Antonia Arslan: “L’Europa non si nasconda ma apra il dialogo con Putin”. (La Stampa 06.03.2022)

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«Ci sono rifugiati di serie A e di serie C. Nessuno che voglia essere onesto può negarlo. Non ho sentito nessuna solidarietà quando è scoppiata la guerra nel Nagorno Karabakh, alla quale ho dedicato una ballata. Centocinquantamila persone contro milioni di altre che avevano i più sofisticati strumenti di morte, capaci di individuare gli obiettivi tramite il calore. Quindi, sì, certo ci sono rifugiati, profughi e guerre di serie A e di serie C. Questo non toglie nulla al fatto che sono contenta che oggi, finalmente, si faccia qualcosa».
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MARIA BERLINGUER
Antonia Arslan, docente di letteratura italiana, saggista e autrice de La masseria delle allodole, nel quale racconta la tragedia del popolo armeno, il cui eccidio ha ispirato Hitler nella pianificazione dello sterminio degli ebrei, è scossa dalle notizie che arrivano dall’Ucraina e dalle immagini di donne, vecchi e bambini in fuga.
«È l’immagine della guerra. Con la sua umanità dolente. Non è una sorpresa per me, perché da bambina ho visto la fine della Seconda guerra mondiale e, quindi, mi ricordo benissimo degli sfollati. Con mia madre siamo scappate a un mitragliamento,buttandoci in un fosso con altre donne e bambini. Per me non è una sorpresa, è il ripetersi della guerra come realtà che accompagna l’uomo da sempre. Sono cose terribili, che andrebbero evitate a tutti i costi, però sono un po’ stupita dalla sorpresa che sembra manifestarsi per questa guerra, come se non ce ne fossero state altre anche in Europa. Nell’ex Jugoslavia, che è molto più vicina a noi, sono accadute atrocità incredibili pochi anni fa. Abbiamo come sempre la memoria corta»
Nel 2021 abbiamo lasciato i profughi che Lukashenko ammassava ai confini della Polonia al freddo,scalzi. C’erano bambini e donne, famiglie di afghani e siriani in fuga dalla guerra. Ma non c’è statala solidarietà e la mobilitazione di oggi. Perché?
«Ci sono rifugiati di serie A e di serie C. Nessuno che voglia essere onesto può negarlo. Non ho sentito nessuna solidarietà quando è scoppiata la guerra nel Nagorno Karabakh, alla quale ho dedicato una ballata. Centocinquantamila persone contro milioni di altre che avevano i più sofisticati strumenti di morte,capaci di individuare gli obiettivi tramite il calore. Quindi, sì, certo ci sono rifugiati, profughi e guerre di serie A e di serie C. Questo non toglie nulla al fatto che sono contenta che oggi, finalmente, si faccia qualcosa».
Pensa che l’aver applicato la Convenzione 55 per i rifugiati ucraini aiuterà anche i rifugiati di altre guerre?
«È così che succede nella storia: a un certo punto i fatti impongono una lettura diversa e tante costruzioni egoistiche si frantumano. Forse non sentiremo più frasi come “aiutiamoli a casa loro”. Potrebbe essere uno spartiacque. Almeno lo spero». Il genocidio degli armeni è stato rimosso per decenni. Noi invece abbiamo già dimenticato la tragedia dell’Afghanistan della Siria. Guerre ancora in corso.
«La memoria va alimentata, perché le tragedie non si ripetano. È un aspetto fondamentale ricordare. Ma sono sempre più convinta che non servano a tanto i giorni della memoria. Io tengo moltissimo a che si renda omaggio alla Shoah e, prima, allo sterminio degli armeni, ma questo deve essere spalmato come coscienza personale. Nelle scuole quello che è importantissimo non è portare gli studenti alla celebrazione del Giorno della memoria, che diventa un rituale, ma che i ragazzi siano coinvolti. Devono introiettare una visione della realtà per la quale ciascuno di loro, come ognuno di noi, potrebbe diventare profugo. O seguire il dittatore di turno. In ciascuno di noi c’è il massimo del bene, ma anche il massimo del male. Cito l’esempio di Monaco di Baviera che aveva il campo di concentramento a 20 chilometri. È impossibile che gli abitanti di Monaco non sapessero, ma si fidavano del governo. I governi possono suscitare l’avidità nell’uomo, fargli capire che possono impossessarsi dei beni degli altri. Come è successo con gli armeni. Gli esseri umani si odiano, si ammazzano. Arrivano a farlo». Facciamo bene a spedire armi in Ucraina? Non c’è il rischio di armare milizie che, domani, potremmo ritrovarci di fronte? «Penso che l’Ue dovrebbe applicarsi con tutte le sue forze, e ne ha tante, per cercare una tregua e trovare un accordo. Penso, invece, che distribuire armi che non sai dove finiscono sia sbagliato. È già successo in Afghanistan, dove l’Occidente, l’America soprattutto, ha distribuito armi che sono servite a tutt’altro scopo. Provo vergogna per quei discorsi retorici sulle donne. Abbiamo lasciato l’Afghanistan peggio di come lo abbiamo trovato e c’è la responsabilità del presidente degli Usa. Certamente la bruttissima figura di Biden in Afghanistan avrà inciso nel disegno di Putin e l’ha spinto a tentare il colpo gobbo: la guerra lampo. Però la guerra lampo può funzionare con un piccolo popolo e un territorio che lo è altrettanto. Non può funzionare in un territorio vasto come l’Ucraina».
Come ne usciremo? L’Europa si dovrebbe dotare di un esercito per garantire la pace?
«Certamente. L’Ue è una cosa importante. Noi da ragazze sognavamo l’Unione europea e ci troviamo con un mastodonte che spesso si occupa di frivolezze, della grandezza delle zucchine o dei pesci, e che non si dota di un ministero degli Esteri. Le pare possibile? Non un commissario, ma un ministro degli Esteri, magari eletto, che sia donna o uomo non importa. L’importante è che sia bravo. Invece abbiamo a che fare con personalità come Ursula Von der Leyen. Ma le pare possibile che si sia fatta trattare in quel modo da Erdogan senza avere un moto di ribellione, senza alzarsi e lasciare la sala? Non ha sentito che in quel momento rappresentava 480 milioni di persone? L’Europa è una realtà potente, non può nascondersi dietro un dito e lasciar fare tutto a potenze come gli Usa, la Cina o persino la Turchia».
Cosa pensa del caso di Paolo Nori e della censura, poi rientrata con una toppa peggio del buco, Dostoevskij?
«C’è da vergognarsi. Qualche funzionario si deve vergognare anche solo di aver pensato una censura del genere. Che figura fa l’Italia nel mondo? Durante la guerra non è che gli autori tedeschi venivano censurati. E stiamo parlando di Dostoevskij, uno che oggi sarebbe nelle patrie galere di Putin. Siamo al delirio». È preoccupata che la guerra possa coinvolgere altri Paesi? «Più passa il tempo è più si sentono toni pazzeschi. Voglio essere ottimista. C’è già tanto pessimismo in giro ma, certo, la situazione è drammatica. Speravo che potessero fermarsi come è successo con la crisi di Cuba. Qui si è andati troppo oltre. Ma voglio continuare a sperare e a vedere il bicchiere mezzo pieno. Qualche anno fa ero a Washington per la presentare l’edizione americana de La masseria delle allodole. C’era l’ambasciatore ucraino. Ci siamo messi a parlare, mi ha chiesto se conoscevo la storia delle deportazioni staliniane degli Anni 30 dei contadini. Gli ho risposto che non solo la conoscevo, ma che c’è un libro a me carissimo che la racconta, Tutto scorre di Vasilij Grossman. L’odio per i russi è profondo e nasce da lì».

Al Classico in cogestione si parla del genocidio armeno (Ilrestodelcarlino.it 06.03.22)

iornata memorabile al liceo Annibal Caro, nell’ambito delle giornate di cogestione. Nella prima parte della mattinata, gli studenti hanno assistito alla proiezione de ‘La masseria delle allodole’, un film del 2007 diretto dai fratelli Taviani, tratto dall’omonimo romanzo di Antonia Arslan, uscito nelle sale italiane il 4 maggio 2007, che narra le vicende di una famiglia armena dell’Anatolia all’epoca del genocidio armeno. La scelta non è senza motivo, ricorrendo il centesimo anniversario dell’incendio di Smirne che conclude la tragica vicenda: un capitolo della storia del Novecento ancora poco conosciuto e che pure ha avuto anche un seguito funesto. Raccontano i ragazzi: “Alla vigilia della soluzione finale, lo stesso Hitler chiedeva retoricamente: ‘chi si ricorda più del genocidio degli Armeni?’, a voler significare che il silenzio e la dimenticanza possono coprire le più orrende tragedie e favorire il loro ripetersi”. A dirigere le riflessioni e rispondere alle molteplici domande, si è collegata la stessa autrice del romanzo, Antonia Arslan, la cui famiglia è stata direttamente toccata dalla tragedia

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La Fondazione Aria, crocevia d’artisti e culture incontra l’Armenia (Teatrionline 04.03.22)

Martedì 15 marzo alle ore 18, nella Sala Consiliare del Comune di Pescara (Piazza Italia 1,) Fondazione Aria, in collaborazione con il Comune di Pescara, l’Ambasciata d’Armenia in Italia e il Comune di Atri, presenterà il programma culturale 2022.

Ospite l’Ambasciatrice dell’Armenia in Italia S.E. Tsovinar Hambardzumyan, in occasione del trentennale dei rapporti diplomatici con l’Italia, e la scrittrice Antonia Arslan, autrice del libro Premio Stresa e Campiello 2004”La Masseria delle allodole”.

Nel corso della serata sarà presentato e distribuito il libro Canti popolari armeni (Ed. Carabba) con prefazione di Antonia Arslan e letture a cura della soprano Giuseppina Piunti.

CANTI POPOLARI ARMENI di Arshag Chobanian, con la traduzione di Domenico Ciampoli, fu pubblicato nel 1921 dall’Editore Carabba. A 100 anni di distanza, il libro è stato ripubblicato per conto della Fondazione ARIA, rispettando fedelmente la forma originale, con la preziosa aggiunta di una prefazione di Antonia Arslan, scrittrice, traduttrice e accademica italiana di origini armene.

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Armenia: eletto Vahagn Khachaturyan nuovo presidente del Paese (Askanews 03.03.22)

Roma, 3 mar. (askanews) – Il parlamento armeno ha eletto Vahagn Khachaturyan, finora ministro dell’Industria high-tech, alla carica di presidente del Paese, il cui ruolo è essenzialmente cerimoniale, dopo le dimissioni a sorpresa del suo predecessore Armen Sarkisiana il 23 gennaio scorso. La candidatura di Khachaturyan per un mandato di sette anni è stata approvata da 71 deputati del partito Civil Contract al governo con un voto boicottato dall’opposizione. “La nostra regione deve diventare una piattaforma per la cooperazione. Dobbiamo stabilire relazioni amichevoli con i nostri vicini, vivere in pace e sviluppare il nostro Paese in questa logica”, ha detto Vahagn Khachaturyan, 62 anni, ai parlamentari prima del voto.
Economista di formazione, Vahagn Khachaturyan, che non è affiliato a nessun partito, è stato sindaco della capitale Erevan dal 1996 al 1998, prima di entrare a far parte del consiglio di amministrazione della banca armena Armeconombank, per poi essere nominato nel 2021 Ministro dell’Industria High Tech .

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Roma, Mkhitaryan lascia la nazionale armena: «Mi concentrerò sul club». Mourinho chiede il rinnovo (Il Messaggero e varie 03.02.22)

Henrikh Mkhitaryan lascia la nazionale armena e lo annuncia attraverso una nota pubblicata sul suo profilo Instagram: «È stato un onore giocare per la mia nazione negli ultimi 15 anni e ancora di più esserne stato il capitano negli ultimi 6». L’attaccante lascia l’Armenia dopo 95 partite disputate e 32 gol segnati: «Ricordo che quando ho indossato per la prima volta la maglia della mia nazionale era in un’amichevole contro Panama e il mio primo gol è stato in una partita di qualificazione ai Mondiali contro l’Estonia. Volevo vincere in ogni momento della mia carriera, non importa quanto sarebbe stato difficile. Dopo 95 presenze in nazionale, un duro lavoro, passione e alti e bassi senza precedenti e lunghi viaggi per rappresentare il mio Paese sul campo, ho preso la decisione di ritirarmi». Una decisione presa già da tempo, ma adesso Micky ha deciso di ufficializzare: «Ho preso questa decisione dopo la mia ultima partita contro la Germania a novembre. Penso che sia il momento giusto. Ho dato tutto quello che potevo dare. Per i prossimi anni sarò completamente concentrato sulla mia carriera nel club. Sarò per sempre grato a ogni singola persona che mi ha supportato, che mi ha allenato, con cui ho giocato e che ha contribuito alla mia crescita come calciatore e come persona».

Piena concentrazione sul club, stop a viaggi lunghi e partite rischiose in cui l’infortunio è dietro l’angolo. Mkhitaryan ha scelto la Roma, almeno fino al 30 giugno 2022 giorno in cui scadrà il suo contratto (è l’unico della rosa in scadenza quest’anno). I rapporti con José Mourinho sono ottimi, lo Special One difficilmente si è privato durante la stagione di un giocatore come lui, capace di dare equilibrio alla squadra, di ricoprire il ruolo di regista e creare pericolosi capovolgimenti di fronte. Sia con il 4-2-3-1 che con il 3-5-2, Mkhitaryan è sempre nel cuore del gioco, una risorsa che i giallorossi non vorrebbero farsi scappare. Ecco perché negli ultimi giorni, Mourinho ha maturato l’idea di chiedere alla proprietà la sua conferma. Le ipotesi di un trasferimento in Russia sono sfumate per via della recente guerra, la scorsa estate avevano bussato alla sua porta Krasnodar e Spartak Mosca con proposte molte interessanti, ma Micky ha scelto di restare in Italia in un campionato competitivo con uno dei migliori allenatori al mondo. Chissà che il prossimo anno possa continuare a vestire giallorosso, sicuramente con un contratto inferiore a quello attuale ma un ruolo centrale nella rinascita giallorossa. Per il momento tutti i rinnovi sono stati bloccati dalla proprietà, ma quando nei prossimi mesi ci sarà il via libera a trattare, allora Mkhitaryan sarà certamente tra i primi della lista.

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Mkhitaryan ora è tutto della Roma (Siamo La Roma) 

Messaggio di congratulazioni di Xi Jinping al presidente eletto dell’Armenia, Vahagn Khachaturyan (CRI 03.09.22)

L’8 marzo il capo di Stato cinese, Xi Jinping, ha inviato un messaggio a Vahagn Khachaturyan, congratulandosi con lui per la sua elezione a presidente della Repubblica di Armenia.

Nel suo messaggio, Xi Jinping ha sottolineato che tradizionalmente Cina e Armenia sono partner amichevoli. Dall’allacciamento delle relazioni diplomatiche, le relazioni bilaterali hanno mantenuto un buon slancio di sviluppo e notevoli risultati sono stati raggiunti nella cooperazione in vari settori. Egli attribuisce grande importanza allo sviluppo delle relazioni tra Cina e Armenia, ed è disposto a lavorare con la parte armena per promuovere lo sviluppo sostenibile, sano e stabile delle relazioni bilaterali a beneficio dei due paesi e dei rispettivi popoli.

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ARTE ReportageNagorno karabakh: rialzarsi dopo la guerra (Arte 01.03.22)

Dal novembre 2020, 44 giorni di combattimenti vi hanno causato 7mila vittime e decine di migliaia di feriti e profughi, prima che la potenza tutelare della regione – la Russia di Putin – non imponesse il cessate il fuoco. Sebbene i giornalisti siano malvisti da queste parti, Gaëll Lorenz e Olivier Michaël sono riusciti a realizzare questo reportage nel Nagorno Karabakh, enclave in Azerbaigian tra i monti del Caucaso meridionale.

Guarda il video 

SYSTEM OF A DOWN: La stroria di B.Y.O.B., La dichiarazione della Band contro l’assurdità della Guerra (Virgin Radio 28.02.22)

Nel 2005 i System of a Down pubblicano un pezzo dal titolo misterioso, che viene lanciato come primo singolo dal quarto album Mezmerize, acclamato dalla critica come uno dei migliori dischi metal del decennio, che debutta al n.1 in America e in altri 11 paesi nel mondo.

Il singolo si intitola B.Y.O.B. una sigla che nello slang giovanile americano sta per “Bring Your Own Booze”, un invito a portarsi da bere da casa ad una festa. Sono però gli anni del conflitto in Iraq, dell’invasione Americana e della drammatica Battaglia di Falliujah (che dura 46 giorni e viene definita dai generali americani “la peggior esperienza di guerriglia urbana dai tempi del Vietnam”) e i System of a Down trasformano la sigla dei party nei college in una rabbiosa dichiarazione contro l’assurdità della guerra e la sua narrazione da parte della società americana: Bring Your Own Bomb.

Fin dal titolo, il messaggio della band californiana di origine armena è quello di smontare la retorica militare: la guerra non è può mai essere considerata giusta. Musicalmente, B.Y.O.B. è una dimostrazione della incredibile versatilità e potenza dei System of a Down, una cavalcata in cui la band passa da un ritmo marziale con doppia cassa di batteria ad un riff metal aggressivo, poi sorprende con un ritornello pop in cui le operazioni militari nel deserto vengono raccontate ironicamente come una festa a cui tutti vorrebbero partecipare (“Vanno tutti al party a divertirsi / Ballano nel deserto mentre fanno esplodere il tramonto”) e poi chiudono con un finale trash metal furioso e una strofa tra le più radicali nella storia delle canzoni di protesta, in cui Serj Tankian grida:

Perché i presidenti non combattono le guerre?

Perché mandano sempre i poveri?

La costruzione musicale complessa ma allo stesso tempo immediata, il modo di cantare di Serj Tankian che alterna ogni registro della propria voce, dal lirico al metal, conquista il pubblico e fa arrivare B.Y.O.B. al numero 27 in classifica in America (la posizione più alta della loro carriera) e fa vincere alla band un Grammy Award come miglior performance Hard Rock. Il messaggio contro la guerra dei System of a Down ha continuato a catturare l’attenzione del pubblico nel corso degli anni, anche perché gli scenari cambiano ma non la retorica della guerra vista come un’esperienza eroica, e nemmeno la presenza di conflitti nel mondo: il videoclip distopico di B.Y.O.B. girato da Jake Nava ha raggiunto 382 milioni di visualizzazioni su YouTube nel 2022.

San Gregorio di Narek e l’ecumenismo convincente dei santi (Vaticannews.va 28.02.22)

In occasione della preghiera ecumenica nella commemorazione di San Gregorio di Narek, il cardinale Kurt Koch, Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, è intervenuto all’Angelicum ricordando come San Giovanni Paolo II abbia definito l’ecumenismo dei santi “forse il più convincente”, e ancora l’importanza della decisione di Francesco di proclamare, nel 2015, San Gregorio di Narek dottore della Chiesa universale

Andrea De Angelis – Città del Vaticano 

Un’opportunità per celebrare l’amicizia tra la Chiesa cattolica e la Chiesa apostolica armena, e ancor più la reale comunione che già esiste tra le due Chiese. Così il cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, ha definito l’odierna preghiera ecumenica nella commemorazione di San Gregorio di Narek. L’evento si è svolto nell’Aula Minore della Pontificia Università San Tommaso d’Aquino, conosciuto anche come Angelicum.

Lo scambio di doni

Il porporato ha posto in evidenza come la comunione reale si “approfondisce costantemente nello scambio reciproco di doni”, citando un passaggio della Evangelii Gaudium in cui Francesco parla della capacità di “raccogliere quello che lo Spirito ha seminato [nelle altre Chiese] come un dono anche per noi”. Quindi il pensiero del cardinale è andato ai “santi, i martiri e i dottori delle nostre Chiese” che “occupano il primo posto”, ricordando come “San Giovanni Paolo II lo ha affermato con forza nella sua Lettera Apostolica Tertio millennio adveniente, dove ha riconosciuto che l’ecumenismo dei santi è forse il più convincente, e in seguito nella sua enciclica Ut unum sint, dove ha persino dichiarato che in una visione teocentrica, noi cristiani già abbiamo un martirologio comune”.

San Gregorio di Narek

Un martirologio comune dove, secondo Koch, “brilla con particolare splendore una stella: quella di San Gregorio di Narek”, che “ci indica il cammino che resta da percorrere verso la piena comunione”. Il presidente del Pontificio Consiglio per l’Unità dei Cristiani ha sottolineato come il santo abbia “saputo esprimere più di ogni altro la sensibilità del popolo armeno. Ma il suo messaggio, pur essendo profondamente radicato nell’esperienza del suo popolo, ha una portata universale ed ecumenica”. Sono tre gli aspetti di Gregorio di Narek messi in luce dal porporato. Innanzitutto “la sua sincerità”, che lo ha reso “il poeta della povertà umana”, come disse in un’omelia del 1987 Papa Wojtyla. Un secondo aspetto del messaggio universale del santo è quello della “profonda fiducia in Dio in mezzo alle prove, fiducia che caratterizza la storia e la spiritualità del popolo armeno”. Il terzo elemento è quello della “solidarietà universale radicata nella fraternità umana e nella comunione dei santi”, che porta il futuro santo a “identificarsi con i poveri e i peccatori di ogni tempo e luogo, intercedendo in favore di tutti”.

Solidarietà universale e umanità

Nel ringraziare l’arcivescovo Khajag Barsamian, rappresentante della Chiesa apostolica armena presso la Santa Sede, per aver organizzato l’evento ecumenico – in collaborazione con l’Istituto di Studi Ecumenici dell’Angelicum e l’Ambasciata d’Armenia presso la Santa Sede -, il cardinale Koch ha sottolineato l’importanza della proclamazione, nel 2015, di San Gregorio di Narek a dottore della Chiesa universale da parte di Papa Francesco, definendola “un magnifico esempio di scambio di doni al servizio dell’edificazione dell’unica Chiesa”. Infine il porporato ha voluto ricordare, “in questi giorni segnati da tante tensioni e guerre”, un ulteriore aspetto del messaggio del santo “che Papa Francesco ha definito dottore della pace”, ovvero “la solidarietà universale con l’umanità”, che risulta essere “un grande messaggio cristiano di pace, un grido pieno di dolore che implora misericordia per tutti”. “Che l’esempio e l’intercessione di San Gregorio – ha concluso – ci guidino in questo cammino di unità e di pace”.

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Il Cardinale Sandri: “Noi vogliamo essere autentici discepoli di san Gregorio di Narek” (Acistampa 01.03.22)

Armenia – Il ricordo doloroso dei massacri di Sumgait (Assadakah 27.02.22)

Letizia Leonardi ( Assadakah Roma News) – Mentre il mondo ha gli occhi puntati sulla guerra Russia – Ucraina c’è un popolo che ricorda uno dei tanti massacri subiti. Il 27 febbraio del 1988 a Sumgait, nell’omonimo sobborgo industriale a nord della capitale dell’Azerbaigian, la popolazione azera, aizzata dal regime di Baku, iniziò una sanguinosa caccia all’armeno. Il bilancio dei morti è rimasto ufficioso ma è certo che ci furono moltissime vittime, barbaramente assassinate.

Secondo un resoconto ufficiale i morti furono trentadue e centinaia i feriti e di casi di violenza sessuale. Ma secondo alcune fonti il numero delle vittime sarebbe superiore a trecento, mentre il partito armeno Dashnak parla di quasi 1.500 morti.

Per due lunghissimi giorni bande armate di azeri assaltarono i quartieri degli armeni. Solo l’arrivo delle forze dell’ordine, la sera del 28 febbraio riuscì a porre termine all’aggressione. Da quel momento gli armeni si sentirono catapultati nel tragico 1915, anno di inizio del terribile genocidio e nulla tornò più come prima, nei rapporti tra armeni e azeri. Le due etnie non riuscirono più ad istaurare una convivenza leale e tranquilla.

Il pogrom di Sumgait è stato il prologo di una serie di aggressioni azere, anni dopo, nei confronti degli armeni del Nagorno Karabakh. Questo doloroso evento è strettamente collegato con la questione relativa al Nagorno Karabakh, poi sfociata nella guerra nel 1992 e in quella più recente del 2020 perché la propaganda anti armena, da parte dell’Azerbaijan, non è mai cessata. Il governo di Baku non ha mai accettato l’autoproclamazione di indipendenza dall’Azerbaijan, attraverso un pronunciamento democratico, così come previsto dalla legislazione sovietica. Il massacro di Sumgait è stato solo l’inizio di una escalation di violenze, di stragi contro gli armeni che vivevano in Azerbaijan: quella a Kirovabad, Baku e poi ancora durante la guerra del 1992-94. Un circolo vizioso di violenze e vendette che non si possono dimenticare perché in ballo non c’è solo la vita pacifica, le vite umane ma i principi di tolleranza e del diritto all’autodeterminazione dei popoli. Quella del Nagorno Karabakh (Artsakh per gli armeni) è una ferita che non si è mai rimarginata e che, dalla fine della guerra dei 44 giorni, iniziata, ancora una volta, con l’aggressione azera del 27 settembre 2020, ancora sanguina perché gli armeni hanno subito ogni cosa senza che la comunità internazionale abbia avuto qualche reazione.

Ma perché due popoli che convivevano pacificamente sono diventati improvvisamente nemici, tanto da far scorrere il sangue di innocenti a Sumgait, sulle coste del mar Caspio che, fino agli anni ’60 aveva un terzo di abitanti di etnia armena? Perché nel frattempo è arrivata l’industrializzazione, l’estrazione del petrolio e la popolazione è notevolmente aumentata. Sono cominciati i sentimenti nazionalistici tra gli azeri e gli armeni iniziavano ad essere una spina nel fianco, oggetto di discriminazioni e angherie. Il 26 febbraio 1988 la radio nazionale azera comunicò la notizia, peraltro mai verificata, che due azeri erano stati uccisi da armeni ad Ağdam. A seguito di questa informazione, che con il linguaggio di oggi sarebbe potuta essere una fake, bande di estremisti azeri andarono nella zona abitata dagli armeni per uccidere. Ma non solo: devastarono case, negozi e violentarono donne. Ci furono circa quattrocento arresti e ottantaquattro processi penali che, ella maggior parte dei casi, si conclusero con assoluzione o lievi condanne. Solo in un caso, quello di Aslam Ismailov, ci fu una condanna a quindici anni per assassinio premeditato….Eppure gli armeni non si sono uccisi e violentati da soli e nemmeno hanno distrutto essi stessi le proprie abitazioni e negozi. Anche allora il mondo si è voltato dall’altra parte ma oggi è il giorno del ricordo per chi non deve e non vuole dimenticare.

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