Armenia-Azerbaigian: Cremlino, incontro trilaterale con Russia il 26 novembre a Sochi (Agenzia Nova 23.11.21)

Armenia-Azerbaigian: Cremlino, incontro trilaterale con Russia il 26 novembre a Sochi

Mosca, 23 nov 13:35 – (Agenzia Nova) – I capi di Stato e di governo di Russia, Armenia ed Azerbaigian si incontreranno venerdì 26 novembre a Sochi, su iniziativa del presidente russo Vladimir Putin, nell’ambito degli incontri trilaterali tra i Paesi, in concomitanza con l’anniversario della firma della dichiarazione del 9 novembre 2020 sul cessate il fuoco e la fine di tutte le ostilità nella zona di conflitto del Nagorno-Karabakh. Lo comunica oggi il Cremlino, aggiungendo che nel vertice tra Putin, il presidente azerbaigiano Ilham Aliyev ed il premier armeno Nikol Pashinyan, si discuterà dell’attuazione degli accordi del 9 novembre 2020 e dell’11 gennaio 2021, nonché di ulteriori passi per rafforzare la stabilità e stabilire condizioni di vita pacifica nella regione, mentre particolare attenzione sarà rivolta al ripristino e allo sviluppo dei collegamenti commerciali, economici e di trasporto. (Rum)

Armenia, scoperto straordinario acquedotto romano (Ilprimatonazionale 23.11.21)

Erevan, 23 nov – L’Antica Roma, si sa, lastricò con il marmo gran parte del mondo allora conosciuto portando – con l’aratro e con il gladio – la civiltà di Romolo, nutrendo i popoli con le arti e le leggi e dissetandoli con opere ingegneristiche destinate a durare nel tempo. È notizia di questi giorni che gli archeologi dell’Università di Münster e dell’Accademia Nazionale delle Scienze della Repubblica di Armenia, nei pressi dell’antico monastero di Khor Virap hanno scoperto i resti di un acquedotto romano, ad arco, durante i lavori di scavo nell’antica città di Artashat-Artaxata, un tempo tra le capitali della Grande Armenia, a sud-est di Erevan.

In Armenia l’acquedotto più a oriente dell’Impero romano

Si tratta dell’acquedotto ad arco più a oriente dell’Impero romano. Lo scavo ha portato alla luce le fondamenta monumentali di un acquedotto incompleto eretto dalle truppe romane tra il 114 e il 117 d.C.. Durante questo periodo l’Impero Romano era governato dall’imperatore Traiano, noto per il suo governo filantropico, supervisionando ampi programmi di edilizia pubblica e implementando politiche di benessere. Secondo l’autore Prof. Achim Lichtenberger, dell’Istituto di archeologia classica e archeologia cristiana dell’Università di Münster, “a quel tempo, Artaxata era destinata a diventare la capitale di una provincia romana in Armenia“. L’acquedotto però rimase incompiuto a causa della morte di Traiano nel 117 d.C. e perché il suo successore, Adriano, rinunciò alla provincia dell’Armenia.

Artaxata fu teatro di una grande battaglia combattuta tra il 6 e il 9 agosto dell’8 a.C. e vide le legioni dell’Impero romano guidato da Agrippa – alleate al regno di Armenia guidato da Tigrane – contro l’impero dei Parti guidato dal generale Gotarzes. I Parti presero posizione ad Artaxata sperando che il generale Eusebes stesse per inviare loro rinforzi, ma presto Gotarzes ricevette notizia che il generale Eusebes era morto nella battaglia di Carre. Sconfortati, i Parti vennero sconfitti e molti fuggirono, lasciando sul campo il loro generale. Gli armeni subirono moltissime perdite, mentre ai Romani andò molto meglio grazie alla preparazione dell’inscalfibile formazioni legionaria. In seguito a queste sconfitte il re dei Parti, Fraate IV, raccolse un esercito e pianificò di annientare l’esercito romano ad Arbela.

Dalle fonti antiche Plutarco ci riporta che “il cartaginese Annibale, dopo che Antioco perse definitivamente la guerra con i Romani, si recò alla corte di Artassia d’Armenia, al quale diede molti utili consigli e indicazioni. Notò un luogo estremamente ben posizionato e bello ma che giaceva in desolazione. Dopo aver fatto i primi schizzi per la futura città, chiamò Artassia, gli mostrò questa zona e lo convinse a costruirla”. Da qui i Romani chiamarono Artashat, che fu capitale fino al 120 d.C., “la Cartagine armena”.

Lo studio dell’area di Artaxata

Per la prima volta è stata studiata geomagneticamente l’area intorno alla metropoli ellenistica di Artaxata nella pianura dell’Ararat, all’ombra dello storico monte oggi occupato militarmente dalla Turchia. In questa fase di lavoro, gli esperti hanno rilevato e registrato alcune anomalie. Le immagini geomagnetiche hanno rivelato una linea tratteggiata prominente, esaminata utilizzando i sondaggi. Gli archeologi hanno dettagliato i risultati in tre diverse dimensioni. Altre perforazioni hanno fornito prove di ulteriori pilastri dell’acquedotto incompiuti o distrutti.

“Abbiamo utilizzato immagini satellitari e immagini a infrarossi di un drone per visualizzare l’andamento dei pilastri dell’acquedotto”, ha affermato il dottor Mkrtich Zardaryan, dell’Istituto di Archeologia ed Etnografia presso l’Accademia Nazionale delle Scienze della Repubblica di Armenia. “Abbiamo ricostruito il tracciato previsto dell’acquedotto mediante un’analisi computerizzata del percorso tra le possibili sorgenti dell’acqua e la sua destinazione. Un’analisi scientifica della malta di calce utilizzata ha dimostrato che si trattava di una tipica ricetta romana”.

Il segno di Roma

Dalle sue radici pagane hetaneiste, ittite, persiane e ellenistiche, fino a quelle paleopaleocristiane, si sa che l’Armenia è una terra ricchissima di storia e cultura. Da oggi però, con questa straordinaria scoperta, ancora una volta noi diretti discendenti dei Romani possiamo vantare la nostra antica impronta nella storia del Caucaso per mezzo di uno dei più alti simboli della Romanità: quegli acquedotti di pietra millenaria che permisero ai popoli indoeuropei di sopravvivere abbeverandosi alla fonte della nostra civiltà.

Andrea Bonazza 

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“Vodka Lemon”, vita nell’Armenia degli anni novanta (EastJournal 22.11.21)

Quelli che portarono all’indipendenza furono anni di grande entusiasmo collettivo in Armenia seguiti, però, da un periodo di enormi difficoltà per la popolazione del paese, vittima di una vera e propria catastrofe economica e sociale. Il film “Vodka lemon” (2003) del regista Hiner Saleem ci porta nell’Armenia del decennio che seguì il crollo dell’Unione Sovietica, raccontando tanti aspetti della vita degli armeni in quel momento storico: povertàemigrazionenostalgia del passato sovietico, ma anche una dose di ottimismo per l’avvenire.

I “tumultuosi” anni novanta

In un villaggio sperduto sull’altopiano armeno vive Hamo, un vedovo con tre figli costretto a vendere tutti i propri beni per sopravvivere. Il suo rituale quotidiano sono le visite alla tomba della moglie, dove conosce Nina, anch’essa vedova alle prese con le stesse difficoltà, dato che il suo chioschetto “Vodka Lemon” sta per chiudere i battenti per sempre. Tra mille ostacoli e costanti delusioni, nella speranza che le cose cambino, Hamo e Nina affrontano il futuro ignoto.

Lo spauracchio dei “tumultuosi anni novanta” (lichie devianostie), associati a povertà, negozi vuoti, criminalità e instabilità politica e sociale, è onnipresente nel discorso politico e nella memoria degli abitanti non solo dell’Armenia, ma anche di tutti gli stati emersi dal crollo dell’Unione Sovietica.

Concentrandosi sul paese caucasico, i dati di quel decennio possono dare una visione parziale del disastro economico di quel periodo, da cui l’Armenia non si è ancora pienamente ripresa. Mentre il PIL perdeva quasi il 60% del suo valore rispetto al 1989 nel biennio 1992-1993, il fenomeno dell’iperinflazione colpiva il rublo e il dram, la nuova valuta locale introdotta nel 1993, anno in cui l’inflazione mensile raggiunse il record del 438% a novembre.

In termini reali, la mancanza di energia e materie prime provenienti dalle altre repubbliche sovietiche portò alla chiusura di gran parte del sistema industriale dell’epoca comunista, lasciando a casa i suoi lavoratori. Gli scheletri delle fabbriche abbandonate popolano ancora il paesaggio armeno, testimonianza ben visibile a tutti gli abitanti e visitatori del paese. Chi ancora aveva un’occupazione, invece, vide il proprio stipendio trasformarsi in carta straccia a causa dell’inflazione di cui caddero vittima anche i pensionati. Di fronte a questo disastro, gli armeni avevano in molti casi un’unica scelta: cercare fortuna all’estero. La popolazione del paese è crollata da 3,5 milioni nel 1989 a 3 milioni del 2003, anno di uscita del film, e il fenomeno non si è ancora arrestato al giorno d’oggi.

“Che fai? Compri o vendi?”

La litania “Compri o vendi?” si ripete più volte in “Vodka Lemon” aprendo uno spaccato su un altro aspetto della vita in Armenia: l’abisso che divide le città, e in particolare la capitale e la campagna. Se Erevan, dopo i primi anni di difficoltà, ha vissuto un progressivo sviluppo economico, legato soprattutto al boom del settore edilizio, le campagne sono state per anni completamente abbandonate dalle istituzioni. Charles King, nel libro “Il Miraggio Della Libertà” (2008) sintetizza questa situazione nei seguenti termini: “Negli angoli più remoti interi paesi e quartieri giacevano abbandonati. Se si chiedeva alla gente cosa facesse per vivere, la risposta era pressoché universale: per gli uomini era guidare taxi, lavorare all’estero o trasportare merci da e verso le capitali; per le donne era, in russo, “Nu, torguem” – “Beh, vendiamo roba” – cercando disperatamente di sbarcare il lunario comprando e vendendo beni di consumo a basso costo in un bazar locale“.

“Sotto l’Unione Sovietica non avevamo la nostra libertà, ma avevamo tutto il resto”

In un contesto del genere, inevitabile è la nostalgia per l’epoca sovietica, onnipresente nelle vecchie generazioni, a cui si allude con ironia in un passaggio del film. Meglio la relativa stabilità del vecchio sistema o i cambiamenti e le difficoltà legate a concetti astratti come indipendenza e libertà?  Si tratta ovviamente di quesiti senza risposta e oggetto di dibattiti infiniti.

“Vodka lemon” pare voler dare una risposta ottimista ai dubbi dell’epoca: dopo l’inverno, arriva il disgelo e la vita va avanti come ha sempre fatto.

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Cosa succede ai confini? Mosca e la questione della Transcaucasia (Sputniknews 22.11.21)

I combattimenti su larga scala tra l’Armenia e l’Azerbaigian ricordano nuovamente gli eventi dell’anno scorso, ma questa volta l’escalation non si è verificata nel Karabakh, ma nella regione di Syunik. Erevan chiede l’aiuto di Mosca, mentre la Turchia promette “di non lasciare soli gli azeri”.
Sputnik ha appronfondito per voi le peculiarità di questa regione contesa e la missione di peacekeeping russa.

Un’esplosione seguito da uno sparo

I suoni di spari ed esplosioni sono stati sentiti nel villaggio di confine di Ishkhanasar, nella regione di Syunik, riporta il nostro corrispondente di Sputnik Armenia. Un drone era in volo. La popolazione non è stata evacuata, ma se i combattimenti continuano, dovranno essere portati via i bambini.

“Non potete immaginare cosa è successo qui. Il terreno si muoveva sotto i loro piedi. Loro (gli azeri) riescono a vedere tutto perfettamente, le loro posizioni sono a 5 chilometri di distanza”, dice una donna locale, Gohar. Non pensa di andarsene perché non ha un posto dove andare. Non ha nessuno a cui lasciare le sue proprietà e il bestiame. Gli abitanti del vicino villaggio di Angekhakot chiedono armi alle autorità. Non vogliono andarsene: “Credetemi, la nostra gente si farà valere; i nostri padri e i nostri figli hanno vissuto qui”.

Secondo i dati ufficiali, da parte armena un morto e tredici prigionieri, 24 militari hanno perso il contatto con il resto dell’esercito. Tra le fila azere sette sono stati uccisi e dieci feriti. Stando ai media locali, gli azeri hanno preso due roccaforti da cui è chiaramente visibile l’aeroporto militare nella città di Sisian utilizzato anche dalle forze russe di peacekeeping.
La situazione si è normalizzata dopo che il ministro della difesa russo Sergey Shoygu ha interloquito a turno con le sue controparti dei Paesi in guerra.

Regione sull’orlo del baratro

La regione di Syunik, nel sud dell’Armenia, è diventata una regione di confine dopo che un anno fa è stato firmato un accordo trilaterale sul cessate il fuoco. Sette distretti e quasi duecento insediamenti nel Nagorno Karabakh sono passati sotto il controllo azero.
Le due repubbliche si sono contese la regione già un secolo fa durante un brevissimo periodo di indipendenza. L’Armenia cercava l’accesso al confine iraniano, l’Azerbaigian un corridoio terrestre verso il Nakhichevan e la Turchia. I bolscevichi lasciarono Syunik all’Armenia sovietica, il che non impedì agli azeri di viverci pacificamente fino all’escalation del conflitto etnico alla fine degli anni ’80.
Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, il popolo di Syunik confinava formalmente con la Repubblica autoproclamata del Nagorno-Karabakh (NKR) a est, l’Iran a sud e la Repubblica autonoma di Nakhichevan, un’enclave dell’Azerbaigian, a ovest. Alla fine della guerra nel 2020, il confine orientale era dunque esposto.
A dicembre, il sindaco di Kapan (il centro amministrativo della regione di Syunik), Gevorg Parsyan, ha annunciato che i militari stavano liberando roccaforti utili, “arrendendosi al nemico”. E la strada che porta da Kapan ai 4 villaggi entra nel territorio della repubblica vicina. Nikol Pashinyan è arrivato sul posto e ha spiegato alla popolazione del luogo che già nel 2010 la legge “Sulla divisione amministrativo-territoriale” definiva Kapan come un’area frontaliera dell’Azerbaigian.
“L’Organizzazione del Trattato di sicurezza collettiva supporta questa demarcazione frontaliera e non può interferire con la situazione”, ha sottolineato il primo ministro armeno.
Ad aprile il presidente azero ha rilasciato dure dichiarazioni sul fatto che un’arteria di trasporto passerebbe in ogni caso attraverso il territorio della regione di Syunik (Baku la chiama Zangezur). Ilham Aliyev ha ribadito: “Realizzeremo il corridoio Zangezur. Se l’Armenia non lo vuole, risolveremo la questione con la forza”. Nello stesso intervento ha dichiarato: “In questo modo il nostro popolo tornerà a Zangezur che gli è stato tolto 101 anni fa”. E ha anche menzionato che Irevan (ora Erevan) era presumibilmente un territorio storico dell’Azerbaigian.
Baku ha poi spiegato le sue parole con il desiderio di prevenire un “possibile revanscismo” degli armeni. Si tratta di una questione di difesa nazionale, ha insistito Leyla Abdullayeva, portavoce del ministero degli Esteri azero.
Tuttavia, ufficialmente Erevan non ha avvertito i propri cittadini di nulla. In primavera come parte della sua campagna elettorale Pashinian ha visitato nuovamente la regione. Nella piccola città industriale di Agarak gli è stato gridato: “Nikol sei un traditore”, “Vattene!” ed è stato difeso dalle sue guardie. La visita è stata rapidamente interrotta. L’amministrazione presidenziale ha presentato la situazione come una chiara provocazione di alcune frange della popolazione. Il Comitato investigativo ha parlato di fattispecie riconducibili a illeciti di natura penale. Non si è fatta aspettare l’ennesima escalation. Infatti, il 12 maggio l’esercito azero è entrato senza ostacoli in quello che l’Armenia sostiene essere il suo territorio. Erevan ha esortato i suoi alleati, Russia e l’Organizzazione del Trattato di sicurezza collettiva, a fare di più. E anche in quel caso si sono appellati al trattato bilaterale del 1997 che prevede l’assistenza militare da parte di Mosca.
In estate Aliyev ancora una volta, senza nascondere le sue intenzioni, ha ribadito le proprie rivendicazioni territoriali: “Lo Zangezur occidentale (regione di Syunik) è ora sotto il controllo armeno. Ma alla fine chiaramente restituiremo ai nostri cittadini le terre dei nostri antenati…Queste sono le nostre intenzioni”. Aliyev ha anche parlato del lago Sevan promettendo che la liberazione del bacino sarà il prossimo passo.

Tre ostacoli

Mosca ha sempre assistito alle procedure di dialogo, ma cerca di mantenere la sua neutralità. Il Cremlino ribadisce: le repubbliche devono prima onorare gli impegni presi un anno fa. Tuttavia, nessun progresso è stato fatto in tal senso. Una delle clausole dell’accordo prevede lo scambio integrale dei prigionieri. Baku ha restituito 114 militari alla parte armena (secondo altre stime 122). Erevan parla di almeno altri quaranta prigionieri. Ma la parte azera li considera “sabotatori”, ciò significa che non saranno restituiti, ma messi sotto processo.
L’altro tasto dolente è lo sblocco delle comunicazioni di trasporto. L’Azerbaigian sta dedicando la sua attenzione a Syunik perché desidera aprire la strada alla sua enclave Nakhichevan e quindi al suo più stretto alleato, la Turchia. Per Baku si tratta di un’arteria extraterritoriale. Ma non si capisce quale siano i vantaggi logistici e finanziari per gli armani.
Nemmeno Mosca ha commentato in maniera diretta questa situazione. A settembre il vice primo ministro Alexey Overchuk, membro della commissione trilaterale, si è recato a Erevan e ha dichiarato ai giornalisti armeni che la questione del corridoio non è nemmeno oggetto di discussione.

Il problema principale sono invece i confini. Mosca non sta solo offrendo una mediazione, ma potrebbe svolgere un ruolo chiave. Nel mese di ottobre Vladimir Putin ha dichiarato: “Probabilmente non abbiamo bisogno di nessuno qui, tranne le due parti coinvolte e la Russia. Infatti, le mappe si trovano presso lo Stato Maggiore dell’esercito russo. Sulla scorta di questi documenti bisognerà che entrambe le parti si siedano per trovare un compromesso reciproco”.

Infine, il Cremlino ha annunciato un incontro online tra Putin, Pashinyan e Aliyev per il mese di novembre. Si prevede che verranno prese molte decisioni sul tema dei confini. Ma le trattative sono state rinviate. I politici armeni dell’opposizione temono che il loro primo ministro firmi un accordo sfavorevole che metta ulteriormente in pericolo l’Artsakh (il nome armeno della repubblica non riconosciuta). Così il territorio potrebbe essere definitivamente tagliato fuori dall’Armenia.

Il difficile dilemma di Mosca

“L’assenza di una risposta coerente alle azioni aggressive di Baku ha fatto passare la voglia all’Azerbaigian instillando nei funzionari la convinzione che usando la forza possono costringere l’Armenia a rinunciare al Karabakh e a firmare un accordo di pace. E allo stesso tempo disegnare una linea di confine che sia conveniente per l’Azerbaigian”, sostiene l’osservatore politico armeno Hayk Khalatyan.
A suo parere, si potevano prevedere i bombardamenti: “Soprattutto dopo le elezioni anticipate vinte da Pashinyan in giugno e la sua annunciata disponibilità a fare serie concessioni. Baku credeva che questa vittoria lo avrebbe tolto dall’impasse consentendogli di firmare un nuovo accordo”.
Secondo l’esperto, anche la Russia è in una situazione difficile in quanto mediatore e alleato dell’Armenia. “Mosca è di fronte a un dilemma difficile: qualsiasi mossa faccia, infatti, potrebbe essere presentata in una luce per essa svantaggiosa. A quanto pare, è su questo che Baku scommette agendo fianco a fianco con Ankara (i funzionari turchi hanno già espresso il loro pieno sostegno in tal senso). Allo stesso tempo, però, solo la Russia è in grado di frenare le aspirazioni aggressive del duo Turchia-Azerbaigian che cerca di diventare un egemone nella regione”, osserva Khalatyan.
Secondo Nurlan Gasimov, ricercatore della regione del Caucaso, le parti hanno deliberatamente iniziato questa escalation: “Prima c’è stata la riparazione di un acquedotto armeno vicino a Shusha (gli azeri hanno ucciso un armeno). Poi un armeno ha lanciato una granata contro i militari azeri che sono penetrati in territorio armeno e spingendosi nell’entroterra per 2 chilometri. Non escludo che Baku non si aspettasse un tale sviluppo. Gli azeri volevano apparentemente spaventare gli armeni, ma hanno incontrato resistenza. In effetti, questo è un elemento di pressione. Baku non ha intenzione di occupare la regione di Syunik, ma sta forzando la situazione per accelerare il processo di delimitazione dei confini e costringere gli armeni ad avviare almeno una sorta di dialogo”.
L’analista politico è sicuro che Aliyev è ora molto interessato a presentare agli azeri dei cambiamenti positivi nella direzione del Karabakh. Dopotutto sostiene costantemente che il conflitto è ormai rimasto alla storia, ma la popolazione vede chiaramente che non è così.
Gli esperti concordano sul fatto che gli scontri continueranno. Nessuna delle questioni fondamentali è stata ancora risolta. E nessuna delle due parti è pronta per un compromesso.

Lettera a una ragazza in turchia (Mangialibri 22.11.21)

Heranush ha solo dieci anni quando nel 1920 è costretta a scappare da Düzce con la mamma e i fratelli per salvarsi dai turchi. Le marce notturne, la fame finiscono solo a Costantinopoli, dove la madre la affida a un orfanotrofio. Sono comunque anni infelici quelli dell’orfanotrofio, ma Heranush è una ragazza armena forte e tenace, determinata a uscire di lì. Ce la fa, ma è costretta a fuggire di nuovo, questa volta in Libano, quando l’attacco dell’esercito greco alla Turchia porta a nuove persecuzioni contro greci, armeni ed ebrei. Il destino però ha in serbo per lei una possibilità di riscatto e di successo negli Stati Uniti… La forza di volontà e la determinazione contraddistinguono anche il giovane Khayel, un armeno di Kharpert che arriva a Costantinopoli per diventare un valido avvocato e introdursi nella società della capitale. Frequenta l’alta borghesia, la nobiltà e gli amirà, si fa conoscere e apprezzare e sposa la bellissima Iskuhi, la principessina di Costantinopoli, figlia di un importante amirà, una ragazza dalle gote di pesca e dalle mani tondette, energica e appassionata, pronta ad aiutare gli altri in ogni situazione. Entrambi sono animati da un sogno che li unisce: tornare a Kharpert e ridestare nel popolo armeno l’orgoglio dei padri e l’antica cultura attraverso l’istruzione, offrendo così alla gente armena sottomessa una possibilità di riscatto… E infine la bella Noemi, forte e determinata a non farsi soggiogare dal turco, da quel nemico creduto amico che le ha ammazzato il marito. Sembrano lontani i cannoni del 1914 che tuonano in Europa, ma il sangue arriva presto anche in Turchia, dove ha prevalso il partito filotedesco che vuole mettere un punto definitivo alla “questione armena”…

In volo da Venezia a New York, la memoria di Antonia Arslan va alle anime degli “erranti sopravvissuti”, dei profughi armeni che all’inizio del ‘900 attraversarono l’Atlantico in fuga dai turchi alla ricerca di un domani sereno nei mitici Stati Uniti, e a due sue antenate armene. Nasce così, dalle riflessioni dell’autrice sull’attuale situazione delle donne in Turchia, questa lettera a una immaginaria ragazza di Turchia, una ragazza forse non del tutto turca, forse di sangue in parte armeno. Con la sua scrittura delicata, la Arslan regala al lettore un romanzo intimo e profondo, tre storie di determinazione, onore e volontà di riscatto, vicende reali di persone sue antenate: i bisnonni Khayel e Iskuhi, che dedicarono la loro vita agli altri e al sogno di emancipazione del popolo armeno, e la bella Noemi, che preferì la morte al sacrificio della propria dignità di fronte alle insidie del turco. Come già in altri romanzi della Arslan, anche qui pervadono il racconto la malinconia e la nostalgia per i bei tempi in cui i colti e istruiti armeni erano rispettati e tenuti in grande considerazione dal sultano ottomano, di cui erano consiglieri influenti e fedeli. Di quei tempi non rimane più nulla e molto ha fatto il governo turco per cancellare la cultura armena. Ma a differenza di quanto viene propagandato dalla retorica politica turca, la tanto acclamata purezza di sangue dei turchi è nella realtà spesso un’illusione ed è probabile che in molte persone sia “contaminata” da sangue armeno. Ecco quindi che diventa importante dare voce al grande “tappeto di storie”, alle memorie famigliari di quanti (tanti) che, pur essendo turchi, hanno origini armene, affinché “la ferrea cupola ufficiale della menzogna di Stato” venga messa in discussione e vacilli.

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Russia-Armenia: colloquio Putin-Pashinyan, focus su situazione regionale (Agenzia Nova 21.11.21)

Mosca, 21 nov 11:33 – (Agenzia Nova) – Il presidente russo Vladimir Putin ha avuto una conversazione telefonica con il primo ministro armeno Nikol Pashinyan, in merito agli scontri avvenuti nell’ultima settimana fra Armenia e Azerbaigian. Come riferisce il Cremlino, Pashinyan ha ringraziato la Russia per gli attivi sforzi di mediazione nel conflitto del Nagorno-Karabakh. “È proseguita la discussione sulla situazione nella regione, nonché sulle misure adottate per la sua stabilizzazione nell’ambito degli accordi trilaterali sul Nagorno-Karabakh del 9 novembre 2020 e dell’11 gennaio 2021”, ha detto il Cremlino. I due leader hanno concordato ulteriori contatti, come riferito dalla presidenza russa. (Rum)

Papatheu (FI) si schiera con l’Azerbaijan e raccoglie le sue mistificazioni (Assadakah 19.11.21)

Assadakah – Letizia Leonardi

Urania Papatheu, parlamentare di Forza Italia, si schiera dalla parte del più forte ma non del più giusto e così accusa l’Armenia di provocare gli azeri e chiede l’intervento dell’Ue. Alla senatrice forzista piace, evidentemente, stare sul carro del vincitore e fa notare che sono morti sette militari azeri e altri dieci sono rimasti feriti nei giorni scorsi nel tentativo di respingere gli attacchi armeni al confine di Stato e che è ora di dire basta. Sì, è ora di dire basta ma soprattutto alla disinformazione sulla spinosa questione dei rapporti tra armeni e azeri. L’Armenia vuole la pace eppure è stata sempre aggredita da un’Azerbaijan che ha conclamate mire sull’Artsakh (Nagorno Karabakh) e adesso anche sullo Stato sovrano della Repubblica d’Armenia. Per Papatheu, senatrice di Forza Italia e vicepresidente della commissione Cultura all’interno della delegazione parlamentare italiana presso l’Assemblea parlamentare dell’Iniziativa centro europea, l’Ue dovrebbe intervenire: “Oltre 160 civili azerbaigiani, vittime dell’esplosione di mine dal 10 novembre dell’anno scorso, dopo la conclusione della guerra fino ad oggi. Si tratta di mine piantate da parte dell’Armenia, nei territori dell’Azerbaijan durante l’occupazione – prosegue la parlamentare di FI -. Un bollettino drammatico che si arricchisce di altre morti per l’ostinata volontà delle autorità armene di non accettare quanto stabilito dal diritto internazionale”.

Per garantire pace, stabilità e cooperazione nell’intera regione, l’Armenia, secondo la parlamentare forzista, dovrebbe abbandonare la sua politica di aggressione e le rivendicazioni territoriali contro l’Azerbaijan. È importante che i rapporti tra l’Azerbaijan e l’Armenia vengano normalizzati sulla base del diritto internazionale e si inizi il prima possibile il processo dei negoziati tra questi due Paesi per la delimitazione e la demarcazione dei confini di Stato”.

Sono parole che fanno rabbrividire, tanto più se dette da una persona che fa parte del Parlamento italiano. L’Ue dovrebbe certamente intervenire ma per porre fine a questi atti di prepotenza del governo di Baku che, avendo come alleato il Sultano di Ankara, mira a spazzare via il primo popolo cristiano del mondo. Un genocidio che continua dal 1915 e che deve essere fermato. Nessun armeno vuole la guerra, e lo ha dimostrato in mille modi con la convivenza pacifica con gli azeri durata molti anni. La situazione è cambiata quando è stato usurpato il diritto all’autodeterminazione della terra d’Artsakh e finché non sono iniziati gli atti di violenza che hanno portato ai sanguinosi conflitti. Queste sono le provocazioni vere e non sono di certo partite dagli armeni. A condannare le azioni dell’Azerbaijan sono stati diversi Paesi e membri dell’Ue. Persino la deputata statunitense Katherine Clark ha esortato l’Azerbaigian a rispettare la sovranità dell’Armenia.

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Cosa si nasconde dietro il conflitto tra Armenia e Azerbaijan (In Terris 19.11.21)

Decine di morti e feriti da entrambi i lati, una nuova escalation che risulta anche in una crisi più grave: 13 soldati armeni presi in ostaggio si sono aggiunti alle decine di prigionieri di guerra e ostaggi civili usati dal regime di Baku come moneta di scambio. Ci sono inoltre 24 militari armeni scomparsi.

Gli scontri si sono verificati al confine tra Armenia e Azerbaijan, vicino a Ishkhanasar e Tsitsernakar, sul territorio sovrano della Repubblica d’Armenia, invaso dalle truppe azere questo 16 novembre 2021. Altre forze del trio Turchia-Azerbaijan-Jihadisti mercenari si schierano nei pressi di Gegharkunik e Vayots Dzor dalle postazioni costruite dopo la riconquista della zona di cuscinetto intorno alla Repubblica di Artsakh (Nagorno Karabakh). Dopo l’infiltrazione delle truppe azere nei dintorni del lago Sev nel maggio di quest’anno, la nuova invasione iniziata questo 14 novembre si distingue come l’azione militare più esplicita svoltasi sul territorio sovrano della Repubblica d’Armenia, durante la quale quattro postazioni armene sono stati circondati dalle truppe dell’aggressore.

E’ l’ennesima provocazione da parte azera per rilanciare il progetto di aggressione antiarmena e per appropriarsi sempre di nuovi territori, adesso già della Repubblica di Armenia. La macchina ideologica turco-azera, sostenuta in pratica anche dai terroristi jihadisti esportati dalla Siria, ha nel corso dell’anno scorso messo in campo diverse azioni per raggiungere questo obiettivo: il non adempimento ai punti della dichiarazione trilaterale di cessate il fuoco del 9 novembre 2020, la preparazione di falsi procedimenti giudiziari contro i prigionieri di guerra armeni presso i tribunali di Baku, il blocco deliberato delle strade nelle zone limitrofe della regione armena di Syunik come mezzo indiretto per terrorizzare la popolazione pacifica di Syunik, l’uccisione da parte dei cecchini azeri di civili armeni in Artsakh. E tutto ciò per avere l’assenso del governo armeno per spaccare il territorio della Repubblica d’Armenia in due, con un corridoio stradale che possa creare un collegamento terrestre Azerbaijan-Nakhijevan-Turchia per il mondo panturco, il grande sogno dei neo-ottomani, i quali durante la parata militare di Baku esaltavano le virtù dei perpetratori del Genocidio armeno, presentandosi ovviamente come i loro allievi fedeli e seguaci ideologici.

Sullo sfondo della politica di odio anti-armena e della campagna diffamatoria adottata e promossa in Azerbajgian ai massimi livelli, questi sviluppi non hanno nulla a che vedere con un processo di pace. Sembrano piuttosto una misura per obbligare la parte armena ad accettare la sostituzione della piattaforma del Gruppo di Minsk con una nuova “3+3” (Turchia, Azerbaijan, Russia, Georgia, Iran e Armenia) ideata e sostenuta, a proposito, dalla Turchia nei suoi recenti tentativi di entrare “ufficialmente” nel gioco e far parte della “risoluzione del conflitto” tra Armeni e Azeri.

In Terris

Armenia-Azerbaijan, si torna a sparare (Osservatorio Balcani e Caucaso 19.11.21)

Fra Armenia e Azerbaijan è di nuovo scontro e di nuovo un cessate-il-fuoco che probabilmente avrà ripercussioni sui processi di normalizzazione regionale. A luglio scorso, dopo scontri sul confine, si erano interrotti i gruppi di lavoro per l’apertura delle comunicazioni e dei trasporti regionali, solo recentemente erano ripartiti. Fino a questa nuova escalation di violenza.

Cosa è successo

Le notizie hanno cominciato a circolare da ambo i lati del confine il 16 novembre confermando spostamenti di truppe, scontri in vari tratti del confine armeno – azero, che abbiamo più volte indicato come la nuova mela della discordia, ma in particolare vicino al lago Sev a Sjunik, area sensibile dove è iniziata la crisi transfrontaliera. Dalla mattina alla sera si sono rincorsi i comunicati stampa dei ministeri degli Esteri armeni e azeri su vari incidenti a Kalbajar, Lachin, Gadabay, Tovuz e Aghstafa, con accuse reciproche  : secondo Baku una serie di provocazioni armate armene che stavano causando feriti, secondo Yerevan un avanzamento azero in territorio armeno che stava causando morti e feriti e la perdita di due posizioni dell’esercito armeno.

In serata a Yerevan la parola è passata dal ministero della Difesa al ministero degli Esteri. L’Armenia in affanno ha messo sul piatto l’internazionalizzazione del conflitto  cercando di attivare i canali che ha a propria disposizione per imporre un arretramento dell’Azerbaijan. I canali che Yerevan può percorrere, per la propria statura internazionale, sono fondamentalmente tre e tutte e tre le strade portano a Mosca.

La Russia è la cofirmataria della dichiarazione congiunta che ha dato uno stop alle ostilità il 10 novembre 2020, è il cuore dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (OTSC, quanto rimane del Patto di Varsavia, di cui fa parte l’Armenia ma non l’Azerbaijan), ed è co-presidente insieme a Stati Uniti e Francia del Gruppo di Minsk, che ad oggi è l’unico formato che si propone di trovare una soluzione politica al conflitto in Nagorno Karabakh. Il Gruppo di Minsk non prevede nel proprio mandato la risoluzione delle questioni frontaliere Armenia-Azerbaijan, ma di fatto i pochi incontri (2 in tutto) che ci sono stati nell’ultimo anno fra i ministri degli Esteri di Baku e Yerevan si sono tenuti grazie e con i 3 co-presidenti, per cui questo formato rimane un punto di contatto fondamentale fra le parti.

Sotto il profilo militare Yerevan si è appellata al diritto di respingere un’aggressione sul proprio territorio, che implica la possibilità di richiedere l’intervento dell’OTSC.

La gravità della situazione è resa evidente per il fatto che Yerevan ha messo tutte le carte sul tavolo: il Segretario del Consiglio di Sicurezza Nazionale A. Grigoryan – figura molto attiva sia mediaticamente che nei rapporti internazionali in tutto il periodo del dopoguerra – si è appellato direttamente agli accordi armeno-russi del 1997 e ai mutui obblighi per la tutela dell’integrità territoriale dei due paesi alleati.

Il giro di telefonate

Vivissima preoccupazione non solo nelle società investite solo fino a un anno fa dal conflitto, ma anche nelle fila dell’esercito russo presente sul territorio e in quelle della diplomazia internazionale. Si sono mossi tutti, e tutti con l’intenzione di impedire gli automatismi di intervento che gli accordi evocati da Yerevan imporrebbero.

Mentre la base militare russa di Gyumri entrava in allerta, anche a causa di una non chiara esplosione nelle proprie vicinanze, il ministro della Difesa russo Sergey Shoigu ha espresso la piena disponibilità a contribuire a una normalizzazione della situazione al telefono con le parti, più una telefonata al ministro della Difesa turco Hulusi Akar, a riprova di come siano cambiati gli equilibri militari nella regione.

L’Azerbaijan ha aperto le porte alla presenza militare turca, e ora c’è un attore in più da considerare in un conflitto che partito dalla questione del Karabakh si sta allargando, coinvolgendo aree fisiche più larghe e un maggior numero di attori primari coinvolti. La Turchia ha dichiarato  l’episodio frutto del terrorismo armeno.

Dal Cremlino non sono partite telefonate, ma in serata il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha chiamato direttamente il presidente russo Vladimir Putin.

È partita invece la telefonata da Bruxelles  : il segretario Charles Michel ha parlato sia con Pashinyan che con il presidente azero Aliev.

L’ennesimo cessate-il-fuoco

Da quando il conflitto a bassa intensità – quale era negli ultimi anni quello per il Nagorno Karabakh – si è incendiato il 27 settembre 2020 sono numerosi i cessate-il-fuoco concordati. Per ora sono tre, quelli che hanno funzionato: quello del 10 novembre, quello del 28 luglio  2021 che ha messo fine a un altro scontro simile a quello di questa settimana, e quello di ieri.

Alle 21.50 ora di Yerevan è stato reso noto che dalle 18.30 era entrato in vigore un cessate-il-fuoco per le zone che erano state interessate dai combattimenti. Il cessate-il-fuoco è stato concordato con la mediazione russa.

I due cessate-il-fuoco di luglio e novembre 2021 sono stati necessari per placare combattimenti che non riguardano i territori del Karabakh, ma prevalentemente il confine armeno-azero che si conferma quindi origine di contenziosi esplosivi. Il bilancio di questa nuova escalation è – nel campo armeno – di un morto armeno e numerosi dispersi, da parte azerbaijana di 7 morti e di diversi feriti da ambo le parti. infine vi è un nuovo gruppo di prigionieri di guerra. Una dozzina di armeni sarebbero stati catturati durante l’avanzata azera. Dal 12 maggio 2021, quando la questione di Sjunik è iniziata, sarebbero in tutto 41 i km di territorio che l’Armenia accusa l’Azerbaijan di aver occupato.

Con questo nuovo cessate-il-fuoco si ritorna alla non-pace armata del 15 novembre, con tutti i contenziosi esacerbati da un nuovo scontro e da un livello di fiducia reciproca sempre più minato dall’assenza di un coerente piano di pacificazione negoziale e politica.

L’Azerbaijan lamenta continue provocazioni da parte armena, come la visita del ministro della Difesa di Yerevan in Karabakh e il rafforzamento militare delle postazioni militari nella regione.

L’Armenia accusa l’Azerbaijan di una strisciante annessione accompagnata da dichiarazioni di revanscismo territoriale. E sul terreno, a parte i peace-keeper russi in un’area circoscritta e le guardie di frontiera russe non c’è nessuno e nessun meccanismo per evitare che episodi come quelli di questa settimana si ripetano.

Cade per il momento nel vuoto la proposta di Pashinyan di demilitarizzare da ambo i lati i confini e attivare una missione di monitoraggio internazionale in attesa di una accordo comprensivo o a tappe sulla delimitazione e demarcazione dei confini di stato. I confini per il momento si stanno delimitando a suon di posizioni militari, nella fretta di precedere l’arrivo della neve che renderà gli spostamenti nell’area più difficoltosi. Non stupisce che le principali crisi si siano avute quindi da maggio ad oggi, i mesi ideali per mettere la controparte e la comunità internazionale davanti a una situazione di fait accompli.

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L’Ambasciatore Armeno replica alle dichiarazioni dell’Ambasciatore dell’Azerbaigian in Vaticano (Vivere Roma 19.11.21)

In merito al nostro articolo di mercoledì 17 novembre, dal titolo: “L’Azerbaigian apre un’ambasciata a Roma presso il Vaticano”, e alle dichiarazioni dell’Ambasciatore Sig. Mustafayev, ci é pervenuta la replica dell’Ambasciatore dell’Armenia presso la Santa Sede, Sig. Garen Nazarian, che pubblichiamo volentieri:

“Spett.le Redazione,

ho letto l’articolo pubblicato on line su Vivere Roma il18 novembre 2021 dal titolo “L’Azerbaigian apre un’ambasciata a Roma presso il Vaticano” e alcuni interessanti commenti del sig. Mustafayev hanno catturato la mia attenzione. Parlando del conflitto del Nagorno Karabakh, il sig. Mustafayev ha sottolineato che “le motivazioni sono state territoriali e non religiose”, mentre l’essenza del conflitto risiede nella realizzazione del popolo dell’Artsakh del suo diritto all’autodeterminazione, un principio ben definito dal diritto internazionale. Per quel che riguarda le considerazioni di Mustafayev che il conflitto non è religioso, vorrei ricordargli che l’Azerbaijan, con l’aiuto della Turchia, ha portato in Artsakh migliaia di mercenari jihadisti dalla Siria e dalla Libia a combattere contro civili innocenti.

Agenzie di stato specializzate e rappresentanti di alto livello di Francia, Russia, Stati Uniti e diverse nazioni ancora hanno confermato queste azioni irresponsabili dell’alleanza turco-azerbaijana che ha causato morti e distruzione nella nostra parte del mondo. La domanda che si pone allora è la seguente: che cosa stanno facendo questi estremisti religiosi nella regione? È inoltre interessante osservare che per l’Azerbaijan “la guerra è finita” e che “dobbiamo assolutamente mandare un messaggio positivo” quando, mentre stiamo parlando, le sue forze militari compiono attacchi e incursioni al confine orientale del territorio sovrano armeno, causando nuove morti e distruzione.

Colgo l’occasione per informare i vostri lettori della tragica sorte riservata ai prigionieri di guerra e ai civili armeni ancora detenuti illegalmente nelle prigioni azerbaijane. L’Azerbaijan continua a nasconderne il numero reale e, dopo averli sottoposti a processi farsa, li condanna con false accuse a lunghi periodi di detenzione, quando invece si è assunto la responsabilità un anno fa, a seguito della dichiarazione trilaterale del 10 novembre 2020, di rilasciare tutti i prigionieri di guerra e i civili detenuti. Vorrei essere capace di “ottimismo” come il sig. Mustafayev ma per raggiungere la pace bisognerebbe innanzitutto abbandonare le politiche di espansionismo, razzismo e avventurismo militare nella regione e non agire come ai tempi del Medioevo”.

Garen Nazarian
Ambasciatore della Repubblica d’Armenia presso la Santa Sede

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