Armenia. Nella giovane repubblica un vino millenario diventa occasione di sviluppo (Gambero Rosso 13.11.19)

iaggio in Armenia, popolo lontano eppure vicino come non si crederebbe. Dove la cultura del vino e della vite hanno ripreso a stimolare idee e passioni animando un movimento che guarda ben oltre le cantine e le vigne. Nel mensile di novembre del Gambero Rosso abbiamo intrapreso un viaggio sorprendente tra sapori e calici inaspettati grazie a un agricoltore iraniano e un enologo italiano che ci hanno indicato la via. Qui un’anticipazione.

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L’Armenia

L’Armenia non è certo vicina: dista dall’Italia quasi tremila chilometri in linea d’aria, quattromila via terra. Ai piedi del Caucaso c’è oggi questo piccolo stato di circa tre milioni di persone, culla e rifugio di un popolo glorioso e industrioso, che un tempo dominava tra Mar Nero e Mar Caspio, e che arrivava a toccare le sponde del Mediterraneo. Siamo al confine tra Asia ed Europa, poco lontano dal Monte Ararat, simbolo del paese, (che però oggi è in territorio turco), dove la leggenda vuole che approdasse l’Arca di Noè dopo il diluvio.

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Fu proprio un nipote di Noè, Haik, che secondo le antiche saghe si stabilì ai piedi del Monte, sconfisse in battaglia il re assiro Nimrod e diede inizio all’avventura di questo popolo. Hayastan, la terra di Haik, è oggi il nome del paese in lingua armena. Lontano, dicevamo, ma a noi vicino culturalmente. Fu il primo stato a divenire cristiano, nel 301, e con l’occidente l’Armenia e gli armeni hanno sempre avuto legami forti e complessi. Per arrivare a Yerevan, oggi dall’Italia si passa dall’aeroporto di Mosca per atterrare un paio d’ore dopo nella capitale di questo giovane stato nato nel 1991 dalla frammentazione dell’impero sovietico.

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Il tipico lavash, un pane sottile che si arrotola come fosse stoffa

I sapori dell’Occidente e dell’Oriente

Il nostro è un viaggio sulle tracce della viticoltura, che qui ha la sua culla. Il primo impatto, però, è con la cucina locale: il sapore della melanzana, l’intensità di un agnello, le paste ripiene di carne come il manti (una sorta di tortellino, diffuso anche in Turchia), i formaggi di capra. Nei piatti gli ingredienti sono centrali, di grande intensità, le pietanze sono presentate senza fronzoli. A occhi chiusi pensi di essere a tavola nel nostro Sud anche se non riesci bene a capire dove. In effetti c’è un po’ di Armenia dovunque, in Occidente e in Italia, e c’è Occidente in Armenia.

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Per rendersene conto basta andare a Venezia, che dal XII secolo è stata uno dei grandi centri di diffusione della cultura armena, e dove un’isola della laguna, San Lazzaro, è gestita da secoli dai monaci mechitaristi ed è un’importantissima istituzione culturale di questo popolo. Roma, Napoli e tante altre città vantano chiese e comunità armene, ma lo stesso si può dire per gli altri paesi europei, per gli Stati Uniti, la Russia… E non c’è campo artistico, dalla musica al cinema alle arti figurative che questo straordinario popolo non abbia esplorato con eccellenti risultati: un nome su tutti Charles Aznavour (sarebbe Aznavourian), straordinario musicista: attore, diplomatico, ma soprattutto attivista della causa armena, che oltre ad aver scritto più di 1000 canzoni, si esibiva in ben sette lingue, italiano compreso. Eh sì, la causa armena.

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Un bel banco ricco di frutta secca all’interno del Gumi Shuka, il food market di Yerevan

La visita a Yerevan

Una delle tappe obbligate della visita a Yerevan – città che troviamo giovane e vivacissima, costellata di opere d’arte, caffè, ristoranti e architetture moderne che s’innestano su quelle inizio Novecento di stampo sovietico – è il mausoleo del genocidio. In pochi mesi, tra il 1915 e il 1916, oltre un milione e mezzo di armeni furono deportati e sterminati dal regime turco nella prima grande operazione di pulizia etnica del Novecento. Dopo la visita, per l’intera giornata non siamo riusciti a proferire parola. La Turchia non ha mai riconosciuto la strage, il Genocidio Negato. Questo spiega perché se in Armenia la popolazione non supera i tre milioni, oltre otto sono i milioni di armeni nel mondo. Una comunità internazionale che in ogni paese si ritrova nelle sue chiese, ha mantenuto cultura, alfabeto, musica, simboleggiata dallo strumento nazionale, il duduk, una sorta di clarinetto recentemente entrato nel patrimonio dei beni immateriali dell’umanità tutelati. dall’Unesco.

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Il memoriale del genocidio sulle colline della capitale

L’Armenia oggi

L’Armenia di oggi, dicevamo, è un paese giovane, vitale, dinamico, sostenuto dagli armeni di tutto il mondo, che contribuiscono al 20% del PIL. Il clima che si respira nella capitale è contagioso, c’è entusiasmo, voglia di fare e costruire, c’è una rinnovata fiducia. Sono gli effetti della Rivoluzione di Velluto, portata a termine senza alcun spargimento di sangue nell’aprile del 2018. Le lunghe proteste dei giovani portano alle dimissioni del controverso governo guidato da Serz Sargsyan. Il nuovo corso condotto da Nikol Pashinyan sta portando il paese verso una lunga serie di riforme, a partire dalla lotta alla corruzione, piano di rilancio economico e nuova politica estera. Il paese confina con l’Iran, la Georgia, l’Azerbaijan e la Turchia ma i confini sono aperti solo con i primi due.

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Nuovi ristoranti e wine bar. E la voglia di ripartire

Quello che raccogliamo a Yerevan è lo spirito di chi ha voglia di ripartire, come dimostrano i tanti nuovi ristoranti e wine bar, targhe appena appese e un fermento vero. Siamo qui per il vino, ma ci innamoriamo subito di una terra e di una cultura. Se non avete letto “La Masseria delle Allodole” di Antonia Arslan, fatelo. Un libro bellissimo, ma anche la vera storia di un popolo vicinissimo culturalmente a noi. Come la sua cucina, elemento unificante e identitario, che accomuna gli armeni della diaspora ovunque essi siano. Come ci racconta Sonya Orfalian, nel mensile di novembre del Gambero Rosso, la memoria e l’identità di un popolo si possono preservare anche tramandando una ricetta, soprattutto se il popolo è in perenne movimento e parla una lingua che non assomiglia a nessun’altra, viaggiatori e commercianti da sempre.

Ci sintonizziamo sulle montagne di frutta secca del coloratissimo mercato di Gurmi Shuka, tra una varietà incredibile di sottaceti, retaggio russo, dolci di tradizione turca come i baklava, trionfo di datteri e melegrane giganti, tante varianti di dolma, tipici involtini ripieni nelle foglie di vite.

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All’ombra del monte Ararat

Quindi, usciamo dalla capitale e mettiamo in fila una serie di paesaggi bellissimi, aspri, incontaminati. Le strade si fanno dissestate, circolano deliziosi modelli russi che sembrano usciti da un museo. È un viaggio vero. La vetta dell’Ararat ci accompagna per una buona ora di guida, mentre attraversiamo opere edilizie che confermano l’inconciliabilità tra i concetti di Unione Sovietica ed estetica.

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Anfore interrate nella cantina di Zorik Gharibian

La natura diventa ancora più estrema, la luce è fortissima, arriviamo nella provincia di Vayots Dzor, non lontano il confine con i poco amichevoli cugini azeri. “Tutto il mondo è armeno, quelli pigri sono rimasti qui”, sorride Zorik Gharibian, fondatore della cantina Zorah, mentre poggia in tavola un generoso piatto di formaggi di capra locali, hummus, basturma (la risposta armena alla bresaola) e l’immancabile lavash, il tipico pane armeno senza lievito. Di strada anche Zorik ne ha fatta tanta. Nato a Teheran, si è formato al collegio dei monaci mechitaristi a Venezia, per poi raggiungere Milano, dove ha fatto fortune nel settore della moda. Nel 1998 il primo viaggio in Armenia. “Si beveva solo vodka, eppure in ogni monastero c’era il vino, le canzoni popolari cantavano il vino. Lo bevevano solo gli armeni della diaspora e la qualità era quella che era”. Ma il richiamo è fortissimo.

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Zorik Gharibian

In pochi mesi sposta la produzione delle sue aziende in Armenia e incomincia a sondare il terreno per l’attività vitivinicola. Le sue attenzioni cadono sul patrimonio di varietà autoctone armene dimenticate, così come sull’utilizzo delle anfore.

Il nostro viaggio in Armenia continua nel mensile di novembre del Gambero Rosso.

a cura di Lorenzo Ruggeri e Marco Sabellico

QUESTO È NULLA…

Nel mensile di novembre del Gambero Rosso trovate l’intero racconto con la testimonianza completa del fondatore della cantina Zorah, che racconta il nuovo progetto di formazione incentrato sulle anfore e il futuro museo per raccontare la viticoltura armena. Un servizio di 15 pagine che include anche una timeline con tutte le tappe fondamentali della storia dell’Armenia, gli indirizzi con wine bar, ristoranti, cantine e mercati da non perdere, i contributi dell’archeologo Boris Gasparyan e dell’enologo Alberto Antonini, 15 etichette a confronto e gli otto piatti tipici da provare assolutamente.

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Il Papa piange il prete armeno ucciso dall’Isis, stava seguendo la ricostruzione del Memoriale del Genocidio (Ilmessaggero.it 12.11.19)

Città del Vaticano – L’esecuzione era mirata. Volevano colpire il sacerdote armeno, padre Hovsep Bedoyan, parroco di Qamishli e Hasakeh in Siria, ucciso ieri insieme a suo padre in un agguato rivendicato dall’Isis. Una morte che ha colpito molto il Papa che ha espresso vicinanza alla comunità armena. Lo ha fatto in un tweet, aggiugendo di pregare per tutti i cristiani della Siria.

Il sacerdote armeno nelle settimane scorse aveva preso parte, come tanti altri parrocchiani, ad alcune manifestazioni di protesta contro l’operazione militare della Turchia che ha invaso la Siria per creare una buffer-zone in cui mandare i suoi profughi siriani e nello stesso tempo combattere i curdi e impedire una loro eventuale riorganizzazione.

Il parroco armeno non era un parroco di secondo piano. Hovsep era il parroco che stava controllando i lavori di ricostruzione delle case degli armeni e della Chiesa dei Martiri nei pressi di Deir ez-Zor, il santuario sacro agli armeni a ricordo del genocidio del milione e mezzo cristiani morti di stenti nel 1915. La località nel sud della Siria fu uno dei principali luoghi di destinazione delle micidiali marce della morte, un piano di sterminio deciso dall’allora governo ottomano che attraverso leggi e disposizioni attuò il primo genocidio del XX secolo con le deportazioni forzate. Negli anni cinquanta fu costruito il memoriale che, con l’inizio della guerra in Siria, è stato distrutto dall’Isis. Fu uno dei primi simboli cristiani abbattuti, uno sfregio alla Chiesa armena alla loro memoria. La distruzione del memoriale fu condannata dalla comunità internazionale nel silenzio più totale delle autorità turche. In quel periodo iniziavano ad emergere i primi contatti tra la Turchia e l’Isis.

Padre Bedoyan si recava ogni due settimane a Deir ez Zor, per verificare lo stato di avanzamento dei lavori. Finora aveva compiuto a questo scopo già sei viaggi in quella città così cara alla memoria degli armeni, dove c’è il santuario dei martiri del genocidio, anch’esso devastato durante il conflitto.

Al momento dell’agguato, il sacerdote e suo padre viaggiavano insieme a un diacono armeno – rimasto ferito durante l’assalto – e a un altro accompagnatore. Sull’auto c’era la scritta della Chiesa Armena. I due attentatori, in moto, avevano il volto coperto e sono fuggiti dopo l’agguato.

La città di Deir ez Zor è controllata dall’esercito siriano, ma nell’area ci sono anche forze curde. I terroristi dell’Isis hanno diffuso sui siti jihadisti la rivendicazione del duplice omicidio (ma affermando, in maniera erronea, di aver eliminato due sacerdoti).

La tv di stato siriana ha definito “martirio” l’uccisione del sacerdote armeno cattolico e di suo padre.

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ASIA/SIRIA – Prete armeno e suo padre uccisi presso Deir ez Zor. L’Arcivescovo Marayati: “per noi sono martiri. E la guerra non è finita” (Fides 12.11.19)

Qamishli (Agenzia Fides) – Si sono svolti stamane a Qamishli i funerali del sacerdote armeno cattolico Hovsep Hanna Petoyan e di suo padre Hanna Petoyan, uccisi lunedì 11 novembre da due killer in moto mentre erano diretti in automobile verso la città di Deir ez Zor, nel nord–est della Siria. “Per noi sono martiri. E quello che è accaduto a loro è una conferma che la guerra qui non è finita, come invece avevamo sperato” dichiara all’Agenzia Fides Boutros Marayati, Arcivescovo armeno cattolico di Aleppo.
Le esequie del sacerdote e di suo padre sono state celebrate nella chiesa armeno cattolica di San Giuseppe, alla presenza di sacerdoti, religiosi, religiose e fedeli di tutte le comunità cristiane presenti nell’area. A presiedere la liturgia funebre è stato padre Antranig Ayvazian, Vicario episcopale della comunità armena cattolica dell’Alta Mesopotamia e della Siria del nord.
Padre Hovsep, 46 anni, sposato e padre di tre figli, ordinato presbitero da 5 anni, era il sacerdote della comunità armena cattolica di Qamishli, nella provincia siriana nord orientale di Hassake. “Nella città di Qamishli” racconta all’Agenzia Fides l’Arcivescovo Marayati “ sono confluiti anche tanti profughi cristiani fuggiti da Deir ez-Zor, quando quella città era stata devastata dalla guerra. Lui svolgeva anche tra di loro la sua opera pastorale, e da tempo seguiva anche i progetti messi in atto anche con l’aiuto di gruppi internazionali per ricostruire la chiesa e le case dei cristiani a Deir ez Zor, distrutte dalla guerra. Per questo si recava ogni due settimane a Deir ez Zor, per verificare lo stato di avanzamento dei lavori. Finora aveva compiuto a questo scopo già sei viaggi in quella città così cara alla memoria degli armeni, dove c’è il santuario dei martiri del genocidio, anch’esso devastato durante il conflitto. Lungo il tragitto, le altre volte, non c’erano stati problemi e tutto era andato liscio”.
Al momento dell’agguato, il sacerdote e suo padre viaggiavano insieme a un diacono armeno – rimasto ferito durante l’assalto – e a un altro accompagnatore. I due attentatori, in moto, avevano il volto coperto e sono fuggiti dopo l’agguato. Il padre del sacerdote è morto sul colpo. Padre Hovsep, ferito al petto, è stato portato dai soccorritori in un ambulatorio di Deir ez Zor e poi trasferito in ambulanza a un ospedale di Hassakè, dove è giunto già privo di vita.
La città di Deir ez Zor è controllata dall’esercito siriano, ma nell’area ci sono anche forze curde e operano ancora militari USA. Nel sotto-distretto di al-Busayrah, area dove è avvenuto l’agguato, sono concentrati anche gruppi armati affiliati al sedicente Stato Islamico (Daesh), che nella giornata di ieri ha anche diffuso sui siti jihadisti la rivendicazione del duplice omicidio (ma affermando, in maniera erronea, di aver eliminato “due sacerdoti”). “Si tratta di gruppi che agiscono come lupi solitari, non c’è più il Daesh con i blindati e l’artiglieria. Ma è evidente che questa volta non hanno colpito a caso. Sull’automobile con cui viaggiavano il sacerdote e i suoi accompagnatori c’era la scritta della Chiesa armena”.
La TV di stato siriana SANA ha definito “martirio” l’uccisione del sacerdote armeno cattolico e di suo padre, mentre i media curdi hanno presentato la recrudescenza di attacchi sanguinosi attribuibili a Daesh come una conseguenza indiretta dell’intervento militare turco in Siria, che avrebbe costretto le milizie curde operanti nell’area a rivedere le proprie strategie e a sospendere le operazioni militari rivolte contro le cellule jihadiste ancora presenti nel nord-est della Siria.
Secondo i curdi del Centro d’informazione Rojava, i jihadisti di Daesh avrebbero realizzato 30 attacchi nei primi dieci giorni di novembre, con un aumento del 300 per cento dai suoi livelli di attività rispetto al periodo precedente all’iniziativa militare turca in territorio siriano. (GV) (Agenzia Fides 12/11/2019).

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La denuncia dell’arcivescovo di Aleppo: “Cristiani perseguitati nel nord della Siria”

Monsignor Boutros Marayati è un presule armeno-cattolico: “Prima della guerra a Qamishli gli armeno-cattolici erano 5mila con 5 chiese. Oggi sono 2mila e solo due chiese sono rimaste aperte.

globalist12 novembre 2019

C’è la guerra. E poi la persecuzione delle minoranze. Gli odiati curdi dalla Turchia e dai jihadisti, gli assiri e, ovviamente, i cristiani.
Oltre a ciò gli armeni-cattolici sono particolarmente invisi, perché i turchi e la Turchia di Armeni non ne vogliono nemmeno sentir parlare.
«La guerra in Siria non è ancora finita. E la presenza dell’Isis si fa ancora sentire». Così dichiara, al telefono con Aiuto alla Chiesa che Soffre, monsignor Boutros Marayati, arcivescovo armeno-cattolico di Aleppo dopo il tragico attacco che ieri è costato la vita a padre Ibrahim Hanna (chiamato Hovsep), parroco armeno-cattolico di San Giuseppe a Qamishli.
Secondo il racconto del presule all’organizzazione Aiuto alla Chiesa che Soffre ( Acs), padre Hanna si stava recando a Deir ez-Zor per controllare i lavori alla Chiesa dei Martiri. «Stiamo cercando di ricostruire la chiesa e la case dei cristiani, così che i fedeli possano far ritorno in città», spiega il vescovo. In macchina con il parroco quarantatreenne vi erano suo padre, il diacono della chiesa di Hassaké ed un laico. «Poco prima di Dei ez-Zor, due uomini armati su una moto hanno affiancato e poi superato la loro macchina aprendo il fuoco. Il padre del sacerdote è morto sul colpo, mentre padre Hanna è morto non appena giunto di fronte all’ospedale di Hassaké».
Le indagini sono ancora in corso. «Non sappiamo ancora chi l’abbia ucciso sebbene pare che l’Isis abbia rivendicato l’attacco. Certo è che padre Hovsep indossava il clergymen e dunque era riconoscibile, così come era ben riconoscibile la sua macchina che sul cofano portava una grande scritta: Chiesa armeno-cattolica». È dunque plausibile che padre Hanna sia stato colpito perché sacerdote e anche per il suo contributo alla restaurazione di una presenza cristiana a Deir ez-Zor.

«È una città molto importante per noi – spiega monsignor Marayati – perché è lì che sono stati uccisi molti dei nostri martiri fuggiti dal genocidio del 1915. Oggi non vi è più nessun armeno-cattolico e sicuramente i turchi non vogliono che vi torniamo. La nostra presenza ricorderebbe il genocidio armeno».
 Non si può dunque escludere, secondo il presule, che dietro l’omicidio del sacerdote possa esservi una mano turca. «Non vi sono prove, ma da sempre Isis è sostenuto e coperto dai turchi».
Prima della guerra a Qamishli gli armeno-cattolici erano 5mila e vi erano 5 chiese. Oggi sono 2mila e soltanto due chiese sono rimaste aperte.
Attraverso Acs, monsignor Marayati manda un appello alla comunità internazionale. «Noi chiediamo solamente che questa guerra finisca. Ma ciò non potrà avvenire se continuate ad aiutare i terroristi e ad inviare armi in Siria!». Poi si rivolge ai cristiani di tutto il mondo: «Vi prego, pregate per noi e per il nostro popolo. Viviamo momenti estremamente difficili».


Siria, l’ombra turca dietro l’omicidio di padre Hanna

L’appello dell’arcivescovo Marayati: «Basta aiutare i terroristi, la guerra all’ISIS non è finita»

Stando a quanto riferisce il presule alla Fondazione pontificia che si occupa dei cristiani perseguitati nel mondo, padre Hanna si stava recando a Deir ez-Zor per controllare i lavori di restauro della Chiesa dei Martiri Armeni, il santuario-memoriale dedicato ai martiri del Genocidio armeno devastato dai jihadisti dell’ISIS nel settembre 2014. «Stiamo cercando di ricostruire la chiesa e la case dei cristiani, così che i fedeli possano far ritorno in città», spiega il vescovo.

In macchina con il parroco quarantatreenne vi erano suo padre, il diacono della chiesa di Hassaké ed un laico. «Poco prima di Dei ez-Zor, due uomini armati su una moto hanno affiancato e poi superato la loro macchina aprendo il fuoco. Il padre del sacerdote è morto sul colpo, mentre padre Hanna è morto non appena giunto di fronte all’ospedale di Hassaké». Le indagini sono ancora in corso. «Non sappiamo ancora chi l’abbia ucciso sebbene pare che l’ISIS abbia rivendicato l’attacco. Certo è che padre Hovsep indossava il clergymen e dunque era riconoscibile, così come era ben riconoscibile la sua macchina che sul cofano portava una grande scritta: Chiesa armeno-cattolica».

È dunque plausibile che padre Hanna sia stato colpito perché sacerdote e anche per il suo contributo alla restaurazione di una presenza cristiana a Deir ez-Zor. «È una città molto importante per noi – spiega monsignor Marayati – perché è lì che sono stati uccisi molti dei nostri martiri fuggiti dal genocidio del 1915. Oggi non vi è più nessun armeno-cattolico e sicuramente i turchi non vogliono che vi torniamo. La nostra presenza ricorderebbe il genocidio armeno». Non si può dunque escludere, secondo il presule, che dietro l’omicidio del sacerdote possa esservi una mano turca. «Non vi sono prove, ma da sempre ISIS è sostenuto e coperto dai turchi».

Dalle 12 di oggi, ora locale, si stanno celebrando a Qamishli i funerali di padre Hanna. Tutta la comunità sarà presente, anche i musulmani, a dimostrazione dell’unità e la solidarietà della città intera». Una città che vive forti tensioni a causa degli scontri tra turchi e curdi. «la situazione è caotica. Vi sono turchi, curdi, americani, russi. Soltanto ieri vi sono state tre esplosioni. I cristiani hanno paura e ad ogni violenza tante famiglie decidono di emigrare». Prima della guerra a Qamishli gli armeno-cattolici erano 5mila e vi erano 5 chiese. Oggi sono 2mila e soltanto due chiese sono rimaste aperte.

Monsignor Marayati manda un appello alla comunità internazionale. «Noi chiediamo solamente che questa guerra finisca. Ma ciò non potrà avvenire se continuate ad aiutare i terroristi e ad inviare armi in Siria». Poi si rivolge ai cristiani di tu

Il Movimento Shalom in Armenia. “Portare avanti il riconoscimento del genocidio” (lanazione 12.11.19)

Fucecchio, 12 novembre 2019 – Un viaggio per farsi portatori di pace in Armenia. E’ questo il senso del pellegrinaggio che sarà intrapreso da una comitiva di quaranta persone, guidata dal Movimento Shalom, pronta a partire domani. mercoledì 13 novembre per poi tornare il 21 dello stesso mese.

La delegazione sarà guidata da don Andrea Cristiani, fondatore del Movimento Shalom e proposto della Collegiata di Fucecchio. Insieme a lui, partiranno don Donato Agostinelli, parroco di Cerreto Guidi anche lui in Shalom, Vieri Martini, presidente del Movimento, e il cappellano del carcere di Volterra, don Paolo Ferrini.

L’obiettivo è quello di «rendere omaggio a una delle chiese più antiche di tutta la cristianità, culla della nostra fede – sottolinea don Andrea – Shalom è particolarmente vicino alla chiesa armena perché è una comunità martire e si reca in quella terra per per portare avanti la causa del riconoscimento del genocidio del popolo armeno avvenuto all’inizio del secolo scorso e non ancora dichiarato tale, tacendo lo sterminio di un milione e mezzo di esseri umani».

I pellegrini di pace, nel corso della loro permanenza in Armenia, avranno anche l’onore di essere ricevuti dall’ordinario ameno delle chiese orientali, l’arcivescovo Raphael Francois Minassian

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Siria, ucciso in un agguato dell’Isis un sacerdote armeno cattolico (Vaticannews.it 11.11.19)

Padre Hovsep Bedoyan, è stato ucciso insieme al padre Abraham in un agguato, da sicari a volto coperto, mentre era in viaggio in auto nel distretto di Busayra, a est di Dayr az Zor. Ferito il diacono Fadi Sano. L’ Isis ha rivendicato l’attentato. Due autobomba sono esplose a Qamishli, capoluogo della regione autonoma curdo-siriana, causando 6 vittime e 22 feriti. Una sarebbe stata fatta saltare vicino ad una chiesa caldea

Alessandro Di Bussolo e Stefano Leszczynski – Città del Vaticano

Un sacerdote armeno cattolico, padre Hovsep Bedoyan, parroco di Qamishli e Hasakeh in Siria, è stato ucciso insieme al padre Abraham in un agguato di sicari a volto coperto, rivendicato dall’Isis, mentre era in viaggio in auto nel distretto di Busayra, da Hasakeh a Dayr az Zor, sulla strada che collega la regione a Qamishli. In auto c’era con loro anche il diacono Fadi Sano, rimasto gravemente ferito. I tre erano in missione, a bordo di un Suv grigio, per ispezionare i lavori di restauro della chiesa cattolica armena di Dayr az Zor. L’auto su cui viaggiavano è stata crivellata di colpi. Padre Bedoyan lascia la moglie e tre figli, un maschio di 21 anni e due ragazze di 16 e 10 anni. Siamo nella Siria orientale, in una zona sotto il controllo delle forze curdo-siriane e dove operano i militari americani, mai ritiratisi a est del fiume Eufrate, ricco di risorse petrolifere.

In auto con padre Bidoyan anche un diacono, gravemente ferito

L’agguato è stato rivendicato dall’Isis, che ha però affermato di aver ucciso due preti e non uno. In un secondo momento, diverse fonti concordanti hanno appurato che la seconda vittima non è un sacerdote bensì il padre di Hovsep, Abraham, e fortunatamente il diacono, è ancora vivo, pur ricoverato in gravissime condizioni in ospedale. Il distretto di Busayra, sulla riva orientale dell’Eufrate, è da anni una roccaforte dell’insurrezione armata jihadista. E anche dopo l’annuncio, a marzo scorso, della sconfitta militare dell’Isis, in questa zona i miliziani sono parte delle comunità locali arabe, fortemente ostili alle forze curde e agli americani.

La Chiesa cattolica armena è una piccola ma antica comunità cristiana riconosciuta ufficialmente nel 1742. Oggi conta all’incirca seicentomila fedeli. Si tratta di una Chiesa patriarcale “sui iuris” cioè in piena comunione con Roma, pur mantenendo una certa autonomia di riti. È presente prevalentemente in Libano, Iran, Iraq, Egitto, Siria, Turchia, Israele, Palestina. Ha sede centrale a Bzoummar, in Libano e il suo primate è il patriarca di Cilicia (Beirut), attualmente Krikor Bedros XX Ghabroya, 85 anni, in carica dal 2015.

Due autobomba a Qamishli, una vicino ad una chiesa caldea

Nel pomeriggio poi, nella città di Qamishli, nel nord est del paese, sono state fatte saltare in aria due autobomba, una delle quali sarebbe esplosa vicino a una chiesa caldea. Il bilancio provvisorio è di 6 morti e 22 feriti. Quest’ultimo attacco non è stato ancora rivendicato, ma in molti identificano il “modus operandi” dello Stato islamico, ora guidato dal suo nuovo leader Abu Ibrahim. Le fonti a Qamishli affermano che la zona non è caratterizzata come un quartiere cristiano, e che non vi sono al momento indicazioni che l’attacco, portato con due autobomba, abbia preso di mira il luogo di culto caldeo.

Il triste bilancio dei sacerdoti e religiosi uccisi o rapiti in Siria

Il sacerdote cattolico ucciso oggi è solo uno dei numerosi preti uccisi o scomparsi nel nulla della Siria in guerra: tra le vittime, ricordiamo il gesuita olandese Frans Van der Lugt, freddato a Homs nel 2015, e il francescano Francois Murad, decapitato dall’Isis nel 2013. Tra i rapiti e poi scomparsi, oltre al gesuita romano Paolo Dall’Oglio, di cui si sono perse le tracce nel luglio del 2013 a Raqqa, si ricordano i due vescovi ortodossi Bulos Yazigi e Yohanna Ibrahim, rapiti nel nord-ovest del paese, i preti di Aleppo, l’armeno cattolico Michel Kayyal e l’ortodosso Maher Mahfuz, anche loro scomparsi dopo esser stati rapiti.

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L’agguato. Siria, sacerdote cattolico armeno ucciso dal Daesh con il padre (Avvenire)

Le vittime sono padre Hovsep Petoyan, della Comunità cattolica armena di Qamishli, e suo padre Abraham Petoyan. Quest’ultimo è rimasto ucciso sul colpo, mentre il sacerdote è deceduto poco dopo. Ferito il diacono Fati Sano, della chiesa di al-Hasakeh, che viaggiava con loro.

I tre erano in missione, a bordo di un Suv grigio, per ispezionare i lavori di restauro della chiesa cattolica armena di Deir ez-Zor. Lungo la strada che collega Hasakeh a Deir ez-Zor l’auto su cui viaggiavano è stata crivellata di colpi.

Nella rivendicazione, apparsa sui suoi canali Telegram, il Daesh afferma che «due sacerdoti cristiani sono stati uccisi oggi dal fuoco di combattenti dello Stato islamico» e pubblica la foto del documento di identità del sacerdote.

Nella stessa zona, sempre oggi, almeno sei civili sono stati uccisi dall’esplosione di tre bombe, scoppiate simultaneamente in un mercato. Si sarebbe trattato di una motocicletta imbottita di esplosivo e di due auto-bombe.

La Chiesa cattolica armena è una piccola ma antica comunità cristiana riconosciuta ufficialmente nel 1742. Oggi conta all’incirca seicentomila fedeli. Si tratta di una Chiesa patriarcale sui iuris cioè in piena comunione con Roma pur mantenendo una certa autonomia di riti. È presente prevalentemente in LibanoIranIraqEgittoSiriaTurchiaIsraelePalestina. Ha sede centrale a a Bzoummar in Libano e il suo primate è il patriarca di Cilicia (Beirut). Attualmente Krikor Bedros XX Ghabroya, classe 1934, in carica dal 2015.

La comunità armena in Siria, i cui numeri attuali sono sconosciuti, è rappresentata dai sopravvissuti al genocidio ottomano degli armeni all’inizio del XX secolo. A Deir ez-Zor si trovano una chiesa e un memoriale dedicato ai martiri del genocidio armeno. La chiesa – scrive il portale curdo Rudaw – era stata fatta saltare in aria nel 2014. Sebbene i responsabili non siano mai stati identificati, alcuni hanno incolpato il Daesh, che all’epoca deteneva il controllo della maggior parte della provincia. Altri hanno puntato il dito contro Jabhat al-Nusra, ex affiliato di al-Qaeda in Siria.

 


Siria, agguato dell’Isis: ucciso un sacerdote cattolico e suo padre (Tempi.it)

Un prete cattolico armeno è stato ucciso insieme al padre in un agguato rivendicato dall’Isis nel nord della Siria. I due, insieme a un diacono, si stavano dirigendo a Deir Ezzor per verificare l’andamento del restauro di una chiesa. Lungo il tragitto, nel distretto siriano di Busayra, la loro auto è stata crivellata di colpi.

Padre Hovsep Petoyan, della comunità cattolica armena di Qamishli, è morto insieme al padre Abraham Petoyan. Se l’è cavata con alcune ferite invece il diacono di Hassaké Fati Siano.

L’ISIS RIVENDICA L’ATTENTATO

L’Isis ha rivendicato l’attentato terroristico sui social network: «Due sacerdoti cristiani sono stati uccisi oggi dal fuoco di combattenti dello Stato islamico», ha scritto. Si è poi scoperto che la seconda vittima non era un sacerdote.

Da quando la Turchia ha lanciato la sua operazione militare nel nord-est della Siria, il 9 ottobre, i terroristi islamici hanno portato a termine decine di attacchi, 30 solo nei primi dieci giorni di novembre, un aumento del 300 per cento rispetto ai mesi precedenti l’invasione turca.

La preoccupazione è che le forze curde, tradite dagli Stati Uniti e cacciate dai territori nella Siria settentrionale, non conducano più le operazioni antiterrorismo nell’area


Siria, ucciso prete armeni nella provincia di Qamishli: Isis rivendica (La Repubblica 11.11.19)

BEIRUT – Un prete cattolico armeno è stato ucciso dall’Isis a Qamishli, nella provincia nord-orientale siriana di Dar ar-Zor. Nella rivendicazione dell’Isis, apparsa sui social network, il sedicente Stato islamico afferma che “un sacerdote cristiano è stato uccisi oggi dal fuoco di combattenti dello Stato islamico nel villaggio di Zar, nel distretto di Busayra, a est di Dayr az Zor”.Secondo alcune fonti, il prete e suo padre accompagnato da un diacono, si stavano recando a verificare i lavori di restauro della chiesa cattolica armena nella zona quando sono finiti in un agguato sulla strada che unisce Hasakeh a Dar ar-Zor. Gli uomini armati hanno aperto il fuoco, uccidendo sul colpo il più anziano, mentre l’altro è deceduto poco dopo per le ferite riportate; anche il diacono è rimasto ferito. Le vittime sono don Hovsep Petoyan e suo padre A. Petoyan.

Tra gli obiettivi dell’Isis anche una chiesa cattolica caldea. Secondo le prime informazioni, l’attentato dinamitario avvenuto oggi a Qamishli, sarebbe stato triplice: la prime due autobombe hanno colpito la zona di via al-Wahda, poco lontano dalla chiesa, la terza esplosione vicino all’hotel al-Amin in centro a Qamishli.
Secondo quanto riferiscono l’agenzia di stampa Sana e l’Osservatorio siriano per i diritti umani, sono almeno sei le persone che hanno perso la vita e altre 22 quelle rimaste ferite. La Sana parla di “atto di terrorismo”, che al momento non è stato rivendicato ma il triplice attentato arriva in un momento particolarmente difficile per la provincia di Hasakah, dove la Turchia ha lanciato un’offensiva su larga scala per eliminare la presenza dei militanti delle Unità di protezione del popolo curdo (Ypg).

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Mkhitaryan, niente Armenia: punta al rientro in gruppo. E presto sarà papà (corrieredellosport 11.11.19)

ROMA – Il neo ct Khashmanyan lo ha chiamato per presentarsi e sapere delle sue condizioniMkhitaryan senza giri di parole gli ha confessato che sta ancora completando il suo recupero e che la decisione della Roma di non farlo partire per l’Armenia era condivisa. Sia chiaro, il trequartista giallorosso giocherebbe per il suo Paese anche con una gamba sola, ma il buon senso ha prevalso soprattutto perché Henrikh è fuori da 42 giorni e ha già perso nove partite tra campionato ed Europa League.

La Federazione armena lo avrebbe voluto a Erevan per dare la carica allo spogliatoio per la partita contro la Grecia, in programma venerdì prossimo, invito declinato dal giocatore che non vuole perdere tre giorni di allenamento e rallentare i ritmi di recupero. Uno ‘strappo alla regla’ potrebbe farlo qualche giorno dopo, per raggiungere i suoi compagni di nazionale e della Roma al Barbera di Palermo per la sfida tra Italia e Armenia del 18 novembre.

Il fantasista in prestito dall’Arsenal adesso scalpita per tornare in campo e dimostrare il suo valore ai tifosi romanisti. La scorsa settimana ha sostenuto un lavoro personalizzato dando ottimi segnali di ripresa: insieme a due elementi dello staff di Fonseca, Mkhitaryan ha lavorato sul campo adiacente a quello dei suoi compagni di squadra calciando in porta, correndo e dribblando le sagome. La lesione all’adduttore della gamba destra rimediata contro il Lecce è ormai alle spalle, anche se l’armeno è stato costretto a fermarsi il doppio rispetto alle tre settimane previste. Un mese e mezzo di stop, ma già da domani Mkhitaryan potrebbe ricevere l’ok per tornare ad allenarsi parzialmente insieme ai compagni che non sono partiti per gli impegni con le nazionali.

Il trentenne punta alla convocazione per la prima gara dopo la sosta contro il Brescia. Si giocherà all’Olimpico, stadio dove alla sua prima in giallorosso ha trovato la rete, stadio che ha continuato a frequentare anche da infortunato. In più di un’occasione infatti Mkhitaryan insieme alla moglie ha assistito alle gare della Roma dai palchetti d’onore, l’ultima quella contro il Napoli. Presto lui scenderà negli spogliatoi, mentre invece Betty Vardanyan comincerà a prepararsi per il lieto evento. La coppia armena infatti aspetta un figlio, e verso aprile nascerà il primogenito di Mkhitaryan. Un ulteriore legame con Roma e la Roma, città e squadra che hanno stregato Henrikh e la moglie.

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Manca da 40 giorni per infortunio, ma dopo la sosta sarà a disposizione e Fonseca pensa di schierarlo subito per aiutare uno Dzeko in difficoltà

Andrea Pugliese

In patria lo volevano lì, per stare vicino alla sua nazionale. Perché battendo la Grecia venerdì l’Armenia avrebbe ancora la possibilità di qualificarsi all’Europeo (ma solo in caso di clamorosa sconfitta della Finlandia in casa contro il Liechtenstein) e allora il nuovo c.t. armeno Petrosyan gli aveva chiesto di esserci. Anche solo come presenza morale. E invece Henrikh Mkhitaryan ha deciso di dare la precedenza alla Roma e di restare a Trigoria per riprendere il volo. Già, perché il fantasista giallorosso è ormai a un soffio dalla ripresa e vede la sfida con il Brescia del prossimo 24 novembre come un nuovo inizio.

Da oggi Mkhitaryan dovrebbe tornare a disposizione di Fonseca. Possibile che nei primi giorni di questa settimana faccia ancora un lavoro a parte, ad hoc, ma ormai dovremmo esserci, il rientro è già programmato. La lesione tendinea all’adduttore destro riportata il 30 settembre scorso dovrebbe essere solo un brutto ricordo. In questo stop di oltre 40 giorni Micki ha saltato 9 partite, di cui sei di campionato e tre di Europa League. Tante, troppe per restare ancora ai box. E allora bisogna riprendersi il tempo perso, anche perché la sua fantasia e la sua imprevedibilità servono come il pane alla manovra giallorossa. “Con il suo rientro anche Dzeko tornerà al top”, ha detto ieri a Nyon il tecnico portoghese, che ha già messo in calendario il suo utilizzo al ritorno dalla sosta. Probabilmente già contro il Brescia. Perché Mkhitaryan – se sta bene – davanti può davvero fare la differenza. Un po’ come quando alla Roma c’era Salah, uno che dava assistenza e palloni d’oro a Dzeko. Micki può fare un po’ lo stesso, anche perché Fonseca tende a schierarlo più dentro il campo che fuori e quindi più vicino a Dzeko che non lontano da lui.

Pellegrinaggio di pace in Armenia, in quaranta con il Movimento Shalom (Gonews.it 10.11.19)

Saranno 40 i partecipanti del pellegrinaggio di pace in Armenia che si terrà dal 13 al 21 Novembre. A guidare il gruppo sarà don Andrea Cristiani fondatore di Shalom. Insieme a lui don Donato Agostinelli, Vieri Martini (presidente del Movimento) e il cappellano del carcere di Volterra don Paolo Ferrini. “E’ un pellegrinaggio che va a rendere omaggio ad una delle chiese più antiche di tutta la cristianità , culla della nostra fede” – dichiara don Andrea. PUBBLICITÀ “Shalom è particolarmente vicino alla chiesa armena perché è una comunità martire e si reca in quella terra per portare avanti la causa del riconoscimento del genocidio del popolo Armeno avvenuto all’inizio del secolo scorso e non ancora dichiarato tale, tacendo lo sterminio di un milione e mezzo di esseri umani.” Una terra anche dalle bellezze storiche, religiose e paesaggistiche uniche troppo spesso non considerata. I pellegrini di pace avranno anche l’onore di essere ricevuti dall’ordinario ameno delle Chiese orientali l’arcivescovo Raphael Francois Minassian. Saranno otto giorni intensi di incontri, di preghiera e di ricerca della pace, nel dialogo e nel confronto tra popoli, culture e religioni.

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Gallagher in Armenia. Giornata conclusiva con la comunità cattolica (Vaticannews.it 10.11.19)

“Il popolo armeno ha affrontato, con coraggio e determinazione, tante sofferenze e tante prove” ha ricordato il segretario per i Rapporti con gli Stati della Santa Sede nell’omelia pronunciata nella chiesa dei Santi Martiri di Gyumri

Robert Attarian – Yerevan

Si è conclusa a Gyumri, con l’incontro con la piccola comunità armeno cattolica, la visita in Armenia di monsignor Paul Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati della Santa Sede. Ad accoglierlo erano presenti nella chiesa dei Santi Martiri, rappresentanti della comunità provenienti da varie città e villaggi, nonché i membri del clero dell’Ordinariato armeno cattolico con l’arcivescovo Raphael Minassian.

Monsignor Gallagher porta la benedizione del Papa

La Messa domenicale in rito armeno è stata presieduta da monsignor Minassian, mentre l’omelia è stata affidata a monsignor Gallagher. Nell’omelia, il presule ha commentato il Vangelo odierno in cui Gesù ricorda che “Dio non è dei morti, ma dei viventi” sottolineando che, chi ha fiducia in Lui, non ha paura di nulla e affronta anche le cose più difficili e avverse come è accaduto “al popolo armeno, il quale ha affrontato nel corso dei secoli, con coraggio e determinazione, tante sofferenze e tante prove”. Alla fine dell’omelia Gallagher ha portato il saluto e la benedizione di Papa Francesco alla comunità armeno cattolica: il Pontefice assicura la sua preghiera incoraggiando “a percepire nel Vangelo la grazia della gioia, dello slancio e della fiducia nel Signore e nella vita” che si sta vivendo.

L’impegno del clero locale

Prima della Messa, nel suo saluto di benvenuto, monsignor Minassian ha rivolto parole di gratitudine per questa visita definendola un segno di vicinanza e sollecitudine della Santa Sede verso la Chiesa armena e ha sottolineando il fatto che la missione, affidata a lui e ai suoi confratelli sacerdoti in Armenia, richiede spesso impegno e molti sacrifici, anche a causa del clima duro dell’inverno. Quindi ha colto l’occasione per ringraziare tutti i membri del clero per la loro dedizione ed il loro fervore apostolico.

Il rientro a Roma

Monsignor Minassian ha poi sottolineato che “in questa dimora del Signore, intorno all’altare”, era presente la rappresentanza di tutta la Chiesa armena cattolica e delle sue istituzioni, inclusa anche la Caritas Armenia. Alla fine della Messa i fedeli armeno cattolici hanno avuto occasione di salutare monsignor Gallagher ed avere la sua benedizione. Dopo un piccolo momento conviviale la delegazione vaticana ha fatto ritorno a Yerevan. Di qui il rientro a Roma.

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Gallagher in Armenia: il Papa prega per la prosperità e la pace del popolo armeno (Vaticannews 09.11.19)

Il segretario per i Rapporti con gli Stati è in visita in Armenia. In mattinata l’omaggio al Memoriale del genocidio armeno, nel pomeriggio gli incontri con il presidente del Paese caucasico e il patriarca Karekin II. Domani la Messa nella Chiesa dei Santi Martiri armeni cattolici

Marco Guerra – Robert Attarian

È iniziata oggi e durerà fino a domani la visita in Armenia del segretario per i Rapporti con gli Stati, monsignor Paul Gallagher. Il presule ha aperto la prima giornata con la visita al Memoriale del genocidio armeno a Yerevan, la capitale del Paese.

Il messaggio per le vittime del genocidio

Nei luoghi dedicati alla memoria del massacro di un milione e mezzo di armeni, perpetrato dall’Impero ottomano tra il 1915 e il 1916, monsignor Paul Gallagher ha posto la sua firma sul Libro d’Onore lasciando un messaggio in cui esprime il dolore per le vittime dell’eccidio avvenuto un secolo fa. “Che la misericordia di Dio conceda il riposo eterno a coloro che hanno perso la vita e contribuisca a ristabilire la giustizia e il rispetto nelle relazioni umane per un mondo migliore” si legge nel testo del presule. “Possa Dio – ha scritto Gallagher – confortare i discendenti delle vittime, le loro famiglie e l’intera nazione armena”.

Il briefing con la stampa

Il programma di sabato ha visto l’incontro con il premier armeno Nikol Pashinyan e poi con il ministro degli Esteri Zohrab Mnatsakanyan, al termine del quale le parti hanno avuto un piccolo briefing con la stampa. Nella dichiarazione fatta ai giornalisti, monsignor Paul Gallagher ha ringraziato per la calorosa accoglienza, trasmettendo il saluto del Santo Padre che ha assicurato la sua preghiera a tutto il popolo armeno per un futuro di prosperità, pace e armonia. Monsignor Gallagher ha affermato che la visita vuole sottolineare l’amicizia che contraddistingue i rapporti bilaterali tra Santa Sede e Armenia, ricordando che la nazione armena è stata la prima ad abbracciare la fede cristiana come religione di Stato.

Il ricordo della visita di Papa Francesco

Il presule ha ricordato anche il dono che fece San Giovanni Paolo II all’Armenia attraverso la Caritas Italiana: l’ospedale di Ashotsk Redemptoris Mater, che presta cure gratuite a quanti ne hanno bisogno. Gallagher ha menzionato poi la Messa presieduta da Papa Francesco in Vaticano nell’aprile del 2015 e la successiva visita apostolica nel giugno 2016 in Armenia con tappe a Yerevan e Gyumri. Il segretario per i Rapporti con gli Stati ha quindi messo in risalto i campi di reciproca collaborazione nell’ambito delle attività sociali, culturali e caritatevoli. Infine ha sottolineato l’importanza della collaborazione con la Chiesa Armeno Apostolica nonché il ruolo della Chiesa Armeno Cattolica ed il contributo di quest’ultima in tutti i settori della vita sociale per la crescita e la prosperità della società.

Gli incontri con il presidente e il patriarca Karekin II

Mons. Gallagher, accompagnato dal nunzio apostolico dell’Armenia e della Georgia mons. Jose Betancourt, ha incontrato il presidente armeno Sarkissian, quindi si è recato presso la Santa Sede di Etchmiadzin per l’incontro con Sua Santità Karekin II. La giornata si conclude con la visita all’arcivescovo armeno cattolico dell’Armenia Minassian alla presenza del clero e dei seminaristi. Questa domenica la visita si conclude a Gyumri, presso l’Ordinariato Armeno Cattolico, dove monsignor Gallagher presiederà la Santa Messa nella Chiesa dei Santi Martiri degli armeni cattolici.

Mons. Gallagher: incoraggiare i cattolici armeni

Interpellato da Vatican News, mons. Gallagher ha sottolineato che la visita in Armenia ha voluto completare il suo giro nei Paesi del Caucaso. Una missione – ha precisato – con lo scopo di consolidare i rapporti tra questo Paese e la Santa Sede, “che sono eccellenti”, una visita con una dimensione ecumenica e per incoraggiare la piccola comunità cattolica armena.

Mons. Minassian: ribadita presenza della Chiesa

Parlando a Vatican News, monsignor Raphael Minassian, arcivescovo degli armeni cattolici in Armenia, ha collocato la visita di mons. Gallagher in continuità con il viaggio apostolico di Papa Francesco in Armenia nel giugno 2016:

“La visita di mons. Gallagher in Armenia è una continuazione di tutte le altre visite ufficiali fatte finora tra la Santa Sede e l’Armenia, soprattutto dopo la visita di Papa Francesco che aveva profondamente commosso tutta l’Armenia con la sua umiltà e semplicità. Sono sicuro che questa visita avrà lo stesso effetto con conseguenze profonde nelle relazioni diplomatiche ed ecclesiali. Mi auguro che sia veramente un successo e un’occasione – ancora una volta – per ribadire la presenza della Chiesa armeno-cattolica in Armenia e della Chiesa cattolica in particolare in tutta questa area”.

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L’Ambasciata italiana a Napoli per promuovere la cultura armena (Ildenaro 08.11.19)

Un concetto attuale è quello della ‘cultura diffusa’ : provano a spiegarlo gli artisti Giovanna Bianco e Pino Valente, che dall’inizio nel 1993 a Napoli , incentrano la loro arte sull’importanza delle coordinate e delle ‘connessioni’ fatte di persone.
Curato da Isabella Indolfi e prodotto dall’ambasciata d’Italia in Armenia di cui Sua Eccellenza l’Ambasciatore Vincenzo Del Monaco ,  ’Ogni Dove’/ ԱՄԵՆՈՒՐԵՔ è un progetto maturato da Bianco-Valente durante un soggiorno a Yerevan, in Armenia. Un’esperienza che ha permesso loro di intrecciare il proprio quotidiano di coppia – non solo nell’arte ma anche nella vita – con quello degli armeni e conoscere più da vicino la loro storia e cultura, cogliendone aspetti delicati e problemi che riguardano la comunità intera. Si tratta di una comunità che nel tempo ha subìto diverse complicazioni perlopiù sociali. Durante la Prima Guerra Mondiale infatti, la notte del 24 aprile 1915 molti armeni sono stati costretti a lasciare la terra di origine per scappare dal genocidio nei territori dell’Impero ottomano, mantenendo nonostante le grandi distanze, un forte senso di appartenenza verso la famiglia e le persone care. Senza perdere mai il valore di comunità diffusa, annullando differenze economiche e culturali.
Bianco-Valente, da sempre interessati al tema delle connessioni hanno deciso di indagare ancora una volta l’importanza delle relazioni come opportunità di crescita e condivisione tra gli individui. Il peso della ricerca delle identità oltre confine li ha spinti a chiedere agli armeni che vivono in patria e non solo, di scrivere su un lenzuolo bianco la scritta Ogni Dove e stenderlo fuori dal balcone la mattina del 4 settembre per rafforzare idealmente, senza limiti geografici, il legame del popolo armeno. Pino Valente: Parlando con molte persone abbiamo scoperto che gli armeni sono un popolo che usa la scrittura come elemento di identità. L’alfabeto è un collante che tiene unita la loro origine nel mondo. Ogni Dove è nato per sottolineare il legame tra loro, nella propria terra e all’estero. Bisogna osservare il fenomeno come apertura verso l’altro. Giovanna Bianco: Abbiamo coinvolto diverse istituzioni, qualcuna ha dato il patrocinio al progetto, altre ci hanno ospitato come l’ICA, l’Istituto per l’Arte Contemporanea di Yerevan. In Italia la Congregazione Armena Mechitarista, che ha sede nell’isola di San Lazzaro a Venezia, il 4 settembre ha esposto una foto di grande formato su una balconata della loro sede. Il progetto è stato presentato presso l’Ambasciata d’Italia in Armenia, in presenza dell’ambasciatore Vincenzo Del Monaco. Con il patrocinio dell’Ufficio dell’Alto Commissario per la Diaspora della Repubblica di Armenia, l’opera collettiva comprende anche un altro intervento da parte della comunità, quello di inviare agli artisti una fotografia del palmo della propria mano con la medesima scritta. Le immagini poi sono diventate cartoline da distribuire per rafforzare il senso dell’opera collettiva. P.V.: In questa parte del progetto non abbiamo curato la qualità dell’immagine. In genere l’artista vuole avere il controllo di tutto, ma non in questo caso: le persone che spontaneamente hanno fotografato la propria mano, rappresentano se stesse anche attraverso il mezzo che viene utilizzato, quindi ne scaturisce la propria vera immagine. Un’immagine in cui la mano si frappone tra l’identità di un popolo molto forte, che agisce come se si affacciasse sul Mar Mediterraneo, e il territorio di riferimento. Linee della mano come radici, chiaro riferimento alle opere del 2018 Complementare, Breviario del Mediterraneo e Terra di me. Progetti incentrati su esperienze sensoriali, linguaggi, mani e quegli incontri fatti di relazioni e memorie che esplorano i limiti. Emigrare per restare, per riscoprire se stessi, le proprie origini e l’importanza di essere liberi.