Roma, Mkhitaryan verso il rinnovo (Quotidiano.net 13.04.21)

Roma, 13 aprile 2021- L’ottimo cammino in Europa League potrebbe aprire le porte a diversi rinnovi in casa Roma, tra i quali quello di Henrikh Mkhitaryan. L’armeno ha saltato le ultime partite stagionali a causa di un infortunio al polpaccio, ma domani potrebbe essere in campo per la gara di ritorno contro l’Ajax, fondamentale per puntare alla finale

Aria di rinnovo

Vincere la competizione europea consentirebbe ai giallorossi di aumentare l’appeal internazionale e convincere molti giocatori a proseguire con questo progetto, anche dal campionato non dovessero arrivare particolari soddisfazioni. Tra tutti i giocatori anche Mkhitaryan sta trattando il suo rinnovo con la Roma: l’armeno è uno degli uomini di maggiore esperienza della formazione di Fonseca e rappresenta un innesto importante anche per il futuro. La società sta già trattando con lui il prolungamento del contratto fino al 2023, ma chiudere nel modo migliore possibile il cammino in Europa League potrebbe servire anche ad accelerare la pratica e a convincere anche chi attualmente è ancora indeciso sul suo futuro.

Il giocatore armeno ha saltato molte delle ultime partite tra campionato ed Europa a causa di un problema al polpaccio, ma nella sfida vinta contro il Bologna è entrato in campo per 22 minuti, giusto il tempo per scaldare i motori in vista del grande ritorno contro l’Ajax. La presenza di Mkhitaryan dal primo minuto non dovrebbe essere in dubbio e la Roma potrebbe così ritrovare il tridente che nella prima parte di stagione aveva meravigliato per prestazioni e rendimento. Con un elemento di qualità in più i giallorossi credono davvero nel passaggio del turno e l’ex Arsenal sogna già di mettere in bacheca il trofeo numero 20 della sua carriera.

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Il Canada annulla l’export di armi alla Turchia dopo … (Globalist 13.04.21)

Un gesto forte che potrebbe e dovrebbe fare da esempio a molti: il Canada ha annullato una vendita di armi alla Turchia, dopo che un’inchiesta ha concluso che tecnologia canadese è stata utilizzata in droni impiegati dall’Azerbaigian contro le forze armene nel Nagorno Karabakh.

L’esportazione era stata sospesa a ottobre in attesa che l’inchiesta confermasse o smentisse le accuse secondo le quali droni militari di fabbricazione turca usati dall’Azerbaigian sarebbero stati equipaggiati con sistemi d’arma canadesi.

L’inchiesta ha “permesso di trovare prove credibili indicanti che la tecnologia canadese esportata verso la Turcia è stata usata nell’Alto Karabakh”, ha indicato il ministro degli Esteri canadese Marc Garneau in un comunicato.

“Questo utilizzo – ha proseguito – non è conforme all apolitica estera del Canada né alle garanzie d’utilizzo finale fornite dalla Turchia”.

Garneau ha annunciato di aver trasmesso la sua “preoccupazione” al ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu.

L’annullamento riguarda 29 permessi d’esportazione di materiali militari.

L’export di materiali militari canadesi verso la Turchia è stato nel 2019 di 100 milioni di euro.

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Presidente Azerbaigian pronto a siglare accordo di pace per il Nagorno-Karabakh (Sputnik 13.04.21)

Martedì il presidente azero Ilham Aliyev ha dichiarato di essere pronto a firmare un accordo di pace sulla regione del Nagorno-Karabakh, ma di non vedere alcuna mossa reciproca da parte di Yerevan.

“Ho già detto che siamo pronti a firmare un accordo di pace. Ma non vediamo passi reciproci da parte di Yerevan. Al contrario, le dichiarazioni del Primo ministro e le osservazioni aggressive del ministro degli Esteri mostrano il loro sentimento anti-azero e anti-turco”, ha detto il presidente Aliyev in una conferenza sulla cooperazione post-conflitto.

Ilham Aliyev ha detto che Baku non ha piani militari al confine con l’Armenia.

“Mi è stato chiesto cosa succederà dopo che le forze di pace russe avranno lasciato la regione. Abbiamo confini con l’Armenia a Tovuz e Zenglian. Le nostre truppe di frontiera si trovano nelle immediate vicinanze del lato armeno. Ci sono incidenti? No, non ci sono. Non c’è un esercito armeno, anzi, è demoralizzato. Le nostre truppe sono a soli cinque metri di distanza da loro. Ma non abbiamo piani militari”, ha detto Aliyev in una conferenza stampa sullo sviluppo post-conflitto.

Il leader azero ha espresso la propria preoccupazione per i piani dell’Armenia di modernizzare il suo esercito insieme alla Russia.

“Abbiamo spiegato la nostra posizione ai nostri partner russi. Per cosa è stato fatto?”, Aliyev ha detto.

“Qualsiasi pensiero di vendetta sarà represso severamente”, ha concluso il presidente.

Alla fine di settembre 2020, il conflitto decennale del Nagorno-Karabakh tra l’Armenia e l’Azerbaigian è ripreso, causando numerose vittime sia militari che civili. Le parti sono riuscite a raggiungere un accordo di cessate il fuoco all’inizio di novembre sotto la mediazione della Russia, le cui forze di pace sono state dispiegate nella zona di conflitto.

Le parti hanno anche accettato di scambiare prigionieri mentre l’Armenia cedeva diverse regioni all’Azerbaigian.

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Rimini e Cecilia Bartoli di nuovo insieme: registrato al Teatro Galli l’album “Rhapsody” (Emiliaromagnanews 13.04.21)

Il debutto del mezzosoprano franco-armeno Varduhi Abrahamyan prodotto dalla fondazione musicale della stella mondiale della lirica

RIMINI – Le strade di Cecilia Bartoli e di Rimini continuano ad intrecciarsi, in un connubio artistico e affettivo che si consolida. È uscito da pochi giorni per l’etichetta internazionale Decca Classics l’album Rhapsody, debutto in studio del mezzosoprano franco-armeno Varduhi Abrahamyan e secondo progetto “Mentored by Bartoli”, una serie di registrazioni prodotte dalla fondazione musicale creata dalla stella mondiale della lirica che si propone di supportare, consigliare e guidare alcuni tra i più talentuosi artisti nella realizzazione di nuove registrazioni e presentarli alla ribalta internazionale. E per questo suo nuovo impegno artistico, Cecilia Bartoli ha scelto ancora una volta di ‘tornare a casa’: Rhapsody infatti non è stato registrato in studio, ma negli spazi di quel Teatro Galli che la straordinaria mezzosoprano di origini riminesi inaugurò il 28 ottobre 2018 in una serata emozionante e indimenticabile.

“Abbiamo registrato l’album “Rhapsody” a Rimini, al Teatro Galli – racconta Cecilia Bartoli – Dopo il mio concerto per l’inaugurazione del teatro nell’ottobre 2018, ho avuto un’ottima impressione del luogo, dell’acustica, dell’ambiente in generale e della sua squadra straordinaria. Erano quindi le condizioni perfette per continuare la collaborazione con un nuovo progetto di registrazione prodotto da Cecilia Bartoli – Music Foundation. Insieme al solista Varduhi Abrahamyan, il direttore Gianluca Capuano e l’orchestra Les Musiciens du Prince – Monaco abbiamo passato intensi giorni di lavoro a Rimini per registrare “Rhapsody”. L’album è dedicato alla grande mezzosoprano Pauline Viardot, il cui duecentesimo compleanno si celebra nel 2021, ed è stato distribuito dall’etichetta internazionale Decca. Sono molto soddisfatta del risultato di questo album e vorrei ringraziare Giampiero Piscaglia e la sua splendida squadra per l’accoglienza calorosa ed estremamente professionale. Non vedo l’ora di tornare molto presto al magnifico Teatro Galli”.  

“È stato un privilegio accogliere nuovamente una delle più belle voci della lirica mondiale, nonché un’amica del nostro teatro, per questo progetto che vede la Cecilia Bartoli affiancare e guidare alcuni nuovi talenti della musica – sottolinea l’assessore alla cultura Giampiero Piscaglia – Oltre ad essere la conferma della collaborazione avviata con Bartoli, l’aver scelto il Galli per la registrazione dell’album è l’ennesimo attestato del grande lavoro fatto in termini di acustica nella progettazione e ricostruzione del Teatro ed è l’occasione ancora una volta per presentare alla platea internazionale Rimini come città di arte e cultura”. 

In Rhapsody, Varduhi Abrahamyan ripercorre la gamma dei talenti artistici e vocali di Pauline Viardot. Partendo dal repertorio classico con Gluck (in una versione arrangiata da Berlioz per la voce della Viardot), passa da Rossini, e attraverso varie fasi del romanticismo francese, all’Alto Rhapsody di Brahms (scritta per la Viardot) oltre a una canzone popolare dalla lontana Armenia.

Nata in una famiglia di musicisti, Varduhi Abrahamyan si è laureata al Conservatorio di Yerevan e si è esibita con importanti compagnie d’opera in tutto il mondo. Dalla sua prima apparizione all’Opera di Parigi, è tornata trionfalmente in Francia con ruoli come Carmen, Italiana in Algeri, ecc. Tra i tanti, ha cantato al Teatro Bolshoi di Mosca, al Glyndebourne Festival, al Rossini Opera Festival di Pesaro, al Bavarian State Opera, Hamburg State Opera, Canadian Opera, Zurich Opera ea Ginevra, mentre sono previsti debutti al MET di New York e alla Royal Opera House Covent Garden.

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Ne ‘Il genocidio’ Marcello Flores ripercorre gli avvenimenti che hanno insanguinato la Storia (Ilfattoquotidiano 12.04.21)

Marcello Flores ha pubblicato un nuovo libro (Il genocidio) su un tema di cui è, fra gli storici italiani, uno dei massimi esperti. Come docente di Storia a Siena, ha organizzato convegni internazionali sul tema; è stato fra i curatori della Storia della Shoah promossa dalla UTET ed ha scritto la prima storia del genocidio armeno in lingua italiana.

Due sono le componenti del libro: la messa a fuoco del significato specifico del termine “genocidio” (dal greco ghénos, “razza”, “stirpe” e dal latino caedo, “uccidere”); la narrazione di alcuni degli innumerevoli genocidi che hanno insanguinato la storia dell’umanità, e in particolare quella del ventesimo secolo.

Flores inizia raccontando la battaglia del giovane giurista polacco Raphael Lemkin (aveva perso, nella Shoah, 49 membri della sua famiglia) che contribuì alla mobilitazione degli Stati membri dell’Onu e portò ad approvare, il 9 dicembre 1948, la Convenzione per la prevenzione e la punizione del crimine di genocidio; solo 24 ore dopo, non a caso, l’assemblea generale dell’Onu approvò la Dichiarazione universale dei diritti umani (la Siria aveva suggerito di inserire nella fattispecie del genocidio la “pulizia etnica”, riferendosi esplicitamente ai 700mila rifugiati palestinesi che avevano dovuto abbandonare le loro case all’interno del nuovo Stato di Israele: ma la proposta fu bocciata per 29 voti a 5, e 8 astensioni).

Ma Flores sottolinea che solo raramente si è giunti alla “punizione” del genocidio, per una serie di ragioni, fra cui la mancanza di riferimenti al genocidio culturale, la non retroattività e la difficoltà a stabilire l’intento di commettere genocidio. Un passo avanti è stato compiuto nel 2004 quando, per iniziativa del segretario generale dell’Onu Kofi Annan e a seguito dei genocidi in Ruanda e a Srebrenica, è stata istituita la figura del “Consigliere speciale per la Prevenzione del genocidio”. Il suo ufficio, fra l’altro, segnala all’Onu i rischi di genocidio, fra cui i “discorsi di odio” (hate speeches).

Purtroppo però anche dopo la Convenzione Onu i genocidi sono continuati, per la scarsa volontà della comunità internazionale di intervenire per impedirli o porre fine ad essi. Ma anche per l’atteggiamento di alcune grandi potenze: Flores ricorda, in proposito, le perplessità – o il “pragmatismo”, in questo caso in senso deteriore – degli inglesi (per il Foreign Office la creazione del nuovo reato è “una completa perdita di tempo, visto che se il genocidio avviene ovunque, avverrà in condizioni in cui non verrà rispettata alcuna convenzione internazionale”) e l’opposizione dell’Unione Sovietica, che avrebbe voluto circoscrivere questo crimine all’epoca e ai misfatti del fascismo e del nazismo. Mentre gli Stati Uniti si oppongono con veemenza al richiamo al “genocidio culturale”.

Un punto importante del libro di Flores riguarda la messa a fuoco del significato del termine “genocidio”, che si distingue dai tanti eccidi che si verificano nel mondo perché genocidio è solo “la negazione del diritto alla esistenza di interi gruppi umani”, come ha precisato l’Onu in una sua risoluzione (ma il termine “genocidio” affiorò spesso già nel processo di Norimberga, che punì i gerarchi nazisti per crimini di guerra e crimini contro l’umanità).

Di grande interesse il riferimento al “Tribunale Russel”, fondato nel 1966 e che vide fra i suoi membri molti dei maggiori intellettuali del tempo, fra cui Jean Paul Sartre, Simone de Beauvoir, Peter Weiss e Lelio Basso (di questi temi continua ad occuparsi la Fondazione romana che porta il suo nome). Uno dei “processi” del Tribunale Russel fu dedicato alla guerra nel Vietnam: alla domanda “gli Stati Uniti sono colpevoli di genocidio?”, la risposta unanime fu “sì”.

Prima di venire ai giorni nostri, Flores ricorda alcuni dei tanti genocidi del passato, fra cui le distruzioni (e gli eccidi) operate dai romani a Cartagine e dai greci a Melo, il massacro di intere popolazioni da parte dei conquistadores in America Latina, quello delle popolazioni indiane del Nord America e – più di recente – il genocidio degli armeni (ho sempre trovato a dir poco ingiusto lo scarso risalto che è stato dato al genocidio degli armeni. Ma consiglio vivamente la lettura di due romanzi, ma ricchissimi di notizie: I 40 giorni del Mussa Dagh di Franz Werfel, e La masseria delle allodole, di Antonia Arslan).

Avvicinandosi ai nostri giorni, l’elenco è lungo e atroce. Alcuni esempi.

– In Cambogia, con l’avvento al potere di Pol Pot e dei “Khmer”, circa un milione e ottocentomila cambogiani furono uccisi in quattro anni di terrore assoluto;

– In Australia, solo a partire dagli anni Novanta si inizia a far luce sui circa 100mila piccoli aborigeni strappati alle loro famiglie dal 1885 al 1967;

– Nel Congo, affidato come colonia personale del re belga nel congresso di Berlino del 1884-85, fra il 1895 e il 1905 muoiono oltre tre milioni di congolesi, mentre le ricchezze del re si accrescono a dismisura;

– Nel Guatemala le forze militari e paramilitari che nel 1954, con il sostegno degli Usa, avevano attuato uno dei consueti golpe del Sud America in quegli anni, fecero sterminare oltre 200mila persone, per lo più indigeni.

– Dulcis in fundo – in un elenco che potrebbe essere assai più lungo – la tragedia dell’Unione Sovietica, dove lo stalinismo portò – fra carestie e stragi di “oppositori” – a 3 o 4 milioni di morti, con vicende da film dell’orrore, come una testimonianza, riportata testualmente da Flores, di cannibalismo verificatasi nel 1933: due genitori che avevano decapitato i figli e avevano fatto dei loro corpi carne da macello.

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Come un’apparizione: il ritorno di Mkhitaryan (Il Romanista 12.04.21)

Settantasette. Giocando a tombola, nella smorfia romana, è il numero che, quando esce, chi tiene il cartellone annuncia con un malizioso “le gambe delle donne”. Per noi, non è così. Perché per noi, senza malizia, sono le gambe di Mkhitaryan (chi vuole equivocare meglio non lo faccia, in ogni caso chissenefrega). Sì, le gambe del miglior giocatore armeno della storia, il fantasista che alla Roma di Fonseca è mancato una cifra da quando, partita d’andata all’Olimpico contro lo Shakthar, alzò bandiera bianca per un guaio al polpaccio che lo ha tenuto fuori per un mese. Con tutte le conseguenze del caso: sconfitta a Parma, non richiesto bis contro il Napoli, pareggio con il Sassuolo, e meno male che sono arrivati due successi in Europa, prima il bis vittoria con gli ucraini, poi giovedì scorso il due a uno ad Amsterdam che è servito ad alimentare un sogno. Ma c’è una partita di ritorno da giocare e dire semifinale è ancora vietato.

Così ieri, nel tardo pomeriggio, quando sulla linea del fallo latrale c’è apparsa la maglia numero settantasette con le relative gambe di cui sopra, abbiamo avvertito un pizzico di ottimismo in più per i secondi novanta minuti contro i Lancieri, strappandoci pure un sorriso di quelli che si possono definire di sollievo. Del resto, solo chi ha poca confidenza con il calcio, non può non avere capito cosa abbia significato, in negativo, l’assenza di Mkhitaryan (sommata poi a tutte le altre con cui Fonseca continua a dover fare i conti) in questo ultimo mese. Non solo per i gol e gli assist che ha garantito alla squadra fino a quando è stato bene, ma anche se non soprattutto per la qualità calcistica che l’armeno può mettere sempre in campo. Noi, per esempio, malati di inguaribile ottimismo, siamo convinti che con Miki ad Amsterdam, la vittoria sarebbe potuta essere ancora più rotonda e rassicurante. E ne diamo una spiegazione. Per le sue caratteristiche tecniche, il settantasette è un giocatore che dà tutta un’altra dimensione, ovviamente in meglio, alla transizione offensiva della Roma. Ovvero: quando la squadra riparte, se il pallone finisce tra i piedi dell’armeno, si può stare sicuri che qualcosa di positivo succederà, o in fase di ultimo passaggio o, anche, in termini realizzativi. Con lui in campo, insomma, c’è una Roma, senza le possibilità offensive dei giallorossi inevitabilmente tendono a diminuire. Contro l’Ajax che per dna calcistico e necessità di dover recuperare lo svantaggio, giovedì attaccherà, è presumibile che ci possano essere quegli spazi in cui il talento calcistico del settantasette potrà fare male.

In qualche misura ce lo ha confermato anche nei ventisei minuti (recupero compreso) che ha giocato contro il Bologna. È stato un piacere rivederlo con il pallone tra i piedi con quella sua corsa esteticamente bellissima ma anche tremendamente efficace. È stato ancora piacere puro constatare la sua voglia di tornare a prendere a calci un pallone, per nulla preoccupato di una condizione non ottimale e che potrà tornare ad avere solo quando avrà messo più partite nelle gambe. È stato incoraggiante constatare come si sia messo a disposizione della squadra e dei compagni, sempre pronto a inventare la giocata importante, a dettare il passaggio come, per esempio, in occasione di quel pallone (splendido) che Pastore (oh Pastore, chi si rivede) ha dato a Karsdorp ma con l’olandese che si è ingarbugliato con le gambe senza riuscire a dare la palla all’armeno che si era reso disponibile per metterla dentro più o meno a porta vuota.

Ecco perché il suo recupero può definirsi fondamentale per le fortune europee dei giallorossi. E’ l’uomo che più di qualunque altro può fare male agli olandesi. Che, oltretutto, lo sanno visto che Mkhitaryan già gli ha fatto male proprio in una finale di Europa League quando vestiva la maglia del Manchester United e in panchina c’era Special One Mourinho. I minuti giocati ieri dall’armeno gli hanno consentito di riprendere confidenza con il calcio vero, facendogli toccare con mano che quel maledetto infortunio al polpaccio è roba del passato e che adesso può tornare a essere il giocatore che fa la differenza, il campione in grado di trascinare la Roma in una semifinale europea in cui, nel caso, molto probabilmente, potrebbe ritrovare il suo vecchio, ma mai amato (pure da noi), Manchester United. Con il recupero di Mkhitaryan anche Fonseca e i compagni saranno più tranquilli nell’affrontare una sfida che potrebbe dare tutta un’altra dimensione alla stagione romanista. E dopo, magari, una volta superato l’ostacolo olandese, potrebbe esserci anche l’occasione giusta per annunciare un prolungamento contrattuale al quale mana soltanto il sì del suo procuratore, Mino Raiola. Ma Micki vuole rimanere in giallorosso. E vuole dimostrarlo in campo. Già da giovedì prossimo.

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Armenia. L’appello del vescovo Minassian (Yerevan): “Non dimenticateci, non siamo poveri ma stiamo soffocando” (SIR 10.04.21)

Il “grazie” dell’Armenia per le parole pronunciate da Papa Francesco a Pasqua nella Benedizione Urbi et Orbi. E’ mons. Minassian ad esprimerlo a nome delle migliaia di persone che in fuga dal Nagorno-Karabakh, hanno trovato rifugio in Armenia. “La guerra – dice – è l’espressione della debolezza mentale dell’uomo. È il fallimento della comprensione reciproca, la rottura dei canali di dialogo, l’impotenza della diplomazia, la negazione del rispetto del diritto del vicino. È solo nel confronto, pacifico e lontano dagli interessi, che è possibile trovare soluzioni di pace. Il fallimento di questa via conduce inesorabilmente al conflitto armato”

“Una consolazione nazionale, psicologica e spirituale, che ha dato al nostro popolo un sollievo, la speranza di non essere dimenticati”. Così mons. Raphaël François Minassian, arcivescovo per gli armeni dell’Europa dell’Est, commenta al Sir il pensiero che, nella sua benedizione urbi et orbi a Pasqua, Papa Francesco ha rivolto anche al Nagorno-Karabakh, citato tra i Paesi feriti dalla “mentalità della guerra”. Il 2020 è stato un anno difficile per l’Armenia: il Paese non solo ha dovuto confrontarsi con la pandemia, ma ha anche fronteggiato una guerra nel Nagorno-Karabakh, che l’ha vista sconfitta contro l’avversario azero con importanti conseguenze nel sistema sociopolitico interno. In seguito a sei settimane di combattimenti, il 10 novembre scorso, a Mosca e sotto l’egida del presidente Vladimir Putin, il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ed il presidente azero Ilham Aliyev hanno firmato un accordo che ha però spezzato la piccola regione del Nagorno, con una “spartizione” del territorio che ha reso la zona ancora più fragile e povera.

“Sono tante le famiglie che soffrono per la mancanza dei loro figli”, dice il vescovo Minassian, portando subito l’attenzione sul grave problema, ancora non risolto, dei prigionieri. Oltre ai soldati presi durante la guerra, sono state catturate persone rimaste nelle zone consegnate all’Azerbaigian a protezione e difesa delle proprietà. Il vescovo parla di almeno 64 persone. “Sono state prese e torturate con l’accusa di essere terroristi. Ma se erano terroristi, perché alcuni di questi prigionieri li hanno liberati?”.

Mentre le diplomazie sedevano attorno ad un tavolo per ripartirsi il territorio, su quella “cartina geografica”, le decisioni prese hanno pesato per sempre sulla vita e sul futuro di intere famiglie costringendole a lasciare case e villaggi per trovare rifugio in Armenia. Il flusso dei profughi in fuga dal Nagorno è l’altra faccia della guerra. Attualmente i rifugiati si trovano divisi in tre parti dell’Armenia: sono andati a Goris, città che si trova vicino al Nagorno; la maggioranza ha trovato rifugio ad Ardashad, la città in cui si trova la Grotta dove fu tenuto prigioniero San Gregorio l’Illuminatore, l’apostolo che portò il cristianesimo in questa Regione; gli altri hanno preferito dirigersi direttamente nella capitale armena di Yerevan.“Noi, come chiesa locale, stiamo condividendo la loro povertà. In questi mesi, come Caritas abbiamo aiutato 14 mila famiglie”, racconta il vescovo.

“Il nostro è stato un aiuto a più livelli: abbiamo sostenuto queste famiglie pagando l’affitto delle case in cui si erano rifugiate; stiamo dando aiuti alimentari e di assistenza medica; e in particolare stiamo seguendo madri con bambini neonati. Dipende dalla situazione. La maggior parte di queste famiglie sono divise tra chi è rimasto a difesa delle case nelle zone consegnate all’Azerbaigian e chi è scappato. C’è una grande confusione e in questa situazione, è difficile capire se è meglio tornare indietro o rimanere in Armenia. Quello che ora ci preoccupa è che stanno diminuendo gli aiuti che ci arrivano dall’estero”.

L’accordo siglato a Mosca ha portato al sollevarsi di manifestazioni antigovernative a Yerevan. “La divisione interna c’era prima della guerra e si è aggravata durante la guerra”, commenta sconsolato il vescovo Minassian che però guarda con speranza alle elezioni indette dal primo ministro armeno per il 20 giugno. “Speriamo che le elezioni riescano a riportare in Armenia quell’equilibrio interno che le serve per fronteggiare le crisi e riconciliare le diverse parti, per il bene comune delle Nazione”. “Trovare una forza di coesione interna è necessario anche per affrontare quel gioco poco chiaro che le potenze internazionali stanno facendo sulla piazza armena inseguendo interessi ed egoismi che certo, non hanno a cuore il destino del nostro popolo”.A Pasqua il Papa ha parlato contro la “mentalità della guerra”. “La guerra – osserva mons. Minassian – è l’espressione della debolezza mentale dell’uomo. È il fallimento della comprensione reciproca, la rottura dei canali di dialogo, l’impotenza della diplomazia, la negazione del rispetto del diritto del vicino. È solo nel confronto, pacifico e lontano dagli interessi, che è possibile trovare soluzioni di pace. Il fallimento di questa via conduce inesorabilmente al conflitto armato”. Il vescovo unisce quindi la sua voce al grido di pace lanciato da Papa Francesco. “L’Armenia non è povera. E’ ricca di risorse naturali, di storia e di cultura. Ma è soffocata perché non ha finestre all’esterno.

Non dimenticatevi di noi. Apriteci le porte. Se ci sono orecchie per sentire, ascoltateci. Se ci sono cuori aperti ad accogliere le nostre preghiere, mettete in moto la volontà di fare”.

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I libri di NRW: Killing orders (Nuoveradici.world 10.04.21)

Il Grande Male, il Metz Yeghem, ebbe inizio il 24 aprile 2015. Ufficialmente il Regime Ottomano parlò di reinsediamento della comunità armena, minoritaria nel Paese. È quella invece la data dell’inizio del Genocidio Armeno, che portò in pochi anni, fino al 2018, allo sterminio di un milione e mezzo di persone. In questo libro, Killing orders, pubblicato da Guerini e Associati, Taner Akçam ricostruisce nei dettagli l’origine, lo svolgimento fino al negozianismo delle autorità turche che perdura ancora oggi, di uno dei più grandi massacri della storia. Nei telegrammi e nei documenti scritti da Talat Pasha, l’artefice del Grande Male, c’è tutto: dalla meticolosa preparazione alle deportazioni di massa verso il deserto siriano, alle incarcerazioni di politici ed intellettuali armeni, uno sterminio per cancellare un intero popolo. L’architettura del genocidio, il primo del XX secolo, sarà l’architrave per programmare altri genocidi. Per questo suo lavoro minuzioso sulla documentazione originale, per la prima volta tradotta in Italia, lo studioso Taner Akçam nel 1976 viene arrestato dalla polizia turca e condannato a dieci anni di carcere. Un anno dopo riesce a fuggire di prigione e riparare in Germania. Poco dopo riesce ad emigrare in America, dove oggi ha la cattedra di Storia del Genicidio Armeno alla Clark University di Worcester nel Massachusetts e dove finalmente ha potuto compiere i suoi studi, che illustrano nei dettagli tutta la storia del primo sterminio di massa del Secolo breve. Fabio Poletti

Taner Akçam
Killing orders
I telegrammi di Talat Pasha e il Genocidio Armeno
a cura di Antonia Arslan
traduzione di Vittorio Robiati Bendaud e Alice Zanzottera ha collaborato Domenica Rossi
2020 Guerini e Associati
pagine 312 euro 25

In definitiva, i dibattiti sul negazionismo non ruotano attorno all’accettazione, oppure al rifiuto, di un gruppo di fatti accettati o della verità che ne derivi; sono senza dubbio una lotta per il potere, mossa da un diverso ordine di fatti e verità, animata da altri moventi. Una lotta di questo genere è riscontrabile in relazione alla realtà del Genocidio Armeno, che, tra il 1915 e il 1918, condusse alla morte, e più precisamente all’uccisione, oltre un milione di persone. Da allora, per oltre un secolo, i vari governi turchi succedutisi sono riusciti a erigere la propria versione di una storia ufficiale e a tenere in ostaggio la Storia con proprie prove e verità. Così facendo, hanno trionfato nel rendere noto il loro punto di vista storico, elevandolo al livello di ragionevole possibilità storica. Il negazionismo turco in relazione agli eventi concernenti la Prima guerra mondiale è forse l’esempio più riuscito di come una ben organizzata, deliberata e sistematica diffusione di falsità possa svolgere un ruolo importante nel dibattito pubblico, avvalendosi anche di fatti eloquenti per costruire una falsa verità. Coloro che rispettano l’adagio secondo cui «è lecito che ognuno abbia la propria opinione, ma non i propri fatti», hanno potuto seguire con stupore i dibattiti pubblici e storiografici sul Genocidio Armeno negli ultimi decenni, laddove le verità basate sui fatti sono state screditate e degradate allo status di semplice opinione. Occultare la verità con lo scopo di silenziarla è stato un aspetto fondamentale di questa strategia.
Questo volume si propone di fare chiarezza in un dibattito viziato dalla confusione creatasi attorno al rapporto tra fatti e verità circa il Genocidio Armeno. Potrà servire da dettagliato case-study, che dimostra con precisione come coloro che han- no nascosto le verità, smembrandole e così sentendosi rassicurati e rinforzati, siano in errore.
La seguente citazione di Michel-Rolph Trouillot è perfettamente pertinente al nostro problema: «I silenzi entrano nel processo di produzione storica in quattro momenti cruciali». Si tratta, rispettivamente, di: «(1) il momento della creazione dei fatti (l’individuazione delle fonti); (2) il momento dell’assemblaggio dei fatti (la creazione di archivi); (3) il momento del recupero dei fatti (lo strutturarsi di narrazioni); infine, (4) il momento del significato retrospettivo (ossia, in ultima istanza, la creazione della storia)». A queste fasi ne aggiungerei un’ulteriore: (5) la distruzione – o il tentativo di confutare, e così negare – l’autenticità di documenti critici.
Se è possibile cogliere in ogni genocidio un carattere unico, peculiare e distintivo, il caso armeno risulta allora essere unico per gli sforzi inveterati di negarne la storicità e occultare così le verità che lo circondano. Un’altra caratteristica unica di questo secolo di negazionismo è che costituì una componente intrinseca dell’opera genocidaria, sin dalla sua origine. In altre parole, la negazione del Genocidio Armeno non ebbe inizio dopo i massacri, ma fu parte integrante del piano genocidario. Le deportazioni degli armeni dalla loro terra natia verso i deserti siriani e la loro eliminazione, sia lungo la via sia giunti alle destinazioni finali, sono state eseguite con il pretesto di un loro reinsediamento. Ci si adoperò per organizzare e realizzare l’intero processo proprio con l’intento di offrire tale immagine.
Anche se non possiamo discuterne in dettaglio in queste pagine, l’interrogativo più pressante riguarda le radici di questa particolare politica. La debolezza dello Stato ottomano in quella congiuntura storica sembrerebbe essere la ragione più importante. Le autorità ottomane dovettero organizzare l’intero processo di espulsione e sterminio sotto lo sguardo indagatore di Germania e Stati Uniti, visto che dipendevano dal sostegno finanziario e militare tedesco e volevano che gli americani rimanessero neutrali. Non potendo ignorare queste due potenze, si sentirono obbligati a giustificare le loro azioni. Va da sé che la negazione e l’inganno si rivelarono delle efficaci strategie per smorzare le pressioni americane e tedesche. Inoltre, l’assenza di un movimento ideologico di massa, che fornisse il sostegno popolare a politiche genocidarie all’interno della società ottomana, sembra essere un’altra ragione. Ciò contribuisce a spiegare – ed è uno degli argomenti di questo libro – anche l’elevatissima corruzione dei burocrati ottomani, che svolsero un ruolo decisivo (in particolare in Siria), come pure il fatto che il governo abbia aizzato la popolazione a depredare gli armeni indifesi come incentivo a sostegno delle politiche genocidarie.
La documentazione ufficiale, tesa a presentare l’intera opera di deportazione e di sterminio come un reinsediamento legittimo, iniziò a essere prodotta proprio nei primissimi giorni delle espulsioni. In altre parole, quello che Trouillot ha descritto come «il momento della creazione dei fatti (l’individuazione delle fonti)» cominciò – se non ancor prima – il 24 aprile 1915, oggi considerata simbolicamente la data di inizio del Genocidio Armeno. In quel giorno vennero arrestati circa duecento intellettuali armeni insieme alle dirigenze della comunità armena di Istanbul. Furono inviati ad Ayaş [Ayash] e Çankırı (il primo una prigione, il secondo una residenza coatta), entrambe in prossimità della città di Ankara, e nei mesi seguenti molti altri intellettuali vennero destinati a entrambi i luoghi. La maggioranza sarebbe stata successivamente deportata verso le loro destinazioni finali e uccisa durante il viaggio. Gli Archivi Ottomani tracimano di documenti che riportano la morte di queste persone, perite per attacchi cardiaci e per altre cause naturali; oppure, in alternativa, ne viene riportata la fuga o il rilascio. In un articolo di Yusuf Sarınay, che per lunghi anni fu il direttore generale degli Archivi Ottomani, basato proprio su tali documenti e consacrato a questo argomento, si afferma che, su 155 intellettuali confinati a Çankırı, solo 29 furono lì imprigionati; altri 35 furono ritenuti innocenti e rimpatriati a Istanbul, mentre 31 furono graziati dal governo con il permesso di recarsi in qualsiasi città volessero. Altri 57 furono deportati a Dayr al-Zur, mentre tre stranieri furono esiliati dal Paese. Si è sostenuto che nessuno di questi intellettuali sia stato vittima di omicidio.

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Bisogna fermare il genocidio culturale azero nei territori occupati della Repubblica di Artsakh/Nagorno Karabakh (Korazym 10.04.21)

Radio Roma Libera del 7 aprile 2021 [QUI], che riportiamo di seguito, Marco Tosatti ha dedicato alla distruzione della memoria storica armena da parte degli azeri e dei militanti islamisti nella parte della Repubblica di Artsakh rimasta nelle loro mani dopo il cessato il fuoco imposto dalla Russia.

Giorni dopo che l’Azerbaigian ha preso il controllo dei villaggi di Talish e Madaghis nella Regione di Martakert nella Repubblica di Artsakh, le sue forze armate hanno iniziato vandalizzare, distruggere e profanare monumenti armeni (in particolare il memoriale armeno di Talish) e khachkar (“pietre incrociate” in armeno, un cippo funerario scolpito che si trova tipicamente in Armenia).
Il Presidente della Commissione permanente per i diritti umani del parlamento armeno, Naira Zohrabyan, ha pubblicato sulla sua pagina Facebook delle foto – che riportiamo in questo articolo – scattate nelle due città, che ritraggono i risultati della ferocia dei soldati azeri contro il patrimonio armeno.

Dopo la guerra scatenata nel 2020 dall’Azerbaijan aiutato militarmente dalla Turchia contro gli armeni dell’Artsakh, che ha portato a un cessate il fuoco sponsorizzato da Mosca, e all’occupazione azera di ampie porzioni del territorio autonomo armeno, si è rapidamente avvenuto quello che si temeva, e che non di rado accade quando militanti islamici occupano un territorio.

Inutilmente le autorità armene avevano più volte messo in guardia la comunità internazionale da un futuro troppo facilmente prevedibile, chiedendo di agire e di bloccare quella che sarebbe stata la politica azera. Che si è puntualmente avverata. Le organizzazioni armene internazionali e nazionali chiedevano che si intervenisse per impedire a Baku di sradicare l’eredità culturale e spirituale armena nel Nagorno Karabakh.   L’accordo di cessate il fuoco del 9 novembre 2020, molto doloroso per l’Armenia, che ha permesso all’esercito dell’Azerbaijan di occupare buona parte della piccola Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh, ha rapidamente portato i suoi frutti dolorosi. Non solo in termini di esodo, e di azioni di crudeltà inutile ed efferata, come l’uccisione da parte dei militanti islamici pro Azerbaijan di alcuni vecchi, rimasti nei villaggi conquistati; fatti documentati da video e fotografie. Ma anche nella distruzione di quanto potesse richiamare l’antica presenza armena nella zona.

Per esempio, nella Regione di Hadrut, gli azeri, dopo aver distrutto una storica testimonianza armena cristiana nella città occupata di Shushi, la piccola chiesa di Surb Hovhannes Mkrtich (San Giovanni Battista) o Kanach Zham, hanno raso al suolo anche la piccola chiesa di Zoravor Surp Astvatsatsin (Potente Santa Madre di Dio) a Mekhakavan, come ha documentato la BBC in un suo reportage; e non c’era nessun motivo di carattere militare che rendesse necessario questo atto, dal momento che le ostilità si erano concluse [Azerbajgian ha rasato al suolo storiche chiese armene a Sushi e a Mekhakavan nell’Artsakh occupato con la guerra di aggressione del 2020 – 28 marzo 2021].

Non sono  molti, purtroppo, i siti web che siano sensibili a questo genere di problemi. E vogliamo ricordare qui Korazym.org, gestito da Vik van Brantegem, pluridecennale assistente della Sala Stampa della Santa Sede, che spesso si fa eco delle iniziative della piccola ma molto attiva comunità armena di Roma. Korazym twittava pochi giorni fa: “Un’altra chiesa armena distrutta dagli azeri dopo la guerra in Artsakh. Giorno dopo giorno il patrimonio culturale armeno viene cancellato dal regime dell’Azerbaijan nei territori occupati. Un genocidio culturale che non può rimanere impunito”.

La piccola chiesa Zoravor Surp Astvatsatsin (Potente Santa Madre di Dio) a Mekhakavan, di cui oggi non resta pietra su pietra, era già stata profanata, a metà novembre, una profanazione accompagnata, inutile a dirsi, dalle consuete grida di “Allahu Akbar”.

La Commissione Nazionale Armena per l’UNESCO @ArmUnesco ha pubblicato un video che documenta la profanazione della piccola chiesa di Zoravor Surp Astvatsatsin a Mekhakavan dai soldati azeri dopo l’occupazione, uno dei quali si è arrampicato sul tetto, per buttare giù la campana e abbattere la croce.

“La Repubblica di Artsakh ha allertato la comunità internazionale in numerose occasioni sul terrorismo culturale orchestrato dallo Stato dell’Azerbaijan, i suoi sforzi per cancellare il patrimonio culturale armeno nei territori che sono sotto la sua occupazione militare, promuovendo ulteriormente la sua politica espansionistica genocida”, ha detto il Ministero degli Esteri dell’Artsakh. “Questa politica di genocidio è un crimine contro l’umanità, una grave violazione delle norme, delle convenzioni, delle risoluzioni e degli accordi internazionali e una minaccia per l’intero mondo civilizzato”, ha aggiunto. “Chiediamo alle organizzazioni internazionali competenti di prendere tutte le misure necessarie per prevenire l’eliminazione del patrimonio culturale armeno e di condannare risolutamente la politica genocida dell’Azerbajian”, conclude la nota.

Ma finora l’Occidente, e anche il Vaticano tacciono. Ci sono popoli per cui la settimana di Passione sembra non finire con la domenica di Resurrezione.

Marco Tosatti
Radio Roma Libera, 7 aprile 2021

Il 17 giugno 2017 il Presidente della Repubblica di Artsakh Bako Sahakyan ha visitato il villaggio di Talish della regione di Martakert per partecipare a una solenne cerimonia di apertura del monumento “Revived Talish”. Il Presidente ha espresso gratitudine agli autori di questa iniziativa affermando che il monumento ha un significato particolare e riflette la nostra ferma volontà e determinazione a ripristinare l’antico splendore di questo insediamento, renderlo di nuovo affollato e prospero. Nel suo discorso Bako Sahakyan ha sottolineato che la restaurazione di Talish era tra i programmi strategici statali significativi, che avrebbero preso vita incondizionatamente. “Questo monumento è un messaggio al mondo che mostra che la nostra volontà è inflessibile, la fede nella nostra forza è salda e l’ottimismo è inesauribile. Rispondiamo alla barbarie con la nostra unità, il nostro potenziale per vivere, creare e costruire ”, ha detto Bako Sahakyan. Il Primate della diocesi Artsakh della Chiesa Apostolica Armena, Mons. Pargev Martirosyan, altri funzionari erano presenti all’evento.

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Una poltrona (solo) per due. La Turchia e le colpe europee secondo Antonia Arslan (Formiche.net 09.04.21)

La scrittrice di origine armena Antonia Arslan dà una lettura (allargata) di quanto è successo ad Ankara tra Erdogan e Ursula von der Leyen. Tra colpe turche e ventre molle europeo. E commenta la frase di Draghi su Erdogan dittatore

Una poltrona (solo) per due. Nel salotto del presidente turco Erdogan non c’è posto a sedere per la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. L’incontro, a cui ha partecipato anche il capo del Consiglio europeo Charles Michel (seduto comodamente accanto a Erdogan), aveva come obiettivo quello di far ripartire le relazioni tra Ue e Turchia, oltre a chiedere lumi rispetto la decisione di Ankara di sottrarsi alla convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne. Ebbene, von der Leyen non ha trovato posto a sedere nelle poltrone del salotto di Erdogan. È stata invece relegata in un divanetto poco distante. L’atto è stato visto come uno spregio, un insulto. Alla donna prima e all’istituzione che rappresenta – l’Ue appunto – in secondo luogo. L’ondata di indignazione è stata massiccia, nonostante da Ankara siano state sostanzialmente rispedite al mittente tutte le accuse. Per capire cosa si cela dietro al gesto del presidente turco, Formiche.net ha parlato con Antonia Arslan, scrittrice di origine armena, docente universitaria e intellettuale di vaglia.

Ad Ankara, il presidente turco Erdogan dispone una sedia accanto alla sua per il capo del Consiglio europeo Michel, mentre la presidente della Commissione Europea von der Leyen è confinata in un divanetto distante. È una provocazione, uno smacco alla donna o all’Unione che la donna – von der Leyen appunto – rappresenta in quel momento?

A mio avviso, è tutto insieme. Un po’ provocazione e un po’ smacco. La Turchia ha un atteggiamento tanto più duro e ostile contro l’Unione europea, quanto più è fiacca la risposta e debole l’istituzione. Il gesto di Erdogan è figlio di una cultura diplomatica che affonda radici lontane, nell’impero Ottomano. Quella che ha coinvolto la presidente von der Leyen è stata una scena costruita ad uso e consumo dell’Oriente, una rappresentazione plastica dell’esercizio di potere che Erdogan esercita.

A margine di questa scena che ritrae i due leader maschi seduti sulle poltrone e von der Leyen relegata a parte, è scattata l’indignazione generale. In particolare dal mondo femminile. Tuttavia non è un mistero che nei Paesi a prevalenza musulmana le donne abbiano un trattamento differente rispetto i Paesi occidentali. Se ne dovrebbe dedurre che la Turchia, come altri Paesi, non sono adeguati per le donne?

La Turchia sta facendo passi indietro molto evidenti sul fronte del rispetto delle donne. All’interno della Turchia c’è un grande dibattito su questo, che però viene sottaciuto anche dai media occidentali. Il malcontento serpeggia anche nella grande università di Marmara in cui il rettore è stato imposto dal presidente della Repubblica. C’è un grande sommovimento femminile, che è sintomo di come la condizione della donna in Turchia non sia più minimamente paragonabile a quella che esisteva anche solo vent’anni fa.

Lei teme che, a fronte della massiccia immigrazione islamica e dell’impatto demografico, questo rappresenti un ulteriore problema per la condizione femminile in Europa nel futuro?

Il fenomeno migratorio è molto preoccupante, ma non solo per l’Italia anche per l’Europa. L’esempio e la prova di quanto affermo è quello che si sta verificando in Francia. Paese nel quale interi quartieri sono proibiti alle donne che non siano velate. Se in Francia oggi ci sono quartieri e cittadine che sono totalmente inaccessibili, liberi dalle leggi della repubblica, forse sarebbe il caso di interrogarsi seriamente sul futuro della condizione femminile in tutto il Vecchio Continente.

Come cittadina europea e come donna come si è sentita? Come giudica l’atteggiamento delle istituzioni europee a fronte di tale comportamento e linguaggio simbolico?

Al linguaggio simbolico si dovrebbe contrapporre un altro linguaggio simbolico. Forse sarebbe stato meglio che von der Leyen, ipotizzo, avesse rifiutato di sedersi sui divanetti, avrebbe rotto l’incanto: in queste circostanze bisogna saper giocare al loro tavolo in maniera furba. Oppure sarebbe stato il caso che la presidente della Commissione fosse stata accompagnata da due uomini. Ma d’altro canto noi siamo il Paese che ha coperto i monumenti nell’occasione della visita del presidente iraniano Hassan Rohani. È stato l’ennesimo segnale di sudditanza psicologica: un segnale pericolosissimo. Sull’atteggiamento delle istituzioni europee c’è poco da dire: pietoso. Tanto più che si è vanificata tutta la grande tradizione della diplomazia europea.

 L’ha stupita il comportamento di Erdogan o era prevedibile?

Il comportamento di Erdogan era prevedibile, per lui Ursula von der Leyen è una donna. L’incontro con lei era una cosa risibile, specie per uno che è convinto di avere l’Unione europea in mano.

Il premier Mario Draghi ha detto a chiare lettere che, pur essendo utile tenere rapporti con la Turchia, personaggi come Erdogan vanno approcciati con la consapevolezza che siano dittatori. Che ne pensa?

Penso che sia un’affermazione di assoluto buonsenso. Una concreta presa di coscienza rispetto al vero volto del presidente turco. Dirò di più: il mio auspicio è che queste affermazioni vengano riprese dalla stragrande maggioranza dei leader europei. Sarebbe un vero passo avanti che sveglierebbe le coscienze europee.

La Turchia di Erdogan è oggi legata alla leadership dei Fratelli Musulmani, nota organizzazione islamista panaraba. La Germania però è entusiasticamente filoturca sia per demografia interna sia per interessi commerciali, influenzando indebitamente l’intera Ue e minimizzando il problema. Cosa pensa, che futuro prevede e che moniti lancia?

Non credo che la Germania sia così filo-turca. Anche perché ci sono tantissimi curdi in Germania. Il legame con i Fratelli Musulmani è molto pericoloso. Soprattutto perché in prospettiva c’è la sudditanza dell’Europa. Un po’ di malumori emergono dalle discussioni al Parlamento europeo, ma evidentemente poco contano.

L’Unione europea è stata silente a fronte delle violenze omicide tremende patite dagli armeni nel corso della guerra condotta contro di loro da Erdogan e Azerbaijan. Eppure i singoli Stati dell’Unione si riempiono la bocca di etiche e di politiche della memoria e contro l’odio. Cosa si sente di dire?

Di fronte a persone spregiudicate e autoritarie, che sanno come lusingare il popolo, cedere non è mai la scelta giusta. Il silenzio dell’Ue è stato imbarazzante e autolesionista perché ha spinto di nuovo l’Armenia nelle braccia della Russia. L’unica cosa che si può amaramente contestare è che, in fondo, ci sia una grande ipocrisia.

Papa Francesco con il viaggio in Iraq ha concentrato l’attenzione anche sui cristiani di Oriente. E tuttavia il dramma continua lontano dai riflettori con morti, terrore e distruzione del patrimonio artistico spirituale di queste millenarie comunità cristiane, anche, nello specifico, nei riguardi oggi dei cristiani armeni. Al contempo, abbiamo cardinali e arcivescovi cattolici che vanno a Baku per conferenze interreligiose, ne omaggiano il governo, ne ricevono onorificenze. Oppure, ancora, si hanno finanziamenti azero-turchi per iniziative varie di dicasteri pontifici. Da cattolica e da cristiana orientale come vive queste scelte dei massimi vertici della Chiesa Cattolica?

Vivo queste scelte in maniera molto perplessa. I cardinali che vanno a Baku dovrebbero sapere che l’Azerbaijan è uno fra i Paesi con gli standard democratici più bassi del mondo. La Chiesa sta sbandando terribilmente. Non può il centro della cristianità fare piaggerie di questo tipo: in questo modo si evidenzia uno sbandamento nella guida politica della chiesa. Nel momento in cui è preciso interesse dell’Azerbaijan distruggere i monumenti armeni, dovrebbe arrivare una presa di posizione forte da parte della Santa Sede. Forse, solo in questo modo si riuscirebbe a ottenere qualche effetto.

Alla luce di questi presupposti, non è da ritenere ambiguo il ruolo della Turchia nella Nato?

È una barzelletta che la Turchia sia all’interno della Nato. Si tenga presente, ad esempio, che i missili ad alta precisione utilizzati in Nagorno Karabakh, sono stati prodotti dal genero di Erdogan. In più, tutto ciò che riguarda l’armamento della Nato è a disposizione della Turchia. È una follia.