Armenia: Mogherini riceve premier Pashinyan, Ue pronta a sostenere processo di riforme (Agenzianuova 12.07.18)

Armenia: Mogherini riceve premier Pashinyan, Ue pronta a sostenere processo di riforme

Bruxelles, 12 lug 09:27 – (Agenzia Nova) – L’Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini, ha ricevuto ieri il primo ministro dell’Armenia, Nikol Pashinyan con cui ha discusso degli ultimi sviluppi e sottolineato i buoni progressi nelle relazioni bilaterali Ue-Armenia. I due hanno discusso del chiaro impegno del nuovo governo armeno a favore delle riforme e dell’azione concreta già intrapresa a tal fine. L’alto rappresentante ha confermato che l’Unione europea è pronta a fornire un sostegno concreto al processo di riforme, anche attraverso assistenza tecnica e finanziaria, e ha sottolineato la lotta alla corruzione e alla riforma giudiziaria come settori di particolare importanza in questo contesto. Mogherini, come riferisce una nota, ha inoltre sottolineato la disponibilità dell’Ue a fornire assistenza per l’organizzazione e il monitoraggio delle prossime elezioni, da tenersi in linea con le raccomandazioni dell’Osce e dell’Ufficio per le istituzioni democratiche e i diritti umani (Odihr). L’Alto rappresentante ha confermato la sua adesione e il forte sostegno dell’Unione europea per la soluzione pacifica del conflitto del Nagorno-Karabakh. In questo contesto è vitale che le parti si impegnino pienamente nei negoziati senza precondizioni, sotto l’egida dei copresidenti del Gruppo di Minsk, l’organismo che monitora il rispetto del cessate il fuoco. (Res)

Viaggio in Armenia, paese di antica fede cristiana segnato dal genocidio (La Voce 12.07.18)

C’è stato un protagonista nel viaggio- pellegrinaggio dei Vescovi umbri in Armenia: non il monte Ararat, di biblica memoria, che con i suoi 5.000 metri e la calotta perennemente imbiancata giganteggia sulla capitale Erevan; non il paesaggio aspro degli altopiani, costellati di gole e incisi dal grande lago Sevan; non i monasteri antichi e moderni, austeri nei vari colori della pietra tufica con la quale sono costruiti in forme sostanzialmente immutate nel tempo, e che prevale anche negli interni disadorni.

Protagonista è stato il popolo armeno, la sua storia gloriosa e sofferta, le prospettive e le incognite del suo presente. Prima nazione ad aver abbracciato ufficialmente la fede cristiana nel 301, dodici anni prima dell’editto di Costantino, che dichiarerà il cristianesimo religio licita nell’Impero romano, e 79 anni prima dell’editto di Teodosio, che la eleggerà a religione di Stato.

Di tale primogenitura il popolo armeno va tuttora fiero, anche se gli è costata cara, e poche tracce di quel primo periodo sono sopravvissute alle distruzioni e alle guerre che periodicamente hanno afflitto una nazione che vive per più di due terzi dispersa nel mondo. Di tutte le persecuzioni, la più feroce è stata il genocidio perpetrato dalla Turchia negli anni della Grande guerra e costato un milione e mezzo di morti, tra quelli trucidati e quelli lasciati perire di fame e di sete nelle marce forzate e nei campi di prigionia.

Il museo di Erevan, visitato anche da san Giovanni Paolo II e da Papa Francesco, è ricco di testimonianze documentarie e fotografiche sul “grande male”, come lo chiamano. Il quale è stato tra l’altro una sorta di “prova generale” della Shoah, iniziata un quarto di secolo dopo. Adolf Hitler ebbe infatti a dire, progettando lo sterminio degli ebrei: “Chi si ricorda ancora del genocidio armeno?” (Continua a leggere gratuitamente sull’edizione digitale de La Voce).

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Armenia, il paese dell’omofobia (Osservatorio Balcani e Caucaso 12.07.18)

In Armenia prevale ancora una società socialmente conservatrice in cui l’omofobia rimane radicata e la vita delle persone LGBT non è facile.

12/07/2018 –  Marilisa Lorusso

C’è solo un paese nel Caucaso meridionale che non ha mai ospitato il gay-pride, e che lo ospiterà, secondo l’opinione espressa da un esponente del ministero degli Esteri  qualche anno fa – forse fra un centinaio d’anni: l’Armenia.

LGBT in Armenia

Lesbiche, gay, bisessuali e transessuali in Armenia si trovano sotto un fuoco incrociato. Da un lato il pesante lascito di omofobia sovietica, dall’altro il diktat della chiesa apostolica armena. L’Armenia, tanto quella laica quanto quella religiosa, non ammette comportamenti sessuali “non tradizionali”, come vengono definite le varie forme di identità di genere che si incontrano nella società. Durante il periodo sovietico l’omosessualità costituiva un reato penale. Il crimine di omosessualità è stato abolito in Armenia nel 2003, per cui a norma di legge non si può essere incarcerati per il proprio orientamento sessuale ed affettivo. Questo però non ha sdoganato l’omosessualità che secondo l’influente Chiesa apostolica armena è un peccato. Sono ufficialmente cristiani apostolici il 90% degli armeni, e pertanto il parere della chiesta ha ampia eco nella società.

L’opinione pubblica

L’opinione pubblica armena è largamente ostile al discorso di genere, al riconoscimento dell’omosessualità come realtà presente nella comunità armena, e al riconoscimento dei diritti per gli omosessuali e per tutti coloro che esprimono orientamenti non prettamente eterosessuali. Lo studio più completo su cosa pensino gli armeni in merito è del 2011, un accurato sondaggio realizzato dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, che lascia poco spazio ai dubbi. Secondo la maggioranza degli intervistati l’omosessualità è una malattia, e secondo il quasi 10% potrebbe addirittura essere indotta dall’uso di internet. Il 72% dichiara che rifiuterebbe di interagire con un omosessuale, una volta scoperto il suo orientamento o anche solo utilizzare una stoviglia usata da un gay (86%).

Si accetta più facilmente che una persona sia omosessuale se è straniera. Insomma, si può essere gay, ma solo se non si è armeni. Nonostante una, in teoria, maggiore tolleranza verso gli stranieri, nel 2004 Joshua Hagland, statunitense docente universitario presso un’università di Yerevan, omosessuale, è stato trovato ucciso . Il reato è stato ascritto alla sua identità di genere e mai risolto. Durante l’indagine gli uomini che aveva frequentato hanno subito varie forme di pressione e umiliazione da parte degli inquirenti.

Fonte: Human Rights Violations of Lesbian, Gay, Bisexual, and Trnsgender (LGBT) People in Armenia: a Shadow Report, submitted to the UN Human Rights Committee, July 2012, Geneva, scaricabile gratuitamente http://www2.ohchr.org/english/bodies/hrc/docs/ngos/LGBT_Armenia_HRC105.pdf

Le istituzioni

Anche nel rapporto con le istituzioni i membri della comunità LGBT si trovano in una condizione di grande vulnerabilità e in una sostanziale situazione di assenza di diritti. Non vi sono specifiche leggi a tutela delle persone LGBT, incluso nel settore della diffamazione e dell’hate speech. La questione del genere viene dibattuta con ferocia verbale e il cattivo esempio è in passato partito proprio dalle istituzioni. Quando Armen Avetisyan, presidente dell’Unione per l’Arianesmo armeno dichiarò che alcuni alti funzionari dello Stato erano gay , l’Assemblea nazionale dibatté una loro rimozione. La lista prodotta con i nomi dei sospetti-non-eterosessuali non fu resa nota, ma si sapeva che conteneva sette nomi, che era stata consegnata al Presidente e al Primo Ministro con la richiesta di “ripulire il paese da queste persone malate”. Nessuna misura contro-diffamatoria fu promossa a tutela dei possibili coinvolti.

Molto complicato è il rapporto di LGBT con le forze di polizia e l’esercito, in assenza di specifica formazione e training di quest’ultimi per garantire che i primi possano essere fruitori di quell’uguaglianza rispetto agli altri cittadini che la costituzione – almeno implicitamente – prevede. Il periodo di leva può essere un’esperienza molto provante per un omosessuale in Armenia, così come essere fermati da una pattuglia può rivelarsi un’esperienza estremamente negativa per un trans.

La transessualità negata

Essere transessuale in Armenia può essere ancora più difficile che altrove. Nessuno assume un transessuale, per cui di fatto l’unica occupazione a cui si è condannati è la prostituzione, ma questo succede anche altrove, dove non si incontrano postini, commercialisti, autisti, giornalisti o qualsiasi altro professionista transessuale. Ma in Armenia sono chiusi anche altri percorsi di affermazione personale, oltre al quello lavorativo.

Cambiare il proprio nome in Armenia è possibile, ma non per questioni di genere. La legge è chiara: si può cambiare nome per una disarmonia fra nome, cognome e patronimico, per difficoltà di pronuncia, per armonizzarlo a quello del coniuge, di altri membri della famiglia (i figli, il tutore legale), per tornare al cognome da nubili o per motivi di identità nazionale o tribale.

Non è possibile cambiare il sesso indicato sul documento. Gli atti civili registrabili sono la nascita, il matrimonio, il divorzio, il riconoscimento legale di un figlio, l’adozione, la morte e il cambio di nome, per i casi previsti.
Infine – secondo quanto affermato dal Dipartimento di Stato Usa in un proprio report sull’Armenia del 2016   che si sofferma sulle varie forme di discriminazione cui vanno incontro i transgender – permangono problemi relativi alla somministrazione di farmaci, di ormoni e il rischio di ricorrere a chirurgia clandestina. Insomma, non è tutelato il diritto alla salute.

Il ruolo delle ONG

Esiste una minoranza nella società che è gay-friendly e si esprime anche attraverso l’associazionismo. Sono in verità solo un paio le ong che dichiaratamente si concentrano sui diritti di LGBT, e non hanno vita facile. In alcuni casi nell’atto della registrazione, che avviene presso il ministero di Giustizia, alle ong è stato richiesto di rimuovere la questione gender dalle proprie priorità. In altri casi persone o locali dichiaratamente simpatizzanti LGBT sono stati oggetto di aggressione. Il club DIY, punto di ritrovo anche per la comunità LGBT è stato bruciato nel 2012 , quando vi sono state lanciate dentro delle bombe molotov. La polizia si è presentata sul luogo solo dopo 12 ore, e l’aggressione è avvenuta l’8 maggio, nel giorno in cui si commemora la fine della Seconda guerra mondiale.

Nel 2008 Mikael Danielyan, dell’Helsinki Group è stato ferito con una pistola ad aria compressa. Lo si accusava di essere un agente della CIA che vuole destabilizzare l’Armenia instillandovi l’omosessualità. E questo è uno dei nuovi filoni dell’omofobia in Armenia ma anche altrove: il discorso gender sarebbe un’aggressione colonizzante occidentale che attenta alle tradizioni patriarcali. Perché, come scriveva Anna Nikoghosyan, oggi in Armenia gender is geopolitical . Difendere i diritti gay significherebbe quindi ascrivere la propria posizione geopolitica a un ipotetico blocco culturale euroatlantico in opposizione al mondo eurasiatico ove le società troverebbero la propria solidità sociale non nell’inclusività ma nella perpetuazione del modo di vivere affermatosi nel passato. Insomma, non una questione di sofferenza individuale e diritti negati a intere fette di cittadini, ma di scelta di blocco, con grosse approssimazioni, peraltro. Così si fa geopolitica sulla pelle delle persone.

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Ue-Armenia: premier Pashinyan incontra a Bruxelles Juncker e Tusk (12.07.18)

Erevan, 12 lug 15:29 – (Agenzia Nova) – Il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha avuto un incontro oggi con il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker e con quello del Consiglio europeo Donald Tusk. Secondo quanto riferisce l’agenzia di stampa “Armenpress”, le parti hanno discusso delle questioni relative all’approfondimento delle relazioni tra Armenia e Ue e all’espansione del partenariato. Il primo ministro armeno ha anche avuto un incontro casuale con il cancelliere tedesco Angela Merkel. Secondo quanto riportato dall’ufficio stampa del governo di Erevan, Pashinyan e Juncker a Bruxelles hanno discusso delle prospettive delle relazioni nel contesto dei recenti cambiamenti democratici in Armenia. Juncker ha affermato che la natura pacifica e democratica degli sviluppi politici in Armenia è stata incoraggiante e ha espresso la disponibilità ad assistere costantemente il processo di riforme in corso nel paese caucasico. A sua volta, Pashinyan ha ringraziato per l’assistenza fornita negli anni precedenti e ha assicurato che il sostegno sia istituzionale, finanziario e di consulenza dell’Ue sarà utilizzato in modo più mirato. “Il proseguimento della lotta alla corruzione in corso in Armenia da ormai due mesi è tra le principali priorità del nostro governo”, ha dichiarato il premier. (Res)

Pareva una banale caduta in bici, medico (armeno) muore dopo una settimana (Il gazzettino.it 10.07.18)

LIDO – Circa una settimana fa era caduto in bicicletta. Un capitombolo che inizialmente sembrava non aver causato fratture o gravi conseguenze ma che in realtà aveva provocato una emorragia interna che, in pochi giorni, lo ha condotto alla morte. Si è spento venerdì scorso, a 66 anni, il dottor Haroutiun Keucheyan, membro della comunità armena di Venezia, e per circa trentacinque anni medico di famiglia nel Comune di Cavallino-Treporti.


Continuano le proteste contro il Patriarca Karekin. Convocato d’urgenza il Supremo Consiglio spirituale (Agenzia Fides 10.07.18)

Erevan (Agenzia Fides) – Continua la mobilitazione di gruppi di manifestanti armeni che lo scorso 6 luglio sono entrati nella Sede patriarcale del Catholicosato di Echmiadzin per chiedere le dimissioni di Karekin II, Patriarca supremo e Catholicos di tutti gli armeni. I gruppi di contestatori si trovano ancora nell’area della Sede patriarcale, dove hanno anche allestito alcune tende per il pernottamento. La forma plateale di protesta sta creando sconcerto, e viene definita “inaccettabile” dal sacerdote Vahram Melikyan, responsabile dell’ufficio comunicazioni del Patriarcato. Proprio oggi, martedì 10 luglio – riferiscono i media armeni – la situazione critica creatasi intorno al Patriarcato armeno apostolico potrebbe essere vagliata in una riunione del Supremo Consiglio spirituale, convocato d’urgenza per approfittare della presenza ad Erevan di molti membri del Consiglio provenienti dalla diaspora, che in questi giorni sono giunti in Armenia per prendere parte all’incontro pan-armeno dei giovani.
Le contestazioni contro il Patriarca Karekin hanno preso forza sull’onda della crisi politica e sociale che lo scorso maggio ha portato alla esclusione dal potere del primo ministro Serzh Sargsyan, sostituito alla guida del governo dal leader dell’opposizione Nikol Pashinyan. I manifestanti armeni accusano il Patriarca Karekin II di eccessiva vicinanza con gli apparati politici usciti sconfitti dal braccio di ferro politico-istituzionale degli ultimi mesi.
Durante la crisi politica, Karekin aveva richiamato sia il governo che i gruppi di opposizione ad agire nell’ambito della legalità, evitando gli scontri di piazza e le forme di sabotaggio illegali. Tra le altre cose, i contestatori avevano diffuso voci che accusavano il Patriarcato di aver venduto reliquie e beni sacri. Nei giorni scorsi, forse con l’intento di porre fine a tali illazioni, è stata esposta la “lancia di Antiochia”, conservata presso il museo della Cattedrale di Echmiadzin, una delle diverse candidate a essere riconosciuta come l’autentica “Lancia di Longino” (quella con cui il centurione romano trafisse il costato di Cristo sulla croce). (GV) (Agenzia Fides 10/7/2018).

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Papa: in Medio Oriente guerra ‘nel silenzio di tanti e con la complicità di molti’ (Asianews.it 07.07.18)

Francesco a Bari con i patriarchi cattolici e ortodossi per una giornata di preghiera per la pace.          “Vogliamo dare voce a chi non ha voce, a chi può solo inghiottire lacrime, perché il Medio Oriente oggi piange, oggi soffre e tace, mentre altri lo calpestano in cerca di potere e ricchezze”.

Bari (AsiaNews) – Pace per il Medio Oriente, dove imperversano “guerra, violenza e distruzione, occupazioni e forme di fondamentalismo, migrazioni forzate e abbandono, il tutto nel silenzio di tanti e con la complicità di molti”. E’ l’invocazione che si leva da Bari dove, invitati da papa Francesco, sono unite in preghiera le Chiese e le comunità cristiane presenti nella regione.

Là dove “ci sono le radici delle nostre stesse anime”, “l’indifferenza uccide, e noi vogliamo essere voce che contrasta l’omicidio dell’indifferenza. Vogliamo dare voce a chi non ha voce, a chi può solo inghiottire lacrime, perché il Medio Oriente oggi piange, oggi soffre e tace, mentre altri lo calpestano in cerca di potere e ricchezze”.

Accanto a tutti i patriarchi cattolici – Copto di Alessandria, siro di Antiochia, Antiochia dei Maroniti, Antiochia dei greco-melkiti, Nanilonia dei Caldei, Cilicia degli armeni, e latino di Gerusalemme – ci sono gli ortodossi che vedono la contemporanea e non usuale presenza del Patriarcato ecumenico e di quello di Mosca. Accanto a Bartolomeo, c’è infatti il metropolita Hilarion di Volokolamsk, “ministro degli esteri” del Patriarcato di Mosca. E ci sono anche Theodoros II, patriarca greco-ortodosso di Alessandria e di tutta l’Africa, l’arcivescovo Nektarios, in rappresentanza di Theophilos III, patriarca greco-ortodosso di Gerusalemme, , Ignatius Aphrem II patriarca siro-ortodosso di Antiochia e di tutto l’Oriente, Hovakim, vescovo della Chiesa armena di Gran Bretagna e Islanda in rappresentanza di Karekin II patriarca supremo e catholicos di tutti gli armeni, Aram I, catholicos di Cilicia degli armeni, Mar Gewargis III, catholicos patriarca della Chiesa assira d’Oriente.

Per i luterani c’è Sani Ibrahim Azar vescovo della Chiesa evangelica luterana in Giordania e Terra Santa. Ed è presente anche una donna, Souraya Bechealany, segretario generale ad interm del Consiglio delle Chiese del Medio Oriente.

Un incontro dal tema “Su di te sia pace! Cristiani insieme per il Medio Oriente” cominciato con l’abbraccio di pace tra i leader religiosi presenti che, insieme, hanno reso omaggio a san Nicola, nella basilica che ne conserva le reliquie, e acceso la lampada “uniflamma”, segno di unità tra i cristiani.

Il Papa e i Patriarchi, quindi, sono saliti insieme su pullman e si sono recati alla “Rotonda” sul lungomare di Bari dove si è svolto l’incontro di preghiera con la partecipazione di decine di migliaia di persone.

“Siamo – ha detto Francesco – giunti pellegrini a Bari, finestra spalancata sul vicino Oriente, portando nel cuore le nostre Chiese, i popoli e le molte persone che vivono situazioni di grande sofferenza. A loro diciamo: ‘vi siamo vicini’”.

“Qui contempliamo l’orizzonte e il mare e ci sentiamo spinti a vivere questa giornata con la mente e il cuore rivolti al Medio Oriente, crocevia di civiltà e culla delle grandi religioni monoteistiche. Lì è venuto a visitarci il Signore, «sole che sorge dall’alto» (Lc 1,78). Da lì si è propagata nel mondo intero la luce della fede. Lì sono sgorgate le fresche sorgenti della spiritualità e del monachesimo. Lì si conservano riti antichi unici e ricchezze inestimabili dell’arte sacra e della teologia, lì dimora l’eredità di grandi Padri nella fede. Questa tradizione è un tesoro da custodire con tutte le nostre forze, perché in Medio Oriente ci sono le radici delle nostre stesse anime”.

“Ma su questa splendida regione si è addensata, specialmente negli ultimi anni, una fitta coltre di tenebre: guerra, violenza e distruzione, occupazioni e forme di fondamentalismo, migrazioni forzate e abbandono, il tutto nel silenzio di tanti e con la complicità di molti. Il Medio Oriente è divenuto terra di gente che lascia la propria terra. E c’è il rischio che la presenza di nostri fratelli e sorelle nella fede sia cancellata, deturpando il volto stesso della regione, perché un Medio Oriente senza cristiani non sarebbe Medio Oriente”.

“Questa giornata inizia con la preghiera, perché la luce divina diradi le tenebre del mondo. Abbiamo già acceso, davanti a San Nicola, la ‘lampada uniflamma’, simbolo della Chiesa una. Insieme desideriamo accendere oggi una fiamma di speranza. Le lampade che poseremo siano segno di una luce che ancora brilla nella notte. I cristiani, infatti, sono luce del mondo (cfr Mt 5,14) non solo quando tutto intorno è radioso, ma anche quando, nei momenti bui della storia, non si rassegnano all’oscurità che tutto avvolge e alimentano lo stoppino della speranza con l’olio della preghiera e dell’amore. Perché, quando si tendono le mani al cielo in preghiera e quando si tende la mano al fratello senza cercare il proprio interesse, arde e risplende il fuoco dello Spirito, Spirito di unità, Spirito di pace”.

“Preghiamo uniti, per invocare dal Signore del cielo quella pace che i potenti in terra non sono ancora riusciti a trovare. Dal corso del Nilo alla Valle del Giordano e oltre, passando per l’Oronte fino al Tigri e all’Eufrate, risuoni il grido del Salmo: «Su te sia pace!» (122,8). Per i fratelli che soffrono e per gli amici di ogni popolo e credo, ripetiamo: Su te sia pace! Col salmista imploriamolo in modo particolare per Gerusalemme, città santa amata da Dio e ferita dagli uomini, sulla quale ancora il Signore piange: Su te sia pace! Sia pace: è il grido dei tanti Abele di oggi che sale al trono di Dio. Per loro non possiamo più permetterci, in Medio Oriente come ovunque nel mondo, di dire: «Sono forse io il custode di mio fratello?» (Gen 4,9). L’indifferenza uccide, e noi vogliamo essere voce che contrasta l’omicidio dell’indifferenza. Vogliamo dare voce a chi non ha voce, a chi può solo inghiottire lacrime, perché il Medio Oriente oggi piange, oggi soffre e tace, mentre altri lo calpestano in cerca di potere e ricchezze. Per i piccoli, i semplici, i feriti, per loro dalla cui parte sta Dio, noi imploriamo: sia pace! Il «Dio di ogni consolazione» (2 Cor 1,3), che risana i cuori affranti e fascia le ferite (cfr Sal 147,3), ascolti oggi la nostra preghiera”.

Preghiere e canti in arabo e greco hanno fatto seguito alle parole di Francesco. Così il patriarca Bartolomeo in greco ha chiesto: “Signore Gesù Cristo… ispira cose buone nei cuori di coloro che vogliono la guerra e pacifica anche i nostri cuori, libera noi e tutti gli uomini dai desideri malvagi e avidi e semina nei nostri e nei loro cuori uno spirito di giustizia, di riconciliazione e di amore verso tutti i nostri fratelli”.

A Papa e patriarchi, quindi, sono state consegnate simboliche lampade accese (nella foto). Tutti insieme, quindi, sono tornati alla basilica di san Nicola per un incontro a porte chiuse per parlare della situazione dei cristiani: erano il 20% della popolazione del Medio Oriente prima della Prima guerra mondiale, ora sono il 4%.

La Chiesa cattolica vorrebbe che nei Paesi del Medio Oriente si affermasse il principio che in Occidente sembra scontato – anche se oggi qualcuno lo mette in discussione – che tutti i cittadini sono uguali, indipendentemente da razza e religione. Da qui nascono i diritti uguali per ogni persona, compreso quello alla libertà religiosa. Un principio la Chiesa cattolica giudica fondamentale per la coesistenza pacifica. (FP)

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Concluso pellegrinaggio vescovi umbri in Armenia (Ansa 06.07.18)

Si è concluso il pellegrinaggio ecumenico dei vescovi umbri in Armenia, guidato dal cardinale arcivescovo di Perugia-Città della Pieve Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza episcopale italiana e dall’arcivescovo di Spoleto-Norcia mons. Renato Boccardo, presidente della Conferenza episcopale umbra.
Presenti i vescovi mons. Domenico Cancian, di Città di Castello, mons. Benedetto Tuzia, di Orvieto-Todi, mons. Paolo Giulietti, ausiliare di Perugia-Città della Pieve e mons. Mario Ceccobelli, emerito di Gubbio.
Nella cattedrale di Gyumri l’abbraccio con mons. Raphael Franois Minassian, vescovo armeno-cattolico e la comunità che ha partecipato alla solenne celebrazione. A loro, in particolare, si è rivolto il cardinale Bassetti, portando il saluto di papa Francesco, e invitandoli a prepararsi con entusiasmo al Sinodo dei giovani. “Siate forti, cercate di vincere il male e custodite le parole di Gesù” ha detto Bassetti.


Chiesa, pellegrinaggio dei vescovi umbri in Armenia: “Comunità viva” (Lanotiziaquotidiana.it 06.07.18)

Il vescovo cattolico armeno Raphael François Minassian: “La presenza tra noi dei nostri confratelli ci dà la speranza e la forza di proseguire la nostra missione”

 

PERUGIA – Nel segno della fraternità, pace e speranza si è concluso il pellegrinaggio ecumenico dei vescovi umbri in Armenia (2-6 luglio), guidato dal cardinale arcivescovo di Perugia-Città della Pieve Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza episcopale italiana (Cei) e dall’arcivescovo di Spoleto-Norcia, Renato Boccardo, presidente della Conferenza episcopale umbra (Ceu), insieme ai vescovi Domenico Cancian, di Città di Castello, Benedetto Tuzia, di Orvieto-Todi, Paolo Giulietti, ausiliare di Perugia-Città della Pieve e Mario Ceccobelli, emerito di Gubbio. Un pellegrinaggio in una terra dove tutto rimanda alla storia del cristianesimo delle origini, che nel 301 aveva già le sue comunità organizzate, guidate dal primo vescovo Gregorio Illuminatore. Un pellegrinaggio per conoscere non solo la storia di chiese e monasteri, quanto per incontrare le pietre vive, che oggi sono le comunità dei cattolici armeni.

Incontro con la comunità cattolica a Gyumri Nella cattedrale di Gyumri l’abbraccio con mons. Raphael François Minassian, vescovo armeno-cattolico e la comunità che ha partecipato alla solenne celebrazione: i sacerdoti, i seminaristi, le suore di Mare Teresa di Calcutta, le suore armene dell’Immacolata Concezione, gli operatori della Caritas e una folta schiera di ragazzi e giovani che stanno svolgendo il campo estivo in parrocchia. A loro, in particolare, si è rivolto il cardinale Bassetti, portando il saluto di papa Francesco, e invitandoli a prepararsi con entusiasmo al Sinodo dei giovani “Siate forti, cercate di vincere il male e custodite le parole di Gesù – ha detto Bassetti -; la Chiesa ha fiducia in voi e come dice papa Francesco, non lasciatevi rubare da nessuno la speranza».

Il grazie di Bassetti Il cardinale ha ringraziato per l’accoglienza festosa e per la fraterna ospitalità «in questa terra benedetta da Dio, che, fin dagli inizi del cristianesimo, ha accolto l’annuncio della salvezza», dove già nel 301 il cristianesimo è stata riconosciuta quale religione di stato. «Ci siamo commossi visitando i luoghi dove le piaghe di Gesù si sono particolarmente manifestate – ha aggiunto il presule – nei confronti di tanti fratelli e sorelle uccisi dalle persecuzioni all’inizio del XX secolo, torturati, perseguitati per la loro fede cristiana e per l’appartenenza a questa nazione. Tutto ciò ci porta a riflettere sul nostro essere cristiani oggi non solo a parole ma nei fatti e nella vita. Gesù vuole farci persone nuove; noi chiediamo la forza per camminare e lui libera il nostro cuore delle catene del peccato».  Nella città di Gyurmi, che nel 1988 fu distrutta da un terremoto, è stato ricordato anche il recente sisma che ha colpito Norcia, patria di san Benedetto, e altre zone dell’Italia centrale. Il cardinale Bassetti ha invitato a pregare perché anche in questi momenti non si perda mai la speranza.

L’opera della Chiesa locale Grande è stata la gioia espressa dal vescovo Minassian: «Questa presenza del cardinale e dei vescovi è una consolazione, un incoraggiamento e una soddisfazione, perché abbiamo sete di avere i nostri confratelli presenti qui. Questo ci dà la speranza e la forza di proseguire la nostra missione che non è tanto facile, perché viviamo la separazione tra le Chiese. La loro presenza è un supporto fraterno che ci incoraggia ad andare avanti». Nelle zone dell’Europa orientale sono presenti un milione di armeni cattolici tra Russia, Georgia, Ucraina, Polonia, Armenia e alcune minoranze in Bulgaria e Romania, di questi 150mila sono in Armenia e in particolare a Gyumri, dove esiste un Seminario minore con numerosi giovani che lo frequentano. «Cerchiamo di aiutare i più bisognosi – ha aggiunto il vescovo armeno – le persone in difficoltà morale, sociale, economica, malate e così facciamo qualche volta il lavoro del governo, perché specie i villaggi di frontiera sono dimenticati da tutti. La nostra assistenza con attività in ambito sociale, sanitario, religioso per loro è un incoraggiamento per continuare a vivere». In questi anni sono state accolte circa seimila famiglie di profughi siriani grazie anche agli aiuti concreti della Cei e della Caritas italiana insieme ad altre Caritas europee. Lo stesso vescovo ha accolto nella sua casa quaranta profughi sostenendoli nella quotidianità e dando loro soprattutto speranza per il futuro.

Le impressioni del vescovo Boccardo  «E’ stato un pellegrinaggio alla grande tradizione cristiana di questa terra – ha commentato mons. Renato Boccardo, presidente della Ceu – per attingere alle fonti della grande spiritualità di Gregorio Illuminatore e Gregorio di Narek, che con la loro dottrina hanno segnato i percorsi di questo popolo nella fedeltà al Vangelo. Abbiamo visto come i valori cristiani hanno saputo ispirare una cultura e una società. Nonostante i 70 anni di dominazione sovietica questo popolo non ha smarrito le sue radici cristiane. Abbiamo incontrato la piccola comunità armena cattolica, ascoltando e condividendo la fatica di essere minoranza e con la nostra presenza abbiamo voluto manifestare vicinanza, solidarietà e incoraggiamento. Raccogliamo la testimonianza cristiana senza dimenticare la tragedia del genocidio come stimolo per le nostre comunità ad una rinnovata fedeltà nella processione della vita cristiana».

I luoghi visitati dai vescovi umbri Alle pendici del monte Ararat, che maestoso guarda da oltre confine la piccola Armenia, la vita scorre nella fierezza dell’identità di un popolo disperso nel mondo, ma che non dimentica la forza della propria storia millenaria. Il pellegrinaggio è stato un’occasione per scoprire la ricchezza della tradizione cristiana dell’Armenia, che nel corso dei secoli ha dato una significativa testimonianza di fede. Ad Erevan, capitale dell’Armenia, i vescovi umbri hanno visitato la nuova cattedrale dedicata a San Gregorio Illuminatore, consacrata nel 2001 in occasione del 1700° anniversario dalla fondazione della Chiesa Armena e dell’adozione del cristianesimo come religione di Stato. Nel novembre dell’anno 2000 san Giovanni Paolo II consegnò al Catholicos Karekin II la reliquia di san Gregorio Illuminatore, fino ad allora custodita a Napoli, collocata ora sotto un artistico baldacchino all’ingresso della cattedrale e molto venerata dai fedeli.

Visita al Memoriale I presuli umbri hanno visitato anche il Memoriale del Genocidio degli armeni Tsitsernakaberd, avvenuto alla fine dell’Impero Ottomano (1915-1916), edificato nel 1967 sulla spianata della collina di Dzidzernagapert (Forte delle rondini), che si trova su di una vasta altura che circonda la città di Yerevan. Nel giardino dei giusti crescono 1500 alberi piantati dai leader di tutto il mondo tra cui papa Giovanni Paolo II nel 2001, in occasione della sua storica visita. Ogni anno, il 24 aprile, tantissimi armeni, giunti da ogni parte del mondo, vi salgono per commemorare il Metz Yeghérn, il ‘Grande Male’ che ha visto il massacro di un milione e mezzo di persone.

Nei monasteri E’ stata visitata anche città di Vagharshapat, antica capitale dell’Armenia, dove si trova la cattedrale di Echmiadzin, il Vaticano Armeno, una delle chiese più antiche del mondo (303 d. C.) e alla chiesa di Santa Hripsime (VII secolo), una delle meraviglie dell’architettura ecclesiastica armena. Non è mancata l’escursione ai resti archeologici di Zvartnots, l’antica cattedrale paleocristiana distrutta da un terremoto nel X secolo e che rappresenta l’evoluzione e lo sviluppo architettonico di chiesa armena, a cupola centrale e con struttura a croce, che ha esercitato una profonda influenza sullo sviluppo artistico nella regione. Una giornata è stata dedicata alla visita dei monasteri di Khor Virap (“fossa profonda”), alle pendici dell’Ararat, al confine con la Turchia e luogo di prigionia di san Gregorio Illuminatore, del complesso monastico di Noravank del XIII-XIV secolo e del monastero rupestre di Ghegard (XII sec.) dove la tradizione vuole che sia stata conservata la lancia che trafisse il costato di Cristo e dove sgorga una sorgente d’acqua, considerata benedetta. Qui vi è stato il modo di approfondire i lineamenti del monachesimo eremitico, che è la prima forma di vita religiosa presente in Armenia. La Chiesa armena, nonostante le tragedie della storia e le tante persecuzioni, è apparsa viva e operosa, ricca di testimonianze di fede e di carità.


Armenia: mons. Boccardo (Ceu), “pellegrinaggio alle fonti della grande spiritualità cristiana” (SIR 06.07.18)
Un pellegrinaggio alla grande tradizione cristiana di questa terra per attingere alle fonti della grande spiritualità di Gregorio Illuminatore e Gregorio di Narek, che con la loro dottrina hanno segnato i percorsi di questo popolo nella fedeltà al Vangelo”. Così l’arcivescovo di Spoleto-Norcia, mons. Renato Boccardo, presidente della Conferenza episcopale umbra, al termine del pellegrinaggio ecumenico con gli altri vescovi umbri in Armenia. “Abbiamo visto come i valori cristiani hanno saputo ispirare una cultura e una società. Nonostante i 70 anni di dominazione sovietica questo popolo non ha smarrito le sue radici cristiane”. L’arcivescovo racconta dell’incontro con la piccola comunità armena cattolica, “ascoltando e condividendo la fatica di essere minoranza e con la nostra presenza abbiamo voluto manifestare vicinanza, solidarietà e incoraggiamento”. “Raccogliamo la testimonianza cristiana senza dimenticare la tragedia del genocidio come stimolo per le nostre comunità a una rinnovata fedeltà nella professione della vita cristiana”.

NAGORNO KARABAKH: Nessuna risoluzione del conflitto all’orizzonte(Eastjournal 05.07.18)

Il 26 giugno si è celebrato a Baku il centesimo anniversario della nascita delle forze armate della Repubblica dell’Azerbaigian. Nel corso della parata militare hanno sfilato per le strade della capitale i nuovi armamenti dell’esercito azero, un avvertimento sul fatto che, come ha sottolineato anche il presidente Ilham Aliyev, non è stata trovata una risoluzione del conflitto in Karabakh che è, a tutti gli effetti, ancora in corso.

Gli analisti armeni hanno notato, in particolare, notato la presenza di nuovi missili tattici e anticarro che potrebbero rappresentare un pericolo per le difese armene, inducendo Erevan a investire nel riarmo. Al contempo, Baku ha annunciato una massiccia esercitazione militare che si terrà tra il 2 e il 6 luglio. Le manovre dovrebbero coinvolgere 120 tra carri armati e altri veicoli corazzati, più di 200 pezzi di artiglieria e fino a 30 carri armati. L’esperto militare Azad Isazade, intervistato dall’agenzia Caucasian Knot, ha spiegato che l’obiettivo dell’esercito azero è semplice: “liberare i territori occupati”.

Manovre e schermaglie

La retorica bellicista non è una novità, come non è un segreto che da tempo il governo azero spenda ingenti somme di denaro per il riammodernamento delle forze armate. Più preoccupante le notizie che arrivano dalle zone al confine tra Armenia e Azerbaigian.

Le schermaglie tra le truppe dei due paesi sono da anni la norma quando si parla della situazione in Nagorno-Karabakh. Nel 2016, è scoppiata quella che è nota come guerra dei quattro giorni che ha causato la morte di centinaia tra civili e militari e ha permesso agli azeri di riconquistare alcune aree sotto il controllo armeno.

L’escalation del 2016, la più grave da quando è entrato in vigore il cessate il fuoco nel 1994, fa temere che un nuovo conflitto generale sia imminente. L’allarme è suonato già nel luglio del 2017, con accuse da entrambe le parti per il mancato rispetto del cessate il fuoco.

Quest’anno il copione si è ripetuto. Negli ultimi giorni il ministero della difesa azero ha accusato l’esercito armeno di aver violato 118 volte il cessate il fuoco, bombardando le posizioni azere tra il 26 e il 27 giugno. A sua volta, solo una settimana prima il governo del Karabakh aveva accusato le forze armate di Baku di aver bombardato le postazioni armene per 150 volte tra il 17 e il 23 giugno.

La novità del 2018 è che le manovre militari si sono estese al confine tra il territorio dell’Armenia internazionalmente riconosciuto e l’exclave azera del Nakhichevan. Secondo quanto riportato dal portale Eurasianet, le forze azere sono avanzate nella terra di nessuno tra i due paesi, prendendo, poi posizione sulle alture che sovrastano il centro abitato di Areni. La manovra, oltre ad avere scatenato il panico tra gli abitanti del villaggio, ha destato preoccupazione a livello governativo, in quanto Baku sembra in grado di minacciare la strada M2, l’unico collegamento tra Erevan e la frontiera sud con l’Iran.

Una pace sempre lontana

Viene definito come un conflitto congelato quello tra Armenia e Azerbaigian per il controllo del Nagorno-Karabakh, ma gli eventi degli ultimi anni continuano a dimostrare quanto sia erronea e pericolosa questa etichetta. Il rischio, infatti è quello di dare l’idea di una situazione irrisolta, ma sostanzialmente stabile. Quanto avviene di continuo alle frontiere è la dimostrazione di quanto non sia il conflitto ad essere congelato, ma piuttosto le trattative di pace che dovrebbero portare a una sua risoluzione.

Dopo due anni di guerra, nel 1994 Baku e Erevan firmarono un accordo di cessate il fuoco che però non risolse la situazione giuridica del Nagorno-Karabakh. La regione, che in epoca sovietica aveva uno status di autonomia all’interno della RSS azera per la sua popolazione prevalentemente armena, durante il conflitto si è guadagnata l’indipendenza de facto, rimanendo, però de iure parte del nuovo Azerbaigian indipendente.

Nessuna forza politica sia interna che esterna ai due paesi è mai riuscita a elaborare una risoluzione del conflitto accettabile da entrambe le parti. L’Armenia ha continuato a far leva sul principio di autodeterminazione dei popoli, mentre l’Azerbaigian su quello di intergrità territoriale, il resto lo ha fatto la propaganda rendendo inaccettabile all’occhio dell’opinione pubblica dei due paesi una qualsiasi forma di compromesso.

Il nuovo governo armeno salito al potere lo scorso maggio grazie alla cosiddetta Rivoluzione di velluto, pur rappresentando una grossa novità nel panorama politico regionale, non sembra avere un atteggiamento sostanzialmente diverso dai predecessori per quanto riguarda la risoluzione del conflitto in Nagorno-Karabakh.

Uno degli aspetti dei giorni della rivoluzione armena è che nonostante la quasi totalità delle strade del paese fosse bloccata dai manifestanti, la M11 e la M12, le due vie di comunicazione tra Armenia e Karabakh, siano rimaste sgombre per permettere gli spostamenti all’esercito armeno in caso di attacco azero.

Il  nuovo primo ministro armeno, Nikol Pashinyan ha incontrato Aliyev a Mosca il 14 giugno nel corso della cerimonia di inaugurazione del mondiale. Il premier armeno ha scritto sul suo profilo Facebook che Putin lo ha presentato al presidente azero, ma che l’incontro non è andato al di fuori delle presentazioni. Ci vorrà ben altro se si vorrà veramente trovare una risoluzione del conflitto che avvelena la regione da trent’anni

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Incontro di Bari: la lista dei partecipanti ecumenici (Romasette.it 03.07.18)

 stato il cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani, a presentare oggi, 3 luglio, ai giornalisti la “lista” dei leader delle Chiese che saranno presenti a Bari sabato prossimo, in occasione della Giornata di preghiera e riflessione per la pace voluta da Papa Francesco. «Regione martirizzata, il Medio Oriente è anche un luogo dove le relazioni ecumeniche sono più forti e promettenti – le parole del porporato -, in particolare tra ortodossi e cattolici». E la presenza a Bari dei Capi delle Chiese ortodosse e orientali, su invito di Papa Francesco, ne è una dimostrazione.

All’incontro di Bari, ha illustrato il cardinale Koch, parteciperanno il patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo;Theodoros II, patriarca greco-ortodosso di Alessandria e di tutta l’Africa; l’arcivescovo di Anthedon Nektarios, in rappresentanza in rappresentanza di Theophilos III, patriarca greco-ortodosso di Gerusalemme; il metropolita Hilarion, in rappresentanza del patriarca di Mosca e di tutta la Russia Kirill; il metropolita di Konstantia e Ammochostos Vasilios, in rappresentanza di Chrysostomos II, arcivescovo di Nuova Giustiniana e di tutta Cipro. Per le Chiese ortodosse orientali, sono presenti Papa Tawadros II, patriarca della Chiesa copto-ortodossa d’Alessandria; Ignatius Aphrem II, patriarca siro-ortodosso di Antiochia e di tutto l’Oriente; Hovakim, vescovo di Inghilterra e Irlanda, in rappresentanza di Karekin II, patriarca e catholicos di tutti gli Armeni;  Aram I, catholicos di Cilicia degli armeni. Per la Chiesa ortodossa assira, parteciperà Mar Gewargis II, patriarca e catholicos della Chiesa assira d’Oriente. Saranno presenti anche il Rev. Sani Ibrahim Azar, vescovo della Chiesa evangelica luterana in Giordania e Terra Santa, e Souraya Bechealany, segretaria generale del Consiglio delle Chiese del Medio Oriente.

logo cristiani insieme per il medio oriente«I cristiani rimarranno nella regione solo se la pace sarà ristabilita», ha osservato il cardinale, aggiungendo che «non è possibile immaginare un Medio Oriente senza cristiani» e che è necessario «proteggere i diritti di ogni persona e di ogni minoranza» e «proseguire il dialogo interreligioso». Su queste quattro “convinzioni” i capi delle Chiese e delle comunità cristiane del Medio Oriente rifletteranno nella Giornata in programma a Bari. Il Medio Oriente, terra delle origini del cristianeismo, ha rilevato Koch, «è anche una delle regioni del mondo in cui la situazione dei cristiani è più precaria. A causa di guerre e di persecuzioni, molte famiglie abbandonano la loro patria storica alla ricerca di sicurezza e di un futuro migliore. La percentuale dei cristiani nel Medio Oriente è diminuita drasticamente nell’arco di un secolo: mentre rappresentavano il 20% della popolazione del Medio Oriente prima della prima guerra mondiale, ora sono solo il 4%».

Dall’inizio della crisi, ha continuato il  presidente del Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani, «la Chiesa cattolica ha instancabilmente chiesto il ripristino della pace, soprattutto attraverso la ricerca di una soluzione politica. Questa chiamata ha preso anche la forma della preghiera e del digiuno». Poi, entrando nel merito del secondo principio, cioè l’impossibilità di immaginare un Medio Oriente senza cristiani, ha spiegato che questo alla base non ci sono solo ragioni religiose «ma anche per ragioni politiche e sociali, perché i cristiani sono un elemento essenziale di equilibrio della regione». Ma ciò implica – ed è il terzo punto sollevato da Koch – «il rispetto per la libertà religiosa e l’uguaglianza davanti alla legge, basato sul principio di cittadinanza a prescindere dall’origine etnica o dalla religione. È stato ripetutamente sottolineato dalla Chiesa cattolica come principio fondamentale per la realizzazione e per il mantenimento di una coesistenza pacifica e fruttuosa tra le varie comunità in Medio Oriente». Infine, «l’urgente necessità di proseguire il dialogo interreligioso», sul quale Papa Francesco insiste particolarmente nella sua Lettera ai cristiani in Medio Oriente: «Il dialogo interreligioso – ha scritto il Santo Padre – è tanto più necessario quanto più difficile è la situazione. Non c’è un’altra strada».

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