Nicosia, la chiesa armena della Santa Madre di Dio fa 40 anni (AciStampa 16.12.21)

La cattedrale armena della Santa Madre di Dio di Nicosia ha compiuto 40 anni, e il suo “giubileo” è stato salutato anche da tutte le chiese sorelle, in un impegno di unità che è stato in qualche modo anche favorito dal Religious Track, l’iniziativa di diplomazia religiosa presente a Cipro. Ma anche quaranta anni fa la chiesa fu costruita grazie ad un moto ecumenico, e con il sostegno decisivo del Consiglio Mondiale delle Chiese.

La cattedrale della Santa Madre di Dio è stata costruita a partire dal 1976, per sostituire la chiesa di Notre Dame de Tyre, che a seguito dei moti intercomunali del 1963- 1964 si è trovata nella zona nord di Cipro, di là dalla linea verde, nel territorio controllato dalla Turchia. Fu l’arcivescovo Makarios, allora presidente della nazione, a decidere di destinare per una nuova cattedrale la vecchia cappella di Ayios Dhometios.

La cattedrale fu costruita con l’aiuto del Consiglio Mondiale delle Chiese, ma anche della Chiesa di Westphalia, del governo di Cipro e il contributo dei fedeli. La prima pietra fu posta il 25 settembre 1976 dallo stesso arcivescovo Makarios III insieme all’arcivescovo armeno Nerses Pakhdigian, e fu ufficialmente inaugurata il 22 novembre 1982 dal Catholicos di Cilicia Koren I e il Catholicos coadiutore di Cilicia Karekin II. Erano presenti anche l’arcivescovo Chrysostomos I, il vescovo Zareh Aznavorian e il rappresentante Anranik L. Ashdjian.

La cattedrale della Santa Madre di Dio è l’unica chiesa di Cipro costruita nel tradizionale stile armeno, con una cupola centrale ottagonale e una cupola più piccola per la campana. La chiesa è stata rinnovata nel 2005 in memoria della famiglia Tutundijan, uccisa nell’incidente aereo di Helios, mentre il campanile è stato restaurato in memoria di der Vazken Sandrouni. Nel 2008, sono stati risistemati gli interni, in cui la maggior parte delle icone è stata realizzata dal pittore armeno-libanese Zohrab Keshishian.

Gli armeni sono presenti a Cipro sin dalla antichità, e secondo l’enciclopedia della diaspora armena c’erano funzionari, militari e mercanti armeni a Cipro già nell’Alto Medioevo. Tuttavia, una vera e propria comunità armena si formò a Cipro nel XII secolo. Attualmente i ciprioti armeni sono circa 4 mila persone. Le loro strutture (scuola, chiesa, stampa) sono sempre state attive. Gli armeni a Cipro hanno lo status di comunità religiosa, e la comunità armena ha un rappresentante nella Camera dei rappresentanti.

Dal 1930, tutte le chiese armene sono state poste sotto la giurisdizione del Catholicossato di Cilicia, che era trasferito da Istanbul ad Antelias.

Oltre alla loro cattedrale di Nicosia, ci sono altre chiese armene in terriorio controllato dai turchi. Tra questet, il monastero armeno di Sourp Magar, il monastero di Ganchvor Soup Asdvadzadzin a Famagosta.

Azerbaigian-Armenia: fonti, incontro tra Aliyev e Pashinyan dimostra impegno Ue (Agenzia Nova 15.12.21)

Bruxelles , 15 dic 23:04 – (Agenzia Nova) – Il vertice del Partenariato orientale si è svolto in “una atmosfera particolarmente positiva” nella cornice di un incontro di oltre quattro ore tra il presidente presidente dell’Azerbaigian, Ilham Aliyev, e il primo ministro armeno Nikol Pashinyan. Lo ha riferito un funzionario Ue. “L’incontro tra Armenia e Azerbaigian è stata una chiara dimostrazione dell’impegno dell’Unione nei confronti della regione affinché si sblocchi la situazione e degli sforzi per affrontare anche problemi intrattabili. I leader hanno considerato gli ultimi sviluppi a Bruxelles come “un’evoluzione molto positiva dopo 30 anni di conflitto'”, ha sottolineato il funzionario. (Beb) (Beb)

Patriarca armeno: fra Erevan e Ankara una pace ‘senza precondizioni’ (Asianews 14.12.21)

Erevan (AsiaNews) – Il popolo armeno “è un popolo pacifico e vuole la pace”, per questo l’iniziativa diplomatica in atto fra Erevan e Ankara, con la nomina reciproca di inviati per negoziare la normalizzazione dei rapporti è un elemento “positivo”. É quanto afferma ad AsiaNews il patriarca armeno cattolico Raphaël Bedros XXI Minassian, pur precisando al contempo che i dialoghi devono essere “senza precondizioni”. Il primate armeno aggiunge che la diaspora “ha tutto il diritto” di rivendicare il riconoscimento del genocidio non per ottenere un “risarcimento materiale“, ma come “dovere morale” verso quanti “hanno perso la vita”.

Ieri il ministro turco degli Esteri Mevlut Cavusoglu ha affermato che Turchia e Armenia procederanno alla nomina reciproca di inviati speciali, per discutere le “misure” per normalizzare le relazioni. Sul tavolo anche la ripresa dei collegamenti aerei fra Istanbul e la capitale Erevan. Nel 2009 i due Paesi hanno firmato uno storico accordo di pace per la ripresa dei legami e la riapertura dei confini, ma il documento non è mai stato ratificato e i rapporti restano tesi.

A inasprire le relazioni la guerra combattuta lo scorso anno nel Nagorno-Karabakh, in cui Ankara ha sostenuto l’Azerbaigian e accusato Erevan di occupare territori azeri. Violenze che si sono rinnovate anche nelle scorse settimane e che hanno causato la morte di soldati armeni, in un quadro di continua instabilità e attacchi – diplomatici e militari – reciproci.

Il governo armeno, ricorda il patriarca Minassian, ha affermato nel recente passato che “questo sarà il secolo della pace” e insieme alla controparte “cercheremo di trovare soluzioni pacifiche” finalizzate alla convivenza. Tuttavia, prosegue, un “elemento essenziale” è che questa pace, i dialoghi attraverso i quali raggiungerla siano “senza precondizioni” all’interno di un rapporto “libero” di scambio e confronto. Resta aperto il tavolo sul Nagorno-Karabakh dove “abbiamo perso la battaglia, ma non la guerra”. “Deve esserci – aggiunge – parità di trattamento fra un Paese e l’altro per un bene comune, per vivere in modo onorevole anche perché una distensione fra Armenia e Turchia può avere risvolti benefici per altre nazioni e per tutta la regione”.

Secondo il primate armeno il governo di Erevan è “ben disposto” al dialogo e alla ricerca di un accordo, ma “non possiamo sapere con sicurezza la posizione della controparte”. Uno dei nodi della controversia, ricorda il primate, resta quello relativo alle risorse del Nagorno-Karabakh, soprattutto l’acqua che “nutre l’Armenia e passa nel territorio controllato dal governo azero” mettendo a rischio l’approvvigionamento. Vi sono ancora punti “da risolvere”, avverte, andando oltre gli slogan e le rivendicazioni “di vittoria”.

La Chiesa armena, sottolinea il patriarca, intende proteggere e tutelare “i diritti e la vita” dei cattolici che abitano quei territori. E in un’ottica di dialogo e di confronto vuole porre al centro dell’attenzione anche la questione “della libertà religiosa” che deve essere reciproca e valere “per tutti” in Armenia come nel Nagorno-Karabakh, perché “alla fine crediamo in un unico Dio”. La Chiesa, conclude, “lavora per la pace, dignità e libertà della persona umana, come afferma lo stesso papa Francesco nell’enciclica ‘Fratelli tutti’ che è nostro punto di riferimento. Perché per apprezzare l’altro non dobbiamo perdere la nostra identità, rivendicando sempre il rispetto reciproco”.

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Armenia nominerà un rappresentante speciale in Turchia (Trt 14.12.21)

L’Armenia nominerà un rappresentante speciale per normalizzare le relazioni con la Turchia.

Il portavoce del Ministero degli Esteri armeno, Vaan Unanyan, ha annunciato che l’amministrazione di Yerevan nominerà un rappresentante speciale per normalizzare le relazioni con la Turchia.

In una dichiarazione condivisa sul suo account sui social media, Unanyan ha valutato la dichiarazione del ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu in merito alla nomina di un rappresentante speciale per l’Armenia.

Unanyan sottolineando che il suo Paese è pronto per il processo di normalizzazione delle relazioni con la Turchia senza precondizioni, ha confermato che la parte armena nominerà un rappresentante speciale per avviare il dialogo.

Il ministro degli Esteri Mevlut Cavusoglu, nel suo discorso all’Assemblea generale della Grande Assemblea nazionale turca (TBMM) sul bilancio del Ministero, aveva riferito che nomineranno un rappresentante speciale, non un ambasciatore in Armenia.

“Anche l’Azerbaigian ha affermato che ciò è estremamente accurato. Coordiniamo ogni questione con l’Azerbaigian, parliamo, decidiamo insieme a loro. Se l’Armenia impara da questi recenti eventi e preferisce la pace e la tranquillità, si potrà aprire anche un’ambasciata. Decideremo insieme all’Azerbaigian su questa questione”, ha detto il ministro Cavusoglu.

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Armenia-Turchia: fonti Difesa, discussione relazioni bilaterali verterà su questioni regionali

Erevan, 14 dic 11:47 – (Agenzia Nova) – Il campo principale dello sviluppo delle relazioni armeno-turche riguarderà principalmente questioni di interesse regionale. Lo ha dichiarato il presidente della commissione parlamentare per la Difesa e la sicurezza armena, Andranik Kocharyan, commentando le dichiarazioni della parte turca sulla nomina, da parte di entrambi i Paesi, di inviati speciali per normalizzare il dialogo. “Cavusoglu ha annunciato che è necessario parlare con l’Armenia”, ha affermato Kocharyan. (Rum)

ARMENIA VS AZERBAIJAN/ “Erdogan vuole prendersi il Caucaso, solo Putin può fermarlo” (Ilsussidiario 14.12.21)

Da inizio novembre sono ripresi gli scontri tra truppe armene e azere al confine dei due paesi, scontri che si sono intensificati nelle ultime ore. Si contano una dozzina di morti tra entrambe le parti. La tensione torna a salire in quella che è una guerra infinita, dove non si riesce a trovare una via di uscita diplomatica capace di soddisfare soprattutto l’Azerbaijan, che, forte del sostegno di Ankara, continua ad alzare le richieste per provocare un conflitto armato definitivo, come ci ha detto Pietro Kuciukianconsole onorario armeno in Italia, “che porti gli azeri a prendere possesso dell’intero Caucaso”.

L’ultimo conflitto risale al settembre-ottobre 2020: 44 giorni di scontri feroci che hanno causato migliaia di morti, portando a un cessate il fuoco che ha favorito l’Azerbaijan, risultato vittorioso. Al centro di tutta l’annosa questione c’è il Nagorno-Karabakh, territorio armeno all’interno dei confini azeri, rivendicato in toto da questi ultimi. Secondo Kuciukian, gli azeri “non si fermeranno fino a quando non riusciranno a spazzare via del tutto l’Armenia”.

Si torna a combattere al confine fra Armenia e Azerbaijan. Chi sta alimentando la tensione?

C’è una questione che non si riesce a risolvere e che gli azeri stanno alimentando ad arte. Il trattato del cessate il fuoco del 2020 aveva stabilito un collegamento attraverso la parte più a sud dell’Armenia fra Azerbaijan e Nakhichevanskaya, una regione azera divisa dalla madrepatria dal territorio armeno. Questo permetteva giustamente un collegamento con regolare dogana e controlli all’ingresso e all’uscita, come avviene in tutto il mondo. Ma adesso gli azeri pretendono un proprio corridoio, di loro esclusiva appartenenza. Questo non è previsto dal trattato di cessate il fuoco: la strada c’è già, basta aprire le frontiere.

Un comportamento utilizzato per alzare la tensione?

Sì. Infatti, con questa scusa avvengono ricatti, vengono uccisi contadini, si chiudono certe strade che all’epoca dell’Unione Sovietica passavano dall’Azerbaijan: tutto per avere quello che loro chiamano corridoio.

La richiesta del corridoio può essere intesa come un pretesto per tornare a uno scontro armato?

Con l’odio viscerale per gli armeni che ormai gli azeri hanno sviluppato direi di sì, la loro idea è di spazzare via tutta l’Armenia.

Dovevano tenersi almeno due incontri a novembre tra i leader armeno e azero con Putin, ma nulla è stato fatto. La Russia sembra disinteressarsi della situazione?

Putin è abbastanza neutrale, però è interessato comunque a mantenere una forza militare, già presente in Armenia, e poi con gli accordi del cessate il fuoco ha ottenuto di inviare truppe con il ruolo di “peacekeepers” sia a nord, con sede a Martakert, che a sud, con base a Stepanakert. L’accordo prevede la presenza russa per cinque anni più ulteriori altri cinque. Quindi Mosca esercita un controllo decisivo nella regione.

Lo scenario che sembra profilarsi è un’Armenia sempre più ridotta ai minimi termini. Che cosa ne pensa?

Vedremo, è difficile capire cosa succederà. La regione è in pieno subbuglio e i russi sono impegnati su molti fronti, dalla Siria alla Libia e all’Ucraina. Il Caucaso è un ennesimo fronte aperto difficile da controllare.

Gli armeni come reagiscono a tutto questo?

Ovviamente, quando si perde una guerra, il governo che l’ha persa viene contestato, ma finora regge. Del resto, non c’è altra possibilità.

L’Unione Europea che cosa dice?

È assente come al solito, è sempre assente, a meno che non ricevano ordini dagli americani. Allora si muove in qualche maniera.

Che previsioni si sente di fare? Una nuova guerra è inevitabile?

Dipende, potrebbe finalmente stabilirsi una pace che interessa anche ai turchi e ai russi, ma sono gli azeri che non vogliono la pace. Si muovono così perché sono spalleggiati dalla Turchia. Se Putin fermasse Erdogan, allora si potrebbe evitare la guerra. Purtroppo sono in gioco un insieme di interessi ingenti che coinvolgono troppi paesi, un insieme difficile da controllare.

(Paolo Vites) 

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Capodanno 2021 a Siena: in Piazza del Campo l’Orchestra Nazionale Sinfonica Armena (RadioSiena 13.12.21)

Sarà l’Armenian National Philarmonic Orchestra con sede a Yerevan ad allietare il capodanno senese 2021 in Piazza del Campo il 31 dicembre. Lo ha deliberato la giunta comunale guidata dal sindaco Luigi De Mossi, che accettando la proposta armena di un concerto aperto e gratuito, ha dato mandato agli uffici di studiare la normativa e l’organizzazione in piena sicurezza degli eventi, che prevedono, assicura la giunta, un programma artistico di qualità e di gusto nazional popolare. Il

La scelta di puntare sull’orchestra armena giunge, si spiega, “vista la crisi, che a causa della pandemia da Sars-Cov-2, ha investito tutto il mondo dello spettacolo dal vivo, comprese le orchestre, che come da tradizione, portano la musica classica, di grande interesse culturale, in tournèe per teatri e piazze di tutto il mondo; questa Amministrazione ha avuto grande attenzione verso il mondo professionale dello spettacolo dal vivo, programmando, nel rispetto di tutte le normative vigenti per la lotta alla diffusione della pandemia da Covid-19, concerti, eventi e spettacoli nei luoghi più significativi di tutta la città di Siena, dove il pubblico senese e non ha potuto fruire di proposte culturali di alta qualità”.

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Saranno beati il 4 giugno i martiri del genocidio armeno Léonard Melki e Thomas Saleh (Asianews 13.12.21)

I due frati libanesi vennero uccisi “in odio alla fede” in Turchia tra il 1915 e il 1917. P. Léonard Melki subì percosse e torture per una settimana prima di venire giustiziato. La celebrazione a Jal el-Dib sarà preceduta da una settimana di processioni, Vie Crucis, serate evangeliche e concerti.

Beirut (AsiaNews) – La Chiesa latina in Libano, i frati cappuccini e l’ordine delle suore francescane della Croce celebreranno sabato 4 giugno nel grande convento della Croce (Jal el-Dib – Metn) la cerimonia di beatificazione dei sacerdoti libanesi Léonard Melki e Thomas Saleh. A darne l’annuncio è stato il vicario apostolico dei Latini, mons. César Essayan, durante una conferenza stampa che si è svolta presso il Centro cattolico media e informazione. La funzione sarà presieduta dal card. Marcello Semeraro, prefetto della Congregazione per le cause dei santi, alla presenza dei patriarchi orientali come ha precisato lo stesso mons. Essayan. La celebrazione sarà preceduta da una settimana di cerimonie religiose: processioni, Via Crucis, serate evangeliche e concerti. In conformità a un decreto emanato da san Giovanni Paolo II, le beatificazioni si svolgeranno nei Paesi di origine per permettere al maggior numero di fedeli di quella stessa nazione di partecipare alle funzioni e assistere alle messe.

La data della cerimonia di beatificazione segue la recente decisione di papa Francesco di concedere l’autorizzazione alla Congregazione per le cause dei santi di promulgare i decreti riguardanti il martirio dei servitori di Dio Léonard Melki e Thomas Saleh. Entrambi erano religiosi dell’ordine dei Frati minori cappuccini, uccisi “in odio alla fede” in Turchia rispettivamente nel 1915 e nel 1917. Il riconoscimento del loro martirio ha aperto la porta alla beatificazione, senza che vi sia bisogno del riconoscimento di un ulteriore miracolo.

I due missionari cappuccini originari di Baabdat (Metn, Monte Libano) sono stati arrestati, torturati e uccisi in Turchia durante il genocidio del 1915, come si legge sulla pagina ufficiale dei cappuccini in Italia. Padre Léonard Melki (1881-1915) si è rifiutato di rinnegare la fede dopo aver nascosto il santissimo sacramento all’arrivo della polizia. Egli è stato picchiato con crudeltà per una settimana. I suoi aguzzini gli hanno persino strappato le unghie da mani e piedi. Il sacerdote, assieme a centinaia di altri prigionieri cristiani di Mardin, è stato poi deportato nel deserto e giustiziato lungo la strada. Egli è morto sotto i proiettili esplosi l’11 giugno 1915 assieme al vescovo e beato Ignace Maloyan (1869-1915), ucciso dopo aver rifiutato a più riprese di abbracciare l’islam, e come lui altri 415 uomini della città di Mardin. I loro corpi sono stati poi gettati in burroni e grotte.

Dopo aver concesso ospitalità a un sacerdote armeno durante il genocidio, p. Thomas Saleh (1879-1917) è stato arrestato e condannato a morte, per poi venire deportato in pieno inverno a Marash, insieme ad altri detenuti, sotto la scorta di un plotone di soldati. Egli è morto di stanchezza e di malattia lungo la strada il 18 gennaio 1917, ripetendo con coraggio: “Ho piena fiducia in Dio, non ho paura della morte”.

La cerimonia di beatificazione sarà la terza a venire celebrata in Libano, dopo quella del beato cappuccino Jacques Haddad, fondatore dell’ordine delle suore francescane della Croce e promotore di molte istituzioni ecclesiastiche, avvenuta il 23 giugno 2008. La cerimonia di beatificazione si è svolta in piazza dei Martiri a Beirut.

La presenza francescana in Libano è molto antica e probabilmente risale al tempo di san Francesco. I frati Minori hanno rappresentato una sorta di ponte fra Roma e la Chiesa maronita per mantenere l’unità anche nei momenti più difficili. Oggi essi sono a Beirut, Harissa, Tripoli e sono responsabili di due parrocchie nel sud del Paese, a Tiro e Deir Mimas.

Clima ostile verso i cristiani

Ricordiamo che a partire dal 1894 si era venuto a creare un clima ostile verso i cristiani, all’interno del quale si sono verificati ripetuti episodi di persecuzione in varie parti dell’impero ottomano, soprattutto nella regione della Mesopotamia con massacri organizzati o voluti dal governo centrale. Con lo scoppio della prima guerra mondiale, la persecuzione contro la Chiesa si è fatta più intensa, sistematica e feroce, rivelando un vero e proprio piano per la deportazione e lo sterminio di massa, diventando così il “primo genocidio del XXmo secolo” come dichiarato da san Giovanni Paolo II e dal patriarca supremo di tutti gli armeni Karekin II, il 27 settembre 2001. I massacri iniziarono la notte tra il 23 e il 24 aprile 1915 a Costantinopoli, quando furono giustiziate le prime persone arrestate tra l’élite armena. Durante il “Medz Yeghern” [il grande crimine o il grande male, come viene ricordato] sono morti oltre un milione e mezzo di cristiani (armeni, siriani, caldei, assiri e greci). Con loro hanno trovato la morte molti vescovi, sacerdoti, religiosi e missionari stranieri, uccisi senza alcun processo, compresi i due servi di Dio in due date e luoghi diversi, ma in circostanze del tutto simili.

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UE e Armenia, partner nelle riforme? (Osservatorio Balcani e Caucaso 13.12.21)

Le recenti promesse di investimenti multimiliardari in Armenia da parte dell’Unione europea segnalano un crescente rafforzamento delle relazioni tra Yerevan e Bruxelles e una rinnovata fiducia dell’UE nell’eredità della rivoluzione armena del 2018.

Quest’estate, l’Unione europea ha presentato un pacchetto di aiuti da 2,6 miliardi di euro per l’Armenia nei prossimi 5-7 anni. Questo gesto rappresenta il più grande pacchetto di aiuti fornito all’Armenia dall’Unione europea di sempre.

L’annuncio, dato il 9 luglio dal Commissario europeo per il vicinato e l’allargamento Oliver Varhelyi durante una visita a Yerevan, include anche la promessa che tale pacchetto potrebbe raggiungere i 3,1 miliardi di euro.

Secondo i diplomatici i nuovi fondi rappresentano un’approvazione da parte di Bruxelles della vittoria schiacciante del primo ministro in carica Nikol Pashinyan nelle elezioni parlamentari anticipate dello scorso giugno, e sono una ricompensa per il “programma di riforme” armeno avviato dopo la rivoluzione del 2018.

Il finanziamento arriva anche sulla scia dell’accordo di partenariato globale e rafforzato (CEPA) tra Armenia e Unione europea, entrato in vigore il 1° marzo. L’accordo contiene clausole che approfondiscono la cooperazione tra l’Armenia e l’UE in materia di riforma istituzionale, investimenti economici e revoca delle tariffe sulle importazioni e sulle esportazioni tra l’Armenia e il blocco di 27 membri.

“Prova di fiducia nella democrazia”

Si pensa che uno dei motivi per cui l’UE abbia aumentato il livello di finanziamento nel pacchetto sia la vittoria del governo Pashinyan sulle autorità prerivoluzionarie dell’Armenia nelle elezioni parlamentari anticipate di giugno.

Il pacchetto da 2,6 miliardi di euro è stato dato “sulla base dei risultati ottenuti in passato”, ha dichiarato a OC Media Andrea Wiktorin, ambasciatore dell’Unione europea in Armenia. “Allo stesso tempo, alla fine tutto dipenderà dalla maturità dei progetti e dalla rapidità con cui potremo attuare le iniziative faro”.

L’UE identifica le “iniziative faro” come “progetti prioritari concreti con risultati tangibili che sono stati identificati congiuntamente con i paesi partner”.

Nel caso dell’Armenia, le iniziative faro comprendono un sostegno economico diretto per un massimo di 30.000 piccole e medie imprese; fino a 600 milioni di euro per un corridoio di trasporto nord-sud; fino a 300 milioni di euro in prestiti e sovvenzioni per il settore tecnologico dell’Armenia; fino a 80 milioni di euro in investimenti economici e infrastrutturali nella provincia meridionale di Syunik per sviluppare “resilienza”; e fino a 120 milioni di euro di investimenti per una Yerevan più “efficiente dal punto di vista energetico”, compresa la modernizzazione dei trasporti pubblici nella capitale.

Wiktorin ha affermato che l’UE “ha preso buona nota” della valutazione degli osservatori OSCE delle elezioni di giugno, la quale “ha dichiarato che le elezioni sono state eque e generalmente ben gestite in un breve lasso di tempo”. Wiktorin ha aggiunto che l’UE sostiene pure il “forte impegno dell’Armenia a perseguire ulteriormente il suo programma di riforme”.

Anche l’ambasciatrice lituana in Armenia, Inga Stanytė-Toločkienė, ha elogiato le elezioni anticipate come “prova della fiducia del popolo armeno nella democrazia” e “prova di una resilienza della democrazia in Armenia”. Ha affermato inoltre che, oltre al pacchetto di assistenza e all’attuazione dell’accordo CEPA, “un’altra direzione che la Lituania sosterrebbe con entusiasmo è legata a ulteriori progressi verso la liberalizzazione dei visti”.

“È giunto il momento di avviare un dialogo sui visti con l’Armenia”, ha affermato, con l’ulteriore avvertenza che “è necessario garantire il consenso tra tutti gli stati membri”.

Il deputato lituano al Parlamento europeo Rasa Juknevičienė ha dichiarato a OC Media che affinché la cooperazione UE-Armenia possa davvero prosperare, l’Armenia deve prima “superare l’eredità bellica, per quanto dolorosa” e “concentrarsi pienamente sullo sviluppo sociale ed economico”.

“La guerra non è mai una buona soluzione”

Viola von Cramon, europarlamentare tedesca, ha dichiarato a OC Media che l’UE “può essere più coinvolta” nella risoluzione del conflitto del Nagorno-Karabakh. La strada verso un ulteriore coinvolgimento dell’UE, secondo von Cramon, dovrebbe prevedere la sostituzione della Francia come co-presidente del gruppo di Minsk dell’OSCE, attualmente incaricato di facilitare la risoluzione del conflitto. La sostituzione dovrebbe avvenire a favore dell’intero blocco europeo di 27 stati membri. Gli attuali co-presidenti del gruppo sono Francia, Russia e Stati Uniti. Allo stesso tempo, von Cramon ha detto di vedere “una riluttanza di alcuni dei leader dell’UE ad agire e a vedersi come un attore politico”.

Il fattore russo

Con il suo dispiegamento di 2.000 forze di pace nel Nagorno-Karabakh, la Russia è stata vista da molti osservatori come un “vincitore” della seconda guerra della regione. L’UE, nel frattempo, è vista come uno dei “perdenti”, con una diminuzione della sua influenza nei confronti della Russia.

La Russia è sempre più attiva in Armenia. Tra i suoi progetti sul territorio armeno la costruzione di nuove stazioni della metropolitana a Yerevan, una prima apertura assoluta di una diocesi ortodossa russa in Armenia, la supervisione dell’FSB russo di gran parte dei confini dell’Armenia.

Secondo Viola von Cramon, la crescente influenza russa nel Caucaso meridionale si basa principalmente su “stivali militari sul terreno”, ma non su un “impegno per la risoluzione dei conflitti”. Specie se si considera anche l’aumento dell’influenza turca in Azerbaijan, “sta diventando difficile per l’UE avere influenza politica”, ha detto von Cramon.

Allo stesso tempo, ha aggiunto, il ruolo dell’Unione europea nella regione è fondamentalmente diverso da quello della Russia. L’UE non cerca di rendere l’Armenia o qualsiasi altro paese della regione “dipendente” dall’Unione “come la Russia sta facendo e ha fatto in passato”, ha sostenuto.

L’eurodeputata lituana Rasa Juknevičienė, nel frattempo, ha dichiarato a OC Media di non vedere la fine della seconda guerra del Nagorno-Karabakh “come una vittoria per la Russia, come alcuni potrebbero sostenere”, specialmente se si considera la cooperazione militare dell’Armenia con la Russia e il ruolo svolto dalla Turchia nella vittoria dell’Azerbaijan.

“Il monopolio russo sulla geopolitica nella regione si è effettivamente indebolito quando la Turchia è entrata in scena. Non penso che sia stata una decisione saggia [da parte dell’Armenia] fare totale affidamento sulla Russia fin dall’inizio”, ha detto Juknevičienė a OC Media, aggiungendo che è stata una decisione sovrana dell’Armenia, “ma un modo faticoso per imparare che la Russia di Putin non è un garante di cui fidarsi”.

Alla domanda sul ruolo della Russia nella regione, l’ambasciatrice lituana Inga Stanytė-Toločkienė è stata irremovibile, commentando che “la risoluzione del conflitto deve essere “re-internazionalizzata”. “Non c’è nulla di buono per i paesi più piccoli all’interno del monopolio, o negli accordi sopra le loro teste, comandati delle grandi potenze regionali”, ha detto Stanytė-Toločkienė. “Vorremmo vedere concetti come quello delle sfere di influenza sepolti nel passato”.

Guardando a nord ed ovest

Nonostante le incursioni russe nel paese, Stanytė-Toločkienė afferma che l’UE rimane il principale “partner per le riforme” dell’Armenia. Per quanto riguarda il ruolo dell’UE nella risoluzione del conflitto del Nagorno-Karabakh, esso dipende dalla “misura in cui la Russia riterrà che sia nel suo interesse proteggere il monopolio che ha creato dopo la seconda guerra del Nagorno Karabakh”.

L’ambasciatrice dell’UE Andrea Wiktorin ha affermato che l’Armenia non deve necessariamente scegliere tra guardare a nord e guardare a ovest. Il CEPA, ad esempio, ha dimostrato che è “pienamente compatibile” con l’adesione dell’Armenia al blocco commerciale dell’Unione economica eurasiatica guidato dalla Russia. “I partner orientali hanno il pieno diritto di plasmare liberamente l’ampiezza e la profondità delle loro relazioni con l’UE e altri attori internazionali”, ha affermato.

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Ricordatevi dei vostri fratelli armeni, «come d’autunno sugli alberi le foglie» (Tempi 13.12.21)

Le dita intirizzite stanno sospese sopra la tastiera dell’iPad e vorrebbero ticchettare parole di pace per voi amici dei molokani e degli armeni. Le dichiarazioni firmate il 26 novembre a Sochi, terra russa, da Vladimir Putin (mediatore), dal primo ministro armeno Nikol Pashinyan e dal presidente azero Ilham Aliyev dovrebbero accarezzarmi il cuore. E un po’ lo fanno. Ma guardo l’azzurro perlaceo del lago di Sevan e non riesco a festeggiare un bel niente: non posso mentire a me stesso. La logica dei rapporti di forza combinata con l’ideologia di potenza del grande assente, Recep Tayyip Erdoğan, presidente della Turchia, ma che vegliava invisibile dietro le spalle del suo alleato e vassallo Aliyev, dicono: questa è una tregua organizzativa, poi l’ineluttabile accadrà, e Putin, se non vuole avere la spada turca nel suo fianco caucasico dovrà concedere l’Armenia a un redivivo impero ottomano. Esagero in pessimismo? Ci sono delle variabili. Poi le elencherò. Intanto i fatti.
Invas…

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Mosca e Ankara propongono la piattaforma 3+3 per il Caucaso (Asianews 13.12.21)

Dialogo con Azerbaigian, Armenia e Iran. Formato finora respinta dalla Georgia. Tbilisi non si fida del Cremlino, con cui è in contrasto sui territori separatisi di Abkhazia e Ossezia del sud. Come gli ucraini, i georgiani guardano alla Nato per bilanciare la minaccia russa.

Mosca (AsiaNews) – I rappresentanti dei Paesi del Caucaso meridionale (Azerbaigian, Armenia) insieme a quelli di Turchia, Russia e Iran si sono incontrati nella capitale russa per valutare i termini della collaborazione secondo lo schema 3+3, proposto da Erdogan e appoggiato da Mosca. Solo i georgiani sono recalcitranti ad accettare questo nuovo formato, per contrarietà alla Russia che di fatto occupa i territori dell’Abkhazia e dell’Ossezia del sud.

Con una nota, il ministero degli Esteri della Georgia comunica di essere contrario al progetto, a cui si lavorerà per tutto il prossimo anno. Il gruppo 3+2 ha avuto un primo incontro a Mosca il 10 dicembre a Mosca. Il primo ministro armeno Nikol Pašinyan ha ricevuto l’assicurazione che in questo dialogo non si parlerà dei problemi legati al conflitto con gli azeri nel Karabakh, riservati ad altri livelli di trattative.

Tbilisi non si fida dei russi, tenendo conto che il Cremlino finora non sembra interessato a tener fede agli accordi presi nel 2008 dall’ex presidente russo Medvedev sotto la mediazione di quello francese Sarkozy. Secondo Mosca, i georgiani devono tenere conto dei cambiamenti avvenuti negli ultimi anni, inserendosi nelle dinamiche in corso nella regione caucasica.

Alla riunione di inizio dicembre dei Paesi Osce (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa), il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov aveva fatto capire di voler rivedere i criteri di sicurezza nella regione, che Mosca è disposta ad adeguare in cambio della rinuncia georgiana a entrare nella Nato. Lavrov ha dichiarato che “noi abbiamo proposto di tornare alle fondamenta dell’Osce: parità dei diritti, consenso, dialogo e condivisione della sicurezza. Sono certo che questo sistema possa essere utile anche per la Georgia”. Egli ha aggiunto che per molto tempo Tbilisi ha rallentato i ritmi del proprio sviluppo, proprio per non aver rispettato gli interessi di tutti i Stati coinvolti negli equilibri caucasici.

La Russia ha agitato però anche il bastone, dopo aver offerto la carota, minacciando la Georgia di nuovi problemi se non accetterà le sue proposte. Nelle recenti trattative di Ginevra, Mosca ha preteso da Tbilisi delle garanzie per l’indipendenza di Abkhazia e Ossezia del sud, attualmente controllate dal Cremlino, in maniera simile alle “repubbliche autonome” di Lugansk e Donetsk nel Donbass ucraino. L’insistenza russa sull’autonomia di questi territori è infatti legata ai timori per l’allargamento della Nato in Oriente, a partire dal bacino del Mar Nero.

Vladimir Putin agisce su più tavoli per premunirsi di fronte ai piani Usa ed europei di espansione verso oriente, sia in Georgia sia in Ucraina. Secondo Valerij Čečelašvili, esperto del Centro di studi strategici della Georgia ed ex ambasciatore in Russia, Mosca cerca in tutti i modi di puntellare le proprie posizioni, sapendo di non essere in grado di reggere la sfida militare e strategica con gli Stati Uniti e i suoi alleati. “La Russia – spiega Čečelašvili – che ha un Pil di 1.310 miliardi di euro pretende da Washington, un’economia da 18.500 miliardi, e da tutta la comunità internazionale che ha instaurato un regime di sanzioni contro il Cremlino, di avere delle garanzie contro l’allargamento della Nato”.  In realtà, sostiene l’esperto georgiano, “questa sarà una scelta della Georgia e dell’Ucraina, soprattutto per difendersi dall’aggressività di Mosca che non rispetta l’integrità territoriale dei Paesi vicini”.

Molti analisti ritengono che la Russia faccia la voce grossa in realtà bleffando, per cercare di fermare il corso degli eventi, che potrebbe togliere a Mosca il controllo di buona parte dell’area ex sovietica.

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