Ritorni di guerra tra Armenia e Azerbaijan: una considerazione (Ln-international 18.07.20)

La notizia, recentemente giunta dal Caucaso di una ripresa delle ostilità tra l’Armenia e l’Azerbaijan a riguardo del conteso territorio del Nagorno Karabagh, colpisce, ma non ci sorprende.

E’ lo stesso copione che guida insistentemente lo svolgimento del conflitto con ripetuti tentativi di guerra dopo, ammettiamolo pure, il fallimento della mediazione internazionale condotta in primis dall’OSCE con il Gruppo di Minsk.

L’aggressione infatti, consumatasi domenica 12 luglio direttamente sul confine tra i due Paesi, tra le località di Tavush in Armenia e Tovuz in Azerbaijan, peraltro reciprocamente contestata con rimbalzo di responsabilità da parte dei due Governi, confermerebbe ancora una volta lo stallo “tecnico” del processo di pacificazione avviato ormai, ma senza successo, da oltre vent’anni in seno all’OSCE.  Un processo, questo, che non riesce a focalizzare, né tanto meno a far riconoscere, il vizio primigenio di una mediazione fondata sulla inconciliabilità di due principi internazionali fondamentali: da un lato l’integrità territoriale degli Stati, sostenuto da Baku, dall’altro quello dell’autodeterminazione dei popoli voluto da Yerevan.

Superfluo, per fare il punto oggi sulla situazione, ricapitolare tutta la storica vicenda dei rapporti tra Armenia e Azerbaijan per il controllo del Nagorno Karabagh, territorio originariamente armeno e popolato essenzialmente da armeni. Basti tuttavia osservare, per obiettività di cronaca, come la conquista di una propria sovranità e indipendenza sia stato l’obiettivo dichiarato e conseguito da tutte quelle repubbliche ex sovietiche, e dalle regioni a queste interne con vocazioni autonomistiche come il Karabagh, che all’indomani della dissoluzione dell’URSS hanno intrapreso la via dell’indipendenza in virtù della legge sovietica sulla ”Secessione degli Stati”  approvata dal Soviet Supremo dell’URSS il 3 aprile del 1990. Un diritto, quello sancito da questa legge, di cui si è naturalmente avvalso l’Azerbaijan per proclamarsi indipendente, senza per contro che venisse riconosciuto lo stesso diritto al territorio autonomo del Karabagh. Ecco in estrema sintesi, e aldilà di considerazioni surrettizie e pretestuose, il vero oggetto del contendere. Ma i Governi e i circoli politici  interessati più alle fonti energetiche dell’Azerbaijan che al riconoscimento dei valori di libertà, dimenticano molto spesso che l’affermarsi di un mondo prevalentemente libero negli ultimi settant’anni sia stato possibile solo grazie a quel principio di autodeterminazione dei popoli di cui proprio le Nazioni Unite si sono fatte paladino per affrancare dal colonialismo interi continenti. E in questo quadro internazionale, sorprende come proprio le Nazioni Unite abbiano adottato sul Karabagh le Risoluzioni del 1993, e più recentemente la n. 62/243 del 2008 (peraltro rigettata dai mediatori dello stesso Gruppo di Minsk),  in totale disprezzo di una imparziale quanto obiettiva valutazione di quel principio di libertà  tanto prima sbandierato dalla medesima Organizzazione per oltre mezzo secolo! Ma la memoria è corta in certi casi, e a fronte della determinata volontà del popolo armeno del Karabagh ci si ostina ancor oggi a non riconoscere le storiche verità vedendo addirittura qualcuno  nell’indipendenza del Kosovo un pericolosissimo precedente per la minaccia alla integrità territoriale degli Stati.

L’esasperazione del popolo armeno è alta di fronte a simili episodi di guerra che ormai si ripetono con ricorrenza. E se da una lato il prolungarsi di una situazione di stallo nel processo di pace non giova di certo all’Armenia che rischia, per la pubblica opinione, di vedersi trasformare e capovolgere la sua linea di difesa addirittura in aggressione, dall’altro si dovrebbe da parte di tutti i Governi occidentali ed europei interessarsi più da vicino all’evolversi di questa crisi caucasica onde evitare che l’Armenia messa alle strette da aggressioni portate direttamente sul suo stesso  territorio e con vittime civili, come è stato il caso coi fatti del 12 luglio scorso, reagisca mutando con la forza ancora una volta i confini in un’area per giunta particolarmente strategica per l’Europa per via del transito di importantissime condotte energetiche.

             La Storia dell’Umanità, come ben sappiamo, è stata segnata da un continuo mutamento dei confini; guerre, rivoluzioni, rivolte, insurrezioni  hanno da sempre puntato a cambiare a seconda degli interessi in gioco le frontiere tra le Nazioni, ma il fine ultimo dei tanto invocati processi di libertà non è mai cambiato, è stato invece sempre lo stesso: conseguire una propria autonomia e una sovrana indipendenza!

Ecco, dunque, che la questione del Nagorno Karabagh, a distanza ormai di oltre un ventennio dallo scoppio della guerra, ci ripropone in tutta la sua drammaticità il dilemma di quale principio debba sacrificarsi e quale debba prevalere. Ma per noi non c’è dubbio: sono i confini al servizio dei popoli e non il contrario!

Bruno Scapini

già Ambasciatore d’Italia

Presidente Onorario e Consulente Generale

Ass.ne Italo-armena per il Commercio e l’Industria

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Coronavirus, la task force italiana in Armenia: “mascherine, temperature e ospedali anti-Covid come in Italia” (Tgcom24 17.07.20)

“Non ho notato nessun tipo di cambiamento, non si respira una particolare aria di tensione”. Ad affermarlo è David Reti, medico aretino di 33 anni, partito per l’Armenia con la volontà di portare il suo aiuto negli ospedali della capitale, Yrevan, di uno degli Stati caucasici più colpiti dall’emergenza coronavirus. E sullo sfondo la continua tensione con l’Azerbaijan.

Lo scontro armeno-azero – Il virus non è l’unica fonte di tensione nel Paese. L’Armenia, storicamente in conflitto con lo Stato confinante dell’Azerbaijan, negli ultimi giorni ha visto il riemergere di tensioni lungo il confine. Gli attriti tra i due Stati nascono, nel corso degli anni ’90, a causa del controllo della regione azera di Nagorno-Karabakh, rivendicata dalla minoranza armena presente. “Mi avevano avvisato che la situazione al confine era critica già prima del mio arrivo” racconta Reti.

 

La missione accolta dal governo Conte – Il medico italiano è partito il 26 giugno con un team di undici esperti, di cui nove piemontesi, un toscano e un lombardo, dislocati in tre ospedali della capitale. La missione, sostenuta da Conte e dalla Protezione civile, ha avuto inizio dopo la richiesta inviata dal governo armeno al meccanismo di Protezione civile europea. “Qui tutto procede alla normalità – prosegue il medico – la gente esce di strada tranquillamente, sia di giorno che di notte, non ci sono particolari protocolli di sicurezza messe in atto dallo Stato”.

 

Il regolamento anti-contagio – Con circa 34.000 casi confermati e 620 decessi, l’Armenia ha attuato misure di contenimento del virus analoghe a quelle italiane durante il picco dell’epidemia. Non dissimili anche le norme igieniche emanate dal governo armeno: “Le persone indossano la mascherina e per le strade le pattuglie della polizia invitano i cittadini a mantenere le distanze di sicurezza”. Nei locali, come in Italia, viene poi misurata la temperatura. “Nell’hotel dove soggiorniamo il numero degli ospiti è inferiore rispetto alla capienza massima: non si verificano situazioni di assembramento” spiega Redi.

 

Le strutture sanitarie Covid in Armenia – Il Paese ha istituito ospedali pubblici dedicati esclusivamente a pazienti Covid, sette solo nella capitale: “Qui possono accedere unicamente pazienti che hanno fatto il tampone e che sono risultati positivi. I test vengono prescritti dal medico di medicina generale”.

 

Gli ospedali sono saturi – Seppur in Armenia “tendano a ricoverare quasi tutti i pazienti positivi, anche quando presentano forme più lievi, la capienza degli ospedali è buona” afferma il medico che aggiunge: “Al momento sono pieni, ma non ci sono situazioni di sovraffollamento al di fuori dei reparti, come può esser successo in Lombardia”. Non si è quindi registrata una crisi del sistema ospedaliero. Tuttavia la squadra di medici italiani in Armenia ha notificato alcune criticità sulla gestione dei pazienti Covid: “La differenza più importante rispetto al nostro sistema sanitario è la mancanza di percorsi all’interno dell’ospedale dedicati, prima che i pazienti Covid vengano spostati nei reparti adeguati e molto spesso gli infetti percorrono gli stessi corridoi degli operatori sanitari”.

 

Il trattamento terapeutico – Un’altra differenza rispetto al sistema italiano riguarda l’approccio terapeutico, se da una parte è in linea con le direttive dell’Organizzazione mondiale della sanità, dall’altro il dosaggio di alcuni farmaci è diverso. “Inoltre qui è previsto un abbondante uso della terapia antibiotica, mentre in Italia questo non c’è stato. La tendenza in Armenia è di usare l’antibiotico-terapia in profilassi, cosa che in Italia si è vista non esser molto efficace, ma anzi rischiosa per lo sviluppo di resistenze” conclude il medico.

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Protezione civile, conclusa la missione del team italiano anti-coronavirus in Armenia

Termina la missione con cui l’Italia ha risposto alla richiesta di assistenza internazionale inoltrata dal Governo armeno alla Direzione generale per la protezione civile e le operazioni di aiuto umanitario della Commissione europea

Termina oggi, 17 luglio, la missione del team sanitario italiano impegnato in Armenia per supportare le strutture ospedaliere locali nel contrasto alla pandemia da coronavirus, realizzata con il coordinamento dal Dipartimento della protezione civile nell’ambito del Meccanismo Unionale di protezione civile.

Il gruppo di esperti, composto da 11 specialisti tra personale medico-sanitario dell’Emergency medical team della Regione Piemonte (EMT2 certificato dalla Organizzazione Mondiale della Sanità) e professionisti delle Regioni Lombardia e Toscana, è stato la pronta risposta italiana alla richiesta di assistenza internazionale inoltrata dal Governo armeno alla  Direzione generale per la protezione civile e le operazioni di aiuto umanitario della Commissione europea (DG ECHO), legata alle condizioni precarie del sistema sanitario del Paese.

La squadra sanitaria partita il 26 Giugno, e specializzata nel trattamento di pazienti affetti da coronavirus, è stata impegnata al fianco dei colleghi locali nella realizzazione di programmi di formazione per utilizzo dell’ecografia polmonare in caso di urgenza, nello sviluppo di corsi di Terapia antibiotica, particolarmente riferita alla patologia polmonare e agli approcci terapeutici, e nelle attività di valutazione e di consulenza della autorità sanitarie locali. Tutte le attività sono state svolte in coordinamento con l’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’Ambasciata d’Italia in Armenia.

Gli esperti italiani hanno operato in tre strutture ospedaliere della capitale armena, convertite in veri e propri Covid – Hospital, il Surb Grigor Lusavanovih Medical Centre, lo Scientific Center of Traumatology and Orthopaedy, il Surb Astvatsamayr Medical Center.
Il team italiano ha messo a disposizione del sistema sanitario armeno il  know how e l’esperienza maturate nel corso dell’emergenza epidemiologica Covid – 19, secondo lo spirito di solidarietà e di scambio delle informazioni che caratterizza l’approccio integrato del Meccanismo Unionale di protezione civile.

 

 

Putin e Consiglio Russia discutono tensioni Armenia-Azerbaigian (Askanews 17.07.20)

Roma, 17 lug. (askanews) – Il presidente russo Vladimir Putin e i membri permanenti del Consiglio di sicurezza russo hanno discusso delle tensioni sul confine armeno-azerbaigiano, evidenziando la disponibilità di Mosca ad agire da mediatore. Lo ha detto il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, dopo una video conferenza.

“Hanno espresso profonda preoccupazione per la continua escalation, hanno sottolineato l’urgente necessità che le parti rispettino il cessate il fuoco e hanno anche espresso la disponibilità a mediare”, ha affermato Peskov.

Il presidente ha inoltre informato il Consiglio di sicurezza russo sui suoi recenti contatti telefonici con il principe ereditario di Abu Dhabi Mohammed Al Nahyan, la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente iraniano Hassan Rohani, ha aggiunto il portavoce del Cremlino.

Ricordando il genocidio armeno (Haffingtonpost 17.07.20)

Il “Genocidio armeno”, che viene commemorato il 24 aprile, è stato il massacro degli Armeni perpetrato in modo spietato e programmatico dall’Impero ottomano tra il 1915 e il 1916. Un olocausto che, secondo molti storici, fu fonte di ispirazione per i nazisti. Una tragedia che il mondo ha finto di ignorare fino a quando, nel 1973, la Commissione dell’Onu per i diritti umani ha riconosciuto ufficialmente lo sterminio di circa 1 milione e mezzo di Armeni come il primo genocidio del XX secolo.

Ma il progetto di “risolvere il problema armeno” con uccisioni e deportazioni nasce, in realtà, almeno vent’anni prima. Il sultano Abdul-Hamid II conduce, tra il 1894 e il 1896, una vera campagna contro questo popolo, che prenderà il nome di “Massacri hamidiani”.

I due milioni di Armeni che abitavano alcune zone dell’Impero, soprattutto nell’Anatolia, si erano sollevati a seguito della sconfitta degli Ottomani da parte dell’Impero russo. La speranza nei Russi era stata grande, anche perché loro stessi si erano autoproclamati difensori e paladini degli Armeni. Col Trattato di Berlino del 1878 (che fa seguito al Trattato di Santo Stefano che toglieva all’Impero Ottomano ampi territori in favore della potenza vincitrice), viene stabilito che l’Impero Ottomano debba garantire maggiori diritti ai sudditi Armeni cristiani, ma questo non avverrà mai.

Nelle dispute con i musulmani (gli Armeni erano in maggioranza appartenenti alla Chiesta apostolica armena), la legge favoriva puntualmente i musulmani, che per di più venivano anche incitati alla violenza contro gli Armeni dal governo turco: era pratica comune che i musulmani venissero chiamati a raccolta nelle moschee e indottrinati sui propositi nefandi degli Armeni, che avrebbero tramato per colpire l’Islam.

Dal 1890, manifestazioni e tumulti si susseguono. Gli Armeni chiedono un governo costituzionale, la fine della discriminazione e il diritto di voto. Quelli che vivono in provincia di Bitlis, sulle montagne di Sassoun, si ribellano anche contro la doppia tassazione imposta dai Curdi.

La reazione del sultano è veloce e spietata. Con gli Armeni non si negozia, non si cercano mediazioni. Invia l’esercito che, insieme a milizie irregolari curde, brucia i villaggi armeni e uccide migliaia di civili. A Urfa vengono sgozzati oltre cento ragazzi il 28 dicembre 1895, e i massacri continuano per due giorni. Per abbreviare i tempi, alla cattedrale viene appiccato il fuoco, così i tremila che vi si sono rifugiati muoiono tra le fiamme. Le stesse modalità e le stesse scene hanno luogo contemporaneamente in altre città. L’arrivo del 1896 viene salutato con un oceano di sangue.

Il 18 luglio 1896, il medico e tipografo armeno Alexander Atabekian invia al Congresso Internazionale di Londra, a nome della Federazione Rivoluzionaria Armena di cui fa parte, una dichiarazione intitolata “Ai socialisti rivoluzionari e liberali”. Nessun particolare è taciuto per denunciare le oppressioni, le ingiustizie e le sofferenze inflitte al popolo armeno.

Atabekian è un idealista attivo. Anarco-comunista, è un personaggio importante del movimento anarchico russo. Ha imparato l’arte della tipografia molto presto, spinto dal bisogno di mettere a disposizione delle masse armene la letteratura dei grandi, ma soprattutto i saggi anarchici. Prima di trasferirsi a Ginevra per studiare medicina, ha stampato, correndo grandi pericoli, la rivista «Hinchak» (Il suono della campana), dando grande spazio ai genocidi degli Armeni e agli scritti della resistenza. Va ovunque a portare i suoi libri, la rivista. Fin nei più sperduti villaggi.

Una volta a Ginevra, Atabekian stringe rapporti con molti Russi e con molti Italiani. Dopo aver lavorato un po’ in una vecchia stamperia ucraina, trasferisce i macchinari a casa sua e qui organizza una vera e propria biblioteca, con manoscritti preziosi, libri introvabili che traduce e ristampa.

La dichiarazione inviata al Congresso di Londra non ha alcun esito. Forse anche perché vi si accusano molti Stati europei di complicità nel massacro degli Armeni.

Poco più di un mese dopo, il 26 agosto, un gruppo di rivoluzionari armeni assale la sede centrale della Banca Ottomana a Istanbul uccidendo le guardie, con lo scopo di richiamare l’attenzione internazionale. Ma di nuovo l’Europa si rifiuta di vedere, e Abdul Hamid II può procedere con la sua ritorsione in tutta tranquillità, massacrando decine di migliaia di Armeni a Istanbul e nel resto del territorio ottomano.

Alexander Atabekian avrà una vita molto complicata. Trasferitosi a Mosca, viene arrestato più volte per violazione delle leggi inerenti alla stampa, fino ad essere internato in un gulag stalinista. È il 1940, e di lui non si saprà più nulla.

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Roma, Mkhitaryan si schiera con i soldati armeni: “Eroici martiri, sono con voi” (Corrieredellosport 17.07.20)

ROMA – Il centrocampista della Roma e della squadra nazionale di calcio dell’Armenia Henrikh Mkhitaryan ha pubblicato sulla sua pagina ufficiale Facebook un post esprimendo il proprio sostegno ai soldati delle forze armate dell’Armenia al cui confine nord orientale da domenica si registrano violenti scontri a fuoco con le forze armate dell’Azerbaigian. “Sto seguendo le notizie con grande preoccupazione sulle recenti tensioni ai confini della nostra patria e sugli insediamenti civili sotto tiro e desidero esprimere il mio sostegno ai nostri coraggiosi soldati che stanno sacrificando le loro vite per difendere la nostra patria con i loro atti eroici. Con profondo dolore, esprimo le mie condoglianze alle famiglie dei nostri eroici martiri e prego per la pronta guarigione dei soldati feriti. Auguro pace alla nostra patria! Sono con voi. Heno”, ha scritto Mkhitaryan.Secondo quanto riporta il Ministero della Difesa dell’Armenia da domenica si susseguono tentativi di incursione in territorio armeno da parte di soldati azeri e vengono sparati colpi di mortaio contro le abitazioni civili lungo il confine. Sarebbero morti quattro soldati armeni mentre i caduti azeri sarebbero almeno dodici. Per Baku la responsabilità degli scontri è in capo agli armeni. La diplomazia internazionale sta cercando di riportare la calma nella regione.

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L’Unione Armeni d’Italia condanna “l’aggressione dell’Azerbaigian contro la Repubblica d’Armenia” (opinione 17.07.20)

Riceviamo e pubblichiamo dall’Unione Armeni d’Italia.

Il 12 luglio 2020 un gruppo di soldati azeri, a bordo di un veicolo militare, ha tentato di penetrare nella zona nord-est del territorio armeno, nella provincia di Tavush, aiutato da un fuoco di sbarramento delle artiglierie azere, con l’intento di prendere la postazione tenuta dai giovani soldati di leva armeni.

In seguito alla risposta della parte armena, il folto gruppo di soldati azeri, appartenente alle truppe speciali del paese, ha dovuto ritirarsi, lasciando sul campo numerosi morti e feriti gravi, fra i quali un generale e un colonnello delle forze armate.

L’aggressione azera continua attraverso l’uso di artiglieria pesante, carri armati, bombardamenti mirati ai villaggi e alla popolazione civile armena.

Le forze armate azere, come è loro consuetudine, hanno schierato l’esercito vicino ad un insediamento di civili, circondando la propria popolazione con batterie di artiglieria e mettendola in pericolo. L’obiettivo era quello di provocare le forze armate armene, che in risposta alle provocazioni avrebbero sparato in quella direzione.

Dopo i tentativi della Turchia, importante alleata dell’Azerbaigian, di provocare instabilità nella regione, l’invocazione da parte degli azeri di una guerra contro l’Armenia rappresenta una grave mossa irresponsabile, oltretutto considerando la richiesta del Segretario generale delle Nazioni Unite per il cessate il fuoco globale per via della pandemia del Covid-19.

La tregua firmata fra le parti alla fine del conflitto del 1993, con la garanzia del gruppo di Minsk (Usa, Russia e Francia), viene costantemente violata dall’Azerbaigian da anni.

Parallelamente alla violazione sistematica della tregua e alla strumentalizzazione a fini provocatori della propria popolazione civile da parte dell’Azerbaigian, Paese che deve la sua ricchezza e il suo esercito ai proventi dei petrodollari, all’estero siamo costretti ad assistere a una rozza manipolazione delle notizie da parte di alcuni organi di stampa chiaramente schierati.

A proposito della sfera dei media internazionali, abbiamo assistito al lavoro di alcune testate giornalistiche che, cadendo nel tranello azero-turco, hanno cercato di ricostruire l’accaduto come se fossero stati gli Armeni ad attaccare per primi. Gli Armeni non sono interessati a territori azeri.

Desideriamo ribadire che gli Armeni sono un popolo pacifico, che rifiuta la violenza come arma di soluzione dei conflitti. Da sempre auspichiamo il coinvolgimento delle diplomazie per la salvaguardia della pace e per la soluzione giusta dei problemi del Caucaso.

Gli Armeni da anni sono vittime della politica distruttiva del nazionalismo turco ed oggi questa realtà ci viene imposta attraverso l’alleanza e la collaborazione con l’Azerbaigian.

Tutti questi avvenimenti ci ricordano che i sistemi autoritari, nei periodi di crisi, tentano di distogliere l’attenzione dei propri cittadini dalle questioni reali del proprio Paese, individuando il nemico da colpevolizzare, rappresentato spesso da un Paese vicino.

E ora, dopo più di un secolo di negazionismo del Genocidio Armeno da parte della Turchia, si è rafforzata la politica autoritaria del presidente Ilham Aliyev, tesa a mantenere la stabilità interna usando come collante l’odio contro il “Nemico Armeno”, da individuare in ogni parte del mondo e reprimendo ogni tipo di dissidenza.

Questo schema va ripetendosi ormai da un quarto di secolo a Baku. Un sistema fortemente corrotto istiga all’odio contro gli Armeni, rischiando di intaccare la stabilità di tutto il Caucaso.

In Azerbaigian, come in Turchia, questa centralizzazione del potere è resa possibile da una forte restrizione della libertà di espressione e di ogni altro tipo di libertà proprie della democrazia.

Negli ultimi anni la politica di aggressione verbale del presidente Aliyev si è tradotta in fatti concreti: il tentativo di invasione in questi giorni della Repubblica d’Armenia e nel 2016 del Nagorno Karabakh, territorio armeno da più di due millenni, con le sue città antiche, con le sue chiese e la sua gente autoctona. Siamo sinceramente stupiti nel vedere la mancanza da parte dei Paesi europei di interventi diretti ed efficaci tesi a frenare l’arroganza della dinastia Aliyev.

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Una nuova escalation intorno al Nagorno-Karabakh (pressenza.com 16.07.20)

Preoccupa la notizia, che raggiunge le agenzie internazionali, che vede migliaia di persone manifestare in Azerbaijan invocando la guerra contro la vicina Armenia. I manifestanti hanno marciato attraverso la capitale azera, Baku, chiedendo al governo di schierare l’esercito, invocando l’entrata in guerra del Paese, quando sale la tensione per i recenti conflitti al confine armeno, mentre frange radicali provano a rompere lo schieramento di forze dell’ordine, facendo irruzione in Parlamento. Migliaia i manifestanti, numerose le bandiere nazionali, intrise di nazionalismo e di chiamata alle armi le parole d’ordine, tra cui non solo quella di accelerare il dispiegamento delle truppe contro l’Armenia, ma anche di “riconquistare” il Nagorno-Karabakh, enclave armena in territorio azero, territorio conteso sin dagli anni del tramonto dell’URSS.

Il Nagorno-Karabakh, teatro di uno dei conflitti etno-politici per eccellenza degli anni a cavallo tra gli Ottanta e i Novanta del secolo scorso, «conflitto congelato», torna così sulla scena mondiale, torna a infiammare la regione e minaccia una nuova escalation del conflitto armeno-azero, animando manifestazioni come non si registravano da anni a questa parte, se è vero quanto riferito dalle diverse fonti giornalistiche, che hanno registrato, alle manifestazioni «per la guerra», la presenza di almeno ventimila persone, mentre altre fonti hanno assicurato la presenza di trentamila manifestanti. Negli scontri al confine armeno-azero degli ultimi giorni, i due Paesi si sono accusati reciprocamente di aver bombardato aree e infrastrutture civili al confine tra Tavush (Armenia nord-orientale) e Tovuz (Azerbaijan), ben più a Nord della regione contesa. Come riferito dalla stampa, almeno una decina di soldati azeri e un civile sono stati uccisi, secondo quanto riferito da fonti azere; quattro dei propri soldati sono morti, tra cui due ufficiali, secondo quanto riferito da fonti armene.

Uno scenario reso ancora più preoccupante dalla situazione regionale di tensione, che attraversa il Caucaso come non si registrava da tempo, e dalla situazione mondiale di allarme legata all’espansione della pandemia da coronavirus, che sempre più dovrebbe animare intesa e cooperazione tra tutti i Paesi del mondo per fare fronte alla minaccia comune dell’epidemia, mentre invece nuovi e vari focolai di conflitto si riaccendono. Anche in Azerbaijan, come in diversi altri Paesi, assembramenti e manifestazioni di massa sono vietati, nel tentativo di controllare la diffusione del coronavirus, nel contesto dell’attuale pandemia.

Come detto, sembra di tornare agli ultimi anni Ottanta e ai primi anni Novanta. L’Armenia e l’Azerbaijan erano repubbliche socialiste sovietiche, facenti parte dell’Unione Sovietica, sino alle proclamazioni di indipendenza e alle diverse separazioni nazionali che annunciarono e accompagnarono la fine dell’URSS, formalizzata nel 1991. Il progressivo smantellamento delle strutture istituzionali e amministrative dell’Unione, il venire meno dei legami di reciprocità e di solidarietà interni, insieme con l’accelerazione e l’aggravamento profondo della crisi economica e della crisi politico-istituzionale, ebbero come conseguenza, tra le altre, anche l’esplosione di conflitti e rivendicazioni di natura etno-politica, spesso dando luogo a distorte letture etnicistiche o etno-nazionali del ben più complesso e frastagliato processo di disgregazione dell’URSS. Così sul confine settentrionale e orientale, ad esempio nelle repubbliche baltiche, come in territorio caucasico, specie in Armenia ed Azerbaijan, il processo disgregativo trascese anche in veri e propri conflitti armati.

L’Armenia, a prevalenza cristiana, tra le chiese ortodosse orientali (la lingua armena mostra una ampia prossimità con il greco) e l’Azerbaijan, a larga maggioranza islamica, prevalentemente sciita (la lingua azera è strettamente legata al turco) entrarono in conflitto per la controversia del Nagorno-Karabakh, enclave armena in territorio azero, provincia autonoma in epoca sovietica, riconosciuto parte dell’Azerbaijan dal 1991, ma controllato dagli armeni; sebbene nel territorio dell’Azerbaijan, infatti, la maggioranza della popolazione locale è armena, e il soviet locale vi proclamò una repubblica autonoma nel settembre 1991.

Nel 1988, le truppe azere e le formazioni armene avviarono un conflitto che continua, con alterne vicende. La tregua del 1994, mediata dalla Russia, ha lasciato il Nagorno-Karabakh (Karabakh traduce l’espressione azera «giardino nero») sotto controllo armeno di fatto. Oltre un milione di persone sono state costrette alla fuga negli anni della guerra, la popolazione azera (il 25% del totale) è stata costretta ad abbandonare l’enclave, mentre le popolazioni armene fuggivano dal resto dell’Azerbaijan. L’escalation rischia ora di avere gravi ripercussioni regionali, persino su scala più ampia: la Russia ha fatto appello alla moderazione, il presidente turco Erdogan ha dichiarato che la Turchia non avrebbe esitato a difendere l’Azerbaijan.

Il tutto a poche settimane di distanza dall’appello del Segretario Generale delle Nazioni Unite, rivolto a tutti gli Stati, ad un cessate il fuoco globale, alla cessazione dei conflitti e alla moltiplicazione degli sforzi per la cooperazione internazionale nella stagione della pandemia. «In questo momento così critico, ripeto il mio appello a tutte le parti impegnate in conflitti armati nel mondo a cessare le ostilità. Insieme, dobbiamo impegnarci a costruire società più pacifiche, prospere e resilienti». Appena lo scorso 1 Luglio, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione a favore di «una cessazione immediata delle ostilità in tutte le situazioni … per almeno novanta giorni consecutivi», in modo da garantire l’assistenza umanitaria alle popolazioni colpite dai conflitti e ai rifugiati, nonché contrastare la diffusione dell’epidemia.

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Il segretario stampa del ministero della difesa armeno Shusha Stepanyan ha annunciato la ripresa degli scontri al confine con l’Azerbaigian. (Sputniknews 16.07.20)

Il ministero della Difesa armeno Shusha Stepanyan ha scritto su Facebook della ripresa degli scontri al confine con l’Azerbaigian.

“Nella notte, alle 03:40 (01:40 ora di Roma), il personale militare delle Forze armate armene in prima linea ha notato il movimento del nemico. Sono passati alla difesa a tutto tondo, le unità armene hanno fermato un tentativo di penetrazione e di sabotaggio. Dopo una feroce battaglia, il nemico, che ha soffriva delle perdite, è stato respinto” ha scritto su Facebook.

Secondo Stepanyan, alle 04:20, le unità azere hanno iniziato a bombardare i villaggi di Aygepar e Movses, usando un obice D-30.

“Il fuoco d’artiglieria continua al momento. Le unità delle forze armate armene stanno neutralizzando le provocazioni delle forze armate azere”, ha detto Stepanyan, osservando che questa è stata la prima grande violazione del regime di cessate il fuoco, istituito da mezzanotte del 15 luglio.

Il Ministero della Difesa azero, da parte sua, ha confermato la ripresa degli scontri. È stato riferito che le forze armate armene hanno fatto un altro tentativo di attaccare posizioni nella regione di confine di Tovuz: i villaggi di Agdam, Dondar Gushchu e Vakhidli sono stati colpiti da armi e mortai di grosso calibro. Il dipartimento ha chiarito che nessuno è rimasto ferito tra la popolazione civile.

Lo scontro iniziato il 12 luglio sul confine armeno-azero continua per il terzo giorno nelle regioni adiacenti: Tovuz e Tavush, anch’esso al confine con la Georgia e situato a diverse centinaia di chilometri dal non riconosciuto Nagorno-Karabakh, dove la situazione è ora calma.

Nel luogo del bombardamento, ci sono postazioni di combattimento di stanza vicino al villaggio di Movses. Secondo Baku, sono stati uccisi 11 soldati azeri, compreso un generale. La parte armena ha annunciato due vittime e cinque feriti.

L’Azerbaigian e l’Armenia si addossano la colpa l’un l’altro per i bombardamenti reciproci. La comunità internazionale incoraggia le parti al dialogo. Il ministero degli Esteri russo ha dichiarato di essere pronto a fornire assistenza a Baku e Yerevan per stabilizzare la situazione.

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Ripresi scontri armati al confine tra Armenia ed Azerbaigian (Tgcom24 16.07.20)

Ripresi, dopo una breve tregua, gli scontri armati al confine fra Armenia e Azerbaigian, secondo quanto dichiarano i governativi dei due Paesi caucasici. Il ministero della difesa di Yerevan afferma che le forze azere stanno “bombardando villaggi armeni con mortai e cannoni”. Quasi speculare la dichiarazione rilasciata dal ministero della difesa di Baku, che afferma che sono ripresi gli scontri dopo che “gli armeni hanno bersagliato villaggi azeri”.

Almeno 16 persone, per lo più militari fra i quali un generale azero, sono finora morte nei cannoneggiamenti reciproci che si sono protratti da domenica a martedì lungo il confine settentrionale fra le due repubbliche ex sovietiche, da sempre rivali e opposte anche dal contenzioso sulla regione del Nagorno-Karabakh, formalmente territorio dell’Azerbaigian ma di fatto controllato dagli armeni.

Yerevan e Baku si contendono da decenni il Nagorno-Karabakh: azeri e armeni si sono combattuti per sei anni in una sanguinosa guerra in cui hanno perso la vita circa 30mila persone. La fragile tregua siglata nel 1994 ha trasformato quello del Nagorno-Karabakh in un conflitto “congelato”, ma che periodicamente si riaccende tornando a mietere vittime. Usa e Ue hanno sempre invitato le parti a deporre le armi. E lo stesso fa la Russia: Mosca è in buoni rapporti con l’Azerbaigian ma ancora di più con l’Armenia, che fa parte dell’alleanza militare Csto a trazione russa. La Turchia è invece alleata dell’Azerbaigian.

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Armenia e Azerbaigian sull’orlo della guerra (Foto)

Baku convoca i paesi non allineati a causa della situazione al confine con l’Armenia (Sputniknews 16.07.20)

L’Azerbaigian, che attualmente presiede il Movimento dei paese non allineati, ha convocato una sessione speciale di questa organizzazione per informare i suoi membri della situazione al confine con l’Armenia, ha affermato il consigliere del presidente azero, Jikmet Gadzhiev.

“È stata convocata una sessione speciale del Movimento dei paesi non allineati per informare i suoi membri della situazione al confine”, ha dichiarato in un briefing per la stampa.

Dal 12 luglio si sono verificati scontri armati al confine tra la regione azera di Tovuz e la provincia armena di Tavush, nel nord di entrambe le nazioni.

Finora, Yerevan ha riportato quattro soldati uccisi negli scontri e dieci feriti mentre Baku conta 11 morti, tra cui un generale.

Entrambe le parti continuano ad accusarsi a vicenda dell’escalation nella zona.

Diversi paesi e organizzazioni internazionali hanno espresso preoccupazione per la situazione al confine armeno-azero e hanno invitato le parti a dialogare. Il ministero degli Esteri russo Sergey Lavrov si è offerto di aiutare Baku e Yerevan a stabilizzare la situazione.

Il movimento dei paesi non allineati fu istituito alla Conferenza di Belgrado nel settembre 1961, durante la guerra fredda. Era composto da Stati che non volevano entrare né nella NATO né nel Patto di Varsavia, in particolare la Jugoslavia, l’India e l’Egitto.

Oggi il movimento riunisce 120 Stati, altri 17 paesi e dieci organizzazioni internazionali godono dello status di osservatore.

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