Nagorno Karabakh, nuova escalation (Osservatorio Balcani e Caucaso e altri 30.03.22)

Per più di un anno in Nagorno Karabakh il cessate il fuoco concordato dopo il conflitto del 2020 ha retto. Ci sono stati scambi di fuoco fra Armenia e Azerbaijan, ma il più delle tensioni hanno riguardato i vecchi-nuovi confini fra i due paesi, cioè i confini di stato che Yerevan e Baku si sono trovate ad avere una volta che il cuscinetto del territorio del Karabakh come era uscito dalla prima guerra è stato rimosso.

Le profonde differenze fra gli scontri transfrontalieri e quelli nel territorio di quel rimane del Karabakh sono la natura del contendere, e la presenza o meno di una forza d’interposizione. Per quanto riguarda il primo aspetto, l’assenza di un accordo sul perimetro dei confini è l’origine degli scontri transfrontalieri, anche se c’è un accordo di fondo sulla legittimità dei due territori separati. Armenia e Azerbaijan si riconoscono reciprocamente, ma non sono d’accordo su dove inizia uno e finisce di conseguenza l’altro. Per il Karabakh è diverso: l’Azerbaijan non ne riconosce l’esistenza. Non esiste per Baku quel territorio e quella specificità locale. Per Baku è tutto Azerbaijan e gli armeni che vi risiedono sono cittadini azeri che devono accettare la giurisdizione di Baku e temporaneamente vi sono dei peacekeeper russi.

Questo porta direttamente alla seconda differenza: sui confini di stato armeno-azeri non ci sono forze di interposizione, in Karabakh invece c’è un contingente di circa 2000 uomini di Mosca, sul cui operato però ora piovono critiche da ambo le parti.

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Nagorno-Karabakh, “rischio escalation militare”. Nuovo fronte che coinvolge la Russia (Il Giorno 29.03.22)


Come la guerra in Ucraina agita le acque in Asia (Lanuovabq 29.03.22)


Il Caucaso e la guerra in Ucraina: tra astensionismo e supporto (Ilcaffegeopolitico 29.03.22)


Si riapre il fronte del Nagorno Karabakh: la Russia sempre protagonista (Eastwest.eu 29.03.22)


La “minaccia di escalation militare” nel Nagorno-Karabakh La Russia è su un nuovo fronte. (Tebigeek 29.03.22)


Kiev chiama, l’Azerbaijan riapre il fronte Nagorno-Karabakh (Il manifesto 29.03.22)


#UKRAINERUSSIAWAR. Nagorno-Karabakh e gli interessi azeri anti-russi (Agcnews)


Guerra Russia-Ucraina, l’attivista dei Fridays for Future russi: “L’Ue smetta di comprare combustili da Mosca, così finanzia il conflitto” (Ilfattoquotidiano)

Italia-Armenia: in scena a Jerevan “La Traviata” di Verdi (Aise 30.03.22)

JEREVAN\ aise\ – In occasione del trentesimo anniversario dello stabilimento delle Relazioni Diplomatiche tra la Repubblica Italiana e la Repubblica di Armenia, è stata organizzata la rappresentazione de “La Traviata” di Giuseppe Verdi.
L’evento si è tenuto lo scorso 24 marzo al Teatro Nazionale Accademico dell’Opera e del Balletto “Alexander Spendiaryan” di Jerevan e che è stato presentato dall’Ambasciatore d’Italia in Armenia, Alfonso Di Riso.
Presente all’iniziativa, il Vice Ministro degli Affari Esteri armeno, Paruyr Hovhannisyan, oltre a numerosi rappresentanti delle autorità locali, del corpo diplomatico e del mondo della cultura. (aise) 

Giornalista armena scappata da Kiev con le figlie ora accolta in Friuli (Rainews 30.03.22)

E’giunta in Italia lo scorso 4 marzo da Kiev attraverso la Polonia dopo un lungo viaggio per scappare dalla guerra e mettere in salvo le figlie di 14 e 16 anni. E’ la storia di Maira corrispondente di alcuni giornali Armeni dalla capitale dell’Ucraina. Vedova con una bambina diabetica arrivata in Italia a Cortina ha passato alcuni giorni presso una famiglia armena a Pozzuolo del Friuli adesso è ospite del seminario di Castellerio a Pagnacco con altre 20 famiglie.

Nel servizio Maira Ghazaryan, giornalista

Martedì, all’Università di Messina, presentazione del libro “Syrian Armenians and the Turkish Factor” (98zer.com 30.03.22)

Martedì 5 aprile, alle ore 12:30, l’Aula B dell’ex Dipartimento di Farmacia (Polo Didattico Universitario Annunziata) ospiterà la presentazione del libro dei proff. Marcello Mollica e Arsen Hakobyan dal titolo “Syrian Armenians and the Turkish Factor: Kessab, Aleppo and Deir ez-Zor in the Syrian War”.

Dialogheranno con gli autori i proff. Giuseppe Giordano, Direttore del Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne (Dicam), Salvatore Speziale, docente di Storia e Istituzioni dell’Africa e del Vicino Oriente (Dicam) e Francesco Pira, docente di Teorie Tecniche del Linguaggio Giornalistico (Dicam).

Il volume esamina le trasformazioni sociali generate dal conflitto siriano nelle vite degli armeni siriani. Gli autori attingono a materiale documentario e lavoro sul campo svolto tra il 2013 e il 2019 tra armeni siriani in contesti urbani armeni e libanesi. Le storie rivelano come gli eventi contemporanei siano visti avere diretti legami con il passato e riproducono ricordi legati al genocidio armeno; il coinvolgimento della Turchia nella guerra siriana è così letto come tentativo di controllare, o financo di eliminare, la presenza armena in Siria.

L’identità siro armena racchiude complesse interazioni tra memoria, reti transnazionali, identità collettiva ed esperienze della ‘quotidianità’ durante la guerra. Nello specifico, il libro guarda al ruolo della memoria durante alcuni eventi determinanti: il bombardamento di siti storici armeni durante le commemorazioni del 24 aprile nella città siriana orientale di Deir ez-Zor; il passaggio dalla distruzione della cultura materiale siroarmena al tentativo di distruggere la stessa comunità nell’area urbana di Aleppo; e le transazioni informali che avvengono nella zona di confine di Kessab.

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Messina: sarà presentato libro sulle trasformazioni sociali generate dal conflitto siriano nelle vite degli armeni siriani (amnotizie 30.03.22)

Gli armeni di Leopoli, ‘Noi siamo con Kiev’ (Ansa 30.03.22)

Sono gli armeni di Leopoli e, sin dal primo giorno, non hanno mai avuto un dubbio: “Essere al fianco dell’Ucraina”. A spiegarlo in un intervista all’ANSA è Tigran Aryutinov, portavoce di una comunità che da secoli abita nella capitale dell’Ovest del Paese. “Un tempo qui c’erano cinque chiese e sei monasteri, ora ne è rimasta una, ma è bellissima”, racconta Aryutinov, imprenditore edile di mestiere, volontario sin dall’inizio del conflitto per vocazione. “Ogni armeno sta dando una mano come può, ci sono i ristoratori che cucinano per gli sfollati e coloro che hanno deciso di arruolarsi”.
L’Armenia, Paese considerato piuttosto vicino alla Russia soprattutto nel contesto della guerra del Nagorno-Karabakh, è rimasta in posizione abbastanza defilata dall’inizio della guerra. Ma Tigran fa una distinzione tra l’azione del governo e il volere del popolo. “La nostra politica guarda alla Russia da anni ma la popolazione no. Anzi, è contro l’influenza di Mosca e ci sentiamo traditi da Putin. Dall’inizio della guerra ci sono state già 12 manifestazioni di protesta a Yerevan”, racconta il portavoce degli armeni di Leopoli. Gettando un’ombra sull’equilibrio, già molto fragile, tra il suo Paese e l’Azerbaigian. “Gli effetti della guerra in Ucraina sul Nagorno-Karabakh già sono cominciati. Il rischio è che in due-tre mesi l’Azerbaigian se lo riprenda”.
Anche perché, secondo Tigran, la guerra sarà molto lunga.
“Il conflitto è appena cominciato”, premette, spiegando di non essere stato per nulla sorpreso né dall’offensiva russa del 24 febbraio né dal mancato intervento della Nato. “L’Ucraina è il terreno di scontro tra Occidente e Mosca. Attraverso questa guerra il primo vuole indebolire la seconda”, sottolinea. Del resto – aggiunge – “chi ha vissuto il 2014 sapeva benissimo che prima o poi questo momento sarebbe arrivato”. Più scontato, forse, il suo scetticismo per il ruolo della Turchia nei negoziati. “Ma non c’entra la questione del genocidio, non è stato certo Recep Erdogan a perpetrarlo. Il tema è che io di lui non mi fido. Erdogan è solo amico di se stesso e non ha mai giocato pulito”, spiega Aryutinov. Il suo tono, tuttavia, trasuda solo realismo. “Qui siamo consapevoli che il conflitto durerà, è il momento di dare una mano. D’altra parte in questa città tutte le religioni hanno sempre convissuto nella maniera più pacifica”.

La guerra di Putin eccita Nord Corea, Cina e Azerbaigian (Tempi 28.03.22)

Kim Jong-un minaccia il mondo con un missile balistico intercontinentale; Xi Jinping aumenta la pressione su Taiwan; Baku torna a invadere l’Artsakh. La Russia in Ucraina ha aperto un vaso di pandora

La Corea del Nord ha testato il lancio del più grande missile intercontinentale mai costruito; la Cina «ha aumentato la pressione su Taiwan» aumentando i timori di un’attacco contro l’isola; l’Azerbaigian, approfittando della distrazione della comunità internazionale, ha invaso di nuovo il Nagorno Karabakh a danno degli armeni dell’Artsakh. L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia di Vladimir Putin potrebbe aver aperto un vaso di pandora, eccitando le velleità militari di molti paesi.

La Nord Corea torna a fare paura

L’iniziativa più preoccupante è sicuramente quella di Pyongyang, che giovedì ha testato il missile balistico intercontinentale (Icbm) Hwasong-17 violando le risoluzioni dell’Onu. Sono passati cinque anni da quando la dittatura di Kim Jong-un ha testato l’ultimo Icbm e secondo il Carnegie Endowment for International Peace il lancio rappresenta «una pietra miliare» per l’arsenale atomico nordcoreano.

Il Hwasong-17 era stato mostrato per la prima volta dalla Nord Corea a una parata militare del 2020. Il lancio, avvenuto alla presenza di Kim Jong-un, come sottolineato dalla propaganda nordcoreana è stato un «successo»: dopo essere volato a un’altezza di 6.000 km per oltre un’ora, percorrendo una distanza di 1.090 km, è caduto nelle acque della zona economica esclusiva del Giappone. Secondo gli esperti, se lanciato su una traiettoria standard, il missile, che può essere armato con una testata atomica, sarebbe in grado di volare per oltre 13 mila km e colpire qualunque città degli Stati Uniti.

«Lotta all’imperialismo americano»

Come reso noto dall’agenzia statale Kcna, Kim ha dichiarato che il nuovo missile balistico intercontinentale «renderà di nuovo chiaramente consapevole il mondo intero del potere delle nostre forze armate strategiche. Il nostro paese ora è del tutto pronto per un confronto di lungo periodo con gli imperialisti statunitensi».

Pronta la risposta della Corea del Sud: il presidente Moon Jae-in ha ordinato il lancio di missili balistici e tattici (guidati in volo) verso il mare. Il comando militare sudcoreano si è dichiarato «pronto e capace di effettuare strike di precisione contro i siti degli ordigni nordcoreani e i loro sistemi di comando e controllo, in caso di necessità».

Aumenta la pressione della Cina su Taiwan

Preoccupante è anche l’attivismo della Cina nei confronti di Taiwan. Secondo l’ammiraglio John Aquilino, a capo del commando americano nell’Indo-Pacifico, Pechino sta aumentando la sua assertività nei confronti dell’isola e nel Mar cinese meridionale. «Nessuno di noi cinque mesi fa avrebbe mai previsto l’invasione dell’Ucraina. [Anche quella di Taiwan] può davvero accadere, dunque», ha dichiarato Aquilino al Financial Times.

«La Cina», continua Aquilino, «ha aumentato la pressione su Taiwan con attività marittime e operazioni aeree. Non sto dicendo che sono più preoccupato di prima, ma constato che la pressione è in aumento e dobbiamo essere pronti».

L’Azerbaigian invade ancora l’Artsakh

Calpestando il diritto internazionale e l’accordo firmato nel 2020 di nuovo, l’Azerbaigian il 23 marzo ha occupato il villaggio di Parukh, nell’Artsakh. L’esercito è entrato, armi in mano, senza sparare ma terrorizzando la popolazione, che è stata subito evacuata per evitare il peggio. Colloqui tra Armenia, Azerbaigian e Russia sono in corso per costringere l’esercito azero a retrocedere.

Anche il vicino villaggio di Khramort è stato evacuato dalle autorità dopo che si sono verificati scontri a fuoco tra armeni e azeri. Cinque soldati dell’Artsakh sarebbero rimasti feriti negli scontri e cinque azeri sarebbero morti.

La situazione nel Nagorno Karabakh è sempre più tesa dopo che lunedì le autorità azere hanno interrotto il passaggio di gas verso le città controllate dall’Artsakh, lasciando gli abitanti al gelo con le temperature che scendono anche a meno dieci gradi. Le tubature passano infatti dal territorio conquistato nel 2020 da Baku e le autorità avrebbe manomesso il condotto aggiungendo una valvola per aprire e chiudere il passaggio del gas a piacimento.

Putin ha aperto un vaso di Pandora

L’Artsakh, come denunciato dal premier armeno Nikol Pashinyan, «è sull’orlo della catastrofe umanitaria». Nonostante l’accordo sul cessate il fuoco, infatti, le autorità di Baku continuano a rendere la vita impossibile alla popolazione dell’Artsakh nel tentativo di costringerla ad abbandonare le proprie case.

Il disprezzo per il diritto internazionale dimostrato dalla Russia in Ucraina ha scatenato gli appetiti di superpotenze e attori regionali, che seguendo l’esempio di Putin potrebbero decidere di forzare la mano e lanciare campagne militari per ottenere conquiste territoriali.

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Artsakh – Azeri attaccano gli armeni e la Russia chiede il rispetto della tregua (Assadakah 28.03.22)

Letizia Leonardi (Assadakah Roma News) –

Dopo giorni di sabotaggi e attacchi azeri sulla popolazione armena del Nagorno Karabakh (Artsakh) è finalmente intervenuta la Federazione Russa. Il Cremlino ha invitato l’Azerbaijan a rispettare gli accodi di pace firmati, dopo la recente sanguinosa guerra dei 44 giorni, il 9 novembre del 2020. Viste le crescenti tensioni, che di verificano nella regione caucasica, non è stato escluso il potenziamento del contingente di pace russo A parlare di questa eventualità è stato il portavoce presidenziale russo Dmitry Peskov. Il Ministero della Difesa ha invitato le parti ad applicare gli accordi. La Russia ha accusato, per la prima volta, dopo la fine del conflitto, l’Azerbaijan di aver violato il cessate il fuoco, procurando diverse vittime e feriti di parte armena e ha invitato Baku a ritirarsi dai territori occupati.

Il Ministero della Difesa russo ha anche accusato le truppe azere di usare droni, forniti dalla Turchia, per colpire l’esercito di difesa armeno e colpire obiettivi militari ma anche civili.

Nonostante l’indifferenza del mondo, suscita preoccupazione, al Cremlino, l’escalation di atti belligeranti compiuti dagli azeri in queste ultime settimane. Il presidente Vladimir Putin, in questi giorni, ha parlato della situazione del Nagorno Karabakh con il Primo Ministro armeno Nikol Pashinyan.

La Russia ha esortato l’Azerbaigian a ritirare le truppe dalle zone occupate e di rispettare gli accordi trilaterali. L’Azerbaijan non è intervenuta in modo ufficiale ma è notizia di queste ultime ore il ritiro delle truppe azere da Parukh, che è adesso sotto il controllo della forza di pace russa ma ancora si attende il ritiro dell’Azerbaijan dagli altri territori occupati.

L’Armenia continua comunque a chiedere l’intervento della Comunità Internazionale per il riconoscimento dell’autoproclamata Repubblica di Artsakh. Finché non avverrà questo fondamentale passo resterà una situazione congelata, destinata a provocare continue tensioni. L’invasione di Parukh è stata infatti preceduta da bombardamenti, inviti all’evacuazione e atti di violenza.

La popolazione armena sta lanciando da giorni grida di aiuto anche per una possibile “catastrofe umanitaria” in Karabakh, dopo che gli azeri hanno danneggiato il gasdotto e impedito il ripristino della conduttura, lasciando circa 100 mila persone al gelo.

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La Russia accusa l’Azerbaigian. Si riaccende il Nagorno-Karabakh, tra tregue violate e gas tagliato (Huffington Post 28.03.22)


Putin minaccia il gas ‘italiano’, è scontro con l’Azerbaigian (Europatoday)


Nagorno Karabagh. Mosca Accusa Baku di Violare il Cessate il Fuoco. (Stilum Curiae)


 

La Russia accusa l’Azerbaigian: violata la tregua in Nagorno-Karabakh (Euronews 27.03.22)

La Russia accusa l’Azerbaigian di violare l’accordo sul cessate il fuoco con l’Armenia in Nagorno-Karabakh, mediato nel novembre del 2020.

Baku ha respinto la richiesta di Mosca, che sollecita ritiro delle truppe azere dalle aree sotto il controllo delle forze di pace russe.

Secondo il Cremlino, le forze dell’Azerbaigian hanno compiuto quattro raid nell’area, usando i droni turchi Bayraktar.

Con una nota ufficiale, il ministero della Difesa russo ha dunque puntato il dito contro l’Azerbaigian per aver violato le disposizioni della dichiarazione tripartita dei leader di Russia, Azerbaigian e Armenia e ha chiesto l’immediato ripiegamento delle truppe.

L’avanzata azera avviena in pieno conflitto russo-ucraino.
Baku sostiene che Mosca non ha i diritto di definire illegali le mosse militari.
Le zone di confine tra il Nagorno-Karabakh e l’Azerbaigian rimangono militarizzate in un regime di “cessate il fuoco”, che registra numerose violazioni su entrambi i fronti.

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Tensioni tra Russia e Azerbaigian. Il rischio per Mosca di scoprire i fronti (Formiche.net 27.03.22)


Nuovo fronte: la Russia accusa l’Azerbaigian di aver violato il cessate il fuoco in Karabakh (Rennovatio21 27.03.22)

Ruanda, Armenia, Bosnia: i genocidi sono una cosa, le guerre d’aggressione, un’altra. Vademecum per Zelensky e Putin (Globalist 27.03.22)

Ruanda, Armenia, Cambogia, Siria, Cecenia, Kurdistan iracheno, Rojava curdo-siriano, Bosnia. E il fascismo italiano in Etiopia, Eritrea, Libia. Non c’è bisogno di ricordare l’Olocausto o cianciare su un “nuovo Hitler” insediato al Cremlino, per denunciare crimini contro l’umanità e criminali di guerra.

GENOCIDIO. Un crimine che ha insanguinato la storia, marchiato i quattro angoli del pianeta.

Sia chiaro: quella che si sta combattendo in Ucraina è una guerra d’aggressione, nella quale è chiaro chi sia l’invasore e chi sta resistendo all’aggressione.  Per questo non c’è bisogno, anzi è fuori luogo, il ripetere da parte del presidente Zelensky che contro il popolo ucraino si sta portando avanti, da parte del “nuovo Hitler” del Cremlino, la “soluzione finale”, arrivando, lui ebreo, a tirare in ballo la Shoah. Non c’è bisogno di queste forzature storiche, di paragoni imparagonabili, per dire della gravità di ciò che gli ucraini stanno subendo.

Ma il GENOCIDIO è altra cosa dall’Aggressione.  E’ voler cancellare dalla faccia della terra un popolo, una etnia, colpevole di esistere. Semplicemente di esistere. E questo crimine investe anche noi. Noi Europa, noi Occidente. Chiunque abbia esercitato un potere coloniale: Francia, Regno Unito, Belgio, Olanda, Portogallo. E sì, anche l’ItaliaGENOCIDIOè quello condotto dalla Cina contro la minoranza uiguri. E’ quello dei turchi contro gli armeni.  “Scarafaggi”. “Esseri inferiori”…La memoria storica non può, non deve essere selettiva. Manipolata a seconda di tornaconti politici, interessi economici più o meno inconfessati o inconfessabili. Decine e decine di milioni di esseri umani perseguitati, trucidati semplicemente perché esistevano.

GENOCIDIO è quello  del Ruanda fu uno dei più sanguinosi episodi della storia dell’umanità del XX°secolo. Secondo le stime di Human Rights Watch, dal 7 aprile alla metà di luglio del 1994, per circa 100 giorni, in Ruanda vennero massacrate sistematicamente (a colpi di armi da fuoco, machete, pangas e bastoni chiodati), almeno 500.000 persone; le stime sul numero delle vittime sono tuttavia cresciute fino a raggiungere cifre dell’ordine di circa 800.000 o 1.000.000 di persone.

Le vittime furono prevalentemente di etnia Tuts, corrispondenti a circa il 20% della popolazione, ma le violenze finirono per coinvolgere anche Hutu moderati appartenenti alla maggioranza del paese. L’odio interetnico fra Hutu e Tutsi, molto diffuso nonostante la comune fede cristiana, costituì la radice scatenante del conflitto, pur se l’idea di una differenza di carattere razziale fra queste due etnie è estranea alla storia ruandese e rappresenta semmai uno dei lasciti più controversi del retaggio coloniale belga.  Fu infatti l’amministrazione coloniale del Belgio che, a partire dal 1926, trasformò quella che infatti era una semplice differenziazione socio-economica (gli Hutu erano agricoltori, i Tutsi allevatori; e gli scambi e i matrimoni misti fra i due gruppi erano comuni) in una differenza razziale basata sull’osservazione dell’aspetto fisico degli individui.

GENOCIDIOE’ quello degli armeni. 

“Aksor! Gridavano le donne. Questa parola – deportazione – suscitò in mia madre un urlo di disperazione. Lei sapeva”. Era il luglio del 1915 e a ricordare è Varvar, che allora aveva 6 anni e che in seguito raccontò alla figlia, giornalista e scrittrice, la sua storia di sopravvissuta al genocidio degli armeni. Una tragedia e un crimine contro l’umanità che fino al 1973 il mondo ha finto di ignorare. Solamente allora, infatti, la Commissione dell’Onu per i diritti umani ha riconosciuto ufficialmente lo sterminio di circa 1 milione e mezzo di armeni – da parte dell’Impero ottomano – come il primo genocidio del XX secolo.

Gli armeni divennero agli occhi degli ottomani una minaccia esistenziale, e tra il marzo e l’aprile del 1915 si delineò l’intenzione sistematica di eliminarli dal territorio dell’impero.

Gli intellettuali e i mercanti armeni nelle grandi città dell’impero, come Istanbul e Smirne, furono arrestati e in gran parte uccisi, ma il vero genocidio si compì nell’Anatolia orientale. Gli attacchi dell’esercito ottomano contro la popolazione armena e le persecuzioni sistematiche furono atroci. Alcune comunità armene cercarono di opporre resistenza, come quella della provincia di Van, sul lago omonimo, ma fu in gran parte inutile: quando le forze russe conquistarono Van, trovarono 55 mila cadaveri di armeni.

L’impero ottomano cominciò inoltre un vasto programma di deportazioni di massa: anziani, donne e bambini furono costretti a lasciare le loro case e a percorrere centinaia di chilometri a piedi per poi essere rinchiusi in decine di campi di concentramento nel deserto della Siria: la maggior parte dei prigionieri fu giustiziata o morì di stenti, di fame e di malattie.

La gran parte del genocidio degli armeni si compì nel giro di un anno, tra il 1915 e il 1916, ma i massacri continuarono anche per gran parte degli anni Venti.

Dei 2,5 milioni di armeni che si trovavano nell’impero ottomano all’inizio del secolo il 90 per cento fu ucciso o deportato fuori dall’impero. Si stima che alla fine del genocidio circa un milione di armeni morì per mano degli ottomani. Alcune centinaia di migliaia di donne e bambini furono costretti a convertirsi all’Islam e furono adottati da famiglie turche, mentre moltissimi altri armeni fuggirono, creando una diaspora che ancora oggi è forte in molti paesi del mondo, compresi gli Stati Uniti.

 “Italiani, brava gente”.

E poi noi, noi Italia. Nelle scuole superiori dovrebbe essere adottato un libro straordinario, scritto da una persona straordinaria qual è stato Angel Del Boca, lo storico del colonialismo italiano, scomparso. Il libro s’intitola I gas di Mussolini. Il fascismo e la guerra di Etiopia (Editori Riuniti).

Oltre trentamila civili etiopi uccisi, quasi tutti civili, molte donne, bambini, moltissimi mendicanti. In gran parte bruciati vivi, impiccati, ammazzati di botte, fucilati davanti alle loro case o in strada in virtù di una presunta superiorità razziale italiana e della cieca volontà di dominio di Benito Mussolini. Anche l’Etiopia ha le sue “giornate della memoria”, a ricordo del cosiddetto massacro di Addis Abeba del 19, 20 e 21 febbraio del 1937, una strage commessa durante il periodo dell’occupazione da parte dell’Italia fascista (1935-1941).

Tra il 19 e il 21 febbraio del ’37, centinaia di civili italiani, militari del Regio Esercito e squadre fasciste diedero vita a una spietata rappresaglia dopo un attentato commesso dai partigiani etiopi contro il viceré Rodolfo Graziani ed altri ufficiali del suo seguito, gerarchi fascisti negli anni precedenti non aveva esitato a fare della popolazione etiope “carne da macello”, anche riversando – su ordine proprio di Graziani – tonnellate e tonnellate di agenti chimici, come le bombe all’iprite vietate dalle convenzioni internazionali. Contro quel massacro combattevano i patrioti etiopi. Due eritrei della resistenza etiope la mattina del 19 febbraio lanciarono delle bombe a mano nel palazzo Guennet Leul di Addis Abeba causando la morte di sette persone e il ferimento di una cinquanta di presenti, tra cui Graziani, i generali Aurelio Liotta e Italo Gariboldi, il vice-governatore  Armando Petretti e il governatore della capitale Alfredo Siniscalchi.

La risposta del regime fascista fu brutale. In meno di tre giorni le strade di Addis Abeba vennero prese d’assalto da squadracce fasciste: militari italiani armati di tutto punto e moltissimi civili scesero in strada dando vita a quella che Antonio Dordoni, un testimone, definì “una forsennata caccia al moro”. “In genere – si legge nel libro dello storico Angelo Del Boca – davano fuoco ai tucul con la benzina e finivano a colpi di bombe a mano quelli che tentavano di sfuggire ai roghi”. Alla rappresaglia presero parte non solo i soldati italiani ma, in un clima di assoluta impunità, anche commercianti, autisti, funzionari e persone comuni che si macchiarono di violenze di ogni tipo. Gli etiopi che malauguratamente portavano addosso anche solo un coltello, venivano uccisi sul posto; in migliaia furono arrestati e torturati senza alcuna ragione, senza nessuna prova a loro carico. La ritorsione fu particolarmente feroce negli agglomerati di tucul lungo i torrenti Ghenfilè e Ghilifalign, che attraversano Addis Abeba da nord a sud. “Per ogni abissino in vista – scriveva Del Boca – non ci fu scampo in quei terribili tre giorni ad Addis Abeba, città di africani dove per un pezzo non si vide più un africano”. I corpi di migliaia di civili etiopi vennero gettati in fosse comuni: alla fine si contarono oltre 30mila vittime, tutte innocenti, tutte etiopi.

Per non dimenticare. Per non auto-assolverci. E per poter superare, ciascuno di noi, la “prova dello specchio”. Guardarsi in faccia e non provare vergogna.

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