Corbetta Missionaria onlus raccoglie e invia in Romania e Armenia oltre 10mila euro alle comunità cattoliche (Cronacaossona 27.04.19)

Corbetta Missionaria onlus, che è nata per volere dell’ex prevosto corbettese e che è espressione di solidarietà e di impegno volontaristico dei corbettesi e non solo, ha inviato circa 5mila euro in Romania e 6mila euro in Armenia, frutto delle donazioni e del ricavato di pranzi, spettacoli e banchetti benefici. Il tutto per donazioni che superano i 10mila euro.

“I dati vanno considerati nei progetti che portiamo avanti nel periodo settembre 2018/settembre 2019 – spiega la signora Maria Teresa Calleri – I 5mila euro sono andati a sostegno della Casa di accoglienza in Romania delle suore Benedettine della divina Provvidenza che ospita bambini dai 3 ai 18 anni che hanno bisogno di cure mediche, dato che la sanità pubblica in Romania non copre parecchie spese mediche”. Al momento i minori assistiti sono 30 (numero comunque variabile in base agli arrivi e dimissioni). Si offrono cure dentistiche, pediatriche, di genere, medicinali e abbigliamento.

“Sosteniamo anche la piccola comunità cattolica armena di padre Comitas – conclude la signora Calleri – Siamo andati in pellegrinaggio con la parrocchia di Corbetta lo scorso agosto e da dicembre a ora abbiamo donato 6mila euro”.

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Firenze: Festival Religioni. Incontro tra il segretario di Stato Vaticano e Patriarca Armeni (Askanews 27.04.19)

Roma, 27 apr. (askanews) – Si avvicina la chiusura del Millenario di San Miniato, entra nel vivo il Festival delle Religioni con uno dei suoi appuntamenti più attesi: l’incontro, aperto dal saluto del Sindaco di Firenze, Dario Nardella, è entrato nel vivo con l’intervento di Padre Bernardo M. Gianni, abate di San Miniato: “Il Millenario oggi si conclude con un auspicio che in questi giorni di Festival trova la sua realizzazione più importante e feconda. Abbiamo tutta la chiesa e tutte le chiese presenti in questo luogo santo consacrato alla memoria del primo martire di Firenze, Miniato, giunto da lontano oriente, dall’Armenia, per bagnare col suo sangue la terra nobilissima di Firenze”.

L’intervento del Patriarca Armeno è stato preceduto dall’introduzione di Francesca Campana Comparini, ideatrice del Festival delle Religioni, che ha ricordato la tematica del “tempo”, centrale in questi tre giorni di evento: “Stiamo fuori dal tempo, per starci meglio dentro. Teniamo un piede nella civitas hominis e un piede nella civitas dei per alimentarla, per renderla più creativa, più ricca. Usciamo dal tempo – come questa basilica, costruita sul monte, lontana dalle vie della città – ripristiniamo quella distanza che ci permette di essere più prossimi, per non correre il rischio, come ricordava Hannah Arendt, di cascarci addosso.”

L’intervento di Sua Santità Karekin II, Catholicos di tutti gli Armeni, ha dedicato il suo intervento al tema della fede e al ruolo delle chiese cristiane nella società e nella storia.

Il Segretario di Stato Vaticano, il cardinale Pietro Parolin che nel suo lungo intervento ha avuto modo di affrontare varie tematiche – dal dialogo tra chiese, alle difficoltà della Chiesa di oggi, oltre ad una profonda riflessione sul valore della preghiera, al termine dell’incontro ha voluto soffermarsi sull’importanza dell’incontro ecumenico: “Credo che nel mondo di oggi, lacerato da tanti conflitti e da tante tensioni, i cristiani – ancor prima di parlare del dialogo interreligioso – prima di tutto devono essere fattore di unità, e per diventare elemento di unità all’interno della società devono cercare primariamente l’unione tra di loro. Che è poi la preghiera più ardente di Gesù nel Cenacolo, “che tutti siano uno”, pur nelle loro differenze, come spesso ricorda il Papa. L’unità non è uniformità ma mettere insieme le proprie differenze e farle convergere in un arricchimento comune”.

L’incontro – su proposta di Padre Bernardo Gianni – si è concluso con un “fuori programma”: al termine degli interventi, dopo un minuto di silenzio e raccoglimento, la delegazione guidata da Karekin II ha intonato un canto in lingua armena, rivolta all’altare della Basilica. Un inno a cui ha fatto eco il “Regina Coeli” armonizzato dalle voci dei monaci benedettini di San Miniato.

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Card. Parolin: oggi i cristiani nel mondo sono perseguitati

E’ in corso a Firenze, nella basilica di San Miniato al Monte, la IV edizione del “Festival delle Religioni”. Momento centrale della manifestazione, che si concluderà domani, l’incontro ecumenico questa mattina tra il card. Parolin e il patriarca Karekin II. L’intervista al Segretario di Stato vaticano

Daria Arduini – Firenze

L’obiettivo del Festival è parlare di religione e degli influssi che ha nella società, coinvolgendo atei e credenti, laici e religiosi. Appuntamento centrale di questa quarta edizione della manifestazione: l’incontro ecumenico tra il Segretario di Stato vaticano il card. Pietro Parolin, e il patriarca Karekin II, Catholicos di tutti gli Armeni. La Chiesa apostolica armena deriva da una delle prime comunità cristiane ed è tra le più antiche del mondo: le prima testimonianze dell’avvento del cristianesimo in Armenia, risalgono infatti al I secolo, ad opera degli apostoli Taddeo e Bartolomeo. Un incontro quindi, che ha racchiuso due millenni di storia, di tradizione e di comunione. E il luogo di San Miniato non è stato affatto casuale: il nome della splendida basilica fiorentina prende infatti nome dal protomartire Miniato, un re proveniente dall’Armenia, che fu ucciso a Firenze dall’imperatore Decio in epoca di persecuzione cristiana, nella metà del III secolo.

La chiusura della Porta Santa di san Miniato

Questo pomeriggio, la chiusura ufficiale del Millennio di san Miniato al Monte quando il card. Parolin presiederà la celebrazione liturgica ed alla chiusura della Porta Santa. La porta della basilica era stata ‘aperta’ il 27 aprile del 2018 dall’arcivescovo di Firenze, il card. Betori, ed aveva aperto le celebrazioni ed i festeggiamenti per i mille anni dell’abbazia benedettina.

Al termine dell’intensa mattinata, il Segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, riprende le tematiche di questa IV edizione del Festival delle religioni di Firenze

Ascolta l’intervista al card. Parolin

C’è ancora tempo per la fede nella società contemporanea?

R. – Direi che c’è ancora più necessità della fede nella società contemporanea, proprio perché c’è il rischio che l’uomo si perda, come questa accentuazione forte della dimensione antropologica: quando è chiusa la trascendenza rischia di portare l’uomo al fallimento e tante grida di allarme che provengono da varie parti dicono proprio questo. Quindi la fede è proprio salvezza, la fede salva l’uomo nella sua dimensione integrale.

L’incontro tra fedi diverse oggi sembra sempre più difficile, perché?

R. – Sì, ma non credo, perché l’incontro tra fedi diverse è in atto da molto tempo, c’è tutto un dialogo interreligioso che cerca di avvicinare le fedi e di farle collaborare in tanti progetti che possono essere di utilità comune, di servizio al bene comune. E forse, la difficoltà, nasce nel momento in cui ci sono questi fondamentalismi… La sconfitta della fede, della vera religione, impedisce alle fedi di dialogare ma quando c’è una ricerca sincera del bene di tutti e di ciascuno, credo che le fedi possano incontrare tanti punti comuni, soprattutto pratici.

Si può parlare del nuovo martirio dei cristiani?

R. – Credo di sì, oggi i cristiani sono perseguitati in tante parti del mondo. Io penso sempre al Vangelo e a Gesù che ha descritto fin dall’inizio la condizione dei suoi discepoli come una condizione di persecuzione e di rifiuto da parte del mondo.

Lei stasera chiuderà la porta santa di san Miniato, che cosa resta di questa esperienza millenaria?

R. – Resta la grande tradizione monastica, per tornare alla prima domanda che mi ha fatto, come ricerca di Dio ma ricerca di Dio per la salvaguardia dell’uomo. I monaci sono stati anche dei grandi maestri e dei grandi artefici di civiltà, hanno saputo costruire autentiche civiltà proprio a partire da questo radicamento in Dio. Questo resta.

L’Europa è in crisi perché gli europei hanno smarrito il senso religioso?

R. – Certamente la perdita del senso religioso, la perdita del riferimento a Dio è una delle caratteristiche della nostra società. Per noi questa è una delle cause anche della crisi europea, della crisi dell’Europa, proprio perché quelli che dovrebbero essere i valori fondanti sono stati poi i valori di ispirazione cristiana. Quando viene a mancare Dio, cadono anche questi valori ed allora ecco la crisi.

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RELIGIONI: A SAN MINIATO STORICO INCONTRO FRA PATRIARCA ARMENO E SEGRETARIO DI STATO VATICANO

FIRENZE – Lo hanno definito storico, l’incontro nella Basilica di San Miniato, fra il segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Parolin, e Karekin II, patriarca supremo degli Armeni. L’appuntamento ecumenico è avvenuto oggi, 27 aprile, durante il Festival delle Religioni, diretto da Francesca Campana Comparini. La scelta del luogo di San Miniato non è affatto casuale: la splendida basilica fiorentina prende infatti nome dal protomartire Miniato, un re proveniente dall’Armenia che fu ucciso a Firenze dall’imperatore Decio in epoca di persecuzione cristiana, nella metà del III secolo.

La Chiesa Apostolica Armena deriva da una delle prime comunità cristiane ed è tra le più antiche Chiese del mondo: le prime testimonianze dell’avvento del cristianesimo in Armenia risalgono infatti al I secolo, ad opera degli apostoli Taddeo e Bartolomeo. L’intervento di Karekin II, Catholicos di tutti gli Armeni,è partito proprio da quelle origini per soffermarsi poi sul tema della fede e sul ruolo delle chiese cristiane nella società e nella storia. Nel suo discorso, il patriarca degli Armeni ha sostenuto che oggi «la Chiesa cristiana nella sua missione dovrebbe necessariamente statuire l’unico esempio della relazione tra fede e verità nella società, relazione che è confermata dal credere nel proprio cuore, conferita dalle opere della vita virtuosa e dando frutto con il miglioramento della vita quotidiana e del risveglio spirituale di milioni di persone».


La sfida di essere testimoni di fede nel mondo

E’ entrato nel vivo il Festival delle Religioni con la chiusura del Millenario di San Miniato. Interventi del Patriarca Armeno e del cardinale Parolin

FIRENZE — Si avvicina la chiusura del Millenario di San Miniato, entra nel vivo il Festival delle Religioni con uno dei suoi appuntamenti più attesi: l’incontro è entrato nel vivo con l’intervento di Padre Bernardo M. Gianni, abate di San Miniato: “Il Millenario oggi si conclude con un auspicio che in questi giorni di Festival trova la sua realizzazione più importante e feconda. Abbiamo tutta la chiesa e tutte le chiese presenti in questo luogo santo consacrato alla memoria del primo martire di Firenze, Miniato, giunto da lontano oriente, dall’Armenia, per bagnare col suo sangue la terra nobilissima di Firenze”.

L’intervento del Patriarca Armeno è stato preceduto dall’introduzione di Francesca Campana Comparini, ideatrice del Festival delle Religioni, che ha ricordato la tematica del “tempo”, centrale in questi tre giorni di evento: “Stiamo fuori dal tempo, per starci meglio dentro. Teniamo un piede nella civitas hominis e un piede nella civitas dei per alimentarla, per renderla più creativa, più ricca. Usciamo dal tempo – come questa basilica, costruita sul monte, lontana dalle vie della città – ripristiniamo quella distanza che ci permette di essere più prossimi, per non correre il rischio, come ricordava Hannah Arendt, di cascarci addosso.”

L’intervento di Sua Santità Karekin II, Catholicos di tutti gli Armeni, ha dedicato il suo intervento al tema della fede e al ruolo delle chiese cristiane nella società e nella storia.

Il Segretario di Stato Vaticano, il Cardinal Pietro Parolin che nel suo lungo intervento ha avuto modo di affrontare varie tematiche – dal dialogo tra chiese, alle difficoltà della Chiesa di oggi, oltre ad una profonda riflessione sul valore della preghiera, al termine dell’incontro ha voluto soffermarsi sull’importanza dell’incontro ecumenico: “Credo che nel mondo di oggi, lacerato da tanti conflitti e da tante tensioni, i cristiani – ancor prima di parlare del dialogo interreligioso – prima di tutto devono essere fattore di unità, e per diventare elemento di unità all’interno della società devono cercare primariamente l’unione tra di loro. Che è poi la preghiera più ardente di Gesù nel Cenacolo, “che tutti siano uno”, pur nelle loro differenze, come spesso ricorda il Papa. L’unità non è uniformità ma mettere insieme le proprie differenze e farle convergere in un arricchimento comune”.

L’incontro – su proposta di Padre Bernardo Gianni – si è concluso con un “fuori programma”: al termine degli interventi, dopo un minuto di silenzio e raccoglimento, la delegazione guidata da Karekin II ha intonato un canto in lingua armena, rivolta all’altare della Basilica. Un inno a cui ha fatto eco il “Regina Coeli” armonizzato dalle voci dei monaci benedettini di San Miniato.

Armenia: oggi celebrazioni in tutto il paese per la nuova Giornata del cittadino (Agenzianova 27.04.19)

Erevan, 27 apr 13:33 – (Agenzia Nova) – Oggi l’Armenia celebra per la prima volta la Giornata dei cittadini, nuova festività arrivata in seguito alla cosiddetta “rivoluzione di velluto” della primavera del 2018. Lo riferisce l’agenzia di stampa “Armenpress”. Secondo un decreto adottato dal governo il 21 marzo, la festa si celebra l’ultimo sabato di aprile, che quest’anno cade il 27 aprile di quest’anno. Il Parlamento armeno ha poi approvato il 9 aprile il progetto di legge sulla modifica della legge sulle festività e le giornate della memoria. Eventi e celebrazioni sono programmati in tutta l’Armenia e nella capitale Erevan. Il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha inviato oggi un messaggio di congratulazioni per la nuova festività sul proprio profilo Facebook. “Cari cittadini, orgogliosi cittadini della Repubblica di Armenia, mi congratulo con tutti voi per la giornata dei cittadini. Avete vinto e vincerete. Siate coraggiosi”, ha scritto Pashinyan.

Festival delle religioni: attesi domani a Firenze il card. Parolin e Karekin II, Patriarca e Catholicos di tutti gli Armeni (SIR 26.04.19)

Si è aperto ieri a Firenze, a San Miniato al Monte, la quarta edizione del Festival delle Religioni  alla presenza di Ronald Lauder, presidente del World Jewish Congress, e del sindaco di Firenze, Dario Nardella. La rassegna ha preso il via nel giorno non solo della Festa Nazionale del 25 Aprile, ricordo della liberazione dal nazifascismo, ma anche nel periodo in cui gli ebrei celebrano Pèsach, la Pasqua Ebraica, ricordo della liberazione del popolo d’Israele dalla schiavitù egiziana. “L’Antisemitismo – ha detto Lauder –  è una questione di violenza e soprattutto di indifferenza. Abbiamo visto cosa è accaduto durante la seconda Guerra Mondiale, sappiamo cosa è stato l’Olocausto: al termine del conflitto non c’erano più gli ‘antisemiti’, perché nessuno voleva essere associato ai nazifascisti, era evidente che quella parte fosse da rifuggire. Oggi però le persone si sono dimenticate, e l’unico modo per evitare l’antisemitismo è educare le giovani generazioni. Oggi è stupendo festeggiare la libertà, è una cosa meravigliosa. Ma si può perdere la libertà dalla sera alla mattina, e questo è dovuto proprio all’indifferenza. E noi – ebrei, cristiani, musulmani – dobbiamo fare in modo che i popoli siano rispettosi delle nostre religioni e non dare tutto per scontato.”

Il sindaco Nardella ha sottolineato l’importanza del dialogo tra le religioni. “È importante perché spesso alla base di conflitti sociali, guerre e attentati terroristici c’è proprio l’odio religioso”. “Ciò di cui dobbiamo avere paura infatti non è la differenza, ma l’indifferenza. È nel riconoscersi e nell’accettarsi che troviamo il fondamento della nostra identità e i presupposti per una vera convivenza”. Il Festival delle Religioni proseguirà fino a domenica 28 aprile, e chiuderà le celebrazioni per il Millenario di San Miniato al Monte. Domani, interverranno alle 10.30, il card. Pietro Parolin, Segretario di Stato Vaticano, e Sua Santità Karekin II, Patriarca Supremo e Catholicos di tutti gli Armeni. Alle 17.30, per la chiusura ufficiale del Millenario di San Miniato al Monte, il cardinale presiederà la celebrazione liturgica con la chiusura della Porta Santa.

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La “svolta” di Erdogan sugli armeni: aperti gli archivi turchi (Ilgiornale.it 26.04.19)

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha di recente operato una svolta nel quadro della controversia sul genocidio armeno, dichiarandosi disposto ad aprire gli archivi del suo Paese agli storici di tutto il mondo.

Ad avviso della storiografia occidentale, il Paese anatolico avrebbe organizzato, durante la Prima guerra mondiale, il “primo genocidio del Ventesimo secolo”, ossia la morte di un milione e mezzo di Armeni. Il leader di Ankara aveva finora costantemente rigettato tali ricostruzioni storiche, bollandole come offensive verso la dignità turca e attribuendo tali decessi a una “guerra civile” esplosa nel 1915 nell’allora Impero ottomano. Tuttavia, Erdogan ha recentemente dichiarato di essere disposto ad aprire il suo Paese a un’indagine indipendente sui travagli subiti dal popolo armeno nel Novecento.

In un discorso pronunciato in questi giorni durante un convegno sull’archivistica tenutosi ad Ankara, il leader dell’Akp ha annunciato di volere fare esaminare a studiosi di tutto il mondo i documenti redatti dall’amministrazione ottomana negli anni del controverso genocidio. Il presidente anatolico ha infatti esortato i principali esperti mondiali di tale dolorosa pagina del Ventesimo secolo a ispezionare gli archivi della Sublime porta, al fine di favorire l’“emersione della verità” sul passato degli Armeni e sul trattamento riservato dal governo dei Giovani Turchi alle minoranze etniche.

Erdogan ha giustificato tale apertura affermando: “Noi non abbiamo nulla da nascondere. Chi, per partito preso, ci accusa di avere le mani sporche di sangue, venga a fare delle ricerche nei nostri archivi nazionali, così da maturare giudizi meno faziosi sulla storia della Turchia.” Il Capo dello Stato, dopo avere annunciato la svolta in questione, ha attaccato con parole di fuoco i governi occidentali, tacciandoli di “ipocrisia”.

Il leader dell’Akp ha infatti denunciato come “assurdo” che la Turchia venga accusata di gravi crimini da nazioni come Francia, Germania, Regno Unito e Usa, colpevoli delle “peggiori atrocità della storia umana: colonialismo, nazismo, imperialismo”. Egli ha poi tuonato:“Sulle spalle di quegli stessi Paesi che oggi ci fanno la morale gravano milioni e milioni di vittime innocenti. È quindi assolutamente ridicolo che quegli stessi Stati, che occupano il primo posto nella classifica dei peggiori criminali mai esistiti, accusino la Turchia di avere commesso in passato gravi reati.”

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Asolo ricorda il genocidio armeno: e arriva il plauso delle più alte cariche della comunità armena in Italia (Oggitreviso 26.04.19)

Dal settembre del 2016, Asolo ha stretto un “Patto di Amicizia” con la città Armena di Jermuk. Le esternazioni di vicinanza del sindaco hanno suscitato il plauso delle più alte cariche della comunità armena in Italia

ASOLO – “Desidero esprimere tutta la mia vicinanza morale alla comunità armena di Jermuk e all’Unione Armeni d’Italia e, naturalmente, a tutte le comunità armene nel mondo, in questo giorno in cui si celebra il ricordo dell’immane tragedia che ha colpito questo popolo nel XX secolo – dichiara il Sindaco di AsoloMauro Migliorini – un genocidio che ha causato oltre un milione e mezzo di vittime innocenti, con centinaia di migliaia di persone giustiziate, deportate, morte di stenti: si trattò di una repressione (senza eguali) contro la libertà di un popolo, contro la sua sacrosanta aspirazione all’autodeterminazione, contro la sua antica Chiesa apostolica”.

Tante le reazioni di stima e gratitudine verso il sindaco di Asolo a cominciare da Sargis Ghazaryan già ambasciatore della Repubblica Armena in Italia, a Valentina Karakhaniansegreteria di Stato Vaticana figure eminenti della comunità armena nel nostro paese. Ma anche il mondo della cultura ha voluto tributare un elogio alle belle parole asolane come nel caso di Ashod Grigorian professore alla National University of Architecture and Construction of Armenia. Tante anche le attestazioni di stima da parte di gente comune.

Asolo è diventata una casa per diversi esuli armeni tra questi l’architetto Leon Gurekian (Costantinopoli 1871 – Asolo 1950), figura di intellettuale e patriota armeno i cui familiari perirono tutti nel genocidio. Ad Erevan, odierna capitale dell’Armenia, nel marzo 2015, è stata inaugurata una mostra a lui dedicata alla quale ha partecipato anche una rappresentanza asolana che ha portato un messaggio del Sindaco in cui veniva sottolineato il suo impegno e il suo coraggio nel perseguire l’obiettivo della realizzazione dell’indipendenza della Repubblica Armena.

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ARMENIA. Nasce il battaglione di autodifesa “Nubar Ozanyan” (Notizie geopolitiche 26.04.19)

Dalla Grande Catastrofe (Metz Yegherni) sono ormai trascorsi 104 anni, ma la ferita non si è ancora rimarginata. E come potrebbe? Di certo non finché il responsabile, lo Stato turco, non avrà ammesso le proprie responsabilità e chiederà – almeno – scusa al popolo armeno.
Il genocidio era cominciato il 24 aprile 1915 quando oltre duecento intellettuali armeni vennero sequestrati ed eliminati. Si continuò con la deportazione e l’esilio per centinaia di migliaia di persone. E per moltissimi di loro fu il massacro. Un genocidio pianificato per uniformare la popolazione dello Stato turco, per cancellare le differenze e creare una società omogenea: una sola razza, una sola religione, una sola lingua. Uno stile che lo Stato turco ha sostanzialmente mantenuto. Ieri per gli armeni, oggi per curdi.
Due giorni prima dell’anniversario, il 22 aprile, l’evento era stato ricordato con la costituzione del primo Battaglione armeno di autodifesa, denominato “martire Nubar Ozanyan”.
L’annuncio è stato dato con un comunicato dalla formazione politica TPK/ML (Partito comunista di Turchia/marxista – leninista) spiegando che “questo battaglione andrà a rafforzare la rivoluzione nel territorio di Rojava per difenderlo dagli attacchi dei fascisti dello Stato Islamico e dello Stato turco”. Consentendo contemporaneamente “l’autodifesa del popolo armeno contro ogni tipo di oppressione, persecuzione, massacro o tentativo di assimilazione”. Nel comunicato si sottolineava come con la creazione di tale battaglione venissero realizzati una parte dei sogni e delle speranze del comandante Nubar Ozanyan. Il militante comunista armeno era nato nel 1956 e caduto combattendo contro il Daesh (Isis, ndr.) nel 2017 durante la battaglia di Raqqa.
Nell’agosto di due anni fa il suo sacrificio era stato commemorato a Parigi e a Zurigo da qualche centinaio di esponenti di diverse organizzazioni di sinistra, sia europee che turche e curde (Revolutionarer Aufbau, Secours rouge de Suisse, OCML-VP, Partizan, KCK…).
L’evento offre l’occasione per ribadire e sottolineare che quella del Genocidio non va interpretata come una questione religiosa. Fu infatti opera di nazionalisti turchi. Nazionalisti che per lo storico Baykar Sivazliyan “erano tutti Dunmeh (“convertiti) cioè ebrei formalmente islamizzati e sostanzialmente atei, in gran parte membri di una loggia massonica di Salonicco: Enver, Talat e Cemal Pascià…”.
Una conferma viene ripensando all’accoglienza ricevuta dai sopravvissuti armeni del Genocidio (quasi tutti orfani) da parte della popolazione siriano-araba. In particolare a Der Ez-Zor nel 1915. Per questo gli armeni rimasero sempre grati alla Siria, anche nei momenti difficili come quello attuale. Non è forse un caso che da qualche giorno si trovino ad Aleppo un centinaio di soldati professionisti dell’esercito armeno. Inquadrati in un reparto russo, si stanno dedicando allo sminamento dell’intera città. Si sono stabiliti nel quartiere armeno anche per garantirne la protezione. Infatti qui hanno cominciato a rientrare centinaia di armeni che la guerra aveva costretto ad allontanarsi.

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25 aprile, sono per metà armena. E per me anche oggi è un giorno da ricordare (Ilfattoquotidiano 25.04.19)

di Manuela Avakian

Pensavo di essere per metà armena. Poi è arrivata l’attualità fatta di barconi, di porti chiusi, di migranti e politicanti schiava di una strumentalizzazione senza soluzione di continuità. Tutti commentati, commiserati, compresi o condannati da chi non ha mai attraversato il mare, né il deserto. Da chi non ha conosciuto la paura vera, né la fame. Così ho capito di essere anche armena. Ho compreso finalmente perché il mio cuore si apre alle celebrazioni del 25 aprile, e perché con altrettanta forza batte durante le commemorazioni del giorno prima.

Forse le parole di Sepulveda “Non serve a niente una porta chiusa. La tristezza non può uscire e l’allegria non può entrare” mi hanno guidato a una visione olistica dell’appartenenza. Questo mio dualismo ha radici tanto forti da assomigliare alle stesse che rendono unici alcuni ulivi millenari della Puglia, la terra che mi ha dato i natali. La mia individualità ha preso forma e con il suo micro tassello contribuisce a comporre la Storia. A decifrare l’umanità.

24 Aprile 1915 – il primo sterminio del Novecento perpetrato dai Giovani turchi dell’Impero ottomano inghiottito dagli archivi storici per decenni, volutamente ignorato. Il popolo armeno, schiacciato per quasi un secolo tra il “politically correct” e il “commercially necessary”. Poi, qualche concessione di timidi cenni qua e là fino al suo riconoscimento da parte di molti Stati.

Ma questa mia solitaria dissertazione non vuole essere di stampo geopolitico. Tutt’altro. È il senso di umanità che mi spinge a domandarmi perché non si parli mai degli Indiani d’America – ne sono rimasti un pugno, diceva un giornalista russo, giusto da utilizzare nei western hollywoodiani. Perché sono pochi quelli che conoscono la tragedia del Ruanda, troppi quelli che hanno già dimenticato l’ex Jugoslavia. Quanti si ricordano degli Incas, degli Aborigini… l’elenco è dolorosamente lungo.

“Chi mai si ricorda oggi degli Armeni?” avrebbe domandato Hitlerai consiglieri che cercavano di dissuaderlo dal suo folle piano. E venne la Shoah. La proliferazione di testimonianze sull’Olocaustoè un’operazione encomiabile. Un “Per non dimenticare” doveroso. Guai se così non fosse. Perché di un abominio si è trattato. Senza se (se gli ebrei…) e senza ma (ma anche Stalin…).

Tuttavia, i promotori delle numerose iniziative che si adoperano per ricordare lo sterminio del popolo ebreo dovrebbero dare spazio a La Storia, e non a una storia. Il diffusore di cultura monotematica rischia di scivolare nell’autoreferenzialità, di sembrare uno studioso a metà, e si sa: “Half knowledge is a dangerous thing“. Difficile da tradurre, ma non altrettanto da comprendere. Potrebbe anche trattarsi di ignoranza, ovvero di ignorare i genocidi che hanno preceduto l’Olocausto e quelli che lo hanno succeduto. Escludiamo infatti il dolo, ma non la colpa. La propaganda non lascia spazio alla verità. Di conseguenza, neppure alla giustizia.

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Udine ricorda l’eccidio degli Armeni (Messaggeroveneto.it 25.04.16)

La comunità armena, nel parco di via III Novembre a Udine, ha commemorato i 104 morti nel genocidio di un popolo strappato dalle proprie abitazioni e condotto a una mattanza spaventosa, inspiegabile se non alla luce dello spietato disegno politico attuato dal governo turco di allora. (Videoproduzioni Petrussi)

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Dal Genocidio armeno alla Diaspora dei cristiani d’Oriente. (Artciolo21 25.04.19)

C’è una lunga scia rossa che attraversa oltre un secolo nella storia della comunità cristiana d’Oriente. Una sorta di Diaspora dei Cristiani, disseminata anche di persecuzioni, massacri, lunghe prigionie e distruzioni di chiese e santuari, oltre che di espropriazioni ed esili forzati, di fughe per la vita. Ha preso spesso le sembianze di una “guerra di religione”, soprattutto tra islamici, predominanti, e cristiani, vittime designate. Ma in realtà si è tratta di una lotta senza quartiere e non convenzionale per la supremazia economica, culturale e territoriale, che si ammanta di ideologizzazioni religiose, per coinvolgere come “braccia armate” proprio quelle fasce sociali più deboli o più sensibili ad essere strumentalizzate dai potentati fondamentalisti islamici del Medio ed Estremo Oriente.

Il tutto inizia in Turchia tra il 23 e il 24 Aprile del 1915 e culmina, almeno per ora, nelle stragi in Sri Lanka la domenica di Pasqua di questo 21 Aprile.

Oltre un secolo fa, mentre l’Europa si dilaniava nella Prima Guerra Mondiale, in Turchia il Movimento dei Giovani Turchi, guidati dal futuro “padre della patria” Mustafa Kemal Ataturk, disarcionava del tutto il regime dispotico di quello che per lungo tempo era stato l’Impero Ottomano. Ma a caro prezzo per la comunità cristiana armena e non solo. Il “Medz Yeghern, ovvero il “Grande Male” si perpetrò fino al 1917 con il massacro scientifico della popolazione cristiana (siro cattolici, siro ortodossi, assiri, caldei e greci), ma soprattutto di 1,5 milioni di armeni su una popolazione di 2 milioni, presenti su quei territori da Tremila anni! Allo sterminio presero parte, secondo documenti storici, anche ufficiali dell’Impero prussiano, alleato della Turchia nella guerra.

Dovettero passare 70 anni perché la comunità internazionale lo riconoscesse questo genocidio: nel 1985, con una delibera della Sottocommissione dei diritti umani dell’Onu, e poi nel 1987 con il Parlamento Europeo.Condanna che l’Europarlamento ha ribadito con una risoluzione del 16 aprile 2015, nella quale s’invitavano “l’Armenia e la Turchia ad utilizzare il Centenario del genocidio armeno per rinnovare le relazioni diplomatiche, aprire i confini e spianare la strada per l’integrazione economica”, sottolineando la necessità che la Turchia ammettesse “il genocidio armeno”.

Tra i maggiori paesi che riconoscono il genocidio, quasi una trentina, ci sono l’Italia (Risoluzione votata dalla Camera nel Novembre 2000), e la Francia, dove vive la comunità armena più numerosa con 350mila persone ed è stato introdotto il reato di “negazionismo” come per la Shoah ebraica. Il primo stato al mondo a riconoscere l’Olocausto degli armeni, nel 1965, fu comunque l’Uruguay. Nel 2015, Papa Francesco durante le celebrazioni del Centenario a Erevan, capitale dell’Armenia, definì il massacro come “il primo genocidio del XX secolo” scatenando l’ira della Turchia, dove l’utilizzo del termine è punito con il carcere in base all’articolo 301 del codice penale che prevede il reato di “vilipendio dell’identità turca”. A giugno 2018 il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, anche a seguito di una rinnovata alleanza geopolitica con la Turchia (nemica della Siria dilaniata dalla guerra con l’ISIS, a sua volta aiutata dalle truppe degli Indipendentisti Curdi), fece invece slittare “sine die” il dibattito alla Knesset sul riconoscimento del genocidio.

Ambigua la posizione degli Stati Uniti, dove il Congresso approvò nel marzo 2010 una risoluzione che chiedeva al presidente Obama il riconoscimento di questo Olocausto; ma lui non mantenne la sua promessa elettorale del 2008, quando si schierò per il riconoscimento ufficiale del “genocidio armeno”. Nel saluto inviato agli Armeni per il Centenario, ha invece optato per parole più diplomatiche pur di non offendere la Turchia “alleato privilegiato” e il suo presidente-dittatore Erdogan, che ha fustigato il discorso di Papa Francesco sul genocidio e che si è detto pronto ad espellere gli ultimi 100 mila armeni ancora rimasti sul suolo turco. Anche per l’attuale presidente USA, Donald Trump, il termine “genocidio” non sembra appropriato; per lui si trattò solo di “atrocità di massa”.

Diversamente, invece, si sono comportati i tedeschi, nonostante abbiano sul loro territorio 4 milioni di abitanti di origine turca. Sempre nel 2015, Angela Merkel dichiarò: “Oggi la Germania considera il massacro di 100 anni fa come un genocidio”. Ancora oltre andò l’allora Presidente della Repubblica, Joachim Gauck, che riconobbe anche la “corresponsabilità” tedesca. “Dobbiamo indagare nella nostra memoria”, disse Gauck. E in merito ai consiglieri tedeschi che all’epoca aiutarono a pianificare le deportazioni, affermò: “La Germania ha avuto una responsabilità condivisa, forse anche una colpa condivisa, per il genocidio degli Armeni”. La strage degli Armeni in effetti fu una specie di “prova generale” delle tecniche di sterminio, poi attuate dai nazisti, cui si ispirò lo stesso Hitler, come dichiarò pubblicamente.

Da allora, nei libri ufficiali di storia è scritto solo di turchi massacrati dagli armeni e ancora oggi parlare di genocidio equivale ad un “insulto all’identità turca”, secondo l’articolo 301 del codice penale turco. Si può essere incarcerati, perseguitati, come lo scrittore Premio Nobel Orhan Pamuk, o addirittura uccisi, come successe il 19 gennaio del 2007, al giornalista armeno Hrant Dink, fondatore della rivista bilingue turco-armena Agos, assassinato a Istanbul per aver parlato e scritto pubblicamente del genocidio.

Il 10 aprile la Camera dei Deputati ha approvato, con 382 voti a favore, 43 astenuti (di Forza Italia) e nessun voto contrario, una “Mozione unitaria che impegna il governo a riconoscere ufficialmente il genocidio e a darne risonanza internazionale”. Forse questo documento, nonostante le rimostranze diplomatiche turche, servirà a smuovere una nostra ritrosia, che trova le sue fondamenta nella stessa Alleanza Nato. E che si cementa anche nel corposo interscambio commerciale, finanziario e industriale, che pone l’Italia al quarto posto con 19,8 miliardi di dollari di interscambio totale, di cui 11,3 miliardi di dollari in esportazioni e 8,5 miliardi di dollari in importazioni e una quota di mercato del 5,1%.

La Diaspora contemporanea dei Cristiani d’Oriente ha ripreso a solcare le terre desertiche, le alture, i mari e i fiumi dell’Iraq e della Siria. Dalla Prima guerra del Golfo nel 1991 alla seconda e più terribile nel 2003 contro l’Iraq, qui la comunità cristiana è stata sterminata. Certo, ha prevalso l’immagine di uno scontro religioso tra sunniti e sciiti, da una parte, e la galassia dei riti cristiani dall’altra. In realtà si è trattato di una vera e propria espropriazione territoriale della presenza di quei ceti sociali, che contavano a livello economico, culturale e politico nazionale ed internazionale. Basti pensare al potente ministro dell’esteri iracheno, il cristiano Tarek Aziz.

In Iraq vivevano 1,5 milioni di cristiani agli inizi degli anni Novanta. Oggi, secondo le statistiche stilate dalle organizzazione internazionali umanitarie ne sono rimasti appena 146 mila, “una decimazione”, come ha recentemente annotato Lucia Annunziata in un suo reportage da quelle terre martoriate dall’ISIS su Huffington Post.

Cattolici greco-ortodossi di Antiochia, ortodossi siriaci, cattolici melchiti, maroniti, armeni, caldei, persino piccolissimi nuclei di protestanti evangelici: ma prima di tutto popoli euroasiatici che si erano stabiliti in tutto il Medio Oriente, poco dopo l’evangelizzazione cristiana in epoca imperiale romana, molti secoli prima della nascita e dello sviluppo dell’Islam predicato da Maometto. Gli sciiti iraniani da una parte e i sunniti dell’ISIS, fomentati dai salafiti e dai wahabiti dell’Arabia Saudita, sono riusciti nell’intento di scalzare dalle élites locali i cristiani, attuando una sorta di pulizia etnica, anche ammantata da motivazioni religiose. In realtà, si cerca di creare una separazione geografica e sociale tra mondo islamico e mondo occidentale. Non si tratta quindi di uno scontro religioso, di nuove crociate, ma di una strategia per la supremazia territoriale per sfruttare le fonti energetiche, minerali rari, incrementare le risorse finanziarie e demarcare gli stili di vita socio-culturali.

Secondo le statistiche dell’autorevole Pew Research Center di Washington prima della guerra in Siria, si calcola che la comunità cristiana contasse il 13% della popolazione, all’incirca 2,5 milioni di persone. Aleppo nel Nord con 300 mila cristiani era la terza maggiore città cristiana del mondo arabo, dopo Beirut e Il Cairo. Si stima che almeno 900 mila cristiani siano fuggiti dal paese e abbiano ingrossato i campi profughi di Giordania e Libano, mentre altri hanno tentato le tortuose e pericolose strade della migrazione verso l’Europa. Oggi, sarebbero rimasti solo 250 mila cristiani tra le macerie delle città siriane.

Una Diaspora, intramezzata da stragi terroristiche di fondamentalisti islamici, che non ha risparmiato neppure l’Egitto, paese arabo che vanta la maggiore presenza di cristiani, oltre 4 milioni di copti, ovvero il 5% rispetto ai 76 milioni di islamici, il 95%. In pochi anni la loro presenza ha subito un calo dall’8%. Ora in Medio Oriente e in Nord Africa, la presenza dei cristiani si è assottigliata allo 0,6% e si va ancor più marginalizzando

Certo, nell’Africa subsahariana, la presenza dei cristiani, sempre secondo il Pew Research Center, è maggioritaria (46,53% rispetto al 40,46% dei musulmani): 500 milioni, il vero serbatoio di credenti e di vocazioni per il futuro della Chiesa di Roma. Ma nello stesso tempo crescono le violenze nei loro confronti da parte dei gruppi terroristici islamisti, spinti e sostenuti da oligarchi locali e finanziati dagli oligarchi del Golfo arabo, proprio per ridurre l’influenza di quegli strati sociali che finora dominavano la politica e l’economia dei paesi principali dell’Africa nera.

A questa Diaspora dei Cristiani d’Oriente potrà opporsi la testimonianza evangelica di Papa Francesco, così impegnato nella sua strategia di riconciliazione con l’Islam? E’ questo il fine ultimo del Documento sulla “Fratellanza Umana”, firmato ad Abu Dhabi il 4 febbraio scorso insieme alla più alta autorità musulmana, il Grande Imam Ahmad Al-Tayyeb. Come di recente ha sentenziato: “Per il bene della pace, non si deve permettere che le credenze religiose vengano abusate per la causa della violenza o della guerra”.

Ma se i paesi occidentali, specie l’Unione Europea, non acquisiscono la consapevolezza di agire in prima persona nello scacchiere geopolitico orientale; discernendo le alleanze con i paesi islamici dagli interessi meramente economici, energetici e finanziari; anteponendo invece i propri valori secolari in difesa dei diritti universali delle persone, delle libertà individuali e collettive, della non-violenza, della tolleranza e reciprocità religiosa, assisteremo ad un’escalation di terrorismo e di “guerre non convenzionali per procura” fin dentro i nostri confini.

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