Ateneo e Cism, missione in Armenia: si rafforza la collaborazione con gli atenei di Yerevan (Friulisera 12.06.19)

Con il rinnovo dell’accordo – già sottoscritto a Udine nel maggio del 2015 – di collaborazione scientifica e scambio studenti per il prossimo quinquennio (2019-2024), prosegue la collaborazione scientifica, didattica e culturale fra Università di Udine e National University of Architecture and Construction of Armenia (NUACA) di Yerevan. Parallelamente sono state poste le basi per una promettente collaborazione con la Yerevan State University (YSU). Da quest’anno, inoltre, la collaborazione si rafforza con il coinvolgimento del Centro internazionale di Scienze meccaniche (CISM) di Udine, partner provilegiato nelle azioni di internazionalizzazione di elevayo carattere scientifico.

Lo scorso 6 e 7 giugno una delegazione mista Università di Udine e CISM ha incontrato i massimi vertici delle due università armene, con l’obiettivo di allargare la collaborazione con azioni congiunte di didattica e ricerca, attraverso programmi di scambio studenti e docenti, partecipazione a seminari e convegni e realizzazione di comuni progetti di ricerca.

Gli obiettivi di collaborazione per i prossimi anni sono incentrati, in particolare, su temi di ricerca nei settori dell’ingegnera civile, ambientale e architettura con la NUACA, nonché sull’avvio di un rapporto di collaborazione nel settore della matematica, che alla YSU è a un livello di eccellenza, con la proposta di corsi avanzati e Summer school, in collaborazione con il CISM di Udine.

Nei primi quattro anni la collaborazione già in essere con la NUACA ha visto realizzati: lo scambio di tesisti, due dell’ateneo friulano e uno della NUACA, sul tema dell’isolamento sisimico; la visita a Yerevan con seminari di tre docenti dell’Università di Udine; la partecipazione di 15 studenti NUACA alla Summer school dell’Università di Udine “Bacco’s. Designing in the Wine Process”.

Soddisfatto il rettore dell’Università di Udine, Alberto De Toni. «L’accoglienza calorosa alla NUACA– dice – ha confermato il rapporto di stima e amicizia tra i due atenei. Siamo molto contenti di poter collaborare con una università in crescita che può vantare innovativi laboratori di architettura e di poterci confrontare con istituzioni e docenti esperti in materia di isolamento sismico. Per quanto riguarda la YSU, la conoscenza reciproca ha posto basi significative: l’interesse comune è incentrato sul settore della matematica e ci sono concrete prospettive di programmi di ricerca congiunti. Peraltro, entrambe le università armene sono inserite in reti internazionali di scambio, tra cui la rete Erasmus+, e sono attivi contatti con altre università italiane».

Alla missione hanno partecipato, per l’Università di Udine e il CISM: Alberto De Toni, rettore dell’ateneo friulano; Giorgio Alberti, delegato per la mobilità internazionale; Anna Frangipane, delegate per lo sviluppo attività estere di area scientifica e referente per le attività di collaborazione con la National University of Architecture and Construction of Armenia; Dikran Dikranjan, referente per le attività di collaborazione con la Yerevan State University; Mario Pezzetta, presidente del CISM di Udine.

Alla National University of Architecture and Construction of Armenia la delegazione ha incontrato: il rettore Gagik Galsyan; il delegato ai rapporti internazionali Vardges Yedoyan; Davit Grigoryan, preside della Faculty of Construction; Armen Bubushyan, preside della Faculty of Design; Arev Samuelyan, direttore dell’International and inter-university cooperation division of the International Relations Department; Marine Buniatyan, direttrice del Laboratory of Survey and Diagnosis of Monuments; Tigran Dadayan, titiolare della cattedra di “Building Structures”.

Alla Yerevan State University gli interlocutori sono stati: il rettore Gegham Gevorgyan;Alexander Markarov, delegato alle politiche scientifiche e ai rapporti internazionali e capo dell’Ufficio di cooperazione internazionale; Varuzhan Atabekyan, titolare della cattedra di Algebra e Geometria; Vahagn H. Mikaelian, docente della cattedra di Matematica discreta e Informatica teorica.

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Successo per il primo Business Forum Italia-Armenia (Etribuna 12.06.19)

Grande successo per il primo Business Forum Italia-Armenia, appena concluso a Yerevan che ha visto la partecipazione del Primo Ministro Nikol Pashinyan e del Ministro dell’Economia Tigran Khachatryan. L’iniziativa promossa dall’Associazione nazionale costruttori edili (ANCE) e dall’Oice è stata organizzata dall’Ambasciata italiana a Yerevan e dall’Agenzia ICE.

Il Primo Ministro armeno, nel suo intervento ha rivolto un invito a tutti gli imprenditori italiani presenti a cogliere le opportunità offerte dallo sviluppo in atto nel paese e a essere parte attiva della sua ascesa economica, sottolineando come essa sia una priorità del Governo, sostenuta finanziariamente anche dalle principali istituzioni internazionali (UE, ADB, BERS, BEI, UNDP).

La nutrita partecipazione di aziende alla sessione dei B2B e B2G (circa 200 incontri previsti) a margine del Forum è senz’altro un segno tangibile del rilevante interesse a creare nuove partnership in questo mercato, ha sottolineato l’Ambasciatore italiano Vincenzo Del Monaco intervenendo ai lavori del Forum.

L’Armenia, a dispetto delle sue dimensioni può essere considerata, a pieno titolo, una nazione globale grazie ad una numerosissima ed influente comunità di espatriati ed e’ stata definita “Paese dell’anno” dalla rivista The Economist quale destinazione di investimenti esteri.

Il Consigliere Vincenzo Ercole Salazar Sarsfield della Farnesina, che ha guidato la delegazione imprenditoriale, ha sottolineato come le imprese italiane abbiano diverse carte da giocare in Armenia per collaborazioni win-win nei settori oggetto del Forum: connettività, efficienza energetica, waste management, smart citie, trasporto urbano e recupero del patrimonio storico.

In occasione del Business Forum, è stato sottoscritto un Memorandum d’Intesa tra l’ANCE e l’Associazione armena dei costruttori per portare avanti le future collaborazioni tra i costruttori dei due Paesi.  (Farnesina)

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Armenia: Monasteri e Khachkar (Politicamentecorretto 12.06.19)

Il giorno 8 Ottobre dell’anno del Signore 451 si inaugurò un imponente Concilio Ecumenico che per numero di partecipanti sarebbe stato superato solo dal Vaticano II più di un millennio e mezzo dopo. Il concilio di Calcedonia, città fondata dai greci e ora quartiere di Istanbul (Kadikoy), era stato convocato per definire dottrinalmente le due nature (umana e divina) del Cristo contro l’eresia monofisita che, esaltandone la natura divina, giungeva a negarne l’umanità. Il Concilio stabilì la retta dottrina, fu un successo di Papa Leone (che si ricorda anche per la leggenda secondo cui avrebbe fermato da solo le orde unne di Attila ad Aquileia), ma, purtroppo, non riuscì a stabilire l’unità dei Cristiani. Vescovi egiziani, siriaci, etiopici non riconobbero le decisioni mentre l’Armenia, che era stata invasa dai Persiani, non mandò nessun vescovo e non aderì al dettato conciliare.

Da quella data in poi la Chiesa armena andò prendendo le distanze dalle altre Chiese e quando Giustiniano, un secolo dopo, tentò un controllo più aggressivo del regno la spaccatura si approfondì irrimediabilmente, unendo motivazioni dottrinali e rivendicazioni indipendentiste. La Chiesa armena è quindi autocefala; dottrinalmente non è lontana, non si proclama e non è assolutamente monofisita, né dal cattolicesimo né dall’ortodossia (in passato si è tentato più volte una riunione) e ha sviluppato un apparato liturgico imponente e suggestivo. Penso sia importante tenere a mente queste scarnissime informazioni quando si visitano i monasteri armeni; sono tantissimi e hanno rappresentato per la storia di questo paese un momento fondamentale per la conservazione, l’approfondimento, lo sviluppo della cultura e dell’identità collettiva della popolazione.

Nei giorni che ho soggiornato nel Caucaso ne ho visitati molti e naturalmente non è il caso di descriverli a uno a uno, ma due particolarità vanno subito tenute presenti: i monaci non appartengono, come in occidente, a ordini con gerarchie separate ma rispondono, come quello che noi chiamiamo clero secolare, alle gerarchie territoriali e al Katholikòs; inoltre se i monasteri possono dare l’impressione di essere architettonicamente simili tra di loro, in realtà a fronte di queste similitudini si articolano profonde differenze. Le due cose sono collegate perché, al contrario che in occidente dove esistono caratteristiche artistiche legate ai singoli ordini (arte benedettina, cistercense, francescana ecc.), il monastero armeno appare espressione di una omogenea rappresentazione del mondo e della fede. Ciò che subito colpisce sono i colori. Tutti i monasteri sono realizzati con pietre vulcaniche nere e rosso scuro; il che dà un’impressione di austera bellezza; pochissime chiese hanno un’illuminazione artificiale e le candele, la semioscurità, la luce che penetra da un oculo posto sulle sommità delle cupola e dal portone d’ingresso donano a queste costruzioni una bellezza ascetica. Nessuna statua, rarissimi dipinti con notevole predilezione per la figura di Maria; sembra così esprimersi una religiosità forte, solida e con una grande sensibilità per un “sacro” profondamente altro, eppur vicinissimo.

A queste suggestioni vanno aggiunte alcune caratteristiche architettoniche. La pianta è sempre a croce greca orientata sull’asse est-ovest con l’altare rivolto a est, è costante un ambiente centrale delimitato da quattro colonne-pilastri su cui si elevano archi talvolta a tutto sesto, talaltra leggermente a sesto acuto. Mi sono chiesto la ragione per cui sono sempre e solo quattro i pilastri e penso che la soluzione mi sia venuta a Norawank nella Chiesa di Surb Astvatsatsin dove in un ambiente quasi sotterraneo (questa chiesa è stranissima, con una ripida scalinata esterna che percorre in diagonale la facciata ai due lati dell’ingresso conducendo al piano superiore, dov’è l’altare) gli archi non sostengono la cupola ma il tetto dell’ambiente sovrastante; qui in corrispondenza di ogni campata sono scolpiti i quattro simboli degli evangelisti, quindi probabilmente il motivo per cui tutte le chiese posseggono questa struttura è da rintracciarsi in un fondamento evangelico (cosa che il mio amico Roberto, da buon teologo, aveva subito compreso senza vedere i fregi).

Su questi archi insiste sempre una cupola divisa in spicchi dal numero variabile e all’apice si trova l’oculo, all’esterno la cupola non è mai visibile rotonda ma sempre coperta da elementi che la trasformano in un cono o piramide. Mi soffermo un attimo sull’oculo. E’ incredibile come il nostro occhio abituato, o accecato, dall’illuminazione artificiale sia comunque immediatamente suggestionato dall’illuminazione naturale. Le chiese sono abbastanza buie, anche come detto per le pietre usate, la luce che arriva dall’alto ha quindi un’importanza enorme e ho voluto visitare San Giovanni Illuminatore, bella chiesa del X secolo, nel monastero di Hagadzin in due momenti diversi. In un caso, col cielo coperto, entrava un chiarore diffuso che si riverberava sulle pareti senza che la luce s’imponesse con forza, anzi una sorta di aerea gentilezza sembrava caratterizzare tutto l’edificio, ma quando il sole brillava nel cielo senza nuvole la luce entrava con un fascio netto, deciso, tagliente e illuminava con irruenza la parte della chiesa che colpiva.

Se nel primo caso sembrava quasi di assistere a un alleggerimento dell’edificio, nel secondo c’era qualcosa di caravaggesco, metafisico, qualcosa che non poteva non evocare l’inizio del Vangelo di Giovanni (“In Lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre” 1,4-5). L’altare non è mai posto sotto la cupola ma al fondo del braccio contrapposto all’entrata e, particolare di notevole interesse liturgico, non è mai a livello del terreno ma sempre sopraelevato, quando addirittura posizionato in un altro ambiente a cui si accede dietro una parete divisoria. In tal modo risulta netta la separazione tra celebrante posto in alto e che dà le spalle ai fedeli e i partecipanti al rito in basso e sempre in piedi, o in ginocchio, ma mai seduti non essendovi banchi. Ho avuto modo di assistere al rito solenne a Echmiatsin, la residenza del Katholikòs, e colpisce il continuo canto che caratterizza il rito, ma anche in questo caso il rito ha modellato l’architettura perché queste chiese posseggono un’acustica straordinaria.

Al Monastero di Geghard, ponendosi al centro dell’ambiente, in corrispondenza all’oculo, il canto si spande per tutta la chiesa con una potenza e anche dolcezza che ha del commovente: non è solo forza, vi è in questo caso come un delicato e armonico crescere su se stesso della voce, un potenziarsi che ha dell’ineffabile, un’asciutta capacità di evocazione dell’Altro. Spesso le facciate delle chiese ricordano quel ruolo di cerniera tra oriente e occidente al quale si è già accennato. A Saghmosawank, realizzato nel XIII sec., il portale contiene in sé motivi orientali (stelle che richiamano quelle di David, un arco carenato) all’interno di una facciata in cui si presentano elementi, come l’arco a tutto sesto, che sembrano rimandare alla contemporanea arte europea. Mentre nella chiesa di Surb Karapet a Norawank l’ingresso è sormontato da una Madonna in trono con bambino che ricorda direttamente le sculture romaniche ma con in più un ricchissimo motivo floreale che avvolge le figure e che sembra evocare l’arte persiana. Si potrebbero aggiungere moltissimi altri elementi ma mi preme sottolinearne uno che non ha giustificazioni estetiche. 

Spesso nelle pareti posteriori delle chiese vi sono come delle nicchie che percorrono in tutta la sua altezza l’edificio: sono elementi antisismici che alleggeriscono la struttura dandole elasticità; rendono bene l’idea dell’ingegno armeno e del problema dei terremoti che hanno devastato a più riprese queste regioni. Un caso a sé per l’importanza e la storia del sito è quello di Khor Virap, vero e proprio monastero-fortezza a ridosso della frontiera turca e di fronte all’Ararat. Su queste colline vulcaniche il monastero è solo l’ultimo atto di una storia quasi trimillenaria. Se la chiesa Astvatsatsin risale al XVII sec. il sito era già utilizzato in epoca urartea (dal IX-VIII sec. a.C.), divenne poi la capitale del regno armeno col nome di Artaxata. Qui si combatté la battaglia decisiva tra Lucullo e Tigrane II nel 68 a.C. (partecipò alla campagna, secondo Appiano e Plutarco, un comandante di cavalleria di nome Pomponio, forse quindi qualcuno della mia famiglia era già stato in Armenia!), fu presa nel I sec. d.C. dal generale romano Corbulone e rimase capitale dal 189 a.C. al 428 d. C.: è difficile pensare un luogo dove la storia sia più presente.

Alcune riflessioni, in chiusura, sui Khachkar, le croci di pietra. Sono un prodotto tipico dell’arte armena e se ne vedono tantissimi, di tutte le dimensioni e tutti impressionanti, alcuni con il bordo superiore ripiegato su se stesso come protezione contro le intemperie (sono i più recenti); in essi si rende particolarmente percepibile quell’incontro con motivi orientali a cui spesso si è fatto cenno. Nel blocco di pietra rettangolare è incisa una croce che, nelle quattro estremità, tende a biforcarsi dando vita a motivi floreali o ispirati all’uva. Sotto la croce possono esservi altri motivi come rosoni o altre foglie che si dipartono dal basso. E’ un certosino lavoro di intaglio con decorazioni labirintiche, una ricerca dell’ornamento che vuole mostrare come dalla croce fiorisca la vita, come l’eternità (simboleggiata dal rosone o dal cerchio posto sotto la croce) si manifesti nella Croce stessa. I tappeti persiani con motivi floreali hanno un aspetto simile, ma qui è il simbolo del Cristianesimo ad essere fons vitae. E mentre nelle rappresentazioni della Passione spesso sotto la Croce si trova il Cranio (Golgota), qui è dall’eternità che promana la salvezza attraverso la Croce. Con i suoi ghirigori nella pietra, i suoi intarsi, i suoi giri, il suo intrecciarsi in percorsi senza fine e continuamente ripiegantisi su se stessi, il suo fiorire debordante da ogni limite, l’ornamento del Khachkar ci narra qualcosa di noi e del labirinto che in noi è e che noi siamo.

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Biblioteche ricolme d’odio (Osservatorio Balcani e Caucaso 11.06.19)

Quando Imran Gafarov, un georgiano della minoranza azera, si è imbattuto in un libro pieno di rivendicazioni territoriali e incitamento all’odio contro gli armeni nella biblioteca di Marneuli, una città a maggioranza azera nella regione Kvemo Kartli nel sud della Georgia, è rimasto senza parole.

“Ero nella biblioteca di Marneuli ed ho visto un libro intitolato ‘I monumenti dell’Azerbaijan occidentale’, scritto da Aziz Alakabarli. Ho pensato che fosse sui monumenti storici situati nell’ovest dell’Azerbaijan. Tuttavia, leggendo il libro, è diventato subito evidente si parlasse di monumenti presenti nel territorio dell’Armenia. Il libro era chiaramente ostile nei confronti degli armeni”, ha raccontato Gafarov ad OC Media.

Ci sono due copie di quel libro in biblioteca. Alla tredicesima pagina dell’edizione del 2006 vi sono rivendicazioni territoriali nei confronti dell’Armenia. Alla ventunesima pagina, l’autore sostiene che gli armeni avrebbero commesso genocidi contro gli azeri in quattro occasioni. L’edizione del 2007 contiene una mappa dell’”Azerbaijan occidentale” in cui i luoghi situati in Armenia sono scritti nelle loro varianti linguistiche azere.

La biblioteca contiene altro materiale propagandistico che può essere diviso in tre categorie: incitamento all’odio diretto verso l’Armenia e gli armeni, sostegno al separatismo e alle rivendicazioni territoriali nei confronti dell’Iran e propaganda a favore della famiglia ‘regnante’ in Azerbaijan, gli Aliyev.

Una retorica carica di odio

In ‘Terre georgiane-azere’, l’autore, Eldaniz Ibrahimov, non dichiara apertamente il suo scopo, ma emerge evidente un sottile messaggio per spingere gli azeri che vivono Georgia alla richiesta di indipendenza. Nonostante il libro sia dedicato apparentemente ai monumenti dell’Azerbaijan, prende avvio con un discorso del 1918 fatto dall’allora Presidente del Parlamento della Repubblica dell’Azerbaijan, Alimardan Topchubashov: “Non vi è nulla di tanto flessibile e mutevole quanto la politica. Le nostre speranze di vivere in un periodo di libertà e indipendenza si stanno concretizzando. Non abbiamo mai perso la speranza. Abbiamo sempre creduto che il nostro popolo potesse vivere liberamente e che avremmo fatto qualsiasi cosa per ottenere l’indipendenza. Non abbiamo mai abbandonato quest’impresa e non lo faremo mai perché riconosciamo che niente supera questa fortuna”.

Alla nona pagina del libro, l’autore dichiara ciò che segue: “Alcuni interessanti ricerche vengono ogni tanto pubblicate in merito agli azeri della Georgia. Le loro vite, i loro problemi e le situazioni che vivono sono argomenti rilevanti per i media dell’Azerbaijan. I mass media, inclusi i siti online, dedicano un posto speciale al tema degli azeri che vivono in Georgia. Tuttavia, questo non basta. Le nostre mani dovrebbero costantemente posarsi sul pulsare di Borchali [nome storico di alcune zone dell’area di Kvemo Kartli] dal momento che questa regione ha molta importanza per noi”.

Queste sezioni del libro non sono state incluse nelle traduzioni russa e inglese.

Nella stessa biblioteca, il quarto volume della serie “Gli armeni e i fatti” contiene incitamento all’odio più o meno ad ogni pagina. A pagina 1.925, gli armeni vengono descritti come “zingari” e “schiavi”: “Gli armeni sono dei nuovi arrivati in Turchia e nel Caucaso e hanno trovato terre perfettamente abitabili. Hanno approfittato dell’ospitalità dei popoli turchi e hanno deciso di stabilirsi permanentemente qua. Ciò nonostante, non sono riusciti a liberarsi dei loro costumi da zingari e sono diventati i burattini politici degli stati più forti. Sono diventati gli eterni nemici dei signori di cui erano i sudditi”.

Le pagine 1.942 e 1.943 sono piene di retorica d’odio: “Arriverà il tempo in cui gli armeni saranno maledetti dall’umanità e ricordati dagli studiosi, dai viaggiatori e dalle figure storiche come una tribù di ipocriti, pericolosi, immorali, perfidi che distorce la storia e cambia i nomi dei monumenti, dei siti storici e dei luoghi appartenenti ai turchi rendendoli armeni”.

Vi sono anche un numero considerevole di pubblicazioni che sostengono rivendicazioni separatiste contro l’Iran, come i lavori del poeta Khalil Rza Uluturk. La maggioranza di questi libri propagandistici è stata pubblicata su commissione del ministero della Cultura e del Turismo dell’Azerbaijan.

Lana Khashalashvili, direttrice della biblioteca, ha dichiarato ad OC Media di non essere stata a conoscenza della presenza di discorsi inneggianti all’odio nei libri. “Quando la libreria aveva aperto da poco, l’Ambasciata dell’Azerbaijan ha regalato 800 libri in lingua azerbaigiana. Noi non abbiamo l’autorità di controllare questi libri perché consideriamo la biblioteca come un archivio. Non abbiamo il potere di togliere nessun libro dalla lista”.

“Solo un archivio”

Nel febbraio del 2009, il quotidiano azerbaigiano 525-ji Gazet ha riportato che il ministero della Cultura e del Turismo dell’Azerbaijan aveva inviato una quantità rilevante di libri alla biblioteca del Parlamento nazionale della Georgia, all’Università statale di Tbilisi, al Centro culturale azero e alle librerie azere e ad altre istituzioni.

Secondo 525-ji Gazet, la collezione dei libri inviati includeva titoli quali “Heydar Aliyev e la cultura”, “Il protettore della nostra cultura e gemme culturali”, i libri di Ali Eyvazov “Umanesimo e missione di carità” e “Terrorismo armeno”.

Nel dicembre 2009, il servizio in azero di RFE/RL Radio Azadlig ha riportato che la Biblioteca nazionale dell’Azerbaijan aveva spedito 3488 libri in Georgia. Questi libri sono stati distribuiti alle istituzioni di formazione e alle biblioteche. Uno dei libri inviati alla Biblioteca parlamentare nazionale della Georgia era “Il conflitto in Karabakh. Una storia breve” a firma di Akif Naghi. Nel preambolo del libro si afferma che si “presentano i fatti su carattere, aggressività ed espansionismo degli armeni contro il popolo azero fin dal lontano passato”. Dalla prima fino all’ultima pagina, il libro è ricco di insulti diretti al popolo armeno.

La biblioteca contiene inoltre libri che glorificano la famiglia reggente in Azerbaijan.

Secondo il direttore della libreria, Levan Taktakishvili, tutti i libri sono trattati in egual modo e la libreria è considerata un semplice archivio.

“Non è giusto demonizzare collettivamente persone innocenti”

Nonostante Ahmad Imamguliyev, un georgiano della minoranza azerbaigiana militante del partito d’opposizione Partito Georgia Europea, non abbia letto i libri da noi citati, ha dichiarato ad OC Media che l’utilizzo dell’incitamento all’odio è inaccettabile: “È normale dare risposte decise se qualsiasi stato attua politiche sporche. Tuttavia non è giusto demonizzare collettivamente persone innocenti. Epiteti rudi diretti a singoli gruppi nazionali sono inaccettabili. Per esempio, possiamo dire che lo stato russo è un aggressore, ma non abbiamo il diritto di usare certi appellativi per le persone di nazionalità russa”.

Ciò nonostante, Imamguliyev non crede che tali libri possano provocare odio tra le minoranze etniche che vivono in Georgia. A suo avviso questi libri non sono letti da molte persone e tali minoranze etniche in Georgia hanno sempre avuto relazioni amichevoli.

“Lo stato dovrebbe prevenire che certi libri siano portati in Georgia”

Aida Taghiyeva, un’attivista della società civile, georgiana della comunità azerbaigiana, ritiene che i libri che contengono odio dovrebbero essere rimossi dalle biblioteche. “È semplicemente sbagliato riferirsi ad un popolo come ‘rozzo’ o ‘ipocrita’. Lo stato dovrebbe evitare che certi libri arrivino in Georgia”, ha dichiarato ad OC Media.

Secondo lei questi libri hanno un “effetto psicologico” sugli azeri che vivono in Georgia. “Come risultato della pressione esercitata dall’Azerbaijan, circa l’80% degli azeri che vivono in Georgia ora prova un certo odio per gli armeni. Nonostante non sia evidente in superficie, si percepisce in certi contesti. Libri del genere rinforzano questa pressione”, ha sottolineato Aida Taghiyeva.

Ha inoltre affermato che questa pressione è parte della strategia politica azerbaigiana. “Il governo dell’Azerbaijan ci vede come parte di loro. Avere azeri in Georgia pieni d’odio contro gli armeni è a loro molto utile. Se un conflitto scaturisse qua, loro li utilizzerebbero a loro vantaggio”, ha detto aggiungendo però che la Georgia comprende che l’Azerbaijan ha sofferto molto durante la guerra. “Abbiamo sempre condannato il genocidio a Khojali e ci rammarichiamo per quello. Ciò nonostante, la giustizia non nasce dall’odio e tutto ciò non significa che dovremmo essere nemici degli armeni in Georgia. Persone innocenti che hanno vissuto nel periodo della guerra non dovrebbero essere prese di mira. Coloro che vivevano in Georgia, in larga parte, non hanno partecipato al conflitto. Questi problemi non dovrebbero essere risolti da noi, ma tra gli stati”.

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Primo business forum Italia-Armenia (Aise 11.06.19)

EREVAN\ aise\ – Grande successo per il primo Business Forum Italia-Armenia, appena concluso a Yerevan che ha visto la partecipazione del Primo Ministro Nikol Pashinyan e del Ministro dell’Economia Tigran Khachatryan. L’iniziativa promossa dall’Associazione nazionale costruttori edili (ANCE) e dall’Oice è stata organizzata dall’Ambasciata italiana a Yerevan e dall’Agenzia ICE.
Il Primo Ministro armeno, nel suo intervento ha rivolto un invito a tutti gli imprenditori italiani presenti a cogliere le opportunità offerte dallo sviluppo in atto nel paese e a essere parte attiva della sua ascesa economica, sottolineando come essa sia una priorità del Governo, sostenuta finanziariamente anche dalle principali istituzioni internazionali (UE, ADB, BERS, BEI, UNDP).
La nutrita partecipazione di aziende alla sessione dei B2B e B2G (circa 200 incontri previsti) a margine del Forum è senz’altro un segno tangibile del rilevante interesse a creare nuove partnership in questo mercato, ha sottolineato l’Ambasciatore italiano Vincenzo Del Monacointervenendo ai lavori del Forum.
L’Armenia, a dispetto delle sue dimensioni può essere considerata, a pieno titolo, una nazione globale grazie ad una numerosissima ed influente comunità di espatriati ed è stata definita “Paese dell’anno” dalla rivista The Economist quale destinazione di investimenti esteri.
Il Consigliere Vincenzo Ercole Salazar Sarsfield della Farnesina, che ha guidato la delegazione imprenditoriale, ha sottolineato come le imprese italiane abbiano diverse carte da giocare in Armenia per collaborazioni win-win nei settori oggetto del Forum: connettività, efficienza energetica, waste management, smart citie, trasporto urbano e recupero del patrimonio storico.
In occasione del Business Forum, è stato sottoscritto un Memorandum d’Intesa tra l’ANCE e l’Associazione armena dei costruttori per portare avanti le future collaborazioni tra i costruttori dei due Paesi. (aise) 

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I comunisti armeni dicono no a Soros e si schierano a difesa delle relazioni armeno-russe (Lantidiplomatico 11.06.19)

I comunisti armeni hanno aderito all’azione del movimento sociale e politico “VETO” per chiedere la chiusura dell’ufficio della Fondazione Soros nel centro di Erevan.
Sebbene le autorità armene abbiano collocato un cordone di polizia contro i partecipanti al meeting, in difesa della rappresentanza locale di questa struttura occidentale, si sono verificati diversi scontri.
Il Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista dell’Armenia Yerdzhanik Kazaryan si è rivolto ai partecipanti al raduno:
“Varie personalità politiche e strumenti di comunicazione di massa armeni per anni sono stati finanziati dalla Fondazione Soros, nel tentativo di distruggere il paese, e minare le relazioni armeno-russe. I sentimenti anti-russi di una parte della popolazione dell’Armenia sono il frutto delle loro attività.

Secondo il Partito Comunista, la fondazione non dovrebbe avere il diritto di svolgere il proprio lavoro nel paese. Inoltre, nessun paese occidentale ha il diritto di interferire negli affari interni dell’Armenia, dal momento che, in quanto stato sovrano, è essa stessa che deve prendere le decisioni e non una rete di agenti statunitensi. E nessuno nutre dubbi sul fatto che l’anziano Soros sia il leader di tale rete, e che la sua fondazione rappresenti un distaccamento della CIA statunitense. Il Partito Comunista dell’Armenia è categoricamente contrario a tutto questo “, ha dichiarato Kasaryan.

L’appello dei comunisti a scandire “Soros – biglietto, valigia, aereo per New York!” è stato sostenuto attivamente dai presenti.
Secondo Kazaryan, per quanto i seguaci di Soros provino a coltivare sentimenti anti-russi in Armenia, i comunisti si schiereranno sempre per difendere le relazioni armeno-russe e sosterranno l’approfondimento della cooperazione tra i due paesi.
“E questa posizione in difesa dell’unione armeno-russa è stata consolidata nei secoli, al contrario di quanto sostengono sia le ONG che i media finanziati dalla Fondazione Soros. Costoro non hanno nulla a che fare con l’Armenia e il loro obiettivo è solo quello di distruggere il nostro stato “, ha concluso il Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista dell’Armenia.

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JEREVAN: In mostra manoscritti armeni provenienti da Firenze (Aise 10.06.19)

JEREVAN\ nflash\ – Tre manoscritti armeni del XIII e XIV secolo prevenienti da Firenze sono in mostra al museo Matenadaran di Jerevan grazie all’impegno dell’Ambasciata d’Italia e del Cnr. La mostra che è una perfetta sintesi tra scienza, arte, storia e tecnologia permette, grazie alle modernissime tecniche digitali sviluppate dal Cnr di Pisa, di apprezzare l’incisività e la ricchezza del messaggio contenuto nei codici armeni. Si tratta di tre manoscritti da secoli in Italia, ora a Firenze, riproposti nel tempio della memoria e della cultura armena che è il Museo Matenadaran. (nflash)


CULTURA | AL MUSEO MATENADARAN DI YEREVAN IN MOSTRA TRE MANOSCRITTI ARMENI DEL XIII E XIV SECOLO PROVENIENTI DA FIRENZE

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Tre manoscritti armeni del XIII e XIV secolo provenienti da Firenze sono in mostra al Museo Matenadaran di Yerevan grazie all’impegno dell’Ambasciata d’Italia e del Cnr. La mostra – che è una perfetta sintesi tra scienza, arte, storia e tecnologia – permette, grazie alle modernissime tecniche digitali sviluppate dal Cnr di Pisa, di apprezzare l’incisività e la ricchezza del messaggio contenuto nei codici armeni.

 

(TurismoItaliaNews) Si tratta di tre manoscritti da secoli in Italia, ora a Firenze, riproposti nel tempio della memoria e della cultura armena che è il Museo Matenadaran. I documenti sono un rituale di ordinazione del 1232 miniato in Cilicia, un messale romano del 1353, copiato a Pisa, un manoscritto contenente un Breviario domenicano e i cantici del Salterio, copiato a Buda nel 1369. La storia di quello che è un viaggio nel corso dei secoli e le motivazioni culturali che lo accompagnano vengono raccontate da Anna Rita Fantoni, rispettivamente direttrice e già vice direttrice della Laurenziana, splendido luogo michelangiolesco dove i manoscritti sono conservati e della Biblioteca di San Marco da dove due di essi provenivano.

Yerevan, Republic Squadre

Immagini e testi sono resi fruibili anche dalla descrizione multimediale e interattiva dimostrando come la scienza sia uno strumento di divulgazione formidabile anche per il coinvolgimento delle giovani generazioni

Imprese: oggi a Erevan il business forum italo-armeno (Agenzia nova 10.06.19)

Imprese: oggi a Erevan il business forum italo-armeno (4)
Erevan, 10 giu 08:55 – (Agenzia Nova) – La giornata si concluderà con circa 200 incontri B2B e B2G fra le 14 aziende italiane e le imprese locali, preventivamente individuate dall’Ufficio Ice-Agenzia di Mosca, e gli esponenti governativi armeni. L’11 giugno verrà effettuata una visita al sito di Gyumri, dove verranno illustrati i progetti futuri sulla città da due importanti fondazioni private (Idea Foundation and Deem Communication), aperte alla prospettiva di una collaborazione con partner italiani a seguito di trattative dirette. E’ previsto un sopralluogo guidato e un incontro con il governatore della provincia di Shirak. “Auspico che questo Forum possa favorire nuove opportunità di business, rafforzate anche dall’incoraggiante crescita dell’export italiano verso questo Paese: da 103 milioni di Euro nel 2016 a 140 nel 2018, a fronte di una crescita dell’export armeno verso il nostro Paese da 26 milioni di Euro nel 2016 a 40 nel 2018. Anche i dati dell’interscambio nei primi mesi del 2019 sono positivi, con un + 7,2 per cento dell’export italiano verso l’Armenia”, commenta Celeste. (Com)

In Armenia: Jerevan. Arte, storia, religioni (Lanotizia.net 08.06.19)

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In Armenia: Jerevan. Arte, storia, religioni

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di Nicola Felice Pomponio

Sul taxi che verso le 4 del mattino, a Jerevan, mi conduceva dall’aeroporto all’hotel dove il mio amico Roberto aveva prenotato una stanza per me, il taxista mi disse cose che, nel corso del viaggio, sentii ripetere più volte e che, evidentemente, rappresentano una sorta di “fondamentali” nell’autocoscienza armena. Innanzi tutto la religione. Da subito venni informato che l’Armenia fu il primo paese al mondo a proclamare, nel 301, il Cristianesimo religione di stato e questo ben 79 anni prima dell’impero romano, che lo fece nel 380 con l’Editto di Tessalonica. Quindi la soddisfazione per il riconoscimento italiano della qualifica di “genocidio” nei confronti delle persecuzioni di cui furono vittime gli armeni da parte dei turchi e poi i numeri della diaspora: nel mondo ci sarebbero circa 11 milioni di armeni, di cui solo 3 in Armenia (e poco più di un milione concentrato a Jerevan!). Inoltre un senso di claustrofobia: l’Armenia non ha sbocchi al mare, gran parte delle sue frontiere corre con paesi con i quali i rapporti o sono difficili (Turchia) o sono addirittura bellici (l’Azerbaijan per l’enclave armena del Nagorno-Karabakh teatro di una guerra dal 1992 al 1994 a oggi tutt’altro che risolta) mentre ottimi sono i rapporti con la cristiana Georgia e lo sciita Iran (altrettanto confinanti). Infine, certo non per importanza, le grandi speranze per il nuovo corso politico maturatosi lo scorso anno dopo la sostituzione del presidente e l’ascesa al potere di un coalizione di partiti che ha fatto della lotta alla corruzione il proprio cavallo di battaglia (in questo il mio interlocutore vedeva dei netti miglioramenti, ma a suo avviso ancora incompleti).

Mi ero ritrovato a Jerevan per uno di quei casi della vita che fanno ben sperare. L’anno scorso avevo rivisto un mio caro amico con cui non avevo più contatti da tantissimi anni, da quando, finita l’Università, si era trasferito in Germania a lavorare come insegnante. Il rivedersi fu un coinvolgente momento di ritrovati interessi e comuni punti di vista; poiché Roberto è il responsabile degli scambi culturali tra la sua scuola e un’altra scuola di Jerevan mi parlò dell’Armenia. Così decisi, immediatamente, che alla prima occasione sarei andato anch’io e quindi, eccomi su un taxi in piena notte a parlare in inglese su questa affascinante nazione. Così con questa entusiastica, dettagliata presentazione fatta dal simpatico, giovane taxista mi sono ritrovato catapultato poco dopo, nonostante il viaggio e il fuso orario, per la prima volta nella mia vita in una nazione di cui conoscevo la fama per i monasteri (di cui parlerò più avanti) e per una storia gloriosa le cui nozioni si fermavano però a sporadiche conoscenze sempre in relazione a qualcun altro (i romani, i persiani, i bizantini, i veneziani, gli ottomani ecc.) e, purtroppo, mai per il suo valore in sé. Valore che ebbi modo di ammirare subito perché Jerevan è una città dalle numerose, interessanti sfaccettature. La prima cosa che mi colpì furono i giardini e il numero di alberi. Praticamente tutte le vie del centro sono alberate, risultano essere ampi viali in cui l’ombra e il fresco dei vegetali rende la città particolarmente accogliente e sedersi a bere un caffè in queste vie è un rito che consiglio vivamente a tutti, così come la sera cenare sui balconi che si affacciano sui viali sentendosi così non in Asia ma in una qualsiasi città europea; il bello è che la municipalità ha anche intenzione di incrementare questo verde! Ma Jerevan è piena di piccoli gioiellini che emergono in un tessuto urbano profondamente moderno come la piccola e preziosa cappella Katoghike. Questa chiesetta, scoperta solo nel 1936, si è miracolosamente salvata dal furore iconoclasta sovietico che demolì molte chiese e quasi tutte le moschee. E’ costruita con blocchi di pietre nere e rosso scuro con un accostamento cromatico che si ritrova in quasi tutti gli edifici sacri armeni, a pianta a croce greca (cioè con la lunghezza delle braccia uguale in tutt’e quattro le direzioni, come S. Marco a Venezia) è a cupola centrale, altro elemento comune a tutte le chiese armene. Colpisce una piccola nicchia ricavata sulla sinistra che è stata abbellita da un grazioso, elegante, aereo arco inflesso; tenuto conto che la chiesetta risale al XIII secolo mi sembra evidente l’influenza dell’arte araba e persiana dell’epoca. L’Armenia si presentava in tal modo ai miei occhi quasi come un ponte tra le terre musulmane e quelle cristiane riuscendo ad armonizzare le differenti influenze, si vedrà spesso questa fruttuosa contaminazione ma nella cappella di Katoghike quel piccolo arco appare come un gioiellino ornamentale dentro un altro piccolo gioiello architettonico.

E a proposito di gioielli come non citare la biblioteca e il centro di ricerca Matenadaran che, collocato scenograficamente su una collina che domina uno dei viali più importanti della città, conserva decine di migliaia di manoscritti antichi, medievali e moderni provenienti da tutto il mondo. Una disponibile e preparata guida ha illustrato (in tedesco, come in tutte le altre visite essendo il tedesco la lingua ufficiale del viaggio) le rarità e i preziosi scritti esposti; così davanti alle mie cùpide pupille sono sfilati dei veri e propri capolavori come un testo di geometria di Avicenna in arabo del XVII sec. (con relativi disegni) un Evangelo in palinsesto del X sec., un papiro egizio del VIII sec. e poi cartine, libri, disegni, codici, manoscritti, miniature, abbellimenti medievali dei testi ecc. Insomma un tripudio di un preziosissimo retaggio culturale quasi bimillenario. Ho così scoperto un particolare interessante: il primo libro scritto in armeno fu stampato e pubblicato nel 1512 a Venezia confermando così il ruolo particolare che la città lagunare ebbe nei rapporti con queste terre e tutt’oggi a San Lazzaro degli Armeni si conserva una collezione di manoscritti armeni seconda, in tutto il mondo, solo a quella del Matenadaran.

Jerevan è una città moderna con ampi spazi, boulevard, prospettive talvolta gigantesche e una periferia che non ha ancora del tutto superato la fase del cosiddetto socialismo reale, ma è anche un luogo che è stato perennemente abitato per un periodo di ben 2800 anni. Non molto lontano dal centro, su una collina che domina la città sono stati scoperti i resti di un città fortificata risalente all’VIII sec. a.C. Erebuni fu fondata, stando alla tavoletta in cuneiforme ivi scoperta, nell’anno 782 a.C. Il sito era organizzato intorno a tre aree di attività, quelle del potere politico, sacerdotale e commerciale e gli archeologi vi hanno ritrovato le tracce di un sapiente sistema di controllo delle acque per l’irrigazione dei campi e prove della lavorazione per ottenere vino, olio e birra. Una civiltà già avanzatissima che dominava un’amplia area che, avendo come fulcro la zona intorno al lago di Van (in Turchia) si estendeva fino quasi al mar Nero, al lago Sevan, al nord della Mesopotamia e all’Anatolia. Un impero che, sebbene indebolito dagli assiri, continuò a dominare la zona fino all’arrivo dei Persiani, nel VI sec. e oltre ancora: è la civiltà urartea. E’ interessante una piccola riflessione. Come si sa le lingue antiche sono innanzi tutto consonantiche, ovvero non contengono vocali; se teniamo presente questo principio si nota un’affascinante convergenza tra i nomi: eReBuNi (RBN) può essere la forma originale di jeReVaN (RVN), ma uRaRTu (RRT) era senz’altro solo un altro modo per dire aRaRaT (RRT). Suggestioni affascinanti sul bordo di quel pozzo senza fondo che chiamiamo storia. D’altra parte l’Ararat, questo vulcano spento alto più di 5000 m. domina col suo profilo perennemente innevato e insieme al Piccolo Ararat, altro vulcano che gli sta di fianco, la città di Jerevan; ora in territorio turco, l’Ararat è il monte citato nella Bibbia (Gen. 8,4) in cui approda l’Arca di Noè dopo la fine del diluvio universale. Viaggiando per l’Armenia il profilo di questa altissima montagna segue il viaggiatore quasi dappertutto e si caratterizza come una presenza continua e caratterizzante del paesaggio. Se a Jerevan, nel tardo pomeriggio, si sale sulla Cascata, un grande scalinata, intervallata da aiuole, che risale un’erta collina si può ammirare in tutto il suo splendore, alla luce del crepuscolo il grandioso panorama che spazia dalla città fino all’imponente, massiccia presenza montuosa del vulcano. E’ a quest’ora che si percepisce bene il motivo per il quale Jerevan è detta anche la citta rosata; i raggi del sole esaltano infatti il delicato color rosa dei muri delle case costruite in tufo, una pietra di origine vulcanica che, con questo colore, è presente anche in Lazio nella provincia di Viterbo. E la sera, nella grande Piazza della Repubblica, tra bambini con gli sguardi affascinati (ho visto tantissimi bimbi e giovani e nessun cane), genitori che passeggiano tranquillamente e coppiette che teneramente si stringono in vita è bello osservare i giochi d’acqua delle tante fontane che funzionano al ritmo delle musiche (classiche, moderne, di film) e vengono investite da fasci di luce colorata.

Quante cose ancora varrebbe la pena segnalare. Restando vicino alla Cascata come non considerare le belle statue di Botero o il monumento all’amicizia italo-armena, il teatro dell’Opera, il piccolo ma attrezzatissimo e interessante museo Kachaturian, il Museo di Storia ecc. Ma non è mio obiettivo quello di redigere un noioso elenco o, peggio ancora, una guida della città. C’è però un posto che vale la pena vedere; non tanto in sé, quanto per il significato che racchiude per tutti gli uomini di oggi. Nel 1915 nella notte tra il 23 e il 24 aprile il governo nazionalista di Istanbul facente capo ai “Giovani Turchi” iniziò a far arrestare e deportare migliaia di armeni: è il prologo di quella immane tragedia che portò alla morte per stenti, maltrattamenti, fame nel corso delle deportazioni tra 1500000 e 2000000 di individui; il primo genocidio del ‘900 che servì da esempio per la Shoah ebraica meno di tre decenni più tardi e di cui ancor oggi è vietato in Turchia parlarne pubblicamente. Il Museo e monumento del genocidio armeno sono luoghi che vale la pena visitare per mantenere il ricordo di quanto l’uomo possa essere terribilmente diabolico. Un fuoco perenne arde tra dodici (simbolo della completezza) ampi archi che partono da terra e s’innalzano incurvandosi su di esso; la memoria armena è purtroppo segnata anche da questa terribile esperienza.

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Armenia e Georgia, le chiese sui nidi d’aquila (La Stampa Viaggi 08.06.19)

L’Armenia e la Georgia sono isole cristiane sopravvissute per secoli, non si sa come, in mezzo a un oceano di Islam. Le loro chiese e i loro monasteri stanno abbarbicati in posizioni elevate e scenografiche sulle montagne, quasi volessero sfuggire ai pericoli che le circondano. La capitale armena Erevan ospita il memoriale (Tsitsernakaberd) di un genocidio riconosciuto ufficialmente come tale dal Papa e dell’Unione europea – ma non ancora dalla Turchia. La Georgia invece pone al viaggiatore il problema di percorsi stradali tortuosi per aggirare qualcuna delle repubbliche separatiste locali sostenute dalla Russia. Insomma una visita in questa parte di mondo, magari proprio un itinerario fra chiese e monasteri, fa scoprire due terre bellissime quanto tormentate. Ma niente paura, qui da molti anni non ci sono più guerre in corso, e il viaggio si fa in tutta sicurezza. Magari vedrete volare la colomba della pace, o quella di Noè e dell’Arca, che dopo il diluvio si posò proprio da queste parti, sul Monte Ararat, il più alto dell’Armenia.

Un’immagine notturna della cattedrale georgiana di Svetitskhoveli

Il Monte Ararat veglia con presenza quasi metafisica sull’Armenia e sulle sue chiese

Casomai il pericolo (si fa per dire) viene dalla gastronomia: il cibo locale è squisito ma d’altri tempi, di molto prima che il mondo cominciasse a preoccuparsi del colesterolo. Si mangia una quantità di formaggi eccezionali, che fanno da contorno a molti piatti, dall’antipasto al dessert (oltre che alle portate principali) e di certo non alleggeriscono la dieta. In Georgia, in particolare, è un’ottima idea annaffiare pranzo e cena con il caratteristico vino d’anfora di queste parti, invecchiato sottoterra; qui dicono che sia il primo vino creato al mondo, e gli storici confermano.

Due immagini del Monastero delle Sette Chiese di Geghard scolpito nella roccia

Se siete in Armenia e programmate un mordi-e-fuggi, la capitale Erevan e i dintorni offrono già un saggio adeguato; nelle vicinanze c’è il complesso di Echmiadzin, sede del Patriarcato e sintesi dell’architettura religiosa locale. Il sito archeologico di Zvartnost permette di gettare uno sguardo ancora più indietro nel passato di questo Paese che si presenta come il primo a essersi convertito al cristianesimo. Vi perdete il meglio, però, se non proseguite fino a Geghard dove c’è il Monastero delle Sette Chiese scolpito nella roccia, una montagna trasformata in luogo di culto a colpi di scalpello. Non lontano, a Garni, si trova anche un tempio ellenistico dedicato a Elio, doppiamente suggestivo in questa landa remota.

Amberd, o la Fortezza della Nubi, in una regione fuori mano dell’Armenia

Fin qui abbiamo girato attorno a Erevan. Allontanandoci (ma neanche tanto, l’Armenia è piccolina) il posto più bello che abbiamo viso è il Monastero di Noravank, un nido d’aquila; poi c’è Amberd nell’estremo Nord, che in lingua locale vuol dire la Fortezza delle Nubi: una scenografia degna del film Conan il Barbaro.

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Tre suggestive immagini (una delle quali violentemente controsole) del Monastero armeno di Noravank

Pure la Georgia è una terra antichissima, la terra del Vello d’oro e di Giasone. Sulle rive del Mar Nero, nella Colchide degli Argonauti, la città di Batumi sfoggia un’antica fortezza romana (ebbene sì, i Romani arrivarono fin qui). Coma l’Armenia, anche la Georgia vanta chiese antichissime, come in Italia si fa fatica a trovarne, perché da noi sono state quasi tutte rimaneggiate (nel Barocco diventavano un po’ barocche e così via) mentre qui sono rimaste intatte com’erano nel V o nel VI secolo.

Il monastero georgiano di Jvari nella tarda primavera, con gli alberi in fiore

Sembra una foto scattata in qualche località italiana e invece questa è la fortezza romana di Batumi, nella Colchide di Giasone e del Vello d’Oro

Nell’estremo Nord, alla frontiera con la Russia, la chiesa di Gergeti è in assoluto il più bel monumento che si trovi in Georgia: svetta a quasi 2200 metri in un posto metafisico con le cime della Catena del Caucaso a far corona. Per arrivarci si percorre una landa verdissima piena di animali al pascolo e quasi senza esseri umani in vista. L’avvicinamento è pellegrinaggio. Lungo il tragitto altre due perle: il monastero di Jvari e la cattedrale di Svetitskhoveli che ingloba, come succede ad Assisi con la Porziuncola, una chiesetta molto più antica.

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Il re georgiano Vakhtang Gorgasali fa buona guardia alla chiesa di Metekhi Case a strapiombo sul fiume Kura, in duplice versione serale e tardo pomeridiana

Nella capitale Tbilisi, a strapiombo su un’ansa del fiume Mtkvari, la statua equestre del re Vakhtang Gorgasali fa la guardia alla chiesa di Metekhi che risale al V secolo. Ancora più in alto, in cima a una collina rocciosa, i bastioni dell’antica fortezza di Narikala vanno conquistati a fatica, arrampicandocisi con l’aiuto delle mani; ma il panorama da lassù è un gran bel premio.

Il posto più strano della Georgia si trova nella città di Gori: lì ci sono la casa natale del compagno Stalin, il mausoleo ufficiale, il vagone ferroviario corazzato e tanta altra roba. Atmosfera strana, come se il suo fantasma potesse saltar fuori da un momento all’altro.

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