Spett. redazione, abbiamo avuto modo di leggere lo scambio di interventi degli ultimi giorni riguardo la contrapposizione tra armeni e azeri.
Avendo i nostri canali di comunicazione denunciato le improvvide esternazioni della senatrice Papatheu che, senza alcuna cognizione di fatto, aveva lanciato un “appello a tutti i parlamentari italiani ed europei contro le provocazioni armene”, ci sentiamo in qualche modo parte in causa nella diatriba e ci permettiamo alcune considerazioni.
La senatrice in questione, nel suo slancio di simpatia per l’Azerbaigian – Paese che “Reporter senza frontiere” colloca al 168° posto su 180 nazioni per la libertà di informazione nel mondo (come dire che Aliyev sta giusto qualche gradino sopra il nordcoreano Kim Jong-un…) – aveva etichettato come “provocazioni armene” gli scontri tra reparti dei due eserciti. Senza alcuna verifica documentale, semplicemente rilanciando la tesi ufficiale del governo azero, trascurando la circostanza che gli scontri erano avvenuti alcuni chilometri dentro il territorio della repubblica di Armenia.
Non comprendiamo quindi per quale motivo il prof. Pommier Vincelli si sia sentito in dovere di giustificare la posizione della senatrice (“ella appartiene a un organismo parlamentare che ha nella sua missioncontribuire a disinnescare le crisi internazionali”) il cui ruolo di parlamentare della repubblica italiana dovrebbe indurre piuttosto alla massima cautela quando si parla di relazioni estere.
Quanto alle sue valutazioni sulla storia del Caucaso meridionale ci sia concesso di suggerire la necessità di una narrazione che deve seguire sempre un ragionamento lineare evitando citazioni e omissioni dei fatti a seconda di una propria convenienza interpretativa.
Il dibattito storico è sempre utile e opportuno, ciascuno difendendo le proprie posizioni e i propri interessi in un chiaro posizionamento di campo; sicché davvero stona, in questa discussione,quella patente di aurea imparzialità (“il mio lavoro cerca di basarsi sulle evidenze scientifiche e non sul sostegno di una parte contro l’altra”) che il prof. Pommier Vincelli si autoriconosce e che cozza con il suo evidente sostegno alla causa dell’Azerbaigian e con certe affermazioni come quella sul genocidio degli armeni (“sofferenze del 1915”) che possono essere interpretate come un’offesa a un popolo che ha conosciuto pagine drammatiche della propria storia e che non merita, un secolo dopo, simili parole negazioniste.
La storia delle relazioni fra armeni e azeri nel Caucaso è molto complicata, sicuramente non può essere analizzata a senso unico. L’importante è farlo con obiettività e senza alcun recondito interesse che non sia il puro amore per la verità.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2022-02-17 17:26:342022-02-17 17:29:20Armenia-Azerbaigian: per una narrazione lineare (Gente e Territorio 17.02.22)
Quest’anno sarà l’arcivescovo Luigi Pezzuto, già nunzio apostolico in Bosnia ed Erzegovina e Montenegro a presiedere la concelebrazione eucaristica nella solennità di San Gregorio Armeno, patrono della diocesi di Nardò-Gallipoli.
Ad accoglierlo nella basilica cattedrale di Nardò, sabato 19 febbraio alle 18,30, giorno della solennità diocesana, sarà il vescovo Fernando Filograna che concelebrerà con lui insieme con il presbiterio diocesano. La messa verrà trasmessa in diretta sul canale 601 del digitale terrestre e sul canale Youtube della diocesi neretina.
La comunità di Nardò si sta preparando con un solenne settenario ogni sera in cattedrale. Domenica 20 febbraio alle 17,15 – in memoria del terremoto del 20 febbraio 1743, quando la statua posta in Piazza Salandra resistette alle forti scosse e salvò la città dalla distruzione – la cerimonia dei 100 tocchi, quest’anno sostituita con uno spettacolo pirotecnico di cento colpi secchi
Nardò è l’unica città italiana che ha scelto San Gregorio Armeno come protettore principale
Le reliquie del santo vennero portate inizialmente nel villaggio armeno di Tharotan, ma in seguito si sparsero in varie località, la sua mano destra si troverebbe a Etchmiadzin e con essa viene benedetto ogni nuovo Katholikos, quella sinistra a Sis. Il cranio si trova a Napoli nella chiesa di San Gregorio Armeno, trasportato da Costantinopoli per sottrarlo alla furia iconoclasta. Nella cattedrale di Nardò è custodito un pregevole busto argenteo, di fattura napoletana e un’insigne reliquia dell’avambraccio del santo, donata dall’allora arcivescovo di Napoli Card. Corrado Ursi, già vescovo della diocesi di Nardò-Gallipoli dopo che la reliquia, con il suo contenitore, fu trafugata la notte del 5 marzo 1975, dalla chiesa di San Domenico dove era temporaneamente custodita a causa dei lavori di restauro della cattedrale.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2022-02-16 17:20:522022-02-17 17:23:21La Chiesa di Nardò-Gallipoli in festa per San Gregorio Armeno. Mons. Pezzuto in cattedrale (Portalecce 17.02.22)
Il Sinodo della Chiesa armeno-cattolica riunitosi a Roma nei giorni scorsi, dopo la concessione della comunione ecclesiastica da parte del Papa al nuovo Patriarca Raphaël Bedros XXI Minassian, ha deciso di procedere all’avvio formale della causa di canonizzazione del Cardinale Krikor Bedros Agagianian.
La Chiesa armeno-cattolica provvederà alla raccolta del materiale utile in linea con le disposizioni previste dalla Congregazione per le Cause dei Santi.
Il Cardinale Agagianian, nato a Akhaltsikhe il 18 settembre 1895, fu ordinato sacerdote il 23 dicembre 1917.
Vescovo dal 1935, nel 1937 divenne patriarca di Cilicia degli Armeni e venne creato Cardinale nel 1946 da Pio XII.
Nel 1960 Giovanni XXIII lo ha nominato Prefetto della Congregazione di Propaganda Fide.
Mantenne l’incarico fino al 1970 quando Paolo VI lo ha promosso Cardinale vescovo della diocesi suburbicaria di Albano.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2022-02-16 17:19:202022-02-17 17:20:30Cardinale Agagianian, la Chiesa armeno-cattolica avvia le procedure per la canonizzazione (AciStampa 16.02.22)
JEREVAN\ aise\ – Nella giornata di ieri, 15 febbraio, il ministro dell’Amministrazione Territoriale e delle Infrastrutture della Repubblica di Armenia, Gnel Sanosyan, accompagnato dall’ambasciatore d’Italia, Alfonso Di Riso, e dalla direttrice del Museo, Nune Avetisyan, si è recato in visita della mostra “Tracce”, inaugurata il 20 gennaio scorso presso il Museo di Arte Moderna di Jerevan.
La mostra fotografica di Patrizia Posillipo, curata da Isabella Indolfi e organizzata dall’Ambasciata d’Italia in Armenia, rimarrà a Jerevan fino al 20 febbraio 2022.
Al termine della visita alla mostra, il ministro Sanosyan e l’ambasciatore Di Riso, accompagnati dalla direttrice Avetisyan, hanno visitato anche le sale di esposizione permanente del Museo di Arte Moderna. (aise)
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2022-02-16 17:16:142022-02-17 17:17:37Jerevan: l’ambasciatore Di Riso accompagna il ministro armeno Sanosyan alla mostra “Tracce” di Patrizia Posillipo (Aise 16.02.22)
Dimissioni del presidente Sarkisyan lasciano il campo libero al premier Pašinyan. Il primo ministro sotto accusa per essere troppo cedevole nei confronti di Azerbaigian e Turchia. I timori di una deriva autoritaria a Erevan.
Mosca (AsiaNews) – Le dimissioni a fine gennaio del presidente Armen Sarkisyan hanno ulteriormente acuito gli scontri politici nella giovane democrazia armena. L’ex capo dello Stato ha spiegato nei giorni scorsi di essersi dimesso per “carenza di poteri” attribuiti al suo ruolo, e si è trasferito sulle isole caraibiche di Saint Kitts and Nevis, dove si è scoperto fosse già in possesso di una terza cittadinanza, oltre a quella britannica che era già nota.
Sulla Novaja Gazeta l’ex ambasciatore armeno in Russia, ora politologo, Stepan Grigoryan sostiene che “in certi Paesi come il nostro, oltre agli accordi scritti, sono molto importanti quelli verbali, come avvenuto nel passaggio di presidenza tra Serž Sargsyan e Armen Sarkisyan, a cui era stato promesso che da presidente si sarebbe occupato di attirare investimenti in Armenia, e avrebbe avuto un ruolo importante nella politica estera”.
Sarkisyan era stato eletto nel 2018, e in questi anni ha dovuto trovare un modo di collaborare con il premier Nikol Pašinyan, protagonista della “rivoluzione di velluto” e poi della sconfitta con l’Azerbaigian nel Nagorno Karabakh, quindi confermato alle elezioni anticipate del 2021. Il governo di Pašinyan ha bloccato tutte le iniziative del presidente, usando la legittimazione popolare di cui ancora gode nonostante le molte contraddizioni. Grigoryan avverte però che “anche a un governo rivoluzionario serve un controllo da parte degli altri poteri dello Stato”.
L’amministrazione Pašinyan è fortemente criticata, tra le altre cose per le scarse competenze dei suoi componenti, scelti dalla “società civile”, che non sembrano in grado di affrontare le sfide tremende di questi anni. “Ho parlato con un membro importante del partito al governo”, spiega Grigoryan, “e mi ha detto: se l’Azerbaigian ha 1.000 carri armati, la Turchia 10mila e noi solo 300, siamo costretti a fare quello che vogliono loro. Io gli ho risposto che il Lussemburgo non ne ha neanche uno, ma vive in pace tra Francia e Germania”.
Dopo la conferma di Pašinyan, il presidente dimissionario non ha avuto la forza di continuare il confronto, e si è unito alle critiche distruttive delle opposizioni, insieme alla Chiesa armena, all’università di Erevan e all’Accademia delle Scienze. Proprio la rigidità dell’élite intellettuale, culturale e politica ha ulteriormente rafforzato il consenso popolare al primo ministro, di cui si chiedevano soltanto le dimissioni, senza proporre alternative e compromessi.
Sarkisyan ha inviato la lettera di dimissioni da Londra, prima di volare nei Caraibi, e questo atteggiamento sprezzante ha attirato ancora più il malumore nella popolazione. Pašinyan ha avuto buon gioco a esasperare l’ex presidente dopo la sconfitta bellica del 2020, quando è apparso chiaro che intendeva liberarsi di lui, ciò che non avrebbe potuto fare per vie parlamentari dove sarebbe servito il 75% dei consensi (ora controlla comunque il 67%).
Secondo Grigoryan e diversi altri commentatori, la crisi si è acuita poiché Pašinyan è in procinto di concludere nuovi accordi sul Nagorno Karabakh cedendo su molti punti, pur di chiudere i contenziosi con azeri e turchi. Soprattutto pare inevitabile il riconoscimento del Karabakh come parte dell’Azerbaigian, “visto che ormai tutto il mondo lo riconosce”, come ha recentemente affermato lo stesso premier armeno, cosa che invece l’opposizione e l’alta società armena non è disposta ad accettare.
Con la Turchia il capo del governo sarebbe disposto a non insistere più sulla denuncia del genocidio dell’inizio del ‘900, sostenendo che “di questo se ne deve occupare la diaspora armena, più che le istituzioni nazionali”. Verrebbero aperti gli accessi stradali verso Nakhičevan, permettendo quindi alla Turchia di comunicare direttamente con l’Azerbaigian. Infine, Pašinyan potrebbe cercare di sostituire Sarkisyan con una persona a lui fedele, compiendo un “corto circuito” democratico simile a quelli che lui denunciava ai tempi della “rivoluzione di velluto”. In questo modo, conclude Grigoryan, “anche lui si trasformerebbe in una specie di autocrate, e non credo che godrebbe ancora a lungo del consenso attuale”.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2022-02-15 17:24:102022-02-17 17:25:15Si acuisce la crisi politica armena (Asianews 15.02.22)
Dopo quasi un anno e mezzo dalla “crisi caucasica” in Nagorno-Karabakh, Armenia e Turchia il 2 febbraio hanno ristabilito i voli commerciali tra Yerevan, capitale armena e Istanbul. Intanto, continuano i fragili colloqui incentrati sull’ipotesi di riaprire il loro comune confine terrestre, sbarrato dal 1992. Già a settembre 2021, a un anno esatto dall’inizio della seconda guerra del Nagorno-Karabakh, il primo ministro armeno, Nikol Pashinyan e il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, fecero capire che un “colloquio” sarebbe stato possibile. Ricordo che nello scontro tra armeni ed azeri, durato un mese e mezzo, ebbe ragione l’Azerbaigian ma solo grazie alla Turchia, che supportò le forze azere impiegando i propri mercenari, ex jihadisti siriani filo-turchi e i droni Bayraktar 2 prodotti dalla società di cui uno dei proprietari è Selçuk Bayraktar, genero di Erdogan. L’Azerbaigian senza la Turchia avrebbe perso nuovamente. Ciononostante, la vittoria dell’Azerbaigian, o meglio di Erdogan, non portò i guadagni geopolitici sperati dalla Turchia, che non fu invitata ai negoziati i quali, sotto l’egida del presidente russo Vladimir Putin, condussero al cessate il fuoco del 9 novembre 2020.
In questo momento non è semplice, per le autorità armene, percorrere la strada della normalizzazione dei rapporti con uno Stato, la Turchia, che con Baku, capitale dell’Azerbaigian, aveva previsto nel suo progetto pan-turkista un piano di annessione della Repubblica del Nagorno-Karabakh (comunità armena) all’Arzerbaigian. Tuttavia, qualcosa nei rapporti diplomatici si è mosso. Infatti, un primo segnale di un riavvicinamento armeno-turco si è avuto a fine gennaio 2022, quando la Turkish Airlines nelle rotte commerciali per Baku è stata autorizzata a sorvolare il territorio armeno. Un passo importante, visti gli atavici e pesanti “debiti” gravanti tra le due nazioni. Comunque, dopo decenni di ostilità, Turchia e Armenia stanno gradualmente normalizzando le loro relazioni. A oggi i risultati più significativi si scorgono in una riapertura degli incontri tra i rispettivi corpi diplomatici, con la revoca dell’embargo armeno sui prodotti turchi, e ora sulla ripresa dei voli commerciali tra Istanbul e Yerevan. Così, dal 2 febbraio, la compagnia FlyOne e la compagnia privata turca Pegasus forniscono tre collegamenti settimanali ciascuna tra Turchia e Armenia, facilitando la mobilità degli armeni, circa sessantamila, di cui millecinquecento con doppio passaporto, turco e armeno, e di numerosi armeni che si sono trasferiti a Istanbul per cercare lavoro. Prima di questi collegamenti, il viaggio tra Armenia e Turchia era lungo e oneroso, dovendo attraversare la Georgia o Iran.
Gli incontri che hanno creato questo riavvicinamento sono iniziati a gennaio sotto la determinante egida di Mosca, dove si sono celebrati i primi colloqui utili tra Armenia e Turchia. Questo processo di normalizzazione procede lentamente e senza “precondizioni”. Ciò significa che il complesso tema del Genocidio degli armeni non compare nell’agenda dei dibattiti. Nel vertice di Mosca, Turchia e Armenia hanno avviato colloqui definiti “costruttivi”, condividendo che, anche in assenza di una riconciliazione, è necessaria l’instaurazione di relazioni, di buon vicinato, concretizzate con l’apertura di relazioni diplomatiche e il programma di riaprire il comune confine terrestre.
Già nel 2009 Yerevan e Ankara avevano concluso accordi per la riapertura del confine, ma non sono mai stati ratificati. Se ora l’Armenia e la Turchia riusciranno ad accordarsi per riaprire e ripristinare i canali di comunicazione caduti in disuso in conseguenza del primo conflitto del Nagorno-Karabakh negli anni Novanta, le popolazioni – che vivono in quest’area di confine comune – potrebbero trarre forti benefici, dato che attualmente questo territorio si presenta come un vicolo cieco dove dominano rancori etnici e povertà. Ricordo, brevemente, che il genocidio del popolo armeno avvenne in due fasi: la prima, che potremmo definire propedeutica, tra il 1890 ed il 1896, dove l’antica comunità cristiana degli armeni iniziò a subire una prima forte oppressione da parte ottomana, e la seconda iniziata il 23-24 aprile 1915 con l’arresto, a Costantinopoli, di quasi 3mila armeni. Fu decapitato il motore economico e culturale della comunità e segnò l’inizio del “genocidio”. Questa “pulizia etnica” conta, nel secondo massacro, 2,5 milioni di morti, fonti armene, contro le fonti turche, quelle non negazioniste, che sbarrano il numero delle vittime a duecentomila. Ma oltre i “numeri” l’anima degli armeni è minata profondamente dalla drammatica storia, considerando che il genocidio non è riconosciuto dal modesto erede dell’Impero ottomano, la Turchia.
Tuttavia, se una normalizzazione vera delle relazioni tra Armenia e Turchia non si dovesse concretizzare, sarebbe una “anomalia strategica” in quanto, al momento, alternative più fruttuose pare non esistano a meno di una deflagrazione globale che mischierebbe globalmente le carte.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2022-02-14 18:57:322022-02-15 18:59:47Armenia e Turchia: Riavvicinamento tra pugnalate e compromessi (L'Opinione delle libertà 14.02.22)
L’appuntamento, con la presenza di Antonia Arslan, famosa scrittrice di origine armena, si terrà sabato 19 febbraio, alle ore 16 a Belluno, nel Salone di Palazzo Fulcis.
Sabato 19 febbraio, alle ore 16, nel Salone nobile di Palazzo Fulcis, a Belluno, Antonia Arslan presenterà il libro «Dadivank – La conservazione e il restauro delle pitture murali datate 1297 nella chiesa Kathoghike costruita nel 1214», dell’architetto Arà Zarian e della restauratrice Christine Lamoureux.
«Quando penso al monastero di Dadivank, che ho avuto la fortuna di visitare, fermandomi abbastanza per percepirne con tutta me stessa l’incredibile atmosfera e la forza spirituale – scrive Antonia Arslan, famosa scrittrice di origine armena, nell’introduzione del libro che verrà presentato sabato – mi vengono subito in mente i bellissimi angeli quasi disincarnati che sono riapparsi dopo la pulitura sul muro nord, nella parte superiore della pittura murale che rappresenta il martirio di Santo Stefano Protomartire. Sono tornati alla luce – per la nostra conoscenza, la nostra gioia e il nostro incanto – grazie alla dedizione senza limiti di Arà e Christine, silenziosi e generosi scopritori di un mondo sepolto attraverso la fatica di un lavoro lungo, minuzioso, accurato e competente: i miti angeli della pittura medievale armena».
Oltre a quello della Arslan, alla presentazione di sabato sono previsti gli interventi degli autori, dell’assessore alla cultura del Comune di Belluno, Marco Perale, e del Conservatore dei Musei civici, Carlo Cavalli.
L’ingresso all’evento è libero fino a esaurimento dei posti. Per la partecipazione è necessaria la presentazione del green pass rafforzato e l’uso della mascherina Ffp2.
Per informazioni: Museo di Palazzo Fulcis: 0437 956305.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2022-02-14 18:55:272022-02-15 18:57:21Presentazione del libro sulle pitture murali del monastero di Dadivank (Amicodelpopolo 14.02.22)
Roma (Agenzia Fides – I vescovi della Chiesa patriarcale di Cilicia degli Armeni, riuniti in Sinodo a Roma dal 4 al 12 febbraio presso il Pontificio Collegio Armeno “in Urbe” sotto la presidenza del Patriarca Raphaël Bedros XXI Minassian, durante le sessioni di lavoro hanno preso in esame le procedure e le azioni necessarie per avviare la Causa di canonizzazione del Cardinale e Patriarca Krikor Bedros Agagianian, che dal 1960 al 1970 fu Prefetto della Congregazione di Propaganda Fide. A tale scopo – riferisce il comunicato finale dei lavori del Sinodo – verrà avviata la ricerca delle testimonianze e del materiale utili a far procedere senza lungaggini le varie fasi del processo di canonizzazione, una volta avviato. Tra le altre cose, si è stabilito anche di iniziare la stesura di studi utili a ricostruire la biografia del Cardinale Agagianian, secondo adeguati parametri storiografici.
Il 4 febbraio 2020, il Vicariato di Roma – città in cui il Cardinale Agagianian è morto e è sepolto – aveva pubblicato l’editto in cui si dava conto dell’intenzione di avviare – su richiesta del Patriarcato armeno cattolico – l’inchiesta volta a verificare le condizioni per l’avvio formale del processo di canonizzazione: Nell’editto veniva data indicazione a tutti gli interessati di raccogliere e far pervenire al tribunale diocesano tutto il materiale – a partire dagli scritti dello stesso Agagianian – da sottoporre a studio preliminare per poi sottoporre alla Congregazione per le Cause la richiesta di apertura ufficiale del processo di canonizzazione.
Ghazaros Agagianian, nato ad Akhaltsikhe (nella attuale Georgia) nel settembre 1995, ha rivestito un ruolo di primo piano nelle vicende della Chiesa di Roma durante i decenni prima e dopo il Concilio vaticano II. Ordinato prete della Chiesa cattolica armena il 23 dicembre 1917, entrò in seguito nel 1921 alla facoltà di didattica del Pontificio Collegio Armeno, di cui divenne poi rettore dal 1932 l 1937. Fu nominato Vescovo titolare di Comana di Armenianel 1935, ed eletto Patriarca di Cilicia degli Armeni il 30 novembre 1937, con il nome di Krikor Bedros (Gregorio Pietro) XV. Il 18 febbraio 1946 fu creato cardinale da Papa Pio XII. Dal 18 luglio 1960 al 19 ottobre 1970 il cardinale Agagianian guidò come Prefetto la Sacra Congregazione “De Propaganda Fide”, che assunse l’attuale denominazione di Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli il 15 agosto 1967.
Il cardinale Agagianian, che aveva rinunciato al titolo patriarcale nel 1962, morì il 16 maggio 1971 a Roma, dove è sepolto presso la chiesa di san Nicola da Tolentino. (GV) (Agenzia Fides 14/2/2022)
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2022-02-14 18:53:382022-02-15 18:55:16I vescovi armeni cattolici impegnati a avviare il Processo di canonizzazione del Cardinale Agagianian, Prefetto di Propaganda Fide dal 1960 al 1970 (Agenzia Fides 14.02.22)
In una lettera indirizzato al Direttore del FarodiRoma, pubblicato il 24 gennaio 2022, Rahman Mustafayev, l’Ambasciatore dell’Azerbajgian in Francia e presso la Santa Sede, aveva proposto “di fornire ai lettori italiani e vaticani alcuni fatti” sulla storia cristiana dell’Azerbajgian. Aveva sottolineato che il suo Paese stava facendo progetti di restauro non solo nel proprio Paese, “ma anche per la Chiesa Cattolica nel mondo – a Roma, in Vaticano, in Francia e in altri Paesi”.
Il Direttore del FarodiRoma, Salvatore Izzo, aveva risposto: «Caro Ambasciatore ospiteremo volentieri il suo articolo come abitualmente facciamo con i contributi di personalità che si offrino di arricchire FarodiRoma con i loro punti di vista».
Quindi, il FarodiRoma il 9 febbraio 2022 ha pubblicato lo scritto di propaganda e falsificazione storica dell’Ambasciatore Mustafayev, dal titolo Le radici cristiane del Caucaso. La storia della Chiesa dell’Azerbajgian [QUI].
La risposta dell’Ambasciatore dell’Armenia presso la Santa Sede non si è fatto attendere ed è stato riportato ieri, 13 febbraio 2022 sul FarodiRoma. Riportiamo di seguito il testo.
Il pericolo dell’annientamento del patrimonio storico e culturale cristiano armeno nei territori dell’Artsakh occupati dall’Azerbajgian La politica di falsificazione dei fatti storici e di appropriazione del patrimonio del popolo armeno, presentando i monumenti armeni in Artsakh come “Albanesi caucasici”
Secondo un rapporto dell’Ufficio del Difensore dei diritti umani dell’Artsakh (Nagorno-Karabakh), almeno 1456 monumenti immobili della storia e della cultura armene sono passati sotto il controllo dell’Azerbajgian tra cui 161 monasteri e chiese, 591 croci di pietra (in armeno khachkar), siti di scavo a Tigranakert, Azokh, Nor Karmiravan, Mirik, Keren, numerose fortezze, castelli, santuari e altro ancora. Per non parlare degli 8 musei statali con 19.311 reperti e dei musei privati che sono ora sotto il controllo di Baku.
Visti i precedenti casi di deliberata distruzione da parte dell’Azerbajgian, questi monumenti sono ora in pericolo di annientamento. Oltre però alla distruzione fisica o al vandalismo, l’Azerbajgian persegue una politica di falsificazione dei fatti storici e assieme di appropriazione del patrimonio del popolo armeno, presentando i monumenti armeni in Artsakh come “Albanesi caucasici”.
La distorsione dell’identità del patrimonio armeno è non solo un tentativo di “saccheggio culturale” ma anche una grave violazione degli strumenti giuridici internazionali pertinenti. Tenendo conto delle pretese dell’Azerbajgian di discendere dagli Albanesi caucasici, presentare le chiese armene come albanesi caucasiche è, di fatto, un passaggio intermedio verso la loro “azerbaijanizzazione” [su questo tema abbiamo pubblicato l’11 febbraio 2022 l’articolo fondamentale del Prof. Igor Dorfmann-Lazarev della School of Oriental and African Studies di Londra: Azerbajgian: la mitologia storiografica come un’arma di epurazione etnica e culturale].
Le migliaia di monumenti armeni religiosi e secolari nella regione sono stati eretti secoli prima della creazione dell’Azerbajgian nel 1918 e non hanno nulla a che fare con l’identità azerbajgiana. Il nome Azerbaijan, come è conosciuto oggi, fu adottato per motivi politici dall’allora partito al potere Musavate fu usato per identificare la regione adiacente dell’Iran Nord Occidentale. I tentativi di estraniare questi monumenti dal popolo armeno non hanno alcuna giustificazione storica, religiosa o morale. L’Azerbajgian ha agito allo stesso modo nei confronti dei monumenti georgiani, rivendicando come proprie alcune chiese del complesso monastico di David Gareji.
L’Albania Caucasica storica era situata a nord del fiume Kur e non includeva l’Artsakh che era, invece, uno degli stati della Grande Armenia. In alcuni periodi storici, dopo la caduta della Grande Armenia, l’Artsakh entrò a far parte della satrapia persiana albanese ma l’identità armena dell’Artsakh non venne intaccata in alcun modo, continuando a manifestarsi chiaramente sia nella chiesa che nelle dinastie dominanti dell’Artsakh. Gli albanesi caucasici che esistevano nell’alto medioevo sono sopravvissuti a circa una dozzina di popoli caucasici – tra cui gli Udi, i Lachi, gli Tsakhurs, i Rutuli, i Lezgini, ecc. – e ora vivono anche nel Caucaso del Nord, in particolare nel Daghestàn. È da notare che la popolazione dell’Albania Caucasica era composta da decine di gruppi etnici, nessuno dei quali si chiamava o aveva l’identità di “albanese caucasico”. Più tardi il termine “Albania Caucasica” fu usato per indicare l’area geografica.
Consapevole dell’infondatezza delle sue pretese sui monumenti dell’Artsakh, l’Azerbajgian ha sfruttato il fattore “Udi”, presentandoli come discendenti della cultura cristiana dell’Artsakh e contestando così l’identità delle chiese armene dell’Artsakh.
Attualmente ci sono circa 4.000 Udi che vivono in Azerbajgian. Gli Udi sono cristiani, tradizionalmente seguaci della Chiesa Apostolica Armena e, in misura minore, della chiesa ortodossa. In Azerbajgian gli Udi hanno vissuto nei villaggi di Vardashen e Nij. Anche se gli Udi sono strettamente associati alla cultura e alla chiesa armena, la loro area di residenza si trova a nord del fiume Kur, a centinaia di chilometri dall’Artsakh, e non hanno avuto nulla a che fare con la costruzione dei monumenti cristiani nell’Artsakh.
Gli Udi sono stati periodicamente oppressi. Tra il 1918 e il 1922 quando una parte emigrò in Georgia a causa delle persecuzioni. Tra il 1989 e il 1991 quando, a causa della persecuzione su larga scala degli Udi di lingua armena, la maggior parte di loro lasciò l’Azerbajgian e coloro che rimasero furono costretti a rinunciare alla Chiesa Apostolica Armena. Nel 1991 il villaggio di Vardashen venne ribattezzato Oghuz; con un atto simbolico che dimostrava come le autorità Azerbaijane non si considerassero caucasiche ma portatrici dell’identità turca dell’Asia centrale (la popolazione turca degli Oghuz arrivò nella nostra regione nell’XI secolo).
La carta “albanese caucasica” non è perciò che un mezzo per avanzare pretese sul patrimonio storico e culturale delle nazioni vicine.
Negli ultimi anni, le autorità azere si sono attivate per costituire una chiesa Udi che dovrebbe essere il primo passo verso il ripristino della “Chiesa albanese” in Azerbajgian. Il processo coinvolge funzionari ad alto livello come l’ex Capo di stato maggiore del Presidente dell’Azerbajgian Ramiz Mekhtiyev.
I tentativi delle autorità azere di impadronirsi indebitamente delle chiese armene attraverso gli Udi, come nel caso di Dadivank, non sono altro che la maliziosa manipolazione di una minoranza nazionale e religiosa vulnerabile. E gli Udi, che per decenni sono stati vittime di oppressione in Azerbajgian, sono ora costretti a collaborare con le autorità azerbajgiane proprio per impadronirsi indebitamente del patrimonio armeno.
Va inoltre osservato che l’Azerbajgian ha già sostenuto la “tesi dell’albanizzazione” per giustificare la distruzione degli khachkar (croci di pietra) armeni nel Nakhichevan, a conferma del pericolo della politica di distruzione e distorsione dei monumenti armeni. La falsa tesi scientifica di presentare l’eredità cristiana degli armeni o di altri popoli della regione come albanese caucasica non ha una seria diffusione al di fuori dell’Azerbajgian e non è accettata dalla comunità accademica internazionale. Oggi, riconoscendo la debolezza delle proprie argomentazioni, l’Azerbajgian sta ostacolando l’attuazione della missione di valutazione dell’UNESCO nella regione, poiché è ovvio che l’Azerbajgian, con la sua identità turca, non sarebbe in grado di dimostrare l’origine azerbajgiana dei monumenti altomedievali.
È un dato di fatto incontrovertibile che tutte le chiese della regione appartenessero alla Chiesa Apostolica Armena, così come le strutture ecclesiastiche e i suoi seguaci, e in questo momento i diritti della Chiesa devono essere rispettati e tutelati. Lo testimonia non solo la storiografia ma anche le migliaia di iscrizioni armene su chiese e monumenti che raccontano la storia della loro costruzione.
La dichiarazione del Ministro della Cultura dell’Azerbajgian Anar Karimov, che il 3 febbraio scorso durante una conferenza stampa ha annunciato l’istituzione di un gruppo di lavoro che sarà responsabile della rimozione ”delle tracce fittizie scritte dagli Armeni sui templi religiosi albanesi”, deve essere condannata con forza dalla comunità internazionale.
L’istituzione di un tale gruppo di lavoro a livello statale, finalizzato all’appropriazione deliberata e illegale del patrimonio storico e culturale dei popoli vicini e alla privazione della loro memoria storica, è senza precedenti persino nella storia dei conflitti. Dimostra ancora una volta che gli atti di vandalismo e distruzione del patrimonio storico, culturale e religioso armeno in Nagorno-Karabakh durante la guerra dei 44 giorni e nel periodo successivo, sono deliberati e programmati in anticipo e sono parte della politica di annientamento della popolazione armena indigena del Nagorno-Karabakh. Questa azione del governo Azerbajgiano è una palese sfida all’ordinanza per l’applicazione di misure provvisorie emanata il 7 dicembre 2021 dalla Corte internazionale di giustizia delle Nazioni Unite che obbliga chiaramente l’Azerbajgian a “prendere tutte le misure necessarie per prevenire e punire gli atti di vandalismo e profanazione nei confronti del patrimonio culturale armeno, incluso ma non limitato a chiese e altri luoghi di culto, monumenti, punti di riferimento, cimiteri e manufatti”.
Alla luce della situazione attuale, l’intervento immediato e il coinvolgimento senza ostacoli sul campo degli attori umanitari internazionali, in particolare dell’UNESCO, diventa più che mai urgente per la conservazione e la prevenzione dei casi di vandalismo contro i monumenti armeni dell’Artsakh, parte integrante del patrimonio culturale universale. La politica di distruzione e distorsione dell’identità del patrimonio storico e culturale armeno e dei santuari religiosi contraddice ogni dichiarazione dell’Azerbajgian sul raggiungimento della riconciliazione nella regione e pone seri ostacoli alla creazione di una pace duratura nella regione.
Considerate le abbondanti prove della distruzione sistematica del patrimonio culturale e religioso armeno nel passato, la conservazione delle migliaia di monumenti storici, culturali e religiosi armeni sotto il controllo militare azerbajgiano costituisce un elemento importante del processo di pace. In questo contesto, la leadership azerbajgiana e la macchina della propaganda statale devono immediatamente porre fine alla riprovevole appropriazione indebita e alla distorsione dell’identità delle chiese armene mostrando, almeno, il dovuto rispetto per i monumenti culturali e religiosi.
L’appropriazione o la distorsione dei valori culturali del popolo armeno e la violazione dei diritti del popolo armeno non contribuiscono alla pace regionale. Ed è per questo che solo l’adeguata salvaguardia dei santuari e dei luoghi di culto può gettare le premesse per la pace nella regione, materialmente e spiritualmente.
Garen Nazarian
Ambasciatore della Repubblica di Armenia presso la Santa Sede
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2022-02-14 18:50:182022-02-15 18:53:36L’Ambasciatore di Armenia illustra la politica azera di falsificazione dei fatti storici e di appropriazione del patrimonio del popolo armeno (Korazym 14.02.22)
A seguito dell’offensiva dell’Azerbaigian in Nagorno-Karabakh nell’autunno del 2020, una significativa parte del patrimonio storico e culturale cristiano è rimasto nei territori occupati. Ne ha parlato su FarodiRoma l’ambasciatore azero presso la Santa Sede. Pubblichiamo oggi la replica del suo omologo armeno.
Secondo un rapporto dell’ufficio del Difensore dei diritti umani dell’Artsakh (Nagorno-Karabakh), almeno 1456 monumenti immobili della storia e della cultura armene sono passati sotto il controllo dell’Azerbaigian tra cui 161 monasteri e chiese, 591 croci di pietra (in armeno khachkar), siti di scavo a Tigranakert, Azokh, Nor Karmiravan, Mirik, Keren, numerose fortezze, castelli, santuari e altro ancora. Per non parlare degli 8 musei statali con 19.311 reperti e dei musei privati che sono ora sotto il controllo di Baku.
Visti i precedenti casi di deliberata distruzione da parte dell’Azerbaigian, questi monumenti sono ora in pericolo di annientamento. Oltre però alla distruzione fisica o al vandalismo, l’Azerbaigian persegue una politica di falsificazione dei fatti storici e assieme di appropriazione del patrimonio del popolo armeno, presentando i monumenti armeni in Artsakh come “albanesi caucasici”.
La distorsione dell’identità del patrimonio armeno è non solo un tentativo di “saccheggio culturale” ma anche una grave violazione degli strumenti giuridici internazionali pertinenti. Tenendo conto delle pretese dell’Azerbaigian di discendere degli albanesi caucasici, presentare le chiese armene come albanesi caucasiche è, di fatto, un passaggio intermedio verso la loro “azerbaijanizzazione”.
Le migliaia di monumenti armeni religiosi e secolari nella regione sono stati eretti secoli prima della creazione dell’Azerbaigian nel 1918 e non hanno nulla a che fare con l’identità azerbaigiana. Il nome Azerbaijan, come è conosciuto oggi, fu adottato per motivi politici dall’allora partito al potere Musavate fu usato per identificare la regione adiacente dell’Iran Nord Occidentale. I tentativi di estraniare questi monumenti dal popolo armeno non hanno alcuna giustificazione storica, religiosa o morale. L’Azerbaigian ha agito allo stesso modo nei confronti dei monumenti georgiani, rivendicando come proprie alcune chiese del complesso monastico di David Gareji.
L’Albania Caucasica storica era situata a nord del fiume Kur e non includeva l’Artsakh che era, invece, uno degli stati della Grande Armenia. In alcuni periodi storici, dopo la caduta della Grande Armenia, l’Artsakh entrò a far parte della satrapia persiana albanese ma l’identità armena dell’Artsakh non venne intaccata in alcun modo, continuando a manifestarsi chiaramente sia nella chiesa che nelle dinastie dominanti dell’Artsakh. Gli albanesi caucasici che esistevano nell’alto medioevo sono sopravvissuti a circa una dozzina di popoli caucasici – tra cui gli Udi, i Lachi, gli Tsakhurs, i Rutuli, i Lezgini, ecc. – e ora vivono anche nel Caucaso del Nord, in particolare nel Daghestàn. È da notare che la popolazione dell’Albania Caucasica era composta da decine di gruppi etnici, nessuno dei quali si chiamava o aveva l’identità di “albanese caucasico”. Più tardi il termine “Albania Caucasica” fu usato per indicare l’area geografica.
Consapevole dell’infondatezza delle sue pretese sui monumenti dell’Artsakh, l’Azerbaigian ha sfruttato il fattore “Udi”, presentandoli come discendenti della cultura cristiana dell’Artsakh e contestando così l’identità delle chiese armene dell’Artsakh.
Attualmente ci sono circa 4.000 Udi che vivono in Azerbaigian. Gli Udi sono cristiani, tradizionalmente seguaci della Chiesa Apostolica Armena e, in misura minore, della chiesa ortodossa. In Azerbaigian gli Udi hanno vissuto nei villaggi di Vardashen e Nij. Anche se gli Udi sono strettamente associati alla cultura e alla chiesa armena, la loro area di residenza si trova a nord del fiume Kur, a centinaia di chilometri dall’Artsakh, e non hanno avuto nulla a che fare con la costruzione dei monumenti cristiani nell’Artsakh.
Gli Udi sono stati periodicamente oppressi. Tra il 1918 e il 1922 quando una parte emigrò in Georgia a causa delle persecuzioni. Tra il 1989 e il 1991 quando, a causa della persecuzione su larga scala degli Udi di lingua armena, la maggior parte di loro lasciò l’Azerbaigian e coloro che rimasero furono costretti a rinunciare alla Chiesa Apostolica Armena. Nel 1991 il villaggio di Vardashen venne ribattezzato Oghuz; con un atto simbolico che dimostrava come le autorità Azerbaijane non si considerassero caucasiche ma portatrici dell’identità turca dell’Asia centrale (la popolazione turca degli Oghuz arrivò nella nostra regione nell’XI secolo).
La carta “albanese caucasica” non è perciò che un mezzo per avanzare pretese sul patrimonio storico e culturale delle nazioni vicine.
Negli ultimi anni, le autorità Azere si sono attivate per costituire una chiesa Udi che dovrebbe essere il primo passo verso il ripristino della “chiesa albanese” in Azerbaijan. Il processo coinvolge funzionari ad alto livello come l’ex capo di stato maggiore del presidente dell’Azerbaigian Ramiz Mekhtiyev.
I tentativi delle autorità Azere di impadronirsi indebitamente delle chiese armene attraverso gli Udi, come nel caso di Dadivank, non sono altro che la maliziosa manipolazione di una minoranza nazionale e religiosa vulnerabile. E gli Udi, che per decenni sono stati vittime di oppressione in Azerbaigian, sono ora costretti a collaborare con le autorità azerbaijane proprio per impadronirsi indebitamente del patrimonio armeno.
Va inoltre osservato che l’Azerbaigian ha già sostenuto la “tesi dell’albanizzazione” per giustificare la distruzione degli khachkar (croci di pietra) armeni nel Nakhichevan, a conferma del pericolo della politica di distruzione e distorsione dei monumenti armeni. La falsa tesi scientifica di presentare l’eredità cristiana degli armeni o di altri popoli della regione come albanese caucasica non ha una seria diffusione al di fuori dell’Azerbaijan e non è accettata dalla comunità accademica internazionale. Oggi, riconoscendo la debolezza delle proprie argomentazioni, l’Azerbaijan sta ostacolando l’attuazione della missione di valutazione dell’UNESCO nella regione, poiché è ovvio che l’Azerbaijan, con la sua identità turca, non sarebbe in grado di dimostrare l’origine azerbaijana dei monumenti altomedievali.
È un dato di fatto incontrovertibile che tutte le chiese della regione appartenessero alla Chiesa Apostolica Armena, così come le strutture ecclesiastiche e i suoi seguaci, e in questo momento i diritti della Chiesa devono essere rispettati e tutelati. Lo testimonia non solo la storiografia ma anche le migliaia di iscrizioni armene su chiese e monumenti che raccontano la storia della loro costruzione.
La dichiarazione del ministro della Cultura dell’Azerbaigian Anar Karimov, che il 3 febbraio scorso durante una conferenza stampa ha annunciato l’istituzione di un gruppo di lavoro che sarà responsabile della rimozione” delle tracce fittizie scritte dagli armeni sui templi religiosi albanesi”, deve essere condannata con forza dalla comunità internazionale.
L’istituzione di un tale gruppo di lavoro a livello statale, finalizzato all’appropriazione deliberata e illegale del patrimonio storico e culturale dei popoli vicini e alla privazione della loro memoria storica, è senza precedenti persino nella storia dei conflitti. Dimostra ancora una volta che gli atti di vandalismo e distruzione del patrimonio storico, culturale e religioso armeno in Nagorno-Karabakh durante la guerra dei 44 giorni e nel periodo successivo, sono deliberati e programmati in anticipo e sono parte della politica di annientamento della popolazione armena indigena del Nagorno-Karabakh. Questa azione del governo Azerbaijano è una palese sfida all’ordinanza per l’applicazione di misure provvisorie emanata il 7 dicembre 2021 dalla Corte internazionale di giustizia delle Nazioni Unite che obbliga chiaramente l’Azerbaijan a “prendere tutte le misure necessarie per prevenire e punire gli atti di vandalismo e profanazione nei confronti del patrimonio culturale armeno, incluso ma non limitato a chiese e altri luoghi di culto, monumenti, punti di riferimento, cimiteri e manufatti.”
Alla luce della situazione attuale, l’intervento immediato e il coinvolgimento senza ostacoli sul campo degli attori umanitari internazionali, in particolare dell’UNESCO, diventa più che mai urgente per la conservazione e la prevenzione dei casi di vandalismo contro i monumenti armeni dell’Artsakh, parte integrante del patrimonio culturale universale. La politica di distruzione e distorsione dell’identità del patrimonio storico e culturale armeno e dei santuari religiosi contraddice ogni dichiarazione dell’Azerbaijan sul raggiungimento della riconciliazione nella regione e pone seri ostacoli alla creazione di una pace duratura nella regione.
Considerate le abbondanti prove della distruzione sistematica del patrimonio culturale e religioso armeno nel passato, la conservazione delle migliaia di monumenti storici, culturali e religiosi armeni sotto il controllo militare azerbaijano costituisce un elemento importante del processo di pace. In questo contesto, la leadership azerbaijana e la macchina della propaganda statale devono immediatamente porre fine alla riprovevole appropriazione indebita e alla distorsione dell’identità delle chiese armene mostrando, almeno, il dovuto rispetto per i monumenti culturali e religiosi.
L’appropriazione o la distorsione dei valori culturali del popolo armeno e la violazione dei diritti del popolo armeno non contribuiscono alla pace regionale. Ed è per questo che solo l’adeguata salvaguardia dei santuari e dei luoghi di culto può gettare le premesse per la pace nella regione, materialmente e spiritualmente.
Garen Nazarian, Ambasciatore della Repubblica d’Armenia presso la Santa Sede
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2022-02-13 19:29:552022-02-13 19:29:55I luoghi di culto contesi in Nagorno-Karabakh. Le ragioni dell’Armenia (FarodiRoma 13.02.22)
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