Il negazionismo del Genocidio armeno: un delitto contro l’Umanità (Spondasud 04.08.20)
(BRUNO SCAPINI) – A spiegare il genocidio armeno, quale fatto storico in sé, oltre alla necessaria sua commemorazione perché non si dimentichi nell’oblio della Storia, rimane ben poco da aggiungere. Lo si è condannato in tanti modi, a parole come nelle manifestazioni popolari, lo si è deplorato in conferenze e con una copiosa letteratura, abbiamo biasimato i suoi autori, definendo i loro atti come nefandezze, e abbiamo tentato persino di costruirne una immagine che potesse conciliarsi con quella oltremodo odiosa di crimine contro l’Umanità. Ma in questo quadro di universale riprovazione ancora un piccolo tassello risulta mancare, che in realtà proprio piccolo non è: svelare il sospetto che il suo perdurante mancato riconoscimento, sopratutto da parte proprio della Nazione che lo ha commesso, nasconda in fondo il volto di un inganno.
Tanto si è discusso sul piano storico e politico della effettiva natura e portata del “Grande Massacro”. Ci si è addirittura divisi in due schieramenti tra “negazionisti” e non. Si è disquisito con spirito accademico su cosa significasse il termine “genocidio”, fin dove cioè si potesse parlare di un piano premeditato di totale annientamento di un popolo o solo di una sua parziale casuale menomazione. Ma si è anche, circostanza ancor più grave, polemizzato da parte del Paese responsabile del misfatto, che tale però non si ritiene, sulla interpretazione di fatti e di eventi di quel lontano 1915 con un uso spregiudicato e ideologizzato dello scetticismo storiografico. Lo scopo? Quello meschino e vile di trovare nelle pieghe artificiose di sottili differenziazioni una giustificazione al riprovevole operato.
Orbene, non è nell’intendimento di chi scrive lamentare in questa sede ancora una volta il mancato riconoscimento del primo Genocidio del XX secolo da parte dei suoi autori. Né descrivere una sua genealogia sul piano storico. L’intento è ben un altro invece: denunciare il “negazionismo” in sé come un delittuoso atto contro l’Umanità. Non è infatti sufficiente, a fronte dell’inerzia colpevole che ancora osta ad una doverosa riparazione storica da parte della Turchia, condannare il “Grande Massacro” elevandolo al più alto livello di deprecabilità tra i crimini umanitari. Sulla posizione di Ankara c’è ormai troppa assuefazione. Nonostante una crescente mobilitazione di animi e di pensiero che si registrerebbe oggi nel mondo, ancora troppi, purtroppo, sono i Governi che si astengono dal pronunciare chiaramente la fatidica parola “Genocidio” parlando di questo massacro. E non stupisce, in una stretta logica di convenienza politica, scoprire come taluni Paesi, pur dichiarandosi insospettabili campioni delle libertà e dei Diritti Umani, non abbiano ancora trovato il coraggio di opporsi alla fraudolenza di certi concettivismi riduzionistici, spuri e, pertanto, pericolosi.
Non illudiamoci! Non sono pochi questi Paesi. Per gettare fumo negli occhi e ostentare un attivismo umanitario ipocrita e quanto mai dannoso non mancano i politici che, sfuggendo alle proprie responsabilità, inducono subdolamente i rispettivi Parlamenti ad adottare mozioni “pro-Genocidio armeno” con le quali si invitano i rispettivi Governi al riconoscimento – vero atto di valenza politica quest’ultimo – salvo poi a rinviare “sine die” il provvedimento in forza di fatti imprevisti, più impellenti, o peggio, per la decadenza di una legislatura! Come qualificare, dunque, un tale atteggiamento? Non dovremmo forse, in uno slancio non tanto di aderenza alla Storia, quanto di fedeltà alla “buona fede” equipararlo all’atto stesso del negazionismo, sebbene opportunamente camuffato, e accertarci che esso stesso venga condannato? La relativizzazione pretestuosa dei parametri con i quali il Genocidio armeno dovrebbe essere oggettivamente considerato e valutato è anch’essa un delitto. E’ il fraudolento tentativo di non voler riconoscere il dato reale come tale, ovvero nel nostro caso come Genocidio. E non sarebbe forse proprio questo un delitto contro l’Umanità? Non è forse la frode, l’atto ingannevole l’essenza di uno dei più antichi principi del “jus gentium” di romana memoria? Justitia, Veritas e Fides già Cicerone esaltava a fondamento di quel “Jus Naturae” dal quale tutti gli ordinamenti positivi ( Jus Civitatis ) avrebbero tratto il fondamento per la regolazione dei rapporti umani ispirandosi alla “Naturalis Ratio”. Realtà valoriali superiori avrebbero pertanto informato le società umane che oggi, come allora, necessitano inevitabilmente di concreti e sani principi per dare certezza ai propri rapporti. Dunque, non deve essere un’aspirazione ideale ammettere e riconoscere i predetti valori derivati da una antica e provata “Lex Naturae”. Sono principi già presenti nei nostri moderni ordinamenti. E probabilmente andranno soltanto riscoperti. Sì, riscoperti e dichiarati, per restituire finalmente giustizia e dignità alle tante vittime armene di uno dei più deprecabili crimini contro l’Umanità.


Contestualmente l’ufficio stampa delle Forze Armate della Repubblica d’Armenia ha pubblicato i video degli abbattimenti dei droni nemici ripresi dai serventi delle batterie antiaeree così come le riprese dei campi di battaglia, questa volta eseguite dai propri droni, apparentemente liberi di operare senza molte interferenze da parte azera.
A fare da tramite in un primissimo tempo fu la Turchia, grande sponsor dello stato caspico e anch’essa cliente di vecchia data dei prodotti militari dello “stato con la Stella di Davide”, ma successivamente Baku ha imparato a muoversi rapidamente con le proprie gambe.
Seguendo questo modus operandi è stato possibile verificare che, nel corso degli anni, Baku abbia messo in servizio UAV del tipo: IAI Searcher, IAI Harpy, IAI Heron (foto), Aeronautics Defense Orbiter, Aeronautics Defense Dominator, Elbit Hermes 450 ed Elbit Hermes 900, oltre allo UCAV del tipo IAI Harop. Quest’ultimo poi, ha fatto un’entrata in scena letteralmente “con il botto”, nel corso della guerra del 2016, quando un esemplare venne ripreso dalle telecamere nell’atto di schiantarsi contro un bus carico di volontari armeni diretti al fronte uccidendone almeno una decina e ferendone molti altri.
Diverso è stato invece il percorso intrapreso dall’Armenia, i cui primi UAV hanno incominciato a volare attorno al 2010; a differenza dell’Azerbaigian però, l’Armenia ha deciso da subito di percorrere la via dell’autarchia. Le ragioni che hanno portato Yerevan ad optare per questa scelta sono essenzialmente due. Primo: evitare come la peste di compromettere la propria sicurezza nazionale in un settore strategico come quello degli UAV affidandosi a fornitori stranieri, specialmente gli Israeliani, che già facevano affari d’oro proprio con la Turchia e l’Azerbaigian, i due paesi nemici dell’Armenia per antonomasia. Secondo: dare impulso al proprio comparto hi-tech e a tutte le imprese piccole e grandi d’Armenia che da anni stanno trainando lo sviluppo del segmento dell’economia ad alto contenuto di tecnologia in stretta collaborazione con i poli universitari del paese. Seppure questa strategia non si sia rivelata di facile percorrenza ed abbia necessitato di tempo, denaro e pazienza per poter essere messa in pratica, essa si è alla lunga dimostrata pagante, ed oggi vi sono diverse compagnie armene molto attive nella progettazione e nella produzione di UAV le cui prestazioni però non sono facili da valutare vista la refrattarietà delle autorità armene di permettere l’export di questi mezzi considerati “strategici”.
Al di là della querelle diplomatica pare proprio che non vi sia fondamento nelle accuse israeliane perché, ad una valutazione approfondita, lo HRESH non assomiglia a nessuno dei prodotti della Uvision (e coloro che hanno messo in correlazione lo HRESH con lo HERO-30 forse avrebbero fatto meglio a metterlo in relazione invece con lo HERO-400EC il quale è molto più simile allo UCAV armeno sia esteticamente che per prestazioni, invece dello HERO-30 che è totalmente diverso) ma sembra piuttosto una versione “rimpicciolita” del missile serbo ALAS con il quale ha in comune il medesimo sistema di guida ed una somiglianza estetica abbastanza marcata oltre alla stessa flessibilità di impiego. È curioso che proprio nel corso degli scontri di luglio 2020 l’Azerbaigian abbia apertamente accusato la Serbia di vendere armi e tecnologia militare all’Armenia, circostanza poi confermata (anche se minimizzata) dalle autorità di Belgrado, aprendo così la possibilità che, effettivamente, possa esistere un certo grado di parentela tra lo UCAV armeno HRESH ed il missile serbo ALAS.