Te Deum laudamus per questo nuovo inizio (a 72 anni) accanto all’indomito popolo armeno (Tempi 27.12.21)

Grazie per l’amicizia con Antonia Arslan e il coraggio di rispondere agli amici armeni dell’Artsakh e dare una mano ad avviare una scuola professionale

Mi è stato chiesto di scrivere il mio Te Deum e non posso che partire dalla pienezza della Gloria di Dio su tutta la terra. La Tua Gloria, che ha investito la mia vita grazie all’incontro prima, con l’esperienza del gruppo parrocchiale di Carate, in un momento confuso della mia vita, poi col movimento di Comunione e Liberazione. Mi ha raggiunto per tramite di persone che hanno favorito la scoperta dei talenti che Dio ci consegna alla nostra nascita, che altrimenti si sarebbero dispersi, restando inespressi nel giorno dopo giorno di una esistenza tranquilla e borghese. O forse, invece espressi in modo dannoso.

Sì, perché i talenti che Dio mi ha consegnato avrebbero potuto anche essere usati male. Solo un incontro affascinante e una compagnia guidata al destino hanno reso possibile scoprirli ed esprimerli in una vita intensa e davvero generosa di occasioni. Occasioni che, grazie all’incontro fatto, ho imparato a guardare con interesse e desideroso di condividerle.

La curiosità di incontrare persone e con loro avviare un lavoro, il coraggio di affrontare non da solo le avversità della vita, il desiderio condiviso con gli amici per avviare una scuola per i nostri figli, con ostacoli che apparivano insuperabili.

Grazie per l’incontro e l’amicizia con Antonia Arslan e il coraggio, a 72 anni, di rispondere, con mia moglie, agli amici armeni dell’Artsakh (Nagorno-Karabakh nel Caucaso) e dare una mano ad avviare una scuola professionale. Così mi è dato di conoscere una realtà di persone indomite e coraggiose nel difendere la loro cultura, i loro monasteri e la loro aspra e fertile terra. Grazie per questi incontri che mi permettono di sperimentare la Tua grandezza.

«Salvum fac pópulum tuum, Dómine, *
et bénedic hereditáti tuæ.
Et rege eos, * et extólle illos usque in ætérnum».

RingraziandoTi vorrei chiederTi aiuto per il popolo armeno e protezione per questi tuoi figli, e accogli tutti i giovani che hanno perso la vita in questa guerra permanente con cui si vuole eliminare i cristiani da quei territori dell’Asia prossima all’Europa. Aiuta noi e i nostri amici in questo umile tentativo affinché dove non arriva la politica, col Tuo aiuto arrivino i nostri cuori. Benediciamo e lodiamo il Tuo nome per sempre.

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Davide, dall’Armenia al Salento: una storia di salvezza e amore (Trnews 26.12.21)

LEVERANO- Questa è la storia di una famiglia che, una notte, di nascosto, dopo aver venduto tutto quello che aveva per procurarsi quattro biglietti aerei, è scappata dalla guerra. La guerra in Armenia. Perché il capofamiglia era un soldato e sarebbe stato chiamato di lì a poco a prendere parte a quella guerra, ma con la certezza che non avrebbe mai fatto ritorno a casa vivo. E avrebbe lasciato così sua moglie Armine e i suoi figli, una ragazzina di 14 anni e David, 12 anni, in sedia a rotelle perché affetto da tetraparesi spastica.

È così che si sono lasciati indietro i parenti, gli amici, la loro casa, ogni cosa, per partire alla volta dell’Italia. Volevano vivere.

Dopo due anni a Venezia, grazie al Progetto Rinascita, la famiglia Karapetian è approdata a Leverano. David ora ha 17 anni, parla l’italiano bene come la sua lingua madre. Si sono rivolti a CuoreAmico pregando nel “miracolo”, come lo definiscono loro: quello di avere un’auto attrezzata al trasporto sicuro e comodo di David con la sua sedia a rotelle. C’è un altro appello che lancia mamma Armine: devono immediatamente lasciare la casa che li ha finora ospitati e ne cercano con urgenza un’altra, che sia ovviamente al piano terra e senza barriere all’interno, né scale né gradini.

Siamo certi che il Salento non li deluderà neanche stavolta.

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Santa Susanna, ecco quanti anni ha trascorso in carcere (Interris 25.12.21)

Santa Susanna, martire m. Armenia, 458. Figlia di san Verdan, è educata dai genitori a una grande religiosità. Sposa Vasken, governatore della Georgia armena, che rinnega la fede cristiana quando si reca presso la corte persiana, prende come seconda moglie la madre della regina e si impegna a convertire alla religione persiana la moglie e i figli.

Susanna, saputo che il marito ha rinnegato la vera fede, porta via i figli e prende alloggio in una modesta casa vicino alla chiesa. Quando Vasken, al ritorno, trova la casa vuota, manda il vescovo da Susanna per convincerla a tornare; lei rimprovera il prelato per essersi prestato a fare questo tentativo di riconciliazione con un apostata. Il vescovo le dice allora che, tornando a casa, può calmare il violento marito, che altrimenti riverserà sui fedeli la propria ira.

Susanna vi fa ritorno, ma si rifiuta decisamente di partecipare al banchetto organizzato per festeggiare il rientro di Vasken. Il principe porta Susanna nella sala e la picchia cosi selvaggiamente da crederla morta. Il giorno seguente, quando viene informato che la donna è ancora viva, la fa incatenare e incarcerare. Durante il periodo della carcerazione la Santa viene a sapere che i tre figli sono periti in un’imboscata: ringrazia allora il Signore per averli salvati dall’influsso del loro padre, che ha tradito la vera fede. Passa sei anni in carcere, tutta assorta nella preghiera. Assistono alla sua santa morte autorevoli prelati.

Tratto dal libro “I santi del giorno ci insegnano a vivere e a morire” di Luigi Luzi

Dal disgelo con l’Armenia al default. Il racconto da Istanbul di padre Monge (Formiche 25.12.21)

Conversazione con padre Claudio Monge, che vive a Istanbul dove è Superiore della comunità domenicana, oltre ad essere consultore del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso. Un dialogo che aiuta a entrare nelle pieghe di una situazione che dovrebbe preoccupare più di quanto non appaia, dal momento che la Turchia è uno dei gangli decisivi per tutto il blocco eurasiatico

Potrà sembrare strano, ma quello natalizio per la Turchia è un tempo importante in questo 2021, visto il bisogno che ha il Paese di sperare, adesso. Dai tempi del fallito golpe si parla di Turchia per dare ragguagli sulla virata autocratica, sulle interminabili e inquinanti purghe erdoganiane. Ma oggi purtroppo non c’è solo questo sul piatto turco. Non sempre lo si legge, ma è evidente che la Turchia è ormai un Paese a forte rischio default. La pandemia ovviamente ha avuto il suo ruolo, ma i problemi recenti si sono aggravati davanti alla cura economica voluta da Erdogan, che nonostante la svalutazione galoppante della lira turca impone una riduzione dei tassi di interesse anche al costo di rimuovere quattro direttori della Banca centrale in due anni e che sta portando il Paese su un crinale a dir poco spaventoso che neanche gli ultimi interventi sono riusciti a mutare. Parlarne con padre Claudio Monge, che vive a Istanbul dove è Superiore della comunità domenicana, oltre ad essere consultore del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, aiuta a entrare nelle pieghe di una situazione che dovrebbe preoccupare più di quanto non appaia, visto che la Turchia non è una Repubblica delle banane, ma uno dei gangli decisivi per tutto il blocco eurasiatico.

Il suo discorso non può che partire da quelli che definisce gli errori del passato, quando l’Europa, respinta di fatto la Turchia per le manchevolezze in materia di rispetto dei diritti umani, le ha affidato la gestione del fronte più grave e ampio dell’enorme questione migratoria, che riguarda milioni di profughi. Siria, Iraq, Afghanistan attraverso i campi iraniani, sono tutti teatri di crisi che si riverberano direttamente sulla Turchia. Dai dati che padre Monge snocciola a memoria si evince che questo sub-appalto dei nostri confini non è stato neanche gestito male da Ankara, che ha speso realmente gran parte dei fondi europei per i migranti, ma ha creato nel mondo turco una percezione di “ipocrisia” europea, che più o meno suonerà così: “Ma come, noi non saremmo rispettosi dei diritti umani e poi ci subappaltate il capitolo migratorio più scottante, per milioni di profughi?”.

Questo il sentire che possiamo immaginare diffuso e che deve aver avuto presa in anni ancora recenti. Ma ora il “grande fratello turco” è in ginocchio, e quindi sono subentrate altre priorità e quindi altre urgenze. Tra queste padre Monge vede “il nuovo disgelo con l’Armenia”, che torna in primo piano. Rileggendo i termini storici della chiusura della frontiera deve risalire fino al 1993, ma anche qui, ascoltando, emerge che fu l’Armenia a fermare il negoziato avviato nel 2008 e arenatosi definitivamente recentemente. Ora molti vedono l’offerta turca di riaprire il tavolo negoziale, accolta dall’Armenia, come un segnale di attenzione verso gli Stati Uniti. Ma è la grammatica economica di Ankara quella che a lui sembra prevalente.

“Per un Paese che conta di recuperare terreno in economia con le esportazioni, la vitale riapertura del confine orientale con l’Armenia è un tassello decisivo”, e per questo si è indotti a pensare che conti molto di più delle possibili attenzioni per questo o per quell’attore internazionale. Padre Monge sottolinea i perduranti elementi di incomprensione con Washington sulla questione-terrorismo. Il discorso è tanto intricato quanto delicato, riguarda il nord della Siria, dove Ankara vede gli alleati di Washington come “bracci operativi” del PKK, da entrambi ritenuti un gruppo terrorista. Eppure questi gruppi, in particolare le odierne SDF, sono sostenuti da Washington, dai tempi dell’Isis, e questo ostacola la reciproca comprensione. Ascoltando la rappresentazione puntuale dei due punti di vista, evidentemente distanti anche per via del disappunto espresso dalla Turchia dopo il recente rapporto del dipartimento di Stato sul tema, viene naturale pensare che ad Ankara prema l’apertura del confine per motivi commerciali e sapere che Mosca ha mediato il cessato il fuoco tra Armenia e Azerbaijan sarà il punto di ricaduta di “alleanza internazionale” che sembra emergere,  più di quello con Washington.

Ma i tempi dell’importantissimo disgelo con Yerevan non saranno rapidissimi, sebbene padre Monge dica che è di queste ore la reciproca comunicazione dei team negoziali e la stessa comunicazione della riapertura dei voli turchi verso la capitale armena. Ma è la sola prospettiva nuova: basterà a rimettere in piedi la Turchia che dovrebbe votare nel 2023? Il racconto di Istanbul, città vetrina ma anche cassaforte, fa emergere in chi ascolta l’idea di un fallimento politico che accompagna quello economico. Erdogan abbassa i tassi di interesse mentre la lira precipita, confidando nell’export con una ricetta che va contro ogni regola economica ed a fine mese, con un deficit di cassa considerevole, dovrebbe pagare più di dieci miliardi di dollari di debiti e molti di più nel semestre seguente. Ce la farà?

Ecco allora che il racconto di come appaia poco curata Santa Sofia (in foto), dove non si vedono cantieri operativi, induce a domandarsi: avrà fatto bene a Santa Sofia, a Istanbul e alla Turchia la trasformazione in moschea che ha fatto perdere 8 milioni di biglietti annui al prezzo di 25 euro l’uno? Era quanto pagavano i visitatori quando era un museo. Oggi per entrare in moschea non paga nessuno, ovviamente. Così Santa Sofia diviene il simbolo di un fallimento politico, di una prova di forza che ascoltando il racconto di come si viva oggi a Istanbul diviene un test che andava capito soprattutto come prova di debolezza.

Tutto questo nel proseguire del racconto si connette nella mente di chi ascolta con altre prove di forza-debolezza. Lo si evince dalla ricostruzione che fa dell’attenzione che in Francia viene data in queste ore alla questione armena. Ci sono infatti candidati presidenziali che compiono in Armenia il loro primo viaggio all’estero, anche con ricevimenti ufficiali. La questione armena è ovviamente importante, ma non sembrano gli armeni al centro delle preoccupazioni elettorali. Piuttosto una visione forte di una questione religiosa che in realtà è “debole”, perché si appella alle radici comuni non per aiutare ma per aiutarsi indicando i problemi degli altri. In fin dei conti non sarà un discorso analogo al trionfalismo della photo opportunity di Santa Sofia?

Oggi il racconto da Istanbul la descrive come poco fruibile anche per il visitatore, la crisi economica riduce tutti i servizi; e poi, non era stata appena inaugurata a poca distanza la più grande moschea del mondo, almeno secondo le stime ufficiali? Così la gloria trionfalista fa sentire inni di debolezze che chiamano a raccolta non per risolvere, ma pochi racconti sanno aprire orizzonti come quelli di chi non giudica, ma collega i vari elementi. E il quadro che emerge è di estremo allarme: potrà la Turchia davvero procedere così fino alle elezioni del 2023? È un’illusione che Erdogan abbia in mente una exit strategy? O sono le costanti della storia passata quelle che possiamo vedere come nuvole che si addensano su un Paese così importante, o per meglio dire cruciale?

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Prigionieri armeni rilasciati – Un importante risultato ! (Ilnuovoterraglio 25.12.21)

Pubblichiamo comunicato imviato alla nostra redazione dalla Senatrice Orietta Vanin Movimento 5 Stelle:

“Lo scorso 10 dicembre ho aderito con altri 25 parlamentari italiani ad un appello affinché si favorisse il rilascio dei prigionieri di guerra e civili  detenuti a seguito del conflitto nel Nagorno-Karabakh e sul confine tra Armenia e Arzerbaigian.

L’Ambasciatrice Armena in Italia, Tsovinar Hambardzumyan, con una nota ufficiale di ieri, ci ha informati che una parte dei prigionieri armeni sono stati liberati, risultato importante e condiviso.

Noi tutti ci auguriamo che tutti i prigionieri possano presto ritornare dalle loro famiglie, ma sappiamo che la situazione è delicata: tra Arzerbaigian ed Armenia ci sono controversie territoriali che spesso si cerca di risolvere con la forza armata.

Auspico che Governo italiano ed Europa si attivino ulteriormente e che si giunga ad una soluzione negoziata della questione del Nagorno-Karabakh e ad una condizione di pace per la popolazione.

Continueremo a vigliare e a sostenere l’unico importante obiettivo che è la pace e il riconoscimento dei diritti umani di ogni popolazione.

Orietta Vanin
Senatrice del M5s
Commissione Istruzione e Cultura del Senato”

Le donne e gli uomini che stanno portando il cibo e il vino armeno a un livello successivo (Vice.com 24.12.21)

L’Armenia è conosciuta per i suoi paesaggi incredibili e per l’accoglienza, ma da qui a qualche anno si candida a meta gastronomica.

Ammetto candidamente che prima di partire per l’Armenia non ne sapevo moltissimo. Avevo visto le foto dei paesaggi mozzafiato, sì, e conoscevo qualche aspetto della cultura culinaria, come l’abbondanza di verdure e di cognac, ma non mi vergogno nel dire che non avevo chiara l’identità di questa terra.

Entrare in un paese con una cultura che non è popolarmente raccontata sui social media ti pone davanti a molti interrogativi, che nel mio caso si condensavano intorno alla cucina: cosa avrei mangiato? Cosa avrei bevuto? Una cosa l’ho capito quasi subito: ristorazione e realtà vinicole sono un bellissimo work in progress, destinato a rendere l’Armenia non solo una meta per i viaggiatori alternativi, ma un posto unico per assaporare un pezzettino diverso di Europa e Mediterraneo

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Israele, il mondo cristiano lamenta fenomeni di discriminazione religiosa (Eastwest.eu 23.12.21)

I capi delle chiese cristiane di Gerusalemme sono preoccupati per l’aumento degli episodi di discriminazione nei confronti delle diverse comunità cristiane, da parte di quella ebraica. È quanto hanno scritto, nero su bianco, in una denuncia pubblica, i patriarchi della chiesa latina, di quella ortodossa e armena in testa.

Dal 2012, lamentano i religiosi, ci sono stati innumerevoli episodi di aggressioni fisiche e verbali contro sacerdoti e altro clero, attacchi a chiese cristiane, con luoghi santi regolarmente vandalizzati e profanati e continue intimidazioni nei confronti dei cristiani locali che cercano semplicemente di adorare liberamente e di svolgere la loro vita quotidiana. “Queste tattiche – denunciano i leader religiosi – vengono utilizzate da tali gruppi radicali nel tentativo sistematico di cacciare la comunità cristiana da Gerusalemme e da altre parti della Terra Santa”.

Il Patriarca greco-ortodosso di Gerusalemme, Teofilo III, uno dei leader della campagna, ha affermato che “in nessun momento della storia umana il futuro delle nostre comunità cristiane è stato più traballante”, aggiungendo che “i gruppi radicali sono intenti a sradicarci dalle nostre case, commerci e luoghi rituali. Invece di essere divisi, dobbiamo unirci per una Terra Santa pacifica e tollerante per tutte le religioni”. È stato anche creato un sito internet, da parte delle chiese cristiane, dove raccogliere e denunciare questi episodi di discriminazione.

A far traboccare il vaso, diversi episodi di discriminazione negli ultimi tempi. In particolare, la decisione del Governo israeliano di impedire, per ragioni di contenimento della pandemia, l’ingresso nel Paese di pellegrini cristiani a differenza di quelli ebrei. Inoltre, la comunità armena, il cui quartiere nella città vecchia è quello più a ridosso del quartiere ebraico, ha denunciato diversi episodi di discriminazione da parte degli ebrei, come aggressioni a religiosi. Le telecamere della chiesa della comunità, hanno registrato anche un ebreo che, passando dinanzi al luogo religioso, ha sputato all’indirizzo della porta e mostrato il dito medio alla telecamera. Sputi e aggressioni verbali, lamentano gli armeni, sono costanti durante le processioni.

Il Governo israeliano però ha rispedito le accuse al mittente, con un comunicato diffuso dall’ambasciata presso la Santa Sede e l’ufficio stampa del Governo di Gerusalemme. “Queste accuse infondate di condotta discriminatoria – scrive il Governo israeliano – sono oltraggiose, false e pericolose. Ci aspettiamo che i leader religiosi non si impegnino e non promuovano discorsi infondati di odio e incitamento che servono solo ad aggiungere benzina sul fuoco dell’antisemitismo e possono portare alla violenza e causare danni a persone innocenti”.

Per dimostrare la giustezza della difesa, il Governo ha diffuso una serie di dati dai quali si evince che la presenza cristiana in Terra Santa è aumentata negli ultimi anni tra i locali. Al momento in Israele vivono circa 182.000 cristiani cittadini israeliani, che rappresentano circa l’1,9% della popolazione dello Stato di Israele. Dai dati diffusi, emerge che la popolazione cristiana è cresciuta dell’1,4% nel 2020. Il 76,7% dei cristiani in Israele sono cristiani arabi che costituiscono il 7,0% della popolazione araba totale di Israele. Il Governo israeliano, che si aspetta “che i leader religiosi rinuncino all’incitamento all’odio e li invitiamo a continuare il dialogo regolare e fruttuoso con il governo israeliano”, ha spiegato che in questo periodo nel quale il Paese si è chiuso, sono stati concessi permessi a molti fedeli e religiosi cristiani, come a quelli ebrei, anche se non è possibile permettere l’ingresso ai pellegrinaggi.

La presenza di questi ultimi, tra l’altro, come rilevano i leader cristiani, contribuisce con 3 miliardi di dollari all’economia israeliana. La mancanza dei pellegrini a Natale è un duro colpo per le istituzioni cristiane e per quelle turistiche, sia di Israele che in Cisgiordania. Qui città come Betlemme, che basano la loro economia sui pellegrini e il turismo, stanno attraversando una crisi senza precedenti. I leader religiosi lamentano anche una ebraizzazione forzata della città vecchia con conseguente cacciata dei cristiani e dei musulmani. Sono infatti molte le organizzazioni ebraiche che, anche con triangolazioni e falsi nomi, pure sfruttando prestanome spesso arabi, acquistano abitazioni di arabi nella città vecchia. Il caso più eclatante è stato quello degli alberghi Imperial e Petra, nel pieno quartiere cristiano e punti di riferimento di pellegrini, che sono stati acquistati da organizzazioni ebraiche e conquistati, condannano alcuni leader cristiani, con inganni e aiuti da parte delle autorità israeliane. I nuovi proprietari, stanno ora mandando via gli arabi che abitano la zona e dando ricovero a ortodossi ebrei.

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Junior Eurovision 2021: l’EBU chiede spiegazioni alla TV azera sulla censura dell’esibizione armena (Eurofestivalnews 23.12.21)

L’EBU (European Broadcasting Union) interviene sulla questione della censura di Ictimai TV riguardante l’esibizione di Maléna con Qami Qami in rappresentanza dell’Armenia.

I commentatori della tv azera avevano parlato sopra tutti i tre minuti dell’esibizione live compiendo una vera e propria censura. Non solo, una volta che Maléna è stata proclamata vincitrice del concorso, i commentatori azeri non hanno nemmeno pronunciato il nome dell’Armenia e si sono soffermati sui successi del proprio paese, in particolare sulla vittoria all’Eurovision Song Contest 2011 del duo Ell & Nikki con Running Scared.

A pubblicare i video del commento azero allo Junnior Eurovision 2021 è stato l’account Twitter ESCDiscord.

La diffusione del video – e relative discussioni in merito – non sono passate inosservate e l’EBU è intervenuta sul tema con queste parole:

L’EBU è stata informata di questa questione e sta attualmente chiedendo chiarimenti al suo membro azero Ictimai TV. Le regole dello Junior Eurovision Song Contest insistono sul trattamento equo, rispettoso e paritario di tutti i partecipanti e ci impegniamo a garantire che siano seguiti da tutti coloro che partecipano all’evento.

Un astio, quello tra l’Armenia e l’Azerbaigian, che affonda le radici nel lontano 1991 quando l’URSS si scoglie e la regione del Nagorno-Karabakh si autoproclama indipendente, col nome di Repubblica dell’Artsakh.

Già tre anni prima, però, la popolazione locale era insorta contro l’avanza azera su quel territorio. Da lì in poi l’Armenia e l’Azerbaigian hanno continuato a darsi battaglia e, come abbiamo già spiegato, ogni occasione è buona per ricordare all’Europa l’inimicizia dei due Stati.

Difficile prevedere quali provvedimenti prenderà L’EBU ma probabilmente Ictimai TV non rischia nulla di grosso: forse una multa e una diffida.

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TURCHIA: Nascondere la crisi economica sotto al tappeto (EastJournal 23.12.21)

Nel bel mezzo dell’attuale crisi economica che sta affliggendo il paese, il ministro degli Affari Esteri Mevlüt Çavuşoğlu ha annunciato questa settimana che la Turchia vorrebbe normalizzare le proprie relazioni con l’Armenia, con un primo passo in questa direzione rappresentato dalla ripresa di voli di linea fra Erevan e Istanbul.

La strada verso un riavvicinamento è però complicata: diversi sono i bocconi amari che ancora avvelenano i rapporti, fra i quali la continua riluttanza della Turchia a riconoscere il Genocidio armeno nel 1915, ma anche il sostegno turco all’Azerbaigian durante la Guerra del Nagorno-Karabakh del 2020.

L’inatteso annuncio parrebbe un tentativo per mettere in ombra la crisi economica, giocando la carta della geopolitica nel Caucaso. Tuttavia, potrebbe non essere abbastanza per deviare l’attenzione dalla spirale negativa in cui sta precipitando la moneta nazionale, e con essa l’economia turca. Come già raccontato sulle nostre pagine, da inizio anno la lira turca ha perso oltre la metà del suo valore, con effetti sempre più pesanti per la società. Il paese è sull’orlo della bancarotta finanziaria e l’intenzione di riconciliarsi con Erevan può poco in questo contesto di sempre più profonda difficoltà – tantomeno blindare le possibilità di rielezione per Recep Tayyip Erdoğan alle presidenziali del 2023.

La vera spinta dietro alla dichiarazione di Çavuşoğlu potrebbe essere stata dettata in realtà da ragioni molto più strategiche, e originerebbero dall’accordo di pace siglato fra Russia, Azerbaigian e Armenia nel novembre 2020 che ha messo fine agli scontri nel Nagorno-Karabakh. Il documento, infatti, non è solo un cessate il fuoco, ma come riporta l’analista politico Cengiz Candar, rappresenta un vero e proprio piano di intenti per modellare il futuro della regione.

L’accordo prevedrebbe, infatti, fra gli altri, la disposizione di un “corridoio” per connettere l’Azerbaigian con la sua “exclave” autonoma di Naxçıvan, separata dalla restante parte del territorio azero dall’Armenia, lungo il confine turco. Il corridoio consentirebbe in questo modo di collegare direttamente la Turchia con l’Azerbaigian, permettendo ad Ankara di proiettarsi verso il Mar Caspio e da lì verso le altre repubbliche turche dell’Asia Centrale.

L’importanza geopolitica del patto trilaterale è evidente e offrirebbe immensi benefici geopolitici, economici e commerciali: Ankara otterrebbe l’accesso al corridoio di trasporto attraverso il territorio armeno, mettendo così in collegamento la Turchia con l’Asia Centrale e la One Belt One Road Initiative cinese.

L’apertura del collegamento di trasporto è in linea anche con le ambizioni del Cremlino di aumentare la sua influenza geopolitica nella vecchia orbita dell’Unione Sovietica, il Caucaso meridionale, poiché Mosca avrebbe accesso all’Armenia e Azerbaigian, oltre che alla Turchia, bypassando la Georgia. Non solo, la Russia con i suoi peacekeepers manterrebbe il controllo della via, garantendosi una presenza militare, probabilmente maggiorata, in loco.  

Non solo, questo collegamento regionale sarebbe di estremo interesse anche per le aspirazioni della Cina e della sua One Belt One Road Initiative, consentendo ai prodotti e beni cinesi di viaggiare agevolmente lungo tale infrastruttura.

La possibilità di una distensione fra Turchia e Armenia è stata ben accolta dagli Stati Uniti, una prospettiva già incoraggiata dal presidente Joe Biden durante l’incontro a Roma fra i due paesi avvenuto in ottobre. In questa occasione, Biden avrebbe sollecitato Erdoğan a riaprire i confini della Turchia con l’Armenia, chiusi dal 1993 da Ankara in solidarietà con l’AzerbaigianIn realtà, l’apertura armena della Turchia non avrebbe niente a che fare con la richiesta degli USA e, in ogni caso, una normalizzazione con l’Armenia non è abbastanza per recuperare e riparare le relazioni con gli Stati Uniti – Washington non ha ancora perdonato l’acquisto da parte della Turchia dei missili S-400 russi.

Il primo passo verso la conciliazione fra Ankara e Erevan sarebbe un incontro fra inviati speciali dei due paesi per discutere della riapertura del confine turco-armeno, cui seguirebbe la nomina di ambasciatori. Se il processo proseguirà senza intoppi, il corridoio fra Turchia e Azerbaigian potrebbe effettivamente concretizzarsi. Tuttavia, una conclusione agevole del processo non è per nulla scontata e le relazioni potrebbero in ogni momento deragliare nuovamente – come già avvenuto numerose volte in passato.

Lungi dall’attenuare il difficile periodo economico che la Turchia sta vivendo, il corridoio sarebbe tuttavia una mossa strategica e geopolitica importante dai grandi vantaggi a lungo termine. Il Sultano ha sicuramente fatto le sue considerazioni.

NOTA: numerosi sono gli articoli di East Journal sulla guerra del Nagorno-Karabakh. EJ si è anche occupato estensivamente della questione armena. Di seguito sono riportati alcuni articoli fondamentali, si raccomanda tuttavia di consultare l’archivio per la visione completa.

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Presidenziali francesi, la gollista Pécresse visita l’Armenia (Askanews 21.12.21)

Milano, 21 dic. (askanews) – Dopo Éric Zemmour, il candidato della destra identitaria francese, anche la gollista Valérie Pécresse visita l’Armenia, incontrando il presidente armeno Armen Sarkissian. La candidata è evidentemente in cerca di consensi tra i cristiani e la comunità armena francese in questo avvio della campagna presidenziale francese. In queste immagini rende omaggio a chi è sepolto nel cimitero militare di Yerablur.

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