A conclusione della sua prima visita in Armenia, il Segretario generale, Alain Berset, esprime forte sostegno alla riforma e alla pace (Consiglio d’Europa 13.06.25)

Nel corso della sua prima visita in Armenia in qualità di Segretario generale del Consiglio d’Europa, Alain Berset ha riaffermato l’incrollabile sostegno dell’Organizzazione per lo sviluppo democratico del paese e ha chiesto la rapida firma di un accordo di pace tra l’Armenia e l’Azerbaigian.

“Il ritmo di sviluppo, la direzione delle riforme democratiche e l’approccio pragmatico adottato dalle autorità sono segnali incoraggiati dell’impegno democratico dell’Armenia”, ha dichiarato Alain Berset al termine della sua visita ufficiale di due giorni.

Ha inoltre accolto con favore l’impegno dell’Armenia ad approfondire la cooperazione con il Consiglio d’Europa.

“Durante il mio incontro con il Primo Ministro Nikol Pashinyan, ho ricevuto un messaggio chiaro: l’Armenia considera il Consiglio d’Europa un partner chiave nel suo percorso democratico”, ha dichiarato.

“La riforma è un processo che richiede tempo e siamo pronti a fornire sostegno continuo per aiutare il paese a progredire”.

La pace come pilastro della sicurezza democratica

Nel corso degli incontri con il Presidente Vahagn Khachaturyan, il Primo Ministro Nikol Pashinyan, il Presidente dell’Assemblea nazionale Alen Simonyan, la ministra della Giustizia Srbuhi Galyan e i rappresentanti della comunità internazionale, Alain Berset ha sottolineato l’impegno del Consiglio d’Europa a favore di una pace e di una sicurezza democratica a lungo termine nel Caucaso meridionale.

“La firma dell’accordo di pace tra l’Armenia e l’Azerbaigian è indispensabile per la stabilità a lungo termine. Sosteniamo fermamente la sua tempestiva conclusione”, ha dichiarato Alain Berset. “Il prossimo Vertice della Comunità politica europea, che l’Armenia ospiterà nel 2026, è un forte segnale dell’impegno a livello regionale. Il Consiglio d’Europa continuerà a manifestare il suo impegno e il suo sostegno, nel quadro della Comunità politica europea e oltre.”

Partenariato duraturo per la riforma democratica

La visita è stata un’occasione per riaffermare la volontà del Consiglio d’Europa di favorire la trasformazione democratica dell’Armenia attraverso il Piano d’azione 2023–2026. Alain Berset ha accolto positivamente la cooperazione del governo con i principali organi del Consiglio d’Europa e i suoi continui progressi nell’allineare i quadri nazionali alle norme europee.

Ha evidenziato l’impegno dell’Armenia nella lotta contro la corruzione, l’attuazione delle sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo e la recente ratifica della Convenzione sui diritti dell’uomo e la biomedicina e del Protocollo relativo all’abolizione della pena di morte.

La visita ha consentito inoltre di porre l’accento sulle riforme democratiche dell’Armenia nell’ambito della più ampia prospettiva di un Nuovo patto democratico per l’Europa. In un’Europa che conta 46 Stati, l’azione collettiva è essenziale poiché le minacce ora non prendono di mira solo i confini, ma anche le istituzioni, le libertà e i valori. L’Armenia dimostra quanto gli sforzi nazionali possano rafforzare le nostre fondamenta democratiche comuni, prima che sia troppo tardi.

Sostegno concreto ai rifugiati del Karabakh

Alain Berset ha presentato un programma di assistenza di € 2,8 milioni, concepito per sostenere la risposta dell’Armenia alla crisi dei rifugiati del Karabakh. L’iniziativa verte sia sulla protezione dei rifugiati sia sulla resilienza delle comunità ospitanti.

“Interveniamo su due piani: da un lato, si tratta di proteggere i diritti dei rifugiati, rispondere alle necessità di salute mentale e integrare gli operatori sanitari sfollati nel sistema armeno e, dall’altro, rafforzare le comunità locali che li accolgono”, ha dichiarato il Segretario generale.

Il crescente ruolo dell’Armenia nello spazio giuridico europeo

Il Segretario generale ha incoraggiato l’Armenia a considerare l’adesione a nuove convenzioni del Consiglio d’Europa che trattano sfide attuali, tra cui le prove elettroniche nella lotta contro la criminalità informatica, la protezione della professione di avvocato, i reati relativi ai beni culturali e l’intelligenza artificiale e i diritti umani.

Dialogo con le nuove generazioni

Durante una conferenza pubblica presso l’università statale di Erevan, Alain Berset ha dialogato con gli studenti in merito alla sicurezza regionale, alla resilienza democratica e all’importanza del contributo dei giovani alla difesa dei valori europei.

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Il canto di un popolo e il suo silenzio. Il film sul grande Komitas va sottratto all’oblio. La RAI agisca, c’è per questo (Korazym 12.06.25)

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 12.06.2025 – Renato Farina] – Quando tutto fa cascare le braccia, mi è apparsa di nuovo davanti agli occhi la “croce di pietra” (Khatchkar), che esiste solo in Armenia, e costella ogni angolo della nostra terra. La nostra croce è diversa dalle altre, come le altre è piantata sul calvario, ma ecco dalla base conficcata del Khatchkar, dai piedi di Cristo, balzano su radici fiorite, che parlano già di risurrezione. La morte di Papa Francesco ha questo stesso profumo per noi. Ha donato sé stesso risorgendo come il Cristo vivo nella nostra fede così scadente.

Noi Armeni ci ricorderemo per sempre quando ci ospitò in San Pietro il 12 aprile del 2015, nella Messa per i “martiri Armeni”. Erano cent’anni dal “Grande Male”, la strage (il martirio) di un milione e mezzo di Cristiani. Egli osò dire che “il primo genocidio del XX secolo ha colpito il popolo armeno, prima nazione Cristiana”. Il governo turco, per bocca di Erdoğan, lo accusò di calunnia. Il governo italiano (allora di sinistra, ma che differenza c’è) tacque. Realpolitik, ci fu detto: ma non credevamo fosse sinonimo di viltà.

Ed ecco Leone XIV. Nella sua prima Udienza generale, il 14 maggio, ha detto: “Dalla Terra Santa all’Ucraina, dal Libano alla Siria, dal Medio Oriente al Tigrai e al Caucaso, quanta violenza!”.  Da quanto tempo nessuno citava il Tigrai (in Etiopia). E nessuno aveva uno sguardo al Caucaso: che siamo noi, minacciati perennemente di genocidio da chi negando quello di un secolo fa si prepara a ripeterlo, protraendolo per sempre, ma non riusciranno anche ammazzandoci tutti a finire il lavoro, la nostra croce molokan-armena rifiorirà.

La voce più bella del mondo

Ma accidenti, non dormite fratelli, vigilate vi prego. In questa mia lettera dal Lago di Sevan, tratterò finalmente di un film-capolavoro, e non esiterò a rovinarvi il finale, tanto so che oramai non passerà mai in tivù e nelle sale. Si chiama Soghomoni yergery, in inglese Songs of Salomon, cioè Canti di Salomone (Salomone è il nome di battesimo di Komitas). È del 2019, diretto da Arman Nshanian. Sto annunciando da mesi, senza mai arrivare al sodo, perché la realtà è più imperiosa e stringente di un film. Stavolta però non mi fermo. Cerco di resuscitare questo film sparito, sottratto alla visione del mondo, rintracciabile solo su Vimeo, visione a pagamento. È dedicato a un grande musicista armeno, Komitas Vardabet (Padre Komitas). È molto di più di una rievocazione delle torture e degli assassinii di cui è gonfia la nostra storia. C’è la musica divina di Komitas, una croce fiorita, color del sangue e insieme celeste.

Dovremmo guardarlo tutti. Aiuta a sconfiggere l’odio, induce al perdono e a chiedere perdono. La RAI dovrebbe agire, subito, c’è per questo. Ma io ho il sospetto del perché nessuna rete generalista pubblica o privata, e neppure Netflix, lo sottragga all’oblio.

Komitas era nato lì, a Kütahya, nel 1869, proprio nella città dei massacri hamidici (1894-1896), che precedettero e furono un esperimento di genocidio. Quando si susseguono le stragi in Anatolia, è lontano dalla sua città natale, ha studiato teologia e musica a Berlino, è diventato prete, compositore, musicologo, raccoglierà infine, parole e note, quattromila canzoni armene, turche, greche. La sua ricerca lo fa viandante inquieto. Si apposta dietro gli alberi per fissare sui fogli le note di canzoni che si spandono sul frumento rallegrando i mietitori. La sua preghiera crea inni e canti della divina liturgia armena.

 

Komitas era lontano in quegli anni, ma la sua voce – la più bella del mondo, secondo tante testimonianze di diplomatici forestieri – si era deposta purissima, come una venatura d’oro niveo, nelle invisibili fessure dei muri dove abitava la propria gente, o l’amica gente turca. Essa di notte riposava, ma ad ogni alba il sole compiva il prodigio di scioglierla in melodie di fanciulli e di vecchi che se ne passavano l’eco.

Il giorno del Medz Yeghern

Il film racconta come l’odio nasca senza ragione nelle stanze del potere, e poi corra veloce insinuandosi rapido quale miccia, e incendia le masse, le quali si convincono che questo sentimento sia nato in loro, e diventano folla bruta, sobillata dai servi del sovrano.

I deboli – gli Armeni! – non capiscono: ci vogliamo tutti bene, una passione tanto tremenda non può esistere, un amico non ti afferra alla gola per consegnarti al boia. Ma l’amore è la sola cosa per la quale si possa vivere ma anche morire, restando umani: un capitano Turco si lascia ammazzare dal superiore per salvare una mamma Armena, amica di Komitas, e il suo piccino. La sua vedova musulmana raccoglie il bambino. Anch’ella amava Komitas. La signora, di ricca famiglia, è nel teatro dove, quel fatale 24 aprile 1915 (il giorno del Grande Male, Medz Yeghern) è atteso il grande evento musicale il cui protagonista è il Padre Komitas davanti agli alti pennacchi della Sublime Porta. Lo spettatore del film, dopo aver visto Salomone bambino a Kütahya, lo rivede lì, a Istanbul: è famoso nel mondo, celebrato come la colonna più bella su cui si regge l’Impero ottomano. Quella sera è la sera della morte: l’ordine di deportazione degli Armeni scatta e diventa esecutivo, il medesimo secondo, nei 600mila chilometri quadrati della Turchia. A Costantinopoli-Istanbul non si fecero rastrellamenti, c’erano gli occhi delle ambasciate, bisognava salvaguardare le apparenze. Furono arrestati ottocento intellettuali Armeni, accusati di essere la quinta colonna del nemico Russo, e fatti sparire. Saranno tutti uccisi, meno uno. Perché? Perché lui? Che disegno c’era, non nella testa dei carnefici, ma più in Alto?

Il teatro è la trappola perfetta per impedire che qualcuno trasferisca il grande Maestro in una ambasciata e da lì all’estero, dove sarebbe stato una spina nel fianco. Komitas dirige il suo coro di trecento voci, intona i suoi inni (cercateli sul Web). Un’armonia dolente invade la grande platea affollatissima. C’è come un presentimento che fa vibrare la sala. Talat Pasha, il capo dei Giovani Turchi, insediato nel suo palco odia che questa armonia sgorghi da una sorgente armena. Armenia non viene da armonia, si limita a dare il suo nome all’albicocca, il cui albero è catalogato da Linneo come Prunus Armeniaca, mentre il frutto in veneto è detto armellina. Armonia perduta.

Una scelta di libertà

Alla fine Komitas è preso, ammanettato. Inutilmente gli spettatori si alzano in piedi, si girano verso il palco del genocida, invocando con un applauso provocatorio la liberazione della musica incarnata in quel prete calvo. Da quel momento, chi aveva composto centinaia di meravigliosi cori armeni, e aveva percorso pianure e montagne da cantore di epopee popolari, non pronuncia più una parola, un suono.

Komitas viene quella sera stessa trasferito dove vengono torturati e assassinati i suoi connazionali, mentre la polizia porta via e distrugge le sue raccolte di canti. L’America, non ancora coinvolta nella guerra, si attiva per salvarlo. Sarà però la figlia del sultano, sua allieva, a salvarlo. Sarà preservato, l’unico degli ottocento intellettuali di Costantinopoli a tornare tra i vivi.

E qui comincia l’enigma degli enigmi. È accolto in Francia. Pensano che finalmente tornerà a comporre, cantare, musicare, insomma dica almeno qualcosa, parbleu. Nulla, per vent’anni resterà muto. Lo misero davanti a un organo. Si alzò e andò via. Gli posero in grembo il tar, uno strumento popolare. Lo scostò, con rispetto, delicatamente. Lo portarono in manicomio. Nessuno ha mai potuto stabilire se fosse malato e pazzo, oppure avesse fatto una scelta di libertà. Offrire qualcosa di più prezioso della vita, la sua musica, la sua voce. Le grida dell’orrore, si sarebbero udite meglio in cielo incastonate come rubini di sangue nella purità del silenzio. Salomone Komitas non si presterà ad essere il menestrello consolatore, a ingannare con la dolcezza la brutalità dell’orrore, non anticiperà l’orchestra di Auschwitz, utile a far sorridere quegli scriccioli di bambini in braccio alle mamme, illuse da un motivetto all’ingresso della camera a gas.

Non era pazzo, Komitas: il suo silenzio è la follia del genio. Lo ripeto anch’io, spero nei santi, spero nel silenzio di Komitas. In quel silenzio c’è un Mistero, un canto divino, che udiremo, oh se lo udiremo.

Il Molokano

Questo articolo è stato pubblicato sul numero di giugno 2025 di Tempi in formato cartaceo.

 

 

Foto di copertina: la locandina del film drammatico biografico del 2019 Songs of Solomon diretto da Arman Nshanian, che descrive la vita e la musica di Komitas Vardabet, compositore, etnomusicologo e sacerdote armeno, vissuto durante gli anni del genocidio armeno.
Il film racconta di un’amicizia d’infanzia spezzata da un orribile impero deciso a distruggere tutto ciò che incontra sul suo cammino. Una donna coraggiosa, in un periodo di terribili pregiudizi, rischia la sua vita e quella della sua famiglia per salvare la sua migliore amica, braccata per le sue convinzioni religiose. Questo ritratto epico si svolge a Costantinopoli all’inizio del secolo, trasportandoci in un viaggio emozionante e musicale. Un film di amore, speranza, coraggio, inganno e dolore. E musica, un film altrettanto sulla musica… Musica che avrebbe legato un intero popolo al cielo e alla terra, ai fiumi e alle stelle. La musica di Padre Komitas, noto anche come Padre Salomone.

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Il 33mo Concours Mondial de Bruxelles nel 2026 in Armenia (Vinonews 12.06.25)

Passaggio di testimone sancito durante la 32ma edizione, in corso in Cina. La sessione vini rossi e bianchi si terrà dal 21 al 23 maggio nella capitale Erevan. Il paese caucasico, dalla tradizione vinicola millenaria, aprirà per la prima volta le porte alla comunità vitivinicola internazionale.

Da un paese in rampa di lancio nei mercati vinicoli mondiali, la Cina, a uno con una tradizione millenaria, l’Armenia. Il Concours Mondial de Bruxelles ha annunciato che la 33ma edizione si terrà dal 21 al 23 maggio a Erevan, capitale del paese caucasico, che aprirà per la prima volta le porte alla comunità vinicola internazionale ospitando la sessione principale del concorso, quella dedicata ai vini rossi e bianchi. Il passaggio di testimone è avvenuto, con la tradizionale cerimonia, a Yinchuan, dove è in corso il 32mo CMB, alla presenza delle delegazioni armene e delle autorità cittadine.
Per l’Armenia, il fatto di ospitare il Concours Mondial de Bruxelles segna un momento storico. “L’Armenia, con la sua tradizione vinicola millenaria, offre un’esperienza unica e autentica ai nostri giudici e ospiti internazionali – afferma il presidente del CMB Baudouin Havaux – Il suo legame con il vino è profondo e radicato. Siamo entusiasti di far conoscere al mondo la sua ricca storia, le sue vivaci varietà autoctone e un settore vitivinicolo moderno e dinamico”.
Zaruhi Muradyandirettrice esecutiva della Vine and Wine Foundation of Armenia, sottolinea l’importanza di questo traguardo per il comparto vinicolo del paese. “Ospitare la sessione vini rossi e bianchi del Concours Mondial de Bruxelles – dice – non è soltanto un grande onore per l’Armenia, ma anche un’occasione strategica di straordinaria rilevanza. In un momento in cui il nostro Paese vive una vera e propria rinascita enologica, questa opportunità ci consente di mostrare al mondo la ricchezza della nostra tradizione millenaria, la peculiarità dei nostri terroir e l’unicità delle nostre uve autoctone. È un passo decisivo per affermare il posto dell’Armenia non solo come terra naturalmente vocata al vino, ma anche come protagonista dinamica e innovativa sulla scena enologica internazionale”.

Con circa 13mila ettari di vigneti distribuiti in cinque principali regioni, l'Armenia offre paesaggi vitati che si estendono dai 400 ai 1800 metri di altitudine
vigneti in Armenia

UNA TRADIZIONE SENZA TEMPO: LA STORIA E LA RINASCITA DEL VINO IN ARMENIA

La viticoltura armena affonda le sue radici in epoche antichissime, come testimoniato da storici come Senofonte (430–354 a.C.), che parlava di “vini gustosi” nei villaggi armeni, Erodoto (484–425 a.C.), che raccontava di “botti piene di vino degli Armeni” importate in Mesopotamia, e Strabone (64 a.C.–24 d.C.), che definiva l’Armenia “una terra vasta e fertile, dove si produce un vino eccezionale”. Il Regno di Van custodiva una profonda tradizione vinicola, come attestano le iscrizioni cuneiformi che parlano di vino sacro e reale. Resti di antichi torchi e strutture vinicole sono emersi in siti archeologici come Agarak e Zvartnots, a conferma di una lunga e continua pratica enologica.
Durante il Medioevo, il vino divenne parte integrante della spiritualità cristiana armena, con riti come la benedizione dell’uva e il suo ruolo centrale nell’Eucaristia. Nemmeno il periodo sovietico interruppe questa vocazione: negli anni ’80, l’Armenia contribuiva in maniera significativa fornendo il 25% del brandy e il 3% del vino prodotti nell’URSS.
Oggi il settore vinicolo armeno sta vivendo una vera e propria rinascita, grazie all’apertura di nuove cantine che uniscono tradizione e innovazione, a importanti investimenti nei vigneti e nelle infrastrutture e all’adozione di tecnologie avanzate per ottimizzare i processi produttivi.

UN PAESE DI TERROIR UNICI E VITIGNI AUTOCTONI

L’Armenia è un luogo dove la viticoltura si esprime con autenticità e una sorprendente varietà. Con circa 13mila ettari di vigneti distribuiti in cinque principali regioni – Armavir, Ararat, Aragatsotn, Tavush e Vayots Dzor – il paese offre paesaggi vitati che si estendono dai 400 ai 1800 metri di altitudine. I suoli di origine vulcanica, uniti a microclimi diversificati e forti escursioni termiche, creano condizioni ideali per la coltivazione della vite, dando origine a vini dal carattere deciso. A conferma della sua ricchezza genetica, l’Armenia conserva oltre 350 varietà di uva autoctona, delle quali 55 sono attualmente utilizzate nella produzione vinicola. Tra le più rappresentative, Sev Areni, uva rossa di Vayots Dzor da vigneti che spesso superano il secolo di vita; Voskehat, varietà a bacca bianca, soprannominata “bacca d’oro” per l’eleganza e la longevità; Kangoun, uva bianca duttile, resistente e adattabile a diversi terroir; Haghtanak, dal colore rubino, con profumi di ciliegia e mora selvatica; Lalvari e Banants, aromatiche varietà bianche originarie della verde Tavush.

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L’Armenia riscopre la Giusta Bodil Katharine Biørn (Gariwo 11.06.25)

Il 6 giugno 2025, nella sala maggiore di Dzidzernagapert presso l’Istituto-Museo del Genocidio Armeno (AGMI), è stato presentato il diario della missionaria norvegese Bodil Katharine Biørn tradotto dal norvegese antico e pubblicato, 110 anni dopo il genocidio armeno, con questo titolo: “Memorie di una testimone oculare: l’eredità di Bodil Katharine Biørn”. La presentazione è avvenuta alla presenza dell’ambasciatore norvegese in Armenia, Bergljot Hovland, del console onorario norvegese in Armenia, di storici armeni e stranieri, di numerosi ospiti.

L’evento si è aperto con la presentazione della mostra temporanea “Documentare il crimine: testimonianze oculari del genocidio armeno”, con una sezione speciale dedicata agli operatori umanitari norvegesi e l’esposizione di vari oggetti, tra cui gli effetti personali di Katharine Bodil Biørn.

La direttrice dell’AGMI, Edita Gzoyan, si è così espressa: “La vita, il lavoro e la missione umanitaria di Bodil Biørn sono un simbolo di testimonianza, coraggio e capacità morale. Sfidando il silenzio, Katharine ha scelto di resistere, di aiutare gli armeni e di documentare quel crimine senza nome“. Ha inoltre ringraziato il nipote della Bodil Biørn, che ha donato al museo i suoi diari, le sue lettere e i suoi oggetti personali che sono diventati una parte importante della collezione, permettendo così di trasmettere la tragedia del genocidio armeno attraverso la prospettiva profondamente umanitaria della missionaria norvegese.

Il libro contiene i diari e le memorie manoscritte di Bodil Katharine Biørn raccolti in otto volumi che coprono gli anni dal 1905 al 1934. Durante la sua missione nell’Impero Ottomano, Biørn ha documentato la vita degli armeni e il genocidio in corso con chiarezza e compassione, lasciando dietro di sé ricchi resoconti etnografici e storici.

Gli ultimi due volumi forniscono descrizioni dettagliate del suo lavoro di soccorso ai sopravvissuti ad Aleppo, con numerose fotografie, meticolosi resoconti di orfani armeni scampati al genocidio e molti dati statistici inediti.

Nel 2008 la terra tombale di Bodil Katharine Biørn era stata tumulata nel “Muro della Memoria” di Dzidzernagapert: https://it.gariwo.net/giardini/muro-della-memoria-di-yerevan/yerevan-2008-2142.html

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Hrand Nazariantz. L’Armenia di un uomo e di un poeta morto in Italia in un insegnamento di verità (Paeseitaliapress 11.06.25)

Nella sua Armenia in cammino nella diaspora, portò la cultura italiana. Con i poeti Intagliò una relazione metafisica tra scrivere e parola vissuta di un esistenzialismo tra le corde testimoniali linguistiche dentro l’Ermetismo. Hrand Nazariantz. Un viaggio in una identità mai perduta. Un solitario che insegnò la pazienza e la religiosità di un popolo che visse un destino tragico nel primo genocidio. C’è sempre un “Paradiso di ombre” che indica la via…

 

Pierfranco Bruni

“…accordami la felicità
d’essere amico dei Giusti e dei Sognatori,
e di far sorridere la primavera sulle labbra degli Amanti
e la canzone di Dio sui loro focolari deserti…”.
Cosa è stato
Hrand Nazariantz nella mia vita e in molti miei studi? È stato quel legame non solo con il mondo armeno ma soprattutto un intreccio tra un certo Oriente cristiano e gli Occidenti inquieti sul piano culturale.
Lo scrittore che portò la cultura italiana in Armenia.
La cultura italiana in Armenia ha sempre avuto un’importanza notevole. Dal mondo classico-greco al Futurismo la presenza letteraria in Armenia è stata molto formativa. Ad offrire un contributo notevole è stato Hrand Nazariantz che ha fatto tradurre molti scrittori italiani ed ha scritto saggi, da poeta, su personalità letterarie.
Tra l’Armenia e l’Italia la cultura Occidentale si intreccia con la tradizione Armena e trova nella letteratura un punto di raccordo fondamentale. Si è portato l’Armenia nel sangue. Un poeta cifra le parole sempre con il cuore. Le terre desolate o lontane. Le terre deserte o richiamanti nostalgie. La sua Armenia ha le ferite mai cucite. Ferite che diventano strozzature di cui la storia testimonia le rughe. E in questa sua Armenia cristiana che è stata devastata dai Turchi e dai comunisti ci sono anche i segni di una cultura che rimanda alla civiltà italiana.

Su questi temi ne parlo in un libro scritto, alcuni anni fa, insieme a Neria De Giovanni: Le parole per raccontare (edito da Nemapress).
Un poeta, dunque. Hrand Nazariantz. Nato a Costantinopoli l’8 gennaio del 1866 e morto il 25 gennaio del 1962 a Conversano (Bari). Giunge a Bari grazie alla cantante e ballerina Lena, ovvero, Maddalena De Cosmis di Casamassima, diventata sua sposa nel Consolato italiano di Costantinopoli nel 1913. Dopo il matrimonio arriva, come esule, a Bari. Comunque il suo interesse per la cultura letteraria italiana era nato in Armenia. Studioso di Futurismo e di quella letteratura italiana che porta i nomi di Marinetti, Govoni, Lucini, Verga, Pirandello.
Traduce in lingua armena Libero Altomare, Enrico Cardile, Torquato Tasso. Significativo resta il suo rapporto con Filippo Tommaso Martinetti. Con Marinetti intrattiene un rapporto epistolare a cominciare dal 1911 e la sua amicizia con Marinetti lo porta a scrivere un importante saggio dal titolo: “F.T. Marinetti e il futurismo”. Un saggio che resta un punto centrale nella storia critica del Futurismo e da Bari Nazariantz costituisce un punto di grande rilevanza in una lettura innovativa dei rapporti letterari tra l’Oriente e l’Occidente.
Le radici di Marinetti, la sua nascita ad Alessandria d’Egitto, sono dati di iniziale riflessione nel poeta armeno tanto che lo portano a studiare i legami mediterranei tra la letteratura armena e quella italiana in uno scavo che toccherà autori che segneranno il Novecento europeo come Ungaretti (nato anch’egli ad Alessandria d’Egitto), Ada Negri, Lionello Fiumi.
Poeti con i quali intaglia una relazione metafisica tra il suo scrivere e la parola vissuta di un esistenzialismo tagliato tra le corde di una testimonianza linguisticamente dentro l’Ermetismo.
Ma il “suo” Futurismo ha radici nella cultura certamente occidentale ma si filtra con l’esperienza di autori e di testi che si sono spesso confrontati con il Mediterraneo. Lo stesso suo saggio su Marinetti ha delle coordinate che rimandano ad una filosofia che trae la sua spirale dalla vita vissuta come avanguardia, ovvero come costante messa in discussione di quella tradizione che resta nell’espressione problematica ma si decifra nei linguaggi.
D’altronde la serata Futurista al Teatro Piccinni di Bari del 26 settembre del 1922 porta sulla scena la parola come azione partendo da una con testualità che è quella del “riflesso” dentro lo specchio parlante dei linguaggi. Ma Nazariantz sembra dividere le vie della letteratura proprio sul pianto strutturale o contestuale. Da una parte la nostalgia che diviene “dono espressivo” dall’altro il peso della parola che vive di rivoluzioni nella (e della) lingua.
Il suo intervento critico è dentro la letteratura e il più delle volte diventa un manifesto di poesia. La sua raccolta di versi del 1952 “Il ritorno dei poeti” va verso questo indirizzo che si apre al superamento di una splendida intuizione che si legge in due titoli che mostrano tutta la loro eleganza: “Paradiso delle Ombre” e “Aurora anima di bellezza”.
Certo, la sua Armenia è un cammino nella diaspora, nella nostalgia e nel sangue. Ma la sua poesia che vive di questi incroci trova nella meditazione dei “crocifissi”, ovvero nell’aurora della cristianità, la metafora più marcata di un intero viaggio umano e letterario. Ma l’Oriente resta il suo viaggio interiore. Vi rimane e permane anche quando la sua rivista “Graal” pone a confronto il senso cosmico e la tragedia come costante quotidianità del vivere. È, comunque, il paradiso metaforizzato dei fiori e del deserto che tocca i labirinti del suo esistere dentro la parola e dentro la poesia che è linguaggio dell’anima.
La sua Armenia è diaspora ma anche favola e leggenda. È il canto dell’arte trascinato nel dolore e nell’esilio. L’esilio non si consumerà e non si ritornerà dall’esilio. Chi l’esilio lo ha vissuto resterà sempre un viandante disperso e ritrovato e il poeta Nazariantz vive l’esilio come la sua vera “abitazione”. Il suo canto armeno è il canto di una Armenia solcata tra le strade dell’Occidente cristiano che non può fare a meno di confrontarsi con una storia ferita e con la nostalgia scavata nell’anima e nel pensiero.
L’esilio di Nazariantz ha il taglio: “Tu sapessi, fratello, come è triste/l’essere al mondo,/soli vivere e senza focolare,/non sapere ove poggiar la testa/e volgere la propria tristezza/verso I silenzi di Dio, camminare/stancamente senza posa, ovunque estranei…”. Il sentirsi estranei o stranieri è un sentimento che nella diaspora del viandante Nazariantz è una dimensione ontologica in cui il concetto di esilio è metafisica dell’anima in un sapere che costantemente si ripete: “…ovunque esiliati,/sapendo vana ogni ribellione/e vana ogni preghiera…”.
Versi che vivono nel sacrificio della Croce. Nazariantz ha nella sua segnatura cristiana il rapporto dialogico tra la “terra e le “stelle” in una sospensione che è religiosità verso l’aurora. Nella sua diaspora il poeta trova l’aurora superando il supplizio del buio. Così l’Oriente e l’Occidente si ritrovano nella loro archeologia della conoscenza, in quel sapere dell’anima che vive la libertà e il sogno. Ma la poesia è religione.
Nel pensare di Nazariantz sono incancellabili queste chiose: “Chi crea per l’effimero soggiace all’effimero. Il vero Poeta si distingue perché la sua vita è il migliore dei suoi poemi”. Alla ricerca di un ulissismo mai vissuto e mai volutamente cercato, senza il lascito di profezie altre, Nazariantz, pur nella sua diaspora e nel suo abitare l’esilio (zambraniano), non smette di viversi dentro la luce della spera e dell’attesa e con le rughe di una ironia che solcano i suoi passi.
La sua poesia è un misterioso incanto che si incastra nella storia di un uomo che ha vissuto l’Occidente negli scavi di un Oriente che è rimasta sempre il suo paese e la sua appartenenza. Ha portato con sé i fiori del deserto, la libertà della tradizione, la rivoluzione dell’arte come nostalgia e come gioco consapevole che l’arte vive sempre nel silenzio, nella solitudine e nella pazienza dell’anima grande che fa i poeti e gli uomini unici.
Un poeta dell’anima tra i silenzi custoditi e le voci raccolte. Un poeta metafisico che ha interpretato il futurismo con le alchimie della memoria. Ma è tutta l’anima Armena che vive nel linguaggio di Nazariantz: lo strazio, la diaspora la religiosità, l’incontro. Un viaggio in una identità mai perduta. Quella identità grazie a lui divenne in me, in tempi lontani, mosaico di civiltà. Un solitario che insegnò la pazienza e la religiosità di un popolo che visse un destino tragico nel primo genocidio di quello che venne definito mondo moderno nella civiltà della Tradizione. C’è sempre un “Paradiso di ombre” che indica la via…

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I suoni, sorsi e cose buone di ‘Karas’ a Torino: il nuovo bar armeno dove vino, cultura e musica si incontrano (TorinoCronaca 11.06.25)

“Suoni, sorsi e cose buone”, è questo il motto che accompagna il nome del Karas, il nuovo bar dalle radici armene che ha appena aperto i battenti a Torino. Un locale che promette un viaggio sensoriale tra i profumi del vino armeno, i sapori della tradizione e la musica che fa da sfondo all’esperienza. La serata inaugurale del 6 giugno è stata un successo: ogni tavolo, dentro e fuori dal locale, era occupato da clienti incuriositi e desiderosi di assaporare qualcosa di nuovo. Il tutto è stato animato dal DJ set di Luca Led, Fiore e Carmen San Pio, che hanno creato l’atmosfera perfetta per questa prima festa ufficiale.

Il Karas è il secondo punto di ristorazione in città dedicato alla cultura armena, dopo Casa Armenia, a cui è idealmente legato come una “figlia”. Ma cosa significa Karas? In armeno, il termine indica l’anfora di terracotta, usata sin dall’antichità per conservare vino e olio. Una scelta che omaggia le radici millenarie della tradizione vinicola armena, portando ora questi profumi e sapori in terra italiana. E per chi desidera prolungare l’esperienza a casa, le bottiglie di vino armeno sono anche in vendita nel locale.

Non si tratta solo di gusto: c’è anche una storia affascinante dietro. Lo sapevate che il vino armeno ha oltre 6000 anni di storia? Non è leggenda: nel 2011, una missione archeologica ha scoperto nella grotta di Areni-1, in Armenia, un’antica cantina con anfore e strumenti per la vinificazione, risalenti al IV millennio a.C.

E il cibo? Al Karas, troviamo i tolma (involtini di foglie di vite ripieni), il tabuleh, preparati con cura e ricchi di sapore e tante altre pietanze perfette da accompagnare con un calice di vino di melograno, fiore all’occhiello della casa. Lo staff, gentile e attento, ha accolto ogni cliente con calore e ha persino offerto delle crocchette di riso in omaggio come gesto di ringraziamento per la partecipazione. Un piccolo dettaglio che ha fatto sentire tutti i presenti davvero speciali.

Il Karas si trova in via Borgo Dora 30H e vi aspetta tutti i giorni (tranne il lunedì) dalle 7 del mattino a mezzanotte, con orario prolungato fino alle 2 di notte nel weekend. Un nuovo angolo d’Armenia, pronto a conquistare i palati torinesi.

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Armenia: scontro tra Stato e Chiesa: Pashinyan vuole rimuovere il Catholicos Garegin II e lo accusa di avere un figlio (I. Smirnova) (Faro di Roma 10.06.25)

La sconfitta militare contro l’Azerbaigian ha lasciato in Armenia uno strascico di tensioni non solo politiche, ma anche religiose. Il primo ministro Nikol Pashinyan ha infatti annunciato pubblicamente l’intenzione di promuovere l’elezione di un nuovo Catholicos della Chiesa apostolica armena, rimuovendo l’attuale patriarca Garegin II. Un’iniziativa senza precedenti, che apre un durissimo confronto tra il governo e la storica istituzione religiosa nazionale.

In un messaggio pubblicato su X, Pashinyan ha proposto la creazione di un “consiglio di coordinamento” incaricato di preparare l’elezione del successore. “Cari fedeli seguaci della Santa Chiesa apostolica armena – ha scritto – dobbiamo adottare misure efficaci per liberare la santa sede di Etchmiadzin e organizzare nuove elezioni per un Catholicos”. Il premier ha dichiarato che designerà personalmente i primi dieci membri del consiglio, composto da laici e religiosi, mentre l’espansione del gruppo sarà successivamente decisa dai suoi stessi membri.

Le frizioni tra Pashinyan e il patriarca hanno radici profonde, risalenti alla **Seconda guerra del Nagorno-Karabakh** nel 2020, culminata con una dura sconfitta per Erevan. Allora, **Garegin II aveva chiesto le dimissioni del premier**, accusato di aver ceduto territori e dignità. In risposta, Pashinyan ha più volte criticato il Catholicos come un ostacolo alle riforme dello Stato e della società. Le polemiche si sono intensificate nelle ultime settimane: la moglie del premier, **Anna Hakobyan**, ha definito la Chiesa un “covo di pedofili”, mentre Pashinyan ha accusato apertamente il patriarca di aver violato il voto di celibato, dichiarando che avrebbe generato un figlio.

La Chiesa ha reagito con forza, denunciando una “campagna di diffamazione” orchestrata dal governo. Molti osservatori temono un’escalation, con il rischio di una spaccatura profonda tra fedeli e istituzioni statali.

La Chiesa armena, bastione dell’identità nazionale

La crisi istituzionale coinvolge uno dei pilastri storici dell’identità armena: la **Chiesa apostolica armena**, una delle più antiche comunità cristiane del mondo, fondata – secondo la tradizione – dall’apostolo **San Gregorio l’Illuminatore** nel IV secolo. La sede patriarcale si trova a **Etchmiadzin**, considerata la culla spirituale del popolo armeno.

Il ruolo del Catholicos di tutti gli Armeni è paragonabile a quello di un Papa ortodosso, con grande influenza morale e culturale. Durante i secoli, la Chiesa ha rappresentato non solo un’autorità spirituale, ma anche un riferimento nei momenti di crisi, dalle persecuzioni ottomane fino al genocidio armeno del 1915. In epoca sovietica fu duramente repressa, ma sopravvisse come simbolo della nazione. Per questo motivo, l’interferenza diretta del governo nella sua guida è vista da molti come una violazione di un equilibrio storico delicato.

Il rischio, oggi, è che la tensione tra governo e Chiesa possa trasformarsi in una frattura interna al Paese, già provato dalle umiliazioni subite in campo militare e diplomatico. La proposta di un “concilio” laico-religioso, nominato dall’esecutivo, viene interpretata da molti esponenti ecclesiastici come un tentativo di **sottomissione politica della religione**, un’accusa che rievoca spettri autoritari.

Nel mentre, la figura di Garegin II, eletto nel 1999, resta centrale per una parte significativa della popolazione, anche se non sono mancate negli anni critiche alla sua gestione considerata troppo conservatrice e opaca. Tuttavia, mai prima d’ora un premier armeno si era spinto a mettere in discussione la sua autorità con accuse personali così gravi.

Il futuro della Santa Sede di Etchmiadzin, e forse della stessa coesione nazionale armena, sembra oggi sospeso tra passato e presente, tradizione e riforma, in uno scontro che va ben oltre la religione.

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«Il Patriarca ha avuto un figlio, deve dimettersi», l’ultimo atto della guerra tra il premier Pashinian e il leader armeno Karekin II (Il Messaggero)

Il premier armeno vuole cacciare il capo della Chiesa: “Ha procreato” (Agenzia Nova)

Dal gin armeno agli amari vietnamiti: 12 prodotti insoliti da provare nei cocktail quest’estate (Forbes 10.06.25)

Un tempo era facile: il gin veniva dall’Inghilterra, il whisky dalla Scozia, il rum dai Caraibi. Ma nel 2025, tra cambiamento climatico, globalizzazione e nuove rotte di mercato, queste appartenenze geografiche contano sempre meno. Il mondo dei distillati e dei liquori si è aperto a territori impensati fino a pochi anni fa, portando nei bicchieri di bar e cocktail bar prodotti artigianali provenienti da Asia, Europa dell’Est, Medio Oriente e Sud-est asiatico.

Abbiamo selezionato dodici bottiglie insolite – alcune nuove, altre già in crescita – che riscriveranno la mappa della miscelazione estiva: rum dalla Thailandia, whisky italiani, gin armeni, vermouth francesi e amari vietnamiti che entreranno nelle carte cocktail e nelle sperimentazioni dei bartender più attenti.

Shakara– Rum dalla Thailandia

Shakara è un rum thailandese premium, prodotto nella provincia di Nakhon Pathom, a ovest di Bangkok, da canna da zucchero locale. Invecchiato per dodici anni in botti ex-bourbon, senza zuccheri aggiunti né coloranti, è un distillato che racconta la potenza del clima tropicale: caldo e umido, capace di accelerare l’invecchiamento e concentrare gli aromi. Al naso emergono note di mango, papaya, fico fresco, miele, caramello, mentre al palato si mescolano legni ben integrati, accenti di mandorla, toffee e una lieve traccia medicinale.

Segretario di Stato – Whisky italiano

La storica distilleria Poli di Schiavon, nel cuore del Veneto, ha lanciato un whisky di puro malto d’orzo chiamato “Segretario di Stato”, ottenuto da lotti artigianali e maturato in botti di rovere prima di un affinamento finale in botti di Amarone. Il risultato è un distillato che unisce la potenza del malto torbato alle note fruttate e vellutate del grande vino veneto, con accenti di frutta secca, cioccolato, uvetta e spezie affumicate. Questo whisky rappresenta una delle prime proposte italiane a inserirsi con autorevolezza nel mondo della miscelazione, perfetto per un Manhattan, un Old Fashioned o anche per nuove creazioni d’autore.

Mother Mesccia – Rum bianco del Principato di Monaco

Mother Mesccia è il risultato di un progetto che recupera la storia della “mesccia” monegasca del Seicento, quando i porti di Montecarlo ricevevano rum caraibico da miscelare con vermouth e Marsala. Oggi il prodotto nasce da canna da zucchero haitiana (la varietà Crystalline), distillata una prima volta ad Haiti e poi nuovamente a Monaco, presso La Distillerie de Monaco. Il risultato è un rum bianco vibrante e fruttato, con note vegetali e agrumate che lo rendono perfetto per un Daiquiri

Déjà-vu Oriental Aperitif – Francia

Déjà-vu è un aperitivo francese ispirato ai profumi e alle spezie orientali, pensato per accompagnare creazioni miscelate raffinate. Il blend aromatico comprende cardamomo, pepe rosa, zenzero, pompelmo, pesca e miele, offrendo un profilo fresco, speziato e avvolgente. Ideale per Spritz alternativi o semplicemente come base per highball con soda e agrumi. Un prodotto che aggiunge eleganza e profondità ai cocktail estivi.

Yeranos – Distillati di frutta dall’Armenia

Fondata nel 2022 da Davit Arakelyan, Yeranos è una giovane distilleria armena che si è rapidamente affermata nel panorama dei distillati artigianali di alta qualità. Situata nel villaggio di Lanjazat, nella regione di Ararat, l’azienda prende il nome dal vicino Monte Yeranos e dal bacino idrico di Azat, simboli della purezza e della ricchezza naturale del territorio armeno. Yeranos produce una gamma di otto distillati di frutta, ciascuno ottenuto da un singolo ingrediente: albicocca, mela, prugna nera, pesca, uva, fico, corniolo e mela cotogna. La lavorazione avviene attraverso una doppia distillazione senza l’aggiunta di additivi, utilizzando acqua di sorgente trattata proveniente dal Monte Garni per ottenere un profilo morbido e bilanciato.

Tra questi, spicca il distillato di albicocca, realizzato con la varietà Shalakh, nota anche come Yerevani. Questa albicocca, simbolo dell’Armenia, è apprezzata per la sua polpa succosa e il sapore dolce e intenso. La sua coltivazione è diffusa nelle regioni di Tavush e nella Valle dell’Ararat, dove il clima secco e soleggiato favorisce lo sviluppo di aromi complessi e una maturazione ottimale.

Kavalan Whisky – Taiwan

La distilleria Kavalan, nella contea di Yilan, Taiwan, ha conquistato rapidamente il palcoscenico internazionale grazie alla qualità dei suoi single malt. Il clima caldo e umido di Taiwan accelera i processi di invecchiamento, concentrando aromi intensi e complessi. Tra i più apprezzati, il Kavalan Classic offre note di mango, vaniglia, miele e cocco, con una texture vellutata e un finale fresco.

May Amaro – Vietnam

Prodotto dalla Song Cai Distillery in collaborazione con una guaritrice della comunità Red Dao, May Amaro combina quindici botaniche vietnamite – tra cui sarsaparilla, angelica, cacao, tè nero e tarassaco – su una base di spirito distillato da riso e melassa. Addolcito con miele locale, offre un naso erbaceo e pepato, un palato complesso e un finale lungo e affumicato. Perfetto per reinterpretazioni del Negroni o come protagonista in drink amaro-tonici estivi.

Vogis Gin – Armenia

Vogis Gin è un gin artigianale nato a Yerevan, frutto di una ricetta di famiglia risalente agli anni ’80, riscoperta e reinterpretata dalle nuove generazioni della famiglia Yavruyan. Il nome “Vogis” significa “spirito” in armeno, a sottolineare il legame profondo con le radici culturali del Paese. La produzione di Vogis Gin si distingue per l’attenzione alla qualità e alla tradizione: ogni botanica viene distillata separatamente in alambicchi di rame, per poi essere assemblata con cura. Tra gli ingredienti utilizzati troviamo ginepro armeno, semi di coriandolo, tè Earl Grey, lemongrass, rosa canina, basilico,. Il risultato è un gin dal profilo aromatico complesso e armonioso, che unisce note erbacee, floreali e fruttate. Vogis Gin è disponibile in tre varianti: Classic Dry, Peach e Wild Cherry.

Nijitaki Japanese Gin – Giappone

Nijitaki Japanese Gin è un gin giapponese realizzato con alcol di riso e ingredienti di altissima qualità, tra cui botaniche accuratamente selezionate che riflettono la ricchezza del terroir giapponese, come yuzu, kabosu, amanatsu, shikuwasa, pepe di Sichuan e foglie di tè. Al naso è estremamente profumato, con sentori di agrumi e litchi che apportano un tocco di freschezza. Al palato è complesso e agrumato, con note di pera, anice, pepe e un leggero tocco erbaceo in sottofondo. Termina in un finale lungo, fresco ed elegante.

Votanikon Gin – Grecia

Votanikon Gin è un gin greco che celebra la ricchezza botanica del territorio ellenico. Prodotto con 20 botaniche autoctone, tra cui ginepro, sideritis (tè di montagna greco), basilico, zafferano, salvia, camomilla e mastiha, offre un profilo aromatico distintivo e complesso. Al naso si percepiscono note erbacee e floreali, mentre al palato emergono sentori agrumati e speziati, con un finale morbido e persistente. Ideale per un Gin Tonic con un tocco mediterraneo, magari guarnito con olive greche.

Fundador Brandy de Jerez – Spagna

Fondato nel 1730 a Jerez de la Frontera, Fundador è il più antico produttore di brandy in Spagna e ha svolto un ruolo pionieristico nella creazione del Brandy de Jerez. Nel 1874, Pedro Domecq Loustau introdusse il primo brandy spagnolo commercializzato con il nome “Fundador”, stabilendo un nuovo standard per i distillati spagnoli.

Il brandy Fundador è prodotto principalmente da uve Airén e Palomino e viene invecchiato utilizzando il tradizionale sistema Solera in botti di rovere americano precedentemente impiegate per l’affinamento di vini sherry come Fino, Amontillado e Oloroso . Questo processo conferisce al brandy un colore dorato intenso e un profilo aromatico complesso, con note di frutta secca, vaniglia e spezie dolci. Negli ultimi anni, Fundador ha ampliato la sua gamma con la linea “Supremo”, che comprende espressioni invecchiate in botti che hanno contenuto vini sherry di alta qualità.

Santa Spina – Distillato di pala di fico d’India dalla Sicilia

Santa Spina è un distillato innovativo creato dalla Distilleria Giovi, situata a Valdina, in provincia di Messina. Questo distillato unico è ottenuto dalla pala del fico d’India, una pianta originaria del Messico centrale, introdotta in Sicilia nel XVI secolo, dove è diventata parte integrante del paesaggio e della cultura locale. Santa Spina rappresenta un omaggio alla resilienza e alla versatilità del fico d’India, utilizzando le sue pale carnose per creare un distillato che unisce tradizione siciliana e ispirazione dalle acquaviti di agave come tequila e mezcal.

La produzione avviene mediante una distillazione lenta e artigianale in alambicchi discontinui alimentati a legna, seguendo la filosofia della Distilleria Giovi di valorizzare le materie prime locali e i metodi tradizionali. La gamma di Santa Spina comprende tre espressioni: Cruda un distillato puro e trasparente, Riposata, affinata per un breve periodo, offre un profilo più morbido e rotondo e Fumigata, una versione affumicata che richiama i profili sensoriali del mezcal, con note torbate e un carattere deciso.

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Mosca: “Il Nagorno-Karabakh è territorio azero”. (Sardegnagol 10.06.25)

“Mosca conferma il proprio riconoscimento del Nagorno-Karabakh come parte integrante dell’Azerbaigian”. A chiarirlo è stata la portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova.

“La Russia riconosce ufficialmente questa regione come territorio dell’Azerbaigian”, ha dichiarato Zakharova all’agenzia TASS.

Quaderno armeno. Hotel Praha, Yerevan (Gariwo 10.06.25)

La sorpresa è dietro l’angolo o la pagina, in questo che dovrebbe essere un tranquillo diario di viaggio di una studentessa italiana amante della musica, melomane del canto e della musica sacra armena. Certamente un interesse raro, ma con un oggetto meraviglioso che si può accostare solo se vivente, interpretato da voci armene in Armenia.

Così, Sara, studentessa italiana ventenne, parte per un pellegrinaggio di una settimana a Yerevan, equipaggiata di cellulare e registratore su cui immortalare Sharakan, Alagyaz, Gha Gha, musica liturgica, musica popolare e profana, ma creatrice di una ispirazione mistica, antica e profonda.

La narrazione corre al tempo presente, anche se nella realtà biografica della narratrice avviene ventidue anni prima e l’Hotel Praha nel quale la ragazza casca nella sua giovanile ingenuità è un albergo di rifugiati sfollati da Hadrut, città del Nagorno-Karabakh, dove nel 2003 esplode di nuovo la persecuzione azera contro la cultura e la vita armena.

Siamo ad una svolta drammatica di un lungo, tragico conflitto rimasto celato all’opinione pubblica internazionale. La protagonista è avvolta, conquistata, catturata dall’accoglienza della famiglia armena che la ospita, ma che le impedisce ogni iniziativa indipendente. Superata questa frustrante condizione, riesce a districarsi nella rete di appuntamenti con le personalità religiose armene esperte della musica e della tradizione locale. Anche il lettore viene avvolto dall’atmosfera magica della città, dei quartieri, delle opere d’arte urbane e suburbane e dalle prospettive su una natura rigogliosa.

Le giornate di Sara sono dedicate alla musica, obiettivo centrale del viaggio, e attorno a questo fulcro narrativo si dipana una dialettica serrata fra il sé in formazione della giovane donna italiana e l’altro armeno ospitante, costretto dall’oppressione all’amputazione della sua identità. Fra i due poli, il sé e l’altro, si svolge un gioco di specchi che conduce al reciproco riconoscimento, alla possibilità del dono fra soggetti liberi dai pregiudizi.

Allora, la fotografia della natura scopre la fonte della bellezza del canto monodico che apre l’animo alla contemplazione estatica dell’assoluto. I volti delle persone amiche trasfigurano al canto liturgico. Le voci filtrano sorprendenti squarci di luce dalle pagine di una scrittura gentile, matura, comprensiva.

Nel cuore della chiesa armena di Echmiadzin si accede ad una cattedrale di suoni: terra d’Armenia, non solo terra delle pietre urlanti ma canto di voci danzanti.

“Cerco quel suono che è intuizione, che sotto la pelle dissoda, scava in una memoria comune, dona una radicamento poetico, una trascendenza immanente, che eleva mentre mette radici.” (p. 121) Chiude il capitolo 14 la citazione di François Colosimo: “Il canto è la forma della tua preghiera. E’ la tua libertà”.

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