Nagorno Karabakh, l’Azerbaijan continua a falsificare la storia (SpondaSud 24.03.21)

(Ani Vardanyan) – Durante la sua visita nel villaggio di Tsakuri nella regione Hadrut occupata dalle forze azere durante la guerra del Nagorno Karabakh di pochi mesi fa il Presidente della Repubblica dell’Azerbaijan ha visitato anche la chiesa armena di Astvatsatsin (Madre di Dio).

Come ben si sa  uno dei pilastri sul quale si basa la politica azera ormai da decenni è l’eliminazione del patrimonio culturale-artistico armeno e la falsificazione della storia. Distruggere le chiese e i complessi monastici armeni, compiere atti vandalici verso i monumenti armeni negandone la loro vera origine sono esempi di pura espressione dell’odio verso il popolo armeno. Un odio cieco e smisurato che viene alimentato incessantemente.

E anche questa volta il Presidente azero non ha voluto perdere l’occasione facendo una  dichiarazione  a dir poco sbalordente davanti ai giornalisti. Attribuendo l’origine della chiesa armena all’Albania Caucasica Aliev “ha denunciato” che gli armeni hanno voluto armenizzare la chiesa aggiungendo iscrizioni in lingua armena. “Questo è un nostro antico monumento storico, la chiesa dei nostri fratelli udi(una popolazione antica del Caucaso di religione cristiana). Loro verranno anche qui” ha detto Aliev aggiungendo “Tutte queste iscrizioni sono false, sono state scritte successivamente”.

Inoltre ha promesso di restaurare la chiesa riportandola allo stato originale.  Il restauro della chiesa secondo i parametri azeri includerà senz’altro l’eliminazione delle iscrizioni originali come già accaduto diverse volte. Una delle chiese armene che può “vantarsi del restauro azero”  è la chiesa di Nij dove sono state eliminate tutte le iscrizioni originali.

In questo caso invece si tratta di una delle chiese più antiche del territorio, uno dei capolavori assoluti dell’architettura medievale armena che probabilmente diventerà l’ennesima vittima della falsificazione della storia.

Il Ministero degli Esteri dell’Armenia ha denunciato “la deplorevole pratica di falsificazione dei fatti storici e di alienazione dei valori religiosi e culturali del popolo armeno” attirando l’attenzione sul fatto che “ l’Azerbaijan sta preparando il terreno per l’ennesimo atto vandalico”.

Quindi sorge una domanda  lecita: Come è possibile che il Capo di un Paese che dovrebbe essere il primo responsabile e garante della protezione del patrimonio storico- culturale diventa invece il primo responsabile della distruzione e della falsificazione dello stesso patrimonio semplicemente perché  quest’ultimo è di origine armena?  Il desiderio del Presidente Aliev di eliminare qualsiasi traccia armena nel territorio non conosce limiti e questa frenetica determinazione con la quale si crea una storia inesistente e fittizia cancellando un’altra rappresenta un rischio enorme per il mondo intero. Bensì non si tratta solamente del patrimonio storico- culturale appartenente ad un popolo concreto ma di monumenti di valore universale ereditati e tramandati per secoli.

Questa politica memoricida dell’Azerbaijan va fermata prima possibile, prima che sia troppo tardi e si raggiunga il punto di non ritorno.

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Nagorno Karabakh. Appello all’Azerbaigian: rilasci i prigionieri armeni (Avvenire 24.03.21)

Un appello al governo azero affinché rilasci gli armeni fatti prigionieri durante il conflitto nel Nagorno Karabakh. Lo hanno rivolto diverse personalità italiane, tra cui Antonia Arslan, Dacia Maraini, Laura Efrikian, Carlo Verdone e Giovanni Donfrancesco, sottolineando che il rilascio “immediato di tutte le persone catturate contribuirebbe a rafforzare la fiducia tra i due Paesi, essenziale per la stabilità della regione e nell’auspicio di una pace duratura”.

“C’è il problema prigionieri di guerra nelle mani degli azeri che non li vogliono rilasciare. Secondo Human Rights Watch, che ha supportato la dichiarazione armena, sono almeno 60 prigionieri tra militari e civili“, ha spiegato all’Adnkronos la scrittrice Arslan, denunciando che “alcuni anziani sono stati maltrattati o uccisi perché non hanno voluto abbandonare i loro villaggi nel Nagorno Karabakh conquistati dagli azeri”.

Le personalità italiane si appellano “all’Azerbaigian perché restituisca immediatamente e incondizionatamente tutti i prigionieri di guerra e tutte le altre persone catturate alle loro famiglie in conformità con le Convenzioni di Ginevra e con la Dichiarazione tripartita. Tutti gli ostacoli per il rilascio dei prigionieri di guerra armeni politicizzano il processo di ripresa umanitaria postbellica”. “La diffusione sui social media dei video che dimostrano il trattamento degradante e disumano nei confronti dei prigionieri di guerra armeni è profondamente preoccupante. Inoltre, il trattamento disumano dei prigionieri di guerra e di altre persone catturate costituisce una flagrante violazione dei principi del Diritto Internazionale”, si aggiunge.

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NAGORNO: ARSLAN, ‘AZERBAIGIAN RILASCI PRIGIONIERI ARMENI, TRA LORO ANCHE CIVILI

Diverse personalità italiane sottoscrivono appello per ‘rafforzare fiducia tra i due Paesi’

Roma, 24 mar. (Adnkronos) – Un appello al governo azero affinché  rilasci gli armeni fatti prigionieri durante il conflitto nel Nagorno Karabakh. Lo hanno rivolto diverse personalità italiane, tra cui  Antonia Arslan, Dacia Maraini, Laura Efrikian, Carlo Verdone e Giovanni Donfrancesco, sottolineando che il rilascio “immediato di  tutte le persone catturate contribuirebbe a rafforzare la fiducia tra i due Paesi, essenziale per la stabilità della regione e nell’auspicio di una pace duratura”.

“C’è il problema prigionieri di guerra nelle mani degli azeri che non  li vogliono rilasciare. Secondo Human Rights Watch, che ha supportato la dichiarazione armena, sono almeno 60 prigionieri tra militari e civili”, spiega all’Adnkronos la scrittrice Arslan, denunciando che “alcuni anziani sono stati maltrattati o uccisi perché non hanno voluto abbandonare i loro villaggi nel Nagorno Karabakh conquistati dagli azeri”.

Le personalità italiane si appellano “all’Azerbaigian perché restituisca immediatamente e incondizionatamente tutti i prigionieri di guerra e tutte le altre persone catturate alle loro famiglie in conformità con le Convenzioni di Ginevra e con la Dichiarazione tripartita. Tutti gli ostacoli per il rilascio dei prigionieri di guerra armeni politicizzano il processo di ripresa umanitaria  postbellica”. “La diffusione sui social media dei video che dimostrano il trattamento degradante e disumano nei confronti dei prigionieri di guerra armeni è profondamente preoccupante. Inoltre, il trattamento disumano dei prigionieri di guerra e di altre persone catturate costituisce una flagrante violazione dei principi del Diritto Internazionale”, si aggiunge.

(Spi/Adnkronos)

 

Il dominio dell’ignoranza. Voi non lo sentite l’urlo di dolore che arriva dall’Armenia? (Korazym 24.03.21)

Parlare di geopolitica qui da noi, poveretti alla periferia degli imperi, sembra un lusso che non possiamo permetterci. La tentazione è questa: non alzare la testa sul vasto mondo, accontentarci del posticino che gli scontri tra le potenze ci hanno lasciato. Custodire l’orto, baciare la sposa e accarezzare il cane, riflettere sul proprio essere «pulvis et umbra» e sull’eventuale eterno destino e accettarlo.

Ragionava così Orazio, e il circolo intorno a Virgilio: epicureismo moderato assai prossimo all’odierno nichilismo minimalista, tipo riduzione del danno. Be’ io non ci sto. Credo sia il modo più decente di obbedire al cuore: non accontentarsi del carpe diem, l’attimo fuggente è sì importante, ma non al prezzo di fregarsene della sorte altrui: individui, popoli e umanità intera. Alt! Ho volato troppo su, torno a terra.

Vicino al lago di Sevan [foto di copertina], dove guizzano le trote principesse d’argento, nell’Armenia che ha accolto la nostra raminga e pacifica comunità di molokani, la frizione tra imperi fa un rumore percepibile. Aun passo da noi l’impero turco si è allargato occupando il Nagorno-Karabakh, il Bosco nero (e lucente) dei fratelli armeni. L’Azerbaigian ha inghiottito questo territorio, piccolo, 4.400 chilometri quadrati, un settantesimo dell’Italia. Ci abitavano 150 mila armeni, se ne sono andati in tanti. Alcuni tornano. Per fortuna la Russia ha bloccato la vittoria totale dello Stato che formalmente ha per capitale Baku, ma in realtà questa città sul Caspio è una sede staccata di Ankara-Istanbul, dove regna il nuovo sultano Erdogan.

Noi, armeni e molokani, a che impero apparteniamo? I turchi ci vogliono come schiavi dentro la loro sfera di influenza e sotto il tallone degli azero-turchi. In passato l’impero ottomano ci sterminò senza che i successivi governi riconoscessero mai il genocidio. Non è che la prospettiva possa trovare la nostra tollerante benevolenza. Il fatto è che l’Europa e gli Stati Uniti, immemori dell’essere noi il punto lontano ma profondo Strani intrecci geopolitici. La pace non può coincidere con il lasciarsi cadere le braccia. Imbelle non vuol dire contro la guerra, ma indifferente al grido delle vittime delle comuni radici cristiane, ci hanno abbandonati. Ci tocca sperare in Putin, che si ricorda di essere ortodosso, ma a sua volta vuole giocarsi la carta Erdogan contro gli americani e la Nato, che hanno la Turchia ospite in casa.

L’Italia a sua volta non sa che fare. Perché con la Turchia si sta spartendo la Libia. A lei toccherebbe la Tripolitania insieme al Qatar e in alleanza coi Fratelli musulmani. A Russia-Egitto-Francia spetterebbe la Cirenaica. Il Sud della Libia come l’intera Africa è invece sotto lo sguardo goloso del padrone cinese. Pochi se ne rendono conto, ma ormai — salvo qualche residuato di potenza neocoloniale francese —1 Africa è una questione a due, tra forze islamiche egemonizzate da turchi e Cina.

Ora l’Italia, nell’impalpabilità dell’Unione Europea, che ruolo positivo di Renato Farina può avere per la pace anche di noi molokani? C’è un nuovo spazio di azione. L’America di Joe Biden (che ha posizioni disastrose su tante cose che ci sono care) non ha ancora manifestato la sua politica globale e quale attenzione e forza riverserà in una zona tornata centrale negli equilibri del mondo oggi in grande vibrazione, come un’auto cui stanno ballando i cerchioni.

Biden non ha forse alternative che appoggiarsi a Roma, oggi rappresentata da una personalità di prestigio indiscutibile come Mario Draghi. Il problema è che finora gli Stati llniti (vedi i due Bush, i due Clinton e Obama) quando sono intervenuti in Medio Oriente e in area mediterranea hanno portato solo guerra e devastazione. Voi italiani siete miei amici. Come potete accettare che — giustamente onorando come eroi l’ambasciatore Luca Attanasio, il carabiniere Vittorio Iacovaccio e l’autista Mustapha Milambo trucidati in Congo a capitale Kinshasa — il ministro degli Esteri Luigi Di Maio non abbia detto nulla sul dominio cinese sulle ricchezze naturali di quei territori e la gigantesca fornitura d’armi dell’Azerbaigian (=Turchia) a governi di quelle zone come ad esempio il Congo-Brazzaville? Strani intrecci geopolitici. La pace non può coincidere con il lasciarsi cadere le braccia. Imbelle non vuol dire contro la guerra, ma indifferente al grido delle vittime.

Di certo non possiamo più tollerare il dominio dell’ignoranza. E che resti aperto l’ufficio svendita di popoli e nazioni, con succursale — parlo a voi che parlate questa bella lingua — a Roma.

Articolo pubblicato nella rubrica dell’autore Il Molokano su Tempi del 1° marzo 2021.

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Il ricatto del dittatore azero Aliyev: prigionieri armeni usati come ostaggi (Korazym 24.03.21)

Il dittatore azero Ilham Aliyev pone condizioni dopo la guerra di aggressione azera-turca con la Repubblica di Artsakh e dopo 134 giorni non rilascia ancora i prigionieri armeni.
L’organizzazione per i diritti umani The Human Rights Watch ha documentato crimini di guerra su larga scala contro prigionieri di guerra armeni. Lo afferma la dichiarazione della Portavoce del Ministero degli Affari esteri dell’Armenia Anna A. Naghdalyan. Allo stesso tempo, ha aggiunto che secondo il rapporto di The Human Rights Watch, le violazioni del diritto internazionale umanitario da parte dell’Azerbajgian sono state compiute durante il periodo di detenzione di prigionieri di guerra e civili, accompagnate da trattamenti crudeli e degradanti o torture [QUI].

“Il rapporto registra che molti soldati armeni hanno visto per l’ultima volta ostaggi in Azerbajgian, ma Baku non li ha comunicato. Ciò indica un’alta probabilità di massicce sparizioni violente non solo di personale militare, ma anche di civili catturati. Quattro mesi dopo l’istituzione del regime di cessato il fuoco, la continua detenzione di prigionieri di guerra armeni e di ostaggi civili dimostra chiaramente che l’Azerbajgian continua a violare il diritto umanitario internazionale. A causa del fatto che i maltrattamenti e la tortura dei prigionieri di guerra armeni sono sistematici e continuativi, l’umiliante detenzione e la tortura dei prigionieri di guerra armeni può essere equiparata a crimini contro l’umanità”, ha detto Naghdalyan.

Si noti che la parte azera continua a ritardare artificialmente il processo di restituzione di prigionieri di guerra e ostaggi civili armeni. Secondo i dati preliminari, più di 200 militari armeni rimangono prigionieri dell’Azerbajgian. Nel frattempo, Baku assicura di aver consegnato tutti i prigionieri di guerra e dichiara che il resto delle persone, che sotto la giurisdizione dell’Azerbajgian dopo il 9 novembre 2020, sono “terroristi”.

Riportiamo di seguito l’approfondimento sulla Montagna del Giardino Nero a cura della Iniziativa italiana per il Karabakh, un gruppo di studio, attivo dal novembre 2010, che ha l’obiettivo di far conoscere all’opinione pubblica italiana la Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh, cristiana armena, la sua storia, la sua cultura, il suo territorio. Ma soprattutto il suo diritto all’autodeterminazione ed i principi giuridici e politici che ne sono alla base.

Da 134 giorni è terminata la guerra in Artsakh e ci sono decine di soldati armeni ancora prigionieri dell’Azerbaigian. Il regime di Aliyev ammette la detenzione di 73 soldati ma è presumibile che siano almeno 200 tra militari e civili gli armeni reclusi nelle prigioni azere.

L’Iniziativa italiana per il Karabakh ha detto sin da subito che il dittatore azero avrebbe utilizzato questi prigionieri armeni (“terroristi e sabotatori” li ha definiti per giustificare il crimine e la violazione dei patti) come arma di ricatto. Le indiscrezioni che filtrano in queste ultime ore sembrano confermare questa impressione. Lo conferma uno degli avvocati armeni che sta seguendo la causa davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU).

Per la loro liberazione il Presidente dell’Azerbajgian Ilham Aliyev avrebbe posto tre condizioni:

1. La smilitarizzazione del territorio dell’Artsakh ancora sotto controllo armeno (che in parte è peraltro già avvenuta). Evidentemente vuole avere piazza pulita quando i Russi se ne andranno.

2. Il possesso della strada da Karmin Shuka a Shushi: nell’ultima settimana di guerra ci furono violentissimi combattimenti proprio in quel settore strategico ma gli Armeni resistettero. Gli Azeri hanno infatti preso Shushi ma non sanno come raggiungerla fin tanto che non avranno completato la costruzione della strada da sud (ci vorrà almeno un anno) per realizzare la quale hanno anche attaccato la sacca di resistenza armena a novembre (e fatto prigionieri). La città è di fatto isolata, raggiungibile solo con stradine sterrate oppure chiedendo il permesso ai Russi per utilizzare la statale Goris-Stepanakert.

3. Assegnazione di territori in Armenia: le exclave all’altezza della regione di Tavush (Qazak) e Tigranashen (quest’ultima è attraversata dalla statale che collega il nord e il sud dell’Armenia che di fatto sarebbe tagliata in due o soggetta a diritti di transito.

Sappiamo con chi abbiamo a che fare. Se non cambia la situazione, se la comunità internazionale non interviene, i ricatti aumenteranno e il futuro dell’Armenia e dell’Artsakh sarà sempre più incerto.

Foto di copertina: Soldati armeni camminano sulla strada vicino alla frontiera tra l’Artsakh e l’Armenia, domenica 8 novemebre 2020 (Foto AP).

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Nagorno Karabakh: l’Armenia revoca lo stato di guerra nel conflitto con l’Azerbaigian (Calciovideo 24.03.21)

In estate ci sono stati nuovi scontri tra Armenia E il Azerbaigian Sulla zona di conflitto Nagorno-Karabakh Infiammato. Ora, a più di quattro mesi dalla fine dei combattimenti, l’Armenia ha revocato lo stato di guerra dalla regione del Caucaso meridionale. Il parlamento della capitale, Yerevan, ha votato in modo schiacciante, secondo i resoconti dei media armeni. L’Azerbaigian aveva già sollevato lo stato di guerra a dicembre.

L’opposizione armena ha sempre chiesto questo passo. I deputati hanno sostenuto che la legge marziale limita i diritti dell’opposizione e della democrazia nel suo insieme. Un nuovo parlamento sarà eletto presto nell’ex repubblica sovietica entro tre mesi.

Proteste dopo le perdite regionali

Nella guerra dal 27 settembre al 9 novembre, l’Azerbaigian, il vicino paese dell’Armenia, ha riconquistato gran parte delle sue terre che erano andate perse all’inizio degli anni ’90. Più di 6000 persone sono state uccise negli scontri e molti luoghi sono stati distrutti nel Nagorno Karabakh.

In autunno, entrambe le parti ne avevano uno Mosca L’accordo di pace è stato mediato. L’accordo tra i vicini paesi ostili ha posto fine ai violenti combattimenti nella regione del Caucaso, durati diverse settimane. Nagorno-Karabakh, L. Armenia Ma porta a grandi perdite regionali. Da allora, il paese è entrato in una crisi politica interna.

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Due manifesti che presentavano Shushi e Dadivank come azeri rimossi dalla metropolitana di Londra perché offensivi e falsi (Korazym 23.03.21)

Dopo le denunce formali avanzate dall’Ambasciata della Repubblica di Armenia a Londra e dalle organizzazioni della Comunità Armena nel Regno Unito, due manifesti offensivi della metropolitana di Londra, che mostravano il patrimonio storico e culturale armeno nell’Artsakh/Nagorno-Karabakh come azero, sono stati rimossi dalla rete Transport for London (TfL). Per secoli Shushi è stata popolata dagli Armeni. L’Azerbajgian purtroppo sta deliberatamente cercando di distorcere la storia. L’Azerbajgian sta tentando di imbiancare i suoi crimini e a riscrivere la storia. L’Azerbajgian dovrebbe rispondere ai suoi crimini di guerra e liberare i prigionieri di guerra.

La petizione lanciata dalla Comunità Armena nel Regno Unito
TfL e ASA fermano la propaganda dell’Azerbaigian, smettetela di permettere loro di riscrivere la storia!

L’esposizione di due manifesti su “Azerbajgian Centro Multiculturalismo” e “Shusha, Karabakh – Capitale Culturale dell’Azerbajgian” nella metropolitana di Londra ha causato un grave disagio alla Comunità armena del Regno Unito. Non solo queste pubblicità non sono veritiere, fuorvianti e offensive sulla base della razza e della religione, mettendole in tal modo in potenziale violazione del codice degli standard pubblicitari, ma sono profondamente dannose per gli Armeni, molti dei quali hanno perso amici o familiari nella recente guerra in Nagorno Karabakh.

Entrambi i manifesti mostrano luoghi nell’area del Nagorno Karabakh, culturalmente ricca, nel Caucaso meridionale. La storia del Nagorno-Karabakh nel ventesimo secolo è complessa e lo status giuridico internazionale dell’area non è stato ancora risolto. Nel settembre 2020, l’Azerbajgian ha lanciato una guerra su vasta scala contro gli Armeni che vivono nel Nagorno-Karabakh. Dopo un intenso periodo di combattimenti che è durato 44 giorni e ha ucciso migliaia di soldati e provocato oltre 100.000 rifugiati di etnia armena e non hanno avuto accesso alle loro città storiche, villaggi e case; e nel periodo intercorso, sono state commesse gravi violazioni del diritto umanitario contro oltre 200 soldati e civili armeni ancora prigionieri in Azerbajgian. Inoltre, gli Armeni che vivono ancora nell’area non sono in grado di accedere ai loro luoghi di culto e accademici internazionali hanno espresso serie preoccupazioni per la sicurezza dei 4.000 siti culturali e religiosi armeni nell’area, alcuni dei quali risalgono al periodo ellenistico aC.

Data la natura incredibilmente delicata di questa situazione, vi chiediamo di prendere molto sul serio la questione e di agire immediatamente.

Riteniamo che questi manifesti violino il codice della Advertising Standards Authority per i media non radiotelevisivi nel Regno Unito. Per cominciare, il codice richiede che la comunicazione di marketing sia legale, veritiera e non fuorviante.

Ci sono prove significative che dimostrano che l’Azerbajgian è tutt’altro che un “centro del multiculturalismo”. L’esistenza dell’armenofobia (odio per gli Armeni) in Azerbajgian è ben documentata, come viene dimostrato in questo recente rapporto di Transparency International: QUI.

La persecuzione è diffusa non solo contro gli Armeni, ma anche contro tutti gli oppositori dello Stato o contro coloro che parlano per le minoranze. L’Armenia ha presentato una domanda interstatale contro l’Azerbajgian alla Corte europea dei diritti dell’uomo per violazioni commesse contro prigionieri di guerra armeni e militari e civili catturati dopo la guerra, che dimostrano l’incentivazione di orribili crimini, tra cui mutilazioni e uccisioni, da parte dello Stato di Azerbaigian (ad esempio, la fornitura di premi finanziari per la restituzione di una testa mozzata armena; e premi militari dati per azioni particolarmente barbare). L’Azerbajgian ha un precedente record di distruzione di siti culturali di minoranza tra cui l’antico cimitero armeno di Julfa nel Nakhichevan tra il 1997-2006, in cui sono stati distrutti un totale di 28.000 monumenti.

Inoltre, affermare che “Shusha” è la capitale culturale dell’Azerbajgian è manifestamente falso. Conosciuta anche come “Shushi” in armeno, è una città secolare che è stata storicamente la capitale culturale del Nagorno Karabakh. Poiché l’area del Nagorno-Karabakh rimane contestata nel diritto internazionale, non è giuridicamente corretto nominare la città la capitale culturale dell’Azerbajgian; e certamente non è storicamente vero, poiché lo Stato dell’Azerbaigian è stato creato solo negli anni ’20, mentre ci sono prove che gli Armeni hanno abitato queste aree da secoli. Questo poster è anche fuorviante se la sua intenzione è quella di incoraggiare i turisti a visitare la zona. Attualmente ci sono forze di pace russe in servizio per almeno cinque anni per evitare che i combattimenti scoppino di nuovo e per garantire un passaggio sicuro agli Armeni per tornare alle loro case nelle piccole aree che sono ancora sotto il controllo armeno. È altamente improbabile che questa zona riceva presto turisti.

La cosa più preoccupante è il manifeesto che presenta un’immagine di Dadivank, un sito religioso importante per gli Armeni. Il monastero di Dadivank fu menzionato per la prima volta nel IX secolo ed è attribuito a San Dadi, un discepolo dell’apostolo Taddeo. Presenta evidenti tratti distintivi della cultura armena, comprese le iscrizioni sui muri di quasi tutte le chiese nel complesso e le pietre a croce xon l’alfabeto armeno; l’architettura e lo stile tipicamente armeno della chiesa; il simbolismo rappresentato sulle croci di pietra e sulle chiese. Eppure, due giorni dopo il cessate il fuoco nel novembre 2020, il primo vice ministro della Cultura dell’Azerbaigian, Anar Karmov, ha twittato che Dadivank era in realtà albanese e che era stato oggetto di falsificazioni e alterazioni da parte dell’Armenia negli anni ’90. Questa affermazione è stata categoricamente respinta dagli accademici internazionali, ma la narrativa della “albanizzazione” propagata dallo Stato azero continua. Nel suo articolo “Il mito albanese”, lo storico e antropologo russo Victor Schnirelmann spiega che gli accademici azeri hanno “ribattezzato ‘albanesi’ importanti leader politici, storici e scrittori armeni medievali, che vivevano in Nagorno-Karabakh e Armenia” nel tentativo di privare “la popolazione del Nagorno-Karabakh altomedievale della sua eredità armena” e “ripulire l’Azerbajgian dalla storia armena”. In un esempio simile, il 17 marzo 2021, il Presidente dell’Azerbaigian Aliyev ha visitato una chiesa armena ad Hadrut, nel sud del Nagorno-Karabakh, ed è stato filmato mentre indicava antiche iscrizioni armene, dichiarando che erano state falsificate e che dovevano essere rimosse. Dopo la guerra, i cristiani del Nagorno-Karabakh hanno avuto grandi difficoltà a visitare Dadivank e altre chiese.

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“La Restauratrice di Libri”. Un viaggio nell’Armenia di oggi (East Journal 22.03.21)

Chiunque abbia nella propria famiglia una storia di immigrazione, si è chiesto almeno una volta nella vita: “dove sarei oggi se i miei genitori fossero rimasti nella loro patria?”. Probabilmente, è la stessa domanda che ha spinto Katerina Poladjan a scrivere La Restauratrice di Libri (SEM, 2021). L’autrice, nata a Mosca, è cresciuta tra Roma e Vienna per stabilirsi infine a Berlino, senza mai dimenticare le sue origini armene. Nasce così la storia di Helene Mazavian, giovane restauratrice di libri tedesca che si trasferisce temporaneamente a Erevan per apprendere la tecnica di rilegatura armena e, al tempo stesso riscoprire le proprie radici.

Il viaggio della protagonista ha da subito un forte impatto sia sul piano pratico che su quello simbolico: da un lato la sensazione di aver trovato un luogo dove il proprio cognome non suona più come quello di uno straniero – “Abovyan. Petrosian. Mazavian. All’improvviso il mio cognome era in buona compagnia fonetica” – dall’altro lato un lavoro, quello di restaurare libri antichi, che ha un diretto impatto sulla riscoperta del proprio passato e della propria identità.

La storia di Helene, figlia di immigrati trasferitisi prima a Mosca poi in Europa, si intreccia su un secondo piano narrativo con quella di Anahid e Hrant, due giovanissimi fratelli armeni che vivono nella Turchia orientale nel 1915, anno in cui ebbe inizio il genocidio armeno. La connessione tra Helene e i due fratelli sta proprio nella Bibbia affidata alla restauratrice, dove è possibile leggere la frase “Hrant non vuole svegliarsi”. E sarà proprio questa frase a spingere Helene dall’altra parte dell’Ararat, avventurandosi tra le città di Ordu e Kars, la patria originaria della sua famiglia.

La scrittura della Poladjan è diretta e scorrevole, e trascina rapidamente il lettore nell’Armenia di oggi, trattando tutti i temi ben noti a chi conosce questo paese: le radici sovietiche, l’amore degli armeni per la propria patria e il loro attaccamento alle tradizioni – “In Armenia ci si preoccupa più del passato che del futuro”.

La Restauratrice di Libri tocca però anche diversi temi caldi dell’Armenia nel 2020: il conflitto nel Nagorno-Karabakh, il desiderio dei giovani di abbandonare il paese, l’eterna oscillazione tra le tendenze europeiste e l’animo orientale, senza tuttavia dare il proprio giudizio, ma limitandosi a osservare da lontano gli eventi.

Proprio come la storia che racconta, la forza del libro sta nel perfetto equilibrio che si delinea tra passato e presente. Pur avvalendosi di continui riferimenti storici, non si ha mai la sensazione di leggere un romanzo storico o datato, tantomeno si avverte quel senso di pesantezza che può dare la lettura di volumi di carattere storico. Katerina Poladjan ci accompagna nella Erevan del 2021 con una storia che gode di una grande fruibilità, tanto per chi conosce e apprezza l’Armenia quanto per chi si dedica per la prima volta alla scoperta del paese caucasico.

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Armenia, premier Pashinyan conferma acquisto caccia russi Su-30 senza missili nel 2020 (Sputniknews 21.03.21)

Il capo del governo armeno Nikol Pashinyan ha confermato che Yerevan aveva acquistato i caccia russi Su-30SM senza missili nel maggio 2020, alcuni mesi prima della ripresa del conflitto con l’Azerbaigian nella regione contesa del Nagorno-Karabakh.

“Sì, abbiamo acquistato il caccia, è stato consegnato a maggio, non abbiamo avuto il tempo di acquisire i missili prima della guerra. Comprereste aerei per acquistare missili? Perché uno Stato di 26 anni come l’Armenia non ha caccia?” ha dichiarato il premier armeno in un incontro avvenuto il fine settimana con i cittadini della regione di Aragatsotn.

L’ex capo di Stato Maggiore dell’esercito armeno Movses Hakobyan ha dichiarato a novembre che i caccia erano senza missili adatti a questo velivolo, in quanto la Russia vieta la vendita di missili per il modello Su-30SM ad altri Paesi. Le autorità armene hanno taciuto sul tema fino a poco tempo fa.

Alla fine dello scorso settembre sono riprese le ostilità nel Nagorno-Karabakh, un conflitto di lunga data rimasto congelato tra armeni e azeri. Le parti hanno intrapreso diversi tentativi per firmare una tregua, ma solo l’accordo trilaterale raggiunto il 10 novembre 2020 con la mediazione di Mosca ha avuto successo nel far tacere le armi.

Con la mediazione di Mosca, l’Azerbaigian e l’Armenia hanno deciso di introdurre un armistizio e scambiarsi i prigionieri ed i corpi dei caduti nelle operazioni militari. Yerevan ha ceduto i distretti di Kalbajar, Lachin e Agdam al controllo delle autorità azerbaigiane. Inoltre l’accordo ha previsto lo schieramento di forze di pace russe nella regione.

Il conflitto nel Nagorno-Karabakh è scoppiato nel febbraio 1988, quando la regione autonoma del Nagorno-Karabakh annunciò la sua secessione dalla Repubblica Socialista Sovietica dell’Azerbaigian. Durante il conflitto armato tra il 1992-1994, l’Azerbaigian ha perso il controllo del Nagorno-Karabakh e delle aree adiacenti. Dal 1992 venivano portati avanti colloqui tra le parti in conflitto per una soluzione pacifica con la mediazione del Gruppo di Minsk dell’Osce, guidato da Russia, Stati Uniti e Francia.

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Ismail Qemal Vlora La voce del grande statista albanese contro la persecuzione degli Armeni (Albanianews.it 21.03.21)

Ismail Qemal Vlora, è rimasto spesso sconosciuto al mondo, anche a quello albanese, per la sua grande capacità diplomatica, lo straordinario acume la chiara visione della politica mondiale del suo tempo.

Passato alla storia per essere il fautore dell’Indipendenza albanese, gli è mancato il riconoscimento di grande politico e diplomatico di rango internazionale. Cosi come è stato ignorato a lungo il suo valore di testimone eccellente della storia dell’Europa orientale e balcanica, raccontata nelle sue «Memorie», fonte straordinaria per gli storici europei.

Ma la sua carriera all’interno della struttura statale ottomana fu straordinaria. Egli partecipò alla vita politica della Porta da posizioni liberali, alle quali non avrebbe rinunciato mai, anche nei momenti più critici; posizioni che anzi rivendicò sino alla fine, anche davanti al rischio di subire la collera dell’instabile Sultano Abdul Hamid e nonostante l’esilio a cui andò incontro. Liberale e fautore di una Turchia riformata secondo principi democratici occidentali, egli era stato sin da giovane uno dei più stimati esperti e consiglieri del Gran visirato e della Corte sulla politica europea. La sua visione liberale gli consentiva la possibilità di valutare positivamente la diversità culturale, etnica  e religiosa dell’Impero. Vedeva nelle varie culture dell’Impero della mezzaluna o “nazioni”, come lui le chiamava, una vera ricchezza, non molto dissimile da quella esistente fra gli Stati europei. Non soltanto la sua cultura duplice di albanese e ottomano e la sua conoscenza del greco, del turco e di diverse lingue occidentali, ma anche la scelta di sposare un’ortodossa (greca di origini albanesi) gli permisero di formarsi una visione delle cose sganciata da rigidità etno-culturali.

Uno degli aspetti principali che contraddistinsero questa visione del mondo fu l’importanza attribuita al dialogo. La grande virtù di Vlora, Il saggio (i Urti) com’era chiamato, fu infatti la fede nella buona parola: la convinzione che attraverso il dialogo e l’ascolto dell’Altro di potesse arrivare alla pacifica convivenza e contribuire così al progresso dell’umanità. Inoltre, credeva fermamente che l’integrità morale e la lealtà del «Politico», dell’uomo di Stato, contribuissero e un buon rapporto con la popolazione e all’emancipazione della società. Virtù, queste, che i suoi compatrioti albanesi per primi non compresero e arrivarono persino a stigmatizzare con superficiale noncuranza. Forse però – come sostenne il diplomatico italiano Pietro Quaroni – in quell’Albania dei primi del ‘900 risultava ancora alquanto difficile comprendere la visione di un uomo «troppo occidentale».

Preoccuparsi per gli Armeni

Alto funzionario della Porta, Segretario generale agli Esteri, Consigliere presso il Gran Vizir, Governatore di Tripoli, proposto varie volte come Ministro degli Interni e degli Esteri, diretto e insigne collaboratore del Sultano, Vlora è stato uno dei pochi politici del periodo a occuparsi della «questione armena», condannando la persecuzione, lo fece sin dalla prima ondata del 1893-94 e poi ancora nelle sue «Memorie», in tempi ancora non sospetti, fra il 1917 e il 1919. Vlora rimase profondamente colpito del trattamento riservato agli Armeni, «per i quali – scriveva – nutro un attaccamento non soltanto nel senso politico, ma anche sotto un aspetto umano e personale». Fra i suoi intimi amici e fra gli uomini di Stato ottomani che più stimava vi erano Armeni. Vlora racconta: «ho avuto modo di studiare la loro anima e misurare le loro capacità intellettuali e morali», amareggiato che un popolo di tanto valore avesse a subire una persecuzione così assurda e violenta, che gli appariva inspiegabile. «Non ho mai potuto spiegare né capire, così come non ho mai potuto esserne acquiescente, il martirio sofferto da questa gente brava e laboriosa attraverso una qualche teoria della capricciosa aberrazione di Abdul Hamid», scriveva. Tempo addietro, questo antico popolo era considerato – fra i non convertiti – il «sadik milleti», il popolo fedele. Ma i tempi moderni sembrano peggiori da questo punto di vista, paradossalmente meno tolleranti e più violenti. La modernità appare foriera di una funzione moderatrice soltanto in una democrazia già costituitasi nel tempo; altrove, lì dove viene soltanto scimmiottata, pare che partorisca aberrazioni.

Amante della democrazia britannica e difensore della libertà individuali, Vlora vide nella repressione degli Armeni l’espressione dell’odio personale di un sovrano insicuro, sospettoso e imbevuto di assolutismo orientale e quindi incapace di comprendere forme di libertà e indipendenza aliene dal proprio potere. I motivi gli sembrano evidenti: gli Armeni, erano cristiani e il sultano non poteva controllare la loro formazione, le loro idee e la loro cultura, ma allo stesso tempo, a differenza dei sudditi musulmani che venivano controllati ed educati alla sottomissione, parlando il turco potevano diffondere idee liberali nell’impero che le autorità non avrebbero potuto controllare e censurare. Non a caso il sultano mostrava un’idiosincrasia particolare per i principali consiglieri e ministri armeni della storia, fautori di politiche liberali e modernizzanti a lui invise poiché credeva indebolissero il suo potere personale. Gli armeni, inoltre, intrattenevano, per motivi di commercio, rapporti stretti con la Gran Bretagna e il sultano non soffriva l’ingerenza della Potenza occidentale, senza comprendere che era l’unica che avrebbe potuto salvare, in quel frangente, il “morente d’Oriente” – come Vlora rimarcava con acume. Ma al di là di questo aspetto legato alla politica interna del Sultano, Vlora sottolinea un altro fattore molto importante, spesso negletto: il fatto che da tempo gli Armeni vivessero malissimo e venissero perseguitati dalla stessa Russia, che nei nuovi territori conquistati alla Porta (Trattato di Adrianopoli 1829), ove abitavano armeni, aveva iniziato verso questi una politica di persecuzione e di denazionalizzazione, provocando in loro atteggiamenti radicali, che spaventarono un Sultano sospettoso e insicuro. Così la popolazione armena si trovò senza sostegno, poiché la Russia faceva il doppio gioco: fingendo di proteggere gli Armeni in quanto cristiani e allo stesso tempo garantendo a parole alla Porta «appoggio in ogni circostanza», anche nel caso della persecuzione di una popolazione cristiana. Infatti «c’è da chiedersi – scrive Vlora – dove egli [il Sultano] trovasse il coraggio necessario per fare quello che fece? […] In cosa faceva affidamento osando commettere crimini del genere senza temere reazioni dell’Europa?». Sicuramente la condotta della Russia e i vari giochi di potere delle altre Potenze davano al Sultano una garanzia d’impunità. Da politico navigato che conosceva molto bene le dinamiche internazionali, Vlora consigliava al Sultano di non fidarsi dello Zar, e proponeva invece di seguire la via della modernizzazione costituzionale e della conquista dell’appoggio delle forze occidentali, evitando invece, con particolare scrupolo, proprio la lotta intestina fra le diverse etnie sulla quale il nemico contava. Egli intraprese uno strenuo processo diplomatico per giungere ad una sorta di collaborazione fra la Porta e la Gran Bretagna, in modo tale da portare il Sultano a rinunciare alla sua politica neo-assolutista e soprattutto a fermare la persecuzione in atto. Per ottenere ciò, era arrivato a suggerire ai diplomatici di Londra che la Gran Bretagna si presentasse con le sue navi da guerra al Bosforo per imporre con la forza, se necessario, le riforme e soprattutto la soppressione delle persecuzioni contro gli armeni.

Ma la fatalità dei triti eventi sarebbe continuata. «Le navi arrivarono»  – scrive Vlora – «però i massacri continuarono ugualmente e l’Europa non ci pensò più»; mentre l’Impero ottomano, animale morente, completò la sua «persecuzione armena» durante la I guerra mondiale, tra il 1915-1916, ma in pochi sanno che tutto ciò era iniziata molto prima.

Così, questo grande Statista albanese, in linea con la cultura del proprio Popolo, fu anche uno dei primi uomini ottomani a denunciare e a prendere le distanze da questo orrendo crimine, a cui molti altri sarebbero seguiti, con un’Europa, spettatrice, come in altre occasioni si rivelerà. Fu anche questo olocausto a scuotere Vlora, a portarlo a interrogarsi sul destino del proprio popolo e a indurlo a impegnarsi in prima persona per l’indipendenza albanese, ora che l’età dell’odio era cominciata.

Uomo straordinario Ismail Qemal Vlora, venuto dal futuro per un’Albania ancorata al Medioevo, non solo sarà incompreso e frainteso dai suoi coetanei del primo ‘900, ma sarà censurato per altri 70 anni. I due regimi, quello di Zog prima e quello di Hoxha dopo, non hanno mai permesso la pubblicazione delle sue «Memorie», delle quali bisognerà aspettare la caduta del regime comunista. Molto poco della sua straordinaria “Opera” (non soltanto in riferimento alla questione nazionale) è stato consegnato agli albanesi e ciò è anche comprensibile, poiché davanti a un uomo di questa statura, alle sue teorie politiche, al suo straordinario senso per la res publica o anche semplicemente alla sua vita o alla sua la capacità di tradurla in «racconto», i piccoli dittatori, come ogni altro uomo politico albanese recente, scomparirebbero.

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Armenia, premier Pashinyan conferma acquisto caccia russi Su-30 senza missili nel 2020 (Sputniknews 21.03.21)

Il capo del governo armeno Nikol Pashinyan ha confermato che Yerevan aveva acquistato i caccia russi Su-30SM senza missili nel maggio 2020, alcuni mesi prima della ripresa del conflitto con l’Azerbaigian nella regione contesa del Nagorno-Karabakh.

“Sì, abbiamo acquistato il caccia, è stato consegnato a maggio, non abbiamo avuto il tempo di acquisire i missili prima della guerra. Comprereste aerei per acquistare missili? Perché uno Stato di 26 anni come l’Armenia non ha caccia?” ha dichiarato il premier armeno in un incontro avvenuto il fine settimana con i cittadini della regione di Aragatsotn.

L’ex capo di Stato Maggiore dell’esercito armeno Movses Hakobyan ha dichiarato a novembre che i caccia erano senza missili adatti a questo velivolo, in quanto la Russia vieta la vendita di missili per il modello Su-30SM ad altri Paesi. Le autorità armene hanno taciuto sul tema fino a poco tempo fa.

Alla fine dello scorso settembre sono riprese le ostilità nel Nagorno-Karabakh, un conflitto di lunga data rimasto congelato tra armeni e azeri. Le parti hanno intrapreso diversi tentativi per firmare una tregua, ma solo l’accordo trilaterale raggiunto il 10 novembre 2020 con la mediazione di Mosca ha avuto successo nel far tacere le armi.

Con la mediazione di Mosca, l’Azerbaigian e l’Armenia hanno deciso di introdurre un armistizio e scambiarsi i prigionieri ed i corpi dei caduti nelle operazioni militari. Yerevan ha ceduto i distretti di Kalbajar, Lachin e Agdam al controllo delle autorità azerbaigiane. Inoltre l’accordo ha previsto lo schieramento di forze di pace russe nella regione.

Il conflitto nel Nagorno-Karabakh è scoppiato nel febbraio 1988, quando la regione autonoma del Nagorno-Karabakh annunciò la sua secessione dalla Repubblica Socialista Sovietica dell’Azerbaigian. Durante il conflitto armato tra il 1992-1994, l’Azerbaigian ha perso il controllo del Nagorno-Karabakh e delle aree adiacenti. Dal 1992 venivano portati avanti colloqui tra le parti in conflitto per una soluzione pacifica con la mediazione del Gruppo di Minsk dell’Osce, guidato da Russia, Stati Uniti e Francia.