Belgrado, 28 ott 11:46 – (Agenzia Nova) – L’ultimo giorno di visita, sabato 5 ottobre, Sarkissian ha deposto una corona di fiori presso il monumento in onore del popolo armeno a Belgrado. I due presidenti hanno ribadito la volontà di rafforzare la cooperazione e aprire un nuovo capitolo nelle relazioni bilaterali. “Questa è la mia prima visita in Serbia. I nostri popoli hanno legami storici e culturali secolari, che oggi crescono in relazioni bilaterali dinamiche, fondate sulla visione del futuro”, ha detto il presidente armeno. “Insieme abbiamo confermato l’impegno e il desiderio di rafforzare la cooperazione e aprire un nuovo capitalo nei nostri rapporti”, ha ancora detto Sarkissian indicando per la cooperazione economica i settori dal maggiore potenziale, dall’agroalimentare all’alta tecnologia fino al turismo. (segue) (Seb)
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2019-10-28 15:40:532019-10-29 15:41:27Serbia-Armenia: governo Belgrado approva provvedimento per eliminazione visiti per cittadini armeni (Agenzianova 28.10.19)
La Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti d’America è pronta a mettere ai voti una risoluzione per il riconoscimento ufficiale del Genocidio armeno, il piano di sterminio della comunità armena, costato 1 milione e mezzo di vittime, e portato avanti dall’Impero Ottomano nel 1915. Il voto sulla risoluzione è stato inserito nei lavori parlamentari della prossima settimana. Si tratta di un passaggio molto importante, caldeggiato dalla comunità armena ma finora fortemente osteggiato dalla realpolitik a favore della Turchia. A determinare l’avanzata della risoluzione sembra che sia stato lo stesso Trump – hanno fatto notare diversi giornali americani – per fare pressioni su Erdogan protagonista di una operazione bellica in Siria contro i curdi.
La risoluzione era stata presentata da alcuni parlamentari lo scorso aprile, e da allora aveva ricevuto il sostegno di 117 rappresentanti della Camera, attualmente a maggioranza democratica.
«Ci prepariamo ad un provvedimento sulle sanzioni alla Turchia, e anche un provvedimento sul Genocidio armeno. Sono certo che il governo della Turchia sarà scontento per entrambe queste due azioni, ma del resto anche noi non siamo contenti del governo turco» ha spiegato Eliot Engel, Presidente della Commissione esteri della Camera dei Rappresentanti.
La comunità armena ha manifestato soddisfazione per questo passaggio tanto atteso. «Il recente attacco turco a gruppi etnici vulnerabili – ha dichiarato Brian Ardouny, Direttore esecutivo della Armenian Assembly of America – conferma la necessità che il Congresso riconosca in ermini inequivocabili il Genocidio armeno, approvando le risoluzioni già presentate alla Camera dei Rappresentanti e al Senato».
Fino ad oggi, i diversi tentativi messi in atto negli USA da associazioni armene per far votare risoluzioni parlamentari sul riconoscimento del Genocidio armeno sono caduti nel vuoto, a causa dell’opposizione delle diverse amministrazioni presidenziali interessate a non compromettere i buoni rapporti tra Turchia e Stati Uniti.
In passato, i Presidenti Carter e Reagan avevano usato l’espressione Genocidio armeno, ma successivamente George Bush e Obama avevano prudentemente evitato di utilizzare questa espressione. In Turchia parlare di genocidio armeno è punibile con il carcere: esiste un articolo del codice penale che prevede punizioni per chi attenta all’unità della nazione.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2019-10-26 15:39:192019-10-29 15:40:28La Camera dei Rappresentanti Usa pronta a riconoscere ufficialmente il Genocidio Armeno (Il Messaggero 26.10.19)
Washington (Agenzia Fides) – La Camera dei Rappresentanti USA, ramo del Congresso degli Stati Uniti d’America, si prepara a mettere ai voti una risoluzione che comporterebbe il riconoscimento ufficiale da parte statunitense del Genocidio armeno, il massacro sistematico di armeni perpetrato nei territori della Penisola anatolica nel 1915. Il voto sulla risoluzione in questione è stato inserito nell’agenda dei lavori parlamentari della prossima settimana. La risoluzione era stata presentata da alcuni parlamentari lo scorso aprile, e da allora aveva ricevuto il sostegno di 117 rappresentanti della Camera, attualmente a maggioranza democratica. Nel contesto delle tensioni in atto tra Usa e Turchia sugli scenari siriani, il voto parlamentare sulla controversa questione del Genocidio armeno viene esplicitamente presentata da alcuni suoi supporter come un potenziale fattore di pressione statunitense sulle scelte della leadership politica turca. “Ci prepariamo a avere un provvedimento sulle sanzioni alla Turchia, e anche un provvedimento sul Genocidio armeno. Sono certo che il governo della Turchia sarà scontento di entrambe, ma del resto anche noi non siamo contenti del governo turco” ha dichiarato in una intervista radiofonica Eliot Engel, Presidente della Commissione esteri della Camera dei Rappresentanti.
Anche associazioni e gruppi armeni operanti negli USA hanno espresso compiacimento per l’iniziativa, che secondo alcuni media gode del sostegno della democratica Nancy Pelosi, Presidente della Camera. “Il recente attacco turco a gruppi etnici vulnerabili” ha dichiarato Brian Ardouny, Direttore esecutivo della Armenian Assembly of America in riferimento all’intervento militare turco nei territori della Siria nord-orientale “conferma la necessità che il Congresso riconosca in ermini inequivocabili il Genocidio armeno, approvando le risoluzioni già presentate alla Camera dei Rappresentanti e al Senato”.
Fino ad oggi, i diversi tentativi messi in atto negli USA da associazioni armene per far votare risoluzioni parlamentari sul riconoscimento del Genocidio armeno sono caduti nel vuoto, a causa dell’opposizione delle diverse amministrazioni presidenziali interessate a non compromettere i buoni rapporti tra Turchia e Stati Uniti. Il Presidente USA Donald Trump, come riferito da Fides (vedi Fides 25/4/2017), nell’aprile 2017 aveva dedicato un pronunciamento ufficiale ai massacri pianificati subiti nella Penisola anatolica dagli armeni nel 1915, ma aveva evitato di applicare a quei massacri sistematici la definizione di “Genocidio armeno”, accodandosi alla linea seguita dai suoi ultimi 4 predecessori per non suscitare reazioni risentite da parte della Turchia.
In passato, i Presidenti USA Jimmy Carter e Ronald Reagan avevano usato l’espressione “Genocidio armeno”, ma poi, da George H.W Bush a Barack Obama, l’espressione era scomparsa da lessico dei leader della Casa Bianca nei loro pronunciamenti ufficiali.
La stampa USA ricorda che il Presidente Obama, anche a causa delle pressioni turche sul Congresso USA, aveva accantonato la promessa fatta durante una campagna elettorale di riconoscere la natura genocidaria dei massacri subiti nell’attuale territorio turco dagli armeni più di un secolo fa. (GV) (Agenzia Fides 25/10/2019)
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Pubblicheremo la storia delle delle persecuzioni contro gli armeni culminate nel genocidio del 1915-1918. Questa è la prima di dieci parti.
La Fine del XIX Secolo
La serie di persecuzioni scatenate contro le popolazioni armene a partire dal penultimo decennio del XIX secolo, culminate nel genocidio del 1915-1918, sono riconducibili a cause di assoluta immanenza e ben spiegabili in termini puramente materialisti, attingendo alla documentazione disponibile, alla geopolitica ed alla sociologia. Le cause dello sterminio sono una costellazione riconducibile pressoché in blocco al travolgente impatto delle strutture sociali del tempo con la modernità, piuttosto che ad una metafisica e sostanzialmente risibile “malvagità islamica” buona soltanto per rafforzare in un’opinione pubblica decerebrata e pornofila la solita foia securitaria in gran voga oggidì.
A partire dall’inizio dell’era moderna in Armenia – termine che storicamente indica un territorio almeno dieci volte più ampio di quello attualmente sotto la sovranità di Erevan – accanto ad una maggioranza di contadini si era andata formando una classe borghese abbastanza numerosa ed influente, i cui usi, la cui cultura ed i cui consumi erano profondamente influenzati dai corrispettivi europei; le testimonianze documentali della situazione sono imponenti e confermano l’alto livello di vita di professionisti, commercianti ed artigiani concentrati in comunità ad Istanbul, a Izmir ed in altri grossi centri, nonché sparpagliati in tutta l’Anatolia. I musei delle comunità armene ancora esistenti, come quella di Esfahan nella Repubblica Islamica dell’Iran o quella siriana di Aleppo, mostrano la raffinatezza anche materiale di cui la borghesia armena riusciva a circondarsi. A questo fenomeno si univano i legami culturali con gli Stati europei, primi tra tutti la Francia e la Russia, nelle cui università ricevevano formazione anche parecchi giovani armeni.
L’élite cui abbiamo accennato viveva gomito a gomito con curdi, turchi e molte altre popolazioni in un mondo che a tutti i livelli dava per scontate due cose che oggi inimmaginabili: la normalità della differenza, e l’idea che essa differenza non implicasse una particolare superiorità o inferiorità. Nonostante la scarsità di beni materiali e la sua influenza sulla qualità della vita, nel territorio imperiale – come in tutti i territori imperiali – coesistevano comunità dai costumi diversissimi. Le basi pratiche e ideologiche per il genocidio vanno ricercate non in un “islam” buono per gli articoli dei giornalini “d’Occidente”, ma nell’irruzione travolgente della modernità e delle idee nazionaliste. Lungi dal costituire un monolito “islamico”, l’Impero ottomano aveva concesso ad esempio fino alla metà del XIX secolo ai propri sudditi non musulmani di prestare servizio come dragomanni (interpreti, guide, segretari) per una potenza straniera; alla carica si accompagnavano esenzioni fiscali ed uno statuto giuridico particolare, che consentiva ai dragomanni di farsi proteggere dallo stato per il quale operavano.
Questa polverizzazione di diritti e privilegi venne meno durante la tanzimat, la “riorganizzazione” imperiale tentata negli stessi anni per tentare di metabolizzare gli effetti e l’influenza della modernità, che tra le altre cose dotò di rappresentanze e di assemblee proprie i millet, le nazionalità comprese nell’impero.
L’inizio del precipitare delle sorti armene va fatto risalire almeno al 1878, anno a partire dal quale divenne sempre più evidente che la supremazia ottomana in Europa orientale aveva i giorni contati. Il trattato di Santo Stefano ed il seguente congresso di Berlino (congresso il cui scopo sostanziale era quello di limitare l’influenza russa nella regione) avevano imposto all’impero perdite territoriali molto consistenti, vissuti dai militari come una deminutio capitis insanabile. Da sempre puntello del potere e forza sociale tra le più influenti, la casta militare godeva nell’impero, ed ha continuato a godere nella Turchia contemporanea, di un prestigio e di un’autorevolezza molto alti.
Con gli ultimi anni del XIX secolo va facendosi strada ad Istanbul – e presso essa classe militare – la convinzione che gli altri Stati europei (che le idee nazionaliste le hanno prima prodotte e poi fatte completamente proprie, improntando ad esse la propria forma di Stato e la propria politica interna ed estera) abbiano in agenda lo smembramento e l’occupazione dell’impero alla prima occasione favorevole; la politica di Abdulhamid II, al trono dal 1876, si basa sull’autoritarismo e sulla burocratizzazione: gli aspetti peggiori del nazionalismo vengono fatti propri dalla burocrazia, con l’abbandono dell’idea di una “cittadinanza ottomana” ed il recupero strumentale dell’appartenenza religiosa per legare all’etnia turca gli altri popoli musulmani non turchi, la cui aggressività viene diretta contro i cristiani. Dal 1891 i curdi sono irreggimentati in reparti semiregolari, su modello di quelli cosacchi: la cavalleria hamidiana è destinata alla guardia personale del sultano ed alla sorveglianza della frontiera con l’Impero russo e sarà tra le forze militari protagoniste dei successivi eventi.
Nel nuovo stato di cose, nel nuovo ordinamento giuridico che paga all’ideologia nazionalista tributi via via più pesanti e dagli effetti sempre più articolati, i non turchi, i non musulmani non soltanto diventano rapidamente “altra cosa” rispetto ai gruppi maggioritari, ma prendono essi stessi coscienza nazionale. In territorio ottomano nascono società segrete armene su modello carbonaro; a Van, nel 1885 lo Armenakan; a Ginevra il Hntchack e a Tbilisi il Dashnaksutiun. Rifacendosi al trattato di Berlino ed agendo nelle zone di una frontiera ondivaga, le formazioni armene tentano di assicurare le funzioni statali in cui Istanbul non riesce più a mostrarsi efficiente, facendo crescere tra gli armeni la percezione della propria appartenenza nazionale e la prospettiva dell’autogoverno.
La minoranza radicale è protagonista degli avvenimenti: nel 1890 un processo pubblico ad Istanbul è occasione per scaramucce e per proclami contro il Sultano. Pochi mesi dopo una colonna di appartenenti al Dashnaksutiun provoca un incidente di frontiera e la repressione arriva immediata, con l’arresto di religiosi di spicco e la sospensione dell’assemblea del millet armeno. Gli attivisti armeni rispondono con attentati. Nell’estate del 1894, nella zona di Sasun, tre villaggi rifiutano di pagare una seconda volta imposte già pagate ad esattori curdi: la cavalleria hamidiana rastrella la zona facendo migliaia di morti e la notizia arriva in Europa occidentale senza che la propaganda imperiale riesca a controbattere in modo efficace: la sproporzione tra atti di guerriglia o di insubordinazione e successiva rappresaglia è intollerabile agli occhi di chiunque. Le violenze dei tre anni successivi, note grazie a una nutrita serie di rapporti consolari, causarono duecentomila morti e si accompagnarono alla distruzione di chiese e villaggi.
Nel 1896 un commando armeno compì uno spettacolare assalto alla Banca ottomana di Istanbul, centro degli interessi europei nell’Impero: l’atto fu seguito da un’altra ondata di repressione e l’opinione pubblica europea si divise ancora una volta sull’opportunità di azioni cui corrispondeva immancabilmente una reazione sproporzionata, mentre le esigenze di una politica realista imponevano a Francia e Russia di barcamenarsi tra le “verità” della propaganda imperiale e quella delle note consolari.
Nonostante l’interpretazione dei massacri hamidiani di quegli anni sia ancora oggetto di dibattito, la volontà politica che li muoveva, ossia il restauro del vecchio ordine, ne fa qualcosa di non genocidario; i massacri costituiscono una sostanziale ammissione di impotenza da parte della Sublime Porta ad affrontare gli stravolgimenti sociali che la modernità comportava: non l’eliminazione degli armeni come popolo ma il restauro del sistema dei millet e l’eliminazione dell’attivismo radicale erano gli obiettivi di Abdulhamid, che verrà poi sconfitto dalle forze da lui stesso messe in moto.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2019-10-24 19:12:272019-10-25 19:13:59Lo sterminio degli armeni - Prima parte - (Laluce.news 24.10.19)
Un viaggio in Armenia per conoscere la storia del suo popolo e visitarne le bellezze ma senza dimenticare la solidarietà. Undici persone, appartenenti all’associazione Ponti di Pace di Bassano, hanno trascorso la seconda metà di agosto nello Stato del Medio Oriente. Della comitiva faceva parte anche il sindaco di Cassola, Aldo Maroso. Il gruppo, in Armenia, si è spostato in bicicletta, percorrendo un totale di 600 chilometri, su 1200 totali, in 8 giorni di pedalate. «Scopo del viaggio era non tanto, o non solo, visitare alcuni tra i siti archeologici più celebri dell’Armenia – riferisce Silvano Mocellin, uno dei referenti dell’associazione – ma andare di persona a vedere il villaggio dove ricostruiremo un ambulatorio medico, finanziandone il funzionamento». Il villaggio si trova nel nord-ovest dell’Armenia e l’ambulatorio sarà in appoggio all’ospedale “Redemptoris Mater” di Ashotsk, paese distrutto dal terremoto del 1988, che fece migliaia di vittime. Qui Papa Giovanni Paolo II vi volle costruire un ospedale, che fece gestire dai padri Camilliani, e una rete di ambulatori medici sparsi lì intorno, in un altopiano a 2000 metri. Padre Mario Cuccarollo è il direttore amministrativo. Il costo del progetto si aggira sui 20mila euro, che l’associazione vorrebbe finanziare integralmente. «Abbiamo approfittato del viaggio per recarci anche a Tbilisi le ultime due notti – racconta Mocellin – dove qualche anno fa avevamo finanziato, in un centro della Caritas, un campetto da calcio tuttora ben conservato e utilizzatissimo dai ragazzi della capitale georgiana». L’associazione Ponti di Pace è nata nel 1989 in occasione della storica spedizione ciclistica Bassano-Venezia -Mosca. È formata da un gruppo di amici con idee, professioni e interessi diversi, ma con la passione comune della bicicletta. Bicicletta intesa come mezzo di trasporto per viaggiare, incontrare persone e scoprire luoghi nuovi. Fu però la spedizione Bassano-Venezia-Pechino del 2001 a imprimere una nuova svolta all’impegno dell’associazione. All’epoca i partecipanti, in visita al villaggio di Surami, rimasero molto colpiti dalla povertà e dall’accoglienza dei bambini di strada.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2019-10-24 19:08:502019-10-25 19:12:01Armenia in bicicletta Maroso e il tour benefico (Giornale di Vicenza 24.10.19)
Il conflitto in Kurdistan ha una storia piuttosto complessa, fatta di tradimenti, promesse non mantenute, equilibri politici instabili e, soprattutto di violenza. Quando si fa riferimento al Kurdistan si va a indicare una vasta zona, di circa 550.00 chilometri quadrati, che si snoda tra il Nord della Siria e dell’Iraq, il vicino confine con Iran e Armenia e, infine, la parte orientale della Turchia. Non si tratta di un vero e proprio stato, ma piuttosto di un popolo che da un secolo rivendica la sua identità e chiede di essere autonomo. Secondo le stime i curdi sono tra i 30 e i 45 milioni, di cui più o meno la metà vive in Turchia. Nel Paese di Erdogan i curdi rappresentano una consistente minoranza: il 20% della popolazione totale.
Questo popolo è da sempre stanziato nella parte nord della Mesopotamia e, dopo un periodo di emirati indipendenti, è stato annesso all’Impero Ottomano e all’Iran unificato dai Safavidi. Per l’Impero Ottomano le tribù curde, da subito, rappresentarono un problema di ordine interno, finché venne presa la decisione, sotto consiglio tedesco, di creare la cavalleria leggera “Hamidiye” e di sfruttare il loro caldo temperamento per tenere sotto controllo altre minacce, per esempio quella armena. Nei piani del sultano c’era la totale integrazione delle tribù curde nell’Impero, infatti assicurò dei posti di riguardo a corte a tutti quei notabili curdi che, se non si fossero schierati al suo fianco, sarebbero stati di certo contro di lui. La politica di integrazione portò ad alcuni frutti, per esempio, agli inizi del 1900 nacque una classe media curda, di tipo borghese, formata a Costantinopoli e in contatto con le idee borghesi europee di quel tempo. E che discendeva dai principi curdi che avevano combattuto contro l’Impero Ottomano.
Area di rivendicazione curda
Con l’avvento della Grande guerra l’avventura nazionalistica dell’Impero Ottomano giunse al suo ultimo atto, e il Paese venne smembrato dalla conferenza di pace di Parigi. Le decisioni prese dalla conferenza furono molte, ma in questa sede basterà ricordare che vennero decise l’autonomia del Kurdistan, anche se i suoi confini dovevano essere ancora stabiliti, e l’indipendenza dell’Armenia. Il problema fu che queste decisioni vennero prese senza tenere conto del movimento nazionalista turco che controllava militarmente tutta l’Anatolia orientale. Anche il successivo trattato di Sévres prevedeva la creazione di uno stato curdo, sebbene ridimensionato, ma è con il seguente trattato di Losanna che i curdi furono traditi per la prima volta. Era il 1923 e il Kurdistan fu frammentato a seconda degli interessi delle potenze vincitrici. Iniziarono in quel momento le lotte del popolo curdo per il riconoscimento del diritto di poter creare un proprio stato, lotte che sono state represse, talvolta con episodi così violenti da costringere una parte del popolo a migrare lontano dalle proprie terre.
A seconda della realtà politica in cui il popolo curdo fu incluso ci furono evoluzioni diverse, pur sempre accomunate dalla repressione. La Turchia fondata dal generale Kemal Ataturk, uno dei protagonisti della guerra d’indipendenza, inizia la repressione militare in vista di uno stato centralizzato e sfavorevole alle minoranze: la popolazione curda viene obbligata a rinnegare la propria lingua e a “turchificarsi”. Altri curdi furono inclusi in Siria, che era un protettorato francese, e altri ancora in una “nuova creazione” sotto protettorato britannico: l’Iraq. La richiesta di indipendenza continuò a essere viva nei decenni successivi, ma tornò in primo piano dopo il secondo conflitto mondiale.
Il professore di storia delle relazioni internazionali Antonio Varsori ripercorre le principali tappe del conflitto del Kurdistan
Un nuovo spiraglio di speranza si affacciò all’alba del 1946, quando l’Unione sovietica incoraggiò i curdi a fondare uno stato autonomo. Nasce quindi la Repubblica di Mahabad nella porzione di Kurdistan iraniano: non uno stato a tutti gli effetti, ma una realtà che chiedeva di essere riconosciuta all’interno dello stesso Iran. La repubblica durò soli undici mesi: l’obiettivo dell’Urss era di annettere l’Iran del nord e, una volta ritirate le truppe sovietiche dal territorio, la Repubblica fu rasa al suolo. Mustafa Barzani, uno dei leader militari della Repubblica, tornò nel suo paese di nascita, l’Iraq e da qui guidò una rivolta nazionalista curda. Seguì un conflitto che durò fino al 1970, con episodi di guerriglia armata e di conseguenti repressioni.
Qualche anno più tardi anche per i curdi siriani iniziarono grossi problemi: circa il 20% di loro si vide espropriare le terre a favore di arabi e assiri, perse la cittadinanza, il diritto di voto e di partecipazione politica. Erano visti come una minaccia alla Siria unita, quindi nel giro di un decennio circa 30.000 curdi furono sfollati. Fu creata una sorta di “cintura araba” che separò il Kurdistan siriano dal Kurdistan della Turchia.
Il popolo curdo ha, purtroppo, un pesante primato: si tratta della popolazione più tradita. Una nuova promessa di aiuto per uno stato curdo venne fatta, e infranta, da Richard Nixon e Mohammad Reza Pahlavi, rispettivamente a capo di Stati Uniti e Iran. Nel 1972 lo Scià si rivolse a Nixon con la richiesta di dare sostegno alla rivolta dei curdi in Iraq. Nixon accettò e fornì armi ai ribelli, con lo scopo di minare la stabilità del Paese, a quel tempo filo-sovietico. Nel 1975 però, il sovrano persiano si accordò con l’Iraq e gli Stati Uniti si ritirano. Il popolo curdo si trovò abbandonato per la seconda volta.
Milizie del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) – Photo: AFP
Il conflitto si inasprì nuovamente attorno agli anni Ottanta, quando lo scontro militare si intensificò soprattutto in Turchia e in Iraq. A dare nuova linfa alle rivendicazioni curde furono una serie di movimenti politici, tra cui il più noto fu il Partito dei lavoratori del Kurdistan, il PKK. Fondato dal curdo con cittadinanza turca Abdullah Ocalan, aveva come obiettivo la creazione di una repubblica indipendente curda. Il PKK prevedeva l’uso indiscriminato della violenza: si insediò in Iraq del nord e da qui compì gli attentati terroristici contro la Turchia. Il conflitto, mai realmente risolto, causò migliaia di vittime su entrambi i fronti, e durò quarant’anni.
Prima di arrivare ai periodi più recenti, occorre fare riferimento a un’altra triste pagina del conflitto. Quando la guerra tra Iran e Iraq volse al termine, alla fine degli anni Ottanta, Saddam Hussein salì al potere a Bagdad e iniziò un vero e proprio genocidio contro la popolazione curda nel Paese. Il più tristemente noto fu l’attacco chimico di Halabja, nel marzo 1988, con cui furono uccisi con il cianuro 5.000 curdi, colpevoli di non aver opposto sufficiente resistenza al nemico iraniano. La repressione fu quindi durissima, ma la questione curda ritornò alla ribalta quando, nel 1990, l’Iraq invase il Kuwait. Le Nazioni unite risposero con l’embargo e Hussein concesse ai curdi l’autorizzazione di coltivare la “terra di nessuno”, ovvero le frontiere con Iran e Turchia. Nel 1991 fu George W. Bush, un altro presidente statunitense, a sostenere una nuova rivolta curda, anche questa strumentale per indebolire il Rais, ma la rivolta degli sciiti e dei curdi fu repressa nel sangue. Gli Stati Uniti imposero così una no-fly zone sulle montagne al confine tra Turchia e Iraq dove i curdi si erano rifugiati in migliaia, accordo che rimase valido fino al 2003 quando gli Stati Uniti invasero il Paese. Dopo la caduta del regime di Saddam Hussein la situazione si pacificò e la zona nord dell’Iraq ha ottenuto il riconoscimento di regione federale autonoma, con il nome di Kurdistan-Iraq o anche Regione del Kurdistan. Il ritiro delle truppe americane da questi territori si è concluso solo nel 2011, anno in cui si è formato anche un altro tipo di autonomia in Medioriente, il Rojava.
Molte donne fanno parte delle milizie curde – Photo by Joey L
Lo scoppio della guerra civile siriana ha permesso ai curdi dello stato di formare un’amministrazione autonoma, nota come Rojava e ufficialmente riconosciuta dal governo. Il controllo del territorio fu ottenuto dall’Unità di protezione popolare, un gruppo di combattenti legato al PKK, e successivamente alleato con gli Usa, per contrastare l’avanzata dell’Isis.
Nel frattempo in Turchia, il PKK, che aveva dichiarato il cessate il fuoco nel 1999, decise di infrangerlo nel 2004. Recep Tayyip Erdogan, da poco insediatosi al governo turco, promise di risolvere la questione curda con più democrazia rispetto ai suoi predecessori: riabilitò l’uso della lingua curda, restaurò i nomi di alcune città curde e approvò una parziale amnistia per ridurre le condanne ai militanti del PKK incarcerati. Lo stesso Ocalan, dal carcere, invocò la fine della lotta armata. Ma nel 2015 Erdogan, per questioni legate alla guerra civile in Siria e per motivi elettorali, ha interrotto la tregua e ha scatenato una guerra contro il separatismo curdo. Riprende così la guerriglia nel sud-est del Paese, con attentati anche su Istanbul e Ankara. Con una serie di decreti, possibili grazie alla dichiarazione di stato d’emergenza effettuata da Erdogan dopo il tentativo di golpe subito, organizzazioni, scuole di lingue e istituzioni culturali curde sono state chiuse, e a ridosso del confine siriano i sindaci eletti sono stati deposti e sostituiti da amministratori. La guerra di Erdogan ai curdi si fa ogni giorno più dura, non solo nei confini nazionali, ma anche in territorio siriano.
La guerra al califfato dell’Isis ha visto per molti anni le milizie curde in prima linea in Siria, così pensava di dare vita, nella zona, a una regione con ampia autonomia come successo in Iraq, ma questa prospettiva non piace alla Turchia, che invece non concepisce la creazione di uno stato curdo lungo i suoi confini a est. La presenza dei marines americani in quella zona ha scongiurato ogni azione militare da parte della Turchia, ma nel 2018 è il presidente americano Donald Trump ad annunciare il ritiro delle sue forze armate, perché la guerra contro l’Isis è stata vinta. Dopo grandi proteste contro l’abbandono degli alleati, Trump si trova costretto al dietrofront, fino al 7 ottobre 2019, quando Trump dà l’ordine definitivo. Con gli americani diretti verso casa, la strada è sgombra per l’invasione turca della Siria.
L’obiettivo dichiarato di Erdogan è spazzare via la presenza delle milizie curdo siriane Unità di protezione popolari (YPG) e Unità di protezione delle donne (YPJ) dalle zone a ridosso della sua frontiera. Nella notte tra il 9 e il 10 ottobre la Turchia ha dato inizio alla sua “Operazione fronte di pace”, che con la sua violenza si è dimostrata piuttosto un imbroglio linguistico.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2019-10-23 19:14:442019-10-25 19:24:30Tradimenti, terrorismo e violenza: la storia del Kurdistan (ilbolive.unipd 23.10.19)
È tempo di nuovi grandi annunci per I-DAYS Milano 2020, la rassegna musicale che porterà sul palco i grandi artisti internazionali la prossima estate.
Dopo l’annuncio di Billie Eilish (per la prima volta headliner di un festival italiano il 17 luglio), ora è la volta dei System Of A Down e dei Korn, sul palco del MIND – Milano Innovation District (area expo) venerdì 12 giugno 2020.
I biglietti per la data saranno disponibili per l’acquisto in anteprima a partire dalle ore 10.00 di lunedì 28 ottobre 2019 per i possessori di carte Intesa Sanpaolo sul sito www.ticketone.it/intesasanpaolo (per 48 ore).
La messa in vendita generale partirà invece dalle ore 11.00 di mercoledì 30 ottobre su www.livenation.it, www.ticketmaster.it e www.ticketone.it
I System of A Down tornano in Italia dopo essersi esibiti due anni fa a Firenze Rocks, dove avevano infiammato il palco della Visarno Arena.
Stati Uniti e Armenia, due mondi opposti che trovano la perfetta unione nello stile inconfondibile e nella musica della band, formatasi in California da membri di origine armena. Serj Tankian (voce, tastiere, chitarra), Daron Malakian (chitarra e voce), Shavo Odadjian (basso, cori) e John Dolmayan (batteria) sono emersi nel 1994 e sono i massimi rappresentanti del genere nu-metal/alternative-metal. Da allora il successo di critica e pubblico non li ha mai abbandonati, come testimoniano i cinque album in studio pubblicati (di cui tre hanno debuttato alla #1 nella Billboard US Chart) e i 40 milioni di dischi venduti nel mondo. Nominato a 4 Grammy Awards e vincitore di 1 Grammy per ‘la miglior performance Hard-Rock’ con il brano B.Y.O.B nel 2006, il gruppo continua ad esibirsi sui palchi di tutto il globo con show che sono pura ‘dinamite’, senza mai tralasciare l’‘impegno’, legato a temi sociali e messaggi politici importanti.
I Korn hanno cambiato il mondo con l’uscita del loro album omonimo nel 1994. La musica della band, formata da Jonathan Davis (voce), James “Munky” Shaffer e Brian “Head” Welch (chitarra), Reginald “Fieldy” Arvizu (basso) e Ray Luzier (batteria), è divenuta la ‘colonna sonora’ di un’intera generazione. I Korn hanno venduto 40 milioni di dischi nel mondo, vinto due Grammy Awards e segnato record fino ad ora rimasti imbattuti nel campo del rock e nu-metal.. The Ringer li considera addirittura un vero e proprio “movimento, come nessuna band oggi potrà mai essere”.
I-DAYS 2020 si tiene nello stesso spazio che nelle scorse stagioni ha accolto Eminem, Pearl Jam e Imagine Dragons, al MIND Milano Innovation District – Area Expo, una zona verde specifica attrezzata per i grandi concerti, altamente qualificata e dotata di tutti i servizi: treno e metropolitana che la collegano al centro di Milano, parcheggi, servizi igienici residenti, un’ampia zona food & beverage con una vasta e variegata offerta di cibi e bevande, anche vegetariani e vegani. Un ambiente adeguato per accogliere nel miglior modo il pubblico della musica live internazionale.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2019-10-23 18:18:562019-10-24 18:19:53System Of A Down e Korn agli I-Days Milano 2020 (Spettakolo.it 23.10.19)
La “questione curda” è tornata alla ribalta con le recenti azioni militari turche sul confine siriano, ennesima tragedia per un popolo formalmente “senza terra”, nonostante una promessa di quasi 100 anni fa. Le origini della crisi sono infatti legate alla caduta dell’Impero Ottomano, processo iniziato alla vigilia del primo conflitto mondiale e conclusosi nell’arco un decennio. Peraltro, quell’Impero non aveva più la grandiosità di un tempo, quando Costantinopoli giganteggiava su tutto il Medio Oriente e il Nord Africa, ma era una potenza ridimensionata alla penisola anatolica e poco più.
LA FINE DELL’IMPERO OTTOMANO. Un duro colpo era stato inflitto con il Trattato di Londra del 1913, firmato dopo le guerre balcaniche, quando l’Impero – già privato di tutti i territori in Nord Africa – perse anche la sovranità sui Balcani. Tre anni più tardi, inoltre, con l’accordo segreto Sykes-Picot, Gran Bretagna e Francia si spartirono a tavolino le zone arabe dell’Impero Ottomano, estendendovi la propria influenza pur garantendo alle varie aree una parvenza di indipendenza. Con la sconfitta nella Grande Guerra, l’Impero fu definitivamente smembrato con il Trattato di Sèvres, firmato il 10 agosto 1920, che definì i nuovi confini della Turchia. Il Paese ne uscì gravemente mutilato, perdendo tra l’altro i territori prossimi alla Siria, passati sotto controllo francese.
L’Impero Ottomano spartito tra le Potenze dell’Intesa nel 1920. | WIKIMEDIA
CURDI E ARMENI: LE TERRE PROMESSE. Il trattato imposto da Francia, Impero Britannico, Grecia, Italia e altre potenze alleate durante la Prima guerra mondiale prevedeva anche azioni concrete a favore delle minoranze etniche, come i curdi e ciò che restava degli armeni dopo il genocidio operato dai turchi. Il trattato imponeva la cessione di una parte del territorio turco alla Repubblica di Armenia (che però di lì a poco sarebbe stata assorbita dallURSS), e stabiliva che una specifica commissione della Società delle Nazioni (organizzazione che precedette l’ONU) avrebbe dovuto garantire al popolo curdo uno Stato indipendente. In altre parole, i curdi ricevettero la “promessa” di un Kurdistan.
Il progetto non troverà però mai alcun seguito. Sulla scena pubblica dell’Impero Ottomano si era affacciato il generale Mustafa Kemal, meglio noto come Atatürk, “padre dei turchi”, pronto a rivoluzionare lo stato delle cose. Kemal si fece promotore di un intenso e combattivo nazionalismo turco, riuscendo a scacciare la presenza straniera dal territorio (guerra d’indipendenza del 1919-1922) e a rovesciare l’ultimo sultano ottomano, Maometto VI. Il progetto politico del nuovo leader, quello di creare uno Stato moderno e laico, cozzava però con le disposizioni di Sèvres: il trattato fu quindi stracciato, e nell’ottobre del 1922 ripresero le negoziazioni con le potenze europee.
I TRADIMENTI DELL’OCCIDENTE. L’accordo fu trovato infine nel 1923 con la firma del Trattato di Losanna, che sancì il riconoscimento internazionale della Repubblica di Turchia. Questa, a sua volta, si impegnò a riconoscere alle comunità di greci, armeni ed ebrei presenti nel territorio lo status di minoranze nazionali. Del progetto del Kurdistan invece si perse ogni traccia: la maggior parte del territorio storicamente appartenente ai curdi rientrò nei confini orientali della Turchia, mentre il resto fu suddiviso tra Siria, Iraq, RSS Armenia e Iran.
Non solo: dal momento che non era stata riconosciuta come minoranza, la comunità curda divenne perseguibile, e così, da allora, questo popolo ha dovuto imparare a combattere per non estinguersi, continuando a rivendicare con fierezza una piena indipendenza.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2019-10-23 16:46:452019-10-23 16:46:45Perché il Kurdistan non esiste? (Focus 23.10.19)
Dai villaggi del nord est della Siria un fiume umano si snoda nel deserto e si dirige a sud. Sessanta mila, centomila civili inermi fuggono. Il numero è destinato a crescere. Prima i bombardamenti, poi l’artiglieria e infine l’invasione di terra. Sorgente di pace, amara ironia nel nome dato dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan all’invasione militare annunciata qualche tempo fa in sede ONU. Obiettivo: creare una zona cuscinetto, una safe zone, eliminare i “terroristi curdi”, trasportare al loro posto i profughi siriani. Obiettivo mascherato, riprendersi terre appartenenti all’impero ottomano sconfitto 100 anni fa. In noi armeni ritornano i fantasmi del passato, alle immagini dell’esodo di oggi si sovrappongono le immagini scattate da Armin Wegner: donne, anziani, bambini, le marce della morte nel deserto di Der es Zor. Un milione e mezzo di armeni sterminati nel 1915. La popolazione curda nell’area è di due milioni e mezzo. Che cosa accadrà se non si agisce?”
Con queste parole Pietro Kuciukian, console onorario d’Armenia in Italia e cofondatore di Gariwo, commentava giorni fa l’attacco turco al popolo curdo.
Per indagare i meccanismi alla base di stermini e genocidi, di ieri e di oggi, Gariwo e la Comunità Ebraica di Milano- Assessorato alla Cultura organizzano l’incontro Dall’indifferenza al genocidio: la storia non smette mai di ripetersi?, giovedì 24 ottobre alle 21 presso il Memoriale della Shoah di Milano.
La serata, condotta da Gadi Schoenheit dell’Assessorato alla Cultura CEM, vedrà gli interventi di Gabriele Nissim, presidente di Gariwo; Marcello Flores, docente presso l’Università degli Studi di Siena, direttore del Master Europeo in “Human Rights and Genocide Studies”, storico e divulgatore scientifico; Agop Manoukian, Presidente onorario Unione Armeni d’Italia; Gadi Luzzato Voghera, storico e Direttore del CDEC – Centro Documentazione Ebraica Contemporanea; Jean-Paul Habimana, docente di Religione presso la Scuola Europa di Milano e sopravvissuto al genocidio dei Tutsi; Hazal Koyuncuer, rappresentante della Comunità curda milanese.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2019-10-22 16:40:502019-10-23 16:42:10Dall'indifferenza al Genocidio: La storia non smette mai di ripetersi (Gariwo 22.10.19)
Analisi – L’Armenia ha ospitato il recente vertice dell’Unione economica eurasiatica. All’evento sono stati invitati anche Singapore e Iran. Mentre con la città-Stato si è concluso un importante accordo commerciale, ambiziosi progetti energetici potrebbero coinvolgere Teheran. In pochi anni l’organizzazione guidata da Mosca ha ottenuto ottimi risultati, espandendo la propria influenza. Quale ruolo possono ritagliarsi le ambizioni armene in questo scenario?
I RISULTATI DEL VERTICE
A inizio ottobre si è tenuto a Erevan, capitale dell’Armenia, il vertice del Consiglio supremo economico eurasiatico, organo interno all’Unione economica eurasiatica (EAEU). L’incontro ha fornito l’occasione per fare il punto sui progressi dell’organizzazione e rinsaldarne il peso sulla scena internazionale. Infatti l’Unione ha siglato alcuni accordi sia con i propri Stati membri, inerenti alla cooperazione economica, sia con Singapore. L’accordo di libero scambio con la città-Stato (EAEUSFTA) consentirà un abbattimento del 90% delle barriere tariffarie sulle merci esportate nell’area EAEU, oltre a facilitare le operazioni finanziarie e commerciali tra le parti. Nella conferenza stampa congiunta di fine vertice il Primo Ministro di Singapore Lee Hsien Loong ha sottolineato come l’accordo sia la risposta alla tendenza protezionisticadi altri leader mondiali.
Una prima sessione del vertice si è svolta in forma ristretta con i soli rappresentanti dei cinque Paesi membri dell’Unione. In questa fase era presente anche Tigran Sargsyan, Presidente del consiglio di amministrazione della Commissione economica eurasiatica (altro organo dell’Unione). Una seconda sessione ha visto la partecipazione, oltre che del Premier di Singapore, anche del Presidente iraniano Hassan Rouhani, entrambi invitati come ospiti d’onore. Ha preso parte a questa sessione come Paese osservatore anche la Moldavia. Lo status di osservatore potrebbe essere concesso anche all’Uzbekistan nel 2020, secondo quanto riportato dai media uzbeki.
Fig. 1 – Stretta di mano tra il Premier armeno Pashinyan e Vladimir Putin durante il vertice dell’Unione economica eurasiatica di Sochi del maggio 2018
COS’È L’UNIONE ECONOMICA EURASIATICA?
Nata accordo tra Russia, Kazakistan e Bielorussia, l’Unione si propone come strumento per la massima integrazione economica regionale nello spazio post-sovietico. Il Trattato istitutivo fu firmato dai tre Paesi il 24 maggio 2014 ad Astana, capitale kazaka. Prima che entrasse in vigore con l’inizio del 2015, il documento fu sottoscritto anche da Armenia e Kirghizistan, che quindi si aggiunsero all’elenco degli Stati fondatori, nonché al momento unici membri dell’organizzazione. L’area interessata dall’Unione riguarda oltre 180 milioni di persone, con un PIL pari a quasi due trilioni di dollari USA. Tuttavia non mancano le incomprensioni interne: durante un incontro del 3 ottobre a Smolensk, in Russia, gli altri Paesi EAEU si sono scontrati con la Bielorussia. I produttori di latte di quest’ultima sono stati accusati di dumping sui prezzi. A sua volta Minsk denuncia le restrizioni subite dai suoi prodotti da forno. Il principale partner commerciale dell’organizazzione è l’Unione europea, con cui allo stesso tempo è contesa l’influenza economica (e di conseguenza, politica) sui Paesi “di confine” tra le due aree (Serbia, Israele, Georgia, Ucraina, Turchia). L’Unione ha già siglato nella sua breve vita accordi di libero scambio con Vietnam, Cina e ora con Singapore. Ma all’elenco potrebbero aggiungersi anche Egitto e India. Il 25 ottobre è prevista anche la firma della Serbia. Un’eventualità che ha suscitato le critiche di Bruxelles, timorosa di perdere un potenziale futuro Stato membro, il cui percorso di adesione è al momento vincolato ai progressi nella questione Kosovo. In passato fu l’Armenia a rinunciare a un accordo di associazione con l’UE in favore della EAEU. Un altro grave episodio riguardò i fatti dell’Euromaidan nel 2013, quando il Governo ucraino annullò la firma per un accordo di associazione con l’UE in favore delle trattative commerciali con la Russia, relative a questioni doganali. La crisi politica che ne derivò fu una delle cause dell’annessione russa della Crimea.
Fig. 2 – Una fase dei lavori del Consiglio supremo economico eurasiatico di Erevan, 1 ottobre 2019
IL MOSAICO GEOPOLITICO DELL’UNIONE
Armenia e Singapore hanno in comune l’essere Paesi dalle dimensioni ridotte, ma dalle prospettive future interessanti. Un concetto sottolineato nell’accorato discorso del Primo Ministro Leedurante il pranzo ufficiale del 29 settembre tenutosi a Erevan. Infatti il leader del “piccolo gigante” economico asiatico ha trascorso in Armenia quattro giorni. Una visita avvenuta su invito dell’omologo Pashinyan (che visitò la città-Stato a luglio) e conclusasi con la partecipazione di Singapore alla sessione ampliata del Consiglio supremo. Al vertice Lee ha presenziato come ospite d’onore, sempre su invito del premier armeno. I due Paesi hanno anche firmato un accordo bilaterale su servizi e investimenti, che rientra nel quadro di quello EAEU-Singapore. Un accordo simile fu firmato (e per ora solo approvato dal Parlamento UE) dalla florida realtà asiatica con l’Unione europea nell’ottobre 2018.
La trattativa conclusa con Singapore è stata lodata anche da Vladimir Putin, come riportato in un comunicato sul sito web del Cremlino. Nel corso dei lavori di Erevan, il Presidente russo ha tracciato un bilancio positivo dei progressi ottenuti finora dall’Unione, che dovrebbe ampliare ancor di più le proprie partnership. Secondo Putin andrebbero stretti ulteriormente i rapporti con l’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (SCO) e l’Associazione delle nazioni del Sud-Est asiatico (ASEAN), a beneficio del Grande partenariato eurasiatico. Restando in tema, il leader russo ha colto l’occasione per fare gli auguri al popolo cinese, che il primo ottobre ha festeggiato i settant’anni della Repubblica popolare. Inoltre, ha reso noto che durante il prossimo vertice Russia-Africa (che si terrà a Sochi il 23 e 24 ottobre) è prevista la firma di un protocollo d’intesa tra la Commissione economica eurasiatica e l’Unione africana.
Fig. 3 – Pashinyan con il Presidente iraniano Rouhani poco prima dell’inizio del summit di Erevan, 1 ottobre 2019
QUALE RUOLO PER L’ARMENIA?
L’importante posizione geografica e l’essere uno storico ponte tra Oriente e Occidente può fare dell’Armenia un piccolo Stato dalle grandi ambizioni. Pashinyan nella conferenza (interna al vertice del primo ottobre) sul “potenziale di transito del continente euroasiatico”, ha fatto il punto sulle possibilità armene. In attesa di novità sul fronte Belt & Road Initiative (BRI), che al momento non vede coinvolta l’Armenia, l’ex leader della Velvet revolution ha avanzato l’ipotesi di un collegamento tra il mercato elettrico dell’area EAEU e il sistema energetico iraniano. La possibilità per l’Armenia di porsi come importante corridoio energetico verso l’Iran è stata discussa dai rispettivi leader a margine del vertice di Erevan. Hassan Rouhani, come riportato in un comunicato stampa sul sito ufficiale del Primo Ministro armeno, si è dichiarato disponibile all’ampliamento del programma “Gas for Electricity” e alla cooperazione bilaterale nel settore dei trasporti. Il 27 ottobre entrerà in vigore anche l’accordo EAEU-Iran. I contatti erano stati avviati nel 2017, con una serie di incontri tra Rouhani e Putin, dove quest’ultimo ha più volte fatto presente l’ottima cooperazione raggiunta.
Dopo la fredda accoglienza degli altri leader dei Paesi EAEU nell’incontro di maggio in Kazakistan, il premier armeno è stato protagonista assoluto dell’ultimo vertice. Oltre a incassare i complimenti di Putin per l’impegno profuso dall’Armenia nell’Unione, Pashinyan ha avuto modo di parlare col presidente russo privatamente all’aeroporto di Erevan. Ma a fare il giro del mondo è stato il simpatico “selfie” scattato proprio da Pashinyan su un minibus insieme agli altri partecipanti del vertice, tra cui spiccano un distaccato Putin e un divertito Rouhani. Sembrano lontanissimi i tempi della “rivoluzione di velluto” di appena un anno fa, e solo nel 2017 l’attuale Primo Ministro armeno esprimeva in Parlamento il suo scetticismo riguardo ai benefici dell’Unione economica eurasiatica.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2019-10-22 16:38:502019-10-23 16:40:28Il futuro economico dell'Eurasia si costruisce in Armenia (Ilcaffegeolpolitico 22.10.19)
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