Calvene. Don Pozza in Armenia a raccontare la speranza (Altovicentinoonline 25.11.19)

Da sabato prossimo 30 novembre al 12 gennaio 2020 Don Marco Pozza, da otto anni cappellano del carcere di massima sicurezza “Due Palazzi” di Padova, commenterà di nuovo il Vangelo della domenica all’interno di “A sua immagine”, condotto da Lorena Bianchetti. Il programma, nato dalla collaborazione tra la Rai e la Conferenza Episcopale italiana, va in onda su Rai1.

Ogni sabato alle 16.15 circa (e la domenica alle 6.20 in replica) don Marco, originario di Calvene, condurrà la rubrica “Le ragioni della speranza” che, questa volta, sarà dall’Armenia. Maestosa, affascinate, inaspettata, l’Armenia costituisce un ponte tra Asia ed Europa: è la più antica nazione cristiana della storia. Il viaggio di don Marco ha inizio dal monastero di Khor Virap, ai piedi del monte Ararat: si dice che lì si trovi l’Arca di Noè. Visitando poi l’Echmiadzin (sede del “papa” della Chiesa Armena) si approfondirà la storia del monachesimo e si entrerà con lui anche nei monasteri di Geghard e Tatev dove per arrivarci si prende la funivia più lunga del mondo. Il viaggio proseguirà, quindi, a Yerevan, la capitale del Paese, dove don Marco commenterà il Vangelo dal memoriale del genocidio. Le ultime due saranno “due puntate armene” in Italia: la conversazione con Antonia Arslan, scrittrice italo-armena, e l’ultima nell’isola veneziana di san Lazzaro, dove da secoli c’è una presenza armena nel monastero.

A raccontarci questa esperienza è Laura Misiti, una delle responsabili del programma: “A Sua Immagine ci regalerà un altro prezioso viaggio, per lo sguardo e per lo spirito. Dopo i pellegrinaggi in Terra Santa e Giordania realizzati con l’Opera Romana Pellegrinaggi, sarà la volta dell’Armenia, nuovamente in marcia, a partire dal tempo d’Avvento, come pellegrini alle sorgenti della nostra fede. L’attesa, infatti, è cammino”.

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Giorgio Petrosyan ‘contro’ ius soli/ Re kickboxing “cittadinanza solo per chi merita” (Ilsussidiario 25.11.19)

Da un tir al freddo e al gelo fino al regno incontrastato della kickboxing: è Giorgio Petrosyan, una storia incredibile che lo accumuna al fratello Armen nella fuga rocambolesca dall’Armenia in guerra nel 1998. Oggi Giorgio è il re della kickboxing mondiale, multi milionario ma mai dimentico delle condizioni e delle origini umili da cui proviene: «Dopo essere finito alla Caritas di Gorizia con lo status di rifugiato politico, in attesa di un permesso di soggiorno, il sognatore Giorgio che si procurava da mangiare lavorando come lavavetri, alla fine su quel ring ci è salito, portando con sé la rabbia degli ultimi, dei disperati, dei miserabili», ben ricorda Il Giornale che oggi lo ha intervistato esaltando quel campione del mondo dalle origini tanto umili quanto disperate. Il prossimo 1 febbraio proprio a Milano, città che lo ha accolto dopo la fuga clandestina dall’Armenia, Giorgio Petrosyan difenderà il titolo di campione del mondo: «oggi è casa mia. In Italia la kickboxing si sta diffondendo sempre di più. Adesso è conosciuta tra i giovani. Quando ci sono eventi nei palazzetti, questi sono sempre pieni e ci sono tanti bambini. Come in Asia, dove è anche il primo sport e dove è nata questa disciplina (originaria del Giappone e poi diffusasi negli Usa, la kickboxing coniuga il calcio tipico delle arti marziali con i pugni della boxe».

PETROSYAN, TRA BALOTELLI E IUS SOLI

Non mancano gli spunti nella bella intervista di Arcobelli su Il Giornale che vanno ben oltre alla kickboxing, a cominciare dall’amicizia che lega Giorgio Petrosyan alla superstar Mario Balotelli: «Mario è un amico, ha un gran fisico e se la cava bene nella kick. Io però non seguo molto il calcio, ma quello che posso dire è che nel nostro mondo ci sono solo applausi e niente gestacci. Il nostro è uno sport sano dove ci sono delle regole da rispettare». Proprio per le sue origini, per la sua difficile risalita verso una conquista sociale, non manca la domanda finale a Petrosyan sul complicato tempo della cittadinanza dopo l’ipotesi del Pd di rilanciare Ius soli e Ius culturae nei prossimi lavori della legislatura post-Manovra: «La cittadinanza la deve ottenere chi la merita davvero. Io l’ ho ottenuta nel 2014 dopo tanti sacrifici. In questo periodo si parla tanto di stranieri, ma non siamo tutti uguali: chi sbaglia deve pagare, punto. Perché ci sono stranieri che sono qui e lavorano e meritano la cittadinanza, e c’ è chi ce l’ ha e va in giro solo a fare casino?», è il “colpo da ko” del campione del mondo dalle origini armene.

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Concerto e conferenza sulla figura di Padre Komitas (Arezzonotizie 25.11.19)

 

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Comunicato stampa: Della mia dolce Armenia, evento a cura dell’Associazione D.I.M.A. per i 150 anni dalla nascita di Komitas. Mostra fotografica e concerto.

Con Della mia dolce Armenia D.I.M.A. da vita a una serie di eventi nei quali, mantenendo la centralità della musica, si intreccia alla storia, alla poesia e alla letteratura che hanno contribuito a ispirarla. In una visione umana più profonda e consapevole il linguaggio della musica e delle immagini unito al racconto, diventano chiave di lettura viva della stessa musica e di storie vicine e lontane che aiutano a capire il mondo in cui viviamo.

Sabato 7 dicembre 2019 l’Associazione Culturale D.I.M.A. di Arezzo, in collaborazione con Armonica Onlus di Roma, ospiterà l’evento della serie Gli Incontri di D.I.M.A. – XVIII° edizione Della mia dolce Armenia, organizzato in occasione dei 150 anni dalla nascita di Padre Komitas, intellettuale, musicista ed etnomusicologo armeno, simbolo del paese caucasico.
La giornata prevederà una serie di iniziative, nello specifico l’inaugurazione della mostra fotografica a cura di Andrea Ulivi (visitabile dal 7 al 22 dicembre nei locali di Casa Petrarca), una conferenza a cura di Carlo Coppola sulla figura di Padre Komitas e il concerto Della mia dolce Armenia con Agnessa Gyurdzhyan, soprano e Lilit Khachatryan, pianoforte.

L’evento, coinvolgerà anche gli alunni del Liceo Scientifico Statale “F. Redi” di Arezzo in un progetto di alternanza scuola-lavoro: i giovani studenti infatti, a seguito di un’approfondita formazione, saranno le guide della mostra fotografica che si terrà dal 7 al 22 dicembre.
Sarà possibile visitare la mostra su prenotazione all’indirizzo email info@dimamusicarezzo.com oppure telefonando al +39 3772994923 (al pomeriggio dalle ore 15 alle 19).

Mostra fotografica, a cura di Andrea Ulivi. Inaugurazione sabato 7 dicembre ore 16.30, Casa Petrarca.

Una serie di immagini in bianco e nero, quelle di Andrea Ulivi, che hanno come tema l’Armenia. La mostra comprende circa quaranta fotografie scattate dal 2009 al 2014. Il suo obiettivo è di indagare quei luoghi e offrirsi all’anima di quel popolo. Due i grandi temi toccati: la vita di un popolo antichissimo e i luoghi a questo popolo sacri, i luoghi che hanno costituito la sua identità, la sua armenità, la sua spiritualità: “Fotografare i luoghi affinché questi stessi luoghi non ci dimentichino. Non fotografo i luoghi per ricordarli, ma per essere; perché questi luoghi non ci dimentichino, là dove lasciamo le nostre tracce come in un deserto”.

Andrea Ulivi (Firenze, 1960) è fotografo, editore e docente. Nel 1998 fonda a Firenze la casa editrice Edizioni della Meridiana. In campo fotografico ha realizzato mostre personali tra cui Zona Tarkovskij, San Miniato. Una porta di speranza, Luce armena, Della mia dolce Armenia, Immagini dal Silenzio, oltre ad aver pubblicato numerosi volumi fotografici. ha esposto in Italia, Armenia, Europa, Stati Uniti. È curatore per l’Italia degli scritti del regista Andrej Tarkovskij. È fotografo di scena, membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione Vittorio e Piero Alinari, curatore dell’Istituto Internazionale Andrej Tarkovskij. Insegna presso la Scuola di Editoria di Firenze. Vive e lavora a Firenze.

Conferenza e introduzione al concerto, a cura di Carlo Coppola ore 17.30, Casa Petrarca.

Dottore di Ricerca in Italianistica presso l’Università di Bari, si occupa di Storia della Diaspora Armena in Italia dal Medioevo al Genocidio del 1915. Con il Centro Studi “Hrand Nazariantz” che presiede tiene abitualmente presentazioni e conferenze sulla cultura armena antica e contemporanea. Principali pubblicazioni: Hrand Nazantz: tracce di una doverosa biografia (2012), Profughi armeni a Bari tra istituzioni filantropiche e Chiesa cattolica nella crisi degli anni Trenta (2014)  l’edizione critica di Nella terra del terrore il Martirio dell’Armenia di Henri Barby (2016). Il 3 settembre 2018 il Presidente della Repubblica di Armenia Armen Sarkissian gli ha concesso la Cittadinanza della Repubblica di Armenia. Approfondirà e contestualizzerà la figura di Komitas non solo come musicista, intellettuale ed etnomusicologo ma anche da una prospettiva storico-sociale.

Concerto Della mia dolce Armenia, a seguito della conferenza.

Un viaggio musicale nella cultura armena alla scoperta del repertorio per voce e pianoforte di Komitas. Un concerto per festeggiare il 150esimo anniversario dalla nascita del compositore proponendo una scelta rappresentativa dell’opera laica. Padre Komitas, emblema della cultura armena ma figura sconosciuta al mondo occidentale, svolse un lavoro etnomusicologico importantissimo tramandando la musica popolare attraverso una serie di registrazioni e trascrizioni realizzate da lui stesso. Raccolse un patrimonio immenso che comprendeva canti legati alla coltivazione dei campi, canti patriottici, canti d’amore, canti rituali per nozze, danze e anche ninna nanne.

Agnessa Gyurdzhyan soprano e Lilit Khachatryan pianista, entrambe di origine armena, condurranno il pubblico in questo affascinante viaggio nella musica di Komitas.

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Intervista con il premier armeno: «Aiutare i siriani che soffrono è per noi un dovere morale» (Cds 24.11.19)

Il premier Nikol Pashinyan al Corriere su medici e sminatori mandati nella Siria in guerra: «I suoi abitanti salvarono persone dell’Armenia durante il genocidio compiuto dall’Impero Ottomano» – Sull’Italia che ha tra i primi fornitori di energia l’Azerbaijan, nemico nel conflitto per il Nagorno-Karabakh: « Presto il vostro primo fornitore sarà il sole»
Se le frontiere tra Armenia e Turchia fossero aperte e voi armeni poteste attraversare il territorio turco, il suo Paese disterebbe dalla Siria mezza giornata di auto. Che cos’è per voi adesso la Siria?

«Una terra da aiutare. Per noi è innanzitutto una questione di aiuti umanitari. Il nostro Paese all’inizio dell’anno ha mandato lì una missione apposita: personale sanitario, sminatori civili».

Quella in Siria è una delle comunità importanti della vostra diaspora, formata in totale nel mondo da circa nove milioni di persone. Quanti profughi siriani hanno trovato rifugio da voi?

«Ventimila. E siamo tre milioni di abitanti. Assistere i rifugiati siriani per noi è una sorta di missione morale».

Risponde così Nikol Pashinyan, primo ministro di Armenia, quando si parla di una delle guerre più lunghe di questo secolo, quella cominciata nel 2011 come rivolta popolare contro il regime del raìs di Damasco Bashar el Assad, diventata presto guerra civile e poi resa scontro internazionale tra Stati da interventi palesi o coperti di alcuni vicini e potenze lontane. Ex giornalista, 44 anni, attivo una decina di anni fa di campagne contro assetti politici armeni che gli sono costati quattro mesi di latitanza e undici di carcere, protagonista nel 2018 del terremoto elettorale chiamato a Erevan «rivoluzione di velluto» – espressione già impiegata per Praga nel 1989 – Pashinyan è stato ricevuto venerdì scorso dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Ed è ripartito dopo una visita in Italia di tre giorni.

Il suo Paese ha una storia incastrata per molto tempo tra due imperi dissolti: la Turchia, dalla quale è stata sanguinosamente colpita nella fase finale dell’Impero Ottomano, e l’Unione Sovietica. Fu il frantumarsi del potere sovietico, di fatto imperiale anche se non si definiva così, a togliere il freno alla guerra tra Armenia e Azerbaijan, entrambe repubbliche dell’Urss, per il Nagorno-Karabakh, un’enclave a maggioranza armena oltre i confini azeri. Nessun risolutivo accordo di pace è ancora riuscito a spegnere del tutto questo conflitto. Nonostante la guerra, la vita di entrambi i Paesi ha anche una routine fatta di esportazioni, affari, diplomazia. E questi passano, tra l’altro, per l’Italia.

Può spiegare perché aiutare siriani è per gli armeni una sorta di missione morale?

«Ai tempi dell’Impero Ottomano il popolo siriano salvò tanti armeni dalle forze militari imperiali. Perciò in questi tempi nei quali i siriani soffrono noi non potremmo stare in disparte. Sono felice che possiamo onorare il nostro debito morale. Il nostro personale medico ha eseguito numerosi interventi chirurgici. Tante donne e tanti bambini siriani sono stati curati da medici armeni. A bambini siriani sono stati procurati spazi nei quali possano giocare in sicurezza».

Che cosa vi preoccupa di più adesso guardando verso la Siria?

«Siamo preoccupati dall’invasione turca. L’abbiamo condannata. Crediamo che la comunità internazionale debba intraprendere azioni affinché le forze turche oggi in Siria siano riportate indietro, in territorio turco».

La Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti ha riconosciuto che i massacri e le persecuzioni commesse dall’Impero Ottomano contro il vostro popolo costituirono un genocidio. Questo che cosa cambia per voi?

«È molto, molto importante. Contribuisce a prevenire possibili ulteriori genocidi. In più questo tipo di decisioni sta cambiando l’atmosfera nella nostra regione. Sono un messaggio: politiche altrettanto aggressive non sarebbero accettate dalla comunità internazionale. Più di un secolo dopo il genocidio la Turchia è percepita ancora dagli armeni come possibile minaccia per la nostra sicurezza. E da circa trenta anni il nostro confine è chiuso dalla parte turca, non dalla nostra. Dal lato armeno è aperto».

Riprenderebbe le relazioni diplomatiche con Ankara?

«Abbiamo detto e ripeto che siamo pronti a riallacciare relazioni diplomatiche con la Turchia senza alcuna precondizione. Non riteniamo il riconoscimento internazionale del genocidio armeno una precondizione per i nostri rapporti con la Turchia. Quello è un processo molto importante che conta non nei nostri rapporti con loro, ma, come dicevo, per una prevenzione globale dei genocidi».

Oggi nel mondo vediamo odio nei social network, episodi di antisemitismo in Francia e altrove, violenze e abusi contro cristiani in parti di Medio Oriente e Africa, casi di razzismo verso profughi e migranti. Dal punto di vista di chi governa un Paese che ha conosciuto un genocidio e ha una diaspora, c’è qualcosa della quale dovremmo essere consapevoli e che non consideriamo a sufficienza?

«Talvolta purtroppo distinguiamo le situazioni molto tardi, quando qualcosa è già andato fuori controllo. Esprimo la mia gratitudine alla Camera dei deputati italiana per aver riconosciuto il genocidio armeno come tale. Noi ci diamo da fare con i nostri partner stranieri per avere il più possibile di riconoscimenti del genere e per ottenerne a livello globale. Però risponderei alla sua domanda collegandola alla nostra situazione attuale. Lei cita l’antisemitismo in Francia e altrove: l’Europa adesso ne è consapevole. Ma nella nostra parte di mondo, per esempio in Azerbaijan, abbiamo un ampio fenomeno di armenofobia. I Paesi europei non ne sono abbastanza informati».

A che cosa si riferisce?

«Per esempio alla finale della Europe Ligue giocata nella primavera scorsa a Baku, capitale dell’Azerbaijan. L’ex giocatore dell’Arsenal, e oggi della Roma, Henrikh Mkhitaryan non poté partecipare. Perché? Perché il suo cognome armeno è un grosso problema in Azerbaijan. Tifosi europei che indossavano magliette dedicate a lui vennero fermati dalla polizia. Una settimana fa un autista, cittadino dell’Azerbaijan, è stato arrestato soltanto perché ascoltava una canzone di un musicista armeno. E l’anno scorso abbiamo avuto casi di cittadini americani, russi, turchi non autorizzati a entrare in Azerbaijan perché avevano cognomi che suonavano armeni. Come si collega questa situazione con la politica ufficiale del governo dell’Azerbaijan?».

L’Azerbaijan accusa voi di aggressione militare per il Nagorno-Karabakh e afferma che lei è particolarmente duro.

«Un ufficiale delle forze armate armene, Gurgen Margarian, venne ucciso a colpi di ascia da un ufficiale azero, Ramil Safarov, mentre stava dormendo. Entrambi erano a Budapest per un seminario della Nato. Fu nel 2004. Pochi anni dopo essere stato condannato all’ergastolo in Ungheria, l’ufficiale azero è stato estradato nel suo Paese. Nella sua patria è stato accolto come eroe nazionale, ha ricevuto la grazia dal presidente Ilham Aliyev, è stato promosso e gli è stato assicurato un appartamento a Baku».

Sulla storia e le sue conseguenze, anche terribili, le vostre valutazioni e quelle dell’Azerbaijan divergono. Da tanto tempo.

«Abbiamo un conflitto e andrebbe risolto. Quando diventai premier proposi una formula. Dissi che ogni soluzione doveva essere accettata dal popolo dell’Armenia, dal popolo del Nagorno-Karabakh e dal popolo dell’Azerbaijan. Sono stato l’unico leader armeno a pronunciarsi così. Ho avuto pesanti critiche nel mio Paese. Molti hanno detto: perché il leader armeno dovrebbe prendersi cura del popolo dell’Azerbaijan?»

La distanza fra le vostre posizioni mi ricorda una osservazione che ascoltai da Shimon Peres, ex presidente di Israele ed ex premier laburista: «L’errore compiuto spesso dalla gente è di credere che un processo di pace cominci come lieto fine. Parte invece da situazioni oscure». Con popoli che si combattono.

«Una soluzione può reggere se considera le tre parti in conflitto. Speravo che il presidente Aliev pronunciasse dichiarazioni analoghe alle mie. Aspetto da oltre un anno e non ne ho notizia. Ma se lo farà avremo un vero progresso nei negoziati. Spero che i partner europei e il gruppo di Minsk dei presidenti incoraggino Aliev ad accogliere questa formula: ogni soluzione del Nagorno-Karabakh dovrebbe essere accettata dai popoli di Armenia, Nagorno-Karabakh e Azerbaijan. Comprenderei che il presidente azero prima di tutti citasse il popolo azero. Andrebbe bene».

L’Azerbaijan è uno dei principali fornitori di energia per l’Italia. Costituisce un problema per le vostre relazioni con il nostro Paese?

«Abbiamo relazioni abbastanza buone e speriamo di renderle anche migliori. Ma direi che l’Azerbaijan non è un fornitore di energia. Lo è di petrolio e gas. Oggi il significato della parola “energia” sta cambiando molto rapidamente. Presto per l’Italia e dovunque il principale fornitore di energia sarà il sole. Dunque dobbiamo considerare i fatti e il futuro».

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Se le frontiere tra Armenia e Turchia fossero aperte e voi armeni poteste attraversare il territorio turco, il suo Paese disterebbe dalla Siria mezza giornata di auto. Che cos’è per voi adesso la Siria?

«Una terra da aiutare. Per noi è innanzitutto una questione di aiuti umanitari. Il nostro Paese all’inizio dell’anno ha mandato lì una missione apposita: personale sanitario, sminatori civili».

Quella in Siria è una delle comunità importanti della vostra diaspora, formata in totale nel mondo da circa nove milioni di persone. Quanti profughi siriani hanno trovato rifugio da voi?

«Ventimila. E siamo tre milioni di abitanti. Assistere i rifugiati siriani per noi è una sorta di missione morale».

Risponde così Nikol Pashinyan, primo ministro di Armenia, quando si parla di una delle guerre più lunghe di questo secolo, quella cominciata nel 2011 come rivolta popolare contro il regime del raìs di Damasco Bashar el Assad, diventata presto guerra civile e poi resa scontro internazionale tra Stati da interventi palesi o coperti di alcuni vicini e potenze lontane. Ex giornalista, 44 anni, attivo una decina di anni fa di campagne contro assetti politici armeni che gli sono costati quattro mesi di latitanza e undici di carcere, protagonista nel 2018 del terremoto elettorale chiamato a Erevan «rivoluzione di velluto» – espressione già impiegata per Praga nel 1989 – Pashinyan è stato ricevuto venerdì scorso dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Ed è ripartito dopo una visita in Italia di tre giorni.

Il suo Paese ha una storia incastrata per molto tempo tra due imperi dissolti: la Turchia, dalla quale è stata sanguinosamente colpita nella fase finale dell’Impero Ottomano, e l’Unione Sovietica. Fu il frantumarsi del potere sovietico, di fatto imperiale anche se non si definiva così, a togliere il freno alla guerra tra Armenia e Azerbaijan, entrambe repubbliche dell’Urss, per il Nagorno-Karabakh, un’enclave a maggioranza armena oltre i confini azeri. Nessun risolutivo accordo di pace è ancora riuscito a spegnere del tutto questo conflitto. Nonostante la guerra, la vita di entrambi i Paesi ha anche una routine fatta di esportazioni, affari, diplomazia. E questi passano, tra l’altro, per l’Italia.

Può spiegare perché aiutare siriani è per gli armeni una sorta di missione morale?

«Ai tempi dell’Impero Ottomano il popolo siriano salvò tanti armeni dalle forze militari imperiali. Perciò in questi tempi nei quali i siriani soffrono noi non potremmo stare in disparte. Sono felice che possiamo onorare il nostro debito morale. Il nostro personale medico ha eseguito numerosi interventi chirurgici. Tante donne e tanti bambini siriani sono stati curati da medici armeni. A bambini siriani sono stati procurati spazi nei quali possano giocare in sicurezza».

Che cosa vi preoccupa di più adesso guardando verso la Siria?

«Siamo preoccupati dall’invasione turca. L’abbiamo condannata. Crediamo che la comunità internazionale debba intraprendere azioni affinché le forze turche oggi in Siria siano riportate indietro, in territorio turco».

La Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti ha riconosciuto che i massacri e le persecuzioni commesse dall’Impero Ottomano contro il vostro popolo costituirono un genocidio. Questo che cosa cambia per voi?

«È molto, molto importante. Contribuisce a prevenire possibili ulteriori genocidi. In più questo tipo di decisioni sta cambiando l’atmosfera nella nostra regione. Sono un messaggio: politiche altrettanto aggressive non sarebbero accettate dalla comunità internazionale. Più di un secolo dopo il genocidio la Turchia è percepita ancora dagli armeni come possibile minaccia per la nostra sicurezza. E da circa trenta anni il nostro confine è chiuso dalla parte turca, non dalla nostra. Dal lato armeno è aperto».

Riprenderebbe le relazioni diplomatiche con Ankara?

«Abbiamo detto e ripeto che siamo pronti a riallacciare relazioni diplomatiche con la Turchia senza alcuna precondizione. Non riteniamo il riconoscimento internazionale del genocidio armeno una precondizione per i nostri rapporti con la Turchia. Quello è un processo molto importante che conta non nei nostri rapporti con loro, ma, come dicevo, per una prevenzione globale dei genocidi».

Oggi nel mondo vediamo odio nei social network, episodi di antisemitismo in Francia e altrove, violenze e abusi contro cristiani in parti di Medio Oriente e Africa, casi di razzismo verso profughi e migranti. Dal punto di vista di chi governa un Paese che ha conosciuto un genocidio e ha una diaspora, c’è qualcosa della quale dovremmo essere consapevoli e che non consideriamo a sufficienza?

«Talvolta purtroppo distinguiamo le situazioni molto tardi, quando qualcosa è già andato fuori controllo. Esprimo la mia gratitudine alla Camera dei deputati italiana per aver riconosciuto il genocidio armeno come tale. Noi ci diamo da fare con i nostri partner stranieri per avere il più possibile di riconoscimenti del genere e per ottenerne a livello globale. Però risponderei alla sua domanda collegandola alla nostra situazione attuale. Lei cita l’antisemitismo in Francia e altrove: l’Europa adesso ne è consapevole. Ma nella nostra parte di mondo, per esempio in Azerbaijan, abbiamo un ampio fenomeno di armenofobia. I Paesi europei non ne sono abbastanza informati».

A che cosa si riferisce?

«Per esempio alla finale della Europe Ligue giocata nella primavera scorsa a Baku, capitale dell’Azerbaijan. L’ex giocatore dell’Arsenal, e oggi della Roma, Henrikh Mkhitaryan non poté partecipare. Perché? Perché il suo cognome armeno è un grosso problema in Azerbaijan. Tifosi europei che indossavano magliette dedicate a lui vennero fermati dalla polizia. Una settimana fa un autista, cittadino dell’Azerbaijan, è stato arrestato soltanto perché ascoltava una canzone di un musicista armeno. E l’anno scorso abbiamo avuto casi di cittadini americani, russi, turchi non autorizzati a entrare in Azerbaijan perché avevano cognomi che suonavano armeni. Come si collega questa situazione con la politica ufficiale del governo dell’Azerbaijan?».

L’Azerbaijan accusa voi di aggressione militare per il Nagorno-Karabakh e afferma che lei è particolarmente duro.

«Un ufficiale delle forze armate armene, Gurgen Margarian, venne ucciso a colpi di ascia da un ufficiale azero, Ramil Safarov, mentre stava dormendo. Entrambi erano a Budapest per un seminario della Nato. Fu nel 2004. Pochi anni dopo essere stato condannato all’ergastolo in Ungheria, l’ufficiale azero è stato estradato nel suo Paese. Nella sua patria è stato accolto come eroe nazionale, ha ricevuto la grazia dal presidente Ilham Aliyev, è stato promosso e gli è stato assicurato un appartamento a Baku».

Sulla storia e le sue conseguenze, anche terribili, le vostre valutazioni e quelle dell’Azerbaijan divergono. Da tanto tempo.

«Abbiamo un conflitto e andrebbe risolto. Quando diventai premier proposi una formula. Dissi che ogni soluzione doveva essere accettata dal popolo dell’Armenia, dal popolo del Nagorno-Karabakh e dal popolo dell’Azerbaijan. Sono stato l’unico leader armeno a pronunciarsi così. Ho avuto pesanti critiche nel mio Paese. Molti hanno detto: perché il leader armeno dovrebbe prendersi cura del popolo dell’Azerbaijan?»

La distanza fra le vostre posizioni mi ricorda una osservazione che ascoltai da Shimon Peres, ex presidente di Israele ed ex premier laburista: «L’errore compiuto spesso dalla gente è di credere che un processo di pace cominci come lieto fine. Parte invece da situazioni oscure». Con popoli che si combattono.

«Una soluzione può reggere se considera le tre parti in conflitto. Speravo che il presidente Aliev pronunciasse dichiarazioni analoghe alle mie. Aspetto da oltre un anno e non ne ho notizia. Ma se lo farà avremo un vero progresso nei negoziati. Spero che i partner europei e il gruppo di Minsk dei presidenti incoraggino Aliev ad accogliere questa formula: ogni soluzione del Nagorno-Karabakh dovrebbe essere accettata dai popoli di Armenia, Nagorno-Karabakh e Azerbaijan. Comprenderei che il presidente azero prima di tutti citasse il popolo azero. Andrebbe bene».

L’Azerbaijan è uno dei principali fornitori di energia per l’Italia. Costituisce un problema per le vostre relazioni con il nostro Paese?

«Abbiamo relazioni abbastanza buone e speriamo di renderle anche migliori. Ma direi che l’Azerbaijan non è un fornitore di energia. Lo è di petrolio e gas. Oggi il significato della parola “energia” sta cambiando molto rapidamente. Presto per l’Italia e dovunque il principale fornitore di energia sarà il sole. Dunque dobbiamo considerare i fatti e il futuro».

USA-Turchia: bloccata la risoluzione sul genocidio degli armeni (Sicurezzainternazionale.luiss.it 22.11.19)

Un membro repubblicano del Senato degli Stati Uniti ha bloccato una risoluzione per il riconoscimento del “genocidio degli armeni” attuato dalla Turchia un secolo fa. La misura rischierebbe di complicare ulteriormente i rapporti tra Washington e Ankara. 

Il senatore David Perdue ha impedito l’approvazione della risoluzione, nata da uno sforzo bipartisan, sostenendo che il passaggio di tale misura in un periodo così delicato “avrebbe minato l’impegno dell’amministrazione Trump per superare le sfide reali delle nostre relazioni bilaterali con la Turchia”. La posizione di Perdue ha causato la rabbia del senatore democratico Robert Menendez, che sostiene fortemente tale risoluzione. “È sorprendente per me che la più grande superpotenza sulla faccia della terra non riesca proprio a dire una verità storica”, ha affermato il senatore democratico. Menendez ha aggiunto che sta insistendo per il riconoscimento di tali atrocità da più di un decennio. “Non ho intenzione di cedere”, ha affermato.

I precedenti tentativi di approvare una risoluzione simile erano falliti a causa dell’opposizione diplomatica turca. La Turchia ammette che molti armeni sono morti a causa di scontri etnici e deportazioni, tra il 1915 e il 1917, durante la prima guerra mondiale. Tuttavia, si oppone con vigore alla definizione di tali morti come “genocidio” e contesta le cifre, sostenendo che abbiano perso la vita non più di qualche centinaia di migliaia di persone. Tale massacro era stato perpetrato dai “Giovani Turchi”, un movimento politico che ha favorito il passaggio dall’Impero Ottomano alla moderna Turchia e di cui faceva parte Mustafa Kemal Atatürk, il padre della patria, considerato un eroe nazionale turco. Riconoscere il genocidio degli armeni, per Ankara, significherebbe ammettere che le fondamenta della Turchia moderna giacciono su un crimine internazionale.

Il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu ha condannato la risoluzione statunitense, sostenendo che fosse “nulla”. “Questa vergognosa decisione di coloro che sfruttano la storia in politica è nulla per il nostro governo e il nostro popolo”, ha twittato Cavusoglu. Nel 2017, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, aveva criticato gli omicidi come “una delle peggiori atrocità di massa del 20° secolo”, ma aveva poi smesso di usare la parola genocidio, in linea con la pratica statunitense. Anche Barack Obama, prima di essere eletto, si era impegnato a riconoscere il “genocidio”, ma non rispetto tale promessa durante i suoi due mandati. Il primo ministro dell’Armenia, Nikol Pashinyan, ha reagito con entusiasmo alla decisione della Camera dei Rappresentanti USA. Con un post su Twitter ha dichiarato che si è trattato di “un coraggioso passo verso il servizio della verità e della giustizia storica che offre conforto anche a milioni di discendenti dei sopravvissuti al genocidio armeno”.

Leggi Sicurezza Internazionale, il primo quotidiano italiano interamente dedicato alla politica internazionale

Maria Grazia Rutigliano

Italia-Armenia: incontro Conte-Pashinyan, focus partenariato Ue e scenario internazionale (Agenzianova 22.11.19)

Roma, 22 nov 15:08 – (Agenzia Nova) – L’incontro di oggi a Roma tra i capi di governo di Italia e Armenia, Giuseppe Conte e Nikol Pashinyan, si è incentrato prevalentemente sul futuro del partenariato tra il paese caucasico e l’Unione europea e sulle questioni più importanti all’interno dello scenario internazionale. Lo ha dichiarato il capo del governo di Erevan durante la conferenza stampa congiunta organizzata al termine dei colloqui. “Diamo grande importanza al sostegno dell’Italia nei confronti di una maggiore cooperazione tra l’Armenia e l’Unione europea, soprattutto nel quadro del processo di liberalizzazione dei visti per i cittadini armeni”, ha detto Pashinyan, valutando positivamente la collaborazione tra militari italiani e armeni in Libano. “Abbiamo poi dedicato particolare attenzione alla situazione in Siria, esprimendo la nostra preoccupazione per l’invasione delle regioni settentrionali del paese da parte della Turchia”, ha aggiunto il premier, auspicando un ulteriore rafforzamento dei rapporti e della cooperazione bilaterale con l’Italia a seguito dell’incontro di oggi. (Ems)

Armenia, ecco chi e come investe in energia nel paese (energiaoltre.it 21.11.19)

Tra le prime realtà italiane in Armenia si possono citare Renco che ha avviato la nuova centrale di cogenerazione a gas di Yerevan e ContourGlobal che sta completando la modernizzazione del sito di Vorotan, principale complesso idroelettrico del Paese.

L’Italia guarda sempre più verso l’Armenia per aprire i mercati dell’export. L’occasione è rappresentata dalla visita del premier armeno Nikol Pashinyan, accompagnato dal ministro dell’Economia Tigran Khachatryan e dal vicepresidente della Banca centrale Nerses Yeritsyan in Italia, presso la sede di Mediobanca.

OBIETTIVO EXPORT PER L’ITALIA

L’obiettivo, naturalmente, è quello di promuovere l’interesse dell’imprenditoria italiana nei confronti del paese, da un lato porta di ingresso verso i mercati dell’Unione Economica Eurasiatica ma anche quello che ha il rapporto di partnership cosiddetta ‘deep and comprensive’ più stretto con l’Unione Europea che le dà la possibilità di partecipare addirittura a numerosi programmi promossi e cofinanziati dall’Ue.

IL SETTORE ENERGIA UNO DEI PIU’ PROMETTENTI. RENCO TRA LE PRIME A INVESTIRE

I settori di potenziale interesse in Armenia sono svariati per le aziende italiane interessate a investire. Dall’energia all’agroalimentare fino al tessile. Per quanto riguarda il settore dell’energia, aperto da tempo al mercato internazionale, gli operatori italiani sono già presenti numerosi. L’italiana Renco, ad esempio, in joint venture con Siemens, ha avviato quest’anno la nuova centrale di cogenerazione a gas di Yerevan (240 Megawatt).Mentre la ContourGlobal sta completando la modernizzazione del sito di Vorotan, principale complesso idroelettrico del Paese.

PRESENTI ANCHE NUMEROSI OPERATORI STRANIERI

Tra gli operatori stranieri, è presente il gruppo Rosatom che ha recentemente riattivato l’unica unità nucleare rimasta attiva (440 Megawatt) della centrale di Metamor la cui vita utile è stata prolungata fino al 2026. Mentre l’olandese Fotowario Renewable si è aggiudicata la gara per costruire a Masrik il primo impianto fotovoltaico di grandi dimensioni (54 Megawatt).

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Mostra Fotografica e Conferenza “Armenia tra Passato e Presente” a Bari (Puglianews24 21.11.19)

BARI – Il centro culturale Casa Mandela di Bari e l’Associazione Armeni Apulia comunicano che il prossimo venerdì 22 novembre alle ore 19,00 presso la sede di Casa Mandela in via Carulli 136 sarà inaugurata la mostra fotografica Armenia: tra passato e presente a cura di Kegham J. Boloyan.

Sarà l’occasione per parlare del popolo Armeno, della sua millenaria cultura, dei suoi valori e degli aspetti più significativi dell’attuale Repubblica di Armenia, indipendente dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica.

Insieme al curatore della mostra Kegham J. Boloyan, armeno-siriano e arabista dell’Università del Salento, interverranno Habib Kouadio e Rupen Timurian responsabili delle rispettive associazioni, e gli studiosi Carlo Coppola, Mariam Siranusc Quaranta, Angela M. Rutigliano.

Ad allietare la serata saranno eseguite danze popolari armene a cura dell’Associazione ArtiDea cultura Bari e una degustazione del famoso baklavà/paklavà dolce nazionale armeno.


 

Danni a San Lazzaro degli Armeni, il premier d’Armenia in visita all’isola veneziana (Ilgazzettino 20.11.9)

VENEZIA – Il primo ministro dell’Armenia Nikol Pashinyan si è recato oggi in visita al Monastero Mechitarista sull’isola di San Lazzaro degli Armeni Venezia per constatare i danni causati dalle acque alte straordinarie della scorsa settimana. Ad accompagnarlo l’assessore comunale alla coesione sociale, Simone Venturini, il prefetto, Vittorio Zappalorto e l’arcivescovo Lévon Boghos Zékiyan. Il direttore della Soprintendenza archivistica e bibliografica del Veneto e del Trentino-Alto Adige, Eurosia Zuccolo Fanelli, presente al sopralluogo, ha fatto sapere che si procederà con un nuovo intervento di asciugatura, nonché di congelamento e liofilizzazione di ciò che è andato sott’acqua dei depositi librari che contengono documenti dal ‘700 ad oggi. Ha annunciato che il Mibact sta valutando di realizzare un progetto più ampio per la costruzione di una nuova biblioteca sull’isola che possa contenere l’intero fondo documentale mechitarista.

«Per noi – ha dichiarato Venturini – il popolo armeno e la congregazione mechitarista sono amici, fratelli, veneziani. Questa visita assume dunque anche un significato simbolico, perché rinnova il legame tra Venezia e l’Armenia e l’impegno a valorizzare sempre più questa straordinaria isola e i tesori che custodisce». L’assessore si è detto «profondamente dispiaciuto» per i danni subiti dall’isola nel suo insieme «ma sollevato nell’apprendere che i veri tesori che sono custoditi nella biblioteca e nella struttura museale e monumentale sono ben conservati e non hanno subito danni».

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(ANSA) – VENEZIA, 20 NOV – Il primo ministro dell’Armenia Nikol Pashinyan si è recato oggi in visita al Monastero Mechitarista sull’isola di San Lazzaro degli Armeni a Venezia per constatare i danni causati dalle acque alte straordinarie della scorsa settimana. Ad accompagnarlo l’assessore comunale alla coesione sociale, Simone Venturini, il prefetto, Vittorio Zappalorto e l’arcivescovo Lévon Boghos Zékiyan. Venturini si è detto “profondamente dispiaciuto” per i danni subiti dall’isola nel suo insieme “ma sollevato nell’apprendere che i veri tesori che sono custoditi nella biblioteca e nella struttura museale e monumentale sono ben conservati e non hanno subito danni”.
(ANSA).

La deriva turca spiegata con Hannah Arendt. Intervista a Cengiz Aktar (Alganews.it 20.11.19)

Cengiz Aktar è un noto docente di relazioni internazionali in Turchia, ha lavorato sia con l’ONU sia con l’UE, ma soprattutto era tra gli intellettuali turchi più vicini a Hrant Dink, il giornalista di origini armena assassinato nella sua Turchia. Fu allora che Aktar lanciò il suo appello, una richiesta di perdono agli armeni per l’insensibilità mostrata dal suo Paese nei confronti della Grande Catastrofe della quale furono vittime gli armeni ottomani nel 1915.

Aktar, già nel 2013 lei sostenne in un’intervista con Reset che il problema era il leader turco Erdoğan e non il suo partito, l’AKP. È stato lui a creare la “miscela esplosiva”, unendo il proprio autoritarismo al nazionalismo già di per sé autoritario in Turchia? 

Ricordo bene quello che dissi a Reset in quell’occasione e mi piace iniziare da qui se è vero che le cose cambiano vale la pena ricordare che all’inizio del millennio l’AKP era un partito politico veramente riformista, con una leadership collegiale, e in effetti i primi anni portarono a riforme impensabili, molto più profonde di quelle di Mustafa Kemal Atatürk. Ma già allora si poteva scorgere in Erdoğan una tendenza autoritaria, e ciò che era temuto in quel momento oggi è diventato realtà. Le cose sono cambiate drasticamente da allora e oggi siamo in un nuovo regime. Per me la migliore analisi del rapporto tra masse e potere è quella di Hannah Arendt. Poiché non esiste un totalitarismo senza il consenso delle masse, i sistemi totalitari derivano dal consenso delle masse. Il consenso e il sostegno che Erdoğan ha registrato nelle elezioni, specialmente in quelle recenti in cui il regime era già lontano da qualsiasi caratteristica democratica, parlano chiarissimo. Vorrei sottolineare che emerge un magma totalitario fatto di fanatismo religioso e nazionalismo. Diamo un’occhiata ai recenti, terribili sviluppi sul fronte siriano, l’assalto principalmente contro i curdi. La scelta della guerra fatta da Erdoğan ha il consenso dell’80% dei turchi, forse di più. E quelli che lo seguono non sostengono tutti quello che viene chiamato Islam politico, in realtà potrebbero non essere neanche praticanti musulmani, ma sono nazionalisti. Qui possiamo dire che l’Islam politico in Turchia oggi ha adottato l’ideologia dei nazionalisti del primo Novecento, dei tempi del partito del Progresso e dell’Unione. Questo partito, una volta pienamente responsabile del governo nel 1909, ha fatto ricorso al genocidio degli armeni ottomani, che consisteva in una “perfetta” pulizia etno-religiosa.

 

Siamo alla questione curda, che va bel al di là dei confini interessati dal conflitto in atto. Lei non crede che parlare genericamente di questione curda, in termini di solidarietà ai curdi, avalli l’idea di un sostegno a un altro stato etnico, che forse non è quel che si intende fare?  

 Ma come altro fare? Come altro esprimere solidarietà ad un popolo che ne ha assoluto bisogno? Questo è un dovere politico. Forse il punto importante da sottolineare è che qui sosteniamo l’esperimento del Rojava, che non è uno stato curdo, ma un esperimento di autogoverno federale che comprende anche arabi, armeni, assiri, yazidi e turcomanni di Siria. Quello del Rojava è stato un esperimento non etnico e secondo me è soprattutto questo carattere plurale che ha irritato molti in Turchia e certamente ha irritato Erdoğan. A differenza della natura decentralizzata dell’autogoverno del Rojava, la Turchia probabilmente anche più che in altri stati della regione è un paese altamente centralizzato. E sotto la morsa di Erdoğan è ancora più centralizzato, l’uomo è un micro-manager che vuole controllare qualsiasi cosa. L’esperienza del Rojava è in ogni caso l’antitesi del dominio totalitario di Erdoğan. Ecco perché ne ha un odio personale.

 

A questo riguardo, come è stata recepita dall’Islam turco e dalla società turca la dichiarazione sulla fratellanza di Abu Dhabi, firmata a febbraio da Papa Francesco e dall’imam di al-Azhar, lo sceicco al-Tayyeb? La sua idea di Rojava coincide infatti con la loro idea di Stati fondati sulla comune cittadinanza, nel nome di una legge laica e condivisa. È un’altra idea di nazione, che archivia anche nell’Islam l’idea di millet e conduce alla nazione dei cittadini, dove il popolo non è un dato etnico o religioso ma territoriale.

Non credo che deluderò o sorprenderò nessuno dicendo che per i turchi e per l’Islam turco ciò che è accaduto ad Abu Dhabi è un non-evento. Nessuno ha parlato della Dichiarazione qui, tranne quando alcuni ultra-cattolici hanno criticato il Papa per questa iniziativa. Non dovrebbe sorprendere perché in uno dei paesi con la più alta percentuale di musulmani al mondo, la Turchia, non esiste un solo pensatore o teologo musulmano riconosciuto fuori dai confini nazionali. Non partecipano a conferenze o incontri di dialogo perché non sono interessati; sono parrocchiali, isolati. Al tempo dell’Impero ottomano non era così, e forse questo parrocchialismo è un prodotto della nazionalizzazione della religione da parte di Ataturk. L’Islam sunnita era così strettamente controllato dallo Stato che divenne sotterraneo e difensivo.

https://www.reset.it/caffe-europa/la-deriva-turca-spiegata-con-hannah-arendt-intervista-a-cengiz-aktar?fbclid=IwAR3WDsjC2Tnth9rHOUTnwTVerZJzgPUD0-r2yx2bHdKRTkpp0DhRyWP_qqo