science e del Caucasus Heritage Watch hanno ormai dimostrato che il 98% dei siti armeni del Nakhichevan è stato distrutto. Quanto stava accadendo, del resto, era noto, ma le autorità azere hanno sempre negato l’accesso a osservatori indipendenti: si possono leggere sull’argomento alcuni ottimi articoli-inchiesta del sito Hyperallergic.com, specializzato nel giornalismo d’arte. Un caso già ben documentato in precedenza era quello del cimitero di Giulfa, una località prossima al confine iraniano, dove la grande distesa di khachkar (manufatto tipico del mondo armeno di cui abbiamo parlato nel corso della seconda intervista) e pietre tombali è stata rasa al suolo tra il 1998 e il 2005: ne abbiamo le prove fotografiche, grazie ad alcuni scatti realizzati di là dal confine, in Iran. C’è però un uomo cui dobbiamo la documentazione sistematica dei monumenti del Nakhichevan: Argam Ayvazyan. Fin da ragazzo, sostenendo in proprio tutte le spese, e anche con serio rischio personale, ha fotografato i siti monumentali della regione, a larga prevalenza armeni. Tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta ha così fornito una documentazione completa di una novantina di chiese, oltre a migliaia e migliaia di khachkar e pietre tombali oggi in larga misura scomparsi. È dal lavoro di Ayvazyan che hanno mosso i loro passi anche i recenti lavori di geolocalizzazione. A questo studioso, ai suoi articoli e libri, fondati sulle sue campagne di documentazione, dovremo in futuro l’unica conoscenza possibile dell’architettura e dell’arte armena del Nakhichevan.
Distruzione del cimitero di Giulfa – fonte: Allinet.
D: Anche nell’ultima guerra si registrano danneggiamenti?
R: Sì, il caso simbolico è quello della cattedrale ottocentesca del Salvatore a Shushi, vittima di un bombardamento che ne ha sfondato la copertura, e ora oggetto di ambigui “restauri” da parte azera. Oltre a questo, però, desta preoccupazione la sorte di tutti monumenti armeni che si trovano nelle aree passate sotto il controllo azero. Il precedente del Nakhichevan induce questi timori. L’attenzione oggi è un po’ più alta, e si avvale delle tecniche di monitoraggio di cui dicevo, così che le denunce possano almeno essere tempestive, il che non significa che producano effetti. Del resto potrebbero oggi essere utilizzate strategie più sofisticate di cancellazione culturale: per esempio, invece di abbattere le chiese, abraderne le tracce più vistosamente armene, come le iscrizioni (alfabeto e lingua non sono equivocabili), e attribuire poi la costruzione di questi monumenti a un passato in cui gli armeni non compaiano più. La politica culturale azera tende a ricondurre questi monumenti, palesemente armeni, a un passato “albano”, costruendo su questo antico popolo del Caucaso meridionale, gli Albàni, un’identità nazionale. Dei due monasteri più famosi dell’Artsakh, quello di Gandzasar è rimasto in territorio armeno, mentre l’altro, Dadivank, è oggi sotto la protezione del contingente russo. Naturalmente però il rischio è grande per molti altri monumenti di minore notorietà, e perciò ancora più vulnerabili. Oltre all’Artsakh, bisogna poi aggiungere che il “corridoio” tra Azerbaigian e Nakhichevan preteso dalle autorità azere, il cosiddetto “Corridoio di Zangezur”, nell’estremo sud della Repubblica d’Armenia, se realizzato metterebbe a rischio, per esempio, il patrimonio artistico della città di Meghri, con le sue chiese affrescate. Sono cose che naturalmente si aggiungono al danno già inferto direttamente alle persone, che hanno dovuto abbandonare case e villaggi perduti. L’attacco al territorio della stessa Repubblica d’Armenia e il blocco del Corridoio di Lachin che sta sequestrando gli abitanti dell’Artsakh aprono ulteriori, gravi, scenari di fronte alla sostanziale indifferenza del mondo.
Tornando al patrimonio, la preoccupazione degli Armeni nasce ancora una volta dal silenzio che ricopre questi rischi. A differenza dell’Isis, che ostentava le sue distruzioni come un mezzo di terrore e un’affermazione di dominio, queste attività di cancellazione culturale avvengono perlopiù di nascosto o con poca pubblicità, così che poi il fatto compiuto sia accettato come irreparabile e cada nell’oblio.
Cattedrale del Salvatore “Ghazanchetsots”, XIX secolo, dopo il bombardamento – fonte: Vaticannews.
D: E a proposito del patrimonio immateriale?
R: C’è sicuramente un patrimonio immateriale da promuovere. Per esempio la musica del duduk, strumento tipico della tradizione armena. Si tratta di un flauto di legno d’albicocco ad ancia doppia, dal suono dolce e arcano, misterioso. È uno strumento che ha avuto un grande successo anche in Occidente nella composizione di colonne sonore, ma che va ascoltato soprattutto cercando di entrare nella sensibilità di chi nei secoli ha sentito nel duduk il suono dell’anima armena. Oppure alcune forme di danza, come il kochari e la yarkhushta.
C’è poi il caso della lingua armena occidentale. L’armeno moderno si divide in due varianti, l’orientale, parlato nel Caucaso e in Iran, e l’occidentale, già lingua degli armeni dell’Impero ottomano, oggi parlato nella comunità ancora presente a Istanbul e nella diaspora. Mentre la prima variante non corre pericolo, perché è la lingua ordinaria di alcuni milioni di persone, la seconda è conosciuta perlopiù da armeni che vivono, ormai da generazioni, in molti luoghi diversi del mondo, e che parlano perciò anzitutto la lingua dei paesi d’arrivo. Diluendosi il suo uso col passare delle generazioni, l’armeno occidentale rischia perciò di scomparire. Anche le lingue, per varie ragioni, corrono rischi di estinzione come le specie animali. L’armeno occidentale è insegnato in alcune università e in vari altri corsi, ma è importante soprattutto il fatto che le comunità armene lo coltivino e lo tengano in vita.
È storica dell’arte, giornalista e membro di commissioni dell’International Council of Museums (ICOM).
Candidata nel 2009 all’Emmy Award, sezione “Research”, per il documentario americano “The Rape of Europa” (2006), dal 2017 al 2019 ha partecipato al progetto europeo “Transfer of Cultural Objects in the Alpe Adria Region in the 20th Century”.
Fra le sue pubblicazioni: “I viaggi dell’Assunta. La protezione del patrimonio artistico veneziano durante i conflitti mondiali”, Pisa, 2010; “Arte in assetto di guerra. Protezione e distruzione del patrimonio artistico a Pisa durante la Seconda guerra mondiale”, Pisa, 2006; il manuale scolastico “Educazione civica per l’arte. Il patrimonio culturale come bene dell’umanità”, Loescher-D’Anna, Torino 2021.
Ambiti di ricerca principali: protezione del patrimonio culturale nei conflitti (dalle guerre mondiali alle aree di crisi contemporanee); tutela e educazione al patrimonio; storia della divulgazione e della didattica della storia dell’arte; musei della scuola.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2023-01-13 14:25:182023-01-14 14:26:53Incontro con l’Armenia #3 – Il patrimonio culturale in guerra (Laricerca 13.01.23)
[Korazym.org/Blog dell’Editore, 13.01.2023 – Vik van Brantegem] – Dopo alcuni brevi cenni storici sulle origini armene, condividiamo un commento sulle dichiarazioni del dittatore dell’Azerbajgian, Ilham Aliyev, in riferimento alla sue pretese sulla capitale della Repubblica di Armenia, Yerevan, e i suoi riferimenti a un’esistenza illusoria di un Azerbajgian occidentale, un’utopia che esiste solo nel suo sogno megalomane delirante, xenofobo e razzista di un Caucaso e di un Medio Oriente senza Armenia e senza Armeni.
Il commento a firma di Carlos Boyadjian è stato pubblicato sul Diario Armenia, un giornale fondato a pochi anni dal genocidio subito dal popolo armeno per mano dell’Impero Turco-Ottomano. In un contesto globale estremamente compromesso, un gruppo di profughi armeni, riuscì con grande sacrificio a fare un giornale che non servisse solo per diffondere informazioni ma anche per preservare la cultura e le tradizioni armene, oltre a svolgere un ruolo sociale estremamente importante. Il Diario Armenia vide la luce per la prima volta il 24 aprile 1931 e da allora non ha smesso di realizzare tutti e ciascuno degli obiettivi che i suoi fondatori gli hanno imposto.
La storia dell’Armenia, ovvero del territorio abitato dalle popolazioni armene, affonda le sue radici nell’epoca preistorica. Il nome originario armeno per questa regione era Hayq, divenuto più tardi Hayastan (Հայաստան in armeno), denominazione attuale del Paese, traducibile come “la terra di Haik”, termine composto dal nome “Haik” e dal suffisso sanscrito -stan (terra), che è tipico anche in persiano per indicare un territorio. Secondo la leggenda e la tradizione armena, Haik, progenitore di tutti gli Armeni, era un discendente di Noè (essendo figlio di Togarmah, che era nato da Gomer, a sua volta nato dal figlio di Noè, Yafet) e, in base alla tradizione cristiana, antenato di tutti gli Armeni. Haik si stabilì ai piedi del monte Ararat, cima centrale e più alta dell’Altopiano Armeno, sacra per gli Armeni in quanto considerata il luogo dove si posò l’arca di Noè dopo il diluvio universale. Successivamente Haik partì per assistere alla costruzione della Torre di Babele e, ritornato dalla Mesopotamia, sconfisse il Re assiro Nimrod presso il lago di Van, nell’Armenia occidentale, l’attuale Turchia. Il diffuso termine Armenia fu dato alla regione dai popoli confinanti per indicare la tribù più potente presente nel territorio (gli Armeni, appunto) e che dimorava in quelle terre. Il nome Armenia si dice derivi da Armenak o Aram (un discendente di Haik e, secondo la tradizione armena, un altro grande “padre della patria”, un grande condottiero del popolo armeno). Fonti precristiane riportano invece la derivazione dal termine Nairi (cioè “terra dei fiumi”) che è l’antico nome della regione montuosa del Paese e che è usato sia da alcuni storici greci sia dall’iscrizione di Behistun, ritrovata in Iran e risalente al 521 a.C. Gli archeologi si riferiscono alla cultura Shulaveri-Shomu del Transcaucaso centrale, comprendente la moderna Armenia, come una delle prime culture preistoriche conosciute nella regione, databile – grazie al C14 – intorno al 6000-4000 a.C. Tuttavia, una tomba scoperta recentemente è databile al 9000 a.C.
Nel I secolo a.C., durante il regno di Tigran II di Armenia detto il Grande (95-58/55 a.C.), l’Armenia costituiva un impero regionale che si estendeva dalle coste del mar Nero al mar Caspio e a quelle del Mediterraneo, ma nel 66 a.C. venne sconfitta dai Romani guidati da Pompeo. Da quella data fu per secoli una delle poste in gioco prima fra Romani e Parti e poi fra Bizantini e Sasanidi. Nel 301 l’Armenia fu il primo stato al mondo ad adottare il Cristianesimo come religione di Stato, precedendo così di alcuni decenni l’Impero romano, dove anzi missionari armeni si recarono a diffondere il cristianesimo: in particolare, ricerche del 2019 portano a ritenere San Mercuriale, primo vescovo di Forlì, proprio di origine armena. Con Gregorio Illuminatore fu istituita la Chiesa Apostolica Armena, che si separò dalle altre chiese cristiane dopo il Concilio di Calcedonia del 451. Con il succedersi delle dinastie e delle occupazioni di parti, romani, arabi (dal 645), mongoli e persiani, lo stato armeno fu notevolmente indebolito.
Armenia circa 50 d.C.Armenia circa 300 d.C.Caucaso circa 1060 d.C.
L’ossessione azera di costruirsi un passato che non ha
di Carlos Boyadjian Diario Armenia, 11 gennaio 2023 (Nostra traduzione italiana dallo spagnolo)
Il Presidente dell’Azerbajgian, Ilham Aliyev, è un degno discepolo del leader nazista Joseph Goebbels, cultore della menzogna a fini politici. Validità della falsità storica come politica dello Stato nel regime di Baku.
Se Lionel Messi fosse armeno, sicuramente farebbe a Ilham Aliyev, l’autocratico Presidente dell’Azerbajgian, l’inconfondibile gesto con le dita della mano, indicando letteralmente di stare zitto o meglio qualcos’altro, come direbbero nel quartiere. Lo stesso gesto che ha dovuto subire il tecnico neerlandese Louis Van Gaal, dopo i rigori che hanno regalato all’Argentina il passaggio per le semifinali del Mondiale di Qatar 2022.
La risposta al dittatore azero sarebbe giustificata dalle sue dichiarazioni sulla capitale armena Yerevan e dai suoi riferimenti a un’esistenza illusoria di un Azerbajgian occidentale, un’utopia che esiste solo nel sogno megalomane delirante, xenofobo e razzista di un Caucaso e di un Medio Oriente senza Armenia e senza Armeni.
Ma andiamo per ordine. Per quasi dieci anni, ma molto di più da quando la coalizione terroristica turco-azerbajgiana ha lanciato un attacco armato su larga scala contro l’Artsakh nel settembre 2020, che si è concluso con una guerra di 44 giorni, più di 5.000 Armeni uccisi e l’occupazione da parte delle forze armate azerbajgiane di 70 % del territorio dell’Artsakh.
Aliyev insiste che “Erivan” – come chiama la capitale dell’Armenia – e le regioni di Syunik e Gegharkunik sono “territori ancestrali dell’Azerbajgian” e che li recupererà.
Nel suo delirio incontrollabile, Aliyev costruisce un racconto fantasioso, a cui in seguito crederà lui stesso. In verità, gran parte della retorica bellicosa di Baku risponde a una politica statale in Turchia e Azerbajgian, in cui è comune rinominare città e regioni con nomi simili a quelli degli armeni ma con un certo sapore “turco”.
Credendo che chiamare Yerevan Erivan, Nakhchivan Nakhichevan, Shushi Shusha e tutta l’Armenia Zangezur occidentale o Azerbajgian occidentale trasformi semplicemente questi siti in “territori ancestrali azeri”, Aliyev mostra solo accenni della sua matrice di pensiero delirante.
Questa politica non è qualcosa di nuovo nella regione. Già la Repubblica di Turchia e Mustafa Kemal Atatürk faceva appello alla manovra di rinominare le città per far “scomparire” dalle mappe le vestigia dell’esistenza armena in tutta l’Armenia storica dopo il genocidio del 1915-23. Per questo furono assassinati e deportati nei deserti del sud-est del Paese 1,5 milioni di Armeni che, a più di un secolo di distanza, attendono ancora giustizia e gravano sulle coscienze di intere generazioni di Turchi.
Nel caso dell’Azerbajgian e della retorica guerrafondaia e antidemocratica di Aliyev, è anche peggio. Un Paese e uno Stato apparso sulla faccia della Terra nel 1918, dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, vuole “appropriarsi” dell’antica cultura armena, presente in quei territori da più di 4.500 anni. Matematica pura, un secolo contro 45 secoli. Chi è ancestrale e chi è l’invasore?
Pertanto, gli Azeri cercano di collegare il loro passato con quello dell’Albania caucasica. Ma niente di tutto ciò regge, se non nella mente malata di Aliyev e nell’apparato di propaganda di Baku.
Gli Aghvan o Albanesi caucasici (per differenziarli dagli Albanesi balcanici) regnarono tra il IV e il III secolo a.C. nel Daghestan meridionale e nell’Armenia orientale, nell’attuale Artsakh e parte dell’Azerbajgian.
Nel II secolo a.C. furono conquistate da Tigran il Grande (anno 66 a.C.), compresa la regione di Utik , situata sulle rive dei fiumi Kura e Artsaj, che era la decima provincia del regno armeno. Fino ad ora, gli antenati degli Azeri hanno abitato le steppe dell’Asia centrale a migliaia di chilometri di distanza, formando le orde dei popoli turchi di quella regione.
Con la sconfitta di Tigran il Grande per mano dei Romani, l’Armenia perse molti di questi territori, di cui gli Albanesi approfittarono per riprendersi. Nel IV secolo d.C. gli Albanesi furono cristianizzati e gran parte della popolazione assimilata dagli Armeni, potenza regionale.
Nel VII secolo l’espansione degli Arabi trasformò la regione in un califfato, e successivamente i Selgiuchidi e altri popoli turchi arrivarono nell’XI secolo per imporsi sulle civiltà esistenti ed estendere il loro dominio.
Un fatto interessante è che, secondo gli storici armeni Movsés Jorenatsi e Koryun , discepolo di Mesrob Mashtóts, fu proprio questo monaco armeno a inventare l’alfabeto degli Aghvan o Albanesi caucasici. L’obiettivo della sua creazione era che questa Chiesa cristiana avesse la scrittura, ma né la Chiesa albanese né la lingua sopravvissero all’arrivo dell’Islam nella regione.
Ogni tentativo di trovare un collegamento diretto tra gli Albanesi caucasici e gli attuali Azeri è solo un tentativo di appropriazione di un passato in cui non ci sono vasi comunicanti.
Ma la verità è che fin dalla creazione del primo stato azero nel maggio 1918 – prima di allora non c’era mai stato uno stato di Azerbajgian – le risorse umane e materiali dello Stato hanno finanziato il lavoro di storici e politici per “costruire” un passato che avrebbe permettere di dire loro, che quelli sono i loro territori ancestrali.
Parallelamente, la città di Yerevan fu fondata come Erepuni dal Re di Urartu Arkishtí I nell’anno 782 a.C. per avere una fortezza e una cittadella contro gli attacchi dal Caucaso settentrionale. Infatti, fino ad oggi è possibile visitare le rovine di Erepuni alla periferia di Yerevan.
La retorica azera sostiene che non c’è alcuna relazione tra Erepuni e Yerevan, in un rozzo tentativo di dire che “Erivan” è una città azera ancestrale, solo perché la chiamano così.
È come se gli Armeni affermassero che “Hunastan” è territorio armeno solo perché è il nome armeno della Grecia, o che i Giorgiani “cercano di appropriarsi del nostro Vrazdan”. Che Yerevan sia una città ancestrale dell’Azerbajgian esiste solo nella mente malata del Presidente Aliyev e in coloro che credono nella menzogna ufficiale. “Mentite, mentite, qualcosa resterà”, resa celebre dal Ministro della Propaganda nazista, Joseph Goebbels, fa effetto [frase falsamente attribuita a Goebbels, in realtà è una variante di una frase di Voltaire, nella Lettera a Thiriot del 21 ottobre 1736: “Mentite, amici miei, mentite. Qualcosa resterà sempre”. V.v.B.].
Per questo motivo, è necessario che sia il governo armeno che tutte le comunità della diaspora si facciano avanti per rispondere a ogni falsità storica del regime di Baku, in modo che la fallacia venga smascherata.
Il nome Yerevan è stato utilizzato dal VII secolo a.C. sotto la dominazione persiana, già nell’antichità fu contesa da Romani, persiani e parti (non dagli Azeri), passando tra il 1513 e il 1737 per successive dominazioni musulmane e persiane.
Nel 1604 sotto il potere di Shah Abbas (Abbas il Grande) gran parte della popolazione armena fu deportata in Persia, momento in cui la popolazione di Yerevan divenne per l’80% musulmana e per il 20% armena. Successivamente Yerevan fu la capitale del Khanato di Yerevan, durante l’impero persiano.
Con il consolidamento dell’Impero russo e il trionfo sui Persiani nel 1827, ebbe luogo una divisione dell’impero zarista in governatorati. Il discorso azero sostiene che l’Artsakh faceva parte del Governatorato di Elizavetpol ed è quindi un “territorio ancestrale azero”. Niente è più lontano dalla realtà.
Come abbiamo visto, la storia dell’Artsakh risale al II secolo. Il Khanato di Karabakh entrò a far parte del Governatorato di Elizavetpol nel 1868, ma sotto il dominio imperiale russo, non dell’Azerbajgian, che, come già affermato, non esisteva come stato indipendente fino al XX secolo inoltrato, nel maggio 1918.
Nella loro urgenza di inventare un passato – che l’Azerbajgian e il suo Presidente Ilham Aliyev non hanno – dispongono di una creatività a prova di proiettile, ma puntano sempre sull’Armenia e sugli Armeni.
A questo punto il dittatore azero farebbe bene a incanalare il suo complesso di inferiorità verso gli Armeni, ricordando che si può fregare una parte del popolo per un po’, ma non si può fregare tutti per sempre. In conclusione: “Studente Aliyev, nella storia hai un 1. Studia meglio e torna a marzo”.
Foto di copertina: il Regno di Armenia nel suo massimo splendore, tra il 95 ed il 66 a.C., al tempo della Dinastia Artasside.
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[Korazym.org/Blog dell’Editore, 13.01.2023 – Vik van Brantegem] – Si intensifica il blocco criminale azero del Corridoio di Berdzor (Lachin). Tutto il traffico (di persone e merce) da e per la parte ancora libera della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh rimane interrotto dal 12 dicembre 2022. Passano solo veicoli del contingente di pace russi e del CICR. La #StradaDellaVita, lungo il segmento di Shushi dell’autostrada interstatale Stepanakert-Goris, è chiuso da sedicenti “eco-attivisti” organizzati e pagati dal regime autoritario dell’Azerbajgian, sostenuti dalla polizia azera e sotto l’occhio vigile delle forze armate azere.
Inoltre, l’Azerbajgian da quattro giorni non consente l’esecuzione di lavori di riparazione dell’unica linea ad alta tensione che alimentava l’Artsakh dall’Armenia. Poi, ieri vicino al blocco l’Azerbaigian ha tagliato il cavo in fibra ottica che fornisce internet all’Artsakh dall’Armenia. Non c’è più Internet via cavo e la telefonia mobile funziona male con forti disturbi. L’Azerbajgian sta attivamente distruggendo l’infrastruttura civile dell’Artsakh.
Il Ministro di Stato dell’Artsakh, Ruben Vardanyan ha scritto in un post su Twitter: «Pure durante l’assedio di Leningrado, c’era una strada della vita che rimaneva aperta. Il blocco non è un sarcofago di Chernobyl. Colpisce cibo, nutrizione e carburante dove gravi carenze stanno avendo un impatto sulla vita di tutti».
«33 anni fa, il 13 gennaio, furono organizzati dall’Azerbajgian sovietico a Baku i pogrom della popolazione armena. Più di 200.000 abitanti armeni sono stati costretti a lasciare Baku. 33 anni dopo l’Azerbajgian ora vuole gli Armeni dell’Artsakh lascino la loro patria. Lo scopo è sempre lo stesso» (Tatevik Hayrapetyan).
Un riassunto della situazione attuale in e intorno all’Artsakh/Nagorno-Karabakh
a cura del Nagorno Karabakh Observer
Il territorio di ciò che resta de facto dell’Artsakh/Nagorno-Karabakh dopo la guerra del 2020, e ancor di più lo scorso mese, è senza dubbio una delle aree più internazionalmente isolate del mondo. Con una popolazione di etnia armena post-2020 di circa 120.000 persone, all’interno di quello che l’Azerbajgian considera il suo territorio sovrano dopo la caduta dell’Unione Sovietica (aderendo ai confini interni creati dalle autorità sovietiche). L’Artsakh, tuttavia, è rimasta al di fuori di qualsiasi giurisdizione politica, militare e amministrativa azera dall’inizio del 1990, come territorio de facto (o si potrebbe dire stato non riconosciuto) con un proprio governo (ministeri, corpo amministrativo, forze armate locali, ecc.) facendo eco a quello di qualsiasi altro stato sovrano. Nonostante questa separazione, gli Armeni dell’Artsakh detengono passaporti armeni.
Avendo una popolazione di etnia armena, l’Artsakh ha naturalmente cercato la protezione dell’Armenia fin dagli anni ’90. Fino allo sconvolgimento politico in Armenia del 2018, la dottrina militare e estera armena aveva impresso in essa la sicurezza fisica della popolazione armena dell’Artsakh.
Tutto ciò si sarebbe concluso con la nuova leadership in Armenia a partire dal 2018, che ha cercato di prendere le distanze come unico garante dell’Artsakh, a favore dell’avanzamento di un’agenda di pace con l’Azerbajgian e la Turchia. La guerra del 2020 in Artsakh ha evidenziato questo disimpegno e ha aperto la strada a importanti conquiste militari azere nel sud dell’Artsakh e al trasferimento di territori precedentemente sotto il controllo dell’Artsakh (Lachin, Aghdam e Kelbajar) alle autorità azere.
Dalla guerra del 2020 l’esercito azero ha intensificato la sua presenza nei territori di nuova acquisizione (trasferiti o acquisiti militarmente), con nuove basi, installazioni e posizioni militari, alcune all’interno dell’Armenia vera e propria (istituite durante le incursioni del 2021 e del 2022).
Con la guerra del 2020 fermata dalla mediazione russa, la Federazione Russa ha dispiegato circa 2000 forze di mantenimento della pace all’interno di ciò che restava de facto dell’Artsakh per scoraggiare qualsiasi ulteriore scontro su larga scala, e che attualmente sono l’unico garante della sicurezza fisica degli armeni etnici in Artsakh.
Con l’attuale leadership politica dell’Armenia in declino in termini diplomatici e militari, soprattutto dopo la guerra del 2020, le autorità di Yerevan hanno cercato di ridurre al minimo qualsiasi piano relativo alla sicurezza riguardante l’Artsakh, dando l’impressione che “il problema ora spetta alla Russia”.
Nell’attuale contesto geopolitico con l’Occidente concentrato sulla crisi ucraina per contrastare la Russia, quest’ultima impegnata nella propria campagna militare, con minori risorse militari, politiche e diplomatiche da dispiegare verso i propri assetti in Artsakh, si è assistito alla crescita di un leadership a Baku lo scorso anno, il cui Presidente Aliyev ha recentemente affermato che l’Armenia stessa è “l’Azerbajgian occidentale” e la capitale Yerevan è una storica città azera.
Un Azerbajgian, sostenuto dalla Turchia, che cerca di aumentare la sua presenza nel Caucaso, l’Artsakh/Nagorno-Karabakh e la sua popolazione rimanente di 120.000 (dai 160.000 prima della guerra del 2020) sono a rischio di un grande esodo irreversibile in quello che alcuni esperti suggeriscono potrebbe essere un caso di pulizia etnica, con una presenza internazionale pressoché assente e 2000 forze di mantenimento della pace russe senza capacità di combattimento su larga scala. Il blocco del 12 dicembre 2022 da parte delle autorità azere, l’interruzione della fornitura di gas, i blackout elettrici e ora l’interruzione di Internet hanno quasi isolato il territorio in termini di commercio, medicina, comunicazioni e transito dal mondo esterno, suggerendo molto più di un semplice blocco eco-attivista come riportato dalle autorità azere.
In un articolo Si avvicina la terza guerra del Karabakh a firma di Vladimir Rozanskij da Mosca, pubblicato su Asia News il 12 gennaio 2023 [QUI] si legge che «il contingente di pace dei russi non è più in grado di evitare scontri tra Erevan e Baku per la regione separatista filo-armena. Mosca vorrebbe sostituire il premier armeno Pashinyan con un proprio oligarca. Il Cremlino sembra sempre più debole nel Caucaso, un effetto della guerra in Ucraina. Le recenti manifestazioni di protesta di fronte a una base militare russa a Gyumri, in Armenia, sono un segnale che si sta avvicinando un’altra fase di conflitto aperto nel Nagorno-Karabakh, conteso da Erevan e Baku. Il rischio è una “terza guerra” dopo quella degli anni 1992-1994 e quella dei 44 giorni del 2020, come sostengono molti osservatori, armeni e azeri, e quelli neutrali. (…) Il premier armeno Pashinyan, del resto, è un personaggio poco gradito al Cremlino, che lo considera “un estraneo”, e lo sopporta soltanto “per scaricare su di lui tutti gli effetti negativi delle tensioni caucasiche”. Secondo la maggioranza dei commentatori della politica nella regione, Mosca starebbe preparando un’alternativa al primo ministro di Erevan: si parla di Ruben Vardanyan, oligarca miliardario russo con cittadinanza armena, ministro della repubblica separatista dell’Artsakh, il Nagorno-Karabakh armeno. Vardanyan è una figura molto popolare in Armenia, grazie anche alle tante iniziative umanitarie e assistenziali da lui ispirate e organizzate. (…) Finora la Russia, pur sostenendo formalmente l’Armenia, ha sempre concordato sulla necessità di assegnare una parte del territorio conteso all’Azerbajgian, per mantenere entrambi i Paesi nella sua sfera d’influenza. Se la debolezza di Mosca riportasse il panorama caucasico a quello di 30 anni fa, questo influirebbe sulla capacità dei Russi di imporsi in tutto lo spazio ex-sovietico di Oriente e Occidente, già duramente messa alla prova dal tragico conflitto in Ucraina. Putin deve decidere ora se punire gli Armeni per le sempre più frequenti manifestazioni anti-russe, sostenendo il cambio al potere e liquidando il “rivoluzionario del popolo” Pashinyan, ma cercando allo stesso tempo di non inimicarsi l’opinione della maggioranza della popolazione del Paese. La terza guerra del Karabakh potrebbe alla fine diventare inevitabile, quando le relazioni interne ed esterne ormai vengono affidate solo alle armi».
Pashinyan espelle la Russia a scapito della sicurezza armena
Yerevan è in procinto di sabotare l’ombrello di sicurezza dell’Armenia, stendendo il tappeto rosso per l’immersione nel blocco turco di Alison Tahmizian Meuse [*] Armenian Weekly, 11 gennaio 2023
(Nostra traduzione italiana dall’inglese)
Martedì 10 gennaio [nella sua prima conferenza stampa in persona in oltre due anni], il Primo Ministro, Nikol Pashinyan, ha annunciato di aver rifiutato di ospitare esercitazioni di mantenimento della pace dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (OTSC) in Armenia, rifiutando esplicitamente il sostegno russo non solo all’Artsakh, ma alla stessa Repubblica di Armenia.
“La presenza militare della Federazione Russa non solo non garantisce la sicurezza della Repubblica di Armenia, ma crea anche una minaccia alla sua sicurezza”, ha detto a un gruppo di giornalisti scelti con cura.
Ha precisato che il suo governo “ha informato per iscritto il quartier generale congiunto della OTSC, che non riteniamo opportuno tenere tali esercitazioni militari nella Repubblica di Armenia in questa situazione. Quelle esercitazioni militari non avranno luogo quest’anno”, ha detto Pashinyan.
La conferenza stampa è avvenuta il giorno dopo che i manifestanti allineati con Pashinyan hanno tentato di circondare la base militare russa di Gyumri, la sentinella al confine con l’ostile Turchia, chiedendo l’espulsione della Russia.
È stato l’ultimo passo di un modello di sabotaggio, iniziato con l’incarcerazione da parte di Pashinyan nel 2018 del rispettato rappresentante nella OTSC dell’Armenia, il Generale Yuri Khachadurov, per affermazioni false, successivamente respinte; lo sfortunato rigetto degli avvertimenti dell’OTSC su un imminente attacco azero; e il rifiuto di esercitazioni militari preventive nel settembre 2020. Lo scorso autunno, l’Armenia ha nuovamente rifiutato di partecipare alle esercitazioni dell’OTSC e Pashinyan ha concluso l’anno dando spettacolo pubblico di rifiuto di un pacchetto di sostegno militare negli ultimi minuti di un vertice a cui ha partecipato il Presidente russo Vladimir Putin.
Il Ministero della Difesa russo ha annunciato che unità delle forze di terra russe prenderanno parte a un’esercitazione di mantenimento della pace dell’OTSC che si terrà in Armenia, secondo il sito web del Ministero della Difesa russo.
L’ultimo rifiuto di Pashinyan di un’esercitazione militare mirata esplicitamente a rafforzare la capacità di mantenimento della pace e l’interoperabilità dell’OTSC, e che avrebbe portato le truppe di terra russe a contrastare il rafforzamento turco ai confini dell’Armenia, arriva mentre la missione di mantenimento della pace della Russia nella Repubblica di Artsakh è sottoposta a pressioni senza precedenti da parte di Baku e ora Yerevan. Pashinyan, parallelamente al suo consolidamento su tutte le leve chiave del potere, vale a dire magistratura e polizia, ha abbandonato anche il sostegno verbale al diritto all’autodeterminazione dell’Artsakh, regalando a Erdogan e Aliyev nuova leva diplomatica per chiedere la fine del protettorato russo, eliminare Artsakh come repubblica autonoma, e poi continuare con la campagna in corso per separare l’Armenia dai suoi polmoni vitali verso il mondo esterno attraverso la Georgia e l’Iran.
Le forze di mantenimento della pace russe di stanza sulle precarie pianure sotto la città fortezza occupata di Shushi, sono attualmente bloccate in una situazione di stallo durata un mese con le forze azere sull’arteria che collega l’Artsakh all’Armenia. Baku ha strategicamente proposto personale disarmato che si atteggia da eco-attivisti come patina del suo blocco, controllando efficacemente la narrativa dei media e precludendo l’uso della forza per la loro rimozione. Mentre il Ministro di Stato dell’Artsakh, Ruben Vardanyan, ha chiesto il rafforzamento del mandato delle forze di pace e l’aumento numerico, il governo di Pashinyan ha fatto il contrario, lavorando per convincere il pubblico armeno e la diaspora armena che la sottomissione dell’Artsakh all’Azerbajgian è nel migliore interesse della nazione.
Nonostante l’incapacità dell’Azerbajgian di onorare il suo obbligo fondamentale di restituire i prigionieri di guerra armeni dopo la guerra del 2020, Pashinyan ha accelerato le condizioni per soddisfare le richieste di Aliyev, che ora si estendono alla rivendicazione della capitale Yerevan. Il governo di Pashinyan ha ritirato l’esercito armeno dall’Artsakh a luglio e poi ad agosto ha imposto la cessione del Corridoio di Berdzor – il cordone ombelicale delle infrastrutture del gas, dell’elettricità, dell’idroelettrico e delle telecomunicazioni tra l’Armenia e l’Artsakh, lasciando le forze di difesa locali dell’Artsakh e le duemila uomini del contingente russo come unica forza all’interno di un cappio di truppe turche e azere, vulnerabili ai blocchi delle comunicazioni.
Le pianificate esercitazioni di mantenimento della pace dell’OTSC, rese note dal Ministero della Difesa russo il primo giorno del nuovo anno, rafforzerebbero logicamente la missione di mantenimento della pace in Artsakh e invierebbero un messaggio di sfida ad Ankara e Baku in seguito alle esercitazioni congiunte turco-azere che hanno visto la Turchia mantenere le sue forze minacciosamente stazionate sul posto, come è stato fatto prima dell’aggressione del 2020.
Martedì Pashinyan ha di fatto respinto il sostegno militare che per mesi ha affermato di chiedere al principale alleato dell’Armenia.
La minaccia per l’Armenia oggi non è inferiore a quella per l’Artsakh. Delle tre potenze regionali che hanno un impatto sull’Armenia – Russia, Iran e Turchia, il secondo esercito più grande della NATO – solo una mira alla distruzione dell’Armenia come nazione sovrana.
Con l’alleanza NATO guidata dagli Stati Uniti bloccata in una lotta prolungata e profonda contro la Russia in Ucraina, non ci sarà alcuna difesa occidentale dell’Armenia contro la Turchia, Pashinyan che consegnerà l’Artsakh e espellerà le truppe russe da Gyumri cambierà la situazione, ma lascerà solo l’Armenia esponenzialmente più vulnerabile.
Il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha annunciato l’anno scorso – quando l’Iran ha tenuto esercitazioni militari lungo il fiume Arax al confine con le aree dell’Artsakh occupate dagli Azeri e a sostegno dell’integrità territoriale dell’Armenia – che Washington era fermamente a sostegno dell’Azerbajgian.
Il governo di Pashinyan, corteggiando la Turchia e l’Azerbajgian ed evitando gli alleati naturali dell’Armenia, invita a troncare l’Armenia e apre la strada al genocidio.
Quegli Armeni che desiderano vedere la patria sicura devono comprendere che l’unico intervento occidentale non sarà la salvezza dalla Francia o dall’America, ma l’invasione attraverso il membro più orientale della NATO: la Turchia. La continua espulsione della Russia significa genocidio.
[*] Alison Tahmizian Meuse è una giornalista veterana del Medio Oriente, avendo lavorato negli ultimi dieci anni come corrispondente per AFP, NPR e Asia Times. Attualmente vive tra l’Armenia e l’Artsakh.
Pro memoria
«Il blocco del Corridoio di Lachin è una atto di guerra contro gli Armeni dell’Artsakh». Lo ha scritto il Vicedirettore del prestigioso quotidiano francese Le Figaro, Jean-Christophe Busson, in un post sul suo account Twitter.
La bandiera russa continua a sventolare con le forze di mantenimento della pace russe che presidiano le postazioni nel Corridoio… il blocco. Ciò significa che i 120.000 cittadini Armeni Cristiani (tra cui 30.000 bambini e 20.000 anziani) dell’Artsakh sotto assedio vengono tenuti in ostaggi, con mancanza di cibo, carburante, medicine e altri beni di prima necessità. Le uniche merci che arrivano attraverso il blocco, vengono portate con i camion del contingente di mantenimento della pace della Federazione Russa, ovviamente non in quantità necessaria.
Ora siamo a un punto in cui la comunità internazionale deve agire e forzare l’apertura del Corridoio, o riconoscere che nulla è realmente cambiato dai massacri di Rwanda e Srebrenica, e che nel vicinato orientale dell’Unione Europea si può lasciar morire di fame e di freddo un’intera popolazione nel XXI secolo.
Consigliamo la lettura di Haut-Karabagh: Géopolitique d’un conflit sans fin (Géostratégiques, 2013, pp.35-74 [QUI] https://shs.hal.science/halshs-00794575) di Gérard-François Dumont, Professore alla Sorbonne, Presidente della rivista Population & Avenir, Vicepresidente dell’Académie de géopolitique de Paris.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2023-01-13 14:23:052023-01-14 14:23:48Trentatreesimo giorno del #ArtsakhBlockade. Ci avviciniamo drammaticamente ad una terza guerra nel Caucaso meridionale (Korazym 13.01.23)
Già ospite nell’ottobre scorso a Thiene in un evento molto partecipato, Antonia Arslan torna nella nostra città giovedì 19 gennaio 2023 ore 18.00 per presentare nella Sala Consiliare del Municipio il suo nuovo romanzo Il destino di Aghavnì.
Commenta l’assessora alla Cultura e alla Biblioteca, Ludovica Sartore
«Si è felicemente instaurato un legame tra la scrittrice, che viene a Thiene per la seconda volta in pochi mesi e dove comunque era già stata negli anni scorsi, e la nostra Città e che rimanda all’attenzione che Thiene ha sempre avuto nei confronti del popolo Armeno. Ricordo, per esempio, recentemente lo spettacolo “Novella Veneziana” di Costan Zarian, una delle voci più significative della cultura armena, in scena al Comunale nello scorso settembre su proposta dell’associazione di volontariato “Il Melograno for disabled armenian children”. Il destino di Aghavnì è un libro davvero molto bello che, nella tragicità del racconto, nel finale si apre alla speranza. Invito la cittadinanza ad intervenire e a non mancare a questo appuntamento in cui la Cultura e l’impegno civile hanno il volto di una donna che conquista anche per la dolcezza e la serenità che sa infondere, nonostante le vicende di cui scrive».
Il romanzo è ambientato nella primavera del 1915,
quando in una piccola città dell’Anatolia una ragazza di 23 anni, Aghavnì, esce di casa con il marito e i due figli piccoli senza farvi ritorno.
L’autrice è stata ispirata nel raccontare Il destino di Aghavnì da una vecchia fotografia di famiglia, ritrovata a casa di un cugino in America. Ha scoperto così la vicenda perduta di questa ragazza scomparsa e da qui è venuta l’ispirazione pe scrivere un racconto avventuroso di dolore e coraggio, di morte e di rinascita.
Racconta l’Arslan:
«Questa storia non è ‘vera’, ma è molto verosimile. Circa 4 anni fa ho conosciuto un mio cugino che vive a Manchester, New Hampshire. Mi ha mostrato carte e foto di famiglia, fra cui una foto – del 1912 – di 3 sorelle di mio nonno, sorridenti e con vestiti uguali. Due le conoscevo, della terza mi disse: ‘Questa è Aghavnì’, la sorella scomparsa’. Non sapevo che fosse esistita! Quella foto ha lavorato dentro di me per tutto questo tempo, finché lo scorso agosto il personaggio e la sua storia – simile a tante altre storie femminili di quei terribili anni – ha preso forza e consistenza. Il coraggio e lo spirito indomito delle donne armene sono uno dei cardini su cui ruota questo romanzo breve».
Il libro è stato pubblicato dalle edizioni Ares nel novembre del 2022. L’autrice dopo la presentazione sarà a disposizione per firmare eventuali copie
L’ingresso nella sala del Consiglio Comunale è gratuito e aperto alla cittadinanza.
Antonia Arslan è nata a Padova, da padre armeno e madre italiana. Ha insegnato Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università di Padova. È stata autrice di saggi e romanzi sul genocidio degli armeni in Anatolia nel 1915, tra cui il famosissimo La masseria delle allodole. Il quale ha vinto il Premio Stresa di narrativa, il Premio dei Lettori di Lucca, è stato finalista del Premio Campiello. Tre anni dopo è stato portato sul grande schermo dai fratelli Taviani. Altre sue opere sono La strada di Smirne (2009), Il libro di Mush (2012-2022) e La bellezza sia con te (2020).
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2023-01-13 14:17:122023-01-14 14:18:14A Thiene torna la scrittrice Antonia Arslan con Il destino di Aghavnì (Vicenzareport 13.01.23)
A partire dal gennaio 1915, si abbatte sulle minoranze cristiane dell’impero (armeni, greci, siriaci) la scure della persecuzione e del genocidio, che prende diverse forme, ma ha un unico scopo finale: eliminare o allontanare forzosamente, e per sempre, i cittadini appartenenti a etnie non turche.
Responsabile di tutto questo fu il Comitato Unione e Progresso, il partito dei Giovani turchi, giunto al potere a Costantinopoli – esautorando il sultano – nel 1908.
Pochissimo gli storici si sono occupati del concreto svolgersi di quelle giornate di fuoco e di fiamme, ritmate dagli incendi che devastarono la città, la “perla del Mediterraneo”.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2023-01-13 07:22:082023-01-14 14:22:57L’apocalisse di fuoco e odio che ha distrutto Smirne (Domani 13.01.23)
Il contingente di pace dei russi non è più in grado di evitare scontri tra Erevan e Baku per la regione separatista filo-armena. Mosca vorrebbe sostituire il premier armeno Pašinyan con un proprio oligarca. Il Cremlino sembra sempre più debole nel Caucaso, un effetto della guerra in Ucraina.
Mosca (AsiaNews) – Le recenti manifestazioni di protesta di fronte a una base militare russa a Gyumri, in Armenia, sono un segnale che si sta avvicinando un’altra fase di conflitto aperto nel Nagorno-Karabakh, conteso da Erevan e Baku. Il rischio è una “terza guerra” dopo quella degli anni 1992-1994 e quella dei 44 giorni del 2020, come sostengono molti osservatori, armeni e azeri, e quelli neutrali.
Come scrive Guseinbala Salimov su Zerkalo.az, “è ormai evidente che il contingente di pace dei russi non è in grado di svolgere la sua missione”. Le parti in realtà non sono pronte all’escalation militare mentre è in corso il conflitto in Ucraina, e la Russia considera il Karabakh “come l’11° dito della mano”. L’Armenia “non si vuole calmare”, osserva il politologo azero, e “continua a organizzare provocazioni”, come appunto quella di Gyumri. Ereven cercherebbe in questo modo di riequilibrare la politica della Russia con l’influsso dell’Occidente, soprattutto degli Usa e della Francia.
Il premier armeno Pašinyan, del resto, è un personaggio poco gradito al Cremlino, che lo considera “un estraneo”, e lo sopporta soltanto “per scaricare su di lui tutti gli effetti negativi delle tensioni caucasiche”. Secondo la maggioranza dei commentatori della politica nella regione, Mosca starebbe preparando un’alternativa al primo ministro di Erevan: si parla di Ruben Vardanyan, oligarca miliardario russo con cittadinanza armena, ministro della repubblica separatista dell’Artsakh, il Nagorno-Karabakh armeno. Vardanyan è una figura molto popolare in Armenia, grazie anche alle tante iniziative umanitarie e assistenziali da lui ispirate e organizzate.
Anche in Azerbaigian la situazione non è certo tranquilla, considerando anche il fronte ideologico aperto con l’Iran per il riconoscimento del cosiddetto “Azerbaigian meridionale” da comporre con quello “occidentale” legato al conflitto con l’Armenia, e al controllo del corridoio di Zangezur (Lachin per gli armeni). Il riesplodere del conflitto armeno comporterebbe non soltanto un cumulo di nuove vittime da una parte e dall’altra, ma potrebbe scuotere la Russia dall’apparente torpore, per rifarsi nel Caucaso delle delusioni ucraine. Finora Baku è riuscita a tranquillizzare Mosca, ma “a tutto c’è un limite”.
Finora la Russia, pur sostenendo formalmente l’Armenia, ha sempre concordato sulla necessità di assegnare una parte del territorio conteso all’Azerbaigian, per mantenere entrambi i Paesi nella sua sfera d’influenza. Se la debolezza di Mosca riportasse il panorama caucasico a quello di 30 anni fa, questo influirebbe sulla capacità dei russi di imporsi in tutto lo spazio ex-sovietico di Oriente e Occidente, già duramente messa alla prova dal tragico conflitto in Ucraina.
Putin deve decidere ora se punire gli armeni per le sempre più frequenti manifestazioni anti-russe, sostenendo il cambio al potere e liquidando il “rivoluzionario del popolo” Pašinyan, ma cercando allo stesso tempo di non inimicarsi l’opinione della maggioranza della popolazione del Paese. La terza guerra del Karabakh potrebbe alla fine diventare inevitabile, quando le relazioni interne ed esterne ormai vengono affidate solo alle armi.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2023-01-12 14:33:562023-01-14 14:35:09Si avvicina la terza guerra del Karabakh (Asianews 12.01.23)
Ora chissà se l’Armenia se la rischia: il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha messo in dubbio la presenza militare della Russia in Armenia ultimo segno di una crescente spaccatura tra Erevan e Mosca. Da un lato la guerra in Ucraina che ha riflessi negativi sugli alleati della Russia e dall’altro il fatto che l’Armenia ha giustificato insufficienti gli aiuti russi nella guerra del Nagorno-Karabah che ha visto l’Azerbaigian riconquistare parte dei territori contesi grazie all’abito militare turco.
Insomma l’Armenia teme che nei rapporti ambigui e spartitori tra Putin ed Erdogan in Siria e Libia l’Armenia possa essere stata considerata una pedina sacrificabile dal Cremlino.
Durante la sua prima conferenza stampa di persona dalla guerra dell’Artsakh (Nagorno-Karabah, ndr) del 2020, Pashinyan ha affermato che l’Azerbaigian giustifica la sua aggressione contro gli armeni, compreso il blocco in corso dell’Artsakh, indicando le strette relazioni dell’Armenia con la Russia. L’Azerbaigian ha avvertito i suoi partner occidentali che l’Armenia e la Russia potrebbero lanciare congiuntamente un’aggressione militare contro l’Azerbaigian, secondo Pashinyan.
Il primo ministro ha definito queste affermazioni “assurde”, ma ha affermato che potrebbero essere considerate credibili in Occidente occidentali alla luce della guerra in corso in Ucraina e dell’aggressione russa a Kiev.
Richiamiamo l’attenzione dei nostri partner russi su questo fatto, notando che la loro mancanza di risposta significa che la presenza militare della Russia in Armenia non solo non garantisce la sicurezza dell’Armenia ma, al contrario, crea minacce alla sicurezza dell’Armenia”, ha detto Pashinyan.
Il primo ministro armeno ha criticato la forza di pace russa in Artsakh per non aver posto fine al blocco. Ha definito la missione un “testimone silenzioso dello spopolamento della regione del Nagorno-Karabakh, che sta diventando sempre più visibile”.
Durante il briefing del 10 gennaio, Pashinyan ha anche criticato l’inazione dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva in risposta all’aggressione azera. Ha dichiarato che l’Armenia non ospiterà le esercitazioni militari del CSTO nel 2023, nonostante l’annuncio contrario fatto dalla Russia una settimana prima.
Il ministero della Difesa russo aveva annunciato che quest’anno la CSTO, un blocco militare a guida russa, avrebbe tenuto il suo addestramento annuale per il mantenimento della pace in Armenia. Pashinyan ha affermato che l’Armenia aveva informato lo staff congiunto della CSTO di aver rifiutato le esercitazioni.
Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha affermato che la Russia non era stata informata della decisione dell’Armenia prima della conferenza stampa di Pashinyan.
“In ogni caso, l’Armenia è un nostro alleato molto stretto e continueremo il dialogo, comprese le questioni che sono molto complicate al momento”, ha detto Peskov ai media russi.
Pashinyan ha affermato che condurre le esercitazioni in Armenia sarebbe “inappropriato”. Ha criticato la CSTO per non aver fornito assistenza militare all’Armenia.
“Chiediamo che specifichino la zona di responsabilità della CSTO”, ha detto Pashinyan. “L’assenza della loro risposta rappresenta per noi un problema fondamentale”.
L’articolo 4 della carta CSTO stabilisce che un attacco a un membro sarà trattato come un attacco a tutti. L’Armenia ha fatto appello alla CSTO in seguito agli attacchi al confine dell’Azerbaigian a settembre. A novembre, la CSTO ha offerto quelle che il segretario generale Stanislav Zas ha definito “misure per assistere l’Armenia in questa difficile situazione”.
Pashinyan ha rifiutato l’offerta poiché non includeva una dichiarazione esplicita di condanna dell’aggressione azera. Zas in seguito ha affermato che le misure includevano “assistenza tecnico-militare”, senza specificare cosa ciò comportasse.
L’Artsakh (il Nagorgno-Kharabajh) è sotto blocco da parte dell’Azerbaigian dal 12 dicembre. Manifestanti azeri sponsorizzati dal governo che si spacciano per attivisti ambientalisti hanno chiuso il Corridoio Lachin, l’unica via che collega l’Artsakh con l’Armenia e il mondo esterno. Artsakh ora affronta una crisi umanitaria a causa della grave carenza di cibo, medicine e altri beni di prima necessità.
Il Corridoio Lachin viene normalmente utilizzato per trasportare ogni giorno 400 tonnellate di cibo e medicinali dall’Armenia all’Artsakh. Il governo ha attinto alle sue riserve alimentari strategiche da quando i negozi di alimentari hanno finito il cibo. Secondo il governo dell’Artsakh, il blocco ha impedito il trasferimento di 12.000 tonnellate di beni di prima necessità nell’Artsakh.
Le autorità dell’Artsakh hanno istituito un sistema di razionamento alimentare per preservare le scorte alimentari. Le famiglie riceveranno buoni per l’acquisto di quantità limitate di cibo dalle riserve statali. A partire dal 20 gennaio i residenti potranno acquistare un chilogrammo di pasta, grano saraceno, riso e zucchero e un litro di olio da cucina al mese utilizzando i coupon. Le scuole primarie e gli asili sono chiusi dal 9 gennaio a causa di scorte alimentari insufficienti.
Anche la fornitura di energia elettrica di Artsakh è stata interrotta. Il 9 gennaio si è verificato un incidente sulla linea elettrica ad alta tensione che fornisce l’approvvigionamento elettrico dell’Artsakh dall’Armenia, secondo il governo dell’Artsakh. L’incidente è avvenuto nei pressi della città di Lachin, passata sotto il controllo dell’Azerbaigian la scorsa estate. Una situazione per la quale l’Armenia considera la Russia corresponsabile visto che non ha fornito aiuti serie e visti i sospetti di un gioco di sponda con Erdogan.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2023-01-12 14:32:152023-01-14 14:33:45L'Armenia contro Putin: "La presenza militare russa minaccia il nostro paese" (Globalist 12.01.23)
l blocco del Nagorno-Karabakh – una regione montuosa riconosciuta a livello internazionale come parte dell’Azerbaigian, ma sotto l’effettivo controllo armeno da tre decenni – sta entrando nella sua quarta settimana. I rapporti evidenziano la rapida diminuzione della fornitura di medicine, generi alimentari e altri beni essenziali senza apparentemente alcuna risoluzione in vista. Preoccupata per la sua guerra in Ucraina, la Russia, arbitro storico della regione, si è mostrata riluttante o incapace di porre fine alla crisi in corso.
Gli eco-attivisti azeri hanno bloccato per quasi un mese il Corridoio Lachin, l’unica strada che collega il Nagorno-Karabakh con l’Armenia vera e propria . Chiedono lo stop a quelle che sostengono essere pratiche minerarie illegali sul territorio dell’Azerbaigian, così come il trasferimento di armi (in particolare mine) attraverso il corridoio.
Funzionari della capitale de facto della regione, Stepanakert, hanno invitato esperti internazionali a ispezionare le miniere, che dicono stiano operando “ secondo i migliori standard ”, e hanno respinto le affermazioni di Baku secondo cui la strada viene utilizzata per il trasporto di armi. Tuttavia, l’Azerbaigian continua a insistere sulla questione dei trasferimenti di armi sulla scena internazionale .
Questi problemi rischiano di riaccendere la guerra tra Armenia e Azerbaigian, con conseguenze potenzialmente disastrose per la stabilità regionale poiché una Russia indebolita potrebbe non essere più in grado di mantenere la pace.
Il Ministero degli Affari Esteri dell’Armenia ha recentemente avvertito che “il pericolo della malnutrizione è tangibile” per i 120.000 armeni della regione. Dato che ogni giorno 400 tonnellate di rifornimenti essenziali arrivavano in Nagorno-Karabakh attraverso il corridoio, il perdurare del blocco rischia di provocare una grave crisi umanitaria con il passaggio di pochi convogli della Croce Rossa per emergenze mediche. L’unico mezzo di trasporto alternativo per il Nagorno-Karabakh è un aeroporto situato appena fuori Stepanakert, ma attualmente viene utilizzato esclusivamente per il rifornimento e la rotazione delle forze di mantenimento della pace russe.
Inoltre, l’aeroporto, teatro di una protesta armena alla fine del mese scorso, è fuori uso civile da decenni e Baku ha minacciato di rispondere con forza al suo potenziale utilizzo aggiuntivo, dato che si trova all’interno dei confini internazionalmente riconosciuti dell’Azerbaigian.
L’ Unione Europea e gli Stati Uniti hanno invitato l’Azerbaigian a garantire libertà e sicurezza di movimento lungo il corridoio dall’inizio del blocco il 12 dicembre. Tuttavia, gli appelli non sono stati sostenuti da alcuna reale pressione sull’Azerbaigian e sembrano non aver avuto alcun effetto sul processo decisionale di Baku. Nel frattempo, la Turchia , il più fedele sostenitore e fornitore di armi dell’Azerbaigian, è sbocciata come mediatore di potere globale dall’inizio della guerra in Ucraina.
Pur rifiutando di far rispettare le sanzioni occidentali contro la Russia e avendo svolto un ruolo di primo piano (insieme alle Nazioni Unite) nella realizzazione dell’accordo sull’esportazione di grano lo scorso anno tra Kiev e Mosca, Ankara si è resa indispensabile per il Cremlino per certi aspetti. Sembra che l’Azerbaigian stia usando la nuova influenza del suo alleato, così come la sua importanza significativamente aumentata nella fornitura di gas all’Europa , per spingere i suoi interessi nel Caucaso meridionale.
Con i gruppi armeni della diaspora e alcune organizzazioni internazionali non governative per i diritti umani , tra cui Genocide Watch e The Lemkin Institute for Genocide Prevention, avendo firmato una lettera che espone il serio potenziale di pulizia etnica che attualmente devono affrontare gli abitanti del Nagorno-Karabakh a causa della azioni, gli armeni della regione sono preoccupati per la loro sopravvivenza.
In una riunione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite il mese scorso, gli Stati Uniti, insieme ai loro alleati, hanno assunto una posizione forte e hanno chiesto l’apertura del corridoio e la fine del blocco. Mentre una dichiarazione del Consiglio doveva essere rilasciata dopo l’incontro, non si è mai concretizzata, a seguito di una rottura diplomatica che ha coinvolto le due parti, Francia e Russia. In ogni caso, una crisi umanitaria in Nagorno-Karabakh porrebbe, come minimo, un serio problema politico per i governi americano e francese, date le comunità armene numerose e politicamente influenti in entrambi i paesi.
Tuttavia, Washington ha la capacità di influenzare la situazione in modo più deciso. Dovrebbe esercitare una maggiore pressione diplomatica sull’Azerbaigian rispetto a quanto ha fatto finora per aprire immediatamente il corridoio, coordinandosi anche con Yerevan e Mosca per garantire che le preoccupazioni di Baku siano affrontate entro i limiti dell’accordo di cessate il fuoco del novembre 2020. Un interesse chiave sia di Baku che di Ankara è la creazione di un cosiddetto Corridoio Zangezeur , che collegherebbe l’exclave azerbaigiana di Nakhchivan (che confina con la Turchia) con l’Azerbaigian continentale, creando così un collegamento diretto tra i due paesi, uno scenario fortemente osteggiato da Iran e Armenia .
Proprio quale forza controllerebbe una tale via di trasporto, che attraverserebbe la regione meridionale armena di Syunik, è emersa come punto di contesa nei negoziati successivi all’accordo di cessate il fuoco. Nel frattempo, l’Azerbaigian ha dimostrato la sua disponibilità ad esercitare pressioni militari per accelerare i negoziati. Data questa situazione, Washington dovrebbe incoraggiare ulteriori negoziati per far avanzare la pace regionale e ridurre le tensioni attraverso una soluzione diplomatica accettabile per tutte le parti coinvolte.
Inoltre, Washington dovrebbe ricercare ulteriori azioni presso il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per risolvere la crisi del corridoio di Lachin in un quadro internazionale. Tuttavia, se tali azioni diplomatiche non dovessero dare frutti, Washington potrebbe sostenere un ponte aereo umanitario per consegnare i rifornimenti di cui ha disperatamente bisogno al Nagorno-Karabakh.
Sebbene esistano limitazioni su quale pressione Washington può esercitare e quali stringhe può tirare per risolvere la situazione, esiste un chiaro bisogno per l’amministrazione Biden di agire in modo più deciso in modo da impedire che la carestia di massa, o peggio, si dispieghi nel Caucaso meridionale.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2023-01-12 14:29:592023-01-14 14:32:04Quanto il conflitto tra grandi Potenze sta influenzando l’incombente crisi del Caucaso (Lindro 12.01.23)
Wizz Air, terza compagnia aerea in Italia, ha inaugurato giovedì 12 gennaio il suo primo volo dall’aeroporto Marco Polo di Venezia all’aeroporto Zvartnots di Yerevan, in Armenia. La nuova rotta ultra-low-cost rafforza ulteriormente la presenza di Wizz Air nella sua base veneziana. La rotta sarà servita da voli a cadenza bisettimanale, il giovedì e sabato. I biglietti per la nuova rotta sono già disponibili sul sito di Wizz Air e tramite l’app WIZZ. Venezia è collegata, quindi, con l’elegante capitale dell’Armenia e sperimentare la bellezza e la storia della “Città Rosa”. Viaggiando con Wizz Air, i passeggeri potranno usufruire delle tariffe incredibilmente basse della compagnia e di un’esperienza di volo completamente personalizzabile. Oltre a questo, Wizz Air offre ai viaggiatori un’elevata flessibilità attraverso il servizio WIZZ Flex. Aggiungendolo alla loro prenotazione i passeggeri hanno un ulteriore livello di protezione e possono scegliere di viaggiare in una data diversa o verso una destinazione diversa, oltre ad avere la possibilità di cancellare il loro volo fino a 3 ore prima della partenza senza alcuna tassa e ottenere il 100% della tariffa originale immediatamente rimborsato in credito aereo.
Numerosi i commenti.
Tamara Nikiforova, Corporate Communications Manager di Wizz Air, ha dichiarato: «Wizz Air continua a impegnarsi per offrire ai suoi passeggeri nuove rotte interessanti e opportunità di viaggio a basso costo per esplorare l’Europa e oltre. Siamo felicissimi della nostra partnership di successo con l’Aeroporto Internazionale Marco Polo di Venezia, col Gruppo SAVE e l’Aeroporto Internazionale Zvartnots di Yerevan, che ha portato al nuovo collegamento tra Italia e Armenia. Siamo entusiasti di questa nuova aggiunta al network di rotte dalla base di Venezia e non vediamo l’ora di accogliere i passeggeri italiani e armeni a bordo della nostra giovane ed efficiente flotta, volando tra queste due città con incredibili attrazioni da visitare».
Camillo Bozzolo, Direttore Sviluppo Aviation Gruppo SAVE: «Nel 2023 Wizz Air rafforza la sua presenza nella base di Venezia, espandendo ulteriormente il portafoglio di offerta. Yerevan è la prima di una rosa di destinazioni di medio-lungo raggio che la compagnia andrà ad inaugurare la prossima primavera. Questo collegamento diretto è un’importante opportunità non solo per la comunità armena, presenza forte del nostro territorio che sta accogliendo con entusiasmo la notizia del volo, ma anche per i collegamenti legati al segmento business e lo sviluppo leisure».
Elisa De Berti, Vice Presidente Regione Veneto: «Il nuovo collegamento su Yerevan di Wizz Air consolida ulteriormente il ruolo strategico dell’aeroporto di Venezia e le relazioni economiche e culturali tra Veneto e Armenia, a conferma come la rete infrastrutturale della nostra Regione costituisca un importante hub che collega il Nord Est al resto d’Europa. Cogliamo con entusiasmo questo nuovo volo che andrà ad arricchire lo storico rapporto di amicizia e di collaborazione tra la città lagunare e l’Armenia».
Sergey Avetisyan, General Manager di Zvartnots International Airport: «L’inaugurazione della nuova rotta Venezia-Yerevan è un’ottima notizia per i viaggiatori, poiché entrambe le destinazioni hanno qualcosa da offrire letteralmente per tutti. Crediamo che questi nuovi voli rafforzeranno le connessioni culturali ed economiche tra le due città. Non vediamo l’ora di vedere una maggiore diversità in termini di destinazioni. Ci congratuliamo con i nostri colleghi e auguriamo loro un volo sicuro».
Sisian Boghossian, Capo del Comitato per il Turismo del Ministero dell’Economia della Repubblica d’Armenia, ha aggiunto: «Siamo estremamente felici di avere una nuova rotta che collega Yerevan, in Armenia, a Venezia, in Italia, con Wizz Air. Questo nuovo volo diretto permetterà ai visitatori di raggiungere la destinazione desiderata in modo rapido, comodo e conveniente. L’Armenia è pronta ad accogliere un maggior numero di ospiti dall’Italia, in particolare da Venezia, per scoprire tutte le gemme nascoste che abbiamo da offrire. Siamo certi che questo nuovo volo invoglierà i visitatori a esplorare e scoprire l’Armenia, il Sentiero Nascosto».
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2023-01-12 14:28:112023-01-14 14:29:49Venezia-Armenia, dal 12 gennaio volo diretto di Wizz Air (La Nuova 12.01.23)
[Korazym.org/Blog dell’Editore, 12.01.2023 – Vik van Brantegem] – Oggi, entrando nel secondo mese del criminale blocco azero del Corridoio di Berdzor (Lachin), non viene segnalata nessun cambiamento nella situazione. Tutto il traffico (di persone e merce) da e per la parte ancora libera della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh rimane interrotto dal 12 dicembre 2022. Passano solo veicoli del contingente di pace russi e del CICR. La #StradaDellaVita, lungo il segmento di Shushi dell’autostrada interstatale Stepanakert-Goris, è chiuso da sedicenti “eco-attivisti” organizzati e pagati dal regime autoritario dell’Azerbajgian, sostenuti dalla polizia azera e sotto l’occhio vigile delle forze armate azere. Inoltre, l’Azerbaigian da tre giorni non consente l’esecuzione di lavori di riparazione dell’unica linea ad alta tensione che alimentava l’Artsakh dall’Armenia. Inoltre, oggi l’Azerbaigian vicino al blocco ha tagliato il cavo in fibra ottica che fornisce internet all’Artsakh dall’Armenia. Non c’è più Internet via cavo e la telefonia mobile funziona male con forti disturbi. L’Azerbajgian sta attivamente distruggendo l’infrastruttura civile dell’Artsakh.
Mentre perdura questa situazione da più di un mese, oggi a Baku una delegazione ministeriale italiana è andata a firmare un protocollo per l’ulteriore ampliamento della cooperazione militare con l’aggressore Azerbajgian.
Il Ministro della Difesa dell’Azerbajgian, il Colonello Generale Zakir Hasanov [*], oggi ha ricevuto a Baku – con tutti gli onori militari – una delegazione guidata dal Ministro della Difesa della Repubblica Italiana, Guido Crosetto. Durante l’incontro sono state discusse l’ulteriore ampliamento della cooperazione tra l’Azerbajgian e l’Italia nei campi militari, istruzione militare e tecnico militare, così come altre questioni di reciproco interesse. I Ministri hanno firmato un protocollo sull’intenzione di cooperazione nel campo dell’istruzione e della formazione.
L’agenzia di stampa azera Azeri-Press Agency (APA) cita la nota diffusa dal Ministero della Difesa dell’Azerbajgian, precisando che le parti hanno firmato un protocollo d’intenti finalizzato a promuovere la cooperazione nel campo della formazione e dell’istruzione militare. La nota sottolinea inoltre, che Crosetto e Hasanov hanno valutato positivamente l’andamento della cooperazione militare tra l’Italia e l’Azerbajgian, che prosegue rapidamente anche nell’ambito della NATO. Il Ministro Crosetto e la delegazione italiana sono stato accolto con una cerimonia presso il ministero della Difesa di Baku, dove ha siglato il Libro d’Onore. L’agenzia di stampa statale dell’Azerbajgian Azertag ha diffuso il video della visita.
[*]Entrato in carica come Ministro della Difesa il 22 ottobre 2013, il Colonnello Generale Zakir Hasanov ha rilasciato dichiarazioni in merito al conflitto del Nagorno-Karabakh. Tra altro ha affermato che l’esercito azero era forte e disciplinato rispetto a quello armeno e che “la situazione nelle forze armate armene è disastrosa. In caso di guerra le truppe di questo Paese scapperanno dal campo di battaglia”. Ha anche detto all’Unione Europea che il suo Paese avrebbe sostenuto la liberazione pacifica delle sue terre, ma ha sottolineato nel contempo, che l’Azerbajgian si riservava il diritto di liberare “le sue terre occupate”. Contemporaneamente, il Rappresentante speciale per il Caucaso meridionale dell’Unione Europea, Philippe Lefort, si è congratulato con lui per la sua nomina.
Diverse organizzazioni internazionali hanno risposto alla mossa dell’Azerbaigian di chiudere il Corridoio di Berdzorg/Lachin, ma è tempo di passare dalle parole ai fatti, ha detto il Difensore dei diritti umani dell’Artsakh, Gegham Stepanyan: «È molto importante, altrimenti nella situazione attuale ci troviamo di fronte alla pulizia etnica, le vite delle persone sono direttamente in pericolo. Un mese dopo il blocco, possiamo affermare che abbiamo a che fare con violazioni sistematiche dei diritti umani su larga scala e coerentemente attuate, che in un’altra lingua o nella lingua del diritto internazionale viene definita un crimine contro l’umanità. Sì, questo è un crimine e i fatti parlano chiaro. L’Azerbajgian porta avanti la pulizia etnica e le politiche di genocidio al più alto livello».
Riferendosi alle diffuse violazioni dei diritti umani, Stepanyan ha detto: «Il Patto internazionale sui diritti sociali, economici e culturali stabilisce chiaramente il diritto di ogni persona e della sua famiglia a una corretta alimentazione e a un adeguato tenore di vita, il che significa avere accesso fisico ed economico al cibo e alle sue provviste, cure mediche, operazioni programmate, che non può essere eseguita correttamente in tali condizioni. 120.000 persone sono direttamente private di questi diritti per un mese. E in quale altro modo possiamo chiamare questo, se non un crimine». Stepanyan ha sottolineato che lo stesso diritto internazionale, lo Statuto di Roma, afferma chiaramente che costringere le persone a morire di fame è considerato un crimine di guerra.
Riferendosi al diritto alla libera circolazione, Stepanyan ha osservato che esso è sancito anche dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo: «Vi è chiaramente registrato che una persona ha il diritto di essere trasportata da un luogo all’altro. Inoltre, con la Dichiarazione [Tripartita di cessate il fuoco] del 9 novembre 2020, l’Azerbajgian si è assunto la responsabilità e l’obbligo di garantire la circolazione sicura nei due sensi di persone e merci attraverso il Corridoio di Lachin, e da un mese ormai l’Azerbajgian non ha adempiuto direttamente alle proprie responsabilità».
Parlando di famiglie separate, alcune delle quali sono in Artsakh e altre in Armenia, Stepanyan ha osservato che ogni persona ha diritto alla vita familiare, e in questo caso vede che anche questo diritto è sotto minaccia diretta.
Riferendosi ai diritti dei gruppi vulnerabili, in particolare i bambini, Stepanyan ha osservato che 30.000 bambini nell’Artsakh oggi sono privati del diritto a un ambiente sicuro e protetto, a un’alimentazione sana e a un’assistenza sanitaria di alta qualità definita dalla Convenzione sui diritti dell’infanzia. «E la reazione internazionale in questa materia dovrebbe essere molto chiara, altrimenti ci troviamo davvero di fronte a una crisi e un disastro umanitario molto grandi», ha concluso Gegham Stepanyan.
Richiamando il giudizio del Difensore dei diritti umani dell’Artsakh, in quale altro modo possiamo chiamare questo che il Ministro Crosetto è andato a compiere oggi a Baku, entrando nel secondo mese del blocco azero dell’Artsakh, se non collaborazione con un crimine?
Gegham Stepanyan aveva chiesto ieri: «Amnesty International, sei d’accordo con il blocco di 120.000 persone dell’Artsakh/Nagorno-Karabakh da parte dell’Azerbajgian? È passato un mese, siamo sull’orlo di un disastro umanitario e senza una vostra parola». E prontamente l’Ufficio Stampa di Amnesty International ha risposto, finalmente, di no.
E se ne vanta senza vergogna.
Oggi, poniamo la stessa domanda al Ministro della Difesa italiana: «Guido Crosetto, lei è d’accordo con il blocco di 120.000 persone dell’Artsakh/Nagorno-Karabakh da parte dell’Azerbajgian? È passato un mese, siamo sull’orlo di un disastro umanitario e lei è andato a Baku a firmare un protocollo di cooperazione con l’esercito del dittatore Ilham Aliyev, che lei è pure andato ad ossequiare, portando i saluti del Presidente del Consiglio dei Ministri e Capo del partito di cui lei è un cofondatore».
«Narek è un bambino di 8 anni dell’Artsakh. Da un mese è in blocco con altri 30.000 bambini a causa dell’Azerbajgian. Ma non è abbastanza. Ora le persone in Artsakh sono tagliate fuori dall’elettricità. L’Azerbajgian non permette di riparare il collegamento proveniente dall’Armenia. Dunque, Narek deve studiare così!» (Tatevik Hayrapetyan).
«Liza, questa ragazzina deve dipingere sotto questa luce perché la gente dell’Artsakh/Nagorno-Karabakh ora ha periodiche interruzioni di elettricità. L’Azerbajgian ha danneggiato i cavi elettrici che attraversano il territorio che è sotto il loro controllo e non consente ai nostri elettricisti di ripararli» (Yana Avanesyan).
Dopo un mese di #ArtsakhBlockade imposto dall’Azerbajgian, 41 scuole materne, 56 gruppi prescolari, 20 istituzioni educative di base sono chiuse. Di conseguenza, 6.828 bambini sono privati dell’opportunità di ricevere cure, cibo e istruzione in modo adeguato.
«Azerbaijan must end the blockade of the Lachin corridor, which has left residents of Nagorno Karabakh without access to essential goods and services. Freedom of movement and protection of economic and social rights for those affected must be ensured» [L’Azerbajgian deve porre fine al blocco del Corridoio di Lachin, che ha lasciato i residenti del Nagorno-Karabakh senza accesso a beni e servizi essenziali. Occorre garantire la libertà di movimento e la tutela dei diritti economici e sociali delle persone colpite] (amnestypress @amnestypress – Twitter, 11 gennaio 2023).
Finalmente ad Amnesty International si sono svegliati, nel 31° giorno del blocco del Corridoio di Berdzor (Lachin). -Meglio tardi che più tardi? Troppo tardi e troppo poco.Perché non c’è una dichiarazione UFFICIALE di Amnesty International sul account Twitter ufficiale @amnesty? Comunque, un Tweet non è abbastanza.
“Perché i regimi autoritari hanno così tanta paura dell’Europa? Non facciamo la guerra, non imponiamo il nostro modello. Allora perché? I nostri valori li fanno paura”. La domanda di David Sassoli ora sembra una profezia. A un anno dalla sua scomparsa, il ricordo di David ci scalda ancora il cuore e ci mostra la strada.Lui non mostra paura, mentre lei “mostra la strada”, firmando gli accordi per acquisto di gas (russo, “ripulito” nella lavatrice a gettoni azera).
Ursula von der Leyen ha ragione. I dittatori non devono aver paura della Commissione Europea, perché mina i suoi stessi valori di democrazia e diritti umani, ignorando i genocidi in corso, come quello armeno nell’Artsakh.
La chiusura del Corridoio di Lachin è una provocazione, il cui obiettivo finale è una nuova escalation militare, ha detto il Primo Ministro della Repubblica di Armenia, Nikol Pashinyan, durante la riunione del governo di oggi: «Uno degli obiettivi di questa provocazione ed escalation è nascondere l’ovvia necessità di un dialogo politico e ufficiale tra Baku e Stepanakert e spingerlo fuori dall’agenda. Non dovrebbero essere intraprese azioni che contribuiscano alla soluzione di questo problema provocatorio». Pashinyan ritiene necessario che la diplomazia, tutte le istituzioni e gli ambienti con relazioni estere raddoppino gli sforzi per aumentare la visibilità internazionale della crisi umanitaria in Nagorno-Karabakh e farne oggetto di discussione in varie occasioni. «Molto lavoro è stato fatto in questo senso, ma ne serve di più», ha aggiunto Pashinyan.
Pashinyan ha detto, che il gruppo di lavoro formatosi in Armenia per sostenere il popolo dell’ Artsakh/Nagorno-Karabakh nella gestione della crisi umanitaria instauratasi nel Paese, dovrebbe continuare ad adottare possibili misure per risolvere i problemi operativi che si presentano.
Innanzitutto, Pasinyan ha sottolineato che il blocco illegale del Corridoio di Lachin da parte dell’Azerbajgian va avanti da 32 giorni. Anche la linea di alta tensione che fornisce energia elettrica all’Artsakh/Nagorno-Karabakh dall’Armenia è stato interrotta. L’interruzione si è verificato nel territorio sotto il controllo dell’Azerbajgian e fino a questo momento né i servizi competenti dell’Artsakh/Nagorno-Karabakh né le forze di mantenimento della pace russe hanno avuto l’opportunità di eseguire lavori di riparazione, né vi sono informazioni sull’attuazione o sull’avanzamento dei lavori di riparazione. L’interruzione della fornitura di energia elettrica all’Artsakh/Nagorno-Karabakh ha creato nuovi problemi. Le capacità di fornitura di correnti locali sono insufficienti. Le scuole materne funzionano in modo incompleto, anche a causa della mancanza di cibo. Le attività economiche stanno chiudendo, aggravando ulteriormente la situazione sociale in Artsakh/Nagorno-Karabakh. «La mia valutazione rimane la stessa, che il blocco illegale dell’Azerbajgian del Corridoio di Lachin mira a spezzare la volontà degli Armeni del Nagorno-Karabakh di vivere nella loro patria. Ma credo che quella volontà sia indistruttibile», ha detto Pashinyan.
Pashinyan ha sottolineato, che è necessario anche avere un’idea certa di come si dovrebbe risolvere questa situazione. «Secondo me, anche su questo argomento la reazione del popolo e del governo del Nagorno-Karabakh dovrebbe essere asimmetrica. Cosa significa questo? Gli sviluppi degli ultimi anni, i loro profondi significati e le loro ragioni dovrebbero essere affrontati nella prospettiva che le nostre valutazioni di eventi e situazioni dovrebbero essere basate sui fatti. A questo proposito, prima di tutto, dovremmo evitare dichiarazioni politiche che rendano ancora più difficile la situazione, perché non servono dichiarazioni che non siano accompagnate da idee chiare per arrivare alla soluzione».
Pashinyan ha aggiunto, che una conversazione politica tra l’Azerbajgian e il Nagorno-Karabakh dovrebbe iniziare dopo. “E i nostri partner in Nagorno-Karabakh non dovrebbero permettere a nessuno di accusarli di interrompere una conversazione costruttiva o di rendere tale conversazione impossibile”, ha concluso Pashinyan.
Il Presidente dell’Assemblea nazionale dell’Artsakh, Artur Tovmasyan, ha dichiarato: «Il 12 gennaio è stato raggiunto il 32° giorno del blocco della Repubblica di Artsakh, il primo mese di calendario è stato completato. L’Azerbajgian sta intensificando sempre più la pressione. Già da 4 giorni, l’unica linea elettrica che alimenta l’Artsakh dall’Armenia è stata interrotta e la parte azera sta ostacolando l’attuazione dei suoi lavori di ripristino. Tali sviluppi non erano inaspettati per noi. Abbiamo poche possibilità di resistere a un inverno rigido. Quello che vuole il potere politico-militare dell’Azerbajgian è chiaro, e anche quello che vuole il popolo dell’Artsakh. La situazione difficile continua in Artsakh. La crisi si sta aggravando a causa del blocco. I negoziati politici e umanitari tra le Repubbliche di Azerbajgian e di Artsakh possono svolgersi solo in un’atmosfera di reciproca fiducia. Purtroppo quel clima oggi manca, inoltre il blocco ha ulteriormente allontanato le parti dalla possibilità di avviare trattative di questo tipo. A questo proposito, ci attendiamo il sostegno della comunità internazionale, in particolare dei paesi co-Presidenti del Gruppo di Minsk dell’OSCE. Il popolo dell’Artsakh è indistruttibile».
Durante una videoconferenza Yerevan-Stepanakert oggi, 12 gennaio 2023, dal tema “Un mese di accerchiamento”, il Ministro di Stato della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh, Ruben Vardanyan, ha sottolineato che la lotta del popolo dell’Artsakh in presenza del blocco del Corridoio di Lachin non è solo una lotta contro il blocco, ma una lotta per il diritto più importante, il diritto a vivere sulla propria terra. «Siamo al 32° giorno sotto assedio. Ciò significa che abbiamo problemi con il cibo, con le infrastrutture, con le medicine e così via. Ci sono persone che, purtroppo, sono morte e non possono essere seppellite», ha detto Vardanyan. Riferendosi alle affermazioni della parte azera secondo cui non ci sono problemi nell’Artsakh, il Ministro di Stato ha risposto che semplicemente non vogliono accettare la realtà. Secondo i calcoli della parte azera, 400 auto sono passate attraverso il Corridoio in questo mese e ancora più auto sono passate in un giorno prima del blocco che durante l’intero mese. Pertanto, la parte azera conferma con le sue dichiarazioni che c’è una crisi nell’Artsakh. Vardanyan ha menzionato una serie di problemi, incluso il fatto che ci sono famiglie separate a causa della chiusura del Corridoio di Lachin. Ci sono problemi ovunque. «Ma allo stesso tempo, voglio dire che tutto questo ci ha uniti di più. Le persone, lo Stato si sono uniti in questo momento difficile. Rendendosi conto della gravità della situazione, si è risvegliato in noi lo spirito per superare le difficoltà. La manifestazione del 25 dicembre 2022 e gli incontri svoltisi nelle regioni, hanno dimostrato che la gente è pronta a stare al nostro fianco e sopportare tutto questo. Questa non è una lotta contro il blocco, ma una lotta per il nostro diritto più importante, che abbiamo il diritto di vivere sulla nostra terra, nella nostra patria, con le nostre leggi, con i nostri valori e non dovremmo essere soggetti alle condizioni di qualcun altro. Le persone sono determinate in questa materia e la loro determinazione sta diventando ogni giorno più forte”, ha affermato il Ministro di Stato.
Affrontando la questione di cosa esattamente ci si aspetta dall’Armenia, Vardanyan vede la necessità di ulteriori passi e sostegno sia da parte dell’Armenia che della diaspora armena nelle condizioni del blocco del Corridoio di Lachin da parte dell’Azerbajgian. Ha detto che le persone non capiscono al 100% cosa sia il blocco. Ha sottolineato che le ONG armene dovrebbero rivolgersi a varie strutture internazionali, rilevando i diritti umani e altre varie violazioni da parte dell’Azerbajgian. La reazione delle ONG, degli organi statali e dell’Assemblea nazionale dell’Armenia avrebbe dovuto suonare più forte, perché è molto difficile far sentire la voce dell’Artsakh nel mondo. «Sia la diaspora armena che l’Armenia dovrebbero capire che questa non è una situazione normale, questa è una situazione che richiede passi straordinari ed è necessario esprimere tutto questo in modo più forte», ha affermato Vardanyan.
«Il governo dell’Armenia ha già annunciato la sua posizione. Sostiene finanziariamente e legalmente e afferma che fa molto, che non possono fare di più. Non importa cosa ci aspettiamo, hanno dato la loro risposta che possono fare così tanto. Siamo grati per questo, abbiamo solo bisogno di più aiuto in questa situazione», ha detto Vardanyan.
Riferendosi agli impegni delle forze di mantenimento della pace russe, i Ministro di Stato dell’Artsakh auspica che la Russia abbia una partecipazione politica più attiva nella risoluzione della questione del blocco dell’Artsakh da parte dell’Azerbajgian. «Vediamo come gli Azeri trattano le forze di mantenimento della pace russe in un modo molto brutto e inaccettabile, come le prendono in giro. In ogni modo, stanno provocando le forze di mantenimento della pace russe a usare la forza in qualche modo”, ha detto. Tuttavia, Vardanyan ha ricordato che il mandato delle forze di mantenimento della pace russe è limitato in termini di uso delle armi e della forza. «La crisi è davvero grave. E ci aspettiamo una partecipazione politica più attiva della Russia. Questi non sono i problemi delle forze di mantenimento della pace russe, ma di Mosca e Yerevan», ha affermato il Ministro di Stato.
Il Portavoce del Ministero degli Esteri della Federazione Russa, Maria Zakharova ha affermato che la Russia continua a lavorare per il completo sblocco del Corridoio di Lachin, secondo la dichiarazione tripartita dei leader di Armenia, Azerbajgian e Russia del 9 novembre 2020. «Il Ministero dell’Interno, il Ministero della Difesa e le forze di mantenimento della pace stanno adottando misure coerenti per la riduzione dell’escalation. È necessario trovare una soluzione accettabile per tutte le parti. Attualmente, i convogli che trasportano aiuti umanitari passano attraverso il Corridoio», ha detto Zakharova. Allo stesso tempo, ha sottolineato che gli attacchi pubblici e le provocazioni contro le forze di mantenimento della pace russe sono inaccettabili per la parte russa. «Questo processo può danneggiare in modo significativo la convivenza armeno-azerbaigiana», ha aggiunto Zakharova. Per quanto riguarda la mancata adozione di una dichiarazione congiunta dopo la discussione sul Corridoio di Lachin nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, Zakharova ha affermato che gli autori francesi della dichiarazione hanno ignorato le proposte della Russia. “È stato sottolineato che, nonostante la nostra disposizione costruttiva, gli autori francesi del documento hanno ignorato la stragrande maggioranza delle proposte russe. I nostri colleghi occidentali non hanno trovato il coraggio di dichiarare i fatti nel testo. In particolare, da citare la dichiarazione tripartita dei leader di Armenia, Russia e Azerbajgian, che è il pilastro fondamentale dell’accordo armeno-azerbaigiano. In ogni caso, non saremo impegnati con il populismo, ma con il lavoro oggettivo di regolare la situazione attorno al Corridoio di Lachin”, ha affermato Zakharova.
La presenza della forza di mantenimento della pace russa è una delle principali garanzie che impedisce al tandem turco-azerbaigiano di portare a termine i propri piani di spopolamento dell’Artsakh, ha detto il neo Ministro degli Esteri della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh, Sergey Ghazaryan, durante la videoconferenza Yerevan-Stepanakert dal tema “Un mese di accerchiamento” di oggi. «In questa particolare situazione, uno dei principali obiettivi perseguiti dalla parte azera era quello di sollevare un’ondata di malcontento tra la popolazione armena [dell’Artsakh] nei confronti delle forze di mantenimento della pace russe. L’Azerbajgian sta cercando in ogni modo possibile di screditare le attività delle forze di mantenimento della pace russe», ha affermanto Ghazaryan. Ha sottolineato che il ruolo delle forze di mantenimento della pace russe sta diventando più importante nella situazione attuale, perché l’Azerbajgian sta impedendo in ogni modo l’importazione di cibo e medicine nell’Artsakh, e le forze di mantenimento della pace russe sono coinvolte per importare beni essenziali nella Repubblica di Artsakh.
Riferendosi ai cittadini che non possono tornare in Artsakh a causa del blocco, che si trovano attualmente in Armenia, il Ministro degli Esteri dell’Artsakh ha affermato che sia l’Ufficio di rappresentanza permanente dell’Artsakh in Armenia, che molte strutture partner hanno risposto ai loro problemi. I cittadini impossibilitati a tornare in Artsakh si trovano principalmente a Goris e anche a Yerevan. Ghazaryan ha fatto riferimento al lavoro attivo in corso con il gruppo di lavoro creato dal governo della Repubblica di Armenia per risolvere i loro problemi.
Parlando della reazione internazionale, Ghazaryan ha ricordato la sessione urgente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU convocata il 20 dicembre su richiesta dell’Armenia, in cui sono state espresse posizioni concrete, rivolte all’Azerbajgian per fermare il blocco. «Inoltre, ci sono state dichiarazioni concrete fatte da Francia, Stati Uniti, Irlanda e altri Paesi, da organizzazioni internazionali. Il nostro messaggio principale è il seguente: il blocco dell’Artsakh non è solo un problema del popolo armeno. Questo è il problema dell’intero mondo civilizzato e avanzato», ha sottolineato Ghazaryan.
Il Ministero degli Esteri della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh ha rilasciato una dichiarazione in merito al mese di blocco dell’Azerbajgian dell’Artsakh e dei suoi 120.000 abitanti nel 2020, in continuazione della guerra dei 44 giorni, un attacco su vasta scala contro il popolo dell’Artsakh:
«Il 12 dicembre 2022 le autorità azere, violando gravemente le disposizioni della dichiarazione tripartita del 9 novembre 2020, hanno bloccato il Corridoio di Lachin che collega l’Artsakh con l’Armenia e il mondo esterno.
Di conseguenza, la carenza di beni di prima necessità, medicinali, cibo e carburante nella Repubblica peggiora di giorno in giorno. Per intensificare l’effetto distruttivo del blocco, l’Azerbajgian ha chiuso la fornitura di gas dall’Armenia all’Artsakh attraverso i territori da essa occupati. Successivamente, la fornitura di gas è stata ripristinata, ma il 9 gennaio 2023 la fornitura di elettricità dall’Armenia è stata interrotta attraverso l’unica linea ad alta tensione Goris-Stepanakert, che attraversa anche il territorio occupato dall’Azerbajgian. Fino ad oggi, l’Azerbajgian sta deliberatamente ostacolando i lavori di ripristino di emergenza, il che dimostra la premeditazione dei suoi passi. Pertanto, le azioni dell’Azerbajgian hanno messo l’Artsakh, che ha una popolazione di 120.000 abitanti, sull’orlo di un disastro umanitario.
L’assedio dell’Artsakh è una continuazione diretta dell’aggressione militare scatenata nel 2020 contro la Repubblica di Artsakh e il suo popolo dall’Azerbaigian con la partecipazione diretta di organizzazioni terroristiche dalla Turchia e dal Medio Oriente. Incapace di espellere il popolo dell’Artsakh dalla propria patria con mezzi militari, sin dall’istituzione del cessate il fuoco, l’Azerbajgian ha compiuto continui tentativi di raggiungere i propri obiettivi criminali con metodi meno ovvi, ma non meno disumani.
La totalità dei passi compiuti dall’Azerbajgian e le dichiarazioni ufficiali che rivelano le reali intenzioni della sua massima leadership di Baku, dimostrano che il blocco della Repubblica di Artsakh è un altro strumento della politica dell’Azerbajgian volto a distruggere il popolo dell’Artsakh. Creando deliberatamente condizioni di vita insopportabili, l’Azerbajgian mira a minare la comunanza e l’integrità del popolo dell’Artsakh, forzando l’alienazione dalla sua patria storica e il rifiuto di realizzare i propri diritti collettivi».
Le azioni dell’Azerbaigian sono senza dubbio la continuazione della sua politica di genocidio, afferma il Ministero degli Esteri dell’Artsakh, esortando gli Stati, agendo sia individualmente che nell’ambito delle organizzazioni internazionali, in conformità con il loro impegno universale per la protezione dei diritti umani e la prevenzione del crimine di genocidio, ad adottare tutte le misure necessarie per prevenire immediatamente gli atti di genocidio condotta sistematicamente dall’Azerbajgian contro il popolo dell’Artsakh, in un clima di assoluta impunità. «La comunità internazionale ha gli strumenti necessari e tutte le basi legali per intervenire nella situazione in Artsakh, che si deteriora di giorno in giorno. Nel contesto del disastro imminente, l’inerzia della comunità internazionale è inaccettabile, anche perché considerata dalle autorità azere come un silenzioso incoraggiamento alle loro azioni criminali», conclude il comunicato del Ministero degli Esteri della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh.
Pro memoria
«Il blocco del Corridoio di Lachin è una atto di guerra contro gli Armeni dell’Artsakh». Lo ha scritto il Vicedirettore del prestigioso quotidiano francese Le Figaro, Jean-Christophe Busson, in un post sul suo account Twitter.
La bandiera russa continua a sventolare con le forze di mantenimento della pace russe che presidiano le postazioni nel Corridoio… il blocco. Ciò significa che i 120.000 cittadini Armeni Cristiani (tra cui 30.000 bambini e 20.000 anziani) dell’Artsakh sotto assedio vengono tenuti in ostaggi, con mancanza di cibo, carburante, medicine e altri beni di prima necessità. Le uniche merci che arrivano attraverso il blocco, vengono portate con i camion del contingente di mantenimento della pace della Federazione Russa, ovviamente non in quantità necessaria.
Ora siamo a un punto in cui la comunità internazionale deve agire e forzare l’apertura del Corridoio, o riconoscere che nulla è realmente cambiato dai massacri di Rwanda e Srebrenica, e che nel vicinato orientale dell’Unione Europea si può lasciar morire di fame e di freddo un’intera popolazione nel XXI secolo.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2023-01-12 14:27:262023-01-14 14:27:57Trentaduesimo giorno del #ArtsakhBlockade. Oggi a Baku Italia firma un protocollo per ampliare la cooperazione militare con Azerbajgian (Korazym 12.01.23)
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