Trasformano un’ex cascina abbandonata di Milano in un bistrot: storia del Nuovo Armenia (Gambero Rosso 16.07.25)

Dergano, zona nord di Milano, c’è Nuovo Armenia, un’associazione di promozione sociale che da anni lavora per trasformare un luogo abbandonato in uno spazio culturale, partecipato e inclusivo. Proprio per questa capacità di coniugare cultura, rigenerazione e inclusione, Nuovo Armenia è stata recentemente protagonista della quinta puntata della serie Giorgione: Insieme è più buono, in onda su Gambero Rosso TV. La serie racconta realtà agricole e sociali italiane che si avvalgono della collaborazione di persone con disabilità.

Il progetto

L’associazione ha preso vita nel 2016 grazie all’assegnazione dopo un bando pubblico da parte del Comune di uno spazio allora in disuso, un’ex cascina, situato all’interno di un parco urbano. Da quel momento, Nuovo Armenia ha avviato un percorso di rigenerazione dal basso, restituendo alla città un bene comune dove oggi convivono cinema, orto sociale, bistrot e attività culturali pensate per una comunità ampia e diversificata.

Il progetto si fonda su una visione plurale della cultura e della socialità. Il nome stesso — Nuovo Armenia — è un omaggio alla storica Armenia Films, fondata da Johannes H. Zilelian nel 1917, proprio tra Dergano e Bovisa (quartieri di Mialno). Oggi come allora, il cinema è al centro del progetto: Nuovo Armenia promuove le cinematografie contemporanee di Africa, Asia e America Latina, proponendo film in lingua originale con sottotitoli in italiano e aprendo uno sguardo attento su produzioni spesso poco rappresentate nei circuiti mainstream.

I volontari

Accanto alla programmazione cinematografica, Nuovo Armenia porta avanti un’attività viva e concreta di inclusione sociale. Nel giardino dell’associazione, infatti, si coltiva un orto e si lavora quotidianamente per rendere lo spazio sempre più accogliente e accessibile.

Tra i soci volontari c’è anche Paolo, uno dei tanti ragazzi con disabilità che partecipano attivamente alla vita dell’associazione. Si occupa della corretta raccolta differenziata, accoppia le sedie colorate ai tavoli, contribuisce con cura e attenzione alla gestione del bistrot. Il suo impegno è uno dei tanti esempi di come Nuovo Armenia metta in pratica un’idea di inclusione concreta e quotidiana, lontana dalla retorica e fondata sul valore delle relazioni.

Durante la puntata, si è raccontata la storia dell’associazione, si è mostrata la vita quotidiana dell’orto e del bistrot diffuso tra il portico e il giardino, e si è dato spazio ai volti di chi rende possibile tutto questo, tra cui anche Paolo e altri volontari disabili.

Giorgione e i ragazzi

Il momento più emozionante della puntata è stato il finale, quando Giorgione ha cantato insieme ai ragazzi dell’associazione, regalando un momento di festa e condivisione che ben rappresenta lo spirito di Nuovo Armenia. Un luogo in cui la cultura si intreccia con la comunità, dove le differenze diventano risorse, e dove ogni gesto contribuisce a costruire un’idea diversa di spazio pubblico e di società.

A chi passa da Milano, una visita a Nuovo Armenia non è solo un’occasione per godersi un buon film o una cena all’aperto, ma anche per scoprire un’esperienza autentica di rigenerazione urbana, partecipazione e inclusione. Tutto il ricavato dei proventi del bar e del bistrot viene reinvestito all’interno dell’associazione.

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Capri, rubato orologio Richard Mille da oltre 200mila euro a politico britannico – armeno in vacanza (Fanpage 14.07.25)

È quello che si definisce “colpo grosso”, il furto accaduto a Capri, in via Camerelle, uno dei posti più centrali e mondani dell’isola Azzurra, la strada delle botteghe artigiane e delle grandi griffe. Lì il britannico Ara Darzi, 65 anni, esponente della Camera dei Lord del Regno Unito ed ex sottosegretario alla Sanità nel governo laburista di Gordon Brown si è visto strappare dal polso il suo prezioso orologio da due uomini che lo hanno aggredito per strada.

L’esponente della camera alta del Parlamento del Regno Unito, barone britannico-armeno, era sull’isola per una vacanza in Italia e stava trascorrendo qualche giorno di vacanza a bordo di uno yacht ormeggiato nelle acque di Capri, di cui è un frequentatore. I criminali – secondo quanto si appreso –  si sono allontanati a piedi correndo lungo la discesa che porta verso la panoramica via Krupp. La vittima della rapina non ha subito fortunatamente danni fisici. L’allarme è scattato subito: sul posto sono intervenuti i carabinieri della stazione di Capri e la Polizia municipale. I militari hanno acquisito i filmati delle telecamere di sorveglianza della zona per tentare di identificare i responsabili. Le ricerche dei due  – descritti come giovani – proseguono su tutto il territorio isolano.

Lo scippo del prezioso orologio Richard Mille RM 07
Il danno è rilevante, poiché si tratta di un orologio Richard Mille RM 07 e l’azienda svizzera di Les Breuleux produce accessori costosissimi, non alla portata di tutti. In particolare, il costo di un orologio serie RM 07 – che hanno tantissime varianti – varia da un minimo di 100mila a poco meno di 2 milioni di euro. Il prezzo ovviamente dipende in questi casi dal materiale usato per la realizzazione e da eventuali “extra” chiesti dai clienti. L’orologio rubato ad Ara Darzi valeva oltre 200mila euro, qualcuno dice anche 300mila: una stima è complicata da fare senza conoscerne gli esatti componenti e gli eventuali preziosi inseriti su quadrante o cinturino.

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Chi è Ara Warkes Darzi, il barone Darzi di Denham
Ara Warkes Darzi, barone Darzi di Denham, unchirurgo e accademico britannico di origini armene, è nato a Baghdad nel 1960. È cresciuto in Iraq da una famiglia sopravvissuta al genocidio armeno, si è trasferisto in Irlanda a 17 anni per studiare Medicina al Royal College of Surgeons, dove si è laureato nel 1984, ottenendo un dottorato di ricerca al Trinity College di Dublino. Negli anni Novanta si è poi stabilito nel Regno Unito, dove è diventato uno dei pionieri della chirurgia mini-invasiva e robotica. Dal 1996 è professore di chirurgia all’Imperial College di Londra.

È stato insignito del titolo di Cavaliere dell’Ordine dell’Impero Britannico nel 2002 e nominato pari a vita nel 2007 con il titolo di barone Darzi di Denham. Tra il 2007 e il 2009 ha ricoperto l’incarico di sottosegretario alla Salute nel governo britannico, contribuendo a una revisione del Servizio sanitario nazionale. Oggi dirige l’Institute of Global Health Innovation dell’Imperial College e partecipa a numerosi progetti internazionali legati all’innovazione sanitaria.

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Armenia: l’azzardo di Pashinyan contro la Chiesa (Settimananews 14.07.25)

La Repubblica di Armenia è stata recentemente scossa dall’arresto di due vescovi della Chiesa Apostolica Armena che hanno fatto seguito ad alcune accuse pubbliche del premier Nikol Pashinyan al Catholicos Karekin II. Una inedita e dolorosa spaccatura nel cuore della piccola e antica Repubblica della quale abbiamo parlato con Aldo Ferrari, professore ordinario presso il Dipartimento di Studi sull’Asia e sull’Africa Mediterranea dell’Università Ca’ Foscari di Venezia.

  • Il 25 giugno scorso è stato arrestato mons. Bagrat Galstanyan e una quindicina di sodali: tutti accusati di preparare un colpo di stato per il 21 settembre prossimo (Festa per l’indipendenza). Pochi giorni dopo è stato arrestato un secondo vescovo, Mikavel Ajapahian. Accuse gravi e pratiche poliziesche inconsuete, per quali motivi?

Per rispondere alla domanda serve una premessa. L’arresto dei due vescovi è una novità clamorosa, in particolare in Armenia, un Paese che considera ancora oggi la Chiesa la sua istituzione più rappresentativa, ed è un sentimento che unisce tutti, anche i meno praticanti. Per questo motivo, l’arresto di due vescovi nel contesto dell’Armenia post sovietica è un fatto del tutto inaudito.

Bisogna dire che l’opposizione politica alla leadership di Nikol Pashinyan – che da sette anni ormai governa l’Armenia – sta facendo molta fatica a organizzarsi. Lo scontento diffuso non trova figure capaci di coalizzare consenso su una proposta politica alternativa. L’anno scorso il vescovo Galstanyan è riuscito a raccogliere in piazza molte persone per protestare contro la politica di Pashinyan e in particolare contro la consegna di alcuni villaggi sulla frontiera armeno-azera all’Azerbaigian. È stata la prima prova forte di opposizione in questi anni e da allora – pur non essendo riuscito a diventare una figura di riferimento per tutta l’opposizione – Galstanyan ha continuato ad avere di fatto una posizione politica esposta.

  • L’attuale primo ministro si è schierato apertamente anche contro il Catholikos Karekin II, chiedendo le sue dimissioni per indegnità morale (a fine maggio) e contrasti politici. Quali sono le ragioni?

In effetti, l’arresto ha fatto seguito a un altro fatto clamoroso: le accuse rivolte da Pashinyan al Catholicos della Chiesa Apostolica Armena, Karekin II. Tali accuse pubbliche, insieme all’arresto dei due vescovi, credo consentano di parlare di una svolta autoritaria, illiberale, repressiva di Pashinyan.

Sullo specifico delle accuse mosse a Karekin non ho elementi per sapere se siano fondate o meno. Ma Pashinyan ne sta facendo un uso politico. Se fossero vere riguarderebbero fatti a lui noti da decenni, che però vengono rivelati solo adesso, proprio mentre l’insoddisfazione popolare verso l’attuale leadership è forte e ci si avvicina alle elezioni e la Chiesa sembra essere rimasta l’unico soggetto in grado di aggregare consenso e forze contro il leader, divenendo il suo principale oppositore politico.

  • La sconfitta militare armena davanti all’esercito dell’Azerbaigian, peraltro foraggiato dalla Turchia, con la perdita dell’enclave armena del Nagorno Karabakh (2020-2023) è ancora oggetto di aspro scontro interno. Che ruolo gioca la Chiesa?

La Chiesa, da un lato, ha criticato nella stessa figura del Catholicos Karekin II la leadership di Pashinyan. È stato sotto il governo di Pashinyan che l’Armenia ha perso la guerra del Karabakh e presumibilmente ha perduto per sempre questa regione, dove tutto parla di Armenia, a cominciare dai suoi bellissimi monasteri. La Chiesa ha messo Pashinyan davanti alle sue responsabilità politiche e militari.

Politiche, perché non è riuscito a evitare la guerra pur sapendo che l’Azerbaigian voleva provocarla; ma anche militare, per come poi ha gestito la guerra, non rafforzandosi per affrontare un esercito – quello di Baku – ormai di gran lunga più forte e più moderno. Le critiche della Chiesa hanno riguardato anche le precarie condizioni degli esuli armeni della regione del Karabakh, fuggiti e insediati in Armenia e usciti di fatto dall’interesse del Governo di Pashinyan. Così facendo, la Chiesa armena si è fatta voce dello scontento di tanti.

  • Le è possibile tratteggiare le ragioni, le alleanze interne e i sostegni internazionali che contrappongono le mire politiche di Bagrat Galstanyan e del primo ministro Nikol Pashinyan?

Pashinyan ha chiaramente un progetto politico. È andato al potere in modo che potremmo definire un po’ populista, gridando contro la corruzione diffusa nel Paese. Non saprei dire se ha combattuto la corruzione, ma ha arrestato un po’ di leader delle precedenti amministrazioni che evidentemente avevano rubato. Ma soprattutto, ha voluto allontanare l’Armenia dallo storico legame con Mosca, che creava senza dubbio una dipendenza economicamente e politicamente gravosa, ma che garantiva all’Armenia una protezione sicura. Con la sua politica filo-europea e filo-occidentale, molto popolare tra le giovani generazioni, Pashinyan ha di fatto consegnato il Paese all’aggressione azera del 2020-2023. E questo è senza dubbio motivo di grandi critiche al suo Governo.

galstanyan

L’arcivescovo apostolico armeno Bagrat Galstanyan

L’arcivescovo Galstanyan, così come come Karekin, sono senza dubbio più vicini alla tradizionale posizione che vede nella Russia la principale e l’unica protezione dell’Armenia. L’Armenia si trova geograficamente schiacciata tra due Paesi nemici – la Turchia e l’Azerbaigian –, con la Russia più a Nord. Si colloca dunque in un contesto geopolitico nel quale affidarsi all’Europa e agli USA è quantomeno velleitario. Infatti, nessuno in Occidente si muove per difendere concretamente l’Armenia. È una cosa che mi addolora molto dire, ma l’Armenia è il Paese mondiale a più forte rischio quanto alla sua esistenza geografica … La Turchia è il Paese erede di quello che un secolo fa ha compiuto il genocidio degli armeni, mai riconosciuto; e l’Azerbaigian è un Paese turco e musulmano, enormemente più forte, dove sempre più spesso nel discorso pubblico e ufficiale il territorio dell’attuale Repubblica di Armenia viene definito Western Azerbaigian. Esiste dunque a Baku una pretesa territoriale esplicita sull’intero spazio geopolitico dell’Armenia, la quale è un vaso di coccio tra due Stati ostili e strapotenti.

  • In un intervento in Svizzera nel maggio scorso il Catholicos Karekin ha denunciato come «pulizia etnica» il forzato allontanamento di 100.000 armeni dal Karabakh. Vi è un richiamo all’oltre un milione di vittime del genocidio avvenuto sulla popolazione armena in Turchia all’inizio del Novecento?

Tutti gli armeni, sia in patria sia nella diaspora, hanno sempre in mente l’immane tragedia del genocidio operato dai turchi. Quanto subito di recente nello scontro con l’Azerbaigian è totalmente diverso. C’è stata una guerra per il possesso di un territorio sul quale l’Armenia aveva più ragioni storico-culturali e l’Azerbaigian più ragioni giuridiche e dove ha deciso la forza politica, militare ed economica. Tutti gli armeni del Nagorno-Karabakh sono tecnicamente fuggiti – non sono stati nemmeno sfollati – perché avevano a ragione paura di quanto avrebbero potuto subire. Non si può parlare di genocidio o di massacro e neanche in senso tecnico di espulsione.

Dev’essere chiaro però che sono fuggiti tutti e che non c’era nessuna ragionevole soluzione alternativa. Perché l’Azerbaigian non è uno Stato di diritto, non è un Paese normale. L’Azerbaigian è una dura, brutale dittatura, che sta agli ultimi posti per le libertà politiche e di espressione. La speranza per gli armeni di sopravvivere e vivere in pace in uno stato azero non esisteva. La loro fuga nasce dunque dal timore fondato di un altro genocidio a opera questa volta dei turchi dell’Azerbaigian.

Non vorrei sembrare drammatico, ma non conosco altri Paesi al mondo altrettanto a rischio di esistenza come la Repubblica di Armenia. L’unico caso simile, se vogliamo, è quello di Israele dato che alcuni tra i Paesi vicini esprimono il desiderio della sua eliminazione. Ma con una colossale differenza tra la forza di Israele – che è anche una potenza nucleare – e quella dell’Armenia. Mentre nessuno oggi può realisticamente cancellare Israele, per l’Armenia non si può dire altrettanto. Le pretese territoriali dell’Azerbaigian sul territorio armeno – che sono potenzialmente genocidarie – sono espresse a livello ufficiale, come è possibile verificare sui siti ufficiali del Paese.

  • Quali sono gli interessi russi nella questione? Che ruolo riveste l’oligarca russo-armeno Samvel Karapetyan? La Chiesa ortodossa russa può avere un compito?

Anche in questo caso serve una premessa storica. La piccola Repubblica armena che oggi esiste, e che è solo un decimo della grande Armenia storica pian piano sgretolata da una serie di invasioni straniere, esiste perché l’impero russo ha liberato quei territori dall’impero persiano all’inizio dell’Ottocento. Da allora, fino a Pashinyan, i rapporti tra Armenia e Russia sono stati molto positivi. Si è creato un rapporto fra diseguali, dove il più piccolo è protetto dal più grande ma interagisce bene a livello politico, economico e culturale. Insomma, c’è stata una lunga storia di collaborazione da cui traevano beneficio entrambi. I russi avevano un alleato amico, fedele e laborioso ed economicamente utile, come l’Armenia. E l’Armenia era protetta sul suo territorio dalla forza della Russia.

Con l’ascesa al potere di Pashinyan – evento sgradito a Putin, avendo scacciato un presidente strettamente legato a Mosca – questa storia si è interrotta. La prova della consunzione di questo rapporto la si è avuta nel 2020, quando l’Azerbaigian ha attaccato e rapidamente occupato il Nagorno-Karabakh: non lo avrebbe fatto se non fosse stato in qualche modo rassicurato dalla Russia. Cosa che prima dell’avvento di Pashinyan sarebbe stata del tutto inconcepibile. I rapporti tra Russia e Armenia si sono poi ulteriormente allentati per gravissimi errori politici di Pashinyan, il quale ha fatto scelte che un Paese piccolo come l’Armenia non avrebbe potuto permettersi. Ad esempio, l’adesione alla Corte internazionale dell’Aja (oggi Putin dovrebbe essere arrestato in Armenia…), e un’esercitazione congiunta con l’esercito degli Stati Uniti. Insomma, provocazioni del tutto inaccettabili per Mosca.

Non c’è dubbio che la Russia desidererebbe un cambiamento di rotta da parte dell’Armenia. Ma se la sua unica arma è un appoggio indiretto alla Chiesa o a qualche oligarca arricchito in Russia, significa che l’azione di Mosca non è poi così convinta. Forse è più un auspicio di cambiamento davanti al crollo del consenso di cui gode Pashinyan: nel 2018 era superiore all’80 per cento, oggi è al 20. Chi oggi lo sostiene ancora lo fa soprattutto per timore del ritorno del vecchio personale politico corrotto legato a Mosca.

  • Il ruolo di custode della memoria nazionale della Chiesa armena può essere messo in discussione dall’attuale tensione politica?

Pashinyan sta tentando un’operazione di una gravità enorme: vuole provocare le dimissioni forzate di Karekin per avere un nuovo Catholicos più vicino alle sue posizioni. Sarebbe un’azione di natura «sovietica». È possibile che Karekin si trovi alla fine costretto alle dimissioni e questa per la Chiesa armena sarebbe una sconfitta. Ma lo sarebbe anche per lo Stato armeno, perché ottenuta attraverso un sistema che offende i sentimenti religiosi e la tradizione spirituale della grande maggioranza del popolo. Karekin dovrà in ogni caso rispondere delle accuse che gli sono state mosse. Ma dovrà farlo – dovrebbe farlo – in altra sede.

  • Rispetto all’Armenia e ai suoi 3 milioni di abitanti che peso hanno i 9 milioni di armeni della diaspora nell’attuale conflitto interno?

La diaspora armena ha un grande ruolo nella vita della Repubblica. Tutti gli armeni della diaspora si sentono legati a questo piccolo pezzo di madrepatria ancora esistente. La diaspora ha sostenuto in modo generoso la piccola Repubblica armena, che diversamente non sarebbe in grado di vivere, circondata com’è da nemici, così piccola e senza sbocchi sul mare. Non ha però possibilità di intervenire attivamente nella politica locale, perché non vota. Ciò che la diaspora può fare è molto limitato. Per ora arrivano inviti a ricucire questa spaccatura gravissima che espone la Chiesa al ludibrio e il Paese a una frattura rischiosa. Ma politicamente i giochi si fanno a Erevan.

Purtroppo di tutto questo sui giornali italiani è molto difficile trovare traccia. Benché tra Italia e Armenia ci siano buoni rapporti, perché l’Armenia è terra di grandi pellegrinaggi religiosi e di forte interesse culturale, manca un vero interesse politico e mediatico. Questo non dipende solo dal fatto che l’Armenia è un Paese piccolo e lontano. Dipende soprattutto dal fatto che l’Italia ha fortissimi interessi economici in Azerbaigian, che da anni è il nostro principale fornitore di gas e petrolio. L’Azerbaigian è anche un mercato molto ambito per l’industria del lusso e dunque l’Italia preferisce non parlare della vicenda armena. I nostri politici non ne parlano; alcuni affermano addirittura che la vittoria azera in Nagorno-Karabakh ha restaurato il diritto internazionale. La non volontà politica determina il fatto che i giornali non se ne occupino.

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Von der Leyen e Costa: “Armenia sulla buona strada nel processo di integrazione europea” (Eunews 14.07.25)

“Quando ci siamo incontrati qui l’anno scorso, ho detto che l’Europa è al fianco dell’Armenia. Le relazioni tra Europa e Armenia sono ora più strette che mai. Abbiamo un ambiziosa agenda di partenariato e il nostro piano di resilienza e crescita per l’Armenia, che dimostra la profondità dell’impegno europeo”. ha dichiarato von der Leyen

Bruxelles – Oggi (14 luglio), la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio europeo António Costa hanno incontrato il Primo Ministro armeno Nikol Pashinyan per riaffermare e far progredire la crescente cooperazione tra l’Unione europea e l’Armenia.

Durante l’incontro a Bruxelles, i leader hanno accolto con favore il recente accordo politico sul testo dell’Agenda del Nuovo Partenariato Ue-Armenia, una pietra miliare nel loro comune impegno ad approfondire i legami. Hanno inoltre preso atto “con soddisfazione” dei progressi nel processo di liberalizzazione dei visti e della recente legge armena sull’avvio del processo di integrazione europea, hanno annunciato Ursula von der Leyen e António Costa.

Inoltre, l’Ue ha ribadito il suo forte impegno a sostenere la resilienza e lo sviluppo a lungo termine dell’Armenia. Nell’ambito della strategia Global Gateway, gli investimenti dell’Ue in Armenia dovrebbero raggiungere i 2,5 miliardi di euro, favorendo la crescita inclusiva e l’interconnessione. Il Piano di resilienza e crescita da 270 milioni di euro, annunciato nell’aprile 2024, ha incrementato del 50 per cento i finanziamenti dell’Unione all’Armenia. Con 200 milioni di euro di assistenza a fondo perduto e 70 milioni di euro di finanziamenti a costo zero per incentivare gli investimenti, Bruxelles continua a sostenere il programma di riforme socio-economiche dell’Armenia, una più stretta cooperazione settoriale e investimenti nei settori dell’energia, dei trasporti e del settore privato.

In questo ambito, l’Ue ha ribadito il suo sostegno all’iniziativa Crossroads of Peace dell’Armenia, volta a promuovere la connettività e la riconciliazione regionale. Von der Leyen e Costa hanno inoltre riconosciuto i “continui sforzi dell’Armenia per promuovere la stabilità nel Caucaso meridionale”, in particolare attraverso il costante impegno nei colloqui di pace con l’Azerbaigian e i passi verso la normalizzazione delle relazioni con la Turchia. I leader hanno inoltre sottolineato l’importanza della possibilità di includere l’Armenia nelle iniziative regionali ed economiche dell’Unione Europea, in particolare nel quadro della Strategia del Mar Nero.

Sulla questione, von der Leyen ha sottolineato che “il progetto di trattato di pace con l’Azerbaigian è un momento cruciale. Chiude decenni di ostilità. Spero che il trattato possa essere firmato al più presto. Siate certi che l’Europa continuerà ad aiutarvi nel vostro cammino”.

Le discussioni sulla sicurezza sono state ugualmente importanti. I leader hanno accolto con favore l’avvio delle consultazioni Ue-Armenia in materia di sicurezza e difesa. Tra essi problemi di sicurezza che riguarda la manipolazione e l’interferenza dell’informazione dall’estero, la disinformazione e le minacce informatiche; l’Ue ha proposto di collaborare con l’Armenia per valutarne le esigenze, individuare le aree prioritarie di cooperazione e sfruttare gli strumenti Ue disponibili. Per sostenere l’ecosistema informativo armeno, l’Ue ha annunciato una nuova dotazione di 1,5 milioni di euro per rafforzare i media indipendenti.

Infine, i leader hanno concluso che l’incontro ha rappresentato “un passo importante nelle relazioni Ue-Armenia e hanno invitato a proseguire i progressi nel prossimo Consiglio di partenariato” tra le parti che si terrà in autunno.


Il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha “dimostrato profondo impegno per la pace e la stabilità del Caucaso. Lo ha dichiarato la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, in un post pubblicato su X dopo l’incontro a Bruxelles con il primo ministro armeno Nikol Pashinyan e il presidente del Consiglio europeo António Costa. “I nostri legami sono più stretti che mai e il programma di resilienza e crescita dell’Ue è un investimento strategico per il futuro dell’Armenia”, ha aggiunto la presidente.

Von der Leyen e Costa vedono Pashinyan: “In Armenia riforme ambiziose”

Vertici Ue vedono Pashinyan, ‘in Armenia riforme ambiziose’ (2)

“Armenia: alla scoperta della millenaria tradizione cristiana” (Corrierepl 14.07.25)

“Armenia: alla scoperta della millenaria tradizione cristiana”  
Martedì 15 luglio 2025  ore 20,00 – Monastero dell’Immacolata, Castellana Grotte (BA)

Un incontro per riscoprire le radici del Cristianesimo e meditare sull’eredità spirituale di un popolo antico e ricco di fedele.  Si terrà martedì 15 luglio 2025 alle ore 20.00 presso il Monastero dell’Immacolata, in via Pozzo Stramazzo 11 a Castellana Grotte (BA), la serata culturale e religiosa “Armenia: alla scoperta della millenaria tradizione cristiana”.
Promosso da Don Giovanni Amodio, Arciprete e Parroco di San Leone Magno, in collaborazione con il Consolato Onorario della Repubblica d’Armenia in Bari, l’evento offrirà una preziosa occasione di approfondimento su un popolo che, primo al mondo, fece del Vangelo la propria legge di Stato già nel 301 d.C.
Attraverso testimonianze e riflessioni, verranno presentati i tratti distintivi della spiritualità armena, la sua tenace fedeltà alla Croce nonostante le prove della storia, e il valore universale della sua cultura religiosa.

Dialogheranno:

  • Don Giovanni Amodio, Arciprete e Parroco di San Leone Magno di Castellana Grotte
  • Dario Rupen Timurian, Console Onorario della Repubblica d’Armenia per la Puglia
  • Gianni Giampietro, Vice-Caporedattore di TGR Puglia
  • Carlo Coppola, Consigliere Generale del Consolato Onorario Armeno
  • Siranush Quaranta, Consigliere per la Ricerca Storica del Consolato

Una serata di ascolto e condivisione, per riscoprire l’attualità della fede e della testimonianza cristiana armena nel cuore del Mediterraneo e della Chiesa universale.

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Nagorno Karabakh, accordo Azerbaijan-Armenia-Turchia: cosa prevede/ Corridoio Zangezur: NATO sfida la Russia? (Il Sussidiario 13.07.25)

L’accordo tra Armenia, Azerbaijan e Turchia sul corridoio di Zangezur apre la pace sul Nagorno Karabakh: le conseguenze per Russia, Iran (e UE)

IL CAOS IN NAGORNO KARABAKH NON FINISCE DOPO LA TREGUA DEL MARZO 2025: COSA PREVEDE IL NUOVO ACCORDO CON LA TURCHIA

Da un lato una pace si conferma e struttura dopo la prima stretta di mano dello scorso marzo, dall’altro un potenziale scontro ancora più ampio rischia di prendere origine dall’accordo tra Armenia, Azerbaijan e Turchia sul Nagorno Karabakh: è uno scacchiere molto complesso quello che sembra emergere tra lìEuropa e l’Asia minore, con sullo sfondo il potenziale “strappo” tra NATO e Russia dopo le tensioni ormai “infinite” generate dalla guerra in Ucraina.

Dopo il recente meeting ad Abu Dhabi con i leader di Armenia e Azerbaijan, il Premier armeno Nico Pashinyan e il Presidente azero Ilham Aliyev si sono dati appuntamento anche per la prossima settimana per ratificare l’accordo di pace complessivo tra i due Paesi in guerra ormai da anni per il controllo della regione del Caucaso, il Nagorno Karabakh, conteso tra i due Paesi rispettivamente a maggioranza cristiana e musulmana.



Confine Nagorno Karabakh
Nagorno Karabakh, chekpoint tra Armenia e Azerbaijan (ANSA-EPA)

A livello geografico il Nagorno apparterebbe all’altopiano dell’Armenia ma centro di scontro da decenni, con la svolta avvenuta nel settembre 2023 quando più di 100mila armeni sono stati esiliati dall’intervento delle truppe azere: Erevan rivendica la piena indipendenza del Nagorno, sognando la riunificazione con l’Armenia mentre Baku ritiene legittima l’assegnazione fatta dalla Russia di Stalin di quell’enclave nel 1921.

Tornando ai giorni nostri, l’accordo chiuso negli scorsi giorni prevede un via libera trilaterale tra Armenia, Azerbaijan e Turchia per il controllo del corridoio di Zangezur, di fatto allontanando sempre più il “controllo” della Russia sull’area del Caucaso meridionale come diretta conseguenza della lunga guerra tra Ucraina e Mosca che ha reso possibile una pace altrimenti complicatissima sul Nagorno Karabakh.

Com il nuovo accordo “federato” da Erdogan, si rende molto più facilitato il collegamento regionale sul Mar Caspio, oltre ad aprire la prospettiva di una nuova base NATO (controllata alla Turchia, membro attivo e attore principale nell’area) che si combina con l’influenza sempre più centrale del corridoio TRACECA che punta ad isolare maggiormente Putin allungando invece la “mano” americana e turca nell’area, tanto da far trovare una pace stabile ai due “duellanti” sul Nagorno.

LE CONSEGUENZE DELL’ACCORDO SUL NAGORNO TRA ARMENIA E AZERBAIJAN

Se da un lato l’UE si conferma ancora una volta un “attore” piuttosto debole e ambiguo, incapace di prendere una direzione netta sulla vicenda (così come sull’Ucraina, pur sostenendo Kiev con aiuti e armi da ormai oltre tre anni), il ruolo crescente della Turchia di Erdogan sembra aver “sostituito” le possibilità di influenza dell’Unione Europea all’interno del difficile conflitto tra Armenia e Azerbaijan.

Erdogan con il leader dell'Azerbaijan
Vertice Azerbaijan-Turchia, i Presidenti Ilham Aliyev e Recep Tayyip Erdogan (ANSA-EPA 2025)

L’accordo sul corridoio (che separa Turchia e Azerbaijan) potrebbe a questo punto essere l’ultimo tassello della pace complessiva sul Nagorno Karabakh, con possibile rischio per la Russia di Putin di dover anche ritirare la presenza militare dall’enclave di Gyumri proprio per gli effetti della pace siglata con il corridoio di Zangesur.

Pur rimanendo tra i principali attori internazionali in dialogo con la Russia, i leader di Armenia, Azerbaijan e Turchia avrebbero chiuso l’affare con l’aiuto della diplomazia USA-UK che punta ad offrire a Erdogan il ruolo di “hub” strategico dell’intera Asia minore in attesa di capire se realmente possa esser questa l’area per completare l’asse di sfida della NATO al Cremlino. Con un accordo del genere, in un colpo solo, non si isola solamente la Russia dallo scacchiere asiatico ma si diminuisce il ruolo potenziale dell’Iran, a vantaggio ovviamente del principale nemico (e alleato USA), lo Stato di Israele.

NUOVA SFIDA-SCONTRO TRA NATO E RUSSIA?

Secondo diversi osservatori internazionali, la mediazione di Erdogan tra Putin e Aliyev (come tra Kiev e Mosca, ndr) rischierebbe una “mossa” simile a quella avvenuta a Kiev nel 2014 con l’erosione graduale dell’influenza russa sull’area internazionale e locale. Mosca per la prima volta viene esclusa dal dialogo Armenia-Azerbaijan (sostituita dalla Turchia filo-NATO), come spiega a Euronews il direttore del Centro Studi Regionali di Erevan, Richard Giragosian.

«Con la Russia sopraffatta dalla sua fallita invasione dell’Ucraina, questo è un evento che esclude la Russia». In tutto questo l’Armenia sembra aver comunque “sacrificato” parte del Nagorno Karabakh in nome di un accordo a lungo termine più ampio e che la pone più sostenuta e difesa dall’Occidente.

Da ultimo, proprio l’offensiva degli scorsi anni dell’Azerbaijan ha dimostrato all’Armenia quello che altri alleati di Mosca hanno sperimentato in questi mesi, dalla Siria all’Iranquando gli alleati vengono attaccati, la Russia non reagisce e/o interviene come dovrebbe. E così la sfera di alleanze internazionali si modifica ulteriormente con il rischio di un vero ed effettivo scontro non più solo a distanza tra NATO e Putin.

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Azerbaijan. Gli Usa pronti a prendere il controllo del Corridoio di Zangezur

Il canto degli Armeni (Rai -TGR 12.07.25)

Il concerto curato da Veronika Khizanishvili ha inaugurato il Festival Federico Cesi ad Acquasparta. Una musica spirituale che unisce antico e moderno

Inaugurazione solenne ad Acquasparta per il Festival Federico Cesi – Musica Urbis che andrà avanti fino al 21 settembre coinvolgendo anche Avigliano Umbro. Il Festival propone una fusione tra le melodie e la bellezza architettonica e paesaggistica di città e luoghi dell’Umbria. Il concerto d’apertura ha viaggiato fino alle terre al confine tra Europa e Asia, ed è stato dedicato all’esecuzione in prima assoluta de Il canto degli Armeni, di Elena Mardian per flauto, soprano, coro e organo. Con il Rom Ensemble a curare il concerto è stata Veronika Khizanishvili.

Una musica spirituale che unisce antico e moderno, e che racconta della travagliata storia di questo popolo ma affidando l’esecuzione a voci italiane, in un fecondo dialogo interculturale. Il programma del festival prevede anche appuntamenti dedicati a Giovanni Pierluigi da Palestrina, al virtuosismo pianistico di Franz Liszt, alla chitarra da Scarlatti a Segovia, fino a un altro progetto interculturale con i coreani della K-Opera. La rassegna Fabrica Harmonica Giovani poi ospiterà conserti gratuiti di giovani talenti.

di Osvaldo Baldacci 

Arcivescovi armeni accusati di ordire un golpe (Osservatorio Balcani e Caucaso 11.07.25)

È scontro aperto tra il governo e la Chiesa armena. Il governo parla di golpe e arresta due arcivescovi e un noto imprenditore, l’opposizione grida alla repressione politica. Sullo sfondo gli equilibri geopolitici e i negoziati con l’Azerbaijan

11/07/2025 –  Onnik James Krikorian

A undici mesi dalle elezioni parlamentari, il clima politico in Armenia non è mai stato così teso in un periodo pre-elettorale. Lo scorso 25 giugno, il Servizio di sicurezza nazionale (NSS) ha arrestato una dozzina di persone accusate di aver pianificato un colpo di stato con l’intento togliere il potere al primo ministro Pashinyan.

Pochi giorni prima, l’imprenditore russo-armeno Samvel Karapetyan è stato arrestato con le stesse accuse. La nuova ondata di arresti ha colpito anche l’arcivescovo Bagrat Galstanyan, sacerdote revanscista che l’anno scorso aveva guidato le proteste contro Pashinyan.

Il NSS ha reso noto che sono state trovate armi e un programma di sette pagine per rovesciare il governo. Il documento è stato originariamente pubblicato su un sito pro-Pashinyan, poi però è apparso tra gli oggetti sequestrati dal NSS. Per il governo e i suoi sostenitori, il presunto colpo di stato era imminente. Tuttavia, in una fotografia pubblicata dal NSS appare una versione datata del documento così da suggerire che il piano di golpe sarebbe stato attuato tra fine giugno e fine settembre dello scorso anno. Il sito pro-Pashinyan ha nascosto maldestramente questo dato, coprendolo con una striscia di carta.

Sono state pubblicate anche registrazioni audio di Galstanyan che parlava del presunto tentativo di golpe. Secondo alcuni deputati eletti tra le fila del partito di Pashinyan, Galstanyan avrebbe confermato che la voce registrata era sua. Il sacerdote però ha respinto le accuse.

Ora tocca agli esperti di informatica forense analizzare la registrazione, che contiene anche minacce di violenza e omicidi.

Si sostiene inoltre che gli ex presidenti dell’Armenia Robert Kocharyan e Serzh Sargsyan, gli oligarchi Gagik Tsarukyan e Samvel Alexanyan, e alcuni armeni del Karabakh siano stati citati come persone pronte ad appoggiare il presunto golpe. Si parla di armi, munizioni ed esplosivi resi disponibili, di piani di disobbedienza civile e azioni violente incoraggiate da centinaia di ex militari, che sarebbero stati incaricati di creare una “situazione incontrollabile”.

Galstanyan è stato sottoposto a custodia cautelare della durata di due mesi. Subito dopo la stessa misura è stata disposta anche contro un altro arcivescovo rinnegato in quella che appare sempre più come un’azione orchestrata per mettere a tacere la Chiesa apostolica armena prima delle elezioni del prossimo anno.

Il clero, come anche l’opposizione parlamentare, si oppone fermamente a qualsiasi tentativo di normalizzare le relazioni con Azerbaijan e Turchia. Per Pashinyan invece, alle prese con un calo di consensi, la normalizzazione dei rapporti coi vicini, con il pieno sostegno dell’Unione europea, potrebbe rivelarsi l’unica strada percorribile per assicurarsi la rielezione.

Lo scorso 30 giugno, un altro dignitario ecclesiastico, l’arcivescovo Mikayel Ajapahyan, è stato arrestato con l’accusa di aver pianificato un colpo di stato. Anche Ajapahyan è stato posto in custodia cautelare per due mesi, con l’accusa di aver invocato un golpe militare in alcune dichiarazioni rilasciate in passato.

Il fatto che il NSS solo ora abbia preso misure contro Ajapahyan porta i critici a rilanciare l’ipotesi secondo cui ad essere prese di mira sono le personalità di spicco che in futuro potrebbero mobilitare gli oppositori di Pashinyan spingendoli a scendere in piazza. Ajapahyan, insieme a Galstanyan, è stato uno dei leader delle proteste contro Pashinyan dello scorso anno.

Alla fine di giugno, le forze dell’ordine sono entrate nella sede della Chiesa apostolica armena, a Etchmiadzin. Tuttavia, centinaia di fedeli hanno impedito che Ajapahyan venisse arrestato. Successivamente, l’arcivescovo si è recato a Yerevan per presentarsi alla polizia.

Intanto, Pashinyan, impegnato in una campagna tutta sua contro Ajapahyan, si è detto pronto ad attenuare i toni. Facebook ha già cancellato uno dei suoi post per violazione delle regole del social.

Sergej Lavrov, ministro degli Esteri russo, ha espresso preoccupazione per gli sviluppi in Armenia. Il suo omologo armeno, Ararat Mirzoyan, ha risposto invitando Lavrov a non immischiarsi negli affari interni dell’Armenia. Mirzoyan insiste sulla necessità di prendere misure contro i due arcivescovi, ma anche contro il Catholicos armeno, Karekin II, che – secondo Pashinyan – sarebbe padre di almeno un bambino avendo violato il voto di celibato. Il primo ministro ha invitato Karekin II a lasciare la carica.

Ad oggi, l’UE non ha voluto commentare quella che molti considerano una campagna di repressione contro l’opposizione armena. Durante la sua visita in Armenia a fine giugno, Kaja Kallas, Alta rappresentante UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza, non ha rilasciato alcuna dichiarazione sulla vicenda.

Tuttavia, il presidente francese Emmanuel Macron ha pubblicamente offerto il suo sostegno a Pashinyan di fronte a quello che ha definito un tentativo di destabilizzare l’Armenia. L’opposizione armena insiste invece sull’idea che lo scopo della repressione interna sia quello di accontentare l’Azerbaijan e la Turchia.

Pashinyan spera ancora di firmare un accordo di pace con l’Azerbaijan entro la fine dell’anno. L’auspicio del premier armeno, espresso più volte negli ultimi mesi, è che Bruxelles e Washington facciano pressione per convincere la Turchia ad aprire il confine con l’Armenia, in modo da spingere Baku a rinunciare alle richieste rivolte a Yerevan. L’Azerbaijan insiste infatti sulla necessità di modificare la Costituzione armena [in cui si parla delle rivendicazioni territoriali sul Karabakh e sulla Turchia] prima della firma di qualsiasi accordo di pace.

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Il Corridoio di Zangezur e il confronto tra Turchia e Russia nel Caucaso (Asianews 11.07.25)

Nella recente visita a Istanbul il premier armeno Pašinyan avrebbe di fatto concesso il via libera alla “via turanica” che era uno dei principali obiettivi dell’Azerbaigian nella guerra. Un incontro diretto con Aliev per finalizzare l’accordo di pace tra Erevan e Baku dovrebbe tenersi a Baku a metà luglio. Una svolta che vedrebbe Erdogan come il vero vincitore nella regione, a fronte dell’indebolimento di Mosca e Teheran nei conflitti globali.

Erevan (AsiaNews) – Il turcologo armeno Varoužan Gegamyan ha commentato su Novosti. Armenia i processi di ridefinizione delle influenze nella regione del Caucaso, dove la Turchia sta occupando con sempre maggiore convinzione lo spazio della Russia e dell’Iran, impegnati in conflitti di dimensioni globali. Riferendosi agli avvenimenti in corso nell’Armenia, egli osserva che “mentre noi siamo concentrati sul conflitto del governo contro la Chiesa, con i timori di finire in un sistema autoritario e anti-popolare, sul versante esterno sono in atto processi molto dinamici, che si sono accelerati dopo la visita a Istanbul del premier Nikol Pašinyan”.

In quell’incontro con il presidente Recep Tayyip Erdogan, il primo ministro di Erevan ha di fatto concesso il via libera alla “Via turanica” nota come “Corridoio di Zangezur”, una delle finalità principali dell’Azerbaigian nel conflitto con gli armeni, dichiarando a nome del popolo che questa prospettiva “non costituisce un problema”. Negli ultimi giorni molte piattaforme informative turche e azere parlano del raggiungimento di un accordo tra Turchia, Armenia e Azerbaigian per la realizzazione del “corridoio”, sulla base di fonti anonime, e nello stesso tempo di parla di smobilitazione delle basi militari russe in Armenia. Si preannuncia anche un incontro tra Pašinyan e il presidente azero Ilham Aliev, che si dovrebbe tenere a Dubai a metà luglio grazie alla mediazione degli Emirati Arabi Uniti, per giungere a una valutazione definitiva dell’accordo di pace tra Erevan e Baku, che ancora non è stato firmato.

Pašinyan ha dichiarato più volte di avere intenzione di raggiungere la regolazione del processo di pace, approvando le concessioni che gli azeri ancora si attendono; se la modifica della costituzione armena rimane in sospeso per le procedure interne ai vari organi di potere politico e legislativo, anche se il premier ha già chiarito che non è da interpretare come una minaccia nelle definizioni territoriali, è evidente secondo Gegamyan che il fattore decisivo riguarderà proprio la questione del Corridoio.

Altre fonti diplomatiche affermano che le parti sono disponibili a discutere la variante americana nell’apertura del Corridoio, lasciando che il controllo delle strade sia affidato a rappresentanti delle compagnie americane, sottraendolo alle autorità armene. Tutto questo si inserisce nel contesto delle tensioni sempre più acute da parte dell’Azerbaigian nei confronti della Russia e dell’Iran, mentre gli azeri parlano dell’apertura di una base militare turca nel loro Paese. Il turcologo mette in guardia da questi sviluppi, che “porterebbero l’Armenia sotto il controllo della Turchia con la benedizione dell’Occidente, che approva l’emarginazione della Russia e dell’Iran… Che cosa ne sarebbe a questo punto dell’Armenia? Sembra che questa domanda non interessi a nessuno, neanche agli armeni stessi”.

I giochi sono del resto ancora tutti da definire: la Russia considera da sempre la regione del Caucaso meridionale come una delle più a rischio di sommovimenti pericolosi, avendo un ampio confine con essa, ed essendo una zona di presenza di vari gruppi etnici legati storicamente e culturalmente alla Russia, a cominciare da armeni e georgiani. Armeni e azeri costituiscono due grandi diaspore all’interno della Federazione russa, e in Georgia si trovano oggi molti russi espatriati per la guerra in Ucraina, e non è facile mantenere l’equilibrio tra queste diverse componenti.

L’Azerbaigian è un partner sempre più importante nelle vie del commercio energetico, passando dalla Turchia verso tanti Paesi dell’Europa e del Mediterraneo, oltre a essere un importante mercato per le produzioni turche, a cominciare dagli armamenti, e molti lo chiamano ormai “la vetrina turca nel Caucaso”. Il Corridoio di Zangezur darebbe una definizione decisiva a questi movimenti geopolitici, e l’Armenia sta cercando di non esserne tagliata fuori, mettendo a rischio la propria sovranità e il proprio futuro.

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Non puoi costruire un trono sul sangue dei martiri (The European Times 10.07.25)

Del metropolita †SERAFINO (Motovilov)

«Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli» (Matteo 5:10).

Le ceneri dell’antica terra bussano al mio cuore. Il dolore insopportabile della sofferenza di un popolo fiero riempie la mia anima di tristezza. La mia mente non riesce ad accettare la persecuzione senza precedenti di una delle chiese più antiche del nostro mondo. E non devo, non posso tacere, perché sono sempre rimasto e rimango dalla parte di coloro che soffrono persecuzioni per il nome di Cristo.

Una cosa terribile sta accadendo davanti ai nostri occhi. In Armenia, il primo paese cristiano al mondo, dove ogni pietra è battezzata con il sangue dei martiri, dove ogni collina conserva la memoria di santi e guerrieri, oggi viene versato nuovo sangue – spirituale, incruento per ora, ma non per questo meno terribile. Una nazione sopravvissuta a mille anni di persecuzioni e massacri da parte di nemici esterni vede oggi il proprio cuore colpito, la propria mano alzata contro un luogo sacro. E sembra che tutto questo sia già accaduto: tradimento, calunnia, crocifissione. Ma questo non rende le cose più facili. Nikol Pashinyan e il suo governo hanno scatenato una guerra non solo con gli oppositori politici – questa potrebbe ancora essere interpretata come una lotta per il potere. Ma sono andati oltre: hanno dichiarato guerra alla Chiesa. A ciò che tiene a galla l’Armenia anche quando tutto sta crollando. A ciò per cui questa nazione è rimasta nella storia. Intendevano piegarla a sé, costringerla al silenzio, trasfigurare le preghiere in slogan. Ma è possibile riscrivere Cristo? È possibile mettere a tacere il Vangelo? È possibile costruire un trono sul sangue dei martiri? Non sentono già le pietre gridare? La Chiesa Apostolica Armena è diventata oggi l’unica forza che, da un antico santuario, difendendo il suo popolo, dice la verità ad alta voce. Parla del tradimento del Karabakh, del crollo dell’esercito, del fatto che il potere non può essere costruito su menzogne ​​e paura. I nomi di coloro che non hanno avuto paura di dirlo sono già stati iscritti nella cronaca della sofferenza: l’arcivescovo Mikael Ajapakhyan, che ha denunciato apertamente il tradimento dei santuari e del popolo, è oggi umiliato, calunniato, sottoposto a pressioni e vessazioni; il vescovo Pargev Martirosyan, lo stesso che stava con i soldati in prima linea durante i terribili giorni della guerra e pregava per loro, è ora accusato di “attività antistatali”; il vescovo Nshan Movsesyan è stato arrestato per aver osato uscire con il popolo in processione religiosa; Il vescovo Mkrtich Khachatryan è stato arrestato per aver predicato che la rinuncia ai santuari è la morte dell’anima. Nella stessa linea di martiri, hanno messo anche Samvel Karapetyan, un benefattore e costruttore di chiese, un uomo che con il suo denaro e il suo lavoro ha ricostruito chiese in rovina – e che ora si trova in prigione con accuse inventate.

I loro nomi sono pietre che vengono già lanciate contro il governo attuale. Queste pietre gridano: “Beati i perseguitati per amore della verità!” Perché hanno già vinto, anche se ammanettati. Perché Cristo è dietro di loro.

Guardando tutto questo, non si può fare a meno di chiedersi: perché? Perché il governo, che ha già tutto nelle sue mani – l’esercito, la polizia, i tribunali, i giornali – ha così paura di pochi vescovi e delle loro preghiere? La risposta è semplice: perché la preghiera è più forte di un bastone. Perché la Chiesa è più forte del trono. Perché la Chiesa è la coscienza del popolo e non può essere comprata né messa a tacere. E se tace, il popolo perisce, e se parla, la menzogna crolla. E quindi oggi i paladini della menzogna sono condannati a combatterla. Ma la cosa più terribile è un’altra: cosa succederà se il Catholicos Garegin II deciderà di usare tutto il suo potere primaziale e andrà fino in fondo? Cosa succederà se chiuderà le chiese per battesimi, matrimoni, funerali? Se i sacerdoti smetteranno di pregare per i governanti e smetteranno di benedirli? Se la Chiesa abbandonerà scuole, ospedali, l’esercito e lascerà ognuno solo con se stesso? Allora la gente capirà cosa significa vivere senza grazia, allora sentirà che senza preghiera e senza altari c’è solo oscurità. Allora il cielo sopra l’Armenia diventerà di rame e le pietre grideranno al sacrilegio. Poi verrà il dolore, ma dopo di esso verrà il pentimento. Il potere che sogna di distruggere la Chiesa dimentica quale sia stata la fine di tutti i persecutori. Pensavano che il trono fosse più affidabile della croce, ma la croce è rimasta, e i loro troni sono crollati in polvere. Il potere costruito sulla menzogna crolla sempre, come una casa sulla sabbia. E se uno degli scenari dell’Apocalisse si sta realizzando oggi in Armenia, allora questo è solo l’adempimento della promessa: “Dove abbonda l’iniquità, sovrabbonda la grazia”. Vediamo già i primi germogli di questa grazia: la gente esce nelle chiese, processioni religiose percorrono le strade di Vagharshapat e Yerevan, le madri si inginocchiano davanti alla polizia antisommossa, i giovani tengono icone in mano e cantano salmi, gridando: “Non toccate la Chiesa!” Sono pochi, ma la forza non viene dai numeri. San Giovanni Crisostomo scrisse: “La Chiesa è forte non perché sia ​​numerosa, ma perché Cristo è con lei. E dove c’è Cristo, c’è vittoria”. E la gente va, va alle mura della Santa Madre Sede di Etchmiadzin, e tra il rumore della folla si ode sempre più spesso un rombo minaccioso, che si fonde non in una supplica, ma in una richiesta. E si ode la voce disperata del popolo, rivolta al Supremo Patriarca di tutti gli Armeni: “Maledicili! Maledicili, Catholicos! Non permettere che distruggano la Santa Chiesa!”. Parole terribili. E terribile è l’ira del popolo! Non permettere che la coppa della Tua ira si riempia.

Questi giorni sono i giorni della confessione e del giudizio. Giorni in cui si decide cosa sia più importante: la paura o la fede, il pane o la croce, il trono o l’altare. Perché è detto: “E i nemici dell’uomo saranno quelli della sua stessa casa”. Perché è detto: “Non temete coloro che uccidono il corpo, ma non possono uccidere l’anima”. Perché è detto: “Fate questo in memoria di me”.

Ma è anche detto: “Le porte dell’inferno non prevarranno contro la Chiesa”. E questo significa che il sangue dei martiri non è vano, ed è impossibile costruirvi un trono. Chi ci prova diventerà cenere.

Perché quando i templi tacciono, il cielo piange. Quando il popolo tace, le pietre piangono. Quando il sacerdote tace, il sangue stesso di Cristo piange. Perché la Chiesa non è un’organizzazione, ma il Corpo di Cristo. E il Corpo di Cristo non si spezza né si compra.

E perciò dico ora: è meglio essere tra coloro che sono scacciati per la verità, che tra coloro che sono incoronati per la menzogna. È meglio essere con i perseguitati, che con i persecutori. È meglio essere in prigione per Cristo, che sul trono contro di Lui.

Non puoi costruire un trono sul sangue dei martiri.

Nota bene: La Vera Chiesa Ortodossa è l’erede della Chiesa Ortodossa Russa Cattolica e Apostolica di Rito Orientale, divisa dalla rivoluzione del 1917 in diverse parti canonicamente uguali, ciascuna delle quali esprimeva il proprio atteggiamento nei confronti del potere empio dei bolscevichi (la Vera Chiesa Ortodossa – non riconoscimento, aperta resistenza). Secondo l’esperienza storica del 1937-1941, la Vera Chiesa Ortodossa è una chiesa martire, lavata nel sangue di combattenti intransigenti per la purezza dell’Ortodossia. Il ricordo di ciò impone una speciale responsabilità morale ed etica al suo clero e al suo gregge.

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