Armenia-Azerbaigian: Ambasciatrice Hambardzumyan, Erevan monitorerà rispetto decisioni Corte internazionale di giustizia (Agenzia Nova 08.12.21)

Roma, 08 dic 18:48 – (Agenzia Nova) – La Corte internazionale di giustizia ha emesso ieri due ordinanze sulle richieste di misure provvisorie avanzate dall’Armenia e dall’Azerbaigian nei procedimenti avviati da Erevan contro Baku e sulla domanda riconvenzionale dell’Azerbaigian contro l’Armenia ai sensi della ‘Convenzione internazionale sull’eliminazione di tutte le forme di Discriminazione’ (Cerd). Lo ha dichiarato l’ambasciatrice armena in Italia, Tsovinar Hambardzumyan. “Le ordinanze – prosegue l’ambasciatrice – riflettono l’accettazione da parte della Corte di numerosi argomenti critici sollevati dall’Armenia e la convalida delle sue posizioni dinanzi alla Corte. L’ordinanza della Corte internazionale di giustizia conferma la legittimità delle preoccupazioni dell’Armenia per quanto riguarda la detenzione illegale e il trattamento disumano dei prigionieri di guerra e di altri da parte dell’Azerbaigian, per quanto riguarda il pericolo di annientamento del patrimonio storico e culturale armeno nei territori dell’Artsakh sotto il controllo dell’Azerbaigian e la retorica armenofobica dell’Azerbaigian.

Come evidenziato dall’ambasciatrice armena, “la Corte ha rilevato che esiste un rischio imminente di danno irreparabile ai diritti degli armeni ai sensi della ‘Convenzione internazionale sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale’ e ha ordinato all’Azerbaigian di: “Proteggere dalla violenza e dalle lesioni personali tutte le persone catturate e rimaste in detenzione in relazione al conflitto militare del 2020, nonché garantirne la sicurezza e l’uguaglianza davanti alla legge”; “Adottare tutte le misure necessarie per prevenire l’incitamento e la promozione dell’odio razziale e della discriminazione, anche da parte dei suoi funzionari e istituzioni pubbliche, nei confronti di persone di origine etnica o nazionale armena”; “Adottare tutte le misure necessarie per prevenire e punire atti di vandalismo e profanazione nei confronti del patrimonio culturale armeno, comprese chiese e altri luoghi di culto, monumenti, punti di riferimento, cimiteri e manufatti”. “Va notato – ha evidenziato – che durante il procedimento orale sulla richiesta di misure provvisorie da parte dell’Armenia, la Corte ha preso piena conoscenza della dichiarazione fatta dall’agente dell’Azerbaigian secondo cui i manichini raffiguranti soldati armeni e le esposizioni di elmetti indossati dai soldati armeni durante la seconda guerra del Nagorno-Karabakh sono stati rimossi definitivamente dal cosiddetto ‘Parco dei Trofei Militari’ e non verranno mostrati in futuro. È anche degno di nota che l’Azerbaigian sia stato esplicitamente obbligato dalla Corte a prendere tutte le misure necessarie per prevenire la discriminazione e il suo incitamento “anche da parte dei suoi funzionari e istituzioni pubbliche”. “L’Armenia – ha concluso la diplomatica – verificherà costantemente l’osservanza da parte dell’Azerbaigian delle ordinanze della Corte e informerà la Corte di qualsiasi violazione”. (Res)

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In arrivo i nuovi regolamenti sulle Fondazioni legate alle comunità non musulmane (Agenzia Fides 07.12.21)

7Ankara (Agenzia Fides) – Il governo turco si prepara ad emanare un nuovo regolamento relativo alla gestione amministrativa delle Fondazioni legate alle comunità di fede non musulmane, da anni paralizzate da un’impasse legislativa che blocca di fatto il rinnovo dei rispettivi organismi direttivi.
In Turchia la gestione delle Fondazioni delle minoranze tocca da vicino la vita delle comunità cristiane locali, a partire da quella armena. A tali organismi è di fatto affidata la gestione di luoghi di culto, beni immobiliari e istituzioni pubbliche collegate alle diverse comunità non musulmane, ebrei compresi.
Nei giorni scorsi Burhan Ersoy, Direttore generale delle Fondazioni, ha confermato che il piano per la stesura di un nuovo regolamento riguardante soprattutto le elezioni per l’assegnazione delle cariche all’interno delle Fondazioni è entrato nel vivo, che la bozza del testo, ora allo studio, è stata stesa tenendo conto di richieste e proposte arrivata dalle diverse comunità minoritaria. Si prevede che le nuove regole, dopo aver ottenuto l’approvazione governativa, potrebbero entrare in vigore entro aprile 2022.
Il precedente regolamento elettorale per i vertici delle Fondazioni era stato sospeso nel 2013, dopo che il governo aveva preso l’impegno di stabilire nuove procedure e aveva giustificato la misura con l’intento dichiarato di voler rendere più funzionale e trasparente la gestione dei beni immobiliari affidati statali organismi. Nelle sue dichiarazioni ai media turchi, Ersoy tenuto a rimarcare che durante le consultazioni i rappresentanti delle diverse comunità minoritarie non hanno espresso pareri unanimi riguardo ai criteri che dovrebbero orientare la stesura delle nuove regole elettorali, e alcuni tra loro hanno chiesto il semplice ripristino delle vecchie procedure sospese nel 2013. Intanto il cristiano siro ortodosso Süleyman Can Ustabaşı, attuale rappresentante delle Fondazioni non musulmane in seno alla Assemblea delle Fondazioni, ha chiesto alle autorità turche di compiere un altro giro di consultazioni con i rappresentanti delle comunità minoritarie prima di completare e approvare la versione definitiva dei nuovi regolamenti.
Lo status giuridico delle Fondazioni si fonda ancora sul Trattato di pace di Losanna, sottoscritto nel 1923 dalla Turchia e dalle potenze dell’Intesa (Impero britannico, Francia e Impero Russo) uscite vittoriose dalla Prima Guerra mondiale. Il Trattato garantiva ale comunità di fede non musulmane presenti in Turchia l’uguaglianza davanti alle leggi e la libertà di promuovere e gestire “istituzioni religiose e sociali”.
Negli ultimi due decenni la Turchia ha affrontato e risolto con una parte crescente delle questioni controverse relative alla gestione e destinazione di proprietà sequestrate dallo Stato su cui le Fondazioni rivendicavano i diritti garantiti dal Trattato di Losanna. Secondo i dati ufficiali forniti dagli apparati turchi, e riportati dal quotidiano filo-governativo Daily Sabah, alle Fondazioni collegate alle comunità non musulmane sono stati restituiti tra il 2013 e il 2018 circa 1.084 immobili, e alle stesse comunità sono stati consegnati dopo i necessari restauri 20 luoghi di culto.
In passato, a partire dal1936, disposizioni legislative avevano aperto alle Fondazioni delle comunità non musulmane la possibilità di acquisire nuove proprietà Poi, nel 1974, tale garanzia era stata annullata e lo Stato aveva iniziato a sequestrare in forma massiccia i beni acquistati dalle Fondazioni delle comunità non musulmane a partire dal 1936. Dopo il 2000, nuove disposizioni emanate in conformità con i pacchetti di armonizzazione della Turchia per l’adesione all’Unione Europea hanno favorito il ritorno alle Fondazioni di beni immobili in precedenza sequestrati dallo Stato.
Di recente, era stato lo stesso Presidente turco Recep Tayyip Erdogan a confermare – dopo una riunione di gabinetto svoltasi lunedì 25 ottobre – che le autorità competenti avevano messo in agenda la questione delle elezioni delle direzioni e dei consigli di amministrazione delle Fondazioni legate alle comunità di fede minoritarie, strumenti fondamentali per la gestione dei beni e delle risorse destinati ai luoghi di culto non musulmani. Come già riferito dll’Agenzia Fides (vedi Fides 6/11/2021), il greco ortodosso Laki Vingas, membro del Consiglio delle Fondazioni, in un lungo intervento pubblicato dalla testata armeno-turca Agos ha documentato gli effetti negativi sulla vita delle diverse comunità ecclesiali provocati dallo stallo legislativo sulla questione dei regolamenti delle Fondazioni. Il blocco nei processi di rinnovamento degli organi direttivi delle fondazioni – ha fatto notare Vingas – contribuisce ai processi di allontanamento dei giovani dalle istituzioni legate alle proprie comunità di appartenenza, e anche tante attività di volontariato “vengono purtroppo interrotte”.
In seno all’Assemblea generale delle Fondazioni turche, il rappresentante delle Fondazioni non musulmane parla a titolo della rete di 167 Fondazioni comunitarie non islamiche presenti in Turchia. 19 sono le Fondazioni “di minoranza” legate alla comunità ebraica, mentre le altre sono connesse a diverse comunità cristiane. Alla comunità greco ortodossa fanno capo 77 Fondazioni, mentre alla comunità armena fanno riferimento 54 Fondazioni. (GV) (Agenzia Fides 7/12/2021)

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Turchia: nuovi regolamenti per le Fondazioni legate alle comunità non musulmane (Sir 07.12.21)

Il Papa ha incontrato ad Atene alcuni giovani siriani rifugiati (Vatican News 06.12.21)

Stamattina, alla fine della sua storica visita in Grecia, nella giornata dedicata come spesso accade nei viaggi apostolici alle generazioni più verdi di un Paese, Papa Francesco ha ricevuto nel salone della nunziatura apostolica di Atene nove giovani siriani cristiani, ospitati attualmente presso l’Ordinariato Armeno Cattolico di Atene, che provvede al loro sostentamento e al percorso della loro integrazione nella società, in linea con la visione del Santo Padre.

Durante l’incontro – si legge in un comunicato dell’Ordinariato armeno cattolico – il Papa è rimasto colpito dai volti dei giovani e prima di partire li ha benedetti e incoraggiati ad andare avanti con la loro vita con fede ferma e grande fiducia nel Signore Gesù.

I giovani hanno condiviso i sentimenti di amore e fiducia e hanno presentato al Francesco una maglietta con l’immagine di Cristo che tiene la mano di Pietro per salvarlo dall’annegamento.

Sulla maglietta è riportato in italiano:

“Gesù io credo in te. La mano del Signore ci ha salvati. Grazie, Santo Padre, tu sei la mano del Signore. Athena 06 dicembre 2021”

La maglietta è stata indossata dai giovani che hanno recitato lo slogan scritto su di essa, attirando l’attenzione di Sua Santità sul loro entusiasmo.

I giovani, pieni di gioia per il felice incontro con il Papa, sono tornati pieni di speranza confidando nella fede e nell’amore, affidandosi ai doni dello Spirito e alla cura di Dio che veglia sul destino delle loro vite.

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ARMENIA. Inaugurazione della centrale termoelettrica a ciclo combinato realizzata da Renco (NotizieGeopolitiche 05.12.21)

E’ stata inaugurata la centrale a ciclo combinato, alle porte di Jerevan, iniziata a luglio 2019 e realizzata dalla Società italiana Renco S.p.A., specializzata nelle costruzioni e nell’impiantistica industriale. La centrale coprirà fino al 20% del fabbisogno di energia elettrica dell’Armenia.
Si è trattato di un’operazione del valore di 258,5 Mln USD, che ha visto un finanziamento di 164 Mln USD da parte di un gruppo di istituti finanziari internazionali, sotto coordinamento IFIC (World Bank Group), oltre ad un investimento di 56,9 Mln USD da parte di Renco e Simest ed uno di Siemens per 37,9 Mln USD. Il controllo dell’impianto sarà per i prossimi 25 anni in mano per il 60% a Renco e Simest e per la restante quota a Siemens.

La fede della Chiesa Armena nell’Immacolata Concezione (Radiospada 05.12.21)

Associamo alle postulazioni [della definizione solenne dell’immacolata concezione della beatissima Vergine Deipara] i voti di noi tutti e ardentemente attendiamo che in tutto il mondo cattolico si professi ciò che noi qui senza alcuna discussione professiamo e con pietà seguiamo ciò l’assenza nella beatissima Vergine di ogni macchia di peccato originale e che tutti i fedeli la venerino come vaso pieno delle sue grazie che Dio ha eletta e in cui si è compiaciuto.
Sebbene in questa nostra Chiesa Armena questo privilegio della Vergine Maria sia sempre stato ritenuto e creduto da tutti i fedeli; e con pubblicamente con culto straordinario ogni anni si celebri il giorno festivo dell’Immacolata Concezione; e sebbene tutti confessino che la beatissima Vergine mai fu affetta dalla macchia primigenia e il popolo lo proclami negli inni ecclesiastici; tuttavia perché la fede della nostra gente fosse in materia maggiormente illuminata, e così ottemperassimo ai comandi della Tua Beatitudine, chiamati i nostri sacerdoti, abbiamo richiamato in causa l’argomento, e ascoltati i loro pareri, abbiamo accertato che nella nostra Chiesa Armena mai sorse dubbio sul purissimo concepimento della santissima Vergine, e che la nostra gente così tanto ne ebbe convinzione che sempre respinse e aborrì l’opinione contraria.
Indagate inoltre le sentenze dei santi Padri del nostro popolo, abbiamo trovato che essi già ai primi temi della Chiesa nei pubblici innarii ecclesiastici mai dubitarono di predicare che “la Vergine Deipara Maria fu benedetta nello stesso ventre di sua madre e immune da ogni macchia uscì da esso. Essa è il fiore che non conosce l’appassire, essa è la figlia non condannata di Adamo”. Il che significa che mai incorse in quella condanna che invece colpì tutti gli altri uomini.
Questa medesima nostra Chiesa Armena si allieta con la santissima Vergine così cantando: “Tu sei il fiore integro, la casa del genere umano, la stirpe benedette del primo padre …. liberata dalla generale condanna di Adamo”.
E altre simili sentenze si possono trovare nei medesimi innarii, che con gioia usiamo nelle nostre chiese.
Da questi argomenti si può facilmente capire come la dottrina dell’immacolata concezione della beatissima Vergine Maria fosse creduta dal nostro popolo fin dai primi secoli della Chiesa e che i nostri antenati mai dubitarono di predicarla apertamente.
Per questo desideriamo la ricezione di questa dottrina da parte di tutti e la sua diffusione in tutto il mondo cattolico […]

Costantinopoli, 25 luglio 1849

Della Tua Beatitudine
Umilissimo, Ossequentissimo, Obbedientissimo Servo e Figlio
A. HASSUN, Arcivescovo Primate Armeno di Costantinopoli

 

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Dopo un anno di occupazione azera, varie forme di molestie contro l’Artsakh e la sua gente continuano. Ieri un cittadino di Artsakh sconfinato in zona neutrale è stato ucciso dagli Azeri (Korazym 04.12.21)

Ieri, venerdì 3 dicembre 2021 verso le ore 13.00 le forze armate di occupazione dell’Azerbajgian sono entrate nella zona neutrale vicino al territorio amministrativo di Martuni della Repubblica di Artsakh, hanno aggredito e ucciso il 65enne Seyran Sargsyan, un allevatore di bestiame residente a Chartar in Artsakh, che aveva perso l’orientamento mentre pascolava i suoi animali ed era finito nella zona neutrale. Il suo assassino è stato identificato.

Con la morte del pastore armeno ieri in Artsakh sono già tre da settembre le vittime civili armene per attacchi azeri alla popolazione. Giovedì 2 dicembre 2021 l’Iniziativa italiana per l’Artsakh con un tweet aveva segnalato ancora provocazioni azere contro l’Artsakh: ripetuti colpi di arma da fuoco sono stati sparati contro il villaggio di Karmir Shuka nel distretto Martuni di Artsakh, a ridosso della linea di contatto con le forze armate di occupazione dell’Azerbajgian.

Il video degli spari azeri contro il villaggio di Karmir Shuka, 2 dicembre 2021.

Tutto questo denota l’evidente politica azera per impaurire la popolazione dell’Artsakh. Una chiara strategia del terrore del regime dittatoriale di Aliyev che sembra non conoscere ostacoli. Pace lontanissima…

Appreso la notizia del cittadino di Chartar che era disperso, il Servizio di sicurezza nazionale della Repubblica dell’Artsakh ha immediatamente adottato le misure per far restituire il cittadino di Artsakh che era sconfinato nella zona neutrale tra il territorio ancora libero di Artsakh e il territorio sotto il controllo delle forze armate di occupazione dell’Azerbajgian. L’incidente era stato immediatamente segnalato alle forze di pace russe, che avevano avviato le trattative per far rientrare del cittadino.

In una Nota di protesta per il criminale atto azero, il Ministero degli Esteri di Artsakh ha condannato fermamente la politica terroristica dell’Azerbajgian e invita la comunità internazionale a dare una valutazione adeguata alle azioni sfrenate dell’Azerbaigian. “Un tale atto terroristico e barbaro è una manifestazione della politica genocida e anti-armena a livello statale in Azerbajgian, che è stata condotta su istruzione delle più alte autorità dell’Azerbajgian. Una delle prove è la falsa dichiarazione diffusa dal Ministero della Difesa dell’Azerbajgian, che giustifica l’atto terroristico dell’esercito azero”, ha affermato il Ministero degli Esteri di Artsakh nella Nota. “Questo comportamento delle autorità di Baku è una grave violazione del diritto internazionale, del diritto umanitario internazionale, mancanza di rispetto per tutti gli accordi raggiunti e mira a intimidire il popolo di Artsakh e costringerlo a lasciare la propria patria”, ha affermato il Ministero degli Esteri di Artsakh, aggiungendo che “tale una politica è anche un duro colpo per la missione di pace della Russia e esortando la popolazione di Artsakh a non cedere alle provocazioni. Il Ministero degli Esteri dichiara ancora una volta che “Artsakh era, è e rimarrà armeno. Niente può minare la nostra volontà e determinazione di vivere nella nostra Patria”.

L’assassino del cittadino civile di Artsakh è stato identificato come Rahimzade David Gabil Oglu, soldato semplice delle forze armate azere, informa l’Ufficio del Procuratore generale di Artsakh. In base all’accordo raggiunto tra i Procuratori generali di Armenia, Russia e Azerbajgian, il Procuratore generale del contingente di mantenimento della pace russo ha visitato la scena, ha ascoltato i testimoni della parte azera, la persona che ha commesso l’omicidio, e ha indagato sulla presunta scena dell’omicidio. Con la mediazione del contingenti di pace russo, gli azeri hanno consegnato la salma di Seyran Sargsyan all’incrocio tra Karmir Shuka e Shekher nella regione di Martuni, al Servizio di emergenza del Ministero degli interni di Artsakh, guidato dal Direttore del Servizio, Mekhak Arzumanyan, che ha consegnato la salma ai suoi parenti.

Le autorità della Repubblica di Artsakh hanno prove convincenti e incontestabili, incluso un video completo, che dimostra che il cittadino di Artsakh è stato rapito con la forza da un’area chiamata Ghurusu, che è attualmente considerata una zona neutrale, ha detto l’Ufficio del Procuratore generale di Artsakh.

Dopo il brutale assassinio del cittadino dell’Artsakh, gli Azeri corrono ai ripari e con l’intermediazione del contingente di pace russo, oggi 4 dicembre 2021 hanno rilasciato 10 soldati armeni catturati il 16 novembre 2021 durante attacco delle forze armate dell’Azerbajgian all’Armenia, riferisce Armenpress.

L’incontro tra i Ministri degli Esteri dell’Armenia e dell’Azerbajgian, Ararat Mirzoyan e Jeyhun Bayramov a Stoccolma non ha avuto luogo, perché l’Azerbajgian si è rifiutato di partecipare perché i parlamentari armeni hanno visitato l’Artsakh.

I Co-presidenti del Gruppo di Minsk dell’OSCE (Andrew Schofer degli Stati Uniti d’America, Igor Khovaev della Federazione Russa e Brice Roquefeuil della Francia) hanno rilasciato oggi, 4 dicembre 2021 la seguente dichiarazione: «I Copresidenti hanno incontrato il Ministro degli Esteri armeno, Ararat Mirzoyan il 1° dicembre e con il Ministro degli Esteri azero, Jehun Bayramov il 2 dicembre a margine del Consiglio dei ministri dell’OSCE a Stoccolma. I Co-presidenti si rammaricano che non sia stato possibile tenere una riunione congiunta tra i Ministri degli Esteri dell’Armenia e dell’Azerbajgian sotto i loro auspici a Stoccolma. Esprimono la loro disponibilità ad ospitare tale incontro non appena le circostanze lo consentiranno di proseguire le discussioni avviate a New York in settembre e a Parigi in novembre».

Mercoledì 1° dicembre 2021, Kathimerini – uno dei più grandi giornali cartacei e online in Grecia – ha pubblicato un articolo dell’Ambasciatore Straordinario e Plenipotenziario della Repubblica di Armenia presso la Repubblica di Grecia, S.E. Tigran Mkrtchyan: “Il conflitto del Nagorno-Karabakh riguarda ed è sempre stato il rifiuto da parte dell’Azerbajgian di accettare il diritto del popolo di Artsakh a vivere una vita sicura e dignitosa nella loro patria storica”. La traduzione inglese del testo è stata pubblicata il 2 dicembre 2021 sulla pagina Facebook dell’Ambasciata di Armenia in Grecia [QUI]. Di seguito riportiamo la nostra traduzione italiana.

Un anno di occupazione e occasioni mancate
di Tigran Mkrtchyan

Kathimerini, 1° dicembre 2021

È passato un anno dall’ultima guerra di aggressione contro Artsakh (l’appellativo armeno del Nagorno-Karabakh) nel 2020 (27 settembre – 9 novembre). Questa è stata una guerra lanciata dall’Azerbajgian, fortemente sostenuta dalla Turchia, anche con il coinvolgimento di jihadisti dalla Siria e Libia, con massicci casi di crimini di guerra commessi durante e dopo le ostilità. Tuttavia, la narrativa è ancora dominata da panoramiche geopolitiche e aspetti del dilemma della sicurezza. Quello che manca è la preoccupazione per la vita delle persone sul campo e per il loro futuro. La guerra ha reso la regione del Caucaso meridionale e le sue popolazioni più o forse meno sicure a breve, medio o addirittura lungo termine? Una risposta breve all’ultima domanda è evidentemente negativa. E qui ci sono alcuni punti perché.

Il conflitto del Nagorno-Karabakh riguarda ed è sempre stato il rifiuto da parte dell’Azerbajgian di accettare il diritto del popolo di Artsakh a vivere una vita sicura e dignitosa nella loro patria storica. Per dirla più schiettamente, si tratta del più fondamentale di tutti i diritti delle persone: il diritto alla vita. E questo è ciò che è stato messo in discussione per decenni.

Già negli anni ’60 gli Armeni di Artsakh si appellarono al Governo sovietico per annullare la decisione illegale di Stalin del 1921 di includere l’area nell’Azerbajgian, un nuovo stato creato nel 1918 dal sostegno diretto dell’esercito islamico caucasico guidato dal generale turco pan-turanista Nuri Pascià. Nel 1988 il popolo di Artsakh si appellò nuovamente a Mosca con la richiesta di attuare il proprio diritto all’autodeterminazione. Come mai? Le autorità in Azerbajgian hanno sistematicamente e per decenni continuato una politica di pulizia etnica e genocidio culturale contro gli Armeni etnici di Artsakh. Varie forme di repressione e discriminazione degli Armeni nell’Azerbajgian sovietico furono la ragione per cui nel 1965, 1967, 1977 e 1988 furono raccolte decine di migliaia di firme sotto petizioni e lettere che chiedevano una giusta soluzione a questo problema, la scomparsa di Artsakh sotto il controllo dell’Armenia sovietica. È stato anche il desiderio di liberarsi dall’oppressione che ha portato gli Armeni di Artsakh a difendere la propria vita in Patria durante le guerre del 1991-94, 2016 e 2020.

Il genocidio culturale e varie forme di vessazione contro Artsakh e il suo popolo continuano ancora oggi, anche dopo la guerra dei 44 giorni del 2020. Subito dopo la firma della dichiarazione del 9 novembre, l’Azerbajgian ha iniziato a violarla in modo sistematico e ipocrita, accusando sempre gli Armeni. Tutto questo è condotto con il sostegno diretto della Turchia. Ogni singolo giorno, o meglio più volte al giorno, dopo la fine della guerra nel 2020, mostra che lo scopo finale di Aliyev è quello di sbarazzarsi degli Armeni e della loro eredità nell’Artsakh, per poi gradualmente spingere gli Armeni anche fuori dall’Armenia. I folli atti di violenza, profanazione e vandalismo contro siti culturali, chiese e cimiteri armeni sono condotti su ordini diretti da Baku [QUI], che non consente nemmeno all’UNESCO di visitare l’area [QUI]. L’inaugurazione di un orribile “Parco della Vittoria” a Baku [QUI] e l’incoraggiamento dei bambini a visitarlo e ridicolizza gli Armeni è già stata definita un “parco nazista”. Comune è anche un linguaggio razzista che mira chiaramente a disumanizzare gli Armeni: ad es. “tribù selvaggia”, “barbari”, “cani”, “nemico selvaggio”, “virus più pericoloso del coronavirus”, ecc. richiamano alla mente i peggiori criminali storici del mondo.

I processi farsa contro i prigionieri di guerra armeni sono l’ennesimo palese disprezzo nei confronti della comunità internazionale poiché questo è uno dei pochi punti che diversi Paesi e organizzazioni internazionali hanno sollevato come questione di urgente questione umanitaria. D’altra parte, non un singolo criminale di guerra azero è mai stato incriminato, figuriamoci condannato, anche se ci sono molte prove di tali crimini (i soldati dell’Azerbajgian stavano loro stessi registrando video mentre massacravano i prigionieri armeni, compresi civili e anziani). Le dichiarazioni che non esiste una regione chiamata Nagorno-Karabakh e che non c’è più conflitto nel Nagorno-Karabakh sono un’altra prova della continua negazione di tutto ciò che è Armeno. Bene, possiamo aspettarci tale giustizia in un Paese in cui l’eroe nazionale è qualcuno che ha ucciso con l’ascia un ufficiale armeno addormentato nel 2004? Chiaramente, il coinvolgimento della leadership militare turca in questa guerra, l’assistenza della Turchia con armi, intelligence e unità speciali, nonché il suo reclutamento e invio nella zona di guerra delle forze jihadiste dalla Siria per combattere per l’Azerbajgian, ha solo incoraggiato Aliyev, che ha fatto un punto di andare in giro per il suo Paese in uniforme militare e vantarsi del “potente esercito dell’Azerbajgian” [QUI].

Tuttavia, i Copresidenti del Gruppo di Minsk dell’OSCE (USA, Russia e Francia) – costituito con mandato internazionale per negoziare una soluzione pacifica del conflitto del Nagorno-Karabakh, affermano che una soluzione duratura deve ancora essere negoziata e lo status del Nagorno-Karabakh dovrà ancora essere determinato. A Ilham Aliyev non importa. In effetti, durante una “Parata della Vittoria” a Baku nell’immediato dopoguerra [QUI], Aliyev ha fatto riferimento alla capitale dell’Armenia Yerevan, al lago Sevan e alla regione Syunik dell’Armenia come “terre storiche dell’Azerbajgian”. Quindi, i soldati dell’Azerbajgian hanno l’audacia di provocare continuamente gli Armeni, penetrare e persino occupare alcune aree del territorio sovrano dell’Armenia. Le continue dichiarazioni di Aliyev sul “corridoio di Zangezur” (la regione di Syunik dell’Armenia confinante con l’Iran) [QUI] mirano, come ha confessato lo stesso Aliyev, a realizzare il sogno panturco di unificare tutti i popoli turchi. Gli attacchi del 14 e 16 novembre 2021 dell’Azerbajgian ai territori sudorientali dell’Armenia con l’uso di artiglieria e equipaggiamento pesante e la violazione dell’integrità territoriale dell’Armenia dovrebbero essere compresi da questo punto focale. La retorica e le azioni dell’Azerbajgian sono una minaccia esistenziale alla sovranità dell’Armenia e minaccia non meno, minaccia pan-turca, all’intera regione, dall’Europa alla Cina, dalla Russia all’Iran.

È chiaro che la ripresa dei negoziati è l’unica strada per trovare una soluzione duratura a questo conflitto di lunga durata. È anche chiaro che gli Armeni amanti della libertà di Artsakh non possono vivere sotto la sovranità dell’Azerbajgian autoritario. Il risultato sarebbe la morte o la completa de-armenizzazione di Artsakh, qualcosa a cui non possiamo pensare e che dovremmo fare tutto il possibile per evitare che accada finché non è troppo tardi. Se la responsabilità di proteggere ha un significato, allora ogni Paese individualmente e la comunità internazionale collettivamente dovrebbero alzarsi e mostrare chiaramente agli azeri che questo comportamento non sarà tollerato. Appelli mirati e azioni concrete sono oggi più che mai vitali. Agire in modo equivoco significherebbe accettare in silenzio la pulizia etnica di Artsakh da parte di Aliyev.

Il Ministro degli Esteri della Repubblica di Artsakh, David Babayan ha partecipato alla Conferenza dei Comitati e Uffici Hay Dat (Causa Armena) dell’ARF-Dashnaktsutyun, che si è svolta nella Grande Sala dell’Assemblea Nazionale dell’Artsakh a Stepanakert, oggi 4 dicembre 2021 e ha pronunciato un discorso nel quale ha toccato le principali orientamenti della politica estera della Repubblica di Artsakh, gli sviluppi regionali e il processo di risoluzione del conflitto Azerbajgiano/Nagorno-Karabakh. Tra le priorità di politica estera, il Ministro Babayan ha sottolineato il riconoscimento internazionale della Repubblica, la liberazione dei territori della Repubblica di Artsakh, la soluzione completa e giusta del conflitto, nonché lo sviluppo e l’espansione delle relazioni con diversi Paesi e le loro enti. Il Ministro Babayan ha sottolineato che qualsiasi status all’interno dell’Azerbajgian è inaccettabile per il popolo e le autorità di Artsakh, perché significherebbe l’annientamento di Artsakh e dello Stato armeno. Per l’effettiva soluzione di tali problemi, il Ministro degli Esteri di Artsakh ha rilevato l’importanza dello status di Artsakh come attore geopolitico, dell’unità pan-armena e della percezione di Artsakh come valore nazionale supremo in Armenia e nella diaspora.

Babayan ha molto apprezzato i lavori svolti dagli Uffici Hay Dat e il loro contributo allo sviluppo e al rafforzamento di Artsakh. Il Ministro ha espresso gratitudine all’ARF Hay Dat per le sue attività patriottiche e ha espresso la speranza che la struttura continui il suo lavoro con lo stesso zelo e dedizione e che l’Artsakh-centrismo rimanga tra i pilastri della sua attività. Durante il convegno, il Ministro degli Esteri ha anche risposto alle domande dei partecipanti relative alle sfide in ambito di politica estera e ai lavori svolti per superarle.

La Armenian Revolutionary Federation-ARF (Federazione Rivoluzionaria Armena, in armeno: Hay Heghapokhakan Dashnaktsutyun-HHD), nota anche come Dashnaktsutyun o Dashnak, è un partito politico socialista e nazionalista armeno fondato nel 1890 a Tiflis, nell’Impero russo (oggi Tbilisi, Georgia). Oggi il partito opera in Armenia, Artsakh, Libano, Iran e nei Paesi dove è presente la diaspora armena. Sebbene sia stato a lungo il partito politico più influente nella diaspora armena, ha una presenza relativamente minore nell’Armenia moderna. A partire dall’ottobre 2021, il partito è rappresentato in tre parlamenti nazionali, con dieci seggi nell’Assemblea nazionale armeno, tre seggi nell’Assemblea nazionale di Artsakh e tre seggi nel parlamento libanese nell’ambito dell’Alleanza dell’8 marzo.

L’ARF ha tradizionalmente sostenuto il socialismo democratico ed è membro a pieno titolo dell’Internazionale Socialista dal 2003, a cui aveva aderito originariamente nel 1907. Ha la più grande adesione dei partiti politici presenti nella diaspora armena, avendo stabilito affiliati in più di 20 Paesi. Rispetto ad altri partiti armeni della diaspora, che tendono a concentrarsi principalmente su progetti educativi o umanitari, l’ARF è l’organizzazione più politicamente orientata e tradizionalmente è stata uno dei più strenui sostenitori del nazionalismo armeno. Il partito si batte per il riconoscimento del genocidio armeno e il diritto al risarcimento. Sostiene inoltre l’istituzione dell’Armenia unita, parzialmente basata sul Trattato di Sèvres del 1920 (il trattato di pace firmato tra le potenze alleate della prima guerra mondiale e l’Impero ottomano il 10 agosto 1920 nel Salone d’onore del Museo nazionale della ceramica presso la città francese di Sèvres, con la spartizione dell’Impero ottomano fra gli Alleati della Prima Guerra Mondiale).

Tenendo conto delle sfide umanitarie, morale-psicologiche e di sicurezza sorte ad Artsakh dopo la guerra dei 44 giorni, tra mesi fa l’Ufficio Centrale dell’ARF-Dashnaktsutyun, ha deciso di aprire un ufficio della rete mondiale Hay Dat (Causa Armena) nella capitale della Repubblica di Artsakh. La fondazione di questp Ufficio Hay Dat a Stepanakert fu deciso per mandare un chiaro segnale politico, che la protezione dei diritti del popolo di Artsakh, il riconoscimento internazionale della Repubblica di Artsakh, l’eliminazione delle conseguenze della guerra e il ripristino di Artsakh rimarranno la chiave questioni e priorità politiche della Rete Mondiale Hay Dat. Il 2 settembre 2021, in occasione dell’istituzione dell’Ufficio Hay Dat in Artsakh e del Giorno dell’Indipendenza della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh, l’Ufficio centrale dell’ARF-Dashnaktsutyun ha tenuto un ricevimento ufficiale a Stepanakert, durante il quale sono state discusse le attuali priorità politiche della rete mondiale ARF-Dashnaktsutyun in Artsakh e sono state ripresentate le principali direzioni di attività.

Durante l’evento, il Capo dei programmi speciali dell’Ufficio Centrale dell’ARF-Dashnaktsutyun, Gevorg Ghukasyan; il Capo dell’Ufficio Centrale dell’ARF Hay Dat, Kiro Manoyan; il Rappresentante del Comitato Centrale dell’ARF Artsakh, Arthur Mosiyan; e il Ministro degli Esteri della Repubblica di Artsakh, David Babayan hanno pronunciato discorsi.

Arthur Mosiyan, congratulandosi in occasione della Festa della Repubblica di Artsakh, ha ritenuto significativa l’apertura dell’Ufficio ARF Hay Dat a Stepanakert. ”Dopo la guerra dei 44 giorni, stiamo affrontando molte sfide che sono molto difficili da risolvere. Possiamo individuare tre sfide principali per il nostro Paese e il nostro popolo: la questione della sicurezza, lo status della Repubblica di Artsakh e il superamento dello stato morale e psicologico”, ha affermato.

Accogliendo favorevolmente l’apertura dell’Ufficio Hay Dat a Stepanakert, il Ministro Babayan ha molto apprezzato l’attività pluriennale dell’Hay Dat finalizzata alla tutela degli interessi della Repubblica di Artsakh, al riconoscimento del genocidio armeno e alla risoluzione di varie questioni di rilevanza pan-armena. Poi, Babayan ha toccato le questioni di politica estera e gli attuali sviluppi geopolitici, rilevando in questo contesto l’importanza di preservare lo status di Artsakh come soggetto geopolitico e il processo del suo riconoscimento internazionale. Tra le precondizioni fondamentali per il successo, il ministro ha notato il lavoro adeguato e coordinato, il consolidamento delle relazioni tra Patria e Diaspora e la conservazione dell’Artsakh come uno dei valori supremi pan-armeno.

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Elias e Kegham, dalla Siria alla Grecia: “Il Papa è la nostra voce” (Vatican News 04.12.21)

Stesso dolore, stessa sofferenza. Non ci sono né distanze, né differenze tra i migranti che il Papa ha incontrato a Cipro, e quelli che incontrerà in Grecia, dove sono poco più di 100mila “coloro che hanno dato via tutto quello che avevano per salire di notte su un barcone”, senza certezze sull’arrivo, così come denunciato da Francesco a Nicosia. In Grecia oggi i migranti si trovano solo in piccola parte a Lesbo, l’isola dove il Papa sarà domani, e che negli anni precedenti aveva vissuto drammatici momenti di sovraffollamento. La distribuzione, ora, interessa tutto il Paese, compresa la capitale Atene.

In fuga dalla Siria

Elias e Kegham in comune hanno davvero molto, oltre all’età, 22 anni. Sono entrambi armeno-cattolici ed entrambi sono fuggiti dalla Siria, il primo da Hama, il secondo da Idlib, lasciando dietro di sé famiglia, amici e studi. Oggi sono ospitati dall’Ordinariato armeno cattolico di Atene, guidato da monsignor Hovsep Bezezian. Una struttura, nata nel 1923 per ospitare gli armeni in fuga dalla Turchia e che, dal 2015, accoglie profughi provenienti da zone di guerra, li segue dal punto di vista legale, sanitario, assicura loro l’insegnamento di greco e inglese e, a chi resta in Grecia, dà aiuto nella ricerca di lavoro. Attualmente sono 15 i ragazzi che vivono nell’Ordinariato, che sostiene anche molte altre persone nel bisogno.

La Chiesa accanto alle vittime

Elias e Kegham hanno preso strade diverse, c’è chi è passato dall’Iraq e chi dal Libano, tutti e due, una volta arrivati in Turchia, hanno attraversato il Mediterraneo per entrare in Europa. Elias probabilmente si fermerà in Grecia per fare il fornaio, Kegham vorrebbe proseguire il suo viaggio, arrivare fino in Germania, dove pensa che la vita sia migliore. “Ho 22 anni – racconta a Vatican News – 11 di questi sono stati di guerra”, e anche di episodi di razzismo, in quanto cristiano, minoranza quasi senza diritti. Elias e Kegham, uniti dalla fuga dal conflitto e dal servizio militare, divenuto ormai senza scadenza in Siria. “Era inutile che rimanessi – continua Kegham – studiavo e non ho potuto continuare gli studi, ho fatto il parrucchiere, ma con grande difficoltà”. Il suo sogno oggi è quello di riuscire a portare la sua famiglia in Europa, nel frattempo guarda con speranza alla visita del Papa che, con la sua presenza ad Atene, non lo fa sentire solo. Lunedì, ultimo giorno di Francesco in Grecia, sia Kegham che Elias saranno all’incontro dei giovani con il Papa, nella scuola San Dionigi delle Suore Orsoline. “Sento che qualcuno mi sta dando attenzione. Anche se mi mancano i miei genitori, sento che vicino a me c’è la Chiesa, che c’è qualcuno che parla di me”.

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Monsignor Bezezian, il Papa lascerà in Grecia il seme della fratellanza (Vatican News 03.12.21)

Entusiasmo e gioia in attesa dell’arrivo del Papa, domani mattina, in Grecia. A parlarne è monsignor Hovsep Bezezian, amministratore apostolico degli armeni cattolici della Grecia, che descrive la preparazione vissuta dalla chiesa armeno cattolica in vista di questo importante evento come un’occasione per fare il punto sulla fede. Particolarmente coinvolti i giovani profughi armeni provenienti dalla Siria e ospitati presso l’Ordinariato armeno cattolico.

Le attese del viaggio

Soffermandosi sui rapporti con la chiesa greco ortodossa, monsignor Bezezian descrive la singolare esperienza vissuta ogni anno dalla chiesa armeno cattolica durante la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani: un momento significativo che vede il coinvolgimento anche della chiesa greco ortodossa. L’auspicio dell’amministratore apostolico è che il frutto del viaggio del Papa sia un rafforzamento della fraternità tra tutti.

Ascolta l’intervista a monsignor Hovsep Bezezian

Come procedono i preparativi per l’accoglienza del Papa nel prossimo fine settimana. La gente è contenta? Ha delle aspettative?

La fase preparatoria ha avuto inizio pochi mesi fa, quando la Chiesa Cattolica in Grecia ha appreso la notizia di questa visita con grande gioia ed entusiasmo. Parlando della fase preparatoria non vorrei riferirmi alla semplice preparazione che si fa per ricevere un grande personaggio, ma è molto di più. Noi riceveremo il successore di Pietro, Il Santo Padre, capo della chiesa cattolica universale, ciò vuol dire che c’è stata anche una preparazione spirituale. Il Papa, nel suo messaggio indirizzato a Cipro e alla Grecia attraverso i mass-media, aveva ricordato che viene come “pellegrino alle sorgenti dell’umanità in magnifiche terre benedette dalla storia, dalla cultura e dal Vangelo”. Queste parole sono per noi un invito a meditare, a prepararci per incontrarlo. A che punto siamo nella fede? Che valori, che cultura e che storia stiamo lasciando ai nostri figli? Oltre alla preghiera che è stata redatta dal nostro Ordinariato e che viene ripetuta in modo continuo da parte dei fedeli, i nostri giovani con gli altri giovani di Atene hanno fatto un incontro spirituale preparatorio, ed il nostro Ordinariato ha organizzato, a parte, un incontro con i giovani per approfondire e capire quale sia il ruolo del Successore di San Pietro nella Chiesa Universale. In occasione della Giornata mondiale della gioventù, il Papa ha chiesto ai giovani che erano vicino a lui durante la preghiera dell’Angelus di dire qualcosa di creativo. Anche noi siamo invitati a dire e vivere cose creative.

Come sta vivendo la chiesa cattolica in generale e la chiesa armeno cattolica in particolare questa attesa e come saranno coinvolti i fedeli negli incontri con il Santo Padre?

E’ un onore per la nostra chiesa armena cattolica ed una grande consolazione e incoraggiamento. Mi vengono in mente le parole di Elisabetta alla Madonna “A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?” (Luca 1,43). Il nostro Ordinariato sta collaborando in modo diretto con la Nunziatura Apostolica di Atene per dare una mano, sia all’interno del Palazzo della Nunziatura, sia nell’ospitare diverse delegazioni vaticane e della Santa Sede, soprattutto i giovani, profughi siriani armeni alloggiati presso la nostra chiesa. Alcuni dei nostri fedeli parteciperanno alla Santa Messa del 5 dicembre ed una delle nostre ragazze sarà tra coloro che reciteranno la preghiera dei fedeli in lingua armena. Mentre lunedì 6, durante l’incontro del Papa con i giovani, un profugo siriano armeno cattolico, attualmente ospitato presso la nostra chiesa, farà una bellissima testimonianza e altri 10 giovani armeno cattolici saranno tutti presenti a quell’ incontro.

Come sono i rapporti con la Chiesa Greco Ortodossa?

Ho avuto l’onore di essere ricevuto due volte dall’arcivescovo di Atene Ieronimos, durante udienze private. Il nostro Ordinariato ogni anno, ed è l’unica chiesa che lo fa, in occasione della Settimana della preghiera per l’unità dei cristiani, invita l’arcivescovo a partecipare agli incontri di preghiera e Lui è solito inviare una lettera di ringraziamento, nominando un archimandrita a rappresentarlo ed è di solito lui che legge il Vangelo.

Cosa si aspetta da questo viaggio?

Vorrei tornare al videomessaggio del Papa il quale nell’arco di cinque minuti ha ripetuto ben nove volte la parola “fratellanza”. Ecco il frutto che spero che venga rafforzata ed incoraggiata sia la fratellanza tra tutti noi. Ripeto le parole di Francesco “non solo i Cattolici ma tutti”. “Fraternità” significa che c’è amore e come dice il canto religioso “Dove c’è amore c’è Dio”.

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ARMENIA. Operativa la centrale elettrica targata Italia (Agcnews 02.12.21)

Un investimento da 258,5 milioni della durata di 25 anni finanziato insieme ad un pool di investitori coordinati da IFC (parte del Gruppo Banca Mondiale) e di cui fanno anche parte Simest e Siemens: è questa il progetto portato a termine dall’Italiana Renco per la costruzione di una centrale elettrica da 254 MW a Yerevan in Armenia.

Il Progetto da parte della società leader nel EPC (engeenering, procurement, construction) nel settore del gas e nella produzione di energia, produrrà circa il 20% del fabbisogno energetico dell’Armenia,

La centrale è entrata in funzione il 29 novembre, per i prossimi 25 anni sarà in mano a Renco, Simest e alla tedesca Siemens per una quota pari al 60%, inoltre, il gas necessario per il funzionamento della centrale sarà fornito da Gazprom Armenia, mentre tutta l’energia elettrica prodotta verrà acquistata dallo Stato.

Il progetto si è rivelato un grande successo per la società pesarese, che è riuscita a portare a termine nei tempi nonostante una serie di problematiche sociopolitiche che hanno colpito il paese (la Rivoluzione di Velluto del 2018, la Guerra dei 40 giorni con l’Azerbaigian nel 2020 e la pandemia da Covid. La cerimonia di inizio lavori della centrale, con la partecipazione del primo ministro Pashinyan ha avuto luogo il 12 luglio 2019.

Il primo ministro Nikol Pashinyan ha partecipato alla cerimonia di apertura, accompagnato dall’amministratore delegato di Renko, Giovanni Rubini, riporta Bank.am.

1.200 dipendenti sono stati coinvolti nei lavori di costruzione, e dopo la messa in funzione della centrale.

Dopo l’Armenia, Renco ha intende investire in Mozambico, Arabia e Kazakistan, dove il gruppo pesarese ha solide relazioni istituzionali, e in altri Paesi in via di sviluppo.

La transizione energetica sta spingendo i numeri del gruppo, che chiuderà quest’anno con un fatturato sui 300 milioni di euro.

Il mercato dell’energia sta divenendo sempre più in un mercato complesso, ma certamente con margini di guadagno sempre più crescenti.

Salvatore Nicoletta

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Inaugurata in Armenia la nuova centrale realizzata dalla pesarese Renco, produrrà il 20% dell’energia del Paese (Primocomunicazione)

L’Armenia è ufficialmente un Paese associato al programma Orizzonte Europa. (Sardegnagol.eu 01.12.21)

L’Armenia è ufficialmente un paese associato al programma Orizzonte Europa. Lo scorso 12 novembre la Commissione Europea e l’Armenia hanno firmato l’Accordo che garantisce alla Repubblica lo status di associazione a Orizzonte Europa, il programma di ricerca e innovazione dell’UE per il periodo 2021-2027.

Adesione che inizierà ad essere attiva quando l’Armenia completerà il processo di ratifica, per effetto della quale i ricercatori, gli innovatori e gli enti di ricerca armeni potranno partecipare al programma alle stesse condizioni degli enti degli Stati membri dell’UE.

L’accordo, siglato a Bruxelles da Signe Ratso, capo negoziatore di Horizon Europe e da Anna Aghadjanian, ambasciatrice e plenipotenziaria dell’Armenia presso il Regno del Belgio, ha visto anche la partecipazione del viceministro dell’Istruzione armeno Artur Martirosyan.

Un ‘nuovo membro’ per la famiglia della ricerca europea, secondo Mariya Gabriel, Commissaria per l’Innovazione, la ricerca, la cultura, l’istruzione e la gioventù, ha dichiarato: “Do il benvenuto all’Armenia nel nostro programma Horizon Europe. L’Armenia ha costantemente aumentato la sua partecipazione al precedente programma Orizzonte 2020 e ha sostenuto l’accelerazione delle riforme del sistema nazionale di ricerca e innovazione negli ultimi anni”.

foto https://ec.europa.eu/

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