Mkhitaryan, niente Armenia: punta al rientro in gruppo. E presto sarà papà (corrieredellosport 11.11.19)

ROMA – Il neo ct Khashmanyan lo ha chiamato per presentarsi e sapere delle sue condizioniMkhitaryan senza giri di parole gli ha confessato che sta ancora completando il suo recupero e che la decisione della Roma di non farlo partire per l’Armenia era condivisa. Sia chiaro, il trequartista giallorosso giocherebbe per il suo Paese anche con una gamba sola, ma il buon senso ha prevalso soprattutto perché Henrikh è fuori da 42 giorni e ha già perso nove partite tra campionato ed Europa League.

La Federazione armena lo avrebbe voluto a Erevan per dare la carica allo spogliatoio per la partita contro la Grecia, in programma venerdì prossimo, invito declinato dal giocatore che non vuole perdere tre giorni di allenamento e rallentare i ritmi di recupero. Uno ‘strappo alla regla’ potrebbe farlo qualche giorno dopo, per raggiungere i suoi compagni di nazionale e della Roma al Barbera di Palermo per la sfida tra Italia e Armenia del 18 novembre.

Il fantasista in prestito dall’Arsenal adesso scalpita per tornare in campo e dimostrare il suo valore ai tifosi romanisti. La scorsa settimana ha sostenuto un lavoro personalizzato dando ottimi segnali di ripresa: insieme a due elementi dello staff di Fonseca, Mkhitaryan ha lavorato sul campo adiacente a quello dei suoi compagni di squadra calciando in porta, correndo e dribblando le sagome. La lesione all’adduttore della gamba destra rimediata contro il Lecce è ormai alle spalle, anche se l’armeno è stato costretto a fermarsi il doppio rispetto alle tre settimane previste. Un mese e mezzo di stop, ma già da domani Mkhitaryan potrebbe ricevere l’ok per tornare ad allenarsi parzialmente insieme ai compagni che non sono partiti per gli impegni con le nazionali.

Il trentenne punta alla convocazione per la prima gara dopo la sosta contro il Brescia. Si giocherà all’Olimpico, stadio dove alla sua prima in giallorosso ha trovato la rete, stadio che ha continuato a frequentare anche da infortunato. In più di un’occasione infatti Mkhitaryan insieme alla moglie ha assistito alle gare della Roma dai palchetti d’onore, l’ultima quella contro il Napoli. Presto lui scenderà negli spogliatoi, mentre invece Betty Vardanyan comincerà a prepararsi per il lieto evento. La coppia armena infatti aspetta un figlio, e verso aprile nascerà il primogenito di Mkhitaryan. Un ulteriore legame con Roma e la Roma, città e squadra che hanno stregato Henrikh e la moglie.

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Manca da 40 giorni per infortunio, ma dopo la sosta sarà a disposizione e Fonseca pensa di schierarlo subito per aiutare uno Dzeko in difficoltà

Andrea Pugliese

In patria lo volevano lì, per stare vicino alla sua nazionale. Perché battendo la Grecia venerdì l’Armenia avrebbe ancora la possibilità di qualificarsi all’Europeo (ma solo in caso di clamorosa sconfitta della Finlandia in casa contro il Liechtenstein) e allora il nuovo c.t. armeno Petrosyan gli aveva chiesto di esserci. Anche solo come presenza morale. E invece Henrikh Mkhitaryan ha deciso di dare la precedenza alla Roma e di restare a Trigoria per riprendere il volo. Già, perché il fantasista giallorosso è ormai a un soffio dalla ripresa e vede la sfida con il Brescia del prossimo 24 novembre come un nuovo inizio.

Da oggi Mkhitaryan dovrebbe tornare a disposizione di Fonseca. Possibile che nei primi giorni di questa settimana faccia ancora un lavoro a parte, ad hoc, ma ormai dovremmo esserci, il rientro è già programmato. La lesione tendinea all’adduttore destro riportata il 30 settembre scorso dovrebbe essere solo un brutto ricordo. In questo stop di oltre 40 giorni Micki ha saltato 9 partite, di cui sei di campionato e tre di Europa League. Tante, troppe per restare ancora ai box. E allora bisogna riprendersi il tempo perso, anche perché la sua fantasia e la sua imprevedibilità servono come il pane alla manovra giallorossa. “Con il suo rientro anche Dzeko tornerà al top”, ha detto ieri a Nyon il tecnico portoghese, che ha già messo in calendario il suo utilizzo al ritorno dalla sosta. Probabilmente già contro il Brescia. Perché Mkhitaryan – se sta bene – davanti può davvero fare la differenza. Un po’ come quando alla Roma c’era Salah, uno che dava assistenza e palloni d’oro a Dzeko. Micki può fare un po’ lo stesso, anche perché Fonseca tende a schierarlo più dentro il campo che fuori e quindi più vicino a Dzeko che non lontano da lui.

Pellegrinaggio di pace in Armenia, in quaranta con il Movimento Shalom (Gonews.it 10.11.19)

Saranno 40 i partecipanti del pellegrinaggio di pace in Armenia che si terrà dal 13 al 21 Novembre. A guidare il gruppo sarà don Andrea Cristiani fondatore di Shalom. Insieme a lui don Donato Agostinelli, Vieri Martini (presidente del Movimento) e il cappellano del carcere di Volterra don Paolo Ferrini. “E’ un pellegrinaggio che va a rendere omaggio ad una delle chiese più antiche di tutta la cristianità , culla della nostra fede” – dichiara don Andrea. PUBBLICITÀ “Shalom è particolarmente vicino alla chiesa armena perché è una comunità martire e si reca in quella terra per portare avanti la causa del riconoscimento del genocidio del popolo Armeno avvenuto all’inizio del secolo scorso e non ancora dichiarato tale, tacendo lo sterminio di un milione e mezzo di esseri umani.” Una terra anche dalle bellezze storiche, religiose e paesaggistiche uniche troppo spesso non considerata. I pellegrini di pace avranno anche l’onore di essere ricevuti dall’ordinario ameno delle Chiese orientali l’arcivescovo Raphael Francois Minassian. Saranno otto giorni intensi di incontri, di preghiera e di ricerca della pace, nel dialogo e nel confronto tra popoli, culture e religioni.

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Gallagher in Armenia. Giornata conclusiva con la comunità cattolica (Vaticannews.it 10.11.19)

“Il popolo armeno ha affrontato, con coraggio e determinazione, tante sofferenze e tante prove” ha ricordato il segretario per i Rapporti con gli Stati della Santa Sede nell’omelia pronunciata nella chiesa dei Santi Martiri di Gyumri

Robert Attarian – Yerevan

Si è conclusa a Gyumri, con l’incontro con la piccola comunità armeno cattolica, la visita in Armenia di monsignor Paul Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati della Santa Sede. Ad accoglierlo erano presenti nella chiesa dei Santi Martiri, rappresentanti della comunità provenienti da varie città e villaggi, nonché i membri del clero dell’Ordinariato armeno cattolico con l’arcivescovo Raphael Minassian.

Monsignor Gallagher porta la benedizione del Papa

La Messa domenicale in rito armeno è stata presieduta da monsignor Minassian, mentre l’omelia è stata affidata a monsignor Gallagher. Nell’omelia, il presule ha commentato il Vangelo odierno in cui Gesù ricorda che “Dio non è dei morti, ma dei viventi” sottolineando che, chi ha fiducia in Lui, non ha paura di nulla e affronta anche le cose più difficili e avverse come è accaduto “al popolo armeno, il quale ha affrontato nel corso dei secoli, con coraggio e determinazione, tante sofferenze e tante prove”. Alla fine dell’omelia Gallagher ha portato il saluto e la benedizione di Papa Francesco alla comunità armeno cattolica: il Pontefice assicura la sua preghiera incoraggiando “a percepire nel Vangelo la grazia della gioia, dello slancio e della fiducia nel Signore e nella vita” che si sta vivendo.

L’impegno del clero locale

Prima della Messa, nel suo saluto di benvenuto, monsignor Minassian ha rivolto parole di gratitudine per questa visita definendola un segno di vicinanza e sollecitudine della Santa Sede verso la Chiesa armena e ha sottolineando il fatto che la missione, affidata a lui e ai suoi confratelli sacerdoti in Armenia, richiede spesso impegno e molti sacrifici, anche a causa del clima duro dell’inverno. Quindi ha colto l’occasione per ringraziare tutti i membri del clero per la loro dedizione ed il loro fervore apostolico.

Il rientro a Roma

Monsignor Minassian ha poi sottolineato che “in questa dimora del Signore, intorno all’altare”, era presente la rappresentanza di tutta la Chiesa armena cattolica e delle sue istituzioni, inclusa anche la Caritas Armenia. Alla fine della Messa i fedeli armeno cattolici hanno avuto occasione di salutare monsignor Gallagher ed avere la sua benedizione. Dopo un piccolo momento conviviale la delegazione vaticana ha fatto ritorno a Yerevan. Di qui il rientro a Roma.

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Gallagher in Armenia: il Papa prega per la prosperità e la pace del popolo armeno (Vaticannews 09.11.19)

Il segretario per i Rapporti con gli Stati è in visita in Armenia. In mattinata l’omaggio al Memoriale del genocidio armeno, nel pomeriggio gli incontri con il presidente del Paese caucasico e il patriarca Karekin II. Domani la Messa nella Chiesa dei Santi Martiri armeni cattolici

Marco Guerra – Robert Attarian

È iniziata oggi e durerà fino a domani la visita in Armenia del segretario per i Rapporti con gli Stati, monsignor Paul Gallagher. Il presule ha aperto la prima giornata con la visita al Memoriale del genocidio armeno a Yerevan, la capitale del Paese.

Il messaggio per le vittime del genocidio

Nei luoghi dedicati alla memoria del massacro di un milione e mezzo di armeni, perpetrato dall’Impero ottomano tra il 1915 e il 1916, monsignor Paul Gallagher ha posto la sua firma sul Libro d’Onore lasciando un messaggio in cui esprime il dolore per le vittime dell’eccidio avvenuto un secolo fa. “Che la misericordia di Dio conceda il riposo eterno a coloro che hanno perso la vita e contribuisca a ristabilire la giustizia e il rispetto nelle relazioni umane per un mondo migliore” si legge nel testo del presule. “Possa Dio – ha scritto Gallagher – confortare i discendenti delle vittime, le loro famiglie e l’intera nazione armena”.

Il briefing con la stampa

Il programma di sabato ha visto l’incontro con il premier armeno Nikol Pashinyan e poi con il ministro degli Esteri Zohrab Mnatsakanyan, al termine del quale le parti hanno avuto un piccolo briefing con la stampa. Nella dichiarazione fatta ai giornalisti, monsignor Paul Gallagher ha ringraziato per la calorosa accoglienza, trasmettendo il saluto del Santo Padre che ha assicurato la sua preghiera a tutto il popolo armeno per un futuro di prosperità, pace e armonia. Monsignor Gallagher ha affermato che la visita vuole sottolineare l’amicizia che contraddistingue i rapporti bilaterali tra Santa Sede e Armenia, ricordando che la nazione armena è stata la prima ad abbracciare la fede cristiana come religione di Stato.

Il ricordo della visita di Papa Francesco

Il presule ha ricordato anche il dono che fece San Giovanni Paolo II all’Armenia attraverso la Caritas Italiana: l’ospedale di Ashotsk Redemptoris Mater, che presta cure gratuite a quanti ne hanno bisogno. Gallagher ha menzionato poi la Messa presieduta da Papa Francesco in Vaticano nell’aprile del 2015 e la successiva visita apostolica nel giugno 2016 in Armenia con tappe a Yerevan e Gyumri. Il segretario per i Rapporti con gli Stati ha quindi messo in risalto i campi di reciproca collaborazione nell’ambito delle attività sociali, culturali e caritatevoli. Infine ha sottolineato l’importanza della collaborazione con la Chiesa Armeno Apostolica nonché il ruolo della Chiesa Armeno Cattolica ed il contributo di quest’ultima in tutti i settori della vita sociale per la crescita e la prosperità della società.

Gli incontri con il presidente e il patriarca Karekin II

Mons. Gallagher, accompagnato dal nunzio apostolico dell’Armenia e della Georgia mons. Jose Betancourt, ha incontrato il presidente armeno Sarkissian, quindi si è recato presso la Santa Sede di Etchmiadzin per l’incontro con Sua Santità Karekin II. La giornata si conclude con la visita all’arcivescovo armeno cattolico dell’Armenia Minassian alla presenza del clero e dei seminaristi. Questa domenica la visita si conclude a Gyumri, presso l’Ordinariato Armeno Cattolico, dove monsignor Gallagher presiederà la Santa Messa nella Chiesa dei Santi Martiri degli armeni cattolici.

Mons. Gallagher: incoraggiare i cattolici armeni

Interpellato da Vatican News, mons. Gallagher ha sottolineato che la visita in Armenia ha voluto completare il suo giro nei Paesi del Caucaso. Una missione – ha precisato – con lo scopo di consolidare i rapporti tra questo Paese e la Santa Sede, “che sono eccellenti”, una visita con una dimensione ecumenica e per incoraggiare la piccola comunità cattolica armena.

Mons. Minassian: ribadita presenza della Chiesa

Parlando a Vatican News, monsignor Raphael Minassian, arcivescovo degli armeni cattolici in Armenia, ha collocato la visita di mons. Gallagher in continuità con il viaggio apostolico di Papa Francesco in Armenia nel giugno 2016:

“La visita di mons. Gallagher in Armenia è una continuazione di tutte le altre visite ufficiali fatte finora tra la Santa Sede e l’Armenia, soprattutto dopo la visita di Papa Francesco che aveva profondamente commosso tutta l’Armenia con la sua umiltà e semplicità. Sono sicuro che questa visita avrà lo stesso effetto con conseguenze profonde nelle relazioni diplomatiche ed ecclesiali. Mi auguro che sia veramente un successo e un’occasione – ancora una volta – per ribadire la presenza della Chiesa armeno-cattolica in Armenia e della Chiesa cattolica in particolare in tutta questa area”.

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L’Ambasciata italiana a Napoli per promuovere la cultura armena (Ildenaro 08.11.19)

Un concetto attuale è quello della ‘cultura diffusa’ : provano a spiegarlo gli artisti Giovanna Bianco e Pino Valente, che dall’inizio nel 1993 a Napoli , incentrano la loro arte sull’importanza delle coordinate e delle ‘connessioni’ fatte di persone.
Curato da Isabella Indolfi e prodotto dall’ambasciata d’Italia in Armenia di cui Sua Eccellenza l’Ambasciatore Vincenzo Del Monaco ,  ’Ogni Dove’/ ԱՄԵՆՈՒՐԵՔ è un progetto maturato da Bianco-Valente durante un soggiorno a Yerevan, in Armenia. Un’esperienza che ha permesso loro di intrecciare il proprio quotidiano di coppia – non solo nell’arte ma anche nella vita – con quello degli armeni e conoscere più da vicino la loro storia e cultura, cogliendone aspetti delicati e problemi che riguardano la comunità intera. Si tratta di una comunità che nel tempo ha subìto diverse complicazioni perlopiù sociali. Durante la Prima Guerra Mondiale infatti, la notte del 24 aprile 1915 molti armeni sono stati costretti a lasciare la terra di origine per scappare dal genocidio nei territori dell’Impero ottomano, mantenendo nonostante le grandi distanze, un forte senso di appartenenza verso la famiglia e le persone care. Senza perdere mai il valore di comunità diffusa, annullando differenze economiche e culturali.
Bianco-Valente, da sempre interessati al tema delle connessioni hanno deciso di indagare ancora una volta l’importanza delle relazioni come opportunità di crescita e condivisione tra gli individui. Il peso della ricerca delle identità oltre confine li ha spinti a chiedere agli armeni che vivono in patria e non solo, di scrivere su un lenzuolo bianco la scritta Ogni Dove e stenderlo fuori dal balcone la mattina del 4 settembre per rafforzare idealmente, senza limiti geografici, il legame del popolo armeno. Pino Valente: Parlando con molte persone abbiamo scoperto che gli armeni sono un popolo che usa la scrittura come elemento di identità. L’alfabeto è un collante che tiene unita la loro origine nel mondo. Ogni Dove è nato per sottolineare il legame tra loro, nella propria terra e all’estero. Bisogna osservare il fenomeno come apertura verso l’altro. Giovanna Bianco: Abbiamo coinvolto diverse istituzioni, qualcuna ha dato il patrocinio al progetto, altre ci hanno ospitato come l’ICA, l’Istituto per l’Arte Contemporanea di Yerevan. In Italia la Congregazione Armena Mechitarista, che ha sede nell’isola di San Lazzaro a Venezia, il 4 settembre ha esposto una foto di grande formato su una balconata della loro sede. Il progetto è stato presentato presso l’Ambasciata d’Italia in Armenia, in presenza dell’ambasciatore Vincenzo Del Monaco. Con il patrocinio dell’Ufficio dell’Alto Commissario per la Diaspora della Repubblica di Armenia, l’opera collettiva comprende anche un altro intervento da parte della comunità, quello di inviare agli artisti una fotografia del palmo della propria mano con la medesima scritta. Le immagini poi sono diventate cartoline da distribuire per rafforzare il senso dell’opera collettiva. P.V.: In questa parte del progetto non abbiamo curato la qualità dell’immagine. In genere l’artista vuole avere il controllo di tutto, ma non in questo caso: le persone che spontaneamente hanno fotografato la propria mano, rappresentano se stesse anche attraverso il mezzo che viene utilizzato, quindi ne scaturisce la propria vera immagine. Un’immagine in cui la mano si frappone tra l’identità di un popolo molto forte, che agisce come se si affacciasse sul Mar Mediterraneo, e il territorio di riferimento. Linee della mano come radici, chiaro riferimento alle opere del 2018 Complementare, Breviario del Mediterraneo e Terra di me. Progetti incentrati su esperienze sensoriali, linguaggi, mani e quegli incontri fatti di relazioni e memorie che esplorano i limiti. Emigrare per restare, per riscoprire se stessi, le proprie origini e l’importanza di essere liberi.

Armenia-Grecia: presidente Pavlopoulos oggi in visita a Erevan (Agenzianova 05.11.19)

Erevan, 05 nov 08:40 – (Agenzia Nova) – Il presidente greco Prokopis Pavlopoulos si reca oggi in visita ufficiale in Armenia. Lo ha riferito nei giorni scorsi il servizio stampa presidenziale di Erevan, secondo cui la visita si svolgerà su invito del capo dello Stato Armen Sarkissian. Pavlopoulos terrà dei colloqui con Sarkissian e deporrà una corona al memoriale per le vittime del genocidio degli armeni. Il presidente greco incontrerà anche il patriarca della Chiesa armena Karekin II e visiterà l’Istituto dei manoscritti antichi Mesrop Mashtots (Matenadaran), oltre a tenere un incontro con la comunità greca. (Res)

Il genocidio degli armeni, riconosciuto dagli USA agita Erdogan (Opinione 04.11.19)

Martedì 29 ottobre, a seguito del riconoscimento da parte della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti del “genocidio armeno”, Ankara ha convocato l’ambasciatore degli Usa, in Turchia, David Satterfield.

Potremmo sintetizzare, con queste poche parole, un tema di assoluta rilevanza storica e sociologica, che come altri fenomeni simili, rientra in un “negazionismo anacronistico” al quale ci si aggrappa solo per ottusità globale. Il voto Usa ha un “profilo” chiaramente simbolico, evidentemente non porterà ripercussioni o sanzioni a carico della “Nazione” artefice, ma ovviamente è un riconoscimento importante, che dopo la commemorazione francese del 24 aprile scorso, giorno della “Memoria armena” in memoria della retata di intellettuali armeni avvenuta a Costantinopoli nel 1915, spalanca un ampio canale di “giustizia storica”, che sta provocando l’ira di Recep Tayyip Erdoğan.

Ipotizzando che in politica la casualità è improbabile, la decisone presa dalla Camera dei Rappresentati, unita a quello che sta accadendo nelle ultime settimane nell’area del Vicino Oriente, dove è conclamata la forte tensione tra gli Stati Uniti e la Turchia (sinteticamente), potrebbe apparire come un “colpo” strategico all’arroganza della politica di Ankara. Politicamente Erdoğan è alla ricerca di una rivincita “globale” dopo le sconfitte elettorali interne; non si esime dall’utilizzare vittime curde o irachene o siriane, al fine di immaginare una ripresa dei consensi in patria, ma l’ampliamento del riconoscimento del genocidio del popolo armeno, apre un altro difficile fronte politico da gestire.

Nancy Pelosi, presidente della Camera dei rappresentanti, ha affermato che: “Troppo spesso, tragicamente, la realtà di questo abominevole crimine è stata negata”… “Oggi stiamo dicendo chiaramente, in quest’Aula, che verranno incisi nel marmo degli annali del Congresso, che gli atti barbarici commessi contro il popolo armeno costituiscono un genocidio”.

Il “testo” della “risoluzione”, votato dall’Aula Usa, si è basato sull’approvazione dei seguenti punti: “la commemorazione del genocidio armeno”; “il rifiuto dei tentativi di associare il governo degli Stati Uniti alla negazione del genocidio armeno”; e la necessità di “educare su questi fatti”. La sensibilità dei “Rappresentati” si è espressa con una sorprendente e rara comunione di vedute tra democratici e repubblicani, che hanno adottato con 405 voti su 435 (undici contrari), la complessità della risoluzione proposta.

Ricordo, brevemente, che il genocidio del popolo armeno avvenne in due fasi: la prima fase, che potremmo definire propedeutica, tra il 1890 ed il 1896, dove l’antica comunità cristiana degli armeni iniziò a subire una prima forte oppressione da parte “turca”; la seconda inizia il 23-24 aprile 1915 con l’arresto, a Costantinopoli, di quasi 3000 armeni: leader di comunità, funzionari pubblici, studenti, commercianti, uomini d’affari, dirigenti politici, intellettuali e giornalisti, segnando l’inizio, del “Genocidio”. La “pulizia” etnica dell’Anatolia, della Cilicia, della città di Zeytun, della regione di Van, verso il Mar Nero, fino al confine persiano, non può essere negata; gli storici ne danno conferma, cosi come circa trenta Nazioni; i numeri del Genocidio, perpetrato durante la Prima guerra mondiale, stimano dal milione al milione e mezzo, gli armeni uccisi dalle truppe dell’Impero ottomano (successivamente la Porta strinse alleanza con gli altri imperi in “liquidazione”, quello germanico e quello austro-ungarico).

L’annuncio del voto della Camera dei Rappresentati è stato accolto, dal primo ministro armeno Nikol Pashinyan, con riconoscenza e profondo apprezzamento: “saluto il voto storico del Congresso americano che ha riconosciuto il genocidio armeno”, affermando inoltre che la risoluzione “è un passo coraggioso verso la verità e la giustizia storica, che offre anche conforto a milioni di discendenti dei sopravvissuti al genocidio armeno”.

Da parte sua la Turchia, tramite il proprio Ministero degli Esteri, ha affermato che: “Questo atto politico insignificante si rivolge esclusivamente alla lobby armena e ai gruppi anti-turchi”, criticando la decisione presa ha affermato: “Riteniamo che gli amici americani della Turchia a favore della continuazione dell’alleanza e delle relazioni amichevoli, si domanderà il perché di questo grave errore”.

Recep Tayyip Erdoğan, mercoledì, durante un discorso ai deputati nella capitale turca, ha dichiarato: “Vediamo questa accusa come il più grande insulto alla nostra nazione”, aggiungendo: “Mi rivolgo al pubblico americano e al resto del mondo: questa misura non ha valore, non la riconosciamo”.

Nel “gioco delle parti” martedì, la Camera dei Rappresentanti Usa, a seguito del voto sul “genocidio armeno”, ha anche approvato all’unanimità un “documento” che annuncia sanzioni contro i dirigenti turchi che hanno deciso l’offensiva in Siria, prevedendo sanzioni anche verso istituti bancari turchi.

Per concludere, il disegno di legge dovrà essere approvato dal Senato e dalla Camera Alta del Congresso Usa per diventare esecutivo; nel frattempo le ire di Erdoğan, tra ricatti e minacce, terranno alto il suo nome nella drammatica ricerca di attenzione “geopolitica” e consenso interno, utilizzando “teatralmente” i tragici “fatti storici” del passato e di cronaca, come “scudi umani” delle sue difficoltà a gestire un compito fuori dalla sua portata.

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Armenia: ambasciata Usa, assistenza finanziaria al paese in aumento del 40 per cento (Agenzianova 04.11.19)

Erevan, 04 nov 10:44 – (Agenzia Nova) – Il governo degli Stati Uniti ha rafforzato ulteriormente l’assistenza finanziaria all’Armenia nel corso del 2019, portandola a 60 milioni di dollari complessivi. Lo si apprende da una nota diffusa oggi dall’ambasciata statunitense ad Erevan. “Si tratta di un incremento del 40 per cento, teso a sostenere lo sviluppo democratico dell’Armenia e ad aiutare il governo locale in una serie di ambiti quali la lotta alla corruzione, l’energia, la sicurezza, l’istruzione e i diritti umani e civili”, si legge nella nota. (Res)

Siria, turchi e jihadisti assieme realizzano una pulizia etnica “soft” contro curdi e cristiani nel nord-est della Siria (Larepubblica 03.11.19)

DAMASCO (AsiaNews) – L’esercito turco e le milizie filo-jihadiste che sostengono l’offensiva lanciata da Ankara contro i curdi nel Nord-Est siriano – riferisce Asianws – stanno realizzando una vera e propria pulizia etnica “soft”, colpendo anche membri di altre minoranze religiose, fra cui i cristiani. È quanto denunciano attivisti e Ong internazionali, secondo i quali le rassicurazioni fornite dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan al vice-presidente Usa Mike Pence, in realtà sono in larga parte disattese sul terreno.

Intimidazioni e attacchi contro armeni e cristiani. L’organizzazione che denuncia le violazioni dei diritti umani, Amnesty International, punta il dito contri i militari turchi e gli alleati arabi, che avrebbero mostrato “una vergognosa mancanza di rispetto per la vita dei civili”. Gli attivisti rilanciano le testimonianze di soccorritori, sfollati e giornalisti, secondo cui si sarebbero registrate “gravi violazioni e crimini di guerra”, fra i quali “esecuzioni sommarie e attacchi” che hanno “ucciso o ferito civili”.  Fra quanti denunciano gli abusi dei turchi e dei loro alleati vi è anche un politico cristiano siriano, responsabile del Syriac National Council. Interpellato dal Catholic News Service (Cns), Bassam Ishak parla di intimidazioni e attacchi mirati contro armeni e cristiani siriaci, ai quali viene impedito di accedere alle terre e alle loro proprietà nel territori contesi del Nord-Est. Un problema grave, spiega, soprattutto in questo periodo di raccolta del cotone, fra le principali fonti di reddito.

Liberi di espropriare terre e saccheggiare beni. Secondo Ishak, membro del Consiglio democratico siriano, i miliziani filo-turchi avrebbero l’ordine di “non toccare fisicamente i cristiani”, ma sono liberi di espropriare terre e beni. I gruppi armati siriani alleati con Ankara “stanno ripetendo quanto già fatto in passato ad Afrin”, quando i turchi hanno invaso la città del Nord-Ovest della Siria nel 2018 con l’aiuto di bande armate e mercenari. “Ad Afrin – racconta Ishak – hanno preso i raccolti dei curdi che vivevano nella zona e ora fanno lo stesso con i cristiani. I cristiani di Ras al-Ayn possiedono almeno un terzo dei terreni agricoli. Queste forze stanno conducendo una sorta di pulizia etnica in tono soft. I cristiani sono spaventati da queste bande, e finiscono per perdere la loro fonte di reddito”, per questo si chiedono “perché dovrebbero restare e vivere sotto gli estremisti islamici”.

La tassa islamica per avere protezione. Un dottore cristiano della città parla di bombardamenti turchi la notte del 24, quando avrebbe dovuto essere in vigore la tregua, che hanno provocato “molti morti”. Il giorno seguente tre infermiere sono state colpite a Suluk, nei pressi di Tal Abyad, da miliziani siriani alleati alla Turchia, rimanendo uccise. I loro corpi mutilati sono stati ritrovati nel sistema fognario. Questi eventi, afferma, mostrano una volta di più le violazioni alla tregua e gli abusi commessi da Ankara e dai suoi alleati. A questo si aggiunge il video postato il 21 ottobre dal cosiddetto Esercito dell’islam, che invita i propri membri a trattare i cristiani come “cittadini di seconda classe” e costringerli a pagare la jizya, la tassa islamica che le minoranze devono pagare per beneficare della protezione dei musulmani.

La tragica condizione della popolazione civile. Come denuncia il gruppo Physicians for Human Rights, a dispetto dell’accordo fra Russia e Turchia del 22 ottobre scorso, la situazione resta “durissima” per i civili. Ankara, aggiungono gli attivisti, deve “cessare immediatamente gli attacchi contro i civli in Siria e rispettare i diritti umani”. Tuttavia, a dispetto delle parole nell’area si susseguono le violazioni alla tregua e anche nelle ultime ore si è tornati a combattere. I media statali siriani riferiscono di violenti scontri nella cittadina di frontiera di Ras al Ain, dove Ankara punta a creare una “zona sicura”. Il centro abitato è sotto il controllo delle forze guidate dai curdi siriani, sostenuti dai soldati di Bashar al-Assad che da giorni ingaggiano combattimenti con le truppe di Ankara.

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Serj Tankian e HR 296: “Onore per i nostri nonni” (Periodicodaily 02.11.19)

Il genocidio armeno è stato riconosciuto dagli Stati Uniti, o almeno dalla Camera dei Rappresentanti, ora tocca al Senato continuare l’opera.
In questa occasione Serj Tankian, leader della band System of a Down, ha scritto due lunghi post sulla questione.

Tankian, come gli altri componenti della band, sono tutti di origine armena, fuggiti con la propria famiglia negli Stati Uniti. Un solo componente della band, il più giovane, è nato in California, ma tutti gli altri sono nativi dell’Armenia, hanno frequentato la scuola armena dove si sono conosciuti ed hanno messo su la band che oggi conosciamo.

Dal post di Serj Tankian si legge: “La Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti ha fatto un grande passo verso la giustizia oggi onorando adeguatamente la storia con un riconoscimento formale del genocidio armeno. Molti leader e singoli individui del Congresso hanno lavorato incessantemente per decenni per vederlo accadere. Ciò non risolverà la nostra monumentale perdita generazionale della nostra patria e delle nostre vite ancestrali, ma sarà un onore per i nostri nonni e per ciò che hanno vissuto. Il Senato dovrebbe essere il prossimo, si spera, con numeri a prova di veto. Grazie a tutti coloro che hanno contribuito a far sì che ciò accadesse. Much Love Serj #armeniangenocide

serj tankian parla del genocidio armeno

In un altro post ancora vediamo Serj mandare un messaggio a Ilhan Omar, rappresentante del quinto distretto del Minnesota: “Cara @repilhan, ci stiamo tutti grattando la testa chiedendoci come qualcuno così eloquente contro l’ingiustizia negli Stati Uniti possa essere così ingenuo nella sua posizione nei confronti dei despoti a livello internazionale come nella tua relazione con la Turchia di Erdogan. Il tuo voto “attuale” oggi su HR 296 è stato uno strano fenomeno. Capisco che Erdogan abbia inviato denaro per aiutare il governo della Somalia e tu lo apprezzi, ma ciò non significa che devi ignorare l’orrendo record sui suoi diritti umani e sulla sua Turchia, né la storia reale in riferimento al genocidio della mia gente, gli armeni. Ti ho sempre pensato come una forza intelligente e progressista al Congresso in linea con la maggior parte delle mie convinzioni, quindi sono sinceramente deluso dal tuo sostegno a Erdogan e dalla sua regola gag sul riconoscimento del genocidio negli Stati Uniti. Uno dei tuoi argomenti è che il riconoscimento del genocidio viene usato come misura punitiva contro l’incursione della Turchia in Siria. Hai ragione, lo è. Ma renditi conto che la Turchia e Erdogan hanno utilizzato specificamente il genocidio armeno come capitale geopolitico spendendo milioni di dollari ogni anno su K Street e campagne di disinformazione per riscrivere la storia. Ogni ordine di acquisto per elicotteri Apache dagli Stati Uniti o aerei da combattimento era capitale politico ed economico e opportunità contro un voto di giustizia sul riconoscimento del genocidio. Sto scrivendo questo nella speranza che capirai la gravità della tua decisione oggi e cambierai idea di conseguenza.
Con rispetto
Serj Tankian

Genocidio Armeno: La storia di un massacro

Per l’Armenia questo non fu il primo massacro che subì, altre stragi accaddero intorno al 1890.
Il genocidio in questione della popolazione armena cristiana, avvenuto in Turchia tra il 1915 e il 1916, viene ricordato dalla popolazione come il Medz yeghern, “il grande crimine”.
Le prime uccisioni toccarono all’élite armena fra la notte del 23 e il 24 aprile 1915. L’operazione non si fermò li, ma continuò nei giorni successivi; in un mese più di mille intellettuali armeni, tra cui giornalisti, scrittori, poeti e parlamentari furono deportati verso l’interno dell’Anatolia.

Per quanto riguarda lo sterminio e la deportazione di massa, della popolazione cristiana dell’Armenia occidentale, erano stati decisi dall’impero Ottomano a causa delle sconfitte subite all’inizio della prima guerra mondiale per opera dell’esercito russo, in cui militavano anche battaglioni di volontari armeni. In sostanza il popolo turco si vendicò facendo una strage.
Dall’inizio del 1915 gli armeni maschi in età da servizio militare venivano raggruppati in “battaglioni di lavoro” dall’esercito turco e poi uccisi, mentre il resto della popolazione era stato deportato verso la regione di Deir ez Zor in Siria . Una marcia della morte che coinvolse più di un milione di persone. Centinaia di migliaia morirono per fame, malattia, sfinimento o furono massacrati lungo la strada.

La Turchia non ha mai accettato la definizione di genocidio, sostenendo che le uccisioni compiute dall’impero Ottomano erano una risposta all’insurrezione degli armeni e alla necessità di difendere le sue frontiere.

Il numero delle vittime è piuttosto controverso. Fonti turche fermano il numero dei morti a duecentomila, mentre quelle armene arrivano a 2,5 milioni. Gli storici hanno stimato che il numero delle vittime vari tra i 500mila e due milioni di morti, anche se il bilancio di 1,2 milioni è il più accreditato.

I paesi che attualmente riconoscono ufficialmente il genocidio armeno sono 22, tra cui l’Italia, mentre in altri è riconosciuto solo da singoli enti o amministrazioni. Altri paesi continuano nel non riconoscere il massacro come un genocidio, probabilmente anche per non incorrere in attriti con la Turchia e, di conseguenza, paura di ripercussioni

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