Turchia. Deputati USA, “Fu genocidio armeni, ore non dimentichiamo curdi” (Notizie Geopolitiche, Fatto Quotidiano altri…02.11.2019)

La Camera dei rappresentanti americana ha approvato una risoluzione con cui riconoscere il genocidio degli armeni da parte della Turchia. Il via libera al testo è stato accolto da un applauso dell’Assemblea.
Tra il 1915 e il 1916, prima della dissoluzione dell’Impero Ottomano, si stima che furono deportati e uccisi dalle armate del sultano oltre un milione di esponenti della comunità armena. I discendenti delle vittime e i loro rappresentanti chiedono da tempo che Ankara ammetta le sue responsabilità in quella vicenda e incoraggiano il resto del mondo a riconoscere ufficialmente e a impiegare il termine “genocidio”.
La Turchia però si è sempre rifiutata, contestando le eventuali adesioni di quei governi che hanno accolto la richiesta degli armeni.
La decisione dei deputati americani giunge a tre settimane dal lancio di una offensiva turca nel nord-est della Siria, nell’ambito della politica di Ankara di contrastare le iniziative autonomiste della comunità curda, divisa oltre che tra Turchia e Siria anche tra Iraq e Iran.
Per alcuni deputati americani, le violenze contro i curdi sono analoghe a quelle subite dagli armeni: “Quando vediamo le immagini di famiglie terrorizzate nel nord della Siria, non possiamo affermare che i crimini di un secolo fa appartengano al passato. Non dimenticheremo e non staremo zitti”, il commento di Adam Schiff, deputato democratico relatore del testo.
Il recente attacco della Turchia nella Siria nord-orientale è sopraggiunto all’indomani del ritiro delle truppe americane, una decisione che ha suscitato tra i democratici americani molte proteste.

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Usa, gli States riconoscono il genocidio degli armeni. A quando gli altri? (Ilfattoquotidiano 01.11.19)

L’incoerenza e l’opportunismo, sul fronte dei genocidi perpetrati in Europa tra XIX e XXI secolo, continuano a regnare. L’occasione per riflettere viene offerta dal recente riconoscimento, da parte della Camera degli Stati Uniti, del genocidio di un milione e mezzo di armeni commesso tra 1915 e 1917 dall’Impero ottomano, di cui è erede la Turchia. Dove per “genocidio” si intende, secondo la definizione adottata dall’Onu, “ciascuno degli atti commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso”.

Occorre premettere che la contorta linea politica delle istituzioni statunitensi nei confronti della Turchia e del suo presidente/dittatore Recep Tayyip Erdogan è a dir poco ondivaga. Si distingue il presidente repubblicano Donald Trump, che prima ha abbandonato gli ex alleati curdi nel Nord della Siria nelle fauci dell’esercito turco, quindi ha invitato Erdogan alla Casa Bianca per il 13 novembre. Lo accoglierà perché la Turchia, giura Trump, ha “una buona reputazione”, è “un grande partner commerciale” e “un Paese con cui è facile trovare accordi”.

Però il presidente degli Stati Uniti si troverà sull’uscio un Erdogan imbufalito. Motivo? Proprio il 30 ottobre i deputati della Camera Usa hanno approvato quasi all’unanimità (democratici e repubblicani assieme, con soli 11 contrari e 19 astenuti su 435 votanti), la risoluzione che riconosce il genocidio armeno e un’altra che chiede di imporre sanzioni alla Turchia per l’offensiva in Siria. La parola passerà presto al Senato.

Così, mentre in Turchia chi parla o scrive del genocidio finisce in galera, la scelta dei deputati statunitensi ha confortato l’Armenia (piccolo Stato indipendente, prima all’interno dell’Urss) e i milioni di armeni della diaspora successiva al massacro o giunti dopo la disgregazione sovietica: 2 milioni vivono degli Stati Uniti, qualche migliaio dentro i confini italiani. Attualmente il massacro viene riconosciuto da una trentina di Paesi, tra cui l’Italia.

Però i ruoli geopolitico, militare ed economico turchi inducono alla cautela. E manca la presa di posizione definitiva da parte degli Stati Uniti, che forse arriverà se Trump non si metterà di traverso. Quest’ultimo nel 2017 aveva definito la vicenda “una delle peggiori atrocità di massa del XX secolo”, senza fare poi passi ufficiali. Barack Obama, prima di essere eletto nel 2008, si era impegnato a riconoscere il genocidio, ma non lo fece.

Torniamo dunque all’incoerenza a proposito di genocidi. Sia chiaro: il sacrificio di quasi due milioni di armeni merita senza dubbio un pieno riconoscimento, possibilmente più esteso di quello espresso da appena trenta Stati sovrani su 196 nel mondo. Resta tuttavia l’impressione che i governi e i parlamenti dei Paesi cosiddetti “democratici” cavalchino lo sdegno, pure quello a scoppio ritardato, sull’onda delle mode più convenienti.

Per esempio, si fa grande fatica a considerare degni di solidarietà i genocidi legati alla guerra condotta dall’Arabia Saudita contro gli sciiti nello Yemen o quelli contro un milione di rohingya, perseguitati in Birmania. Sono abbandonati a se stessi – per fare altri due esempi – anche gli yazidi (500mila) in Iraq, massacrati ultimamente anche dall’Isis, e gli uiguri (8,5 milioni) in Cina.

Nel caso degli Stati Uniti, poi, c’è un’enorme buco nero per quel che riguarda il genocidio delle popolazioni native americane. Nel 1890, allorché la “conquista del Selvaggio West” (espressione ancora usata dalla retorica americana bianca) fu completata, in tutto il Nord America erano rimasti 250mila dei 12 milioni di nativi presenti quattro secoli prima; ma la loro emarginazione è andata avanti ancora a lungo e per molti versi non è mai finita.

Fra le tante pagine nere della storia, poche sono state manipolate come questa: stragi, esecuzioni di massa, persecuzioni, segregazione, sterilizzazione forzata sono crimini non soltanto rimossi, ma addirittura “esaltati” da certa cinematografia western, “popolata” dai “pellerossa cattivi”. Soltanto nel 2005 il Senato statunitense ha presentato le scuse ufficiali. Nonostante questa tardiva presa di posizione, i nativi – oggi in tutto 5 milioni – sono ancora per lo più emarginati.

Tra i ragazzi che vivono nelle riserve il numero di suicidi è 150 volte più alto rispetto a quello tra i coetanei bianchi. Un nativo su cinque è alcolizzato, le condizioni economiche e sanitarie sono disastrose, la disoccupazione è endemica. E ancora oggi i “pellerossa” valgono meno di un oleodotto, come dimostra la forte repressione durante le proteste dei Sioux che si sono opposti alla costruzione dell’inquinante Dakota Access Pipeline nei “loro” limitati territori: gli oleodotti hanno il forte sostegno del presidente Trump, che ha ordinato di colpire duramente le comunità indigene (e gli ambientalisti).

Insomma, il riconoscimento del genocidio armeno è importante, così come non bisogna dimenticare la Shoah e i campi di sterminio nazisti. Ma sarebbe fondamentale anche riconoscere che tra XIX e XXI secolo di genocidi ce ne sono stati altri. Così come altri ancora sono in corso: però quasi nessuno ha voglia di vedere quello accade in luoghi in cui telecamere e social network non possono, o non vogliono, arrivare.


 

Armenia, un viaggio verso la città di Sevan e dei suoi bellissimi monumenti (Kmetro0.it 01.11.19)

K metro 0/Assadakah – Yerevan – Ho scritto molto sull’Armenia, un Paese che amo molto, ma ogni volta che lo visito, non posso non immergermi nello splendore del lago Sevan e dei suoi bellissimi monumenti.

Ci siamo lasciati alle spalle Yerevan, la capitale, e ci siamo diretti nella provincia di Gegharkunik, nella parte orientale della repubblica Armena, ad est della splendida città di Sevan. Non era la prima volta che vedevo l’immenso lago di montagna, raggiungendo un’altitudine di quasi 2000 metri.

Il lago Sevan è uno dei tesori dell’Armenia, con i suoi 80 km di lunghezza ed è il più grande del Caucaso. Ben ventotto immissari, tra fiumi e torrenti che lo alimentano, il fiume Hrazdan rimane solo l’unico emissario. Un corso d’acqua che sorge sulla cresta di una sottile penisola fra le acque, e sulla quale sorge un magnifico complesso di chiese armene che, dal nome del lago, è denominato Sevanavank. Questo monastero, che oggi si può tranquillamente raggiungere in auto, era anticamente su un lembo di terra circondato dalle acque e si chiamava “Mariamashen” dal nome Mariam che era la principessa della dinastia dei Bagratuni, che nel IX secolo lo fece costruire. Un luogo, quello di Sevanavank, abitato fin dall’età neolitica e soggetto a numerose distruzioni a seguito della dominazione araba. Ed è stato sulle rovine di uno dei primi monasteri, fatti costruire nel IV secolo dal re Tiridate III, che la principessa Mariam, cinque secoli dopo, decise di costruire un insieme di tre chiese, celle per i monaci e una fortezza a protezione.

Ma anche il complesso di Sevanavank non fu risparmiato dalle distruzioni delle invasioni, soprattutto quella dei mongoli del XIII secolo. Dopo il ripristino di Echmiazin, nel 1441, fu ricostruito tanto che, dieci anni dopo venne fondato il seminario di Sevanavank, simile a quello dell’università di Tatev. In epoca recente, negli anni dell’Armenia Sovietica, questo antico monastero venne chiuso, la chiesa dedicata alla Madonna è stata demolita e le pietre dell’antica struttura sono state usate per realizzare una casa di riposo a Sevan. Anche il terremoto del 1936 danneggiò le antiche strutture, che vennero successivamente restaurate e messe in sicurezza. Solo dagli anni ‘90 nel monastero sono ricominciatele funzioni religiose.

Ma come mai quella che era un’isola diventò penisola? La ragione sta nel tentativo, effettuato nel periodo sovietico, di limitare l’enorme evaporazione estiva del lago, abbassando il livello dell’acqua. Secondo lo studio effettuato dall’ingegnere Soukias Manasserian infatti, in tal modo si sarebbe potuto assicurare la quantità giusta di acqua per sfruttare l’importante riserva per scopi idroelettrici.  Purtroppo, però, diminuendo la profondità del lago di circa 20 metri, si provocò un grave danno idrogeologico, che portò ad un ulteriore prosciugamento e la conseguente trasformazione dell’isola in penisola.

Ma anche questo luogo, dalla spiccata spiritualità, ha la sua leggenda, legata proprio al nome del lago. Sevan infatti, in armeno significa lago nero. Pare che in una delle numerose invasioni degli arabi gli abitanti della città di Sevan, spaventati, attraversarono il lago ghiacciato per arrivare sull’isola e rifugiarsi nel monastero a pregare. Anche gli arabi, nel tentativo di raggiungerli, passarono sopra lo specchio del lago ma il ghiaccio non ha retto al peso ed è ceduto. Le truppe restarono imprigionate nel ghiaccio e morirono. Il lago, pieno di questi corpi, appari nero e fu da allora chiamato lago di Sevan.

Inutile dire che questo affascinante complesso monastico rappresenta uno dei posti più noti dell’Armenia, con le sue due chiese gemelle, le rovine del gavit, le antiche celle dei monaci. Le altre testimonianze purtroppo non esistono più, ma gli edifici rimasti, dall’alto della collina, si affacciano sulla meraviglia di quel lago tanto grande da sembrare il mare che la piccola Repubblica d’Armenia non ha più. Dalla splendida terrazza panoramica della collina si può ammirare la residenza presidenziale e quella riservata a poeti e scrittori del periodo sovietico, che si ritiravano lì in cerca di ispirazione, ammirando le acque brillanti grazie al riverbero dei radiosi tramonti d’oriente

 

di Talal Khrais e Letizia Leonardi

Perché è importante che gli Usa abbiano riconosciuto il genocidio armeno (Tempi.it 01.11.19)

«Molti parlamenti, uno dopo l’altro, hanno cominciato a riconoscere il genocidio degli armeni: e ieri è stato il momento della Camera degli Stati Uniti. È un atto che diffonde una verità storica, non ha conseguenze pratiche: e vorrebbe aiutare il popolo turco ad affrontare finalmente questo immenso “scheletro nell’armadio” che avvelena il Paese e lo priva della sua stessa memoria». Ha scritto così, giovedì 30 ottobre, sul Corriere della Sera, la scrittrice italiana d’origine armena Antonia Arslan, commentando la decisione della Camera dei rappresentanti statunitensi di riconoscere come «”genocidio” lo sterminio di circa 1,2-1,5 milioni di armeni a opera dell’Impero Ottomano, tra il 1915 e il 1917 con una scia di sangue fino al 1922».

La rabbia turca

Come è noto, la Turchia non vuole riconoscere come “genocidio” ciò che accadde 100 anni fa ad opera dei giovani turchi sui cristiani armeni. Ad oggi sono una trentina i paesi (tra cui anche l’Italia e il Vaticano) ad averlo fatto. Una presa di posizione che innervosisca sempre molto la Turchia. Infatti, come prevedibile, Ankara ha subito protestato convocando l’ambasciatore americano e lasciando intendere che il presidente Recep Tayyip Erdogan potrebbe rifiutarsi di recarsi a Washington da Donald Trump il 13 novembre. Ancora oggi chi osa parlare di “genocidio armeno” può subire l’arresto e fino a due anni di carcere secondo l’articolo 301 del codice penale nazionale turco.

Il Grande Male

Tempi vi ha parlato in diverse occasioni del Metz Yeghern, il Grande Male, la carneficina cui furono sottoposti gli armeni tra il 1915 e il 1922. A partire dal 24 aprile 1915 furono arrestati e deportati gli esponenti delle élites armene di Costantinopoli, Smirne e Aleppo. Nei due anni successivi persero la vita un milione e mezzo di armeni a causa sia di massacri che di malattie e stenti dovuti alle condizioni in cui venivano spostati attraverso i territori dell’Impero.

Le ombre del popolo perduto

La “battaglia” per il riconoscimento del genocidio, come ha sempre spiegato Arslan, prosegue ancora oggi a causa del “negazionismo” turco. Come ha sempre scritto l’autrice della Masseria delle allodole sul Corriere,

«Negazionismo: non sono solo parole, sono atti ben precisi, calcolati e studiati per spargere sale su ferite appena rimarginate, per creare confusione in menti abitate dal ricordo di violenze inaudite che vengono minimizzate o negate, col preciso scopo di venire infine dimenticate. Per gli armeni, ci fu una logica perversa in questo meccanismo diabolico, che li schiacciò. Dopo il trattato di Losanna del 1923, con la complicità delle potenze vincitrici della Prima guerra mondiale, la stessa parola “armeni” scomparve, le centinaia di testimonianze pubblicate fra il 1915 e il 1921 furono consegnate all’oblio, i monumenti sparsi nell’intera Anatolia distrutti, i nomi dei luoghi cambiati. Le ombre del popolo perduto vagavano invano per l’Armenia storica, nessuno le vedeva…».

La battuta di Hitler

Non solo. Come ha brillante dimostrato la studiosa americana Siobhan Nash Marshall nel suo I peccati dei padri. Negazionismo turco e genocidio armeno, i fatti del 1915 sono profondamente legati alla Shoah. L’esempio armeno colpì così profondamente Adolf Hitler tanto da indurlo a invadere la Polonia nella certezza che il mondo avrebbe tollerato e poi dimenticato: «Wer redet heute noch von der Vernichtung der Armenier?» (“Chi oggi parla ancora dello sterminio degli armeni?”, si chiedeva il Führer prima di passare all’azione). E non è un caso che il termine “genocidio” sia stata coniato dall’ebreo polacco Raphael Lemkin nel 1944.

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Gli Usa hanno riconosciuto il genocidio degli armeni. Sale la tensione con Ankara (Agi 31.10.19)

Riconoscimento del genocidio armeno e sanzioni: dopo l’offensiva di Ankara nel nord della Siria, gli Usa mettono in guardia la Turchia. Erevan esulta e parla di “passo storico”, ma Ankara replica con rabbia: il ministero degli Esteri ha convocato l’ambasciatore americano e il presidente, Recep Tayyip Erdogan, lascia capire che potrebbe rifiutarsi di andare a Washington alla Casa Bianca da Donald Trump.Il riconoscimento del genocidio armeno da parte della Camera dei Rappresentanti americana è una vittoria morale per Erevan ed è una secchiata d’acqua fredda per Ankara, il partner ribelle della Nato, che Washington fatica a rimettere in riga. Il voto è arrivato pochi minuti dopo prima che la Camera approvasse sanzioni contro la Turchia per la sua offensiva contro le milizie curde Protezione Unità Popolare (YPG) nel nord-est della Siria.

La risoluzione era stata presentata all’inizio dell’anno ma il ‘via libera’ è stato ritardato per mesi e ha coinciso con la nuova escalation di tensione tra Usa e Turchia. La Camera ha riconosciuto formalmente il “genocidio armeno” a stragrande maggioranza (405 sì su 435 voti, con solo 11 contrari). Anche le sanzioni sono state approvate con 403 sì e soli 11 no e ora passano al Senato. Il genocidio armeno è riconosciuto da una trentina di Paesi, tra cui l’Italia.

Ankara ha subito “respinto” la risoluzione, bollata come una decisione “ad uso interno, priva di qualunque base storica e giuridica”. La Turchia ha sempre negato che si possa parlare di genocidio per le deportazioni ed eliminazioni di armeni perpetrate dall’impero ottomano tra il 1915 e il 1916, che secondo alcune stime avrebbero causato fino a un milione e mezzo di morti. “è un passo politico insignificante”, ha affermato il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, “indirizzato solo alla lobby armena e ai gruppi anti-Turchia”.
Nel 2017, subito dopo l’insediamento alla Casa Bianca, Trump aveva definito il massacro degli armeni nel 2015 “una delle peggiori atrocità di massa del XX secolo” ma aveva evitato di usare il termine genocidio. Il suo predecessore Barack Obama in campagna elettorale si era impegnato a riconoscere il genocidio armeno ma poi non lo aveva fatto.

Ora ha preso in mano la situazione Capitol Hill, che si ritrova in una rara intesa bipartisan proprio mentre si apre la battaglia sull’impeachment. Ed è significativo anche che Trump non abbia fatto nulla per bloccarla. Ankara però non ci sta ed Erdogan, fa capire che potrebbe anche non andare a Washington: ha detto di essere “ancora indeciso” se andare negli Stati Uniti, dove il 13 novembre prossimo è in programma l’incontro con Trump.
Adesso resta da capire se la decisione dei deputati americani puo’ essere un passo ulteriore verso l’isolamento della Turchia nel panorama geopolitico, dopo che l’operazione in Siria gli ha attirato le critiche dell’Occidente e approfondito la frattura con i Paesi del Golfo (ad eccezione del Qatar).

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Ankara convoca ambasciatore americano (Agi 30.10.19)


Turchia, deputati Usa: fu genocidio quello degli armeni, non dimenticare i curdi (Buisiessinsider 30.10.19)


Turchia, deputati Usa: fu genocidio quello degli armeni, non dimenticare i curdi (Redattoresociale 30.10.19)

Il presidente del parlamento dell’Armenia Ararat Mirzoyan è stato ricevuto dal sindaco di Napoli (La Repubblica 29.10.19)

Il presidente del parlamento dell’Armenia Ararat Mirzoyan è stato ricevuto nel pomeriggio dal Sindaco di Napoli Luigi de Magistris.
Il Presidente ha guidato una folta delegazione – in visita ufficiale in Italia su invito dei due rami del Parlamento italiano – e ha voluto scegliere Napoli, dopo la tappa a Roma, per completare il suo tour nel nostro Paese.

Lungo e cordiale è stato il colloquio nel corso del quale sono stati toccati molti temi, sia di natura politica che anche quelli dei flussi turistici, di artigiano, di agricoltura e della grande vivacità culturale di Napoli. Il Presidente Mirzoyan, anche a nome del Sindaco di Erevan, la capitale, una città con molte similitudini con Napoli, ha invitato in Armenia il primo cittadino anche per lavorare ad un gemellaggio tra le città di Napoli ed Erevan.

Nella delegazione erano presenti, tra gli altri, l’Ambasciatrice dell’Armenia in Italia Victoria Bagdassarian Al termine dell’incontro de Magistris e Mirzoyan hanno proceduto al tradizionale scambio dei doni. Il Sindaco ha donato il gagliardetto ufficiale della Città ed una pubblicazione con le più belle immagini di Napoli che il Presidente armeno ha molto apprezzato.

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Nagorno-Karabakh: Osce su prossimo incontro ministri Esteri, ci aspettiamo passi avanti (Agenzianova 31.10.19)

Mosca, 31 ott 16:54 – (Agenzia Nova) – L’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce) si augura che il prossimo incontro tra i ministri degli Esteri di Armenia e Azerbaigian, Zohrab Mnatsakanyan e Elmar Mammadyarov, porti a dei passi in avanti nel quadro del processo per la risoluzione del conflitto in corso nella regione del Nagorno-Karabakh. Lo ha dichiarato oggi il segretario generale dell’Osce, Thomas Greminger, al termine del suo incontro di oggi a Mosca con il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov. “I negoziati hanno subito alcuni rallentamenti ultimamente, ma ci auguriamo che il prossimo incontro tra i ministri degli Esteri di Armenia e Azerbaigian possa contribuire a superare questo stallo”, ha detto Greminger. (segue) (Rum)

Armeni e curdi, la sfida Usa a Erdogan (Rassegna 31.10.19)

Kim Kardashian celebra riconoscimento genocidio armeno (Sputnik 31.10.19)

La star di un reality show americano e imprenditrice californiana di origine armena Kim Kardashian ha pubblicato su Instagram le nuove foto di un recente viaggio in Armenia per celebrare il riconoscimento da parte del Congresso degli Stati Uniti del genocidio armeno.

Il 29 ottobre la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha votato a favore del riconoscimento del genocidio armeno. Risoluzioni analoghe sono state introdotte per anni, ma non hanno mai ottenuto i voti necessari.

“Ieri c’è stata una vittoria così grande per il popolo armeno quando il Congresso americano ha riconosciuto il genocidio del popolo armeno! Questa foto è stata scattata questo mese in Armenia”, ha scritto Kim su Instagram.

Kim ha successivamente pubblicato una serie di scatti con sua sorella maggiore Kourtney e i suoi figli. Le donne indossavano rigorosi abiti neri e gioielli tradizionali del Paese caucasico.


Usa, riconosciuto genocidio armeno e sanzioni alla Turchia, l’ira di Ankara (Ilvaloreitaliano 31.10.19)

WASHINGTON. Meglio tardi, molto tardi, che mai. Doppio schiaffo della Camera Usa ad Ankara, a due settimane dalla visita del presidente turco Recep Tayyip Erdogan alla Casa Bianca: i deputati hanno approvato in modo bipartisan quasi all’unanimità una risoluzione che riconosce il genocidio armeno e un’altra che chiede al presidente Donald Trump di imporre sanzioni e altre restrizioni alla Turchia e ai dirigenti di quel Paese per l’offensiva nella Siria settentrionale. Immediata la reazione di Ankara, che “rifiuta” la risoluzione sul genocidio armeno, bollandola come una decisione “ad uso interno, priva di qualunque base storica e giuridica”.

Il ministero degli esteri turco ha convocato David Satterfield, ambasciatore Usa ad Ankara e ha condannato fortemente anche la risoluzione sulle sanzioni, sottolineando che la decisione non è consona all’ alleanza Nato tra i due Paesi e all’accordo tra Usa e Ankara sulla tregua in Siria, e ammonendo Washington a prendere misure per evitare passi che danneggino ulteriormente le relazioni bilaterali. Il 24 aprile è il giorno della memoria dello Metz Yeghern, ossia il  Grande Male, il nome con cui gli armeni indicano il genocidio di cui furono oggetto a partire dal 1915 per volontà del governo dei Giovani Turchi nei giorni del tramonto dell’Impero Ottomano. Il 24 aprile 1915 furono arrestati e deportati gli esponenti delle élites armene di Costantinopoli, Smirne e Aleppo. Nei due anni successivi persero la vita un milione e mezzo di armeni a causa sia di massacri che di malattie e stenti dovuti alle condizioni in cui venivano spostati attraverso i territori dell’Impero. Il silenzio dell’ Occidente fu assordante. Recentemente la questione del genocidio armeno è tornata di attualità in Italia e il Parlamento italiano si era impegnato a riconoscere ufficialmente l’evento e a darne risonanza internazionale.


Genocidio armeno. Anche gli Usa si convincono. L’arma segreta? Kim Kardashian (Blitzquotidiano 31.10.19)

ROMA – La decisione della Camera dei Rappresentanti Usa di riconoscere il genocidio degli armeni perpetrato tra il 1915 e il 1916 dai turchi e costò la vita a un milione e mezzo di persone è incontestabilmente un fatto storico. Scontata la rabbiosa reazione di Erdogan. Ha richiamato l’ambasciatore turco a Washington, messo in stand-by la visita di Stato programmata, minaccia di buttarsi nelle braccia della Russia fregandosene dell’alleanza atlantica.

Se ne discuterà a lungo (tranne in Turchia dove chi solo vi accenni finisce in galera). Intanto vanno rilevati alcuni fatti collegati alla vicenda piuttosto sorprendenti. Di sicuro lo è l’appoggio offerto da Trump, solitamente allergico a quanto accade fuori dall’America. Ma chi ha convinto lui, la figlia Ivanka, il cognato Jared Kushner, la pasionaria democrat Jackie Speier e i suoi 405 colleghi che hanno votato la risoluzione praticamente all’unanimità?

Non gli intellettuali, non una campagna d’opinione. Nemmeno un toccante film come Ararat, del 2002, girato dal grande regista canadese-armeno Atom Egoyan. Dove peraltro si cita, a proposito del silenzio di cento anni sul tentativo di eliminazione di un intero popolo, una frase attribuita ad Hitler in procinto di compiere il suo di genocidio: “Qualcuno si ricorda degli armeni?”.

Non ci è riuscito nemmeno l’armeno più famoso del mondo, Shahnour Vaghinagh Aznavourian, al secolo Charles Aznavour, immenso chansonnier e anche lui protagonista di Ararat. Nella società dello spettacolo di debordiana memoria, aggiornata dai social network alla società dello spettacolo di se stessi, ruolo e meriti vanno attribuiti invece a Kim Kardashian. Sì proprio lei, la regina dei like e del trash-chic, moglie del rapper Kanye West, maitresse a penser leopardata.

Un segno dei tempi, non c’è che dire. Inutile smoccolare sullo scadimento dei valori. Vano stracciarsi le vesti per il sacrilego accostamento tra la distruzione di un popolo e la banalità decerebrata spacciata via facebook. I potenti, gli influencer, provengono oggi dall’industria dell’intrattenimento che da un pezzo ha surclassato negli Usa i tradizionali fortini del potere economico, dall’acciaio al petrolio.

Dove non arrivano la denuncia e il memoir, l’analisi storica e i documenti d’epoca, dove nulla possono la rivendicazione etnica e la solidarietà internazionale, giunge, a proposito, tempestivo e risolutore, il marchio di fabbrica del brand Kardashian. Le sue generose natiche da esposizione. L’arma segreta degli armeni. (fonte La Repubblica)


Gli Stati Uniti riconoscono il genocidio armeno (31.10.19)

a Camera degli Stati Uniti ha riconosciuto il 30 ottobre 2019 – quasi all’unanimità,  405 «sì», 11«no» su 435 voti – una risoluzione che riconosce e invita «a commemorare il genocidio armeno e a rifiutare i tentativi di associare il governo americano alla sua negazione». Il «sì» bipartitico è salutato da un lungo applauso. È il riconoscimento formale di Washington. La Camera approva anche – 403 «sì» e 11 «no» (ora passa al Senato) – una risoluzione che chiede al presidente Donald Trump di imporre sanzioni e restrizioni alla Turchia per l’offensiva militare in Siria. Furibonda la reazione turca: Ankara convoca l’ambasciatore americano. Il Paese guidato dal dittatore Erdogan «rifiuta» la risoluzione, la bolla come «decisione a uso interno, priva di qualunque base storica e giuridica, un passo politico insignificante».

Il 1917 è l’anno di svolta nella Grande Guerra (1914-18) – Diserzioni negli eserciti e rivolte della gente spossata, anche da uno degli inverni più rigidi del secolo; Caporetto e Rivoluzione Russa; denuncia dell’«inutile strage» e genocidio degli armeni, il primo (e dimenticato) del XX secolo. «Metz Yeghern, il Grande Male» colpisce un nobile popolo. Re Tiridate III di Armenia, convertito e battezzato con la sua corte da san Gregorio Illuminatore, nel 312 dichiara il Cristianesimo «religione di Stato», un anno prima che l’«editto di Milano», sottoscritto nel febbraio 313 da Costantino il Grande per l’Occidente e da Valerio Liciniano Licinio per l’Oriente, conceda libertà di culto anche ai cristiani. Sotto l’Impero Ottomano un milione e mezzo di armeni rifiutano di rinnegare la fede e sono sterminati. Inizialmente i non musulmani sono protetti dall’Islam in quanto «gente del libro» e monoteisti: tra islamici e non musulmani, pur in posizione subalterna, la coabitazione regge fino a quando il nazionalismo non conta­gia anche l’Impero Ottomano. A Costantinopoli presso la Sublime Porta le minoranze religiose sono protette dalle potenze europee: la Francia tutela i cattolici, la Russia gli ortodossi, la Gran Bretagna i protestanti e gli anglicani, gli Stati Uniti gli ebrei.

Lo stermino comincia nel 1894-96 con Abdul-Hamid II – I sultani sono sovrani politici e capi religiosi. Nel 1908 i Giovani Turchi lo depongono e lo sostituiscono con il fratello Mehmet V; propugnano un nazionalismo che soffoca i non musulmani; sterminano 30 mila armeni. Alla vigilia della Grande Guerra le potenze europee ritirano il personale diplomatico e così le minoranze religiose restano indifese. I Giovani Turchi ne approfittano e nella notte del 23-24 aprile 1915 passano di casa in casa ad arrestare e uccidere 50 intellettuali, accusati di essere la «quinta colonna» dell’Impero Russo. Un pretesto per scatenare la pulizia etnica che dura fino al 1922. Conversioni forzate, maltrattamenti, deportazioni e «marce della morte» provocano un milione e mezzo di morti per fame, malattie, sfinimento. Sovrintendono ufficiali tedeschi in collegamento con l’esercito turco, «prova generale» della deportazione nazifascista degli ebrei, con il ghigno beffardo di Hitler: «Chi ricorda più lo sterminio degli armeni?». I principali genocidi del XX secolo sono: i nazifascisti (1939-45) sterminano 6 milioni di ebrei e mezzo milione di zingari perseguitati, seviziati, sterilizzati e gasati perché «razza inferiore» nel «Porajmos, Grande divoramento»; stalinismo comunista in Urss con milioni di morti (1924-53); Khmer rossi in Cambogia (1975-79); pulizia etnica in Bosnia (1992-96), in Ruanda e Burundi (1994).

Periscono vescovi, sacerdoti, religiosi, donne, uomini, anziani, bambini e malati armeni, assiri, caldei, greci. L’ecatombe innesca la diaspora in Europa, Stati Uniti, Russia e Ucraina, Sudamerica. Benedetto XV scrive al sultano Mehmet V (10 settembre 1915) per far cessare l’eccidio «che avviene contro il volere di Vostra Maestà. Il popolo armeno, per la reli­gione che professa, è spinto a mantenere fedele suddi­tanza a Vostra Maestà». Nella risposta il sultano sostiene l’impossibilità di distinguere fra inno­centi e sediziosi e giustifica la pulizia etnica. Il Papa proclama «dottore della Chiesa universale» Sant’Efrem Siro vissuto in esilio a Edessa in Turchia. In visita in Armenia, Giovanni Paolo II (27 aprile 2001) definisce lo sterminio «un’aberrazione disumana, un tempo di indicibile terrore e sofferenza».

Suscita le ire della Turchia anche Papa Francesco che celebra in San Pietro il centenario del martirio e proclama dottore della Chiesa San Gregorio di Narek, monaco, filosofo, teologo, mistico e poeta: «Fare memoria dello sterminio di un milione e mezzo di armeni sotto un regime totalitario è doveroso, per il popolo armeno, per la Chiesa, per la famiglia umana perché il monito che viene da questa tragedia ci liberi dal ricadere in simili orrori. Quel massacro fu un vero martirio. Sentiamo il grido di tanti fratelli e sorelle che, per la fede in Cristo o l’appartenenza etnica, sono uccisi, decapitati, crocifissi, bruciati vivi, costretti ad abbandonare la loro terra. Basta conflitti e violenze fomentate strumentalizzando le diversità etniche e religiose. Si riprenda il cammino di riconciliazione tra il popolo armeno e quello turco».

Ma la Turchia si ostina a negare e non vuol sentir parlare di «genocidio». L’11 dicembre 1946 l’assemblea delle Nazioni Unite (risoluzione 96) riconosce «il crimine di genocidio, negazione del diritto alla vita di gruppi umani, razziali, religiosi, politici o altri, che siano stati distrutti in tutto o in parte». Il termine è coniato da Raphael Lemkin, giurista polacco (1944). In risposta alle parole di Papa Bergoglio, il ministero degli Esteri convoca mons. Antonio Lucibello, nunzio apostolico ad Ankara, e gli esprime «il disappunto del governo. Le dichiarazioni del papa non sono fondate su dati storici e sono inaccettabili». Nominare in pubblico il genocidio è punito con tre anni di carcere in quanto «gesto anti-patriottico e vilipendio dell’identità turca»: per questo molti sono perseguitati, tra cui lo scrittore Orhan Pamuk, Premio Nobel per la letteratura 2006, e il giornalista armeno Hrant Dink, ucciso da un ultranazionalista. Nel 2014 il primo ministro Recep Tayyip Erdogan, poi presidente-dittatore, con un gesto a sorpresa, esprime le condoglianze «ai nipoti degli armeni uccisi». Le cifre sono discordanti: secondo l’Armenia le vittime sono almeno 1 milione e mezzo; secondo la Turchia 300 mila: secondo l’Associazione internazionale degli studiosi di genocidi sono «oltre un milione». Riconoscono il genocidio armeno: Argentina, Armenia, Belgio, Canada, Cile, Cipro, Francia, Grecia, Italia, Lituania, Libano, Paesi Bassi, Parlamento europeo, Slovacchia, Stato Città del Vaticano, Svezia, Uruguay, Venezuela. Il Congresso degli Stati Uniti nel marzo 2010 approva la risoluzione che ne chiede il riconoscimento, ora è avvenuto.

Un secolo fa a Torino trovano accoglienza anche i profughi armeni. A Roma Pio XI mette a disposizione dei profughi la residenza estiva di Castel Gandolfo. Don Adolfo Barberis, segretario del cardinale arcivescovo di Torino Agostino Richelmy, un vulcano di attività, in una lettera descrive l’accoglienza: «Si ripetono un poco le opere di carità di Lourdes, in beneficio dei poveri profughi, nell’Istituto Sant’Anna. Si vanno ad accogliere alla stazione donne e fanciulli a tutte le ore della notte: si dà loro da mangiare e da bere, poi un poco di materasso per riposare, una benedizione, spesso Messa, confessione e Comunione, poi si mandano a spasso nel nome del Signore, e si accolgono altri».

 

 

 


Armeni e curdi, la sfida Usa a Erdogan (Il Giornale 31.10.19)

New York. A due settimane dalla visita del presidente turco Recep Tayyip Erdogan alla Casa Bianca, la Camera Usa assesta un doppio schiaffo bipartisan ad Ankara, approvando a larghissima maggioranza una risoluzione che riconosce il genocidio armeno e un’altra che chiede al presidente americano Donald Trump di imporre sanzioni alla Turchia e ai suoi dirigenti per l’offensiva nella Siria settentrionale.

La mossa ha mandato su tutte le furie Erdogan: «Questa accusa è il più grande insulto alla nostra nazione», ha detto del documento che riconosce formalmente il genocidio armeno per mano dell’impero ottomano durante la prima guerra mondiale. «La risoluzione non ha alcun valore», ha precisato, mentre l’ambasciatore statunitense ad Ankara David Satterfield veniva convocato al ministero degli Esteri per vedersi contestare una misura «priva di qualsiasi base storica o legale».

Il premier armeno Nikol Pashinian, invece, lo ha definito un voto «storico», e ha ringraziato per quello che ritiene un «passo audace verso la verità e la giustizia storica che conforterà milioni di discendenti dei sopravvissuti al genocidio». «In questo modo onoriamo la memoria delle vittime e diciamo mai più», ha scritto su Twitter l’ex vice presidente Joe Biden, candidato alle primarie democratiche del 2020. La risoluzione, non vincolante, invita a «commemorare il genocidio armeno» e a «rifiutare i tentativi di associare il governo americano alla sua negazione», nonché a educare sulla vicenda. E segue quella di una trentina di paesi, tra cui l’Italia, e di 49 su 50 degli stati Usa, dove vivono due milioni di americani di origine armena. Sulle due risoluzioni ora si dovranno esprimere prima il Senato e poi lo stesso Trump, che con l’annuncio della tregua in Siria ha revocato le sanzioni ad Ankara.

La sfida alla Turchia da parte della Camera Usa arriva sullo sfondo della battaglia per l’impeachment, alla vigilia del voto di oggi dei deputati per formalizzare le procedure della messa in stato di accusa per la prossima fase dell’indagine. Per i dem la mossa «assicurerà trasparenza e fornirà una strada chiara per andare avanti». Il documento, che «stabilisce le procedure per le udienze», richiede in primis audizioni pubbliche, e la speaker Nancy Pelosi in una lettera ai democratici ha scritto: «Stiamo prendendo questa misura per eliminare ogni dubbio sul fatto che l’amministrazione Trump possa trattenere i documenti, bloccare la testimonianza di testimoni, ignorare mandati puntualmente autorizzati o continuare a ostruire la Camera». Nel frattempo il colonnello Alexander Vindman, il massimo esperto di Ucraina nel National Security Council, ha testimoniato ieri alla Camera affermando che la trascrizione della telefonata in cui il tycoon chiese al presidente ucraino Zelensky di indagare i Biden ha omesso parole e frasi cruciali. Secondo quanto riferito dal New York Times, che ha citato tre fonti informate, Vindman ha riferito come le omissioni comprendessero l’affermazione che c’era una registrazione dell’ex numero due di Barack Obama mentre discuteva della corruzione ucraina. Oltre ad una menzione esplicita da parte di Zelensky relativa a Burisma, la società del gas nel cui board sedeva il figlio di Biden. L’ufficiale ha sostenuto che provò a cambiare la trascrizione del colloquio preparata dallo staff della Casa Bianca, ma che mentre alcune sue correzioni ebbero successo le altre due non furono fatte.


Gli Usa, la Turchia e i curdi. Genocidio armeno: ora di verità e di scontento (Avvenire 31.10.19)

Se fossero cittadini della Turchia, 405 americani sarebbero oggi in guai seri. Tanti sono, infatti, i deputati che, sui 435 totali e quindi in maniera del tutto bipartisan, hanno votato perché le stragi di armeni compiute dagli ottomani nel 1915, con oltre un milione e mezzo di vittime, siano riconosciute come un “genocidio”. Parola che le autorità turche non vogliono sentir pronunciare. Mai. In nessun contesto.

Tanto che l’articolo 301 del codice penale nazionale prevede l’arresto e due anni di carcere per chi «offende lo Stato turco», in quella che pure è la versione riformata e mitigata nel 2008 di un articolo che invece prevedeva l’offesa «dell’identità turca». In questa tagliola nel 2005 incappò persino Orhan Pamuk, il più grande scrittore turco, l’unico premio Nobel per la letteratura del Paese, colpevole di aver pronunciato la parola proibita in un’intervista a una rivista svizzera.

I 405 deputati invece sono americani e hanno potuto decidere nel relativo agio di una piena democrazia. Nondimeno il pronunciamento è clamoroso e rovescia la lunga abitudine americana di aggirare il problema in omaggio al rapporto strategico con la Turchia, che per decenni è stata un’alleata decisiva, anche in seno alla Nato. Barack Obama aveva promesso di riconoscere il genocidio degli armeni nel 2008, durante la sua prima campagna per la presidenza, ma una volta eletto non aveva dato seguito concreto alle affermazioni di principio. Donald Trump aveva parlato di «atrocità di massa» pochi mesi dopo essersi insediato alla Casa Bianca, nell’aprile del 2017, ma si era ben guardato dall’usare il termine “genocidio”.

Adesso si cambia. E la svolta americana aggiunge un peso enorme alla non foltissima lista (29 Paesi) dei Paesi che hanno invece riconosciuto il genocidio. Lista di cui, accanto a Germania, Francia e Russia, fanno parte anche l’Italia e la Santa Sede, che ha sopportato in tempi recenti i tentativi di intimidazione che i vertici della Turchia di solito riservano a chi non si adegua al loro revisionismo nazionalista. Tipicamente, la convocazione dell’ambasciatore altrui e il ritiro del proprio. Come avviene ora con gli Usa. E come appunto avvenne quando papa Francesco, nel Messaggio agli armeni del 2015, nel centenario appunto del genocidio, citò la Dichiarazione comune di Giovanni Paolo II e del patriarca Karekin II del 2001 per ricordare che l’immenso massacro degli armeni di un secolo prima era «generalmente definito come il primo genocidio del XX secolo».

Una immagine del genocidio armeno dall'archivio Ansa

Una immagine del genocidio armeno dall’archivio Ansa

Piacerebbe a tutti poter credere che i deputati americani abbiano deciso di voltar pagina in seguito a una riflessione storica e morale. Avendo magari ascoltato la voce dei gruppi di pressione armeni che, negli Usa, alternano alla forza dei documenti e delle testimonianze le prese di posizione di stelle e stelline della musica e del cinema. E in parte sarà senz’altro così. È impossibile, però, non scorgere anche la più vasta filigrana politica del pronunciamento parlamentare.

È grande negli Usa, soprattutto negli ambienti diplomatici e militari, lo scontento per le recenti decisioni di Donald J. Trump che, ritirando i soldati dal Nord Est della Siria, ha di fatto “invitato” Recep Tayyip Erdogan ad attaccare i curdi del Rojava. A tali ambienti poco importa che il capo della Casa Bianca abbia altri obiettivi strategici, per esempio contenere l’influenza iraniana, in omaggio ai quali nelle stesse ore ha rinforzato con migliaia di soldati le guarnigioni di stanza in Arabia Saudita. Per molti americani è inaccettabile che siano stati scaricati i curdi, alleato decisivo nella lotta contro il Daesh, e che nello stesso tempo si sia offerta alla Russia di Vladimir Putin l’occasione per espandere ancora il proprio ruolo in Medio Oriente.

Non a caso, le risoluzioni parlamentari sono state in realtà due. Quella sul genocidio e quella in cui, con un consenso di pochissimo inferiore, si chiede all’Amministrazione di adottare sanzioni punitive nei confronti dei dirigenti turchi. Il tutto alla vigilia della visita di Stato di Erdogan a Washington che era prevista per il 13 novembre ma che ora, a giudicare dalla reazione dello stesso Erdogan («Non ho ancora deciso») e del suo ministro degli Esteri Cavusoglu («Una decisione insignificante»), pare fortemente a rischio. Per ‘The Donald’, che dopo l’attacco turco aveva varato un pacchetto di flebili sanzioni quasi subito ritirate, è un momento di grande imbarazzo.

Pare evidente, infatti, che i fatti siriani delle ultime settimane siano il frutto di una triangolazione Usa-Russia-Turchia che la Casa Bianca è sola a difendere. Ora Trump deve scegliere tra la critica del Congresso che per di più sta per decidere l’apertura della procedura di impeachment e l’ira di Erdogan, mentre già sfuma tra le polemiche l’effetto da campagna elettorale dell’eliminazione di al-Baghdadi. Anche questa, con ogni probabilità, frutto della triangolazione di cui sopra, che gran parte dell’America non riesce proprio a digerire.


Usa riconosce genocidio armeno, Ankara: “Tentativo di ricattare la Turchia” (La Repubblica 31.10.19)

ANKARA – Il parlamento turco ha votato questa mattina una risoluzione in cui definisce “un tentativo di ricattare la Turchia” il testo approvato dalla Camera Usa, che ha riconosciuto come “genocidio” il massacro degli armeni del 1915. “Il parlamento turco condanna e non riconosce l’adozione da parte della Camera dei rappresentanti americana di un documento in cui si aderisce alla teoria del genocidio armeno. Una decisione che getta ombre su verità storiche e va a discapito dei membri del congresso che hanno mostrato saggezza e coscienza”. Queste le parole della risoluzione, firmata da quattro dei cinque partiti che siedono nel Parlamento turco: oltre al partito di governo Akp e agli alleati nazionalisti del Mhp, il documento è stato votato anche dai rappresentanti dell’opposizione del partito repubblicano, Chp, e dell’altro partito nazionalista, Iyi parti. Npon ha votato la risoluzione il Partito democratico dei Popoli, forza di sinistra e filo-curda.

La Camera dei rappresentanti Usa ha votato ieri a larghissima maggioranza a favore di due risoluzioni. La prima riconosce come “genocidio” il massacro della popolazione armena in Turchia negli anni compresi tra il 1915 e il 1916 ad opera dell’impero ottomano; tragici fatti di cui Ankara ha ammesso la veridicità definendolo “un fatto tragico”, ma su cui si rifiuta di usare la parola genocidio. Ci furono almeno 1,5 milioni di morti.

La seconda risoluzione contiene la proposta di sanzioni alla Turchia in seguito all’intervento militare nel nord-est della Siria e  arriva dopo che il 17 ottobre la Casa Bianca aveva annunciato che tutte le sanzioni in corso nei confronti della Turchia sarebbero state abolite.


 

Antonia Arslan: “Ma Erdogan persiste in un negazionismo feroce” (Famigliacristiana 30.10.19)

Gli Stati Uniti riconoscono finalmente il genocidio armeno. A due settimane dalla visita del presidente turco Recep Tayyip Erdogan alla Casa Bianca, i deputati americani hanno votato quasi all’unanimità la risoluzione che riconosce il genocidio degli armeni da parte dell’Impero ottomano fra il 1915 e il 1917. Una mossa politica, per punire l’intervento militare turco nel Nord della Siria. Erdogan, ovviamente, ha alzato la voce, il Governo di Ankara ha definito la risoluzione come una mossa “ad uso interno, priva di qualunque base storica e giuridica”. Ma la decisione statunitense segna una svolta epocale e un traguardo importantissimo, atteso da tanto tempo, per la comunità armena e non solo, come commenta Antonia Arslan, 81 anni, famosa scrittrice, traduttrice e docente padovana di origini armene, autrice di numerosi romanzi, a partire dal bestseller La masseria delle allodole, pubblicato nel 2004, portato sul grande schermo tre anni dopo dai fratelli Taviani.

Antonia Arslan, cosa rappresenta per gli armeni la risoluzione americana?

«Il riconoscimento del genocidio armeno avrebbe dovuto avvenire già tanti anni fa. Eppure persiste una tradizione di ignoranza e di grande negliglenza in relazione a questo tema che ha fatto sì che solo negli ultimi anni sia stato attuato il riconoscimento da parte di numerosi Paesi, con formule diverse di nazione in nazione, che con molta semplicità affermano che il primo sterminio di un popolo nel Novecento è realmente avvenuto. Eppure, purtroppo, il negazionismo stolto, feroce del Governo turco continua a rifiutare l’evidenza. A breve arriva in Italia il libro di un grande storico turco, Taner Akçam, fra i primi accademici nel suo Paese a parlare apertamente di genocidio degli armeni, e per questo incarcerato, poi costretto a fuggire dal suo Paese. Oggi vive e insegna negli Stati Uniti. Akçam ha analizzato i famosi telegrammi dell’allora ministro degli Interni turco Talaat Pasha in cui veniva ordinato chiaramente lo sterminio degli armeni e ha dimostrato, con un lavoro di analisi enorme e minuzioso, che quei documenti erano assolutamente veri, prove non confutabili del genocidio. Il libro si intitola Killing orders, ordini di sterminio, e uscirà in Italia per Guerini editore».

Pensa che oggi in Italia la conoscenza e la consapevolezza sul tema del genocidio armeno siano abbastanza diffuse, in particolare fra le nuove generazioni?

«Proprio su questo tema l’Italia rappresenta un caso oggetto di studio. Nel nostro Paese vive una minoranza esigua di armeni – solo poche migliaia di persone –  e non particolarmente famosa o influente. Eppure gli italiani, negli ultimi vent’anni, hanno ampliato la loro conoscenza dell’Armenia e degli armeni in modo straordinario. In parte questo fenomeno è dovuto – e lo ammetto con orgoglio e con gioia – al successo del mio romanzo La masseria delle allodole, che è arrivato alla trentanovesima edizione ed è stato adottato come lettura in tante scuole. E’ passata anche l’idea del confronto tra il primo e il secondo genocidio del Novecento – quello degli armeni e quello degli ebrei – fra i quali sono emersi tanti collegamenti. Gli italiani oggi viaggiano tantissimo in Armenia: l’Italia rappresenta il terzo Paese per numero di turisti. L’Armenia è diventata una meta molto affascinante, per chi visita i monasteri, per chi va alla scoperta della natura o a fare trekking sulle montagne. Io ci torno un paio di volte all’anno».

La Chiesa cattolica è sempre stata molto sensibile al tema dello sterminio del popolo armeno. Papa Francesco nel 2016 durante la sua visita in Armenia ha parlato di genocidio.

«Facendo una veloce carrellata storica, è importante ricordare che il Vaticano si è comportato molto bene nei confronti del popolo armeno con diversi Papi. Nel 1915 Benedetto XV scrisse una lettera al sultano ottomano nella quale si legge la frase: “quel miserabile popolo armeno che viene condotto quasi all’estinzione”, definendo così la volontà di sterminio da parte dei turchi.  Il primo a parlare esplicitamente di genocidio è stato Giovanni Paolo II nel 2001, in occasione della ricorrenza dei 1700 anni dalla conversione degli armeni al cristianesimo.  Benedetto XVI, pur non parlando di genocidio, ha compiuto un atto molto importante: ha aperto gli archivi segreti vaticani, dai quali è venuto fuori di tutto sullo sterminio, facendo infuriare la Turchia».

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Gambero Rosso – Armenia. Nella giovane repubblica un vino millenario diventa occasione di sviluppo

 

 

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Usa: la Camera riconosce il genocidio armeno, ira della Turchia (Cds, Ansa …30.10.19)

Corriere della Sera – Risoluzione approvata alla quasi unanimità con voto bipartisan. La protesta di Ankara: «Atto ad uso interno, privo di qualsiasi base storica e giuridica»

Doppio schiaffo della Camera Usa ad Ankara, a due settimane dalla visita del presidente turco Recep Tayyip Erdogan alla Casa Bianca: i deputati hanno approvato in modo bipartisan quasi all’unanimità una risoluzione che riconosce il genocidio armeno e un’altra che chiede al presidente Donald Trump di imporre sanzioni e altre restrizioni alla Turchia e ai dirigenti di quel Paese per l’offensiva nella Siria settentrionale. Immediata la reazione di Ankara, che «rifiuta» la risoluzione sul genocidio armeno, bollandola come una decisione «ad uso interno, priva di qualunque base storica e giuridica». «È un passo politico insignificante – ha detto il capo della diplomazia di Ankara Mevlut Cavusoglu – indirizzato solo alla lobby armena e ai gruppi anti-Turchia».

Il voto dei parlamentari Usa

Il ministero degli esteri turco ha condannato fortemente anche la risoluzione sulle sanzioni, sottolineando che la decisione non è consona all’ alleanza Nato tra i due Paesi e all’accordo tra Usa e Ankara sulla tregua in Siria, e ammonendo Washington a prendere misure per evitare passi che danneggino ulteriormente le relazioni bilaterali. La Camera Usa ha riconosciuto formalmente il «genocidio armeno» con una maggioranza schiacciante (405 sì su 435 voti, di cui 11 contrari). Il testo, non vincolante, invita a «commemorare il genocidio armeno» e a «rifiutare i tentativi di associare il governo americano alla sua negazione», nonché a educare sulla vicenda. L’approvazione è stata salutata con un lungo applauso in aula.

La ricostruzione storica

Il genocidio armeno è stato riconosciuto da una trentina di Paesi, tra cui l’Italia. Secondo le stime tra 1,2 e 1,5 milioni di armeni sono stati uccisi durante la prima guerra mondiale dalle truppe dell’impero ottomano, all’epoca alleato di Germania e Regno austro-ungarico. Ma Ankara rifiuta il termine genocidio sostenendo che vi furono massacri reciproci sullo sfondo di una guerra civile e di una carestia che fecero migliaia di morti da entrambe le parti. Nell’aprile 2017, pochi mesi dopo l’insediamento alla Casa Bianca, Donald Trump aveva definito il massacro degli armeni nel 2015 «una delle peggiori atrocità di massa del XX secolo», senza però usare il termine genocidio. Ma bastò a suscitare l’ira della Turchia. Barack Obama, prima di essere eletto nel 2008, si era impegnato ad riconoscere il genocidio armeno ma non lo fece.

La parola al Senato

La risoluzione sulle sanzioni è stata approvata con 403 sì e 11 no. Ora deve pronunciarsi il Senato. Il doppio schiaffo arriva dopo che Trump ha ritirato le truppe Usa dalla Siria abbandonando gli alleati curdi all’ offensiva turca. Incalzato dal Congresso, il tycoon ha imposto alcune sanzioni modeste, revocandole non appena è stata annunciata la tregua. Ma Capitol Hill è ancora irritata, in un raro momento di unità bipartisan sullo sfondo della battaglia per l’impeachment.

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Camera Usa riconosce il genocidio armeno. Ira Turchia (Ansa 30.10.19)

Doppio schiaffo della Camera Usa ad Ankara, a due settimane dalla visita del presidente turco Recep Tayyip Erdogan alla Casa Bianca: i deputati hanno approvato in modo bipartisan quasi all’unanimità una risoluzione che riconosce il genocidio armeno e un’altra che chiede al presidente Donald Trump di imporre sanzioni e altre restrizioni alla Turchia e ai dirigenti di quel Paese per l’offensiva nella Siria settentrionale. Immediata la reazione di Ankara, che “rifiuta” la risoluzione sul genocidio armeno, bollandola come una decisione “ad uso interno, priva di qualunque base storica e giuridica”. “E’ un passo politico insignificante – ha detto il capo della diplomazia di Ankara Mevlut Cavusoglu – indirizzato solo alla lobby armena e ai gruppi anti-Turchia”. Il ministero degli esteri turco ha condannato fortemente anche la risoluzione sulle sanzioni, sottolineando che la decisione non è consona all’ alleanza Nato tra i due Paesi e all’accordo tra Usa e Ankara sulla tregua in Siria, e ammonendo Washington a prendere misure per evitare passi che danneggino ulteriormente le relazioni bilaterali. La Camera Usa ha riconosciuto formalmente il “genocidio armeno” con una maggioranza schiacciante (405 sì su 435 voti, di cui 11 contrari). Il testo, non vincolante, invita a “commemorare il genocidio armeno” e a “rifiutare i tentativi di associare il governo americano alla sua negazione”, nonché a educare sulla vicenda. L’approvazione è stata salutata con un lungo applauso in aula. Il genocidio armeno è stato riconosciuto da una trentina di Paesi, tra cui l’Italia. Secondo le stime tra 1,2 e 1,5 milioni di armeni sono stati uccisi durante la prima guerra mondiale dalle truppe dell’impero ottomano, all’epoca alleato di Germania e Regno austro-ungarico. Ma Ankara rifiuta il termine genocidio sostenendo che vi furono massacri reciproci sullo sfondo di una guerra civile e di una carestia che fecero migliaia di morti da entrambe le parti.


Camera Usa riconosce il Genocidio Armeno, risoluzione storica che fa infuriare Erdogan (Il Messaggero)

Città del Vaticano – La decisione era nell’aria da tempo ed è stata accelerata dopo l’attacco della Turchia alla Siria. La Camera americana (a due settimane dalla visita del presidente Erdogan alla Casa Bianca) ha approvato in modo bipartisan – quasi all’unanimità – una storica risoluzione che riconosce per la prima volta il genocidio armeno. In un’altra risoluzione chiede al presidente Donald Trump di imporre sanzioni e altre restrizioni alla Turchia e ai dirigenti di quel paese per l’offensiva nella Siria settentrionale

Anche l’Italia riconosce il Genocidio Armeno: passa alla Camera la mozione bipartisan, solo FI si astiene

La reazione di Ankara che «rifiuta» la risoluzione sul genocidio armeno e mantiene una posizione totalmente negazionista, non si è fatta attendere. «È un passo politico insignificante – ha detto il capo della diplomazia di Ankara Mevlut Cavusoglu – indirizzato solo alla lobby armena e ai gruppi anti-Turchia».

Il ministero degli esteri turco ha condannato fortemente anche la risoluzione sulle sanzioni, sottolineando che la decisione non è consona all’alleanza Nato tra i due paesi e all’accordo tra Usa e Turchia sulla tregua in Siria, e ammonendo Washington a prendere misure per evitare passi che danneggino ulteriormente le relazioni bilaterali.

La Camera americana ha riconosciuto formalmente il «genocidio armeno» con una maggioranza schiacciante (405 sì su 435 voti, di cui 11 contrari). Si tratta di riconoscere i fatti storici che portarono nel 1915 alla eliminazione sistematica, attraverso un piano di sterminio, di 1 milione e mezzo di cristiani armeni dall’allora Impero Ottomano. Una pulizia etnica perseguita attraverso leggi e mediante il dispositivo militare. Il testo, non vincolante, invita a «commemorare il genocidio armeno» e a «rifiutare i tentativi di associare il governo americano alla sua negazione», nonché a educare sulla vicenda. L’approvazione è stata salutata con un lungo applauso in aula.

Antisemitismo, il capo dei rabbini europei allarmato per la crescita dell’ultradestra

Il genocidio armeno è stato riconosciuto da una trentina di paesi. Ankara rifiuta il termine genocidio sostenendo che vi furono massacri reciproci sullo sfondo di una guerra civile e di una carestia che fecero migliaia di morti da entrambe le parti, ma i documenti inoppugnabili conservati in decine di archivi, tra cui quello della Santa Sede, provano esattamente il contrario. Fu un piano di sterminio premeditato.

Regione Lazio approva mozione per riconoscere il genocidio armeno

Nell’aprile 2017, pochi mesi dopo l’insediamento alla Casa Bianca, Donald Trump aveva definito il massacro degli armeni nel 1915 «una delle peggiori atrocità di massa del XX secolo», senza però usare il termine genocidio. Ma bastò a suscitare l’ira della Turchia. Barack Obama, prima di essere eletto nel 2008, si era impegnato a riconoscere il genocidio armeno ma non lo fece per timori di ritorsioni da parte di Erdogan.

Persino Papa Francesco ha dovuto subire una crisi diplomtica con la turchia per aver celebrato una messa funebre a San Pietro tre anni fa, in occasione del centenario del genocidio, durante la quale ha parlato di “genocidio”. Tanto è bastato per ricevere minacce e ritorsioni.

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Usa riconoscono genocidio armeno e approvano sanzioni. Erdogan: “Risoluzione senza valore” (La Repubblica)

WASHINGTON – Doppio schiaffo della Camera Usa ad Ankara, a due settimane dalla visita del presidente turco Recep Tayyip Erdogan alla Casa Bianca: i deputati hanno approvato in modo bipartisan quasi all’unanimità una risoluzione che riconosce il genocidio armeno da parte dell’impero Ottomano durante la Prima Guerra Mondiale e un’altra che chiede al presidente Donald Trump di imporre sanzioni e altre restrizioni alla Turchia e ai dirigenti di quel Paese per l’offensiva nella Siria settentrionale.

La rabbia di Ankara, convocato ambasciatore

La risoluzione approvata ieri dalla Camera dei Rappresentanti Usa “non ha nessun valore” per la Turchia, ha detto Erdogan. Il leader turco ha ribadito la “condanna” già espressa dal suo ministero degli Esteri, che stamani ha convocato l’ambasciatore americano ad Ankara David Satterfield per protestare. “Nella nostra fede il genocidio è assolutamente vietato. Consideriamo questa accusa come il più grande insulto al nostro popolo”, ha aggiunto Erdogan.

L’Armenia esulta

Il premier Nikol Pashinyan ha parlato su Twitter di “voto storico” e “passo importante verso verità e giustizia storica”. “Questa risoluzione ha profondo significato perché commemora il genocidio armeno attraverso il riconoscimento e il ricordo internazionale”, ha aggiunto il ministero degli Esteri armeno, ringraziando i deputati statunitensi per “il loro incredibile impegno per verità, giustizia, umanità, solidarietà e per i valori universali dei diritti umani”. Sono stimati tra 500 mila e un milione e mezzo gli americani di origine armena.

Genocidio armeno riconosciuto a maggioranza schiacciante

La Camera Usa ha riconosciuto formalmente il “genocidio armeno” con una maggioranza schiacciante (405 sì su 435 voti, di cui 11 contrari). Il testo, non vincolante, invita a “commemorare il genocidio armeno” e a “rifiutare i tentativi di associare il governo americano alla sua negazione”, nonché a educare sulla vicenda. L’approvazione è stata salutata con un lungo applauso in aula. Il genocidio armeno è stato riconosciuto da una trentina di Paesi, tra cui l’Italia. Secondo le stime tra 1,2 e 1,5 milioni di armeni sono stati uccisi durante la prima guerra mondiale dalle truppe dell’impero ottomano, all’epoca alleato di Germania e Regno austro-ungarico. Ma Ankara rifiuta il termine genocidio sostenendo che vi furono massacri reciproci sullo sfondo di una guerra civile e di una carestia che fecero migliaia di morti da entrambe le parti.

Nell’aprile 2017, pochi mesi dopo l’insediamento alla Casa Bianca, Donald Trump aveva definito il massacro degli armeni nel 2015 “una delle peggiori atrocità di massa del XX secolo”, senza però usare il termine genocidio. Ma bastò a suscitare l’ira della Turchia. Barack Obama, prima di essere eletto nel 2008, si era impegnato ad riconoscere il genocidio armeno ma non lo fece. La risoluzione sulle sanzioni è stata approvata con 403 sì e 11 no. Ora deve pronunciarsi il Senato.


Usa, la Camera riconosce il genocidio armeno e chiede sanzioni contro Ankara per la Siria (Quotidiano.net)

Washington, 30 ottobre 2019  – La Camera Usa non fa sconti al presidente turco Recep Tayyip Erdogan, e a soli due settimane dalla sua visita alla Casa Bianca ha approvato in modo bipartisan quasi all’unanimità una risoluzione che riconosce il genocidio armeno, e un’altra che chiede al presidente Donald Trump di imporre sanzioni e altre restrizioni alla Turchia e ai dirigenti di quel Paese per l’offensiva nella Siria settentrionale.

La reazione di Ankara, che non riconosce la risoluzione sul genocidio armeno, non si è fatta attendere bollando la decisione “ad uso interno, priva di qualunque base storica e giuridica”.

Il capo della diplomazia di Ankara Mevlut Cavusoglu ha detto: “È un passo politico insignificante indirizzato solo alla lobby armena e ai gruppi anti-Turchia”. Il ministero degli esteri turco ha condannato fortemente anche la risoluzione sulle sanzioni, sottolineando che la decisione non è consona all’alleanza Nato tra i due Paesi e all’accordo tra Usa e Ankara sulla tregua in Siria.

Poi Ankara ha ammito Washington a prendere misure per evitare passi che danneggino ulteriormente le relazioni bilaterali. Ma la Camera Usa ha riconosciuto formalmente il “genocidio armeno” con una maggioranza schiacciante (405 sì su 435 voti, di cui 11 contrari).


Usa, Camera vota risoluzione che riconosce genocidio armeno (Rainews.it)

La Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti ha votato, a grande maggioranza, una risoluzione che riconosce il “genocidio armeno”. Il voto, senza precedenti, è stato accolto dai vivi applausi dell’emiciclo. Si tratta della prima volta che una tale risoluzione viene sottoposta a votazione negli Stati Uniti. Il testo che invita “commemorare il genocidio armeno” e intende “respingere i tentativi di associare il governo degli Stati Uniti alla negazione del genocidio armeno” è stato adottato con 405 voti su complessivi 435, mettendo a segno una rara convergenza tra democratici e repubblicani. Immediata la condanna del governo turco, secondo il quale la presa di posizione americana “non ha alcun fondamento storico”. Il genocidio armento è riconosciuto da una trentina di Paesi e da gran parte della comunità degli storici. Secondo le stime, tra 1,2 e 1,5 milioni di armeni furono uccisi durante la Prima guerra mondiale dalle truppe dell’Impero ottomano. – See more at: http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Usa-Camera-vota-risoluzione-che-riconosce-genocidio-armeno-921631ad-ed4e-463d-bd99-6197e842d4f1.html


Anche gli Usa riconoscono il genocidio armeno. Ankara convoca l’ambasciatore (Huffington post)

L’ambasciatore Usa ad Ankara, David Satterfield, è stato convocato al ministero degli Esteri turco a seguito della risoluzione approvata ieri dalla Camera dei Rappresentanti americana che riconosce il “genocidio armeno”. Lo riferiscono fonti diplomatiche di Ankara.

La convocazione, precisano le fonti, è stata decisa per denunciare la “risoluzione priva di qualsiasi base storica o legale” sul “genocidio armeno” e un’altra proposta di legge che chiede al presidente Donald Trump di sanzionare la Turchia a seguito della sua offensiva militare in Siria.

Il testo approvato dalla Camera Usa, che non è vincolante, era già stato duramente condannato stanotte anche in una nota ufficiale del ministero degli Esteri. Ankara nega che i massacri di centinaia di migliaia di armeni compiuti durante la Prima Guerra Mondiale dall’impero Ottomano siano stati frutto di un “genocidio” pianificato, sostenendo che sono avvenuti sullo sfondo di una guerra civile, e ne contesta anche le cifre.

Le nuove tensioni tra Ankara e Washington giungono a due settimane dalla visita del presidente Recep Tayyip Erdogan alla Casa Bianca. Una visita che adesso il presidente turco mette in dubbio, dicendosi “ancora indeciso” su se andare o meno a Washington il prossimo 13 novembre.

Con la risoluzione approvata ieri la Camera Usa ha riconosciuto formalmente il “genocidio armeno” con una maggioranza schiacciante (405 sì su 435 voti, di cui 11 contrari). Il testo, non vincolante, invita a “commemorare il genocidio armeno” e a “rifiutare i tentativi di associare il governo americano alla sua negazione”, nonché a educare sulla vicenda. L’approvazione è stata salutata con un lungo applauso in aula.

Il premier armeno Nikol Pashinyan ha definito “storico” il riconoscimento formale da parte della Camera Usa del genocidio armeno. “Accolgo positivamente lo storico voto del Congresso Usa sul riconoscimento del genocidio armeno”, compiuto dall’Impero Ottomano durante la prima guerra mondiale, ha detto Pashinyan, che ha definito l’approvazione del documento “un chiaro passo verso il ristabilimento della giustizia storica che conforterà milioni di discendenti dei sopravvissuti al genocidio”.

Il genocidio armeno è stato riconosciuto da una trentina di Paesi, tra cui l’Italia. Secondo le stime tra 1,2 e 1,5 milioni di armeni sono stati uccisi durante la prima guerra mondiale dalle truppe dell’impero ottomano, all’epoca alleato di Germania e Regno austro-ungarico. Ma Ankara rifiuta il termine genocidio sostenendo che vi furono massacri reciproci sullo sfondo di una guerra civile e di una carestia che fecero migliaia di morti da entrambe le parti.

Nell’aprile 2017, pochi mesi dopo l’insediamento alla Casa Bianca, Donald Trump aveva definito il massacro degli armeni nel 2015 “una delle peggiori atrocità di massa del XX secolo”, senza però usare il termine genocidio. Ma bastò a suscitare l’ira della Turchia. Barack Obama, prima di essere eletto nel 2008, si era impegnato ad riconoscere il genocidio armeno ma non lo fece.
La risoluzione sulle sanzioni è stata approvata con 403 sì e 11 no. Ora deve pronunciarsi il Senato.

Il doppio schiaffo arriva dopo che Trump ha ritirato le truppe Usa dalla Siria abbandonando gli alleati curdi all’offensiva turca. Incalzato dal Congresso, il tycoon ha imposto alcune sanzioni modeste, revocandole non appena è stata annunciata la tregua. Ma Capitol Hill è ancora irritata, in un raro momento di unità bipartisan sullo sfondo della battaglia per l’impeachment.


GLI STATI UNITI RICONOSCONO IL GENOCIDIO ARMENO (Gariwo)

Per la prima volta la più grande potenza al mondo, gli Stati Uniti, a oltre un secolo da quegli eventi, rompe il silenzio sul genocidio armeno. Lo fa con una risoluzione, approvata ieri a larghissima maggioranza dalla Camera (405 voti favorevoli e 11 contrari) che pone fine a una danza macabra protrattasi fin troppo a lungo: un solo presidente fino ad oggi, Ronald Reagan, ha avuto infatti il coraggio di usare la parola “genocidio” nei confronti del Metz Yeghern – il Grande Male, come lo chiamano gli armeni –, mentre per il Congresso si tratta, in assoluto, di un riconoscimento senza precedenti per questa tragedia costata la vita, durante il primo conflitto mondiale, a un milione e mezzo di persone.

Tante le ragioni di questo ostinato negazionismo, cui la risoluzione di ieri pone un seppur tardivo rimedio: dalla Guerra Fredda, che aveva visto su fronti contrapposti la piccola Repubblica sovietica armena e la Turchia, fedele alleata nella NATO; fino all’ostinazione con cui Ankara ha perseguito per decenni una politica di pressioni e minacce nei confronti di chiunque, poco importa se Stato o personalità pubblica, provasse a farsi promotore di questa verità storica.

Grande commozione da parte della nutrita comunità armena americana, ma anche dai discendenti del genocidio, sparsi in tutto il mondo dopo la catastrofe del 1915. Una risoluzione che si apre con una apprezzabile menzione dell’ambasciatore americano Henry Morgenthau, un Giusto che si oppose con grande coraggio al Metz Yeghern, e che ricorda – cosa spesso poco nota – come il genocidio abbia travolto anche altre minoranze cristiane dell’Impero Ottomano, dagli assiri ai greci. Importante anche il riconoscimento tributato alla figura di Raphael Lemkin, l’inventore della parola e del concetto di genocidio. Per quanto spesso lo si ignori (o si finga di farlo), l’idea stessa di genocidio è contenuta fin dal principio nella definizione e nella storia di questo termine. Lemkin, infatti, coniò il neologismo proprio in base alle similitudini da lui riscontrate fra la Shoah e il Metz Yeghern.

Ma non solo del passato si è discusso ieri nel dibattito alla Camera. Come spesso avvenuto nel caso del genocidio armeno, il riconoscimento è arrivato in un momento storico ben specifico, in cui Washington, dopo aver offerto a Erdogan su un piatto d’argento il Kurdistan siriano, vuole esercitare pressioni su Ankara, dando al contempo un segnale, sia all’interno che all’esterno, di non sudditanza nei confronti dell’autocrate turco.

Non a caso Nancy Pelosi, durante il dibattito alla Camera, ha ribadito come “i recenti attacchi dei militari turchi contro il popolo curdo sono un forte monito riguardo al pericolo per il nostro tempo”. E non serve alcuna malizia per ricordare come sia più semplice mettere nero su bianco una risoluzione su una tragedia del secolo scorso, peraltro non vincolante per la Turchia, rispetto al porre freno alla macchina della morte messa in moto da Erdogan che, proprio in questi giorni, compie massacri di curdi, armeni, assiri e yazidi in quegli stessi territori che, al tempo del genocidio, furono teatro di pagine terribili.

Un’affinità che dev’essere assai ben chiara anche alla mente di Erdogan, che solo pochi giorni fa vantava, con esplicita menzione a quanti si opponevano alla sua invasione del Kurdistan, come la Turchia nella sua storia non abbia mai compiuto massacri di civili; altri i crimini da ricordare, secondo il presidente turco: da Srebrenica alla persecuzione dei Rohingya, dalla Palestina fino agli uiguri e all’Afghanistan.

È giusto dunque gioire ed essere grati agli Stati Uniti per questo importante riconoscimento storico, che mette in difficoltà tanto i negazionisti, vecchi e nuovi, che quella retorica vittimistica di cui il presidente turco è solo un triste e tardo epigono. Ma questa risoluzione non deve servire solo a rimarginare vecchie ferite, per quanto profonde. Il Medio Oriente di oggi sta conoscendo, con una ferocia e una rapidità non inferiori a quelle dimostrate dai Giovani Turchi un secolo fa, una crisi che vede sull’orlo dell’estinzione le diverse minoranze etniche e religiose di sono composte quelle terre.

Il più grande omaggio che possiamo fare alle vittime del passato, alle loro memorie di sangue, è batterci affinché non si ripetano e si ripresentino. Di lacrime tardive è pieno il mondo; e il pericolo è che, a volte, a nulla servano. Ripartiamo da questo giusto riconoscimento del passato che ci arriva da Washington per guardare, con occhi nuovi, al nostro presente e al prossimo futuro. Per riprendere coraggio.

Che la giustizia di ieri sia anche quella di oggi e di domani.