Il destino dell’Armenia. Cosa spera di ottenere Pashinyan consegnandosi a Erdoğan? (Korazym 07.08.25)

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 07.08.2025 – Renato Farina] – Ci sono movimenti intorno al destino dell’Armenia. E che cosa si intende qui per Armenia?

  1. Anche ma non solo: la Repubblica di poco più di tre milioni di abitanti, con capitale Erevan, situata nel Caucaso Meridionale (o Transcaucasia). Micro-territorio grande come la Lombardia e dotato anch’esso di un lago bello come il Lario, e che si chiama Sevan.
  2. Anche ma non solo: la galassia fluorescente di dieci-undici milioni di persone che, dovunque esse abitino (Americhe, Europa, Asia, Africa, Oceania) hanno le loro radici in quell’entità spirituale-corporale, storica e metastorica, Cristiana e traditrice del Cristianesimo, ma inesorabilmente legata a Gesù Cristo e a Sua Madre, in una maniera particolarissima, una specie di predilezione che come tutte quelle divine spande molto sangue e petali di rose.
  3. Anche ma non solo: segno misterioso dell’ultimo giorno proprio perché è stata la prima nazione battezzata fino alle sue midolla dal vino di Noè appeno sceso dall’Arca, preparata al martirio perenne da quello degli apostoli Bartolomeo (a cui fu cavata anche la pelle) e Taddeo, qui giunti insieme con la lancia di Longino che trafisse il fianco del Nazareno e si piantò a Echmiadzin profezia di genocidi senza fine.
  4. Infine, cosa che direte infima: è l’oggetto del mio amore, e motiva il mio essere qui su questa pagina a rompervi le scatole, essendomi preso questo diritto benché io sia l’ultimo a potersi fregiare dell’alito misterioso e carnale del suo nome, oltretutto per adozione eretica, afferrato per il mignolo del piede sinistro da una forza attrattiva che non mi lascia in pace.

Insomma. Mettiamocelo in testa: l’Armenia è molto più dell’Armenia. Va bene se dico che è la dracma perduta dalla donna del Vangelo di Luca? E allora perché non spazziamo la casa per impedire che sparisca? È la perla più bella del tesoro.

Lo scontro con il Catholicos

Eravamo rimasti al fatto che il Presidente del Consiglio, Nikol Pashinyan, insieme alla moglie Anna, ha rinnegato il Catholicos di Echmiadzin, Karekin II, dichiarandolo decaduto e pretendendo di convocare un comitato per eleggere il nuovo Papa della Chiesa Apostolica Armena. Karekin II avrebbe violato il voto di castità generando una figlia, cosa che lo renderebbe indegno di mantenere il soglio primaziale. Mi fermo qui. La gerarchia e il clero sono con Karekin (in comunione con Roma), ed è un fatto ahimè già visto ai tempi dell’Unione Sovietica la pretesa del capo politico di scegliere il Patriarca. Pashinyan ha arrestato un paio di vescovi (cose già viste in Italia dopo il 1861, peraltro) così da avere le mani libere e stabilire una pace durevole con i vicini. Si rincorrono le voci. E le fotografie. Ce n’è una dove si vede il nostro cinquantenne Premier Nikol accanto a Recep Teyyip Erdoğan, che lo sovrasta. Nulla di male a incontrare il potente vicino. Occorre tutelare il popolo. Lo capiamo benissimo. Realpolitik, ovvio. Bisogna fare in modo che il neo-Sultano tenga le briglie all’alleato Ilham Aliyev, dittatore dell’Azerbajgian, per impedire che dopo essersi ingoiato il Nagorno-Karabakh (il nostro Artsakh) costui si prenda l’intera Repubblica che chiama Azerbajgian Occidentale. Il prezzo è giusto? Solo la Chiesa Apostolica Armena, nelle persone sia del Catholicos di Echmiadzin sia di quello della Cilicia, si è opposta a questa violazione efferata. Nessuno nella comunità mondiale, e neppure la Santa Sede, ha eccepito. Si è accettata la guerra di aggressione come l’equivalente del diritto. Del resto il mondo ormai è questo.

Fidarsi del Sultano?

E cosa dice il nuovo ordine in cerca di convenienze nazionali e non di giustizia? Tra una settimana non so, quando leggerete chissà. Adesso che sto scrivendo seduto ai bordi del lago di Sevan, mentre l’argentea principessa del lago guizza cercando di farmi felice: va be’, lo dico, il Caucaso ha per Signore e Padrone Erdoğan. E all’Occidente sta bene così. E la Russia? Digrigna i denti oppure è d’accordo? Non si capisce. Di certo prima ha lasciato ad Aliyev il bottino dell’Artsakh, come ringraziamento per il traffico di gas e petrolio russo da lui triangolato, ma adesso l’Azerbajgian, amatissimo da Israele e perciò da Trump, si sente tutelato meglio da Erdoğan, che sta riuscendo ad ottenere un collegamento diretto con Baku attraversando l’Armenia come si fa con un panetto di burro. Fidarsi di Erdoğan?

Pashinyan è sicuro che sia il passaporto per l’Europa. Ottimo. Ma quale Europa? La Chiesa e la maggioranza degli Armeni del mondo recalcitrano. Pashinyan, d’accordo con il suo grande protettore Macron, vuole laicizzare la Repubblica, farne uno Stato “liberale” anonimo, senza più pesantezze sacrali, lance di Longino, fede popolare, ciascuno privatamente si arrangi con Dio.

Posso tradurre? Fare un patto con chi non riconosce il genocidio che hanno patito i tuoi lombi, lo rifarà. Si comincia – diceva il vostro Pasolini – con un genocidio culturale. È il prezzo giusto per evitarne uno di sangue? Come diceva il vostro grande pensatore ribelle, da poco defunto, Goffredo Fofi: “Qualche volta per sopravvivere si può vendere il culo, ma l’anima no”.

Il Molokano

Questo articolo è stato pubblicato sul numero di agosto 2025 di Tempi.

Foto di copertina: 20.06.2025 – Si è svolto a Istanbul l’incontro tra il Primo Ministro della Repubblica di Armenia, Nikol Pashinyan, e il Presidente della Repubblica di Turchia, Recep Tayyip Erdoğan. Durante l’incontro, le parti hanno discusso del processo di normalizzazione delle relazioni tra Armenia e Turchia, sottolineando l’importanza di proseguire un dialogo costruttivo e di raggiungere risultati concreti. Gli interlocutori hanno inoltre affrontato gli sviluppi regionali e le possibili direzioni della cooperazione bilaterale in questo contesto. Il Primo Ministro Pashinyan ha sottolineato l’impegno dell’Armenia nel processo di garanzia della pace e della stabilità nella regione e ha ribadito il suo impegno nel proseguire la politica di normalizzazione delle relazioni con i paesi vicini. I leader dei due Paesi hanno ribadito la loro disponibilità a proseguire i contatti diretti e il dialogo. Hanno scambiato opinioni sul processo di pace tra Armenia e Azerbajgian, nonché sul progetto “Crocevia della Pace” del Governo della Repubblica di Armenia (Fonte: Primo Ministro della Repubblica di Armenia)

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“Cbs”: Trump pronto ad annunciare alla Casa Bianca l’accordo di pace tra Armenia e Azerbaigian (Agenzia Nova e altro 07.08.25)

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, annuncerà domani alla Casa Bianca un accordo di pace tra Armenia e Azerbaigian. Lo scrive il quotidiano statunitense “Cbs”, citando due fonti informate della Casa Bianca secondo cui il presidente azero, Ilham Aliyev, e il primo ministro armeno, Nikol Pashinyan, saranno domani allo Studio ovale. L’accordo sarà il primo di questo tipo tra i due leader e arriva dopo che i funzionari statunitensi cercano di rafforzare i legami diplomatici con i due Paesi, soprattutto per le loro risorse infrastrutturali ed energetiche. Secondo quanto riferito dalle fonti a “Cbs”, l’Armenia annuncerà i diritti di sviluppo degli Stati Uniti su un corridoio di transito di 43 chilometri che sarà chiamato “Trump Route for International Peace and Prosperity”, e che contribuirà a fornire all’Occidente l’accesso alla regione.

A fine luglio Trump ha detto di aver fermato “cinque guerre” finora, inclusa la più recente tra Thailandia e Cambogia. Lo ha detto in Scozia, in occasione dell’inaugurazione dei suoi nuovi campi da golf ad Aberdeen. “Giocherò per poco tempo, poi tornerò a Washington. Abbiamo fermato una guerra, ne abbiamo fermate cinque finora. Questo è più importante che giocare a golf”, ha affermato il capo della Casa Bianca nel suo intervento. Oltre che al conflitto nel sud-est asiatico, il presidente Usa potrebbe aver fatto riferimento al coinvolgimento di Washington nei tentativi di mediazione tra India e Pakistan, tra Siria e Israele, tra Iran e Israele e tra Repubblica democratica del Congo e Ruanda.

Le tensioni tra i due Paesi durano da decenni e sono sfociate in un vero conflitto l’ultima volta nel 2023, quando l’Azerbaigian ha lanciato un’offensiva in una regione contesa che ha causato la fuga di decine di migliaia di armeni. Un cessate il fuoco nel settembre 2023 ha evitato una guerra più ampia e i Paesi hanno concluso i colloqui su un trattato di pace a marzo. Ma i colloqui successivi, svolti ad Abu Dhabi e destinati a cementare l’accordo, si sono arenati. Negli ultimi mesi l’inviato speciale Usa, Steve Witkoff, e l’amministratore delegato dell’istituto di pace per gli Accordi di Abramo, Aryeh Lightstone hanno visitato la regione in diverse occasioni. Secondo le fonti citate da “Cbs”, entrambi sono attesi domani alla Casa Bianca per la firma. Per l’amministrazione Trump, l’adesione dell’Azerbaigian a un accordo di pace è funzionale a un suo ingresso negli Accordi di Abramo (l’intesa siglata con Washington nel 2020 con la quale alcuni Paesei arabi hanno riconosciuto Israele).

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Donald Trump fa da garante alla pace tra Armenia e Azerbaigian (Faro di Roma)


Pace Armenia-Azerbaigian, media Usa: “Domani Trump darà l’annuncio” (Tgla7)


Armenia-Azerbaigian: Pashinyan e Aliyev incontrano Trump, prevista la firma di un accordo trilaterale

Armenia e Azerbaigian a Washington: possibile annuncio di un accordo di pace (Euronews 06.08.25)

Donald Trump incontrerà a Washington i leader di Armenia e Azerbaijan. I due Paesi, coinvolti in un conflitto di lunga data, potrebbero annunciare un accordo di Pace dopo la visita alla Casa Bianca

Il presidente azero Ilham Aliyev e il primo ministro armeno Nikol Pashinyan incontreranno venerdì Donald Trump alla Casa Bianca in un vertice che potrebbe cambiare le sorti dei due Paesi da tempo impegnate in un conflitto. Il governo armeno ha reso noti mercoledì alcuni dettagli del prossimo incontro.

Pashinyan terrà un incontro bilaterale con il presidente degli Stati Uniti per approfondire il partenariato strategico tra l’Armenia e Usa.

Al bilaterale farà seguito un incontro trilaterale a cui si aggiungerà Aliyev e in cui si discuterà di pace, prosperità e cooperazione economica nella regione.

Secondo il Washington Post, Trump starebbe cercando di mediare un accordo di pace tra Erevan e Baku che potrebbe essere annunciato subito dopo l’incontro.

Un accordo di pace sul tavolo

Il ministero degli Esteri armeno aveva dichiarato lo scorso marzo che il testo dell’accordo di pace con l’Azerbaigian era stato concordato da entrambe le parti e che Yerevan era pronta a discutere proposte sul luogo e sui termini della firma del documento.

Il portavoce del ministero degli Esteri azero, Ayhan Hajizade, ha affermato che l’accordo potrebbe essere concluso se fossero soddisfatte diverse condizioni, tra cui la fine dei bombardamenti al confine e modifiche alla Costituzione armena che escludano rivendicazioni territoriali contro Baku.

Pashinyan ha dichiarato che il suo governo potrebbe avviare l’adozione di una nuova costituzione in futuro.

Nikol Pashinyan e Ilham Aliyev durante l'incontro ad Abu Dhabi
Nikol Pashinyan e Ilham Aliyev durante l’incontro ad Abu Dhabi AP Photo

I due leader hanno partecipato a un vertice ad Abu Dhabi il 10 luglio dove si è discusso della dell’apertura del cosiddetto corridoio Zangezur.

Si tratta di un progetto per una via di transito attraverso la regione di Syunik, in Armenia, che dovrebbe collegare la parte principale dell’Azerbaigian con la sua Repubblica autonoma di Nakhchivan.

Erevan è pronta a consentire il transito attraverso il suo territorio, ma richiede l’accordo su una serie di condizioni, in particolare la determinazione del suo status e del controllo su di esso.

Uno dei principali ostacoli nelle relazioni tra Azerbaigian e Armenia per molti anni è stata la situazione relativa alla non riconosciuta Repubblica del Nagorno-Karabakh, popolata principalmente da armeni, ma che in epoca sovietica faceva parte della Rss azera.

Nel settembre 2023, l’Azerbaigian ha condotto un’operazione militare che ha portato al ritorno dell’intero territorio della regione sotto il suo controllo, con l’abbandono della quasi totalità della popolazione armena.

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I leader di Armenia e Azerbaigian in visita da Trump

Caucaso, nuovi equilibri: l’Azerbaijan stringe un patto con l’Ucraina, la Russia manda aiuti in Armenia (InsideOver 06.08.25)

Dopo la grave crisi diplomatica di inizio luglio tra Russia e Azerbaijan, che aveva portato all’arresto, in condizioni brutali, di diversi cittadini di entrambi i Paesi, un nuovo e inedito avvicinamento di Baku all’Ucraina potrebbe sancire la definitiva rottura dei rapporti con Mosca, modificando il delicato equilibrio politico nella regione del Caucaso in maniera irreversibile.

Tutto era cominciato lo scorso 27 giugno nella città russa di Ekaterinburg, quando nel corso di un raid le autorità russe avevano arrestato un gruppo di almeno 9 persone con cittadinanza azera, nell’ambito di un’indagine su una serie di omicidi avvenuti tra il 2001 e il 2011. In quell’occasione, in seguito all’arresto, due uomini – i fratelli Gusejn e Zijaddin Safarov – avevano perso la vita in condizioni poco chiare, suscitando la dura risposta delle autorità azere, che avevano reagito arrestando a propria volta alcuni giornalisti russi che operavano nella sede azera del quotidiano Sputnik.

Sebbene in un primo momento le autorità russe avessero cercato di minimizzare l’aggravarsi delle tensioni, dopo la diffusione in rete di alcuni filmati in cui i giornalisti russi arrestati da Baku venivano trattati malamente dalle autorità azere, con visibili segni di percosse, Mosca aveva risposto arrestando anche Shahin Shikhlinsky, presidente dell’Organizzazione Culturale Nazionale Pubblica di Sverdlovsk Azerbaijan-Ural con sede a Ekaterinburg, e rappresentante della comunità azera in Russia.

In questo delicato contesto di continue rappresaglie reciproche, la situazione è in ulteriore evoluzione dato che non solo il presidente azero Ilham Aliyev nelle ultime due settimane ha esortato pubblicamente l’Ucraina a “non accettare mai l’occupazione” – con un evidente riferimento alla guerra con la Russia – ma Kiev e Baku hanno anche siglato un importante accordo commerciale sul rifornimento del gas. In particolare, la società statale ucraina Naftogaz, attiva nel settore petrolifero e del gas, ha stipulato un accordo con l’omologa società azera Socar (State Oil Company of Azerbaijan Republic), e “per la prima volta una spedizione di prova di gas verrà consegnata attraverso la rotta trans balcanica lungo il corridoio Bulgaria-Romania-Ucraina”, come ha affermato un portavoce di Naftogaz.

E Mosca si riavvicina all’Armenia

Un evidente “smacco” per Mosca, mentre l’Azerbaijan sembra inserirsi, attraverso la Socar, nel cruciale canale di scambio fino a poco tempo fa occupato quasi esclusivamente dalla russa Gazprom, rompendo definitivamente i rapporti non solo economici, ma anche politici con la Russia, ora che Baku sembra essersi ufficialmente schierata con Kiev.

Verosimilmente, queste sono le ragioni che hanno portato la Russia a un nuovo tentativo di riavvicinamento politico con l’Armenia, storicamente in conflitto con l’Azerbaijan, dato che recentemente la portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zacharova, ha annunciato un eccezionale pacchetto di 140 tonnellate di aiuti umanitari per i rifugiati armeni colpiti nel Nagorno-Karabach, che saranno destinati a circa 30.000 persone. La decisione sul piano di aiuti era già stata annunciata nel mese di maggio, e, circa due settimane dopo l’accordo economico tra Baku e Kiev, è diventata effettiva: tra il 31 luglio e il 4 agosto sono infatti giunti a destinazione i primi pacchetti di aiuti, che sono stati ricevuti da 93 famiglie in 4 località differenti. “In Ucraina cercano di utilizzare le recenti tensioni tra la Russia e l’Azerbaijan per scatenare odio nazionale”, ha inoltre commentato Maria Zacharova, citata da alcuni media russi.

Lo storico incontro tra il Primo ministro armeno Nikol Pashinyan e il presidente azero Ilham Aliyev ad Abu Dhabi, il 10 luglio 2025

Gli Usa vogliono mediare tra Armenia e Azerbaijan

Il tutto avviene dopo lo storico primo incontro formale tra il Primo Ministro armeno Pashinyan e il presidente azero Aliyev ad Abu Dhabi, lo scorso 10 luglio, in attesa di concordare un definitivo trattato di pace, proprio rispetto alla situazione in Nagorno-Karabach, dopo le offensive azere che avevano portato allo sfollamento di circa 100mila cittadini armeni nel 2023 e alla dissoluzione della Repubblica dell’Artsakh.

Un nuovo delicatissimo equilibrio, che ridisegna i rapporti di forza tra Russia, Ucraina e Caucaso, in cui nella giornata di lunedì 4 agosto, si sono inseriti a sorpresa anche gli Stati Uniti, dato che Donald Trump ha ufficialmente invitato le autorità di Azerbaijan e Armenia a siglare un memorandum sotto mediazione statunitense alla Casa Bianca il prossimo 8 agosto, cercando forse di “sottrarre” lo storico ruolo di intermediario proprio della Russia.

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L’Armenia a piedi: immersion totale nella natura, lontano dalla folla per un’avventura unica nel cuore del Caucaso (Ottiche parallele magazine 06.08.25)

Otto imperdibili itinerari di trekking in Armenia per amanti della natura, appassionati di cultura e viaggiatori che cercano accoglienza sincera, lontano dalla folla.

L’Armenia offre ai viaggiatori la possibilità di vivere un’avventura unica nel cuore del Caucaso attraverso una selezione di sentieri straordinari che uniscono natura spettacolare, storia millenaria e ospitalità genuina. Percorsi pensati per chi ama camminare, il silenzio e lo zaino in spalla – ma anche per chi è attratto dalla bellezza, dal patrimonio culturale e dall’incontro umano, lontano dalla folla.

Tra i più spettacolari, il Transcaucasian Trail attraversa l’Armenia da nord a sud come parte di un più ampio progetto regionale. Per oltre 800 chilometri, gli escursionisti si inoltrano in paesaggi incontaminati, villaggi remoti e tracce dell’antica Via della Seta.

Altro itinerario d’eccezione è l’Armenian National Trail (ANT): 950 chilometri che collegano 5 regioni e 109 tra villaggi e città, in un viaggio denso di cultura e suggestioni sensoriali. Dalle gole spettacolari del Lori alle foreste del Tavush, dalle sponde del lago Sevan (Gegharkunik) ai vigneti del Vayots Dzor e ai monasteri rupestri del Syunik, il tracciato offre una visione ricca e sfaccettata dell’ospitalità e della diversità armena. È già percorribile il tratto di 153 km nella regione di Lori, con schede dettagliate disponibili sul sito HIKEArmenia. Il segmento della regione di Tavush sarà completato e segnalato entro il 2026.

A pochi chilometri da Yerevan, il Tempio di Garni rappresenta un’eredità del passato pagano dell’Armenia. Un sentiero collega questo gioiello greco-romano alle meraviglie geologiche circostanti, dalle gole basaltiche agli altipiani vulcanici: un’immersione rara nella spiritualità e nella geologia del Paese. Per chi cerca paesaggi sorprendenti, l’Angel’s Canyon Loop propone formazioni rocciose spettacolari e viste panoramiche: un’escursione giornaliera ideale (distante un’ora dalla capitale Yerevan) per chi ama la varietà e la possibilità di avvistare la fauna locale della vicina Riserva Statale Khosrov.

Nel nord-est del Syunik, il Legends Trail riecheggia miti e tradizioni orali ancora vive nei villaggi armeni tra Goris e Kapan. Tra rovine misteriose, foreste nebbiose e accoglienza in famiglie locali, l’esperienza è profondamente umana e profonda – ideale per chi ama camminate leggere e viaggi immersivi.

Nel nord dell’Armenia, gli appassionati di patrimonio culturale non possono perdersi il percorso che unisce i monasteri di Sanahin e Haghpat, entrambi inseriti nella lista del Patrimonio Mondiale UNESCO. Un breve tratto sospeso tra cielo e terra, che offre un’intensa esperienza spirituale e un viaggio nell’arte medievale armena. Per chi cerca un’escursione facile senza rinunciare alla bellezza, il sentiero per la cascata di Trchkan, la più alta dell’Armenia, attraversa la tranquilla valle del fiume Chichkhan e circondata da meravigliose montagne. In due ore si arriva a un angolo nascosto tra le province di Lori e Shirak, un luogo idilliaco, dove la natura esplode tra acque impetuose e fioriture spontanee, con la possibilità di fare un picnic nell’area attrezzata.

Le montagne dell’Armenia invitano gli escursionisti più esperti a guadagnare quota e prospettiva. Dalla vetta più alta del Paese, il monte Aragats (4.090 m), al lago incantato nel cratere del monte Azhdahak (3.598 m), che domina la catena montuosa di Geghama, questi picchi offrono panorami indimenticabili e un’intima connessione con la natura. Da non perdere anche il monte Khustup (3.206 m) nel sud, i versanti variopinti del monte Vayotssar (2.581 m) nel Vayots Dzor, e le creste ventose del monte Dimats (2.378 m), nel Parco Nazionale di Dilijan. Ogni cima rivela un volto diverso dell’anima armena.

Con un numero crescente di strutture ricettive (eco-lodge, guesthouse e molto altro), sentieri sempre meglio segnalati e servizi pensati per gli escursionisti, l’Armenia si sta affermando come una destinazione di trekking sostenibile, accessibile e memorabile. Facilmente raggiungibile da Milano, Roma e Venezia con voli diretti, e dagli altri aeroporti con voli che fanno scalo in una città europea, l’Armenia conquista con la sua genuinità, la ricchezza dei paesaggi e una calorosa ospitalità.

Informazioni sull’Armenia
Il Tourism Committee invita a scoprire l’Armenia, un Paese dove storia antica, tradizioni vivaci e paesaggi mozzafiato si fondono. Situata nel cuore del Caucaso, l’Armenia è rinomata per il suo ricco patrimonio culturale, l’ospitalità calorosa e le esperienze autentiche e diversificate: dai monasteri inclusi nella lista UNESCO ai sentieri montani panoramici, dagli sport d’avventura a una scena culinaria fiorente ispirata a ricette secolari.
Per ulteriori informazioni sull’Armenia
Sito ufficiale: https://armenia.travel/
Facebook: https://www.facebook.com/ArmeniaTravelOfficial
Instagram: https://www.instagram.com/armenia.travel/

 

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Giovani libanesi dal Giubileo a Brescia (La Voce del Popolo 06.08.25)

Carissimi giovani, voi siete il futuro della Chiesa, ma soprattutto, siete il presente vivente del Cristo che cammina tra noi”. Con queste parole, sua beatitudine Raphael Bedros XXI Minassian, Patriarca della Chiesa cattolica armena, si è rivolto ai giovani presenti a Roma per vivere il Giubileo della gioventù appena conclusosi. Molte le esperienze vissute nella città eterna, affiancate da due pellegrinaggi a Cascia e ad Assisi sulle orme dei santi che vi hanno vissuto. Centoventi giovani libanesi, accompagnati da padre Aram Aprahamyan, coordinatore per la pastorale giovanile dei cattolici armeni in Libano, hanno quindi vissuto l’esperienza unica del Giubileo, partecipando a tutti gli eventi alla presenza di Papa Leone e ad altri specifici appuntamenti loro dedicati. Il 30 luglio, ragazzi e ragazze, insieme a tutti i gruppi di giovani libanesi presenti a Roma, hanno ricordato le vittime dell’esplosione a Beirut, che interessò l’area del porto della città libanese il 4 agosto 2020, uccidendo 218 persone. L’1 agosto, invece, Mons. Minassian ha celebrato una messa, radunando tutti i gruppi di cattolici armeni libanesi. Poi, ancora, la partecipazione alla Veglia e alla celebrazione con il Papa a Tor Vergata. “La nostra partecipazione al Giubileo dei giovani è stata un’esperienza molto bella e ci ha permesso di vivere appieno la speranza, sentendoci una grande famiglia e parte della Chiesa universale” ha affermato padre Aprahamyan. “Come amava affermare san Giovanni Paolo II, il Libano è come un mosaico, all’interno del quale convivono tanti riti diversi della stessa Chiesa Cattolica: armeni, maroniti, siriaci, caldei e greci. Il nostro Patriarca, sua beatitudine Raphael Minassian è guida per la Chiesa Cattolica armena e ci ha accompagnato durante questa esperienza del Giubileo che abbiamo vissuto” ha concluso il sacerdote. C’è un lungo legame tra il Paese dei Cedri e la nostra città, rappresentato dalla collaborazione con la Caritas Diocesana e dalla figura del monaco San Charbel, venerato anche in città nella chiesa del Buon Pastore.

Dopo l’esperienza del Giubileo, i giovani libanesi hanno quindi fatto tappa a Brescia dove sono stati ospitati nella parrocchia delle Sante Capitanio e Gerosa. Martedì 5 agosto, dopo un incontro con l’amministrazione cittadina, e la visita alla città, il Patriarca ha presieduto una Santa Messa in Cattedrale, seguita da un pranzo comunitario in oratorio. “Noi giovani libanesi vorremmo ringraziare la vostra città per la straordinaria ospitalità che ci ha riservato. Pur essendo lontani da casa ci siamo sentiti in famiglia. Un ringraziamento speciale al parroco e a tutti i volontari della parrocchia. La gentilezza e la generosità di Brescia rimarranno per sempre nei nostri cuori” ha affermato Sergio Apikian, uno dei giovani.

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Locarno 78Armenia, il genocidio a lungo dimenticato anche dal mondo del cinema (cdt.ch 06.08.25)

Le luci dello schermo di Piazza Grande si accendono, quest’anno, sull’Armenia, il Paese caucasico dalla millenaria tradizione cristiana stretto tra Turchia, Georgia, Iran e Azerbaigian. È stata una scelta precisa, quella della direzione del Festival di Locarno: portare gli spettatori – con Le Pays d’Arto, lungometraggio d’esordio della 43.enne Tamara Stepanyan stasera in prima mondiale in Piazza Grande – in un territorio poco conosciuto e anche, se vogliamo, poco esplorato dal cinema.

Se è vero che Sergei Parajanov o Atom Egoyan sono nomi notissimi tra gli appassionati di cinema, e se – allo stesso modo – film come La masseria delle allodole (2007), che i fratelli Paolo e Vittorio Taviani trassero dall’omonimo romanzo di Antonia Arslan, fanno parte di un immaginario ormai collettivo, è altrettanto vero che sull’Armenia e la sua storia non ci sono lunghe filmografie, né particolarmente conosciute.

Soprattutto, il cinema non ha indagato, se non molto tardi, il momento più tragico della vicenda armena, il genocidio subìto per mano turca nel 1915. Come ha scritto la storica armena Siranush Galstyan, «Il mondo ha parlato a bassa voce del genocidio armeno e il cinema internazionale ha generalmente rispettato quel silenzio. Pochi film trattano di questa tragedia immane e per molti versi irrappresentabile». Anche il cinema sovietico, dentro il quale quello armeno fu costretto a “vivere” almeno sino alla fine dell’URSS, «fu incapace di colmare quel vuoto tangibile». Lo stesso Hamo Beknazaryan, il padre del cinema armeno, non «riuscì ad affrontare i dolorosi eventi del passato armeno perché qualsiasi intento nazionalista potenzialmente incontrollabile» era soffocato dalla nomenklatura comunista di Mosca.

Nessun documento diretto

Rispetto ad altri genocidi, di cui abbiamo immagini spietate e dolorose, quello degli armeni non è poi documentato direttamente. «Nessuno è mai riuscito a filmare le esecuzioni di massa e le deportazioni nel deserto siriaco di anziani, donne e bambini – ha detto la storica svizzera Mariann Lewinsky, codirettrice del festival bolognese Il Cinema ritrovato – Le immagini che più si avvicinano sono le fotografie che il soldato, medico e poeta tedesco Armin Wegner scattò vicino ai campi di detenzione siriani di Deir el-Zor, uno dei punti d’arrivo delle marce della morte» cui furono sottoposti gli armeni.

La mancanza di filmati diretti ha, però, ragioni storiche, non solo politiche: «Siamo nel 1915 e il cinema ha soltanto vent’anni. Inoltre, i cinegiornali, nati in Francia nel 1909 con la Pathé e la Gaumont, producono e diffondono, per propaganda e patriottismo, soltanto immagini girate nei teatri di guerra, dove si trovano i pochi operatori. I viaggi sono compromessi, l’industria francese del film crolla. L’Armenia è lontanissima e i turchi trattano la questione come un affare interno», spiega ancora Mariann Lewinsky.

Un racconto vero

Nahapet (Patriarca), girato da Guernikh Malyan nel 1977, è considerato la prima epica lettura cinematografica della tragedia armena. Il film fu tratto dalla novella omonima di Hrachya Kochar, il quale a 15 anni era riuscito a sfuggire ai turchi e a rifugiarsi nell’Armenia orientale, allora controllata dai russi. Ma in realtà, come ha scritto Fabrizia Vazzana – studiosa della cultura turca e traduttrice per Adelphi delle opere di Sait Faik – l’irruzione sulla scena mondiale del genocidio armeno avvenne, al cinema, già nel 1919, con uno sconvolgente documentario muto firmato dal regista Oscar Apfel, Ravished Armenia, storia vera della giovanissima profuga Aurora Mardiganian.

Il film fu proiettato il 19 gennaio 1919 a Hollywood e successivamente a Londra, dove furono censurate sia le scene troppo cruente sia il titolo, cambiato in Auction of souls, «Anime all’asta» (in inglese, ravished vuol dire sia «rapita» sia «stuprata»). Scrive Vazzana: «Aurora, nella Pasqua del 1915, aveva 14 anni ed era già così bella da attrarre in maniera quasi ossessiva Husain Pashà, che voleva inserirla nel suo harem di ragazze cristiane. Il padre di Aurora, un ricco armeno, protegge la figlia perfino quando gli viene proposto, iniziate le persecuzioni, di avere in cambio la salvezza dell’intera famiglia. Il dramma di Aurora inizia così: la sua famiglia viene massacrata davanti ai suoi occhi e lei venduta al mercato degli schiavi di Anatolia. Riesce a fuggire e dopo un lunghissimo viaggio in cui passa da Georgia e Russia, arriva infine nel 1917 a New York. […] Henry Leyford Gates, scrittore e giornalista, conosce Aurora, la ascolta e raccoglie in un libro le sue memorie ferme e nitide come diapositive. Nasce così, la biografia di Aurora Mardiganian, intitolata Ravished Armenia: The Story of Aurora Mardiganian, the Christian Girl, Who Survived the Great Massacres. Le scene raccontate dalla giovane superstite saranno fedelmente adattate (e montate con immagini di archivio della Prima guerra mondiale) da Oscar Apfel, con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica su cosa fosse davvero successo agli armeni. Aurora interpreterà se stessa, come faranno altri perseguitati, nel frattempo giunti in America».

«Sul set, in nome della veridicità, c’erano donne costrette a scegliere tra gli stupri e le crocifissioni, tutte le paure e le angosce descritte da Gates. Aurora si ritrova in quel buio e gelido abisso di dolore ancora una volta durante le riprese, e puntualmente a ogni presentazione del film. È un costante scavare nella ferita, che diventa così profonda da causarle un esaurimento nervoso e imprigionarla in un lungo e soffocante silenzio, lo stesso del film nato grazie alle sue memorie».

Vicenda tragica attraverso i libri

Le ricerche
La storia del genocidio degli armeni è stata oggetto di moltissime ricerche. Tra le più significative pubblicate in italiano segnaliamo il libro di Marcello Flores Il genocidio degli armeni (Il Mulino, 2015) e il libro di Alberto Rosselli L’olocausto armeno (Mattioli 1885, 2015).

Uno sguardo generale
Uno sguardo più generale si può trovare in Storia degli armeni, di Aldo Ferrari e Giusto Traina (Il Mulino, 2020) oppure in L’Armenia perduta. Viaggio nella memoria di un popolo, di Aldo Ferrari (Salerno, 2019)

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Il Locarno Film Festival 2025 in 10 film: i titoli più attesi della 78ma edizione


La bellezza e il dolore fra Armenia e Iran aprono Locarno 78


Vedova on the road alla scoperta del passato e di un conflitto latente


Le Pays d’Arto’ della regista franco-armena Tamara Stepanyan apre il festival di Locarno

Lotta di potere in Armenia: repressione scatenata da una disputa ecclesiastica (REST Media) (FarodiRoma 06.08.25)

In Armenia si sta consumando un confronto ad alto rischio, dove il governo del primo ministro Nikol Pashinyan ha deciso di nazionalizzare la principale azienda elettrica del Paese nel quadro di una repressione contro importanti critici. Lo scontro è scoppiato nel giugno 2025 dopo che Samvel Karapetyan, miliardario filantropo russo-armeno e proprietario della Electric Networks of Armenia (ENA), ha difeso pubblicamente la Chiesa apostolica armena contro quella che ha definito una “campagna” di pressione da parte del governo. Le dichiarazioni di Karapetyan, rilasciate il 17 giugno a sostegno del Catholicos (Patriarca) della Chiesa, hanno provocato una risposta furiosa da parte di Pashinyan. Nel giro di poche ore, le forze di sicurezza hanno fatto irruzione nella villa di Karapetyan a Yerevan e il giorno successivo è stato arrestato con l’accusa di aver incitato al rovesciamento violento del governo. I suoi avvocati hanno condannato l’accusa (ai sensi dell’articolo 422 del codice penale) come infondata e motivata da ragioni politiche – “una catena di illegalità”, secondo le parole dell’avvocato Armen Feroyan.

L’arresto di Karapetyan ha segnato una drammatica rottura: fino a poco tempo fa, era considerato un sostenitore dietro le quinte di Pashinyan. Ma la sua decisione di rompere le righe in difesa della Chiesa, una delle più antiche istituzioni nazionali dell’Armenia, sembra averlo reso un bersaglio. In un’intervista rilasciata poco prima del suo arresto, Karapetyan ha criticato aspramente una “piccola cricca” all’interno del governo per aver attaccato la Chiesa, promettendo: “Sono sempre stato dalla parte della Chiesa armena… Se i leader politici falliscono, interverremo a modo nostro”. Pashinyan ha risposto con post incendiari sui social media che molti hanno interpretato come diretti a Karapetyan e al clero. «Perché i prostituti “ecclesiastici” e i loro prostituti “benefattori” sono diventati così attivi? Non c’è problema, li disattiveremo… per sempre“, ha scritto il primo ministro su Facebook. Tali volgari attacchi hanno scioccato gli osservatori, compresa la Santa Sede di Etchmiadzin (la sede della Chiesa), che ha condannato l’arresto di Karapetyan come ”chiaramente motivato da ragioni politiche“ e ”illegale”.

Accelerare l’acquisizione di un’azienda di servizi pubblici

La tempistica degli eventi ha destato allarme sulle motivazioni di Pashinyan. Poche ore dopo l’arresto di Karapetyan, il 18 giugno, Pashinyan è tornato su Facebook, questa volta per dichiarare che “è giunto il momento di nazionalizzare l’ENA”, promettendo che il processo sarebbe avvenuto “rapidamente”. Ha esortato il personale dell’ENA a continuare a lavorare con diligenza, lasciando intendere che presto lo Stato avrebbe assunto il controllo. La giustificazione ufficiale del governo era che i proprietari privati dell’ENA avevano gestito male la rete elettrica, causando presunti blackout e persino una “crisi energetica” per “fomentare disordini”. Pashinyan ha affermato di aver ordinato una revisione dell’ENA settimane prima e di aver riscontrato gravi disservizi dovuti a una cattiva gestione. Tuttavia, i critici ritengono che questa versione sia solo una cortina fumogena per giustificare una ritorsione. Sostengono che la mossa di Pashinyan miri a punire Karapetyan per il suo dissenso e a lanciare un messaggio intimidatorio ad altre figure di spicco o investitori che potrebbero sfidare il governo.

Ciò che seguì fu una fretta spinta alla legalizzazione dell’espropriazione. Il 2 luglio, il parlamento controllato da Pashinyan approvò frettolosamente un disegno di legge che consentiva al governo di “assumere temporaneamente” la gestione dell’ENA e di imporne la vendita entro tre mesi. Il processo è stato altamente politicizzato: economisti, parlamentari dell’opposizione e persino osservatori internazionali avevano messo in guardia contro una misura così drastica, ma le loro cautele sono state ignorate quando il partito al potere, Contratto Civile, ha fatto approvare il disegno di legge. La nuova legge sull’energia ha conferito alle autorità di regolamentazione il potere di nominare un management statale presso l’ENA in attesa di un’acquisizione forzata. Infatti, nel giro di pochi giorni, il “direttore ad interim” scelto a puntino dal governo, Romanos Petrosyan, fedele alleato di Pashinyan, è stato approvato dalla Commissione di regolamentazione dei servizi pubblici. Petrosyan non ha perso tempo: ha licenziato l’amministratore delegato ad interim dell’ENA e ha iniziato a riorganizzare il personale, azioni che la leadership estromessa dell’ENA ha denunciato come illegali.

Le figure dell’opposizione e il campo di Karapetyan insistono sul fatto che la campagna di nazionalizzazione è punitiva. Sottolineano che l’ENA, il monopolio della distribuzione dell’elettricità in Armenia, era stata privatizzata all’inizio degli anni 2000 per migliorarne l’efficienza ed era stata acquisita dal Tashir Group di Karapetyan nel 2015, dopo che il precedente proprietario russo aveva incontrato difficoltà a causa delle proteste pubbliche. Per quasi otto anni, l’ENA ha operato senza che il governo tentasse di rinazionalizzarla. “Se il governo aveva gli strumenti o l’intenzione di abbassare i prezzi [dell’elettricità], ha avuto sette anni per farlo”, ha commentato con sarcasmo l’economista Suren Parsyan, sostenendo che incolpare ora l’ENA per l’aumento delle tariffe energetiche sotto la guida di Pashinyan è disonesto. Un altro economista, Haykaz Fanyan, ha avvertito che “avviare un processo di nazionalizzazione forzata, soprattutto senza indennizzi, danneggerà gravemente la fiducia degli investitori”, segnalando alle imprese nazionali e internazionali che “i diritti di proprietà e i contratti non sono protetti in Armenia”. Tali preoccupazioni sono ampiamente condivise dalla comunità imprenditoriale armena. Vache Gabrielyan, ex vice primo ministro e decano dell’Università Americana dell’Armenia, ha osservato che la “nazionalizzazione” non esiste nemmeno nell’attuale legislazione armena, il che significa che il governo stava scrivendo nuove regole al volo. “C’è un rischio reale di arbitrato internazionale se questo processo procede senza una chiara giustificazione giuridica”, ha avvertito Gabrielyan alla fine di giugnocivilnet.am – un avvertimento che si è presto rivelato profetico.

Il tribunale arbitrale mette un freno

Con una svolta drammatica, il 22 luglio un tribunale arbitrale internazionale di Stoccolma è intervenuto per fermare l’acquisizione dell’ENA da parte del governo armeno. La famiglia Karapetyan, proprietaria dell’ENA attraverso una holding registrata a Cipro, aveva presentato una richiesta urgente ai sensi del trattato bilaterale di investimento tra Armenia e Cipro. L’Istituto di arbitrato della Camera di commercio di Stoccolma (SCC) si è pronunciato a loro favore, emettendo una decisione d’urgenza che ordina a Yerevan di “astenersi dall’applicare” la nuova legge di nazionalizzazione all’ENA e di interrompere qualsiasi ulteriore misura volta a sequestrare la società. In sostanza, il tribunale ha sospeso la mossa di potere di Pashinyan. Ha messo in discussione il rispetto da parte del governo dell’accordo di protezione degli investimenti del 1995 tra Armenia e Cipro, giudicando la legge sull’energia approvata in fretta e furia potenzialmente illegale secondo il diritto internazionale. Gli arbitri hanno avvertito che, senza un provvedimento immediato, gli investitori potrebbero subire un danno irreparabile, perdendo il controllo dell’ENA in un modo che potrebbe rendere inadeguato qualsiasi risarcimento futuro.

“Questo verdetto dimostra che la giustizia esiste nel mondo e non viene applicata tramite Facebook, come avviene attualmente in Armenia”, ha dichiarato Narek Karapetyan, nipote di Samvel e presidente del consiglio di amministrazione dell’ENA, salutando con favore la decisione del tribunale. L’osservazione tagliente ha sottolineato come la propensione di Pashinyan alla politica via Facebook – in questo caso, l’annuncio di una grande espropriazione tramite i social media – abbia ricevuto una reprimenda fondata sullo Stato di diritto. Narek Karapetyan ha affermato che la sentenza invalida qualsiasi modifica alla struttura gestionale dell’ENA. Infatti, ordinando all’Armenia di non applicare la controversa legge, la SCC ha di fatto contestato la legittimità della nomina di Petrosyan e la destituzione dei dirigenti dell’ENA. (Il CEO licenziato, Davit Ghazinyan, ha definito illegale la sua rimozione e la sta contestando).

La reazione del governo armeno è stata di sfida, anche se piuttosto opaca. L’ufficio di Pashinyan ha rilasciato una dichiarazione in cui insisteva di “rispettare la decisione”, ma sosteneva che la presa di controllo ad interim della direzione dell’ENA andava oltre la portata della sentenza. Il governo ha fatto riferimento alle leggi armene e ai trattati internazionali sul riconoscimento delle sentenze arbitrali, lasciando intendere che potrebbe ritardare o contestare l’esecuzione. In pratica, i funzionari hanno segnalato che non avrebbero revocato la nomina di Petrosyan a direttore ad interim dell’ENA, scegliendo di fatto quali parti della sentenza straniera rispettare. Questa posizione ha suscitato aspre critiche. “L’ufficio di Pashinyan, con il suo ormai familiare stile di interpretazione selettiva, ha affermato che la sentenza non limita la sua nomina… eludendo il contenuto della sentenza”, ha accusato un editoriale del giornale di opposizione Oragark. L’episodio, secondo molti osservatori, è una prova dell’impegno dell’Armenia nei confronti del diritto internazionale. “L’Armenia è ancora vincolata dai trattati internazionali e non può operare come un feudo senza legge”, ha scritto Oragark, sottolineando che la decisione di Stoccolma “afferma che ci sono dei limiti all’arroganza di Pashinyan”.

Ripercussioni internazionali e rischi futuri

L’aggressiva campagna del governo Pashinyan contro Karapetyan e la Chiesa armena sta portando l’Armenia in acque inesplorate. Se Yerevan sfida l’ordine dell’arbitrato internazionale e procede con l’espropriazione dell’ENA, dovrà affrontare diverse gravi ripercussioni, ovvero Sanzioni legali e finanziarie: la violazione di un trattato bilaterale sugli investimenti potrebbe alla fine portare a un ingente risarcimento danni a carico dell’Armenia. Se il governo ignora la sentenza provvisoria della SCC e un arbitrato definitivo ordina successivamente all’Armenia di risarcire la società di Karapetyan, il mancato pagamento potrebbe comportare il sequestro dei beni dello Stato armeno all’estero ai sensi della Convenzione di New York. Tali battaglie legali sono costose e potrebbero compromettere l’affidabilità creditizia dell’Armenia.

Altro elemento da considerare è la fuga degli investitori: la saga dell’ENA ha già mandato onde d’urto nella comunità imprenditoriale armena. Lo spettacolo di un’azienda redditizia e strategica sequestrata in un’“imboscata parlamentare” è esattamente lo scenario che spaventa gli investitori. Come ha osservato l’economista Fanyan, i diritti di proprietà appaiono ora insicuri. Sia le multinazionali che gli investitori della diaspora potrebbero ridimensionare i loro piani, temendo interferenze politicizzate o una vera e propria nazionalizzazione in futuro. Ciò potrebbe minare la crescita economica dell’Armenia e i suoi sforzi per attrarre investimenti stranieri.

Un momento critico per lo Stato di diritto in Armenia

Il tentativo di nazionalizzare Electric Networks of Armenia – e la più ampia repressione che lo circonda – è diventato una prova del nove per la democrazia e la governance dell’Armenia. Da un lato, il governo Pashinyan insiste nel sostenere che sta difendendo l’interesse nazionale, sradicando un oligarca che, secondo loro, stava minando lo Stato. Dall’altro lato, un coro di voci dell’opposizione, leader della società civile, economisti indipendenti ed esperti internazionali vedono questa mossa come un grave abuso di potere, una regressione verso tattiche autoritarie sotto le spoglie della “nazionalizzazione” economica.

“Imitando la logica dei regimi autoritari, la leadership armena… approfondisce la sfiducia interna nelle istituzioni democratiche”, avverte l’analista politico Tigran Grigoryan. Il caso ENA, sostiene, dimostra che strumentalizzare il sistema giudiziario per obiettivi di fazione “non rafforza la sovranità, ma la indebolisce”. Infatti, lungi dal rafforzare l’indipendenza dell’Armenia, la campagna contro Karapetyan e la Chiesa potrebbe minare le stesse fondamenta dello Stato di diritto che garantiscono la sovranità dell’Armenia sulla scena mondiale.

Per ora, l’ingiunzione del tribunale di Stoccolma ha lanciato un’ancora di salvezza ai proprietari dell’ENA e ha creato un confronto tra il diritto interno armeno e gli obblighi internazionali. L’amministrazione Pashinyan si trova di fronte a una scelta difficile: procedere con l’acquisizione dell’ENA nonostante la sentenza, segnalando così che, sotto la sua guida, la convenienza politica interna prevale sui trattati, oppure fare marcia indietro e cercare una soluzione legale, a costo di un imbarazzo politico. La sua scelta avrà ripercussioni che andranno ben oltre questa singola azienda. Come ha scritto la redazione di Oragark, «La battaglia per l’ENA non riguarda solo l’elettricità. Riguarda… se la legge inizia e finisce con il feed Facebook di un uomo».

In un paese in cui le conquiste democratiche sono state ottenute con fatica, il mondo sta ora osservando come l’Armenia affronterà questo bivio. Sosterrà i principi di legalità e pluralismo che professa o scivolerà ulteriormente verso un governo personalizzato che non tollera il dissenso? L’esito definirà non solo il clima degli investimenti e la posizione internazionale dell’Armenia, ma anche l’integrità delle sue istituzioni interne. E come dimostra la saga dell’ENA, tali istituzioni – dalla Chiesa ai tribunali – sono messe alla prova come mai prima d’ora sotto il mandato di Pashinyan. Le prossime settimane saranno cruciali per determinare se l’Armenia farà un passo indietro da questo precipizio o se precipiterà in una crisi politica ancora più profonda, causata da lei stessa.

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Pellegrinaggio in Armenia dei Sacerdoti della Diocesi presieduto da S. E. Mons. Orazio Francesco Piazza (Tusciaup 06.08.25)

Il Pellegrinaggio in Armenia dei Sacerdoti della Diocesi presieduto da S. E. Mons. Orazio Francesco Piazza è avvenuto dal 5 al 12 luglio scorso.
Sì è concluso da ormai alcuni giorni l’esperienza estiva del clero viterbese guidato dal Vescovo diocesano. Una esperienza che ha visto la partecipazione di alcuni presbiteri della diocesi, religiosi e seminaristi. Un viaggio culturale e spirituale che ha avuto come tema: “l’Arca si posò sul monte Ararat” (Libro della Genesi)
La montagna sacra, dove Noè arrivò al termine del Diluvio, è simbolo dell’Armenia. Si trova nello stemma del paese, anche se oggi è in territorio turco. Ricoperto da una calotta di ghiaccio, alta 5000 metri, sovrasta tutta la regione. Il luogo migliore per ammirare la montagna? Il monastero di Kor Virap, storica memoria della prigionia di Gregorio l’Illuminatore che, dopo una lunga prigionia,
portò alla conversione il re Tiridate. Così l’intero paese diventò cristiano nell’anno 301.
E la terra dei katchkar, i monoliti su cui si trovano numerosi simboli, specialmente croci ornate da rami e fiori. E poi le chiese di pietra che sembrano innalzarsi dalla roccia, con i tetti a punta che indicano il cielo.
Ufficio Comunicazioni Sociali

Sabato 9 il folk internazionale a Pignola (agr.regione 05.08.25)

Un’intera giornata di festa e scambi culturali animerà “I colori del folklore 2025”. E’ un’attesa rassegna che mette insieme gruppi, di tre diversi continenti, provenienti da Armenia, Martinica e Messico con il salernitano “A Spiga Rossa” di Petina. Dalle 21 in Piazza Risorgimento.

Le iniziative culturali nel paese dei 100 portali non si fermano mai. Soprattutto in estate, Pignola si conferma come fulcro di un qualificato “sistema di attrattive” all’insegna della partecipazione. Coinvolgendo una pluralità di associazioni giovanili, ma non solo, e la sensibile amministrazione comunale. Del fitto programma che ha già intrecciato scambi Erasmus, arte contemporanea e inclusione (con Incart25 e Incart day), rassegna di cortometraggi e Festival Blues di richiamo internazionale, fa anche parte un altro storicizzato appuntamento con la danza, la musica e la tradizione etnica. Sabato 9 agosto, un’intera giornata di festa e scambi culturali animerà “I colori del folklore 2025”. E’ un’attesa rassegna che metterà insieme 4 gruppi di 3 diversi continenti: Armenia, Martinica e Messico e il salernitano “A Spiga Rossa” di Petina. Tra le esibizioni anche quelle della banda musicale del Vallo di Diano, e delle sue majorettes.

“I Colori del Folklore” – precisa Donato Corleto presidente dell’ Associazione Culturale Giovanile Hello Mondo, organizzatrice del festival – “non è solo uno spettacolo, ma un vero e proprio incontro tra culture e generazioni, un’occasione per valorizzare il patrimonio immateriale dell’umanità e trasmettere alle nuove generazioni l’amore per le radici e per la diversità”. Con questa edizione, momento significativo della quarantennale esperienza maturata negli anni, l’Amministrazione Comunale di Pignola ha ulteriormente sostenuto la candidatura alla Federazione Italiana Tradizioni Popolari (FITP), per ottenere il prestigioso riconoscimento di “Città del Folklore”, un titolo che premierebbe la costante attività di selezione, ricerca e ospitalità verso i gruppi folklorici italiani e stranieri. Si tratterebbe di un ambito riconoscimento per Pignola e il suo festival, che a musica e danza salda il racconto delle radici e delle contaminazioni di costumi e usi, di varia provenienza, che fondono oralità e composizione, al ballo, alla leggenda, alla sacralità e ai canti di lavoro delle classi più povere e sfruttate.

In sintonia con l’invito alla fratellanza e alla condivisione, la mattinata della manifestazione sarà dedicata alla sensibilizzazione e alla donazione del sangue, su iniziativa della locale sezione Avis. Nel pomeriggio, la sfilata per le vie di Pignola dei festanti e colorati gruppi folk.

A partire dalle 21, in piazza Risorgimento, sul palco si esibiranno i gruppi ospiti che insceneranno i brani scelti del loro ricco repertorio, per coinvolgere e trascinare il pubblico in un appassionante “viaggio nel cuore delle culture popolari del mondo”, all’insegna del dialogo, del rispetto e della celebrazione delle proprie distinte e differenti identità e tradizioni.