Ricordatevi dei vostri fratelli armeni, «come d’autunno sugli alberi le foglie» (Tempi 13.12.21)

Le dita intirizzite stanno sospese sopra la tastiera dell’iPad e vorrebbero ticchettare parole di pace per voi amici dei molokani e degli armeni. Le dichiarazioni firmate il 26 novembre a Sochi, terra russa, da Vladimir Putin (mediatore), dal primo ministro armeno Nikol Pashinyan e dal presidente azero Ilham Aliyev dovrebbero accarezzarmi il cuore. E un po’ lo fanno. Ma guardo l’azzurro perlaceo del lago di Sevan e non riesco a festeggiare un bel niente: non posso mentire a me stesso. La logica dei rapporti di forza combinata con l’ideologia di potenza del grande assente, Recep Tayyip Erdoğan, presidente della Turchia, ma che vegliava invisibile dietro le spalle del suo alleato e vassallo Aliyev, dicono: questa è una tregua organizzativa, poi l’ineluttabile accadrà, e Putin, se non vuole avere la spada turca nel suo fianco caucasico dovrà concedere l’Armenia a un redivivo impero ottomano. Esagero in pessimismo? Ci sono delle variabili. Poi le elencherò. Intanto i fatti.
Invas…

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Mosca e Ankara propongono la piattaforma 3+3 per il Caucaso (Asianews 13.12.21)

Dialogo con Azerbaigian, Armenia e Iran. Formato finora respinta dalla Georgia. Tbilisi non si fida del Cremlino, con cui è in contrasto sui territori separatisi di Abkhazia e Ossezia del sud. Come gli ucraini, i georgiani guardano alla Nato per bilanciare la minaccia russa.

Mosca (AsiaNews) – I rappresentanti dei Paesi del Caucaso meridionale (Azerbaigian, Armenia) insieme a quelli di Turchia, Russia e Iran si sono incontrati nella capitale russa per valutare i termini della collaborazione secondo lo schema 3+3, proposto da Erdogan e appoggiato da Mosca. Solo i georgiani sono recalcitranti ad accettare questo nuovo formato, per contrarietà alla Russia che di fatto occupa i territori dell’Abkhazia e dell’Ossezia del sud.

Con una nota, il ministero degli Esteri della Georgia comunica di essere contrario al progetto, a cui si lavorerà per tutto il prossimo anno. Il gruppo 3+2 ha avuto un primo incontro a Mosca il 10 dicembre a Mosca. Il primo ministro armeno Nikol Pašinyan ha ricevuto l’assicurazione che in questo dialogo non si parlerà dei problemi legati al conflitto con gli azeri nel Karabakh, riservati ad altri livelli di trattative.

Tbilisi non si fida dei russi, tenendo conto che il Cremlino finora non sembra interessato a tener fede agli accordi presi nel 2008 dall’ex presidente russo Medvedev sotto la mediazione di quello francese Sarkozy. Secondo Mosca, i georgiani devono tenere conto dei cambiamenti avvenuti negli ultimi anni, inserendosi nelle dinamiche in corso nella regione caucasica.

Alla riunione di inizio dicembre dei Paesi Osce (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa), il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov aveva fatto capire di voler rivedere i criteri di sicurezza nella regione, che Mosca è disposta ad adeguare in cambio della rinuncia georgiana a entrare nella Nato. Lavrov ha dichiarato che “noi abbiamo proposto di tornare alle fondamenta dell’Osce: parità dei diritti, consenso, dialogo e condivisione della sicurezza. Sono certo che questo sistema possa essere utile anche per la Georgia”. Egli ha aggiunto che per molto tempo Tbilisi ha rallentato i ritmi del proprio sviluppo, proprio per non aver rispettato gli interessi di tutti i Stati coinvolti negli equilibri caucasici.

La Russia ha agitato però anche il bastone, dopo aver offerto la carota, minacciando la Georgia di nuovi problemi se non accetterà le sue proposte. Nelle recenti trattative di Ginevra, Mosca ha preteso da Tbilisi delle garanzie per l’indipendenza di Abkhazia e Ossezia del sud, attualmente controllate dal Cremlino, in maniera simile alle “repubbliche autonome” di Lugansk e Donetsk nel Donbass ucraino. L’insistenza russa sull’autonomia di questi territori è infatti legata ai timori per l’allargamento della Nato in Oriente, a partire dal bacino del Mar Nero.

Vladimir Putin agisce su più tavoli per premunirsi di fronte ai piani Usa ed europei di espansione verso oriente, sia in Georgia sia in Ucraina. Secondo Valerij Čečelašvili, esperto del Centro di studi strategici della Georgia ed ex ambasciatore in Russia, Mosca cerca in tutti i modi di puntellare le proprie posizioni, sapendo di non essere in grado di reggere la sfida militare e strategica con gli Stati Uniti e i suoi alleati. “La Russia – spiega Čečelašvili – che ha un Pil di 1.310 miliardi di euro pretende da Washington, un’economia da 18.500 miliardi, e da tutta la comunità internazionale che ha instaurato un regime di sanzioni contro il Cremlino, di avere delle garanzie contro l’allargamento della Nato”.  In realtà, sostiene l’esperto georgiano, “questa sarà una scelta della Georgia e dell’Ucraina, soprattutto per difendersi dall’aggressività di Mosca che non rispetta l’integrità territoriale dei Paesi vicini”.

Molti analisti ritengono che la Russia faccia la voce grossa in realtà bleffando, per cercare di fermare il corso degli eventi, che potrebbe togliere a Mosca il controllo di buona parte dell’area ex sovietica.

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Costruire una società civile dopo l’URSS. Intervista ad Armine Ishkanian (East Journal 13.12.21)

Il programma di ‘transizione’ avviato in seguito al crollo del comunismo in Europa orientale era fondato su due obiettivi: il passaggio all’economia di mercato e la promozione della democrazia. In questo contesto, la costruzione dall’alto di una ‘società civile’ aveva un duplice significato per i donatori di aiuti internazionali: da un lato, in quanto alternativa al controllo pervasivo dello stato comunista, la società civile era considerata un presupposto fondamentale per la democratizzazione. Dall’altro, era un mezzo per istituire il libero mercato, attraverso l’indebolimento dello stato sociale e il trasferimento delle sue responsabilità in mano ad attori non-statali, tra cui le organizzazioni non-governative (ONG).

Nella pratica, questo progetto non ha avuto gli effetti sperati. Trent’anni dopo, la società civile in molti paesi dell’ex Urss si trova minacciata da politiche statali repressive, ma anche contestata da forme più radicali di attivismo che prefigurano un modello di sviluppo alternativo. Ne abbiamo parlato con Armine Ishkanian, professoressa associata nel dipartimento di Politiche Sociali della London School of Economics ed esperta di società civile, democrazia, sviluppo e trasformazione sociale in Armenia e non solo.

Nel suo libro “Democracy Building and Civil Society in Armenia” (Routledge, 2008) ha descritto lo sviluppo di una società civile “geneticamente modificata” in Armenia in seguito al crollo del comunismo. Può spiegarci questo fenomeno e quali ne sono state le conseguenze?

Tra la metà e la fine degli anni novanta in Armenia c’è stata una proliferazione di ONG. Nel 1994, tre anni dopo il crollo del comunismo, c’erano solo 44 ONG registrate presso il Ministero della Giustizia. Nel 1995, fu stabilito un NGO Resource and Training Center (Centro risorse e formazione per le ONG, NdA), finanziato da USAID (l’Agenzia statunitense per lo Sviluppo Internazionale, NdA). Nel giro di un anno, oltre 1500 ONG si erano già registrate in Armenia, e i numeri continuavano a crescere. Non era una dinamica naturale, ma spinta dai finanziamenti messi a disposizione dai donatori di aiuti internazionali. Molte di queste ONG erano diventate un business, una fonte di sostentamento per molte persone che dopo il crollo del comunismo erano finite disoccupate o con un lavoro che non gli permetteva di sopravvivere. Il lavoro nel settore non-governativo era diventato una fonte di reddito; molte ONG erano attive per qualche anno, poi scomparivano e venivano sostituite da nuove organizzazioni. Questo ha avuto delle conseguenze indesiderate, portando alla mancanza di fiducia da parte del pubblico nei confronti delle ONG e della società civile in senso più ampio. In Armenia è apparso il termine grantagerner (mangiatore di grants, NdA) per descrivere quelle organizzazioni create solo per approfittare delle sovvenzioni internazionali. Più in generale, questo ha portato ad una mancanza di fiducia nella democrazia e nel processo di democratizzazione.

Oggi, alcuni regimi ibridi o autoritari nella regione post-sovietica, come in Russia e in Azerbaigian, accusano le ONG di essere ‘agenti stranieri’ e hanno introdotto misure volte a limitare i finanziamenti internazionali alla società civile. Come spiega questo fenomeno e che impatto ha sulla società civile?

Quello dell’erosione della società civile non è un fenomeno circoscritto alla regione, ma è osservabile anche nelle democrazie liberali occidentali, come nel Regno Unito. Nel corso degli ultimi 10-15 anni numerosi governi stanno introducendo leggi che limitano le attività di advocacy e le campagne di sensibilizzazione, non solo delle ONG professionalizzate ma anche di gruppi e movimenti informali. Nello spazio post-sovietico, c’è la percezione da parte dei governi di un’interferenza delle ONG finanziate con capitali stranieri negli affari interni, ma anche esteri, se pensiamo alle questioni legate ai conflitti. Ci sono anche preoccupazioni, legittime in alcuni casi, legate al fatto che queste ONG non collaborano necessariamente con i governi per sostenere le politiche di previdenza sociale, e ciò comporta una mancanza di responsabilità (verso i cittadini, NdA). Ma c’è anche una pressione che viene dal basso: i movimenti sociali più progressisti e radicali contestano la legittimità delle ONG, vedendole come entità tecnocratiche, che vanno incontro alle richieste dei donatori internazionali ma sono disconnesse dalle questioni di interesse pubblico. In Armenia, a partire dal 2008-10 c’è stata una crescita di iniziative civiche dal basso – legate ai diritti delle donne, a questioni ambientali e di sviluppo urbano – che contestano le ONG e il loro lavoro. Perciò questo backlash contro la società civile viene sia dall’alto che dal basso, ed è qualcosa su cui le stesse ONG dovrebbero interrogarsi.

Trent’anni dopo, la società civile nello spazio post-sovietico è diventata meno dipendente dai capitali stranieri?

I finanziamenti multilaterali e bilaterali occidentali sono diminuiti nel corso degli anni, per cui la società civile è stata costretta a diversificare le proprie modalità di funzionamento. Alcune organizzazioni si sono orientate più verso le fondazioni filantropiche, altre hanno cercato il sostegno del settore privato, altre ancora si sono date al crowd-funding. C’è una tendenza all’indipendenza e al rifiuto dei donatori, per lo meno in alcuni segmenti della società civile. Tuttavia, nonostante la retorica sul rispetto della local ownership (partecipazione e responsabilità locale, NdA), i donatori continuano a perpetuare le diseguaglianze strutturali – legate al modo in cui vengono attribuiti i finanziamenti e ai requisiti di rendicontazione richiesti. Il sistema di aiuti internazionale è sbagliato, non solo in questa regione, ma ovunque. Ciò che però mi infonde speranza sono le iniziative informali, dal basso, che si mobilitano non in risposta ad un bando di finanziamento ma intorno a problematiche vissute e di interesse comune.

Contrariamente alla società civile “geneticamente modificata”, che ha accompagnato il progetto di trasformazione neoliberista delle società post-comuniste, più di recente sono emersi nella regione dei gruppi che si oppongono alle politiche neoliberiste – ad esempio quelle orientate all’estrattivismo. Può parlarci di queste tendenze e delle prospettive future?

Le iniziative dal basso di cui parlavo sono certamente degli spazi di resistenza al neoliberismo, contrariamente alle ONG che riproducono le logiche neoliberiste senza riflessione critica. Ma a differenza di altre parti del mondo, come in Asia meridionale, America Latina o alcune parti dell’Africa sub-Sahariana, negli ex paesi socialisti dell’Europa orientale portare avanti un discorso anti-capitalista e di sinistra è un compito estremamente difficile, proprio a causa dell’eredità sovietica. In Armenia, l’ala progressista della società civile è molto ridotta e marginalizzata – anche a causa del conflitto in Nagorno-Karabakh. A parte qualche contatto con la società civile georgiana o nella regione, pochissimi gruppi fanno parte di network internazionali, come l’Internazionale Progressista, e questo limita le loro capacità di resistenza. In America Latina, anche le ONG assumono atteggiamenti critici nei confronti delle politiche neoliberiste, mentre nei paesi dell’ex Unione Sovietica sono più reticenti a farlo – a causa del retaggio comunista. Alcune idee neoliberiste sono diventate un gospel nella regione, ed è difficile rimetterle in discussione. Se pensiamo alla questione del cambiamento e della continuità nella sfera politica, dobbiamo considerare il ruolo delle idee, la possibilità di contestare l’egemonia – come direbbe Gramsci – e di proporre una contro-egemonia. Ma se non vi è spazio all’interno della società, e perfino la società civile è restia a portare avanti un dibattito critico, non è chiaro da dove potrà emergere il cambiamento.

Possiamo ancora parlare di società civile ‘post-sovietica’?

Sono passati trent’anni dal crollo dell’Urss e siamo di fronte ad una nuova generazione di attivisti. Sicuramente restano alcuni retaggi sovietici, ma la società civile di oggi è molto più influenzata da tendenze globali. Gli attivisti sono sui social media, sanno ciò che accade in altre parti del mondo, e possono ispirarsi da altri discorsi e da altre pratiche. Ad esempio, alcune tattiche che hanno avuto origine nel movimento Occupy Wall Street sono apparse in Armenia con l’occupazione del parco Mashtots (a Erevan, NdA) nel 2011 e sono in uso ancora oggi. Penso che dovremmo discostarci dalle etichette e semplicemente guardare alla società civile che esiste nella realtà: influenzata dalle storie locali e dalle specificità culturali, ma in sintonia con le tendenze globali – sia quelle progressiste che quelle conservatrici.

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Storie di ordinari olocausti: gli Armeni (15-18) (Giornaledipuglia 12.12.21)

FRANCESCO GRECO – Storie di ordinarie deportazioni, di “normali” stermini. La “banalità del male” (se questo è un uomo) ebbe un’anteprima nel 1915-18. Il genocidio (olocausto), il primo del XX secolo, di oltre un milione di Armeni, una pulizia etnica avvenuta sotto agli occhi di Germania e USA, programmata sin nei minimi dettagli: gli archivi bruciati, la distruzione dei documenti e la conseguente negazione dei fatti.

Che tuttora trova storici negazionisti: la cancel culture ha radici antiche. Le narrazioni artefatte non sono un atout di questo secolo che può contare sugli algoritmi e gli hacker. Una menzogna ripetuta all’infinito diventa “la” verità odorosa di canfora (è la massima di Goebbels).

Lasciare la propria terra è sempre doloroso, anche se il governo turco-ottomano promise il risarcimento dei beni abbandonati: casa e terre, almeno in teoria. Curiosamente, gli Armeni deportati morivano quasi tutti di infarto sulla via che portava alla “terra promessa” (i deserti della Siria). Anche chi osava ospitarli era passato per le armi.

Per la curatela (edizione italiana) di Antonia Arslan, Taner Akçam ricostruisce l’annientamento di un popolo condannato da un secolo alla damnatio memoriae in “Killing Orders” (I telegrammi di Talat Pasha e il Genocidio Armeno), Guerini e Associati, Milano 2020, pp . 312, € 25,00.

La ricostruzione si regge su materiale che ha vissuto infinite peripezie, viaggiando fra Marsiglia, Manchester e Gerusalemme e che un sacerdote cattolico, padre Krikor Guerguerian (scampato per miracolo alla sorte toccata alla sua numerosa famiglia) ha avuto la tenacia di proteggere e far giungere sino a  noi attraverso un nipote. Lo studioso turco è riuscito a intercettarlo e a scommettere sulla loro autenticità.

I carnefici di ieri hanno dei riferimenti in quegli storici che oggi li considerano spazzatura. E’ anche qui l’unicità dello sterminio: nel negarlo pervicacemente.

Se il negazionismo ha molte facce, raffinate e perverse, palesi o carsiche, la Turchia che oggi, XXI secolo, indugia alle porte dell’Europa col gioco delle tre carte, nel suo interesse, dovrebbe dare prova di trasparenza e squarciare ogni velo d’omertà fornendo i documenti esistenti (se è vero che molto materiale fu nascosto, non bruciato). Sarebbe più credibile. Un secolo di oblio e di negazionismo basta e avanza, perché “ogni atrocità di massa, lascia inevitabilmente delle tracce”. Nella memoria e nelle coscienze dei popoli.

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Draghi, appello bipartisan da 26 parlamentari per il rilascio dei prigionieri di guerra armeni ancora detenuti (Il Messaggero 12.12.21)

Un altro Natale che arriva senza che la sorte dei prigionieri di guerra armeni detenuti nelle carceri azere si sia risolta. Sono ventisei i parlamentari italiani ( di ogni schieramento) che hanno firmato un appello al governo Draghi affinché si impegni a livello europeo per chiedere all’Azerbaigian di rilasciare i prigionieri di guerra e i civili armeni ancora detenuti nel Paese.

«A un anno dalla firma della dichiarazione trilaterale del 9 novembre, la situazione nel Nagorno-Karabakh e ai confini tra Armenia e Azerbaigian rimane tesa a causa del mancato rispetto del cessate il fuoco e delle incursioni di truppe azere nel territorio sovrano della Repubblica di Armenia – sottolineano i firmatari -. Ancora oggi, ci sono numerosi prigionieri di guerra armeni detenuti illegalmente nelle prigioni dell’Azerbaigian, ed emerge da molteplici fonti autorevoli il fatto che il patrimonio storico-culturale cristiano armeno nei territori passati sotto il controllo dell’Azerbaigian sia in pericolo. Inoltre, l’Azerbaigian, con il palese sostegno della Turchia, minaccia di creare, con l’uso della forza, un ‘corridoio’ extraterritoriale che unisca i due paesi attraverso il territorio sovrano ed internazionalmente riconosciuto della Repubblica di Armenia».

Una vicenda che aveva impegnato anche il Vaticano a chiedere la liberazione di questi militari. Il documento sottoscritto dai parlamentari italiani prosegue: «Ciò accade nonostante la dichiarazione trilaterale del 9 novembre 2020, che mise fine alla guerra, prevedesse lo sblocco di tutte le reti di comunicazione e trasporti della regione. È peraltro di queste ore la notizia che il Tribunale Internazionale dell’Aja ha emesso una sentenza in cui chiede all’Azerbaigian di garantire i diritti dei prigionieri di guerra, di prevenire l’incitamento all’odio razziale nei confronti della popolazione armena e di condannare il vandalismo nei confronti del patrimonio storico e culturale armeno».

La speranza dei parlamentari italiani è che il governo ponga come presupposto del rapporto Unione Europea-Azerbaigian – nell’ambito del Partenariato Orientale – il rilascio dei prigionieri di guerra e civili detenuti con «l’abbandono di retorica provocatoria e militarista a favore di percorsi costruttivi verso un sincero coinvolgimento in negoziati di pace ». Tra i firmatari Enrico Aimi, Paola Binetti, Stefano Borghesi, Andrea Cangini, Massimiliano Capitanio, Emilio Carelli, Laura Cavandoli, Giulio Centemero, Jari Colla, Vito Comencini, Tullio Patassini, Flavia Piccoli Nardelli.

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Appello di 26 parlamentari: Azerbaigian rilasci prigionieri armeni (Politicamentecorretto 12.11.21)


Nagorno Karabakh: appello di 26 parlamentari italiani a governo Draghi per rilascio prigionieri guerra e civili armeni (Agenzia Nova)

Armenia-Azerbaigian: ministero Difesa, otto militari feriti in sparatoria al confine, sei in gravi condizioni (Agenzia Nuova 10.12.21)

Erevan, 10 dic 16:28 – (Agenzia Nova) – Sono otto i militari armeni rimasti feriti, sei dei quali in gravi condizioni, oltre ad un soldato morto, a seguito della sparatoria odierna al confine con l’Azerbaigian. Lo dichiara il ministero della Difesa armeno, che precedentemente aveva comunicato l’uccisione di un militare di Erevan ed un numero imprecisato di feriti in seguito al conflitto a fuoco scoppiato “dopo le azioni aggressive delle forze armate azerbaigiane”. (Rum)

Caucaso: fine anno di incontri internazionali (Osservatorio Balcani e Cuacaso 10.12.21)

Il 2021 si sta chiudendo con un’agenda fitta di appuntamenti internazionali, molti dei quali tornati in presenza. Nel 28esimo incontro ministeriale dell’Organizzazione per la Sicurezza e Cooperazione in Europa (OSCE, 2-3 dicembre) si sarebbero dovuti incontrare i ministri degli Esteri armeno e azerbaijano, incontro che poi è saltato. C’è stato invece quello a Sochi fra il presidente russo Vladimir Putin, il presidente azero Ilham Aliev e il primo ministro Nikol Pashinyan, incontro per eviatare nuove impasse nel decorso post-conflitto dopo gli scontri del 16 novembre scorso e ha portato avanti l’impegno tra le parti a demarcare i confini e aprire i collegamenti.

L’anno prossimo nello spazio post sovietico potrebbero essere numerosi gli incontri in formati bilaterali e multilaterali: nel dicembre del 1991, si scioglieva l’Unione Sovietica, il 2022 segnerà quindi l’anno del trentennale non di una fine, ma dell’inizio dei rapporti diplomatici fra repubbliche ex sovietiche. Sempre a dicembre si è tenuto il 92esimo incontro della Comunità degli Stati Indipendenti, ed è chiaro che Mosca vuole approfittare del trentennale per tirare le fila, e anche le redini, dei propri rapporti diplomatici.

Non solo Mosca è stata protagonista di questo fine anno fitto di incontri diplomatici. È prossimo il vertice del Partenariato Orientale dell’Unione Europea che metterà allo stesso tavolo, multilateralmente, Armenia, Azerbaijan, e Georgia. Ma prima di questo importante incontro, che è stato preceduto dai viaggi nella regione da parte di rappresentanti europei, c’è stato un altro incontro multilaterale che ha portato allo stesso tavolo, in presenza, i pesi massimi di un’altra crisi caucasica: le Discussioni di Ginevra.

Una guerra non finita, per tutti

Le Discussioni di Ginevra sono state create nel 2008. Con i cannoni ancora fumanti l’Unione Europea insieme ai due co-presidenti dell’OSCE e delle Nazioni Unite portava a un unico tavolo Russia, Georgia, Stati Uniti e – cosa non scontata e non presente nei formati finora elencati – i secessionisti di Abkhazia e Ossezia del Sud. Questo costituisce da allora una grande sfida per questo formato. Anche qualora concordassero sui contenuti, di fatto è infatti quasi impossibile adottare un documento firmato dalle parti perché porterebbe le firme di regimi che Tbilisi non può accettare, se non il riconoscimento di una corrosione della propria integrità territoriale, cioè con un atto di legittimazione dell’esistenza di due governi non subordinati a Tbilisi a Sukhumi e a Tskhinvali.

Si tratta di una sfida che questo formato si trascina dall’inizio, ma alla quale se ne sono aggiunte altre. Al momento in cui le Discussioni sono nate i tre co-presidenti avevano ognuno 3 missioni sul terreno. L’ONU era presente in Abkhazia, l’OSCE in Ossezia, anche se la guerra ne aveva minato le funzioni. L’UE aveva appena schierato la missione civile EUMM. Di queste 3 esiste solo ancora l’EUMM.

Ma il cambiamento riguarda anche i partecipanti e i loro rapporti reciproci.

I partecipanti sono rappresentati da due gruppi, uno dedicato ai lavori sulle questioni umanitarie, uno alla sicurezza. Questo gruppo è capitanato da vice-ministri degli Esteri, quindi un livello politico piuttosto alto, non sono solo discussioni tecniche. La cinquantacinquesima sessione arriva in una crisi congiunturale complessa. Per Russia e Stati Uniti si tiene in particolare sullo sfondo delle tensioni per l’Ucraina.

Per la Georgia, è la sessione in cui si trova in rapporti eccezionalmente tesi con Unione Europea e Stati Uniti. L’ultimo episodio in ordine cronologico, nel solco ormai profondo dei cattivi rapporti fra l’attuale governo georgiano – monocolore Sogno Georgiano – e Bruxelles e Washington riguarda uno scambio pubblico non propriamente diplomatico fra il segretario del partito di maggiroanza e di governo Sogno Georgiano, Irakli Kobakhidze, e l’ambasciatrice americana a Tblisi Kelly Degnan. Il primo ha accusato la seconda di non avere le competenze giuridiche per emettere giudizi sulle riforme georgiane, la seconda ha declinato in modo non proprio elegante.

Non buoni nemmeno i rapporti con Mosca e non solo perché le Discussioni riguardano proprio la guerra russo-georgiana e l’assenza di una soluzione politica che ricomponga la spaccatura che è seguita alla guerra e al riconoscimento russo di Abkhazia e Ossezia del Sud. Infatti fra i vari formati di tavoli, organizzazioni, fora internazionali che Mosca sollecita per il 2022 c’è il 3+3, tutto caucasico. I 3 di Georgia, Armenia, Azerbaijan e i 3 paesi eredi degli imperi che per secoli si sono contesi il Caucaso, cioè Russia, Iran e Turchia.

Il formato non arriverà alla plenaria proprio perché la Georgia con grande travaglio si è sfilata. 2+3, quindi, a decidere il futuro delle infrastrutture e delle comunicazioni (anche politiche) nella regione. La Russia – irritata dal rifiuto di Tbilisi, che in questo formato non sarebbe tutelata e sarebbe costretta a situazioni compromettenti rispetto alla sua volontà del ritorno dei secessionisti sotto la propria giurisdizione – non riconosce il no georgiano, e sostiene che la sedia per la Georgia resterà. Per il momento vuota.

La 55esima sessione

Nessuna sedia vuota, almeno a inizio sessione, per la 55esima sessione delle Discussioni Internazionali di Ginevra che si è tenuta al Palais des Nations il 7 e l’8 dicembre. Come è tradizione al termine della sessione, i co-presidenti hanno emesso un comunicato stampa che non rispecchia solo la loro valutazione, ma il cui contenuto è concordato con tutte le parti. Il fatto che compaia solo a nome dei co-presidenti solleva le parti da situazioni imbarazzanti di riconoscimento politico reciproco. E per questo, è necessariamente scarno.

Di questi due giorni carichi di tensione i co-presidenti sottolineano  un apprezzamento perché “i partecipanti si sono impegnati in uno scambio franco su questioni in sospeso come la libertà di movimento, le questioni di documentazione e dei viaggi all’estero, le detenzioni, i casi irrisolti di persone scomparse e problemi di sicurezza specifici in aree localizzate”.

Nulla da fare per gli sfollati, il cui rientro nelle aree contese è discusso a Ginevra, ma è ormai tradizione che quando la questione emerge Sukhumi e Tskhinvali abbandonino la sala. Anche qui sedie vuote, ma piene di significato: il ritorno degli sfollati non implicherebbe solo ritorno di proprietà ed eventuali indennizzi, ma anche un quadro politico in cui le tensioni secessioniste verrebbero mitigate notevolmente dal ritorno di una maggioranza georgiana che non si è mai espressa a favore della scissione da Tbilisi.

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Nagorno Karabakh: trent’anni fa il popolo disse Sì all’indipendenza ma aspetta ancora la libertà (Ilfattoquotidiano 10.12.21)

Di Ani Vardanyan*

Esattamente trent’anni fa il popolo di Artsakh (Nagorno Karabakh), un territorio dove la stragrande maggioranza della popolazione era armena, fece un referendum storico. Il 99,89 per cento degli elettori armeni votò a favore della totale indipendenza dall’Azerbaijan esercitando il proprio diritto di autodeterminazione.

Proviamo a tornare indietro nel tempo e capire cosa accadeva realmente in quel fazzoletto di terra in quegli anni. Come è risaputo il territorio di Artsakh (storicamente armeno) fu incorporato forzatamente nell’Azerbaijan nel 1921 con la diretta interferenza di Stalin. In seguito, nel 1923 venne incorporato nella Repubblica Socialista Sovietica d’Azerbaijan come un oblast autonomo. Da sottolineare il fatto che, nel 1923, il 94,4 per cento della popolazione di Artsakh era armena e che, in conseguenza della politica discriminatoria, aggressiva e violenta dell’Azerbaijan, scese drasticamente.

Il punto di svolta fu nel 1988, quando il parlamento locale dell’Oblast autonomo di Nagorno Karabakh approvò una risoluzione che invitava Mosca, Yerevan e Baku a ritirare la regione dall’Azerbaijan sovietico e ad annetterla all’Armenia sovietica. Sia Mosca che Baku la considerarono inaccettabile.

In risposta alla volontà dell’autodeterminazione della popolazione del Nagorno Karabakh, le autorità azere organizzarono i massacri degli armeni trasformandoli in azioni militari. Come soluzione al conflitto l’Azerbaijan scelse la guerra e non la pace. Nel 1991 Artsakh dichiarò la sua indipendenza in pieno rispetto con il diritto internazionale. Bisogna evidenziare che il referendum si svolse in conformità alle norme giuridiche esistenti. Il giorno del referendum erano presenti due dozzine di osservatori internazionali che in seguito presentarono il loro rapporto.

La popolazione armena sognava di poter realizzare i propri diritti e di poter scegliere di essere indipendente. La loro volontà fu risposta invece con attacchi e aggressioni. Il giorno del referendum, Stepanakert e altri insediamenti armeni erano sotto incessanti bombardamenti, ma la determinazione della popolazione era talmente grande che nulla poté fermare gli elettori. Secondo i dati forniti dalle autorità, dieci persone furono uccise e undici civili rimasero feriti. Difatti il rapporto di due dozzine di osservatori internazionali a seguito del referendum affermò che il referendum si fu svolto “in condizioni di aggressione armata” dall’Azerbaijan contro Artsakh.

Da notare che la popolazione azera del Nagorno Karabakh rifiutò di partecipare al referendum, anche se la commissione elettorale ebbe creato le condizioni necessarie per lo svolgimento del referendum in tutto il territorio della repubblica, compresi i loro insediamenti. In quegli anni gli azeri che vivevano in Artsakh costituivano circa il venti per cento della popolazione e non parteciparono al referendum su ordine di Baku.

Nel lontano 1991, in mezzo all’orrore e all’odio promosso dalle autorità azere, la popolazione del Nagorno Karabakh non esitò di dire sì all’indipendenza. Per trent’anni lunghi e pieni di incertezza il popolo di questa repubblica mai riconosciuta ha aspettato il suo turno di poter essere libero e indipendente. A trent’anni da questo referendum la comunità internazionale continua a rimanere impassibile e muta. Indifferenza che viene percepita come un insulto all’umanità, sentita particolarmente forte esattamente un anno fa, quando l’Azerbaijan ha scatenato la guerra attaccando l’intero territorio del Nagorno Karabakh. Le autorità azere non hanno risparmiato nulla: scene di violenza, crimini di guerra, impiego di armi vietate, atti di vandalismo. Il trattato di pace siglato il 9 novembre ha posto fine alla guerra di 44 giorni vinta dall’Azerbaijan in primis grazie al sostegno militare della Turchia e al coinvolgimento dei terroristi stranieri.

La guerra è finita ma non nei ricordi della popolazione armena. Ha avuto un impatto drammatico sul benessere fisico, sociale ed emotivo degli abitanti ma non gli ha tolto la speranza di un futuro più luminoso, quando finalmente sarà riconosciuto il loro innegabile diritto all’autodeterminazione. Quando si soffia via la polvere dell’indifferenza rimane sempre la speranza ed è possibile capirne la vera essenza soltanto quando si decide di agire.

*Docente di lingua italiana all’Università Brusov di Yerevan e all’Università Americana in Armenia, collabora per alcune testate armene e italiane

Venezia, Sonig Tchakerian all’Auditorium Lo Squero (Agoravox 10.12.21)

Ancora musica di livello all’Auditorium Lo Squero dell’Isola di S. Giorgio a Venezia, sala dotata di eccellente acustica e del naturale, affascinante scenario della riva del sestriere di Castello.

La talentuosa Sonig Tchakerian ha eseguito di Johann Sebastian Bach la Partita n.1 per violino solo BWV 1002 in Si minore e la sonata n.2 per violino solo BWV 1003 in La minore.

Arriva scalza, col suo magnifico Gennaro Gagliano (Napoli 1760) e con la sua naturale gentilezza spiega al pubblico le particolarità dei brani che si andranno ad ascoltare.

La prima partita è costituita da movimenti di danza ad ognuno dei quali fa seguito un double, una variazione che si presenta come una sorta di esploso, una versione più astratta di ciascuna danza.

Se il modello delle partite è il genere profano della suite di danze, quello delle sonate risulta essere quello austero della Sonata da chiesa in quattro movimenti, con una fuga al secondo posto.

Sonig Tchakerian nell’introduzione dettata dalla sua vocazione al far intendere i messaggi e la bellezza della musica, ha eseguito anche esempi allo strumento per far riconoscere al pubblico la particolarità della scrittura strumentale che, grazie ad un virtuosistico espediente tecnico permette a Bach di realizzare sul violino l’artificio di una polifonia di due e perfino tre voci, come è possibile constatare nella fuga, sebbene la struttura del violino non permetta di suonare più di due note contemporaneamente poichè l’archetto poggia al massimo su due corde. Ecco dunque che Bach riesce a suggerire all’ascoltatore un messaggio musicale multiforme grazie ad arpeggi di tre o quattro note successive e all’espediente di un ostinato sulla medesima corda.

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Un’esecuzione che ha toccato le corde più profonde dell’anima grazie al fraseggio personale, eseguito con viva e nobile cavata, nella rigorosa e rispettosa precisione della scrittura bachiana dalla travolgente violinista.

In omaggio alle sue origini, Tchakerian ha eseguito come bis un canto di padre Komitas, al secolo Soghomon Gevorki Soghomonian, considerato il padre della moderna musica armena, vittima di quello che sarà poi definito il genocidio armeno ed apprezzato da nomi illustri quali Debussy e Stravinskij. Un brano che ha commosso la platea.

Lunghi applausi sinceri e sentiti.

Info: Asolo Musica +39 3924519244 – www.boxol.it/auditoriumlosquero

Marina Bontempelli

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Gariwo rilancia la Convenzione Onu contro i genocidi (Korazym 09.12.21)

A settembre 2015, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha istituito il 9 Dicembre come Giornata Internazionale per la Commemorazione e la dignità delle vittime di genocidio, e della prevenzione di questo crimine. Il 9 Dicembre è anche l’anniversario dell’adozione della Convenzione sulla Prevenzione e Condanna del Crimine di Genocidio (La Convenzione sul Genocidio) del 1948.

Lo scopo della giornata è quello di aumentare la consapevolezza sulla Convenzione sul genocidio e sul suo compito di combattere e prevenire il crimine di genocidio, come definito nella Convenzione, e di commemorare e onorare le sue vittime. Con l’adozione della risoluzione, senza una votazione, l’Assemblea dei 193 membri, ha ribadito la responsabilità di ogni singolo Stato di proteggere la sua popolazione dal genocidio che implica la prevenzione del reato e l’istigazione ad esso.

Mentre i conflitti hanno diverse cause, i conflitti volti allo sterminio etnico sono basati sull’identità. Il genocidio e le atrocità ad esso connesse tendono a verificarsi in società con diversi gruppi nazionali, razziali , etnici o religiosi che sono bloccati nei conflitti identitari.

E non sono semplicemente le differenza di identità, reali o percepite, che generano il conflitto, ma quello che queste differenze implicano, in termini di accesso al potere e alla ricchezza, ai servizi e alle risorse, all’occupazione, all’opportunità di sviluppo, alla cittadinanza e al godimento dei diritti e delle libertà fondamentali. Questi conflitti sono fomentati dalla discriminazione, dai discorsi che incitano all’odio e alla violenza e ad altre violazioni dei diritti umani.

In occasione di questa giornata Pietro Kuciukian, console onorario d’Armenia in Italia e co-fondatore di Gariwo, ha sottolineato il genocidio armeno ed i ‘giusti’ Jakob ed Elizabeth Künzler: “Durante la prima guerra mondiale, dal 1915 al 1918 i coniugi Künzler furono testimoni oculari dei massacri degli armeni, il primo genocidio del Novecento.

Le sue memorie costituiscono una testimonianza di verità di quanto accaduto nei deserti dell’Anatolia, testimonianza che si aggiunge alla documentazione fotografica di Armin T. Wegner, un Giusto per gli Armeni onorato al Giardino della Collina dei Templi nel 2018”.

Il console Kuciukian ha ricordato l’accanimento contro i bambini: “Nel primo genocidio del secolo è proprio contro i bambini che si è esercitata la violenza più efferata dei persecutori, tanto più devastante in quanto esercitata su esseri in crescita. Dopo il 1918 gli orfani, armeni, assiri, caldei, siriaci e greci, curdi, dispersi in tutta l’Anatolia erano 140.000”.

Proprio i coniugi Künzler furono la salvezza dei bambini: “Finita la guerra, il governo turco decretò la chiusura della missione tedesca e i Künzler nel 1922 organizzarono il trasferimento di 8000 orfani armeni raccolti da vari paesi, villaggi e città: Kharput, Malatia, Mardin, Dyarbekir.

Fu un esodo biblico, una vera e propria migrazione con carri, muli, cavalli che durò giorni e giorni. Carovane lunghissime arrivarono ad Aleppo in Siria, allora sotto mandato francese. Da Aleppo i coniugi Künzler riuscirono a trasferire i loro protetti in Libano, prima a Beirut, poi a Ghazir.

Jakob ed Elizabeth Künzler organizzarono e diressero in Libano l’orfanotrofio di Ghazir finanziato dalla ‘Associazione Svizzera di aiuto agli armeni’ e dagli americani della ‘Near East Relief Society’, fondata dall’Ambasciatore degli Stati Uniti a Costantinopoli Henry Morgenthau. Agli orfani armeni si insegnava anche la lingua araba e la pratica di mestieri utili alla sopravvivenza. Un grande tappeto tessuto dalle orfane armene di Ghazir fu donato al presidente degli Usa che lo appese nella Casa Bianca”.

Mentre il fondatore di Gariwo, Gabriele Nissim, ha rilanciato la convenzione ONU contro i genocidi: “Viviamo in un mondo pericoloso che ci spinge a ripensare la sfida di Gariwo e il ruolo dei giardini dei giusti nella società. Siamo chiamati a una grande responsabilità. Fare dei giardini il supporto morale e culturale della Convenzione delle Nazioni contro i genocidi. Ci sono brutti segnali nel mondo”.

Ed ha ricordato l’impegno dei ‘Giardini dei giusti’: “A Gariwo con i Giardini dei giusti vogliamo rendere vivo lo spirito di questa Convenzione in modo che possano diventare un fondamentale supporto culturale nella società.

Lo possiamo fare in vari modi a partire dalla grande esperienza che abbiamo fatto in questi anni. Possiamo insegnare che qualsiasi persona nel suo piccolo può diventare nel suo spazio di responsabilità un argine nei confronti dell’odio e dei genocidi.

Per questo il giardino non è la vetrina di santi ed eroi, ma il luogo del bene possibile alla portata di tutti… Il Giardino non fa prediche, non impone un paradigma, non offre una soluzione, ma invita le persone a pensare in autonomia”.

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