Favola Armenia dall’incubo guerra al sogno mondiale (Il Messaggero 02.04.21)

È l’Armenia a capeggiare la rivolta delle piccole verso Qatar 2022. Tre vittorie su tre in questa corsa mondiale. Battute nel giro di sei giorni Liechtenstein, Islanda e Romania. Primo posto nel girone J davanti a Germania e Macedonia del Nord, seconde a sei punti. Con i tedeschi, tra l’altro, sconfitti in casa proprio dalla Nazionale di Goran Pandev. A guidare la squadra è il c.t. Joaquin Caparros, spagnolo di 65 anni. Gioca con il 4-4-2 e nell’ultimo match, quello vinto 3-2 contro la Romania, ha tirato un sospiro di sollievo grazie ad Haroyan e Barseghyan. Sotto 1-2 al minuto 87, l’Armenia ha compiuto il suo miracolo ribaltando tutto negli ultimi 180 secondi.

Un sorriso regalato a un popolo intero, martoriato dalla guerra. Per ultima, quella nell’Artsakh di qualche mese fa, denominata seconda guerra nel Nagorno-Karabakh. Un conflitto armato tra le forze azere e quelle armene per il possesso della regione caucasica del Nagorno Karabakh, divampato il 27 settembre 2020 lungo la linea di contatto dell’Artsakh. Dopo 44 giorni di aspri combattimenti, la sera del 9 novembre i rappresentanti dell’Armenia e dell’Azerbaigian, grazie alla mediazione del presidente russo Vladimir Putin, hanno firmato un cessate il fuoco per consentire lo scambio di prigionieri e dei caduti. Un martirio che è costato la vita a oltre cinquemila soldati e a quasi 150 civili. Una tragedia nel cuore con decine di migliaia di persone che hanno perso la propria casa. E tra gli armeni, c’è chi fuggendo ha bruciato addirittura le proprie abitazioni piuttosto che lasciarle ai nemici azeri.

Tragedia alle spalle

In situazioni come queste lo sport è un toccasana importante. La Nazionale di calcio sta cercando di ridare un sorriso al suo popolo, senza il suo giocatore simbolo: il trequartista della Roma, Mkhitaryan. Out a causa di una lesione muscolare al polpaccio destro, rimediato nel match contro lo Shakhtar Donetsk l’11 marzo nell’andata degli ottavi di Europa League (i giallorossi puntano di recuperarlo per il 15 aprile, per il ritorno dei quarti con l’Ajax, ma è complicato). Un cammino nato da lontano. Dalla vittoria sulla Georgia del 15 novembre, pochi giorni dopo il cessate il fuoco. Poi è arrivato il successo contro la Macedonia del Nord il 18 novembre, che ha sancito la promozione nella Lega B della Nations League. Adesso queste tre vittorie di fila che fanno sognare l’Armenia in un altro momento difficile nella storia del paese. Tanto da spaventare una corazzata come la Germania. A giugno sono in programma due amichevoli contro Croazia e Svezia. E a settembre ripartirà la corsa verso il Qatar: Macedonia del Nord (il 2), i tedeschi appunto (il 5) e ancora il Liechtenstein (l’8). Ma intanto, è lecito pensare in grande.

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Nagorno Karabakh dopo la guerra (Dossier Osservatorio Balcani E Caucaso 01.04.21)

Il conflitto esploso nel settembre 2020 tra Armenia e Azerbaijan per il controllo del Nagorno Karabakh si è concluso il 9 novembre con un accordo di cessate il fuoco che ha ridisegnato i confini nel Caucaso del Sud. Ora è necessario trovare un equilibrio per questa martoriata regione. Le risposte della società civile e della politica internazionale in questo dossier

https://www.balcanicaucaso.org/Dossier/Nagorno-Karabakh-dopo-la-guerra  

Qualificazioni Mondiali Qatar 2022, premier Armenia: “Vittorie dedicate a soldati morti” (Sportface.it 01.04.21)

Henrikh Mkhitaryan FOTO Руденко Денис VIA CC 3.0

L’Armenia è a punteggio pieno nel proprio raggruppamento di Qualificazioni ai Mondiali di Qatar 2022 con tre vittorie in altrettante partite contro Liechtenstein, Islanda e  Romania. La nazionale armena, complice anche la sconfitta della Germania contro la Macedonia, guida al momento il girone J e vuole continuare a stupire. Il calcio sta restituendo entusiasmo a un Paese falcidiato dalla Guerra del Nagorno Karabakh. Così il premier armeno Nikol Pachinian ha dedicato i successi della nazionale “ai nostri soldati, ai fratelli morti“. “Si può vincere anche quando stato sconfitto – ha aggiunto -, e la nostra vittoria è per loro“.

Armenia: Parlamento approva emendamenti al codice elettorale (Agenzia Nova 01.04.21)

Erevan, 01 apr 17:01 – (Agenzia Nova) – Il Parlamento armeno ha introdotto degli emendamenti al codice elettorale per abolire il sistema di voto misto prima delle consultazioni parlamentari anticipate che si terranno il 20 giugno. In totale, 82 legislatori su 132 hanno sostenuto gli emendamenti, proposti dal gruppo parlamentare del partito di governo My Step. Vahagn Hovakimyan, un parlamentare del partito al governo, ha affermato che gli emendamenti prevedono di tenere le elezioni “con un semplice sistema proporzionale”. Allo stesso tempo, il leader della fazione Armenia luminosa, Edmond Marukyan, ha affermato che la maggioranza adotta emendamenti al codice elettorale senza la partecipazione delle forze di opposizione, “mettendo così in discussione la legittimità delle elezioni parlamentari programmate”. Gli emendamenti adottati dai legislatori ora richiedono l’approvazione del presidente, Armen Sarkissian. (Rum)

L’Armenia sta provando a stupire l’Europa (Gianlucadimarzio 31.03.21)

Varazdat Haroyan e Tigran Barseghyan probabilmente non suoneranno molto familiari alla maggior parte degli appassionati di calcio. Sono però i due autori dell’incredibile rimonta di oggi dell’Armenia contro la Romania nella terza gara delle qualificazioni ai Mondiali di Qatar 2022. Una rimonta arrivata nei minuti finali, grazie proprio al gol del capitano armeno e al rigore di Barseghyan tra l’87’ e l’89’, che porta la nazionale di Joaquìn Caparròs al primo posto nel girone a punteggio pieno.

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Joaquìn Caparròs, dalla malattia ai successi con l’Armenia

La terza vittoria in altrettante partite per la squadra di Joaquìn Caparròs, che adesso comanda con 9 punti il Gruppo J e si sta rivelando come una delle sorprese più grandi di questa prima fase. E sta spaventando non poco la Germania, sconfitta a sorpresa questa sera in casa contro la Macedonia del Nord di Pandev ed Elmas, che certamente si aspettava di avere vita più facile nel girone.

Proprio l’allenatore ex Siviglia è probabilmente uno dei punti di forza maggiori di questa Armenia che sta stupendo tutti. Un CT alla prima esperienza sulla panchina di una nazionale, capace di schierare in campo in una partita così importante un ragazzo di 20 anni all’esordio in nazionale come Eduard Spertsyan. Coraggio dell’allenatore spagnolo pienamente ripagato, visto che il trequartista del Krasnodar, già due presenze in Champions League, ha aperto le marcature contro la Romania proprio alla prima presenza con la nazionale maggiore. Joaquìn Caparròs, oltre all’audacia dimostrata in panchina, ha dato prova del suo valore anche nella vita visto che solamente due anni fa aveva annunciato la diagnosi di una terribile malattia. Ma, come aveva già promesso allora, Caparròs non ha mollato e adesso i risultati con la sua Armenia lo stanno ripagando.

Se la vittoria contro il Liechtenstein alla prima partita delle qualificazioni mondiali poteva sembrare cosa da poco, quella successiva contro l’Islanda, sorpresa all’ultimo Europeo nel 2016, e soprattutto quella di oggi, lo sono certamente meno. Un successo arrivato contro un’altra nazionale più blasonata come la Romania e rimontando da 1-2 a 3-2 proprio nei minuti finali, per la gioia dei tanti tifosi sugli spalti del Vazgen Sargsyan Republican Stadium di Yerevan. Sì, perchè l’Armenia è anche una delle poche squadra in Europa ad avere la fortuna di essere assistita dai propri tifosi nelle partite casalinghe.

Ma l’Armenia era stata capace di far parlare di sé già durante la fase a gironi della UEFA Nations League, terminata col primo posto nel Gruppo 2 della Lega C dalla squadra di Caparròs. Gli avversari in quel caso, Macedonia del Nord, Georgia ed Estonia, non erano certamente di prima fascia ma il primato in un girone di una competizione europea resta un risultato storico per una nazionale come l’Armenia.

L’Armenia brilla senza la sua stella più grande

E, se a tutto questo aggiungiamo che l’Armenia sta giocando senza il suo giocatore più rappresentativo nonché proprio capitano Henrik Mkhitaryaninfortunato da oltre due settimane con la sua Roma, il piccolo capolavoro compiuto da Caparròs e dai suoi ragazzi assume proporzioni ancora maggiori. Un gruppo che spera di non perdere il ritmo acquisito in queste settimane, quando a novembre si ritroverà contro la Macedonia del Nord per continuare la propria corsa verso il Mondiale del 2022. Per continuare ancora a stupire tutti.

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>> L’Armenia ruba la vetta alla Germania (RSI 31.03.21)

due nodi di Mkhitaryan: il rinnovo e l’infortunio (Il Romanista 31.03.21)

Un contratto. Un polpaccio. Un campione. Henrikh Mkhitaryan. Che, in questo caso, rischia di fare rima con ansia crescente. In campo e fuori. Per il polpaccio e il contratto. Preoccupa il rischio di non averlo a disposizione a breve, in particolare per la doppia sfida contro l’Ajax che vale una semifinale di Europa League. E preoccupa pure il fatto che, a fronte di un contratto che si è prolungato automaticamente per altri dodici mesi, la necessaria firma è ancora nella penna di Mino Raiola. Che, per quello che ci risulta, non ha mandato nessun segnale, nè in un senso, nè nell’altro. E la cosa, con il passare dei giorni, non contribuisce alla tranquillità della dirigenza che non vorrebbe neppure prendere in considerazione l’ipotesi di una Roma priva dell’armeno nella prossima stagione. Cioè del giocatore che per qualità e numeri, è stato il migliore dei giallorossi, almeno fino al momento dello stop per l’infortunio.
Pinto sa bene che c’è una Roma con l’armeno e un’altra senza. Ai suoi più stretti collaboratori ha confidato di essere comunque tranquillo, che la firma arriverà, che il giocatore in più di un’occasione gli ha manifestato l’intenzione di rimanere a Trigoria. Meglio così. Ma Mino Raiola che ne pensa? Perché questo è il punto, non si muove foglia senza il consenso del funambolico procuratore italo-olandese. Che cosa ha in mente Minone? Lui, interpellato, dice che non parla di mercato (vogliamo discettare di fisica quantistica?). Ma cosa è intenzionato a mettere sul piatto della trattativa per garantire il suo sì? Trasferire Calafiori (in prestito) per consentire al ragazzo di giocare con continuità? La garanzia dell’ingaggio di uno dei due portieri (oltre a Gigio Donnarumma inavvicinabile per una richiesta di contratto da dieci milioni) che ha nella sua scuderia, Areola e Silvestri? Totale mano libera per decidere il futuro di Kluivert che al momento sembra destinato a tornare a Trigoria? Commissioni più alte anche per compensare quelle non incassate un anno fa per l’armeno? Una sponda per qualche altro suo assitito? Lo scopriremo strada facendo, anche se la nostra impressione, forte e chiara, è che il giocatore rimarrà in giallorosso, magari con un contratto biennale che faccia sorridere anche Minone vostro.
Nell’attesa, meglio concentrarci sulla questione del polpaccio. I pochi sussurri che filtrano da Trigoria, fanno sapere che la situazione è in evoluzione. I controlli effettuati dal giocatore a Villa Stuart lunedì scorso, hanno ribadito che il problema non è ancora risolto. A Sassuolo non ci sarà, per Amsterdam non ci sono ancora certezze, si spera di averlo per la gara di ritorno contro i lancieri. Servirebbe come il pane. Perché la transizione offensiva della Roma è una cosa con l’armeno, tutta un’altra, in peggio ovviamente, senza di lui.

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Armenia, Caparros: “Mkhitaryan è un punto di riferimento per noi” (Siamolaroma 30.03.21)

Joaquin Caparros, commissario tecnico della Nazionale armena, ha rilasciato un’intervista a La Repubblica, nella quale parla di Mkhitaryan, e dell’importanza del calciatore giallorosso sia sul piano sportivo che su quello sociale e politico. Ecco le sue parole:

Quanto è importante Mkhitaryan per la sua squadra?

“I grandi calciatori sono sempre importanti, anche perché talentuosi come lui ne abbiamo pochi. E, poi, è uno che ci tiene davvero alla nazionale, come il resto dei suoi compagni. L’amore per la maglia del proprio Paese è un aspetto ci dà un certo vantaggio rispetto ad altre squadre”.

Henrikh ha pure scritto una lettera indirizzata a Trump, Putin e Macron, chiedendogli di fermare la guerra

“Mi sono congratulato con lui personalmente perché lo ha fatto quando era con noi in ritiro. È senza dubbio un punto di riferimento per noi perché tutto quello che dice o che fa ha una ripercussione enorme”.

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Nagorno Karabakh: uno status quo pieno di mine (Osservatorio Balcani e Caucaso 30.03.20)

Una storia che si ripete: la guerra tra Armenia e Azerbaijan è terminata ma lo stillicidio di vittime continua. I territori contesi sono infatti disseminati di mine e ordigni inesplosi

30/03/2021 –  Marilisa Lorusso

La seconda guerra per il Nagorno Karabakh (2020) si è conclusa con un nuovo status quo. Come la prima guerra (1988-1994) le sue conseguenze si protrarranno ben oltre il cessate il fuoco. L’accordo che ha posto fine alle ostilità prevede un sostanziale ritorno sotto la sovranità azera di territori in precedenza sotto il controllo delle de facto autorità karabakhi, nuovi confini di stato fra Armenia e Azerbaijan, e un numero elevato di situazioni dalla complessa gestione, fra cui vie di percorrenza e villaggi che si trovano ora in bilico fra una sovranità e l’altra.

A questo quadro già complesso si aggiunge l’onda lunga della guerra e dei suoi drammi: il difficile ritorno degli sfollati nelle proprie abitazioni, la questione dei prigionieri di guerra, il penoso e arduo recupero dei caduti civili e militari. E mentre si cerca di venire a capo di questi drammi individuali e collettivi, si continua a morire in Karabakh per lo stesso motivo per cui si è continuato a morire durante lo status quo 1994-2002: mine e ordigni inesplosi sono disseminati ovunque.

Il Karabakh minato

Il Karabakh è a lungo stata una delle zone più minate al mondo. Halo Trust, l’organizzazione non governativa internazionale che si è occupata, a partire dal 2000, di sminare il Karabakh sotto il controllo armeno aveva previsto di finire proprio nel 2020 il lavoro di rimozione degli ordigni rimasti dopo la prima guerra. In venti anni ha bonificato più di cinquecento campi minati (qui disponibile  una seppur parziale mappa). E in questi anni sono state diverse le vittime delle mine in Karabakh, tra loro anche personale di Halo Trust. I campi minati sono soggetti – come il resto del territorio – agli eventi atmosferici e idrogeologici, e la posizione delle mine risente quindi di scivolamenti a valle, delle inondazioni, delle frane, per cui anche avendo accesso alle informazioni sulla posa originale, cosa che non sempre avviene, questa può non corrispondere più alla reale distribuzione delle mine.

Stando alla presidenza azera il quadro ripete quello degli anni novanta, area estremamente minata, mancanza di trasparenza sulla collocazione dei campi minati, presenza di ordigni inesplosi in aree urbane. Halo Trust conferma la presenza di una quantità non stimabile di mine  , sia antiuomo che anticarro, e ha accertato il recupero di ordigni inesplosi conseguenza di tre tipi diversi di bombe a grappolo.

I numeri del dramma

Il 12 gennaio un armeno a Martakert è morto dopo aver urtato una mina con il suo escavatore. Lo stesso giorno un soldato azero è saltato in aria con la macchina su una mina anticarro. Il giorno dopo un azero ha colpito sempre con un escavatore una mina anticarro ed è rimasto ferito. Tre episodi in 24 ore, parte di una lunga e pietosa lista.

Secondo la procura dell’Azerbaijan  il bilancio, all’inizio dell’anno, in sessanta giorni è di 5 militari e 9 civili uccisi, 52 militari e 8 civili feriti. Una situazione drammatica che ha spinto lo stesso presidente azero Ilham Aliyev a lanciare un appello  : “Voglio fare appello a tutti i cittadini dell’Azerbaijan: chiedo loro di non entrare nelle terre liberate senza permesso. Da un lato capisco questi passaggi di persone che hanno aspettato tanti anni per tornare in patria, ogni ex sfollato vuole tornare in patria, al suo villaggio natale, ma chiedo loro di aspettare, i lavori di sminamento devono prima essere completati. Perché c’è un grande pericolo, sia per i pedoni che per i veicoli”.

Si stanno facendo carico dello sminamento Halo Trust, gli eserciti dei due contendenti, il contingente di peacekeeping russo e Amana, l’apposita agenzia azerbaijana  per la bonifica e il contrasto alle mine. In cooperazione con il ministero per le Emergenze russo l’Azerbaijan sta formando inoltre nuovo personale da impiegare nello sminamento.

I numeri sono già ora impressionanti. Amana sostiene di aver già rimosso e distrutto quasi 9000 mine fra anti-uomo e anti-carro, il bollettino quotidiano dei peacekeepers russi recita: “Dal 23 novembre 2020 sono stati rimossi ordigni esplosivi in 1.404 ettari di territorio, 438 km di strade, 1.340 edifici residenziali, comprese 29 strutture pubbliche; sono stati trovati e neutralizzati 24.294 oggetti esplosivi” (dati al 16 febbraio 2020  ).

Ottawa non è all’orizzonte

La disarmante sensazione è che si sia punto e a capo: una tragedia che si ripete di vittime che si moltiplicano a guerra finita, in un territorio martoriato da ordigni insidiosi che possono continuare a colpire per anni.

Questo nuovo status quo dovrebbe portare a una normalizzazione dei rapporti fra Armenia e Azerbaijan e all’apertura delle vie di trasporto e commercio. Già fervono i lavori in questa direzione. Si sostiene che questo intrecciarsi di commerci e interessi dovrebbe rendere una nuova guerra impossibile. In questo senso un segnale forte dovrebbe venire da Yerevan e Baku, un segnale che ha riassunto bene in un tweet  Zacharie Gross, ambasciatore francese in Azerbaijan: “Poiché la guerra è finita e l’enorme compito di sminamento è iniziato, sarebbe incoraggiante se l’Azerbaigian e l’Armenia potessero aderire insieme alla Convenzione di Ottawa per la messa al bando delle mine. 164 paesi fanno già parte del trattato”.

La così detta Convenzione di Ottawa  è la Convenzione sul divieto di utilizzo, stoccaggio, produzione e trasferimento di mine antiuomo e sulla loro distruzione. È stata firmata il 18 settembre 1997 ed è entrata in vigore il 1 marzo del 1999. Armenia e Azerbaijan non l’hanno mai sottoscritta.

E la storia si ripete: stessi incidenti, nuove vittime.

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ARMENIA: STUDIO O MATRIMONIO? LA “NON SCELTA” DELLE GIOVANI YAZIDE (Radiobullets 30.03.21)

In Armenia, ex paese sovietico che giace a cavallo tra Europa e Asia, le ragazze di minoranze etniche si sposano prima di compiere diciott’anni. I matrimoni precoci occorrono perlopiù nelle comunità yazide e sono strettamente legati allo scarso livello d’istruzione, sovrapposto agli stereotipi di genere. Ma non solo: a incidere fortemente è anche la povertà delle famiglie e le usanze radicate profondamente nella vita delle comunità, che tante volte si fondono con pregiudizi. Molte bambine, ma anche bambini, abbandonano gli studi dopo la terza media, delle volte anche prima, e si dedicano alla famiglia. Le leggi che dovrebbero tutelare i diritti dei minori presentano forti lacune, e l’intervento e il monitoraggio dello Stato sono scarsi e spesso si scontrano con la chiusura della comunità stessa.

Gli yazidi sono i più popolosi tra le minoranze etniche che abitano in Armenia: secondo l’ultimo censimento del 2011, nel paese abitano 35.308 persone appartenenti alla minoranza. Secondo i dati non ufficiali, e sempre contrastanti, sarebbero molti di più. 

Mappa dei villaggi abitati prevalentemente dagli yazidi nelle province di Armavir e Aragatsotn e visitati per raccogliere testimonianze.                          1 – Myasnikyan, 2 – Sipan, 3 – Jamshlu, 4 – Alagyaz, 5 – Ferik

La storia di Zerin

Il villaggio armeno di Sipan, nella regione di Aragatsotn, è abitato prevalentemente da yazidi. La casa di Zerin, 27 anni, (nome inventato per proteggere l’identità della donna), dove vive col marito, tre figli, suocera e suocero è accogliente e confortevole. Una piccola stufa scoppietta in un angolo, dove viene gettato di volta in volta dello sterco essiccato. 

Zerin è una donna vivace e curiosa, esile, e porta una chioma folta, leggermente riccia, legata in una coda. Le due donne di famiglia si appartano in una stanza giocando con i bambini. Senza gli uomini chiacchierano e si riesce a fare qualche domanda a Zerin, molto riluttante a rispondere. Aveva sedici anni quando è stata rapita da quello che sarebbe diventato suo marito. L’uomo era andato più volte dai genitori della ragazza per chiederla in sposa, senza successo, così aveva deciso di rapirla. All’epoca Zerin aveva appena finito la scuola media, ma non pensava di continuare gli studi: la scuola superiore si trova troppo lontano dal suo villaggio. 

Ora la giovane donna è madre di tre figli: due maschi e una femmina. Il figlio maggiore ha undici anni: lo ha partorito all’età di sedici. Alla domanda se, alla fine, si è trovata bene col marito “non scelto”, Zerin con lo sguardo e un paio di smorfie, ci fa capire che le cose non funzionano poi così tanto bene. Presto si capisce il motivo. In casa regna l’ordine tradizionale della comunità yazida: le donne non possono parlare né mangiare in presenza degli uomini, né possono indossare i pantaloni. Zerin e la suocera hanno paura di farsi fotografare da noi, perché gli uomini gliel’hanno vietato. Alla richiesta di poter fare qualche scatto almeno alle mani di Zerin, scatta il panico che segue il “no” della suocera molto deciso. D’altronde, Zerin non si è mai fotografata in vita sua. 

All’arrivo degli uomini l’atmosfera in casa cambia completamente e, con questa, anche l’atteggiamento di Zerin. Smette di parlare e comincia a servire a tavola con la testa bassa, senza fiatare. Quando gli uomini si riuniscono a tavola, Zerin e la suocera servono il cibo, ma si allontanano subito. Lo stesso vale per i bambini.  La figlia di nove anni piange dopo che uno dei suoi fratelli le ha strappato un libro. È una bambina sveglia e curiosa, e per consolarla le si dice che è molto brava e intelligente. Però per la famiglia la sua bravura consiste in qualcos’altro. «Sì, è brava, ci serve già bene», commenta qualcuno dei parenti. Non a caso è la bimba a portare il caffè agli ospiti; ed è già coinvolta nello sfaccendare in casa, un ruolo che si tramanda da madre a figlia senza troppe alternative. 

A casa di Tamar

Un po’ diversa l’atmosfera  nella casa di Tamar, una donna curda di quarantanove anni, che vive nel villaggio di Myasnikyan, della provincia di Armavir. In Armenia vivono circa 2.000 curdi, o almeno si identificano così, nonostante si tratti di yazidi-curdi che condividono la stessa religione – lo yazidismo.

La famiglia è una grande sostenitrice di Abdullah Ocalan, il leader del partito dei lavoratori curdi Pkk, in prigione in Turchia dal 1999. Su una delle pareti pende una grande tela gialla con il ritratto del leader imprigionato. La famiglia di Tamar è numerosa: oltre il marito, ci sono tre figli, due nuore, una figlia divorziata e tanti bambini. Tamar sostiene che le donne della sua famiglia godono di una libertà maggiore, in parte perché l’intera famiglia è influenzata dalle filosofie e dalle idee progressiste di Ocalan. Mentre prepara il tavolo con il caffè e i dolci per gli ospiti, si intravedono le due nuore, Anna e Lali. Sorridono, giocano con i bambini di casa, scambiano qualche parola con Tamar e poi si appartano nella stanza accanto con un paio di bimbi per riapparire solo alla fine della conversazione. Avevano diciassette e diciott’anni anni quando si sono sposate. «Un po’ presto, ma va bene», dice Tamara. «Sono già adulte», riassume la donna. 

Tamar fa parte dell’organizzazione per i diritti delle donne curde: si impegnano a far sì che le ragazze portino avanti gli studi e non cadano nella trappola dei matrimoni precoci. La donna conferma: tante volte a ritirare le ragazze yazide dalle scuole sono gl stessi genitori, sebbene sempre per lo stesso motivo, il matrimonio. «Impediscono loro di studiare già dopo il sesto anno di scuola (all’età di 12-13 anni, ndr), dicono alle ragazze di starsene a casa, così possono darle in moglie. Sono proprio quelle che poi si sposano presto», sottolinea Tamar. 

Racconta che ci sono famiglie dove le donne non possono uscire da casa, che siano adulte o giovani. Tamar conosce molto bene queste usanze, ha vissuto sulla propria pelle il divieto di muoversi liberamente imposto dal marito e dalla famiglia di lui, contraddistinta da un tradizionalismo fervente. Ora la donna gioca questa carta quando parla con la comunità: «Se mio marito mi fa uscire da casa e fare le mie cose, allora perché voi non potete permettere lo stesso alle vostre donne?». Almeno lei porta le due nuore con sé quando va nella capitale.

In foto /da sinistra a destra/: Anna, 28, Tamar (49), Gohar (figlia di Tamar), 25, Lali, 23

Lali, 23, la nuora di Tamar più giovane con la figlia

L’istruzione per le ragazze yazide? Spesso è una corsa a ostacoli

Taimur Khudoyan dirige la scuola media del villaggio Jamshlu, nella provincia di Aragatsotn, ormai da diciott’anni. Nella scuola ci sono trentanove alunni: quindici ragazze e ventiquattro ragazzi che finiscono all’età di 15 anni per proseguire poi con gli studi nel villaggio vicino. Così, però, non accade sempre per le alunne della scuola. Il direttore racconta che ci sono ragazze che non proseguono la scuola superiore nonostante vorrebbero continuare a studiare. In parte ciò è dovuto all’estrema povertà delle famiglie che faticano a mandare le ragazze nei villaggi vicini. Taimur Khudoyan ricorda una sua alunna, che poi si è sposata nel villaggio vicino. «Lei ancora viene nella scuola a prendere dei libri da leggere dalla biblioteca scolastica. Sono sicuro che, se avesse avuto la possibilità di studiare, avrebbe potuto fare tanto nella vita», racconta. E conferma che, quando accade questo, l’unica alternativa per le ragazze giovani rimane il matrimonio e la famiglia. Nella scuola gli insegnati cercano sempre di affrontare l’argomento e di allontanarle dal matrimonio in giovane età. «Non sono mature, se si sposano e partoriscono dei figli non saranno di certo in grado di prendersi cura di loro ed educarli bene. È necessario che abbiano maturità non solo fisica, ma anche nella testa», conclude l’uomo.  Ma anche nelle famiglie più facoltose non tutto, gioca a favore delle femmine. Capita che le famiglie lascino le ragazze a studiare nella capitale a condizione che vivano in casa con un parente. Una ragazza yazida che vive da sola è mal vista dalla comunità. Il direttore conferma: quasi sempre dipende dalla famiglia se una femmina studierà o no. Lui stesso permetterà a sua nipote di andare a studiare in un’altra città a condizione che viva a casa col fratello. Secondo l’usanza locale, quando un’uomo adocchia una ragazza, va prima dall’insegnante a informarsi sul suo conto: può chiedere del carattere della futura sposa e altri dettagli. Quando Taimur Khudoyan voleva far sposare i suoi figli – e ne ha due – era andato nei villaggi delle ragazze per domandare chi fossero. Le ragazze avevano diciassette anni ciascuna quando i suoi figli le presero in moglie.

Il ruolo della famiglia e dei pregiudizi 

Come confermato da più parti, il ruolo della famiglia nella questione dei matrimoni infantili – direttamente o indirettamente – gioca un ruolo fondamentale. Gli attivisti confermano che ancora oggi capita che siano i genitori a decidere il destino della ragazza: se studierà o andrà in sposa. Anche se non tutte le famiglie puntano al matrimonio – c’è chi riesce a finire la scuola e andare all’università – il ruolo prevalentemente riservato alle femmine è quello della famiglia. 

Per Boris Murazi, yazido dell’organizzazione no-profit Sinjar National Union of Yezidis, la decisione di far sposare una ragazza in tenera età viene presa dalla famiglia: se non sono loro, diventa difficile immaginare che una ragazza di 14 anni vorrà creare una famiglia. Non di rado il ruolo della donna viene interpretato secondo credenze e riferimenti culturali della comunità. Uno è legato alla forte credenza che se una donna studia, allora nessuno vorrà più prenderla in sposa: non a caso i tradizionalisti della comunità credono che una ragazza di diciassette anni sia già troppo vecchia per sposarsi. Si ritiene, inoltre, che l’istruzione, nonché i membri della comunità eccessivamente istruiti, possano erodere in qualche modo l’identità culturale degli yazidi. 

Il capo della comunità Alagyaz Jasm Makhmudov lega il fenomeno dei matrimoni infantili alla mancanza di istruzione e non alla tradizione. Sebbene sia apparentemente favorevole che i bambini studino, il funzionario sostiene che bisognerebbe andare piano con l’istruzione. Perché, secondo lui, c’è il rischio che l’eccessivo sapere porti le persone della comunità yazida a non creare più famiglie, a non fare figli, e quindi al rischio di scomparsa dell’identità culturale.

Una parte dei pregiudizi e delle paure sono alimentate da alcuni capi religiosi dello yazdismo, anche se ormai in maniera minore: persuadono le famiglie a non mandare le bambine a scuola perché possono essere rapite a scopo di matrimonio o, peggio ancora, potrebbero sposare un armeno, visto che gli yazidi sono prevalentemente endogamici. Anche quando si verificano rapimenti di ragazze, la parola della famiglia è decisiva. Un rapimento accade di solito quando un uomo viene a chiedere alla famiglia una ragazza in sposa e viene rifiutato. «Nel caso che una ragazza venga rapita, gli yazidi considerano vergognoso restituirla alla famiglia», sottolinea Zemfira Kalashyan, attivista yazida per i diritti umani, insegnante. «Mia figlia si è laureata all’Università di Yerevan, ha studiato alla Facoltà di Psicologia. Si è sposata a 20 anni. Il figlio del mio amico è venuto a chiedere la sua mano, l’ho rifiutato e alla fine l’ha rapita. Non mi è restato che perdonarlo», dice Jasm Makhmudovon, capo della comunità Alagyaz.

Pertanto, per evitare che qualche sconosciuto molesti la ragazza, i genitori preferiscono darla in sposa a qualcuno scelto da loro. C’è anche chi agisce diversamente e si rivolge alla polizia, per evitare alla propria figlia il matrimonio. Accade quando la famiglia si rende conto che la ragazza non è pronta, oppure la famiglia del marito la tratta male. «Ma questi casi sono veramente rari», commenta la yazida Isabelle Broyan, esperta di diritti delle minoranze etniche di origine yazida.

Una donna stende i panni nel villaggio Ria Taza, nella provincia di Aragatsotn. In lontananza si intravede un tempio yazida, con la punta a forma di sole, elemento caratteristico della loro religione

Una legge sull’istruzione obbligatoria? C’è, ma funziona poco e manca il monitoraggio 

Il primo settembre 2017 in Armenia è entrata in vigore la legge sull’istruzione obbligatoria di dodici anni: gli alunni devono obbligatoriamente frequentare una scuola superiore, oppure una di formazione professionale. Prima di allora erano imposti dalla legge solo nove anni obbligatori di scuola media. Sebbene le norme legislative si siano inasprite, il diritto dei minorenni yazidi allo studio viene costantemente violato, in primo luogo dai loro genitori. E lo Stato interviene poco. 

Esiste un’evidente relazione causa-effetto tra i matrimoni precoci, l’istruzione delle ragazze e l’abbandono delle scuole. Gli attivisti e gli insegnanti mettono in guardia: sebbene in Armenia la scolarizzazione di dodici anni sia obbligatoria, un gran numero di ragazze smette di frequentare l’istituto scolastico dopo il diploma della scuola media, ovvero dopo nove anni di scuola. Non ci sono statistiche precise su quante ragazze yazide lascino la scuola. Il monitoraggio dovrebbe partire dalla scuola: è compito di insegnanti e direttori segnalare alle autorità competenti quando una ragazza smette di frequentare l’istituto scolastico. Però non accade sempre: in parte perché il personale scolastico viene dallo stesso ambiente, in parte perché, dopo un po’ di sforzi, la scuola si arrende. Non si tratta di insabbiare i casi, vengono semplicemente taciuti e mal controllati dalle strutture competenti. In più, gli attivisti rimangono scettici sull’adeguata reazione dello Stato che non ha una struttura sistemica che si occupi dei bambini che non ricevono l’istruzione. 

Boris Murazi dell’organizzazione Sinjar National Union of Yezidis conferma a Radio Bullets che non c’è alcun monitoraggio da parte delle autorità quando le bambine yazide smettono di andare a scuola. L’organizzazione ha condotto uno studio per conto proprio e ha rilevato che oltre il 50% delle ragazze yazide lasciano la scuola senza finirla. Gli attivisti raccontano che non di rado, i dirigenti scolastici o gli insegnanti cercano di convincere i genitori a lasciare che una bambina continui a studiare, però se la famiglia si oppone, la scuola non interviene più. Succede che i genitori vengano e dicano: «Partiamo per la Russia o l’Europa, e abbiamo bisogno di ritirare dei documenti del bambino dalla scuola». Secondo loro, a complicare la situazione è l’atteggiamento dello Stato nei confronti di ciò che succede nelle communità yazide. «Il punto è che la maggioranza – direttori delle scuole, polizia e insegnanti – percepisce questa pratica come una tradizione. Dalla serie “bene, cosa dovremmo fare, questa è la loro tradizione”. E anche a livello ufficiale, non sanno come affrontare la situazione. Lo Stato non la percepisce come un problema, quindi non credo che ci sia un monitoraggio da parte sua», ritiene Isabelle Broyan, l’esperta di diritti delle minoranze etniche di origine yazida.

Gli abitanti del villaggio Ria Taza, nella provincia di Aragatsotn

Artur Grigoryan, vice capo della comunità yazida di Alagyaz, della provincia di Aragatsotn, conferma che ci sono stati dei casi di ragazze che avevano interrotto gli studi per via dei matrimoni precoci, anche se questi casi non sono stati segnalati. «Il fatto in sé non ha così tanta importanza nella communita yazida per parlarne. Se fosse stato coinvolto un minore di undici o dodici anni, questo sarebbe un grosso problema. Però se una ragazza ha sedici o diciassette anni, allora questa è l’età in cui si sposano sempre», riassume Grigoryan. 

Il codice penale del paese prevede una sanzione per i genitori che non adempiono alle proprie responsabilità. Ci sono diversi dati sull’ammontare della multa: da 30.000 a 200.000 AMD: da 48 a 322 euro circa. I media locali riportano che, almeno fino al 2019, non si è verificato alcun caso in cui un genitore fosse ritenuto responsabile per l’interruzione dell’istruzione obbligatoria di una figlia o un figlio. Gli attivisti rimangono scettici, secondo loro le multe non porteranno a dei risultati e vedono il problema nella poca importanza che genitori danno all’istruzione e nella mancanza di lavoro con la comunità da parte dello Stato. Secondo l’insegnante Zemfira Kalasyan, il fenomeno dei matrimoni precoci fiorisce proprio per questi motivi. «Solo dopo due anni di lavoro nelle scuole yazidie, nei loro villaggi, avevo capito quale fosse il problema. Non che i genitori non vogliano che i loro figli studino, ma che loro stessi sono cresciuti in un’atmosfera simile. La cosa principale che possiamo fare è aiutare i genitori a capire che questo è un problema, perché loro da soli non se ne rendono conto», ci spiega Zemfira. Le fa eco Isabella Broyan: secondo lei si affronta poco il tema dei matrimoni infantili dentro la comunità. Secondo la donna, nessuno percepisce il matrimonio infantile come una violazione dei diritti dei bambini: i conservatori delle comunità parlano di tradizioni e lo Stato lo percepisce come un affare interno degli yazidi e non realizza che non si tratta di una tradizione ma di una pratica molto dannosa. L’attivista spiega così la mancanza di risultati: «Non funziona perché non si lavora con la comunità, non spieghiamo loro cosa sia un matrimonio infantile e le sue conseguenze, non spieghiamo che effetti può causare ai minorenni e non diciamo loro che le ragazze non sono psicologicamente pronte per questa esperienza».

Secondo i dati del 2019 del Comitato della statistica del paese, che riguardano tutte le cittadine armene, 12,3% delle ragazze di età compresa tra i 15 e i 19 anni, non studiano né lavorano. 

La legislazione inefficace 

Prima del 2012 le donne in Armenia si potevano sposare a partire dai diciassette anni, poi il governo di allora aveva portato l’età del matrimonio sia per gli uomini che le donne a diciott’anni per entrambi. La decisione del governo di allora aveva provocato scontento da parte di alcuni membri della comunità yazida, tra cui anche Aziz Tamoyan, presidente dell’Unione Nazionale degli Yazidi, morto di recente. Per la comunità la nuova legge avrebbe intaccato le tradizioni yazide, proprio perché era contro l’usanza di sposarsi presto. Aziz Tamoyan aveva dichiarato che questa decisione del governo avrebbe reso infelici le ragazze yazide e la communita non lo avrebbe accettato.

Isabelle Broyan, esperta di diritti delle minoranze etniche di origine yazida, racconta che dopo il malcontento manifestato dalla comunità, il governo fece un passo indietro introducendo eccezioni sull’età in cui era possibile stipulare matrimonio. Trovata la “scappatoia”: ora in Armenia, col consenso di genitori o tutori, ci si può sposare all’età di sedici anni, nonostante il paese abbia ratificato la Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione nei confronti delle donne già nel lontano 1993. Sebbene il Codice della famiglia dell’Armenia proibisca i matrimoni precoci – eccetto quelli a partire dai sedici anni col consenso di genitori o tutori – non ci sono sanzioni penali per le persone coinvolte. Invece è prevista una pena di reclusione o di lavori forzati di due anni per i rapporti sessuali con persone di età inferiore ai sedici anni (articolo 141 del Codice penale dell’Armenia).

È significativo il modo in cui questa legge funziona e viene applicata nel contesto dei matrimoni infantili e come venga, a volte, interpretata dai genitori nonché dalla ragazza stessa. In un caso, riportato dalla stampa armena nel 2016, un armeno ventunenne (non yazido) ha rischiato di scontare due anni in prigione per una relazione con una ragazza quindicenne. Il caso venne portato in tribunale, e il giovane se l’è cavata con due anni di condizionale. Sul sito web del tribunale è ancora presente l’ordinanza in cui si afferma che sia la ragazza, al momento della sentenza già sedicenne, che il suo tutore si erano espressi in difesa dell’imputato, argomentando che il loro era un matrimonio di fatto e che la ragazza dipendeva economicamente dall’uomo.

Ma quanti sono i matrimoni infantili tra yazidi?

Non ci sono dati precisi su quanti siano matrimoni nella comunità yazida in Armenia. Secondo gli ultimi dati disponibili del SIGI (Social Institution & Gender Index), il tasso di matrimoni infantili in Armenia è al 5% (2019), e riguarda sia femmine che maschi. Alla richiesta di Radio Bullets, il Comitato della statistica della Repubblica di Armenia ha risposto che, basandosi sulla registrazione degli atti di stato civile, negli anni 2018 e 2019 sono stati registrati 94 matrimoni, dove la sposa di origine yazida aveva un’eta tra i 16 e i 19 anni: 44 matrimoni nel 2018 e 50 nel 2019 (da verifiche, non emerge conferma che siano siano esattamente queste cifre, ndr). 

Questi sono i dati ufficiali, però le cifre potrebbero essere più alte. Non di rado la coppia sigla ufficialmente l’unione solo al compimento di diciott’anni della persona minorenne della coppia, e già alla nascita del secondo o terzo figlio, oppure non registra nemmeno l’unione e vive come coppia di fatto. «Per quanto riguarda la registrazione all’anagrafe, ne ho visti molti che pensano di non averne bisogno, anche se ufficializzare un matrimonio è molto importante per una donna perché possa lottare per i suoi diritti, se dovesse essere necessario. Ma nella nostra comunità in pochi pensano che questo sia importante. Poi, se una ragazza è molto giovane, a sedici anni, non vorrà affatto andare all’anagrafe», spiega Zemfira Kalashyan. Gli attivisti riportano che, in parte, questi casi vengono segnalati dagli ospedali, quando una ragazza minorenne viene ricoverata per partorire. Le statistiche ufficiali delle nascite registrate fuori dal matrimonio mostrano che da donne di età complessiva tra i 14 e i 19 anni, nel 2018 sono nati 883, nel 2019 ne sono nati 724. I dati non sono divisi per etnia, ma dato che le unioni precoci sono più tipiche della comunità yazida che di quella armena, è possibile ipotizzare approssimativamente quanti di questi bambini siano nati da minorenne yazide. 

Il conflitto legislativo 

Il governo armeno ha fatto alcuni passi per ridurre il fenomeno, ma il sistema legislativo in sé, l’applicazione delle norme nonché il successivo monitoraggio, risultano non efficienti. Da un lato, l’età minima in cui si può sposare è diciott’anni, però non senza eccezioni. Una minorenne – perché parliamo prevalentemente di femmine – può sposarsi con il consenso dei genitori o dei tutori, il che complica la situazione: secondo gli attivisti e i rappresentanti della comunità, non di rado sono proprio i genitori a decidere  il matrimonio della ragazza. D’altra parte, la legge sull’istruzione obbliga a ricevere un’istruzione di dodici anni, ma quello che succede in pratica, sempre secondo le testimonianze della comunità, non permette alle ragazze di terminare gli studi. Nel caso di un matrimonio precoce, la sposa quasi sempre smette di andare a scuola per dedicarsi completamente alla famiglia. E questo, resta lo scenario più comune.

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