A Yerevan la nuova sede della Nunziatura: una “casa del Papa” per tutti gli armeni (Vaticannews 27.10.21)

L’ha definita “la casa del Papa” in Armenia, monsignor Edgar Peña Parra, la nuova sede della Nunziatura apostolica, inaugurata questa mattina a North Avenue, nella capitale Yerevan. Il sostituto della Segreteria di Stato ha benedetto questa mattina l’ufficio che affiancherà la sede della Nunziatura apostolica in Georgia e Armenia a Tbilisi (Georgia) e che temporaneamente – in attesa di una sistemazione più ampia – aiuterà a svolgere i molteplici impegni della missione della Santa Sede e della Chiesa cattolica nel Paese.

La vicinanza del Papa

Il sostituto ha portato ai presenti i saluti del Papa, che, nel suo viaggio del 2016 come pure negli incontri con i rappresentanti politici ed ecclesiali dell’Armenia, ha sempre mostrato grande vicinanza al popolo armeno. “Questa nuova Nunziatura apostolica è un chiaro segno della sollecitudine e della preoccupazione del Santo Padre per il popolo di questo nobile Paese”, ha rimarcato infatti monsignor Peña Parra, spiegando che “è desiderio di Papa Francesco che questa nuova Casa assista il nunzio apostolico nello svolgimento della sua missione nella Repubblica d’Armenia e nella comunità cristiana locale”.

Un segno delle buone relazioni reciproche

Il nuovo edificio è inoltre segno delle solide relazioni bilaterali che già esistono tra la Santa Sede e la Repubblica d’Armenia, che solo pochi anni ha deciso di aprire un’ambasciata presso la Santa Sede e nominare un ambasciatore residenziale. L’inaugurazione dell’ufficio di Yerevan è dunque occasione per “ricambiare” quel gesto nella speranza di un costante approfondimento dei reciproci legami. A tal proposito, il sostituto ha ricordato il prossimo anniversario – rispettivamente nel 2022 e nel 2023 – dei trent’anni dello stabilimento delle relazioni diplomatiche armeno-vaticane e la nomina del primo nunzio apostolico.  “Le buone relazioni bilaterali tra la Repubblica d’Armenia e la Santa Sede sono dovute in gran parte al nostro reciproco apprezzamento per il ruolo positivo che la religione svolge nella società civile”, ha evidenziato, ricordando che l’Armenia è stata la prima nazione ad aver abbracciato la fede cristiana, la quale “ha sostenuto questo grande popolo, specialmente nei momenti difficili della sua storia” e “ha contribuito a formare la ricca eredità spirituale e culturale dell’Armenia”.

L’eredità del popolo armeno

Questa eredità continuerà a ispirare e arricchire le future generazioni di armeni: “Con una cultura così ricca e intrisa di tradizioni, per non parlare delle esperienze di dolore e sofferenza portate dalla discriminazione e dalla persecuzione, l’Armenia ha molte lezioni preziose da insegnare alla comunità internazionale a questo proposito”, ha affermato monsignor Peña Parra. “La Santa Sede – ha aggiunto – guarda con grande attesa alla continua cooperazione bilaterale con l’Armenia su molte questioni, specialmente quelle riguardanti la libera espressione della religione e la dignità di ogni vita umana, in modo da imparare dalla storia ed evitare di ripetere alcuni dei suoi capitoli più bui”.

Verso la piena comunione

Da qui un pensiero alla Chiesa apostolica armena e all’auspicio che la nuova Casa del Papa in Armenia possa essere vista come “un’ulteriore affermazione” della comunione con la Chiesa cattolica e “ci porti un passo più vicini alla realizzazione del desiderio del Signore di unità tra i suoi seguaci”. Insieme a questo, il sostituto ha espresso la speranza che la Nunziatura a Yerevan sia per la piccola comunità cattolica locale “un segno della vicinanza del Santo Padre a loro e un forte incoraggiamento a vivere la loro fede con gioia e in comunione con i nostri fratelli e sorelle della Chiesa Apostolica Armena”.

Incontro al Ministero degli Esteri

In mattinata, tra i primi appuntamenti del suo viaggio in Armenia in programma fino al 29 ottobre, monsignor Peña Parra ha preso parte a un incontro di alto livello al Ministero degli Esteri armeno, organizzato dal ministro Ararat Mirzoyan. Anche questo, ha detto il sostituto della Segreteria di Stato, è una conferma del “rapporto di cooperazione e di amicizia” sempre esistito tra Santa Sede e Repubblica di Armenia. Nel suo discorso, il presule ha ringraziato il presidente della Repubblica e il Governo armeno che “hanno sollecitato la Santa Sede ad aprire una rappresentanza diplomatica in Armenia”. Eguale gratitudine anche al nunzio José Bettencourt per il lavoro nella creazione di questo nuovo ufficio. Progetto che, “nonostante la scarsità di risorse e di personale disponibile”, si è riuscito a realizzare in pochi mesi. Questo “perché tutti noi ci abbiamo creduto”, ha sottolineato Peña Parra, dicendosi certo che la nuova Nunziatura “sarà per l’Armenia e per la più ampia comunità internazionale un simbolo della necessità di costruire ponti, di creare opportunità di incontro e di aprire nuove strade per una pace giusta e duratura in questa regione”.

Collaborazione per il bene comune e la pace

In quest’ottica, l’arcivescovo ha ribadito il sostegno della Santa Sede di Roma alla Santa Sede di Etchmiadzin “per il bene comune e per lo sviluppo integrale del popolo armeno”, come pure al governo armeno e alla comunità internazionale per “la pace e il disarmo, i diritti umani, lo sviluppo umano e culturale, la libertà religiosa, la protezione e la salvaguardia dell’ambiente”.

La visita al Memoriale

Sempre oggi Peña Parra ha visitato il Tzitzernakaberd Memorial Complex, “la fortezza delle rondini”, il grande complesso che commemora le vittime del Metz Yeghern, lo sradicamento sanguinoso subito dagli armeni nell’impero ottomano nel 1915. Il sostituto ha firmato il Libro d’Onore, presentandosi come “pellegrino” ed offrendo le sue preghiere al Signore “per il riposo eterno di coloro che, rimanendo fedeli agli insegnamenti del Vangelo, sono stati spogliati della loro dignità umana e hanno perso la vita”. Insieme a questo, la viva speranza “che tali eventi non si ripetano mai più in futuro e che tutte le persone vivranno in libertà, vedendo i loro diritti garantiti e rispettati”. Il presule ha inoltre deposto un mazzo di fiori rossi accanto alla “fiamma eterna”, la torcia al centro del grande monumento che brucia all’infinito, quale simbolo di una memoria che mai deve spegnersi.

Cipro-Armenia: verso creazione commissione interparlamentare di cooperazione (AgenziaNova 26.10.21)

Nicosia, 26 ott 16:10 – (Agenzia Nova) – Il presidente del Parlamento dell’Armenia, Alen Simonyan, ha incontrato oggi a Nicosia il presidente della commissione parlamentare sulla cooperazione armeno-cipriota, Harris Georgiades. Secondo quanto riferisce una nota della presidenza del Parlamento di Erevan, è stata riaffermata la volontà di rafforzare i rapporti bilaterali tra Armenia e Cipro. In particolare è stata annunciata la volontà di creare una commissione interparlamentare di cooperazione con il coinvolgimento di deputati ciprioti e armeni. Simonyan ha inoltre sottolineato l’importanza del contributo di Cipro nel contesto dello sviluppo dei rapporti tra Armenia e Ue. Il formato di cooperazione trilaterale Cipro-Armenia-Grecia, secondo i due interlocutori, è stato infine un altro aspetto ritenuto essenziale per lo sviluppo di progetti congiunti. (Res)

Turchia: Erdogan, normalizzazione con l’Armenia possibile (Ansa 26.10.21)

(ANSA) – ISTANBUL, 26 OTT – “La Turchia non ha alcun problema a normalizzare i rapporti con l’Armenia”.

Lo ha affermato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan aggiungendo che la distensione dei rapporti potrà avvenire solo “se l’Armenia mostrerà una volontà sincera a risolvere i suoi problemi con l’Azerbaigian”.

Il presidente turco ha rilasciato queste dichiarazioni in una conferenza stampa congiunta con l’omologo azero Ilham Aliyev durante una visita nei territori del Nagorno-Karabakh riconquistati da Baku con il conflitto dello scorso anno contro Yerevan. (ANSA).

Studi scientifici sulle reliquie di San Mercuriale: il saluto commosso dell’ambasciatore armeno (auslromagna 26.10.21)

Grande partecipazione di persone e un saluto commosso dell’ambasciatore armeno alla Santa Sede, Garen Nazarian, presente ieri a Forlì in occasione della Festa di San Mercuriale e per incontrare il gruppo scientifico che ha condotto gli studi sulle reliquie del primo Vescovo di Forlì di origine armena.

Dopo il riconoscimento della provenienza armena di San Mercuriale, Vescovo di Forlì, avvenuta a dicembre 2019, la Festa del Patrono ha infatti accolto, quest’anno, la presenza eccezionale dell’ ambasciatore Nazarian, che ha espresso con un lungo e toccante discorso tutta la sua vicinanza e riconoscenza per il lavoro svolto dagli studiosi e la valorizzazione della figura di San Mercuriale .

“Sto ripercorrendo il cammino di Mercuriale dall’Armenia a Forlì – Questa  celebrazione è un messaggio di pace e dialogo tra i popoli. Ringrazio gli studiosi, il gruppo Ausl Romagna Cultura, la Diocesi di Forlì-Bertinoro, il Lions Terre di Romagna e la famiglia Silvestrini per il sostegno dato alle ricerche sulle reliquie. Questo è solo l’inizio di un proficuo rapporto di collaborazione tra Italiani ed Armeni e tra Armeni e  forlivesi”.  E’ di questi giorni, peraltro, la notizia che il Vaticano ha  deciso di aprire una nunziatura in Armenia per intensificare ulteriormente la cooperazione tra l’Armenia e la Santa Sede in materia di cultura, scienza, archeologia e altri settori.

L’ambasciatore, prima di essere ospite  alla festa di San Mercuriale , presso l’omonima abbazia di piazza Saffi, si era recato a visitare il Duomo di Forlì e la sede della Fondazione Cassa di Risparmio ed ha assistito  alla breve conferenza tenuta dall’antropologo fisico Mirko Traversari, che ha riepilogato i risultati dell’esame autoptico operato sui resti del proto vescovo forlivese. In basilica erano presenti il Sindaco di Forlì e  le autorità religiose, civili e militari della città.

 

Il progetto dello studio sulle reliquie

Il progetto dello studio sulle reliquie di San Mercuriale, che ha preso avvio con la ricognizione scientifica del 19 settembre 2018, nasce grazie ad una proficua collaborazione tra ricercatori ed istituzioni. Protagonisti dell’iniziativa sono Mirko Traversari, antropologo fisico e responsabile del progetto, Tiziana Rambelli e Luca Saragoni del gruppo Ausl Romagna Cultura e la Diocesi di Forlì-Bertinoro, con il contributo del Lions Club Forlì-Cesena Terre di Romagna, particolarmente attivo su attività di valorizzazione e tutela della città di Forlì, che si è dimostrato immediatamente sensibile all’importante iniziativa.

Gli studi hanno accertato che San Mercuriale è vissuto tra il II e  il III secolo d.C, e’ morto in un’età  compresa tra i 40 e i 50 anni, era alto 1 metro e 60 e soffriva di osteoporosi.

“Grazie all’immenso lavoro che in questi mesi le amiche e colleghe del Laboratorio del DNA antico dell’Università di Bologna, Campus di Ravenna, prof. Donata Luiselli e dott. Elisabetta Cilli hanno compiuto”, ha detto ancora Traversari, “siamo riusciti ad ottenere l’intero genoma mitocondriale e a decifrare l’aplogruppo delle reliquie di san Mercuriale e, in virtù di questo eccellente materiale, è stato finalmente firmato un accordo di collaborazione scientifico con il laboratorio diretto dal prof. Yepiskoposyan, che ci permetterà di approfondire l’analisi con un altissimo grado di dettaglio”.

“Studi di questo genere”, ha aggiunto, “mirano ad individuare e riconoscere ogni singola specificità e mutazione della sequenza genetica, attribuendone un significato preciso in relazione all’appartenenza ancestrale ad un gruppo popolazionistico rispetto un altro, e molto altro ancora”.

“Questa collaborazione rappresenta un nuovo punto di partenza, che aprirà certamente nuovi interessantissimi scenari scientifici e conoscitivi del nostro compatrono san Mercuriale. Ho sempre pensato che, nonostante siano già trascorsi più di due anni dall’avvio de progetto, fossimo in realtà solo all’inizio di questo affascinante cammino conoscitivo”, ha concluso Traversari.

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Festa di San Mercuriale con l’ambasciatore armeno della Santa Sede (Forlitoday 22.10.21)


Forlì celebra san Mercuriale (Corriere Romagna 22.10.21)


 

 

Minassian: il Libano soffre, mi metto a servizio per curarne i bisogni (Vaticannews 24.10.21)

Nella cattedrale di San Gregorio Illuminatore – Sant’Elia di Beirut si è svolta la cerimonia di intronizzazione del nuovo Patriarca di Cilicia degli Armeni

Robert Attarian – Beirut

È in un Libano dilaniato, stanco, sfinito, dove alla crisi politica si è aggiunta quella economica e poi la crisi sanitaria, dove manca tutto, domenica 24 ottobre 2021 si è svolta la cerimonia del Patriarca di Cilicia degli Armeni Cattolici, Sua Beatitudine Raphaël Bedros XXI Minassian, eletto come successore del defunto Patriarca Krikor Bedros XX, deceduto lo scorso maggio all’età di 94 anni. Eletto lo scorso 23 settembre 2021 durante il Sinodo dei Vescovi della Chiesa Armeno Cattolica convocato dal Santo Padre a Roma, a norma del Codice canonico, con la cerimonia odierna il neoeletto Patriarca assume ufficialmente tutte le sue funzioni e i poteri per esercitare il suo ministero a servizio della Chiesa Armeno Cattolica.

Nella lettera consegnata a Papa Francesco durante l’incontro con i vescovi armeno-cattolici a Roma, Sua Beatitudine Raphaël Bedros XXI Minassian sottolineava di voler assumere questa responsabilità come Capo, “per servire la Chiesa con tutte le mie forze”, e come Padre, “per curare i suoi bisogni, malgrado le mie umili possibilità, confidando in questo nella Misericordia di Cristo che non ci lascia mai soli”.

Alla cerimonia erano presenti tra gli altri il rappresentante del presidente della Repubblica Libanese, il patriarca maronita cardinale Béchara Boutros Räi, il patriarca della Chiesa melkita Sua Beatitudine Youssef Absi,  vescovi rappresentanti dei Patriarchi Aram I e Karekin II, il presidente dell’Unione delle Chiese evangeliche armene in Medio Oriente, l’ambasciatore dell’Armenia in Libano Vahakn Atapekian, rappresentanti deI governo dell’Armenia e del Libano e tanti rappresentanti del mondo civile, nonché fedeli della Chiesa Armeno Cattolica.

La cerimonia di intronizzazione ha origine molto antiche ed è fatta di canti, preghiere, invocazioni che si susseguono dove si alternano suppliche recitate dai vescovi della Chiesa Armena con quelle del popolo di Dio, per invocare le grazie divine per il neoeletto Patriarca. Il rito solenne di intronizzazione è stato celebrato a inizio della Santa Messa quando il candidato è stato presentato al popolo, mentre l’arcivescovo più anziano gli chiedeva di pronunciare la professione di fede e la presa di possesso delle responsabilità per questo suo nuovo ministero.

Alle preghiere e alle invocazioni è seguito poi il momento più importante della cerimonia, il rito d’intronizzazione celebrato con gesti semplici ma dal significato profondo. Dopo le letture liturgiche, i vescovi concelebranti posano sul capo del Patriarca un telo dorato che rappresenta il potere ecclesiale che viene dallo Spirito Santo, come protezione per la sua nuova missione. Si consegna poi il bastone patriarcale e due vescovi conducono il nuovo Patriarca verso la sedia patriarcale dove lo fanno sedere e si danno il segno della pace, mentre le campane della Cattedrale cominciano a suonare in segno di giubilo annunciando la lieta notizia.

Al rito dell’intronizzazione è seguita la Messa presieduta da Sua Beatitudine, Raphaël Bedros XXI Minassian, che nell’omelia ha rivolto parole di ringraziamento in primo luogo a Papa Francesco che “ha confermato la mia elezione”, poi ai vescovi del Sinodo della Chiesa armeno cattolica, che “mi hanno affidato il grande peso del Catolicosato, che porteremo avanti per la salvezza dei nostri fedeli”. Il Patriarca ha ringraziato tutti i presenti, affidandosi alle loro preghiere, per poi ricordare che proprio in questa cattedrale ha ricevuto l’ordinazione sacerdotale.

“Ieri all’inizio del mio sacerdozio, qui in Libano, c’era la guerra civile, e oggi all’inizio del mio Patriarcato, ritorno qui, nella sempre verde Patria dei cedri, per condividere con i miei fratelli e le mie sorelle, tutte le tribolazioni e le sofferenze in cui vive il popolo. Però, come abbiamo potuto vincere le sfide del passato e siamo sopravvissuti tutti insieme, sono sicuro che con la Provvidenza Divina noi potremmo vincere anche tutte le sofferenze del presente”, ha affermato Sua Beatitudine Raphaël Bedros XXI, che al termine dell’omelia richiamando la figura di Cristo, Buon Pastore che conosce i suoi e li ama, ha esortato tutti a cercare riparo da Lui con l’intercessione della Sua Santissima Madre, “affinché – ha concluso – ci aiuti  per affrontare questo difficile periodo della nostra vita”.

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Chiese orientali: Beirut, domani nella cattedrale di San Gregorio Illuminatore insediamento del nuovo patriarca di Cilicia degli Armeni, Raphaël Bedros XXI Minassian (SIR 23.10.21)

Laura Efrikian alle Stanze Ulivieri racconta la sua famiglia armena (La Nazione 23.10.21)

Arezzo 23 ottobre 2021 – “Autori in circolo” che di fatto sono uno spaccato del mondo dello spettacolo e della musica. Incontri per conoscere da vicino artisti che tutti conoscono e confrontarsi con loro. Nomi come Laura Ephrikian, la regina del circo Liana Orfei, i cantanti Don Backy e Iva Zanicchi, l’attore Paolo Conticini, Marisa Laurito, Gianmarco Sicuro, i giornalisti Rosanna Lambertucci e Michele Cucuzza, Vladimir Luxuria  in un dibattito aperto con il maestro designer cover man Luciano Tallarini che si può dire abbia vestito la musica italiana.

Una carrellata di personaggi che si ritroveranno con il pubblico alle Stanze Olivieri di Montevarchi, circolo che negli ultimi anni riesce a portare in Valdarno protagonisti del mondo dello spettacolo in veri e propri eventi esclusivi, a ingresso libero e con la direzione artistica  di  Alex Isetto, Anna Verdi, Lorenzo Giusti.

Primo appuntamento domenica 24 ottobre alle 17.30 con l’attrice, scrittrice e pittrice  Laura  Ephrikian che molti ricordano come ex moglie di Gianni Morandi, che presenterà il suo libro “Una famiglia armena” dove si racconta come donna, attrice, autrice di libri, moglie e madre, uno spaccato temporale fatto di ricordi , testimonianze, incontri speciali e memorie quotidiane.

Il padre di Laura, Angelo Ephrikian, era di origine armena, violinista, direttore d’orchestra e compositore. Ricordare la sua famiglia e le sue origini è anche un modo per ricordare come il genocidio degli armeni uccisi dai turchi nel 1915 avesse ridotto la comunità armena a pochi sopravvissuti. Fu un vero e proprio olocausto con oltre un milione e mezzo di morti. Voltando pagina, le cronache rosa poi ci ricordano di quando Laura nel 1966 sposò Gianni Morandi con cui ebbe i figli Serena, morta subito dopo il parto, Marianna e Marco, che l’hanno resa nonna di cinque nipoti.  Un raconto che la svelerà anche donna impegnata in missioni all’estero per aiutare i bambini africani.

La prima delle tante storie di vita che verranno ospitate nel salone delle Stanze Ulivieri accompagnate dal pianista Leonardo Macerini.

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Un inedito di Noè Bordignon. Sabato 23 ottobre Presentazione al pubblico della Pala San Gregorio Illuminatore battezza il re dell’Armenia Trdat III (Storiedieccellenza.it 22.10.21)

Un inedito di Noè Bordignon. Sabato 23 ottobre Presentazione al pubblico della Pala San Gregorio Illuminatore battezza il re dell’Armenia Trdat III

Un inedito di Noè Bordignon a San Zenone degli Ezzelini: è quello che sarà presentato sabato 23 ottobre alle 10.30 presso il Centro Polivalente “La Roggia” in via Caozocco, 10 nell’ambito degli eventi collaterali alla mostra dedicata a Noè Bordignon promossa dal Comune di San Zenone degli Ezzelini e di Castelfranco Veneto.

Si tratta della Pala “San Gregorio Illuminatore battezza il re dell’Armenia Trdat III”, opera inedita non firmata da Noè Bordignon, ma attribuita all’artista trevigiano che conferma il rapporto professionale e di amicizia tra Noè Bordignon, i Padri Armeni Mechitaristi e la Congregazione di San Lazzaro degli Armeni, nella cui Abbazia si conservano ancora importanti opere del pittore.

L’opera era conservata nella chiesetta di Villa Albrizzi di Sopracastello, dal 1896 possedimento della Congregazione di San Lazzaro degli Armeni. La presenza della Congregazione nel territorio comunale facilitò la vicinanza e la relazione umana tra l’artista ed i Padri Armeni Mechitaristi anche negli ultimi anni della sua vita.

Interverranno alla conferenza il dottor Marco Mondi, curatore degli itinerari della mostra, il professor Alberto Peratoner, filosofo ed esperto della lingua e della civiltà armena e Padre Serop vrt. Jamourlian della Congregazione Armena Mechitarista di Venezia.

Al termine della conferenza seguirà la visita all’opera “San Gregorio Illuminatore battezza il re dell’Armenia Trdat III” esposta nella sezione appositamente dedicata all’interno della mostra Noè Bordignon (1841-1920). Dal Realismo al Simbolismo presso la barchessa di Villa Marini Rubelli.

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Azerbaijan: la famiglia dell’offshore (Osservatorio Balcani e Caucaso 22.10.21)

Le informazioni che trapelano dai Pandora Papers mostrano, ancora una volta, l’enorme ricchezza celata all’estero dall’élite al potere in Azerbaijan. Ma quest’ultima nega e media come la Repubblica garantiscono loro un megafono per gridare al complotto

22/10/2021 –  Arzu Geybullayeva

Sono descritti come la più grande fuga di dati offshore  scoperta fino ad oggi. Sequel dei Panama Papers trapelati nel 2016, i Pandora Papers si basano sull’esame di circa dodici milioni di documenti che approfondiscono il sistema finanziario offshore, smascherando un gran numero di aziende o fornitori di servizi finanziari in tutto il mondo soliti trasferire denaro, proprietà e beni di presidenti, oligarchi, truffatori e molti altri. Ci sono voluti due anni e circa 150 testate giornalistiche per setacciare la mole di documenti. Nell’elenco dei presidenti coinvolti compare anche Ilham Aliyev, un nome e un impero familiare già apparsi in una serie di inchieste: Panama Papers  Daphne Project  Azerbaijan Laundromat  Pegasus Project  e ora i Pandora Papers.

Che cosa è cambiato?

In un’intervista  alla statunitense National Public Radio il 14 ottobre 2021 Greg Miller, corrispondente investigativo estero del Washington Post, e tra i più noti giornalisti a far parte del consorzio dell’inchiesta, ha dichiarato: “Mentre i Panama Papers venivano da un unico studio legale di Panama City [lo studio legale panamense Mossack Fonseca], i Pandora Papers provengono da 14 diverse entità da molti luoghi diversi, tra cui Panama ma anche luoghi in Europa e in Asia. Ci offrono una visione molto più ampia del mondo offshore”.

Miller nell’intervista ha poi approfondito il tema del mondo dell’offshoring e dei suoi vantaggi, dall’eludere le tasse all’evitare ricadute dalla corruzione, soprattutto tra i politici. Senza fughe di notizie come i Pandora Papers, spiega Miller, chi fa offshoring non viene scoperto.

Alcuni, tuttavia, la fanno sempre franca. Il presidente in carica dell’Azerbaijan, Ilham Aliyev, al potere dal 2003, ne è un esempio. Ilham Aliyev è salito al potere al posto del suo defunto padre, Heydar Aliyev, con elezioni definite dagli osservatori internazionali dell’epoca né libere né eque  . Da allora, il presidente Aliyev, la sua famiglia e una sfilza di funzionari governativi  sono protagonisti fissi delle indagini  locali e internazionali su corruzione e riciclaggio di denaro nel paese. Senza subire conseguenze.

Immense proprietà immobiliari

Uno dei primi eventi a porre la dinastia sotto i riflettori internazionali è stata un’indagine sull’ormai vasta proprietà immobiliare della famiglia. Nel 2010, un’inchiesta del Washington Post  ha rivelato che i tre figli di Aliyev, Arzu, Leyla e Heydar (all’epoca 24, 21 e 13 anni) possedevano diverse proprietà a Dubai per un valore di 75 milioni di dollari. La corsa all’immobiliare a Dubai non è finita qui. Nel 2018 il Progetto Daphne, una collaborazione di 18 organizzazioni guidate da Forbidden Stories in Francia, ha rivelato che le due figlie di Ilham Aliyev possedevano  sempre a Dubai anche l’hotel Sofitel sull’isola di Palm Jumeirah.

Nel 2012, un’inchiesta  dell’Organized Crime and Corruption Reporting Project (OCCRP) e Radio Free Europe/Radio Liberty (RFE/RL) ha rivelato che la famiglia regnante ha personalmente tratto profitto dalla costruzione dell’enorme sala concerti costruita per ospitare l’Eurovision Song Contest quell’anno, la Crystall Hall, costata 134 milioni di dollari presi dal budget  che avrebbe dovuto coprire il rinnovamento dei sistemi idrici e sanitari nelle aree rurali dell’Azerbaijan, nonché l’aumento di parte degli stipendi e delle pensioni nel paese.

Nel 2012, OCCRP ha anche riferito  che la figlia del presidente Arzu Aliyeva possedeva una villa di lusso del valore di un milione di euro nella ricercata località di Karlovy Vary in Repubblica Ceca, attraverso una società con sede a Praga chiamata ZODIAC Immobilienbesitz. L’indagine ha dimostrato che anche il suocero di Ilham Aliyev, Arif Pashayev, possedeva quote della società di Praga.

Lo stesso anno, il parlamento dell’Azerbaijan ha votato  una legge che impedisce l’accesso del pubblico alle informazioni riguardanti la registrazione delle società e la proprietà delle società, temendo ulteriori indagini sugli interessi e le iniziative imprenditoriali dell’élite al potere.

Oltre a Dubai e Praga, Londra è un’altra città in cui le due figlie del presidente sembrano possedere proprietà immobiliari. In totale, l’OCCRP ha riportato in un’inchiesta del 2016  che la famiglia possedeva immobili per 140 milioni di dollari.

Nel 2019, Proyekt Media ha riferito  di proprietà di lusso appartenenti ai membri della famiglia di Ilham Aliyev in Russia, compreso ancora una volta suo suocero Arif Pashayev.

I più recenti Pandora Papers rivelano  che le prime stime sulle proprietà della famiglia regnante solo nel Regno Unito hanno raggiunto i 694 milioni di dollari. “La loro proprietà di questo impero immobiliare è stata per anni sistematicamente nascosta dietro società offshore con nomi generici come Sheldrake Six e Fliptag Investments”, ha scritto OCCRP, parte del team di giornalisti che indagano sui 14 milioni di documenti.

OCCRP ha affermato di aver trovato un elenco aggiuntivo di 84 società offshore che il presidente Aliyev e i suoi associati possedevano almeno dal 2006. “Suo figlio, Heydar, ha acquisito la sua prima società offshore mentre era ancora alle elementari. Sua figlia Arzu, che ha studiato psicologia a Londra, aveva appena compiuto 19 anni quando ha acquisito la propria”, riporta OCCRP.

Quanto dimostrano le indagini più recenti è la vastità dell’impero immobiliare, imprenditoriale e di società offshore  che l’élite dominante dell’Azerbaijan è riuscita ad accumulare e costruire. Altrettanto vaste l’impunità e la sfacciataggine con cui figure come quella di Ilham Aliyev si pongono al di fuori della legge. L’intervista rilasciata al quotidiano La Repubblica  il 12 ottobre ne è l’esempio più recente. Alla domanda sui Pandora Papers, Aliyev li ha liquidati come sciocchezze, accusando gli autori delle indagini di cospirare contro il paese e la sua leadership. “Non è la prima volta che vengo accusato di malversazioni. In Occidente ci sono gruppi di potere vicini all’Armenia che usano questo tipo insinuazioni al solo scopo di screditarmi. So bene chi c’è dietro questo tipo di inchieste giornalistiche e so anche che la nostra recente vittoria nella guerra del Nagorno Karabakh non è piaciuta a tutti. Ma si tratta soltanto di una campagna orchestrata ad hoc per colpire il mio paese”, ha dichiarato il presidente al giornalista.

Aliyev ha anche affermato di aver trasferito le sue attività ai figli dopo aver preso il potere nel 2003. All’epoca Arzu, Leyla e Heydar Aliyev avevano solo 14, 17 e 6 anni. “Tutte le loro attività sono trasparenti”, ha dichiarato a La Repubblica. Rimane lecito chiedersi quanto siano effettivamente trasparenti queste attività. Le proprietà elencate finora sono state tutte scoperte nell’ambito di indagini internazionali. Né il presidente, né l’élite al potere dietro le società offshore hanno mai reso pubbliche queste loro attività economiche. Se c’è stata qualche dichiarazione, è sempre stata quella dei vari funzionari statali che negavano le richieste di spiegazioni.

Nell’intervista con NPR, il corrispondente del Washington Post Greg Miller ha dichiarato: “A causa della complessità e della segretezza del sistema offshore, non è possibile sapere quanta di quella ricchezza sia legata all’evasione fiscale e ad altri crimini e quanto coinvolga denaro che proviene da fonti legittime e se è stato segnalato alle autorità competenti”.

Si può aggiungere che è legittimo avere sospetti  su come un ragazzo di 12 anni o le sue sorelle ventenni possano acquistare proprietà per milioni di dollari a Dubai e in altre parti del mondo.
Se c’è una cosa che abbiamo imparato finora da tutte le recenti indagini sulle accuse di corruzione e riciclaggio di denaro, è che i protagonisti di queste storie la fanno franca. A luglio di quest’anno, una  cugina del presidente azero, Izzat Khanimeed e il figlio dell’ex vice ministro dell’Energia Suleyman Javadov se la sono cavata  consegnando 5,5 milioni di dollari alle autorità britanniche dopo essere stati colti in flagrante in operazioni di riciclaggio di denaro.

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La memoria non va annacquata né dimenticata: la memoria è fonte di pace e di futuro (Imgpress 22.10.12)

“Qui prego, col dolore nel cuore, perché mai più vi siano tragedie come questa, perché l’umanità non dimentichi e sappia vincere con il bene il male /…/. La memoria non va annacquata né dimenticata; la memoria è fonte di pace e di futuro”.

Questa è la frase scritta da Papa Francesco sul Libro d’Onore al Memoriale del genocidio armeno al termine della sua visita (26 giugno 2016) al luogo dedicato ai massacri.

È indubbio: il Papa, sul “genocidio degli armeni”, termine con cui si indicano le deportazioni ed eliminazioni di armeni perpetrate dall’Impero ottomano tra il 1915 e il 1916, che causarono circa 1,5 milioni di morti, ha fatto bene a dire la verità, a chiamare le cose con il loro nome senza estenuate distinzioni storiografiche. Interrogarsi sui fatti del passato, è un modo per farsi trovare meglio attrezzati nella comprensione del presente.

Ciò dovrebbe valere anche per la stessa Chiesa Cattolica, che deve riconoscere i suoi errori, i suoi peccati, la sua presunzione, la crudeltà felle sue decisioni, la sua storia fatta sì di santi e di martiri per la fede, ma anche di soprusi, divieti, stragi, censure, torture inenarrabili, condanne, scomuniche, roghi, che sarebbe veramente difficile riportarli tutti in una breve nota.

A dire il vero già Giovanni Paolo Secondo nel 2000 aveva chiesto scusa degli errori fatti dai suoi predecessori, ma quello del papa polacco, anche se è stato il più grande “mea culpa”, forse l’unico di un Papa, non ha messo, però, in discussione allora e nei lunghi anni del suo pontificato, la dottrina che sta alla base degli stessi errori.

Tale dottrina, a mio parere, scaturisce da una  “strategia teologica” – con la quale la Chiesa e i suoi teologi,  fanno credere, insegnano e predicano  che la Chiesa cattolica sia una realtà divina, una società perfetta, intoccabile e, pertanto, i suoi peccati e i suoi  errori, le persecuzioni e le crudeltà  da essa operate lungo l’arco dei secoli e gli stessi abusi sessuali del clero, che sono  venuti fuori negli ultimi tempi,  siano da considerare solo microscopici  ostacoli collaterali che si incontrano lungo la “maestosa strada che conduce al Regno di Dio” ed è bene, quindi che non se ne parli.

Si coltiva, così, l’illusione di poter in qualche modo “dimenticare”, di tenere sotto controllo le spaventose sensazioni ad essi correlate, Ma così facendo, non si pensa che si sperimenta la situazione paradossale per cui più si cerca di dimenticare più finisce per ricordare sempre di più. Scriveva Michel de Montaigne: “Niente fissa una cosa così intensamente nella memoria come il desiderio di dimenticarla”.

Per la bimillenaria istituzione della Chiesa Cattolica, è stato sempre così, ad iniziare, dall’Editto di Milano dell’imperatore Costantino del 313 d.C. e dell’Editto di Tessalonica del 380 d.C.

Proprio allora, molti pagani, infatti, rifiutarono di convertirsi alla nuova Religione e la Chiesa in virtù di tali Editti, li ha torturati ed uccisi, inaugurando, così, il suo modo di procedere forzoso di conversioneche è durato per molti secoli.

Con quegli Editti finiva il tempo di Tertulliano che presentava la comunità cristiana come una comunità vasta e vivace con differenti correnti di pensiero, dove la presenza cristiana era diffusa capillarmente (cfr. Apol. 1,7; Ad Scapulam 2,10) con missionari itineranti dei quali nella letteratura del primo e del secondo secolo si parlava molto della generosità, ospitalità dei singoli e delle comunità. I missionari itineranti non obbligavano e non costringevano ad accettare il cristianesimo né minacciavano di sanzioni.

il cristianesimo, pertanto, a contatto con il potere, si trasformò in una religione che ereditava dal paganesimo romano il suo “modus facendi et operandi”, cioè il suo modo di fare e di operare, che era quello dell’assenso pieno ed indiscusso per non incorrere in una pena che minacciava la stessa vita.

Tale mentalità o cultura fu sicuramente profonda e si è accompagnata sempre ad ambiguità e contraddizioni concernenti la fede che la Chiesa affermava di professare, che teneva, però, sganciata dalla carità intesa come accoglienza, disponibilità verso il prossimo, volontà di mettersi al servizio degli altri, dei poveri, dei bisognosi, in nome di un senso di giustizia superiore, di un anelito a ciò che è giusto, buono, bello.

Diciamolo con estrema chiarezza: questa mentalità accompagnata da tali ambiguità e contraddizioni, nella Chiesa, sono durate per quasi due millenni, fino ai nostri giorni, fino agli ultimi Papi e fino a Papa Francesco, che cerca di scardinare, In tutte le maniere, la teologia del “castigo”, della “scomunica” della “separazione” delle “mura” e la sostituisce con quella della “misericordia”, dei “ponti”, che è innanzitutto basata sulla verità e sulla tolleranza.

Papa Bergoglio sa bene come il passato prema sul presente e come il compito, che si è prefisso di compiere, comporti rilevanti problemi teorici e pratici – vere e proprie sfide alla prassi secolare della Chiesa, che molti all’interno e all’esterno dei “palazzi” pontifici, vorrebbero e lottano con tutte le forze per potere mantenere o fare rinascere.

Sa ancora come sia necessario ripensare il rapporto tra rivelazione e morale, evidenziare l’intimo intreccio di misericordia, giustizia e verità.

In modo particolare credo che sia necessario leggere con misericordia i “segni dei tempi”, di attingere, cioè, il senso della Chiesa contemporanea, di aprire un corso nuovo, cambiare metodo, lasciando alle spalle gran parte dell’impianto ereditato da lontano per ciò che riguarda i rapporti con l’umanità. Il doppio vincolo della fedeltà a Dio e all’uomo segnala un doppio percorso da intersecare. Dio non ha parlato solo nei tempi antichi e in Gesù Cristo ma parla anche oggi. La sua voce è legata ai «segni dei tempi», cioè agli eventi che ci sconcertano e in cui si avverte qualcosa che resiste e spinge oltre.

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Alla scoperta dell’Armenia: una perla tra i mondi del Caucaso (In Terris 21.10.21)

L’Armenia è una piccola nazione che ha raggiunto la sua indipendenza appena trent’anni fa dopo epoche di varie dominazioni straniere, l’ultima quella sovietica. Ma l’Armenia è anche un popolo atavico, una civiltà millenaria di origine indoeuropea e dall’identità forgiata su secoli di espressione culturale e di lotta per la sopravvivenza. Benché incastrata fra i monti del Caucaso e geograficamente non vicina, questa terra ha molti legami con l’Italia e può essere considerata a tutti gli effetti come la frontiera più orientale di un’Europa dei Popoli.

Parco della Vittoria in Armenia – Foto di Giorgio Arconte

Primo popolo cristiano della storia

Mentre nei primi secoli il Cristianesimo si diffondeva lentamente attraverso il sangue dei martiri, nel 301 d.C. Tiridate III, sovrano del regno di Armenia, a seguito di un evento miracoloso per intercessione di San Gregorio l’Illuminatore, abbraccia il Vangelo e ne fa diventare per la prima volta nell’umanità la religione di Stato. Questo evento segnerà profondamente l’anima e la storia del popolo armeno che ha assunto il Cristianesimo come fosse lo stesso colore della sua pelle e che nemmeno le persecuzioni ottomane né quelle sovietiche sono riuscite a sbiadire.

Fra Khachkar e monasteri qui le pietre parlano

Il rapporto Armenia e Cristianesimo non è scandito semplicemente dalla striscia di sangue lasciata dai tanti martiri ma si è manifestato anche con la presenza di due elementi artistici, monumentali e spirituali. Il primo sono i khachkar, ovvero croci votive scolpite dentro la pietra con ricche decorazione. Questo forma artistica è unica di questa nazione e la si trova in ogni angolo che se ne percorre a perenne esortazione della propria religiosità e identità. Il secondo sono i tanti e suggestivi monasteri (alcuni patrimonio Unesco) disseminati su tutto il territorio, espressione di un’anima profondamente mistica ma anche della ricchezza culturale di questo popolo.

L’attraente natura del Caucaso

Girare l’Armenia significa fare un’affascinante immersione nella storia ma anche attraversare altipiani, gole e canyon di carismatica bellezza. I monti del Caucaso si aprono a scenari che lasciano incantati per la rigogliosa varietà paesaggistica presente in ogni diversa provincia e che insieme alla copiosa presenza di acqua (che alimenta fontane disseminate ovunque) offrono spettacoli meravigliosi come quello delle cascate di Shaki, anche queste avvolte dalla leggenda.

Le cascate di Shaki – Foto di Giorgio Arconte

La tragedia del genocidio armeno

Una drammatica pagina di storia che ancora viene negata, ma che ha ferito terribilmente questo popolo, è l’opera di pulizia etnica perpetrata fra il 1915 e il 1918 a opera dei turchi-ottomani e che ha portato allo sterminio di ben un milione e mezzo di armeni. Chiunque voglia davvero immergersi in questo dolore e voglia esprimere la propria solidarietà, deve visitare il Tsitsernakaberd, la “collina delle rondini” dove nel silenzio si alza l’urlo doloroso del monumento ai martiri del genocidio.  La memoria è giustizia, si spera possa essere presto anche fonte di conciliazione e di pace.

Il Tsitsernakaberd – Foto di Giorgio Arconte

L’Artsakh (Nagorno Karabakh) e la guerra che continua

L’Armenia è stretta a tenaglia a Occidente dalle ostilità turche mentre a Oriente dalle aggressioni azere. L’origine di questo perenne conflitto è sicuramente storico-etnico, si trascina dall’Impero ottomano, passa per il genocidio, fino ad alimentarsi ai giorni nostri per il controllo dell’Artsakh. Questa regione dove ogni singola pietra parla armeno, negli anni ’20 è stata arbitrariamente ceduta da Stalin all’Azerbaijan per normalizzare i rapporti con la Turchia ma facendone di fatto una turbolenta enclave armena in terra straniera. Con lo scioglimento dell’Unione Sovietica, l’Artsakh (intanto divenuto oblast autonomo nell’URSS) ha proclamato la propria indipendenza raggiunta con il sacrificio di una guerra che ha animato i primi anni ’90 e che si concluse con una schiacciante vittoria armena benché la comunità internazionale non riconobbe mai il nuovo Stato. Nell’autunno scorso le forze militari azere, con una pesante offensiva hanno rioccupato 2/3 della regione rovesciandone completamente gli equilibri. Nonostante il cessate il fuoco mediato dalla Russia, questo conflitto è destinato a riaccendersi presto nell’indifferenza di un Occidente molto attento ai diritti umani ma solo quando non disturbano i suoi interessi legati al petrolio e al gas, nella fattispecie quelli azeri che fruttano l’uso di armi non convenzionali, il dispiegamento di mercenari jihadisti e soprattutto il silenzio della comunità internazionale.

Armenia, sorella d’Italia

Una piccola curiosità è sapere che Casa Savoia, seppur formalmente, detiene ancora il titolo di sovrana dell’Armenia e fa pensare quanto questo popolo così lontano sia in realtà profondamente legato con l’Italia. Ci sarebbe tanto da scrivere in merito, dalle comunità della diaspora arrivate sulla nostra penisola per sfuggire al genocidio armeno, dall’isola di San Lazzaro a Venezia che ospita l’ordine dei mechitaristi, dalle testimonianze archeologiche, monumentali e linguistiche che hanno lasciato gli armeni durante il medioevo quando difendevano le coste dell’Italia bizantina dalle incursioni saracene, dalle oltre cento aziende italiane che continuano a investire in questa terra. Un rapporto così ricco che di fatto rende l’Armenia una storica sorella del Belpaese, benché trascurata.

Trincea nella guerra del sangue contro l’oro

La civiltà armena è millenaria, ha affrontato secoli di prepotenze straniere senza mai lasciarsi assorbire (e così morire), è rinata dopo un genocidio che ne aveva decimato la popolazione, ha resistito alla violenza sovietica. L’Armenia sa che da sempre deve sopravvivere e anche oggi è così. La sua forza risiede in una profonda coscienza nazionale forgiata dalla lotta e maturata dall’amore per la propria identità. Lo spirito armeno è espressione di una spiccata sensibilità artistica e culturale, rafforzato da un’autentica religiosità, che ha consentito a questo popolo di avvinghiarsi al proprio patrimonio identitario per affacciarsi sul terzo millennio ancora integro. Ma le nuove sfide sono ancora più impegnative perché oggi il nemico è immateriale, si presenta con i volti affascinanti e menzogneri di “progresso” e “globalizzazione”. Ma per i nuovi sacerdoti arcobaleno non sarà facile travolgere e livellare ai grigi canoni del consumismo questa terra che si regge ancora sulla solidità delle proprie famiglie, focolari di amore, baluardo della tradizione, eredità per le generazioni.

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