Casellati in visita a S.Lazzaro degli Armeni Venezia (Ansa 06.11.21)

VENEZIA, 06 NOV – La presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, è stata in visita stamani all’isola San Lazzaro degli Armeni, a Venezia. Ad accoglierla – informa il Comune di Venezia – l’assessore comunale al Turismo Simone Venturini, e il direttore generale del Comune di Venezia, Morris Ceron. Presenti autorità civili, militari e religiose, tra cui l’ambasciatore in Italia della Repubblica d’Armenia. Accompagnata dal delegato Pontificio per la Congregazione Mechitarista, Boghos Levon Zekiyan, Casellati ha quindi visitato il monastero dei monaci armeni. (ANSA).


 

Nagorno-Karabakh: Brice Roquefueil nuovo copresidente francese del Gruppo di Minsk dell’Osce (Agenzianova 04.11.21)

Parigi, 04 nov 11:44 – (Agenzia Nova) – Brice Roquefueil è il nuovo copresidente francese del Gruppo di Minsk dell’Osce, l’organismo deputato di monitorare il cessate il fuoco fra Armenia e Azerbaigian e negoziare dei colloqui di pace. Stando a quanto riferisce il governo francese, Roquefueil sostituirà Stephane Visconti, che ha ricoperto il ruolo di copresidente francese dal 2016. Il decreto di nomina è stato firmato il 3 novembre. Brice Roquefueil ha precedentemente guidato le missioni diplomatiche a Panama e in Uzbekistan. (Frp)

Come si sono preparate le relazioni Turchia – Santa Sede? (AciStampa 04.11.21)

Per gli storici di Turchia, risalire alle tappe delle relazioni con la Santa Sede può essere difficile. Non ci sono documenti in turco, e i documenti di archivio in Segreteria di Stato sono tutti in italiano, o in francese. Ma c’è un lavoro, recentemente pubblicato, che punta proprio a colmare questo divario. Si chiama “Santa Sede – Turchia. Periodo di Mons. Rotta 1925 – 1930. Verso le relazioni diplomatiche del 1960”. Si tratta del primo catalogo in turco (titolo originale: “Türkiye ile Vatikan Diplomatik İlişkilere Doğru”) in cui i documenti in lingua originale vengono trascritti, aprendo la strada ai ricercatori turchi per meglio comprendere le tappe delle relazioni tra Santa Sede e Turchia.

Rinaldo Marmara, già presidente di Caritas Turchia, non è nuovo a operazioni del genere. Un altro suo libro, presentato a Papa Francesco al termine di una udienza generale, creò l’occasione per il disgelo tra Santa Sede e Turchia sulla questione del genocidio degli armeni: Papa Francesco aveva usato il termine genocidio in una celebrazione in Vaticano, e la Turchia – che non ha mai riconosciuto il massacro degli armeni come genocidio – aveva un po’ raffreddato i rapporti, finché la presentazione del libro al Papa fu l’occasione di un comunicato in cui ci si riferiva al massacro come ai “tragici fatti” del 1915. Questo non ha cambiato comunque poi la posizione della Santa Sede, tanto che Papa Francesco, durante il suo viaggio in Armenia, ha fatto riferimento per due volte alla questione del genocidio degli armeni, e così ha fatto anche il Cardinale Parolin, Segretario di Stato vaticano, ne aveva parlato ad una lectio magistralis ad Aquileia.

Con questo libro, Marmara continua nel suo lavoro culturale con l’obiettivo di creare un ponte tra Turchia e Santa Sede. Il libro doveva uscire lo scorso anno, per i sessanta anni di relazioni diplomatiche tra Turchia e Santa Sede, ma la pubblicazione è stata posticipata a causa del COVID. Raccogliendo documenti negli archivi in Vaticano, Marmara ha voluto ricostruire la tappa preparatoria verso le relazioni diplomatiche Turchia e Santa Sede, in un periodo nel quale erano soltanto stabilite relazioni amichevoli.

Il volume è stato sponsorizzato dall’Università Aydin di Istanbul, ed è il primo di una serie. Secondo Marmara, “gli archivi di ogni Stato riflettono una visione nazionale. Gli Archivi Vaticani, invece, non riflettono visioni e influenza di qualche altro Stato. Si tratta degli archivi più obiettivi del mondo, con una ricchezza di conoscenza che è rara da trovare. Ci sono migliaia di documenti che riguardano la Turchia”.

Marmara è uno dei pochi ricercatori turchi ad avere accesso agli Archivi vaticani. “Levantino” (cioè, turco di famiglia italiana) di Pangalti, ha scritto 50 libri ed è oggi lo storico ufficiale della Conferenza Episcopale di Turchia.

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All’onorevole Andrea Delmastro la massima onorificenza da parte della Repubblica Armena (Newsbiella 03.11.21)

E’ stato il deputato biellese capogruppo Fdi in commissione Esteri Andrea Delmastro, a ricevere la massima onorificenza nazionale conferita dal Presidente della Repubblica Armena per il riconoscimento anche in Italia del genocidio armeno da parte del popolo turco. <E’ un’onorificenza che mi fa molto piacere – commenta il deputato biellese – , oltre a rappresentare un passo importante a tutela dell’Armenia per contrastare l’espansione del presidente turco Erdogan>.

I rapporti tra Italia e Armenia sono costanti, e a fare da ponte è anche lo stesso Delmastro, che nei prossimi giorni tornerà in Armenia ospite del Governo, per visitare i confini con l’Azerbaigian. <In questa zona – spiega il deputato – il patrimonio storico artistico viene messo a dura prova perché continuamente bombardato dall’Azerbaigian. Sarò ufficialmente in missione per conto della Camera dei Deputati per verificare le condizioni del conflitto in questo momento a bassa intensità tra Azerbaigian e Armenia. In questo momento è compito dell’Italia difendere una nazione come l’Armenia che ha un patrimonio storico culturale del cristianesimo importantissimo, e che non può essere disperso per questa guerra portata avanti da Erdogan e dall’Azerbaigian>.

Un impegno, quello di Delmastro nella commissione esteri, che ha riflessi molto importanti sia sulla situazione economica delle famiglie che su quella delle imprese: <Quando si parla di accordi internazionali sull’ambiente abbiamo riflessi immediati sulle bollette per i consumi energetici – spiega il deputato – . Quando si parla di Libia e del fatto che Edorgan abbia disegnato nuove zone di sovranità marittima fra la Libia e la Turchia, ha di nuovo conseguenze intermedie sul costo dell’approvvigionamento energetico sia per le famiglie che per le imprese>.

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Turchia: i 2000 giorni in carcere di Nedim Türfent (Osservatorio Balcani e Caucaso

“Ci sono così tante ingiustizie nel nostro paese che sono restio a rilasciare dichiarazioni in occasioni specifiche. D’altra parte, è più facile far luce su ingiustizie, violazioni del diritto e abusi, se si fa riferimento a episodi conosciuti. Ecco perché questi miei 2000 giorni di detenzione li vedo come simbolo della grande ingiustizia che regna nel mio paese. È doveroso che si mostri attenzione non solo al mio caso, ma a tutti i detenuti che sono stati privati della libertà a causa delle loro opinioni e per aver esercitato il diritto di impegnarsi in politica. In occasione di questa giornata, mi rivolgo a tutte le organizzazioni per i diritti umani, in Turchia e all’estero, perché mostrino solidarietà nei confronti di tutti quelli che sono stati reclusi per via del loro pensiero, delle loro parole, della loro identità.

Nedim Türfent, 22 ottobre 2021

 

Una quarantina di organizzazioni torna ad invitare le autorità turche a rilasciare immediatamente e incondizionatamente il giornalista e poeta Nedim Türfent, e a proscioglierlo da ogni accusa. Oggi sono 2000 giorni da quando è stato arrestato e poi condannato a 8 anni e 9 mesi di reclusione sulla base di accuse, del tutto inventate, di terrorismo, in seguito a un processo ingiusto in cui tanti testimoni hanno dichiarato di essere stati costretti con la tortura ad accusarlo.

Giornalista per la DİHA , agenzia stampa filo-curda, ora chiusa, Nedim Türfent è stato arrestato il 12 maggio 2016 subito dopo aver raccontato degli abusi delle forze speciali di polizia turche ai danni di alcuni lavoratori curdi. In seguito alla pubblicazione del suo materiale video, Türfent ha cominciato a ricevere minacce di morte da parte della polizia ed è diventato l’obiettivo di una campagna di molestie online. Il giorno dopo l’arresto è stato indagato per “appartenenza a un’organizzazione terroristica”, ma l’accusa è stata formulata solo dieci mesi più tardi. Ha trascorso quasi due anni in isolamento in terribili condizioni di detenzione.

“Oggi si arriva ad un’altra dolorosa tappa del calvario di ingiustizia subito da Nedim Türfent. Non si riesce a credere che abbia trascorso 2000 giorni dietro le sbarre semplicemente per aver fatto il suo lavoro. Come primo passo per porre rimedio a questa ingiustizia, le autorità turche devono rilasciarlo immediatamente e incondizionatamente, e proscioglierlo da ogni accusa. Il suo caso è ancora all’esame della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, dopo quasi tre anni, e noi confidiamo che la Corte affronti il suo caso al più presto. I vari gruppi di PEN si stringono attorno a Türfent e a tutti gli scrittori e giornalisti detenuti ingiustamente in Turchia, e continueranno a chiederne la liberazione finché anche uno solo di loro non sarà più dietro le sbarre”, ha dichiarato Ma Thida, presidente del comitato Scrittori in Galera di PEN International.

Fra le motivazioni della condanna di Türfent, alcuni suoi post sui social media, i suoi servizi giornalistici e 20 testimoni di cui non si possono conoscere i nomi. Il suo primo interrogatorio è stato ad Hakkari il 14 giugno 2017, circa 200 km da Van dove era detenuto. Gli è stato negato il diritto di presentarsi in tribunale per sette volte, e gli è stato imposto un interrogatorio via SEGBIS, un sistema da remoto che presentava diversi problemi di connessione e comprensione. Dei 20 testimoni chiamati a deporre, 19 hanno ritrattato, affermando che la testimonianza era stata estorta sotto tortura.

“Oggi tocchiamo un’altra tappa di ingiustizia senza fine per Nedim, punito per il suo coraggio come reporter. Nedim è stato 2000 giorni in prigione in attesa della libertà, 2000 giorni che non avrebbe mai dovuto perdere e che non potrà mai riavere. Centinaia di altri giornalisti sono stati presi di mira allo stesso modo da un sistema giudiziario che diventa l’arma per mettere a tacere il dissenso. Due volte abbiamo chiesto alla Corte Costituzionale di dare priorità all’appello di Nedim per porre al più presto fine a questa enorme violazione dei diritti umani. Confidiamo che stavolta si arriverà all’azione”, ha dichiarato Renan Akyavaş, coordinatrice per la Turchia di IPI , International Press Institute.

Nonostante vi siano le prove lampanti di una violazione così chiara del diritto a un giusto processo, Türfent è stato condannato a 8 anni e 9 mesi di prigione per “appartenenza a organizzazione terroristica” e per “diffusione di propaganda terroristica” il 15 dicembre 2017. Il verdetto è stato confermato dalla Corte di Cassazione il 9 maggio 2020. Il ricorso in Cassazione deve essere ancora esaminato, più di tre anni dopo la reclusione. Gli avvocati si sono anche rivolti alla Corte Europea per i Diritti dell’Uomo il 5 febbraio 2019.

“Nedim è stato punito per la sua attività giornalistica per cui invece avrebbe dovuto essere premiato. Le ingiustizie che Nedim affronta sono ingiustizie che la maggior parte dei giornalisti curdi in Turchia affronta ogni giorno. Ecco perché ci rivolgiamo a tutti gli individui e alle istituzioni che hanno a cuore la libertà di espressione, perché stiano al fianco di Nedim”, ha dichiarato Mümtaz Murat Kök, coordinatore della comunicazione di Media and Law Studies Association (MLSA).

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L’Armenia incrementa produzione ed esportazione di mele fresche (Freshplaza.it 02.11.21)

Recentemente, l’Armenia si è unita al gruppo dei grandi esportatori regionali di mele fresche. Sulla scia della Georgia, che si è trasformata da grande importatore netto di mele in esportatore, nel 2020 l’Armenia ha esportato oltre 2.700 tonnellate, aumentando nettamente le forniture.

E’ probabile che il paese rinnovi il suo record di esportazioni di mele anche nel 2021, dato che nei primi 7 mesi dell’anno ha già esportato quasi tante mele quante in tutto il 2020. Inoltre, se confrontiamo le esportazioni di mele dall’Armenia nel periodo gennaio-luglio 2021 con lo stesso periodo del 2020, il volume delle forniture è aumentato di 4,7 volte.

Come riferiscono i partecipanti locali al mercato della frutta e verdura, negli ultimi anni la produzione di mele è effettivamente cresciuta, in Armenia. Inoltre, in diverse regioni sono stati implementati in una sola volta moderni meleti di dimensioni piuttosto grandi, che stanno gradualmente entrando in piena produzione.

Di conseguenza, sul mercato interno l’offerta di mele sta crescendo, e i volumi richiesti per le esportazioni stanno emergendo. I coltivatori locali mancano ancora di strutture moderne per lo stoccaggio, la selezione e l’imballaggio delle mele, anche se questi investimenti sono già in fase di discussione.

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La nuova strategia di Erdogan per “conquistare” gli armeni (Tempi 01.11.21)

A un anno dalla terza guerra del Nagorno-Karabakh e dal sanguinoso armistizio firmato dagli armeni il 9 novembre, l’Armenia non è mai stata così debole. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan lo sa e per questo ora tende la mano a Erevan proponendo di ristabilire le relazioni diplomatiche interrotte negli anni Novanta. La proposta fa gola al premier armeno Nikol Pashinyan, che appare isolato, ma l’offerta della Turchia potrebbe essere un’arma a doppio taglio.

Le chiese rase al suolo nel Nagorno-Karabakh

Senza l’appoggio dei turchi, che hanno inviato a combattere sul campo anche centinaia di mercenari islamisti siriani, gli azeri non avrebbero mai vinto la guerra dell’anno scorso. Baku deve proprio a Erdogan, alle sue armi e ai suoi droni la conquista in poco più di un mese dei tre quarti del Nagorno-Karabakh, strappati alla Repubblica dell’Artsakh, mai riconosciuta a livello internazionale.

Dopo aver cacciato più di 35 mila armeni dalle loro case, ora l’Azerbaigian si appresta a ricostruire strade e città, per modernizzare il territorio e cancellare ogni traccia della cultura e della tradizione armene allo stesso tempo. Simbolo di questa strategia è l’autostrada che collega l’Azerbaigian con la città di Shushi, dove si trova la cattedrale di Cristo San Salvatore danneggiata dai bombardamenti azeri e vandalizzata dopo la fine delle ostilità. Nella stessa città è stata distrutta la Green Church, mentre un’altra è stata rasa al suolo su un’altura della città di Jabrayil.

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Diplomazia pontificia, una “casa del Papa” in Armenia. E un filo rosso con la Russia (AciStampa 30.10.21)

L’inaugurazione della nunziatura in Armenia segna un nuovo capitolo nelle relazioni tra la Santa Sede e il più antico Paese cristiano, e mostra una attenzione della Santa Sede verso le aree più periferiche o problematiche. C’è, tra l’altro, anche un dialogo aperto con la Russia, dove l’arcivescovo Gallagher sarà dall’8 al 10 novembre.

Si definisce anche l’agenda diplomatica del Papa per novembre, e si aspetta una visita in Vaticano del presidente palestinese Mahmoud Abbas il 4 novembre.

FOCUS ARMENIA

Una “casa del Papa” in Armenia

È andato l’arcivescovo Edgar Pena Parra, sostituto della Segreteria di Stato, ad inaugurare la sede della nunziatura apostolica a Yerevan, la capitale dell’Armenia. E la sua presenza stava a segnalare l’importanza attribuita a questa nuova sede diplomatica. Perché fino ad ora, la nunziatura di Armenia aveva sede a Tbilisi, in Georgia, e c’era un solo “ambasciatore del Papa” per le due nazioni del Caucaso. E resterà un solo nunzio, l’attivo arcivescovo José Bettencourt, che però potrà contare su una sede con un incaricato d’affari residenziale in quello che è il più antico Paese cristiano, e che vanta grandi legami di amicizia con la Santa Sede.

Il progetto per una “casa del Papa” nella capitale armena è nato diverso tempo fa, ed è diventato sempre più necessario se si considerano i conflitti nella regione. L’arcivescovo Bettencourt ha trovato una sede centrale e molto visibile, a North Avenue, e ha aperto l’edificio già dall’1 settembre, decorandolo con cura e con segni che raccontano il legame tra Santa Sede ed Armenia. Il sostituto della Segreteria di Stato ha poi ufficialmente benedetto l’ufficio il 27 ottobre, per poi visitare il 28 ottobre la Santa Sede di Echmiadzin, il “Vaticano” della Chiesa Apostolica Armena, in cui ha avuto un incontro con il Catholicos Karekin II, alla presenza anche dell’ambasciatore di Armenia presso la Santa Sede Garen Nazarian.

Nel suo discorso alla benedizione dell’edificio, l’arcivescovo Pena Parra ha sottolineato che “questa nuova Nunziatura apostolica è un chiaro segno della sollecitudine e della preoccupazione del Santo Padre per il popolo di questo nobile Paese”.

La nunziatura di Yerevan è un segno di reciprocità con l’Armenia, che da pochi anni ha un ambasciatore residenziale. Nel 2022 e nel 2023 si celebreranno rispettivamente i trenta anni dallo stabilimento delle relazioni diplomatiche e dalla nomina del primo nunzio. L’arcivescovo Pena Parra non ha mancato di notarlo, sottolineando che “le buone relazioni bilaterali tra la Repubblica d’Armenia e la Santa Sede sono dovute in gran parte al nostro reciproco apprezzamento per il ruolo positivo che la religione svolge nella società civile”.

Secondo il sostituto, “con una cultura così ricca e intrisa di tradizioni, per non parlare delle esperienze di dolore e sofferenza portate dalla discriminazione e dalla persecuzione, l’Armenia ha molte lezioni preziose da insegnare alla comunità internazionale a questo proposito”, e anche per questo “la Santa Sede guarda con grande attesa alla continua cooperazione bilaterale con l’Armenia su molte questioni, specialmente quelle riguardanti la libera espressione della religione e la dignità di ogni vita umana, in modo da imparare dalla storia ed evitare di ripetere alcuni dei suoi capitoli più bui”.

L’arcivescovo Pena Parra ha avuto anche un incontro con il Primo Ministro armeno Pashinyan, e ha insignito il 29 ottobre il presidente Armen Sarkissian del Gran Collare dell’Ordine Pontificio Pio IX.

Secondo un comunicato della presidenza armena, Sarkissian ha “sottolineato ancora una volta con soddisfazione il continuo sviluppo delle relazioni interstatali dell’Armenia”, e ha accettato l’onorificenza “come una valutazione del mio modesto lavoro, poiché riconosce il fatto che sono stato il primo ambasciatore dell’Armenia presso la Santa Sede. Ho sempre lavorato per il bene delle strette relazioni tra l’Armenia e il Vaticano. Quindi accetto questo, promettendo di fare di più”. Il presidente Sarkissian è il primo nella regione a ricevere questa onorificenza.

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Green pass, Ue: ok a mutuo riconoscimento con Gran Bretagna e Armenia (Tgcom24 29.10.21)

I certificati Covid emessi dalla Gran Bretagna e dall’Armenia sono equivalenti al certificato digitale emesso dall’Ue. E’ questo il risultato di due decisioni adottate dalla Commissione europea. I due Paesi saranno collegati al sistema dell’Ue e i loro certificati Covid saranno quindi accettati nell’Ue alle stesse condizioni del certificato europeo. La decisione europea prevede la reciprocità con Londra ed Erevan.

Ricordando Georgi Vanyan (Osservatorio Balcani e Caucaso 28.10.21)

Costruttore di pace e attivista convinto, Georgi Vanyan è morto a soli 58 anni il 15 ottobre scorso. Di lui si ricorda soprattutto l’enorme sforzo per portare al dialogo azerbaijani e armeni

28/10/2021 –  Onnik James Krikorian Tblisi

L’ultima volta che ho parlato con Georgi Vanyan è stata a fine settembre, al telefono. L’attivista armeno stava visitando Tbilisi per incontrare Emin Milli, il fondatore ed ex-direttore di Meydan TV. Milli aveva già intervistato Georgi in merito alle sue attività di peacebuilding, e ora aveva in programma di visitare il villaggio georgiano dove avevano avuto luogo.

Georgi mi ha invitato ad accompagnarli, ma c’era un problema. Non si sentiva bene e doveva quindi sottoporsi a un tampone per il Covid-19 prima che potessimo incontrarci. Due giorni più tardi, mi ha mandato un messaggio per informarmi di essere risultato positivo e di doversi auto-isolare a Tbilisi. Mi ha detto che mi avrebbe contattato una volta ripreso, ma le cose hanno preso una brutta piega ed è stato ricoverato in ospedale. Alla fine, dopo essere stato attaccato al respiratore, Georgi Vanyan è stato dichiarato morto il 15 ottobre.

Per tutti coloro che lo conoscevano, e per le persone impegnate nel lavoro alle frontiere per una pace regionale, questa perdita ha rappresentato una vera e propria tragedia.

“In questa fase del processo di riconciliazione armeno-azero, la comunità aveva bisogno di lui più che mai”, ha scritto su Twitter Ahmad Alili, analista e ricercatore regionale che vive a Baku. “Una persona sincera. Un attivista autentico. Una grande perdita. Riposa in Pace, Georgi.”

Per molti, però, la scomparsa di Georgi è passata inosservata.

Georgi Vanyan © O. J. Krikorian

Georgi Vanyan © O. J. Krikorian

“Sono preoccupato che la storia di Georgi Vanyan non verrà raccontata né in Armenia né all’estero”, spiega Milli. “Ho controllato i social media ieri e non ho visto nessun armeno parlare di questa perdita, salvo rare eccezioni. Era come se niente fosse successo e come se quest’uomo non fosse esistito e non fosse stato l’unico coraggioso in Armenia e in Azerbaijan a fare quello che ha fatto”.

Georgi Vanyan era figura controversa in Armenia, e il silenzio sulla sua morte non sorprende. Nell’ultimo decennio tutti i media e gli spazi di informazione sono stati impegnati in una campagna coordinata di diffamazione pubblica contro di lui. Nel 2007, un gruppo di blogger nazionalisti interruppe il suo evento “Days of Azerbaijan” in una scuola sperimentale a Yerevan, e nel 2012 una folla nazionalista assaltò il suo tentativo di proiezione di film azeri nella seconda città più grande dell’Armenia, Gyumri.

Durante la guerra del Karabakh, nel 2020, mentre molti costruttori di pace (peacebuilder) divennero fautori della guerra, Vanyan pubblicò una lettera aperta chiedendo al Primo ministro armeno, Nikol Pashinyan, di fermare i combattimenti e avviare un dialogo con Baku. Le sue parole caddero nel vuoto in entrambi i paesi, ma la polizia armena se ne accorse, al punto di minacciare una pesante multa se avesse continuato con queste richieste.

Forse però il progetto più famoso di Georgi è stato la sua convocazione di incontri regolari di attivisti, accademici e giornalisti armeni, azeri e georgiani nel villaggio di Tekali. Abitato da un’etnia azera, Tekali si trova in Georgia vicino al confine con Armenia e Azerbaijan; questa è stata probabilmente una delle poche autentiche iniziative di pace dal basso nella regione.

La vicinanza di Tekali per chi vive nelle regioni di tutti e tre i paesi ha permesso praticamente a chiunque di partecipare. Contrariamente al solito approccio “porte chiuse e facce note” degli altri progetti di peace building tenuti in costosi hotel o località di villeggiatura, anche la comunità locale ha beneficiato del processo di Tekali. Gli abitanti del villaggio, per esempio, potevano fornire servizio di ristorazione e guadagnarne.

A riprova di quanto il processo di Tekali sia stato efficace nel facilitare il contatto interpersonale, un ospite di uno show televisivo azero, nel 2019, riteneva che l’approccio di Georgi Vanyan fosse persino pericoloso: “Per l’Azerbaijan esiste solo il nemico al di là del confine, e nessun altro” spiegava l’ospite. “Se un soldato azero vede che anche oltre il confine ci sono madri, sorelle, bare e lacrime, non obbedirà più agli ordini”.

Questa critica era sconosciuta in Armenia, dove è stato costretto a trascorrere i suoi ultimi anni in povertà vicino al confine con l’Azerbaijan. Nell’incontro online organizzato in sua memoria, l’attivista e partecipante di Tekali Sevak Kirakosyan ha ricordato che Georgi spingeva le ONG a spostare la loro attività dove potevano davvero essere d’aiuto: nelle comunità colpite dal conflitto.

Quando il corpo di Georgi è stato trasferito nella capitale armena per la sepoltura, diverse figure di spicco sono andate a porgere l’ultimo saluto. C’erano, ad esempio, Boris Navarsadyan, direttore del Yerevan Press Club, Ashot Bleyan, direttore della scuola dove Georgi aveva invitato intellettuali e scrittori alla fine degli anni 2000, e il dissidente dell’era sovietica Paruyr Hairikyan.

Anche il portale di informazione armeno Espress.am  , ospite fisso a Tekali, ha seguito la cerimonia, ma solo pochi altri si sono uniti a loro.

Mariam Yeghiazaryan era una di questi. La 26enne, membro del team Bright Garden Voices, un’iniziativa dal basso transfrontaliera per portare insieme armeni e azeri online all’indomani della guerra dei 44 giorni dello scorso anno, sottolinea il clima di repressione che subiva Georgi Vanyan.

“Prima di andare al funerale ero preoccupata che accadesse qualcosa di brutto nella camera mortuaria”, racconta. “Qualcosa di irrispettoso per lui e la sua eredità, come quanto successo durante e dopo il film festival. Fortunatamente, così non è stato.”

Anche se la giovane attivista non ha mai incontrato Georgi, racconta di aver prestato maggior attenzione al suo lavoro di peacebuilding dopo la guerra in Karabakh nel 2020, e soprattutto dopo la sua morte. Yeghiazaryan ora lo paragona ad altri personaggi armeni importanti, come il grande scrittore Hovhannes Tumanyan e l’editore turco-armeno Hrant Dink.

“Noi onoriamo Tumanyan, un grande scrittore e umanista, ma non so quanti abbiano letto le sue lettere e i suoi articoli sugli scontri armeno-tartari. Noi onoriamo Hrant Dink, non tanto per la sua eredità e i suoi contributi, ma per la possibilità di usare e manipolare la sua morte in quanto causata da un nazionalista turco, dimenticando che tutta la sua vita è stata finalizzata al dialogo tra Armenia e Turchia. Qual è la differenza tra loro e Vanyan?”.

Inoltre Mariam ricorda come Georgi fosse stato etichettato come “traditore” da coloro che, in effetti, si erano opposti a un accordo di pace negoziato e vantaggioso per entrambe le parti.

“Noto con rammarico che i giornalisti giocano un ruolo importante in questo caso”, racconta. “Ci sono articoli terribili con titoli terribili, report e video. Quante interviste o articoli di qualità si possono trovare in armeno su Vanyan? Il fatto che la morte di Vanyan non sia stata coperta dai media armeni non riguarda lui, ma l’Armenia e il giornalismo armeno. È molto triste. Molto.”

Questo è ciò che preoccupa di più Milli: “Sono davvero preoccupato che la sua idea possa morire con lui. Ho visto un coraggio mai visto prima, e ho realizzato che nessuno in Azerbaijan, me compreso, avrebbe osato organizzare una giornata del cinema armeno in Azerbaijan. Il coraggio di Vanyan era così forte che mi ha colpito profondamente: questo ha rappresentato l’elemento che ha fatto morire il nazionalismo dentro di me”.

Milli, che ora ha lasciato Meydan TV, ha un nuovo progetto, la Restart Initiative (Iniziativa di Ripartenza), che pur cercando principalmente di contribuire allo sviluppo dell’Azerbaijan, cercherà anche di coltivare e sviluppare il dialogo con l’Armenia e gli armeni, e a questo scopo alcune delle precedenti iniziative di Georgi potrebbero benissimo essere riproposte.

“Spero che il progetto Tekali verrà implementato ancora”, rimarca Yeghiazaryan, “e spero che il suo approccio sarà materia di discussione, dibattito, ricerca e conversazione quotidiana, sia in Armenia che in Azerbaijan”.

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