Turchia-Azerbaigian: presidente azero Aliyev ringrazia Ankara per solidarietà contro Armenia (Agenzianova 16.07.20)

Ankara, 16 lug 14:57 – (Agenzia Nova) – Il presidente dell’Azerbaigian, Ilham Aliyev, ha ringraziato la Turchia per il sostegno e la solidarietà contro l’Armenia in merito al Nagorno-Karabakh. Lo riferisce il quotidiano turco “Daily Sabah”. Ringraziando le autorità di Ankara, Aliyev ha dichiarato che il mondo interno ha visto ancora una volta la fraternità tra il popolo di Turchia e Azerbaigian. Il 13 luglio, il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu ha dichiarato che la Turchia resta al fianco dell’Azerbaigian “con tutti i mezzi a sua disposizione”. Le dichiarazioni del responsabile della diplomazia turca giungono dopo gli scontri a fuoco avvenuti il 12 luglio lungo la linea di contatto fra Azerbaigian e Armenia, nella regione di Tovuz. Negli scontri a fuoco, secondo il governo di Baku, sarebbero rimasti uccisi tre militari azerbaigiani. Tra le forze armene sarebbero invece rimasti leggermente feriti due agenti di polizia di stanza sul confine. Per l’Azerbaigian sarebbero state le forze armene ad aprire il fuoco. (segue) (Tua)

Riprende il conflitto tra armeni e azeri. Anche quello fra Russia e Turchia? (Asianews 16.07.20)

Morti alle frontiere senza apparenti motivi, ma la tensione nei due Paesi è molto alta. A Baku manifestazioni e invasione del parlamento. Arrestato per “tradimento” Ragim Gaziev, ministro azero della Difesa. L’Armenia cerca di coinvolgere la Russia; l’Azerbaijian la Turchia in un tentativo di dare un colore “confessionale” alla guerra. La Russia e Santa Sofia.

Mosca (AsiaNews) – Da alcuni giorni è riesploso l’eterno conflitto tra Armenia e Azerbaijian. Dopo i tentativi di pacificazione nei mesi della pandemia, Il 12 luglio scorso, le due parti si sono reciprocamente accusate di aver aperto il fuoco nella provincia di Tovuz, sul confine tra i due Paesi. Da allora la tensione nella zona non diminuisce, e si contano i primi morti. La mattina del 14 luglio il ministero della Difesa dell’Azerbaijian ha comunicato la morte di un generale maggiore e di un colonnello, in seguito a una sparatoria da parte armena; le agenzie parlano di altre cinque vittime, compresi due ufficiali. Anche le forze armate armene hanno ammesso la perdita di due soldati frontalieri, il maggiore Garush Ambartsumyan e il capitano Sosa Elbakyan.

Non è chiara la causa della nuova escalation del conflitto, al di là della storica inimicizia tra azeri e armeni: non risultano particolari eventi provocatori che abbiano fatto esplodere la miccia dello scontro armato. Lo scontro di frontiera non pare collegato all’annoso scontro per la regione del Nagorno-Karabakh. A quanto pare, gli scontri sono stati generati da questioni personali, per la violazione di una qualche linea di frontiera.

Ma alcuni osservatori sottolineano cause militari o geo-politiche e ritengono di vedere in questi scontri un riflesso del conflitto tra Russia e Turchia.

Tali ipotesi sono generate dalla tendenza dell’Armenia a coinvolgere la Russia nella contrapposizione all’Azerbaijian; questi, a sua volta tenta in vari modi di coinvolgere la Turchia, in una guerra “religiosa” tra cristiani e musulmani. In realtà, la Russia non ha reagito neppure alla provocatoria decisione di Erdogan di trasformare di nuovo la basilica di Aghia Sofia in una moschea, dichiarandosi invece soddisfatta della libertà di accesso concessa ai cristiani. I russi intendono anche rivendicare la proprietà di alcune chiese ortodosse in Turchia, che in vari modi risalgono all’iniziativa degli ortodossi russi.

Il conflitto tra Armenia e Azerbaijian, in ogni caso, non potrà risolversi in breve tempo, nonostante l’apparente superiorità delle forze azerbaigiane, la cui popolazione supera di varie volte quella dello Stato armeno. Gli azeri sono particolarmente frustrati dal numero delle vittime: il ministro della Difesa Ragim Gaziev ne aveva dichiarate 12, ma in effetti le vittime sono poco meno. Eppure egli è stato arrestato con l’accusa di tradimento degli interessi del Paese.

La Russia non rimane indifferente al conflitto in una regione ex-sovietica così strategica, ai confini tra Europa e Asia; il portavoce di Putin, Dmitrij Peskov, ha già dichiarato che la Russia è pronta a organizzare una mediazione tra i due contendenti. Il timore è che gli scontri possano portare a un’escalation secondo la legge “dell’occhio per occhio”.

Lo scorso 14 luglio, nel centro di Baku, la capitale azera, vi sono state manifestazioni di massa in difesa delle forze armate (v. foto). Al grido di “Il Karabakh è nostro!”, e “Soldati, avanti!”, la folla ha cercato di invadere il palazzo del parlamento, e la polizia ha effettuato decine di arresti. Azioni simili si sono svolte in diverse città dell’Azerbaijian.

Secondo le dichiarazioni dell’ambasciatore dell’Azerbaijian a Mosca, Aleksandr Aleshkin, gli armeni intendono porre ostacoli alla politica estera del suo Paese, che cerca di superare l’isolamento internazionale, cercando di coinvolgere l’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva tra i Paesi ex-sovietici (ODKB), di cui l’Azerbaijian – a differenza dell’Armenia – non fa parte.

A loro volta gli armeni, secondo le parole dell’ex-ministro della difesa Seyran Oganyan, accusano gli azeri di voler forzare le trattative di pace per ottenere dei vantaggi a livello internazionale. È confusione non solo alle frontiere, ma anche sul fronte dell’informazione.

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Armenia, ripresi scontri armati al confine con l’Azerbaijan (Skytg24 16.07.20)

La notizia è stata confermata dai governi dei due Paesi caucasici che da anni si contendono la regione del Nagorno-Karabakh, formalmente territorio azero, ma di fatto sotto il controllo armeno

Sono ripresi gli scontri armati sul confine tra Azerbaijan e Armenia. Entrambi i governi dei Paesi caucasici hanno confermato la notizia. Motivo della contesa, ormai da decenni, è il controllo della regione del Nagorno-Karabakh, che formalmente apparterrebbe a Baku, ma che di fatto è sotto il controllo armeno. Al momento il bilancio delle vittime sarebbe di almeno 16 persone, per lo più militari, che hanno perso la vita nei cannoneggiamenti reciproci lungo il confine settentrionale.

La ragione del conflitto

Azerbaijan, Aliyev cerca nuovo consenso con le elezioni

Il Nagorno-Karabakh è una regione del Caucaso meridionale, che non ha sbocchi sul mare e appartiene geologicamente all’Altopiano armeno. Il controllo di questo territorio è stata la ragione che ha fatto esplodere un conflitto armato tra la maggioranza armena del Nagorno-Karabakh, sostenuta dal governo di Yerevan e la Repubblica dell’Azerbaijan tra il 1992 e il 1994. Il cessate il fuoco non ha placato le tensioni tra i due Paesi. L’invito a deporre le armi e a trovare una soluzione pacifica e diplomatica è arrivato da più parti a livello internazionale. In primis da Stati Uniti e Unione europea, ma anche da Mosca, in buoni rapporti sia con l’Azerbaijan che con l’Armenia. Proprio l’Armenia fa parte dell’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (Csto), un’alleanza difensiva a trazione russa istituita nel maggio del 1992.

I nuovi scontri

Nuovi scontri sul confine tra Azerbaijan e Armenia sono stati innescati a partire dallo scorso fine settimana e hanno coinvolto mezzi pesanti e artiglieria di entrambi gli schieramenti. Dopo un breve cessate il fuoco nella notte di mercoledì 15 luglio, la battaglia sarebbe ripresa come confermato dai governi dei Paesi caucasici. Con la ripresa delle ostilità sono cominciate anche le accuse reciproche: entrambe le parti si accusano di aver bombardato aree civili. Per trovare l’ultimo scontro armato di tale portata bisogna tornare indietro al 2016, quando i due Paesi si fronteggiarono nel territorio conteso per quattro giorni. A lungo diplomatici legati all’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Ocse) hanno cercato di mediare il conflitto puntando ad una soluzione per il cessate il fuoco. Ora, al contrario, le ostilità sono riprese, in un territorio che ormai da anni vive su un confine molto labile tra guerra e pace.

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Nagorno – Karabakh: A quando la fine di questa guerra infinita? (Gariwo 16.07.20)

Oggi, per il quarto giorno consecutivo, proseguono gli scontri al confine fra Armenia e Azerbaijan. Si parla di 16 morti da entrambe le parti, per uno scontro che ha investito, questa volta, la zona frontaliera fra i due Paesi e non il Nagorno-Karabakh, regione contesa in un conflitto ormai quasi trentennale. Potrei scrivere, come ho fatto decine di volte, una descrizione il più possibile accurata di quanto sta avvenendo, esaminando cause e possibili scenari. Basterebbe, a ben vedere, anche un semplice copia e incolla di un pezzo qualsiasi già scritto, con minime varianti. Non lo farò.

Rabbia, frustrazione e orrore. Questi i sentimenti che affiorano in me, ancora una volta, per la nuova escalation in corso. Una delle tante (troppe) che ho seguito da quando, nel 2014 – vivevo in Armenia, all’epoca –, ho scritto il mio primo pezzo su questo conflitto. Il primo di tanti, troppi articoli, su questa guerra cosiddetta congelata (frozen conflict, in inglese), in cui di ghiaccio, a ben vedere, è rimasta solo la nostra coscienza. Perché le centinaia di morti degli ultimi anni – inutile nascondersi dietro un dito – sono anche responsabilità nostra, della pavidità e ignavia dei nostri governi, della nostra complice indifferenza.

Sì, orrore, dicevo. Non certo per gli attori di questa guerra infinita: i capi di Stato, i militari e i tanti speculatori vicini e lontani che con questa piccola guerra hanno fatto e continuano a fare affari d’oro. Niente di nuovo sotto il sole, recita il Qohelet. La guerra non è certo cosa estranea alla natura dell’uomo, ieri come oggi, per quanto a molti di noi non sia capitato in sorte di toccarla con mano. L’orrore che provo è ben più mirato e prossimo: è per un’Europa che si è lavata le mani di questo conflitto per decenni, salvo poi approfittare della corsa agli armamenti e delle laute prebende elargite a destra e a manca dal dittatore azero Aliyev. Ma è un orrore anche per me stesso che questa guerra la seguo, da lontano o sul campo, da tanti anni. Senza riuscire a incidere, limitandomi perlopiù al mio lavoro, stendendo computi di morti e feriti, come un burocrate della morte.

A breve questa guerra compirà trent’anni di vita. Se non fosse una tragedia che ha segnato la vita di milioni di persone, si rischierebbe di definirla un pezzo di teatro dell’assurdo, fra Ionesco e Beckett. L’Europa e i nostri governi non possono continuare a ignorare le società civili armena e azera, le tante vite spezzate e i traumi che, anche se la guerra finisse domani, segneranno ancora un paio di generazioni. Un’amica, proprio oggi, mi ha inviato i commenti di giovani armeni e azeri parte di un gruppo di progetti Erasmus. Accuse reciproche, incomunicabilità e odio. Noi europei sappiamo bene quali siano state le conseguenze del nazionalismo che si è protratto dopo la fine della grande guerra: una crisi della democrazia che, a partire proprio dai giovani, ha prodotto i regimi più feroci e spietati degli ultimi secoli.

Ora, l’Armenia con la rivoluzione di velluto del 2018, pacifica e senza spargimenti di sangue, ha dato prova di una vitalità e di un’apertura al mondo che ha sorpreso molti. La sua società civile, e i giovani in particolare, sono riusciti a mettere in difficoltà gli oligarchi che da decenni soffocavano la democrazia armena a suon di monopoli e soprusi. Eppure, poco o nulla è cambiato nell’atteggiamento dell’Europa nei confronti della regione e di questo conflitto. I soldi della dinastia Aliyev, al potere in Azerbaijan dal 1969 (no, non è un refuso), restano più appetibili per i nostri governi della voglia di libertà dei giovani armeni, ma anche di quelli azeri, che tante volte hanno dimostrato il loro coraggio sfidando un regime corrotto e feroce.

Il Nagorno-Karabakh non è una guerra, ma una terra bellissima che merita di ritrovare prosperità e pace, dopo il nero velluto della notte sovietica, come scriveva un poeta, e soprattutto dopo decenni di guerra. Sfollati e profughi di entrambe le parti meritano di ritornare nei loro luoghi di origine, e i giovani di entrambi i Paesi meritano una vita diversa, libera e lontana dalle caserme e dalle tante violenze che vi si consumano.

Ma nonostante tutto, i governanti europei continuano a volersi ammantare di una falsa neutralità che è solo disinteresse e cecità politica, quando non una vera e propria complicità nei confronti di una dittatura. I giornalisti continuano a fare le loro visite alle trincee e i loro pezzi, imboccati dall’una o dall’altra parte del conflitto, e gli attivisti le loro belle carriere evitando il più possibile di esporsi e condannandosi all’irrilevanza. Quanto dovrà passare prima che ci si impegni davvero in un piano di pace e nella sua attuazione? Quante altre escalation e morti dovremmo contare, compiacendoci della nostra neutralità e perizia?

L’Europa, che durante la pandemia ha dimostrato ancora una volta tutte le sue carenze in politica estera, ha una grande occasione: partire da un conflitto in parte limitato, come quello del Karabakh, per dimostrare a se stessa e al mondo che esiste e che è ancora in grado di fare la differenza. Perché il rischio, lo abbiamo visto anche di recente, altro non è che il crollo della casa comune europea, soffocata da risorgenti nazionalismi e antiche fratturema anche dalla sua irrilevanza politica.

Non si tratta di scegliere una bandiera, in questo conflitto, ma di dare un colpo decisivo a un nazionalismo tossico che, nel Caucaso, ha prodotto guerre infinite e genocidi. Non si tratta di glorificare i confini, semmai di demilitarizzarli e di abbatterli, permettendo alle persone di viaggiare e alle economie di fiorire, senza despoti, oligarchi e militari che ne tirino le fila.

Non si può essere una grande potenza economica senza avere una visione politica e la forza di metterla in atto. Il conflitto del Karabakh è un monito: una guerra che sembra antica, con le sue trincee scavate nella polvere e le sue alture presidiate dall’artiglieria. Ma è solo un’illusione, un abbaglio. La guerra in Ucraina ha avvicinato pericolosamente questo scenario fino al cuore del nostro continente senza, ancora una volta, una volontà univoca e precisa di porre ad esso fine. Gli attriti e le frontiere chiuse di questi mesi, all’interno dell’Unione stessa, dovrebbero farci pensare.

Non dimentichiamo il Nagorno-Karabakh e la frontiera insanguinata fra Azerbaijan e Armenia. Questa piccola regione potrebbe diventare, senza sforzi eccessivi, un laboratorio della pace capace, in prospettiva, di disinnescare e risolvere conflitti più difficili e complessi, segnando il rilancio dell’Europa. Mi illudo, diranno alcuni. È probabile, ma preferisco illudermi che rassegnarmi all’orrore infinito della guerra e al tramonto definitivo di un’Europa nata per superare i nazionalismi e i confini, e che oggi rischia di implodere per la sua mancanza di visione.

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Il Papa, “sono molto addolorato per Santa Sofia” (Vocetempo.it 15.07.20)

«E il mare mi porta un po’ lontano col pensiero: a Istanbul. Penso a Santa Sofia, e sono molto addolorato». Lapidario, Papa Francesco domenica 12 luglio 2020: le poche parole valgono un discorso. È la più secca risposta al sultano di Ankara che rilancia la «guerra dei templi».

Nella «Giornata del mare» il Pontefice ricorda quanti lavorano nel mare e che, a causa della pandemia e della chiusura di molte attività, vivono situazioni di forte disagio. La ricorrenza, nella seconda domenica di luglio, nasce in Inghilterra cento anni fa per sensibilizzare sull’importante contributo dei marittimi e per proteggere i loro diritti, spesso dimenticati: «In questa seconda domenica di luglio ricorre la Giornata internazionale del mare. Rivolgo un affettuoso saluto a tutti coloro che lavorano sul mare, specialmente quelli che sono lontani dai loro cari e dal loro Paese. Saluto quanti sono convenuti stamattina nel porto di Civitavecchia-Tarquinia per la celebrazione eucaristica».

«PENSO A SANTA SOFIA. SONO MOLTO ADDOLORATO» – Il pesante silenzio sceso su piazza San Pietro rende ancora più solenne il biasimo di Francesco per l’ultima mossa di Recep Tayyip Erdogan, che ha ottenuto dal Consiglio di Stato turco che l’antica basilica cristiana – poi trasformata in moschea e quindi in museo da Atatürk – torni al culto islamico. L’ultima volta che Francesco ha parlato della Turchia è stato cinque anni fa. Nella domenica della Divina Misericordia, il 12 aprile 2015, celebra nella basilica il centenario del «martirio» armeno, altra piaga lacerante nelle carni della Turchia. Proclama «dottore della Chiesa» San Gregorio di Narek (951-1003), monaco, filosofo, teologo, mistico e poeta, che ha saputo esprimere «la sensibilità del suo popolo, dando voce al grido che diventa preghiera di un’umanità dolente e peccatrice, oppressa dall’angoscia della propria impotenza ma illuminata dallo splendore dell’amore di Dio. Fare memoria di quanto accaduto è doveroso, non solo per il popolo armeno e per la Chiesa universale, ma per l’intera famiglia umana, perché il monito che viene da questa tragedia ci liberi dal ricadere in simili orrori, che offendono Dio e la dignità umana. Quell’orribile massacro fu un vero martirio. Ancora oggi sentiamo il grido soffocato e trascurato di tanti nostri fratelli e sorelle inermi che, a causa della loro fede in Cristo o della loro appartenenza etnica, vengono pubblicamente e atrocemente uccisi, decapitati, crocifissi, bruciati vivi, costretti ad abbandonare la loro terra Solo Dio può colmare i vuoti che il male apre nei nostri cuori e nella nostra storia».».

IL GENOCIDIO COLPISCE IL POPOLO ARMENO – Sono colpiti anche siri cattolici e ortodossi, assiri, caldei e greci. «Furono uccisi vescovi, sacerdoti, religiosi, donne, uomini, anziani e persino bambini e malati indifesi. Non abbiamo ancora imparato che “la guerra è una follia, una inutile strage”» come scrisse profeticamente Papa Benedetto XV nella «Nota ai capi dei popoli belligeranti» (1° agosto 1917) «La lotta terribile appare un’inutile strage. Il mondo civile dovrà ridursi a un campo di morte? E l’Europa correrà, quasi travolta da una follia universale, incontro a un vero e proprio suicidio?». Nel centenario del «martirio» armeno – sul quale la cultura occidentale ha steso una plumbea coltre di silenzio – ribadisce «la necessità di fare memoria di quel tragico evento, di quell’immane e folle sterminio. Ricordarli è necessario, anzi doveroso, perché laddove non sussiste la memoria significa che il male tiene ancora aperta la ferita; nascondere o negare il male è come lasciare che una ferita continui a sanguinare senza medicarla! Certi che il male non proviene mai da Dio, radicati nella fede, professiamo che la crudeltà non può mai essere attribuita all’opera di Dio e, per di più, non deve assolutamente trovare nel suo santo nome alcuna giustificazione».

LA TURCHIA SI OSTINA A NEGARE UN FATTO STORICO – Il nunzio apostolico ad Ankara mons. Antonio Lucibello è convocato dal ministro degli Esteri Mevlut Cavuysoglu che esprime «disappunto»: «Le dichiarazioni del Papa non sono fondate su dati storici e legali e sono inaccettabili». La Turchia continua a negare il genocidio e combatte una guerra permanente per impedire che venga riconosciuto. La legge turca punisce con l’arresto e la reclusione fino a tre anni nominare in pubblico il genocidio in quanto gesto anti-patriottico e «vilipendio dell’identità turca». Ankara respinge la parola «genocidio». L’11 dicembre 1946 l’assemblea generale delle Nazioni Unite riconosce il crimine di genocidio con la risoluzione 96: «Una negazione del diritto alla vita di gruppi umani, razziali, religiosi, politici o altri, che siano stati distrutti in tutto o in parte». Gli armeni fanno risalire l’inizio del genocidio alla notte del 23-24 aprile 1915 quando il governo dei «Giovani Turchi», che aveva preso il potere nell’Impero Ottomano, ordina l’arresto e l’esecuzione di 50 intellettuali e capi armeni, accusati di essere la «quinta colonna» dell’Impero zarista della Russia.

LE PAVIDE EUROPA E NATO TACCIONO – Il successivo incontro tra il Pontefice ed Erdogan, nel febbraio del 2018, non andò come sperava Ankara. Il presidente cercava l’appoggio alle sue manovre in Medio Oriente. Il comunicato sull’udienza menziona, accanto alla questione di Gerusalemme contesa, altri problemi cari a Bergoglio: migranti ammassati in territorio turco, libertà religiosa di fatto inesistente in Turchia. Le immagini della folla che il venerdì inneggia ad Allah all’esterno di Santa Sofia fa capire che la decisione rinsalderà le file del nazionalismo islamico. Questioni ben più rilevanti della copertura dei mosaici della ex basilica con moderni tendaggi. Le pavide Unione Europea e Nato si sono distinte per il loro silenzio su una vicenda che offende la storia ed evidenzia il regime antidemocratico di una nazione che rinnega le regole della democrazia.

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Tra armeni e azeri torna a parlare l’artiglieria pesante: 24 morti (Ilmanifesto 15.07.20)

Una delle guerre più sanguinose della «disunione sovietica» tra azeri e armeni che sconvolse la regione del Nagorno-Karabakh tra il 1992 e il 1994, rischia di ritornare in auge. A partire dal 12 luglio nuovi violenti scontri ra i 2 paesi caucasici, i più duri dal 2016 e con un bilancio provvisorio di 24 morti, sono scoppiati al confine tra la provincia armena di Tavush e il distretto azero di Tovuz.

L’AREA DEL CONFLITTO è una zona montuosa, ma densamente popolata: più di 120 mila persone vivono infatti nella regione di Tavush e più di 170 mila nella regione di Tovuz. Secondo i giornalisti locali le sparatorie tra le truppe transfrontaliere della zona sono la norma ma mai finora si era usata l’artiglieria pesante.

Il problema fondamentale è che dal crollo dell’Urss non esiste più una demarcazione ufficiale del confine tra le 2 repubbliche. Per esempio nella zona ora occupata dall’Armenia tra i villaggi di Movses e Chinari dopo la guerra degli anni ’90 era rimasta a lungo in mano azera e questo è solo un esempio di come la situazione sia rimasta incerta nella regione e foriera di una ripresa generalizzata del conflitto. I due governi, come da prassi, si sono reciprocamente accusati di aver violato il cessate il fuoco.

Gli incidenti di questi giorni possono avere delle ripercussioni più ampie. In primo luogo potrebbero mettere la parola fine alla traballante alleanza, già minata dai dissidi in Libia, tra Erdogan e Putin. Il presidente turco non ha usato mezze parole: «Condanniamo fermamente gli attacchi dell’Armenia contro il fratello Azerbaigian. Questo è un attacco deliberato e il suo scopo è una provocazione per creare un nuovo focolaio di tensione nella regione e bloccare il processo di risoluzione del problema del Nagorno-Karabakh», ha affermato il leader turco. E il suo ministro della difesa, Hulusi Akar, ha aggiunto che le proprie forze armate sono pronte ad aiutare l’Azerbaigian secondo il principio di «una nazione, due Stati».

ASSAI PIÙ CAUTO Dmitry Peskov, portavoce del Cremlino, che si è limitato a parlare di «forte preoccupazione». L’Armenia è membro dell’organizzazione difensiva guidata dalla Russia che comprende anche Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan secondo il cui statuto l’aggressione straniera contro uno Stato membro debba considerarsi aggressione contro tutti i paesi aderenti, ma il il portavoce del ministero della difesa armeno Artsrun Hovhannisyan ha voluto rassicurare che per ora «non c’è necessità di ricorrere agli alleati». Ocse e Ue chiedono, da parte loro, il ritorno di osservatori neutrali nella zona.

A rendere la situazione ulteriormente tesa, è la ripresa del nazionalismo estremista azero che si tinge di protesta sociale. Due giorni fa, in 30 mila a Baku sono scesi in piazza al grido di «dateci armi!» e «No alla quarantena, sì alla guerra». Il tentativo della folla di dare l’assalto al parlamento è stato respinto dalla polizia dopo violenti scontri nel centro cittadino protrattisi fino a tarda notte.

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ASIA/TURCHIA – Ayasofya, il Partito di Erdogan risponde alle critiche: coi nostri governi è aumentata la libertà religiosa (Agenzia Fides 15.07.20)

Ankara (Agenzia Fides) – Si intitola “Le nostre rivoluzioni silenziose nel campo della libertà religiosa” il dossier confezionato in tempo record dal Partito del Presidente turco Recep Tayyip Erdogan come risposta alla pioggia di reazioni negative suscitate in tutto il mondo dalla decisione di riaprire al culto islamico l’antica basilica bizantina di Hagia Sophia, trasformata nel 1934 in museo per volere del “Padre” della Turchia moderna, Mustafa Kemal Ataturk, dopo essere stata utilizzata come moschea per quasi cinque secoli.
Il memorandum è stato raccolto e pubblicato dal dipartimento diritti umani del Partito della Giustizia e dello Sviluppo (in turco: Adalet ve Kalkınma Partisi – AKP), la formazione politica islamista conservatrice fondata da Erdogan nel 2001. Il dossier raccoglie ed espone tutti i miglioramenti che, secondo l’AKP, si sono registrati in Turchia nella condizione reale delle comunità di fede non musulmane durante gli ultimi 18 anni, cioè da quando il Partito di Erdogan è giunto al potere. Tra le altre cose il dossier, rilanciato dalla stampa turca, fa riferimento al sostegno offerto dalle politiche governative a scuole e istituzioni educative che fanno capo alle minoranze cristiane e alla comunità ebraica, i cui studenti sono stati esentati dall’esame di religione islamica richiesto per essere ammessi ai corsi di studio superiori.
Il rapporto riferisce che gran parte degli immobili e dei terreni che un tempo appartenevano a istituzioni ecclesiastiche o di altre comunità religiose, confiscate dallo Stato turco dopo la fine dell’Impero ottomano, sono state restituite in gran parte alle fondazioni che fanno capo alle comunità religiose minoritarie, e la comunità armena ha ottenuto rimborsi per 400 proprietà immobiliari rimaste a disposizione dello Stato. Inoltre – sottolineano gli estensori del dossier – nel corso degli ultimi tre lustri diverse chiese sono state restaurate e aperte al culto in Turchia, e la gestione di chiese e altri luoghi di culto è stata affidata direttamente alle fondazioni che fanno capo alle diverse comunità religiose minoritarie.
All’inizio del 2020, come riferito dall’Agenzia Fides (vedi Fides 3/1/2020), in alcune dichiarazioni rilanciate dalla stampa turca Sahak II Masalyan, il neo-eletto Patriarca armeno apostolico di Costantinopoli, aveva affermato che “Tutte le minoranze presenti in Turchia condividono questo medesimo avviso: sotto il potere del Partito AKP, stiamo vivendo il periodo più pacifico e felice dai tempi della fondazione della Repubblica turca”. Il Patriarca armeno, nella sua esaltazione dell’attuale condizione delle minoranze nella Turchia guidata da Recep Tayyip Erdogan, aveva citato in particolare i cambiamenti apportati nel 2008 nella legge sulle Fondazioni. Sahak II, eletto Patriarca l’11 dicembre 2019, aveva anche aggiunto che “il problema delle minoranze è sempre stato usato come argomento dalle potenze straniere per interferire già negli affari dell’Impero ottomano”, e che al momento c’è da ritenersi soddisfatti “per il sostegno che riceviamo dallo Stato; raggiungiamo facilmente il nostro Presidente. I ministri spesso ci visitano e il Prefetto di Istanbul ci riserva sempre la sua benevola attenzione”. (GV) (Agenzia Fides 15/7/2020)

Scontri al confine tra gli eserciti di Armenia e Azerbaigian: almeno 16 morti (Vaticanews 15.07.20)

Michele Raviart – Città del Vaticano

Armenia e Azerbaigian tornano a scontrarsi, questa volta ai loro confini settentrionali, in quello che è il momento di tensione più alto tra i due Paesi almeno dal 2016. Dalla scorsa domenica, infatti, sono morte almeno 16 persone, tra militari e civili.

Diverse le vittime

Per le autorità di Baku nella giornata di martedì – quella finora con il più alto numero di vittime – sette militari azeri, tra cui un generale e un colonnello, e un civile sono rimasti uccisi. L’Armenia, da parte sua, ha invece accusato l’esercito azero di aver ucciso quattro militari durante un attacco di droni nel villaggio di Berd, che avrebbe avuto come obiettivo la popolazione civile.

Un conflitto senza pace

Storico motivo di tensione tra i due Paesi è la regione del Nagorno-Karabakh, abitata da una popolazione principalmente armena. Sulla base di una legge dell’Unione Sovietica emanata poco prima della sua dissoluzione nel 1991, la regione si è autoproclamata indipendente. Una guerra che è costata almeno 30 mila morti ed è terminata nel 1994 con un cessate il fuoco, senza un vero trattato di pace.

Le ragioni dei due Paesi

“Da questo punto di vista, come accade quasi sempre, entrambe le parti hanno delle ragioni. Gli armeni hanno ragioni che vengono soprattutto nella sfera storico e demografica, gli azeri soprattutto in quella giuridica”, spiega a Vatican News Aldo Ferrari, direttore delle ricerche dell’Ispi su Russia, Caucaso e Asia centrale e docente all’università Ca’ Foscari di Venezia. “Si confrontano dal punto di vista giuridico due principi. Uno è quello dell’integrità territoriale degli Stati, che dà ragione all’Azerbaigian, l’altra è quella del diritto dei popoli all’autodeterminazione che dà ragione agli armeni”.

Proteste a Baku

Intanto, mentre nella notte migliaia di persone sono scese in piazza a Baku per chiedere una mobilitazione generale contro l’Armenia, si cerca di capire la causa di questo nuovo scontro. “Non credo ci sia una ragione scatenante – spiega ancora Ferrari – c’è chi dice che l’Azerbaigian alimenta queste tensioni perché ha delle difficoltà interne, soprattutto nella sfera economica perché il prezzo del petrolio è in ribasso, quindi il Paese che è produttore ne risente. D’altra parte, anche l’Armenia ha una condizione economica resa particolarmente grave dalla pandemia di Covid-19, che ha ridotto ulteriormente le risorse economiche. Io però non userei questa chiave di lettura”, afferma, “ma vedrei piuttosto questi scontri come l’ennesima, tragica riproposizione di scaramucce di frontiera, dovute alle reciproche provocazioni, in assenza di una regolazione stabile e definitiva del conflitto”.

Le possibili ripercussioni internazionali

Preoccupazione per la situazione è stata manifestata dal Segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, mentre Stati Uniti e Russia hanno condannato le violenze e chiesto un ritiro delle truppe al fine di evitare un’escalation dal risultato imprevedibile. L’Armenia è infatti un membro dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO), alleanza militare guidata dalla Russia. L’Azerbaigian, invece, pur avendo negli anni migliorato sensibilmente le sue relazioni con Mosca, è un Paese a maggioranza musulmana, afferma Ferrari, vicino alla Turchia, a sua volta membro della Nato. “È evidente”, conclude Ferrari, “che i rischi di un’espansione del conflitto sarebbero altissimi, perfino terribili se vediamo appunto la difficoltà di rapporti che c’è attualmente tra Russia, occidente e Nato. Un quadro geopolitico e militare estremamente grave e preoccupante, ma proprio perché i due attori sono inseriti in un sistema di alleanze tale da scoraggiare ulteriori allargamenti del conflitto, questo permette di essere largamente ottimisti”.

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Da che parte sta la Russia nel conflitto tra Azerbaigian e Armenia? (Sputniknews 15.07.20)

Sul confine tra Armenia e Azerbaigian ricominciano le sparatorie. Dopo gli ultimi 30 anni notizie di questo tipo non sorprendono più il lettore. Infatti, gli spari dell’artiglieria sul confine tra le due repubbliche si sentivano già quando quel confine non era ancora nemmeno di Stato.

A quell’epoca vivevano insieme all’interno di un’unica entità statale, ma già si percepivano i primi focolai di un conflitto che poi effettivamente scoppiò con foga quando crollò l’URSS. Oggi armeni e azeri si sparano l’uno contro l’altro non nella regione del Nagorno-Karabakh, ma molto più a nord. Ad ogni modo, questo conflitto continua a incidere direttamente sugli interessi nazionali della Russia. È probabile che si scateni un conflitto di grande portata nella regione del Caucaso? In tal caso cosa dovrà fare la Russia?

Per comprendere questi eventi, è necessario perlomeno ricordare che proprio la questione del Nagorno-Karabakh inferse il primo grande colpo all’integrità dell’Unione sovietica: infatti, proprio a partire dal febbraio del 1988 prese inizio il processo di estinzione dell’URSS. Per alcuni mesi in quel periodo nel Karabakh vi furono disordini e cominciarono dei conflitti nazionalistici. Il parlamento della regione autonoma del Nagorno-Karabakh si rivolse ai dirigenti dell’URSS e, in particolare, a Gorbachev chiedendo la trasmissione dell’autonomia dalla Repubblica socialista sovietica di Azerbaigian a quella di Armenia. All’epoca ormai da tempo non si erano verificati altri casi di spostamento dell’autonomia da una repubblica ad un’altra, tantomeno a seguito di una pressione proveniente dal basso. Dunque, i dirigenti dell’amministrazione centrale cercarono di appianare il dissidio, ma lo fecero goffamente e il popolo della regione autonoma non percepì l’impegno di Mosca. Gli armeni contavano di sfruttare la perestroyka per ripristinare ciò che credevano spettasse loro di diritto in termini storici, ossia riunificare le terre armene e gli armeni di Karabakh e Armenia in un’unica repubblica.

I disordini aumentarono e ben presto vi furono le prime vittime. Gli azeri cominciarono a fuggire dall’Armenia e dal Karabakh e gli armeni dall’Azerbaigian. Alla fine, se prima in Azerbaigian vivevano degli armeni, ora non ve n’erano praticamente più. Allo stesso modo, se in Karabakh vi erano molti azeri, non ve ne rimasero più. L’Armenia vinse il conflitto all’inizio degli anni ’90 conseguendo la separazione dall’Azerbaigian non solo della maggior parte del Karabakh, ma anche di alcune regioni dislocate tra quest’ultimo e l’Armenia stessa (infatti, non sarebbe stato possibile garantire la sicurezza del Karabakh senza queste regioni). Tuttavia, dal punto di vista formale il Karabakh non solo non costituisce parte dell’Armenia, ma quest’ultima non lo riconosce nemmeno come nazione indipendente (Repubblica dell’Artsakh o del Nagorno-Karabakh).

Naturalmente l’Azerbaigian non ha superato la perdita delle proprie terre a maggior ragione dal momento che il Karabakh e gli altri territori rimangono di competenza azera dal punto di vista del diritto internazionale.

Gli azeri credono che prima o poi si riprenderanno le terre perdute, mentre gli armeni sono convinti del fatto che riusciranno a mantenerle proprie. A cadenza periodica sul confine tra i due Paesi si verificano sparatorie che talvolta assumono la forma di operazioni armate di maggiore portata: l’ultima operazione di questo genere si è verificata nel 2016 e oggi assistiamo di nuovo ad una escalation del conflitto. Come dovrebbe comportarsi la Russia a fronte di tutto ciò?

Negli ultimi anni la Russia ha tentato diverse volte di riappacificare le sue due ex repubbliche dell’Unione, ma senza alcun risultato. Infatti, le parti coinvolte devono volere trovare un compromesso o almeno fare i primi passi per conseguirlo. Tuttavia, la parte armena non è affatto incline a farlo. Infatti, teme di dover restituire all’Azerbaigian anche parte di quelle regioni dislocate tra il Karabakh e l’Armenia, il che significherebbe fornire al nemico la piazza d’armi per attaccare in futuro il Karabakh. Dal canto suo, invece, l’Azerbaigian è convinto che il tempo giocherà a suo favore. Una popolazione quattro volte più numerosa, un PIL molto superiore, ingenti spese militari e il sostegno, seppur ufficioso, della comunità internazionale sono i motivi per cui l’Azerbaigian ritiene che l’Armenia non potrà mantenere in eterno i territori conquistati. L’Armenia stessa sa bene che il rapporto di forze non gioca a suo favore, ma gli armeni hanno un asso nella manica.

Senza questo jolly già da tempo avremmo assistito a una guerra. Quest’asso nella manica è la Russia. In Armenia, infatti, è dislocata una base militare russa e la repubblica fa parte dell’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva, ossia è un alleato militare della Russia.

Tuttavia, questo è il punto di vista della parte armena: infatti, il fatto che la Russia abbia interessi in Transcaucasia non determina necessariamente che, ove necessario, si ponga come garante della sicurezza dell’Armenia. La Russia ha bisogno di intrattenere buoni rapporti con entrambe le parti coinvolte: né l’Azerbaigian né l’Armenia devono nemmeno pensare all’eventualità di un conflitto armato. Dopotutto, oltre ad essere distruttivo per entrambe le parti, un simile conflitto danneggerebbe anche la Russia. Infatti, nessun conflitto in Transcaucasia soddisfa gli interessi nazionali della Russia e questo lo capiscono bene sia Baku sia Erevan. Per i due Paesi la Russia è non solo il principale partner e alleato, ma anche il garante della loro esistenza in quanto tali. Se togliessimo la Russia, domani entrambe le repubbliche comincerebbero una battaglia folle che le porterebbe a distruggersi vicendevolmente. Il Karabakh è già stato l’elemento che ha innescato il crollo dell’URSS. Vale davvero la pena che nuove tensioni in questa regione distruggano due repubbliche eredi dell’URSS?

Come è possibile uscire da questo vicolo cieco? L’unica via ragionevole è la graduale re-integrazione di Armenia e Azerbaigian non solo con la Russia, ma anche tra loro stesse. In altre parole, si auspica un loro riavvicinamento nel contesto dell’Unione eurasiatica. L’Armenia fa parte dell’Unione eurasiatica, mentre l’Azerbaigian per ora se ne sta in disparte non chiaramente per motivazioni economiche, ma di visione dello spazio post-sovietico in quanto tale. All’interno dell’unica nazione in cui prima o poi si tramuterà l’Unione eurasiatica è possibile trovare un compromesso sul Karabakh: mediante lo scambio di territori, il rimpatrio parziale di migranti e una politica di sicurezza comune. Armeni e azeri non sono destinati a lottare per sempre gli uni contro gli altri: infatti, nonostante le numerose vittime e i milioni di migranti, vi è un luogo in cui i due popoli possono rispettarsi a vicenda in maniera pacifica. Questo luogo non è il Karabakh, ma la Russia. Oggi, infatti, la Russia ospita milioni di armeni e azeri che sono sia cittadini russi sia cittadini di queste repubbliche.

Baku ed Erevan possono chiaramente aspettare quanto vogliono il momento opportuno per avviare una guerra, ma si tratterebbe di un vicolo cieco. Finché esisterà la Russia, non vi sarà alcuna guerra fra di loro. Se non vi fosse la Russia o se la Russia improvvisamente per qualche ragione lasciasse il Caucaso, entrambi i popoli ne rimpiangerebbero amaramente la presenza. Nessun attore esterno sarebbe in grado di assicurare non solo la tregua, ma nemmeno una tregua duratura tra le due repubbliche: infatti, per i player esterni la Transcaucasia sarà sempre e solo un campo di gioco contro le grandi nazioni confinanti, ossia Russia, Turchia e Iran. Ma di queste tre nazioni soltanto la Russia è in grado di fare da garante della pace nella regione: infatti, la stessa Turchia è troppo indifferente nei confronti dell’Azerbaigian.

A tal proposito, come interpretare le dichiarazioni di ieri dei dirigenti turchi? Mentre non sorprende che Erdogan abbia accusato l’Armenia delle recenti tensioni (in realtà sono entrambe le parti ad essere colpevoli), sono però le parole del ministro turco della Difesa Hulusi Akar a rivelarsi alquanto fuori luogo. “Ci porremo a fianco delle forze armate azere, sosterremo i nostri fratelli rispettando il principio una nazione, due Stati”, ha dichiarato il ministro. È davvero difficile interpretare questa come una dichiarazione di pace. Nonostante la vicinanza tra turchi e azeri, Baku non ha bisogno di simili dimostrazioni di solidarietà e aiuto: infatti, per evitare una guerra in Transcaucasia, è sufficiente l’influenza della Russia che consciamente non prende le parti di nessuna dei soggetti coinvolti nel conflitto, evitando così di contribuire alla escalation di quest’ultimo.

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Ancora scontri: cosa e chi sta dietro il conflitto tra Armenia e Azerbaijan (Euronews 15.07.20)

L’ultimo bollettino riporta 11 morti tra le fila dell’esercito azero nell’ultima fiammata del conflitto trentennale tra Azerbaijan e Armenia. Da domenica sono in corso nuovi scontri lungo il confine tra le due ex Repubbliche sovietiche, nella regione del Tavush, ricca di risorse energetiche.
La scintilla è divampata ed entrambi i Paesi si incolpano a vicenda per lo scoppio delle nuove ostilità.

Il Ministero della Difesa armeno ha riferito che la parte azera ha ripreso i bombardamenti sulle posizioni armene lunedì mattina, dopo gli scontri iniziali durante il giorno e la notte precedente. Non ha denunciato alcuna vittima dalla sua parte.
Da parte sua, il ministro della Difesa dell’Azerbaijan parla di una risposta al fuoco armeno. E rivendica di aver distrutto un avamposto militare armeno durante l’operazione di rappresaglia – video di supporto (vedi sotto)

È piuttosto raro che i combattimenti si svolgano al confine tra le due ex Repubbliche sovietiche. Generalmente gli scontri avvengono nel Nagorno-Karabakh in Azebaijan, territorio prevalentemente armeno e secessionista. Un fazzoletto di terra che cristallizza le tensioni tra i due vicini (vedi sotto).

Il conflitto fa temere un’escalation che potrebbe chiamare in causa le rispettive potenze alleate.
La Russia è tradizionale sostenitrice dell’Armenia a cui assicura il supporto militare. Mosca ha anche una grande base militare a Gyumri (Armenia nord-occidentale). Entrambi i Paesi sono membri dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO), un’organizzazione politico-militare che riunisce diversi Paesi del Caucaso. L’Azerbaigian non vi partecipa. C’è anche la vicinanza religiosa tra l’ortodossia russa e quella armena.

Sul fronte opposto, la Turchia è alleata dell’Azerbaijan: un amico storico (entrambi i Paesi hanno lingue e culture simili) politicamente, commercialmente e militarmente. Il legame di Ankara con Baku deriva anche dall’ostilità del regime turco nei confronti dell’Armenia: Ankara non ha mai riconosciuto il genocidio armeno.

Lunedì è prevista una riunione dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva, un blocco a guida russa di cui l’Armenia fa parte, per discutere la situazione. La presidenza azerbaijgiana domenica ha accusato Erevan di voler “trascinare (questa) alleanza politico-militare nel conflitto”.

Le reazioni delle parti alle ”provocazioni” al confine

La rinnovata violenza ha portato a un rapido botta e risposta da parte dei leader politici di entrambi i Paesi.

La rinnovata violenza ha portato a una rapida risposta da parte dei leader politici di entrambi i Paesi

Ilham Aliev presidente Azerbaigian

Le provocazioni (da parte del nemico) non rimarranno senza risposta

Nikol Pachinian premier armeno

Un conflitto che destabilizza la regione caucasica

La contesa territoriale tra Armenia e Azerbaijan è il nodo gordiano del già complesso scacchiere caucasico, che mostra tutta la sua fragilità. Le tensioni tra i due Paesi hanno radici profonde e non sono certo scemate con la caduta dell’URSS all’inizio degli anni ’90 e la conseguente indipendenza delle repubbliche sovietiche. Le frizioni, precedentemente contenute nel quadro di una “pax sovietica”, stanno riemergendo, a volte violentemente. E la frammentazione della regione apre la strada alle lotte per l’influenza dei poteri regionali. Questo era vero 30 anni fa; è ancora più vero oggi, con due Paesi, Russia e Turchia, con interessi geo-strategici concorrenti.

In particolare, la regione del Nagorno-Karabakh è il nucleo in cui si alimenta l’ostilità tra i due Paesi. Un odio che ha innescato nuovi scontri nel 2016 nel 2019; in quell’occasione non ci furono solo casi isolati, ma veri e propri scontri tra due eserciti, che si conclusero anche con morti di civili. Solo l’intervento del cosiddetto Gruppo di Minsk, fondato dall’Osce nel 1992, risolse provvisoriamente la questione.

Nagorno-Karabakh, il territorio conteso

Armenia e Azerbaijan sono in conflitto dall’inizio degli anni ’90 per il controllo del Nagorno-Karabakh, nel Caucaso meridionale.
Questa enclave prevalentemente armena si trova all’interno dei confini ufficiali dell’Azerbaijan. Nel 1991, a seguito di un referendum, le autorità hanno proclamato unilateralmente l’indipendenza di questo territorio, con il sostegno dell’Armenia.
Una presa di posizione che ha scatenato la rabbia azera e l’inizio di un conflitto che avrebbe portato alla morte di quasi 30.000 persone. Un cessate il fuoco è stato concluso nel 1994.
Da allora, tutti gli sforzi per raggiungere un accordo di pace duraturo sono falliti: gli scontri alla periferia della regione sono frequenti.
Nell’aprile del 2016 altri combattimenti sono divampati, i più letali dal 1994. Più di 350 persone (civili e soldati) sono rimaste uccise.

Tavush, la regione degli scontri

Il Tavush, provincia dell’Armenia di circa 134.200 abitanti, è territorio cruciale e ricco di giacimenti petroliferi, è sede dell’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, fondamentale per l’Europa, e del gasdotto South Caucasus Pipeline.

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