Metti una sera a cena con Antonia Arslan al “Perchè” di Roncade per incrociare letteratura, storia e gusto (Padova24ore 22.01.18)

La scrittrice de “La Masseria delle allodole”, Antonia Arslan, simbolo della comunità italo-armena, sarà sabato 27 gennaio al “Perché” di Roncade, Treviso, con il giornalista-viaggiatore Renato Malaman per un “viaggio” nella storia e nella tradizione della più antica nazione cristiana al mondo. Seguirà una tipica cena armena con Anna Maria Pellegrino, volto noto di “Geo” ed esperta di cucina etnica

La scelta del Giorno della Memoria non è casuale. Partendo dal ricordo della Shoah, sabato prossimo 27 gennaio al ristorante “Perché” di Roncade, contenitore culturale non nuovo ad eventi di spessore, sarà ricordato anche un altro genocidio. Un genocidio peraltro dimenticato dalla storia, quello patito un secolo fa dal popolo armeno e finora mai riconosciuto da chi l’ha causato. Le vittime furono oltre 1.500.000 e l’Armenia storica perse gran parte dei propri territori, compreso il monte Ararat, simbolo stesso della nazione.
Ospite della manifestazione Antonia Arslan, la scrittrice che nel 2004 con “La masseria delle allodole” (opera vincitrice di numerosi premi e tradotta finora in 24 lingue) ha alzato il velo sui tragici fatti che hanno portato al genocidio, evidenziandone anche i responsabili.
Antonia Arslan, simbolo stesso della comunità italo-armena, incontrerà alle 17,30 il giornalista-viaggiatore Renato Malaman (che ha visitato il paese di recente) per un focus sull’Armenia di ieri e di oggi, fra storia, cultura e memoria del paese caucasico che è – va ricordato – la prima nazione cristiana al mondo (301 d.C.). Un racconto sul filo del tema “Dal genocidio alla rinascita” che aiuterà a conoscere meglio questo paese dall’anima profonda, tra le cui montagne sorgono monasteri di infinita bellezza e si snoda l’antica Via della Seta. Una proiezione di immagini accompagnerà questo viaggio ricco di suggestioni e con uno sguardo attento rivolto anche al presente: l’Armenia è indipendente dal 1991, dopo la dissoluzione dell’Urss.
La seconda parte della manifestazione sarà dedicata alla cucina tradizionale armena. Alle 20,30, sempre al “Perché”, Anna Maria Pellegrino presenterà un menu che evocherà i profumi e i sapori di quella terra, così ricca anche di spezie. La giornalista e cuoca, volto noto di “Geo” (la trasmissione di Rai 3), attingendo alla sua passione per le cucine etniche, preparerà alcuni piatti della tradizione armena, insieme a Luca Boldrin, cuoco del “Perché”.
Saranno abbinati ai vini armeni di Zorah ottenuti da vitigni autoctoni.
La partecipazione all’incontro del pomeriggio è libera e aperta a tutti. Per la cena (costo 30 euro) è richiesta la prenotazione allo 0422 849015.

ARMENIA: Punire la violenza domestica o “ristabilire l’armonia familiare”? (Eastjournal 22.01.18)

Ci sono voluti oltre dieci anni di battaglie condotte dalle organizzazioni per i diritti delle donne, due proposte bocciate dal parlamento nel 2009 e 2013, e mesi di accesi dibattiti, affinché l’Armenia adottasse finalmente una legge sulla violenza domestica.
Nella versione finale approvata lo scorso dicembre, la tanto attesa legge ha però subito un totale stravolgimento che ne mette in dubbio l’efficacia e addirittura la vera finalità. Qual è il risultato e cosa ne pensano la società civile e le organizzazioni per i diritti delle donne?

Cambia il nome, cambia la sostanza

Il titolo parla da sé: quella approvata dall’Armenia è una legge “sulla prevenzione della violenza nella famiglia, sulla protezione delle vittime di violenza nella famiglia e sul ristabilimento dell’armonia familiare”. Per prima cosa, il termine “violenza domestica” è stato sostituito da violenza “nella famiglia”: una modifica che restringe il campo d’azione della legge. Come lo spiega l’attivista Artur Sakunts, direttore della Helsinki Citizens’ Assembly di Vanadzor, secondo la formulazione attuale la legge è applicabile solo nei casi di coppie ufficialmente sposate e che vivono sotto lo stesso tetto.

In secondo luogo, il titolo della legge racchiude in sé il cosiddetto “principio della riconciliazione”, che ha suscitato l’ira delle associazioni per i diritti delle donne. In pratica, la legge prevede che le forze di polizia (e lo stato stesso) possano intromettersi nella vita privata delle coppie per proporre una mediazione. Gli abusanti potranno “riconciliarsi” con le vittime attraverso un organo indipendente (la cui composizione e nomina non sono ancora state chiarite) al fine di risolvere la questione senza ricorrere al tribunale. Secondo Lara Aharonian, co-direttrice del Women’s Resource Center, questo tipo di mediazione, già rivelatosi inefficace in altri paesi, presenta dei rischi per le vittime di violenza domestica: può essere usato come forma di pressione ed è inoltre assolutamente inappropriato quando il rischio che la violenza si ripeta è alto.

Non si combatte l’impunità

Un sondaggio condotto dall’OSCE nel 2011 rivela che almeno il 60% delle donne armene ha subito qualche forma di violenza domestica nella propria vita. Allarmante è anche il tasso di femminicidi: tra il 2010 e il 2017, almeno 50 donne sarebbero state uccise dai propri compagni o ex-partner. Nella maggioranza dei casi, le indagini sono condotte in modo superficiale, i colpevoli vengono addirittura giustificati di fronte al tribunale e ricevono pene minime (9 anni di carcere in media).

Alla luce di questi dati, un altro punto debole della nuova legge è il mancato inasprimento delle pene. L’unico cambiamento che essa introduce nel codice penale è infatti di tipo preventivo: se avvertita, la polizia potrà intervenire più rapidamente per proteggere la vittima, anche prima che la violenza abbia luogo. Infine, sebbene il testo proponga la creazione di un Consiglio incaricato di supervisionare la messa in atto della legge, i membri di quest’organo saranno nominati dal primo ministro, ciò che ne mette in discussione l’imparzialità.

Secondo Aharonian, gli aspetti positivi della nuova legge si limitano alla creazione di nuovi centri di accoglienza per le vittime di violenza domestica, e ad una serie di misure di sensibilizzazione al problema. Tra queste, dei corsi di formazione rivolti al personale giudiziario e dell’educazione, e alle forze di polizia.

Tempi lunghi e disinformazione

L’adozione di una legge sulla violenza domestica in Armenia è frutto del lungo lavoro di attivismo svolto, a partire dal 2007, dalle organizzazioni per i diritti delle donne, sostenute anche dalla diaspora. I dieci anni trascorsi tra l’inizio del dibattito e l’approvazione della legge sulla violenza domestica hanno però favorito il diffondersi di controversie e manipolazioni mediatiche.

In particolare, gruppi di nazionalisti e altre pseudo-ONG sostenute dalla Russia hanno cercato di screditare la legge negandone la necessità e diffondendo informazioni false sul suo contenuto. Secondo una delle notizie infondate che ha avuto più seguito tra l’opinione pubblica, la legge sulla violenza domestica non sarebbe altro che “un nuovo meccanismo di distruzione della famiglia, per sottrarre i bambini ai genitori ed affidarli ai centri di accoglienza”, nonché opera di gruppi “ostili all’interesse della nazione”.

Nuovo terreno di scontro tra i sostenitori dei cosiddetti “valori tradizionali” contro quelli “occidentali” e “liberali”, la legge sulla violenza domestica ha inoltre risentito delle oscillazioni geopolitiche in cui l’Armenia è coinvolta – e che emergono anche nelle contraddizioni interne al governo.

Tra due fuochi

Fino all’ultimo, Eduard Sharmazanov, leader del partito di maggioranza, ha infatti criticato la legge (finalizzata dal suo stesso governo) perché contraria ai “valori della famiglia tradizionale” e ad alcuni princìpi biblici tra cui l’ubbidienza della donna all’uomo. Eppure, vari commentatori avevano previsto che la legge sulla violenza domestica sarebbe alla fine stata approvata – anche se in una versione più “soft”.

In ballo c’era infatti un assegno di 11 milioni di euro, provenienti dal programma di sostegno al bilancio per i diritti umani della Commissione Europea. Una somma considerevole che sarebbe stata destinata all’Armenia previa adozione di una legge sulla violenza domestica, come parte del Piano d’Azione nazionale per la protezione dei diritti umani. Il governo armeno si è quindi trovato alle strette, tra la necessità di adeguarsi agli standard del programma di sostegno al bilancio, e quella di giostrare l’elettorato conservatore e le organizzazioni nazionaliste e filorusse.

Il risultato è una legge “a metà”. Cercando di accontentare tutte le parti, questa rischia di mancare il suo obiettivo principale, spostando l’attenzione dalla protezione delle vittime di violenza domestica al ristabilimento di un’astratta “armonia familiare”.
Per ora, l’UE non ha espresso pareri sul contenuto della legge.

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Giornata della Memoria: Giardino dei Giusti, incontro a Milano (SIR 22.01.18)

“Responsabilità contro indifferenza. Oggi come ieri, scegliamo di accogliere” è il tema dell’appuntamento annuale organizzato dall’Associazione del Giardino dei Giusti di Milano (composta da Comune di Milano, Gariwo e Ucei, l’Unione delle Comunità ebraiche italiane) con insegnanti e studenti delle scuole di ogni ordine e grado per celebrare la Giornata della Memoria. L’evento si terrà al Teatro “Elfo Puccini” di Milano mercoledì 24 gennaio (dalle ore 9.30). Il programma prende avvio, dopo i saluti istituzionali del presidente del Consiglio comunale di Milano, Lamberto Bertolé, dal tema dell’accoglienza, proponendo la testimonianza di Roberto Jarach, vicepresidente della Fondazione Memoriale della Shoah di Milano, e del giornalista Stefano Pasta, della Comunità di Sant’Egidio, accompagnato da un giovane profugo proveniente dalla Guinea Conakry accolto nella struttura, che racconteranno l’esperienza di ospitalità ai profughi fornita dal “Binario 21” e dialogheranno con il presidente di Gariwo, Gabriele Nissim, sul tema della responsabilità. A seguire, Elisa Giunipero, docente di Storia contemporanea presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, racconterà la storia degli ebrei di Shanghai e in particolare di Ho Feng Shan, console cinese a Vienna che fornì passaporti falsi agli ebrei per salvarli dalle deportazioni. Dal ricordo della Shoah alla contemporaneità, con la testimonianza di Emilio Barbarani, che operò nell’Ambasciata italiana a Santiago del Cile negli anni ’70, salvando la vita a centinaia di oppositori di Augusto Pinochet. Tra le testimonianze quelle del console armeno e co-fondatore di Gariwo, Pietro Kuciukian, e del giornalista Simone Zoppellaro, che porteranno l’attenzione sul genocidio contro la comunità yazida, oltre alla video-intervista di Gariwo a Nadia Murad, rapita dall’Isis e sfuggita ai suoi carcerieri dopo due anni di violenze. Nelle stesse terre del genocidio armeno del 1915, oggi si verifica un atto di accoglienza da parte della stessa Armenia, che dal 2014 ha aperto le sue porte ai profughi yazidi. Hammo Shero, il capo yazida del Monte Sindjar che nel 1915 salvò migliaia di armeni ospitandoli sulla montagna, sarà onorato insieme a Ho Feng Shan al Giardino al Monte Stella di Milano in occasione della prossima Giornata dei Giusti dell’umanità (6 marzo).

L’Armenia è al centro dei cyber attacchi degli hacker di stato anti-Occidente (Difesaesicurezza.com 21.01.18)

EVN Report: In Armenia, solo nel 2017, sono stati hackerata diverse migliaia di profili Facebook e Instagram locali. Inoltre, il paese subisce aggressioni informatiche da 10-15 anni

L’Armenia è al centro dei cyber attacchi degli hacker di stato. Lo rileva EVN Report, settimanale indipendente di base a Yerevan. Le prime vittime sono i cittadini del paese, che subiscono aggressioni nel cyberspazio da parte di attori malevoli dell’Azerbaigian e della Turchia. Solo nel 2017 sono stati diverse migliaia i profili armeni compromessi su Facebook e Instagram. Negli ultimi 10-15 anni, inoltre, ci sono state ondate di attacchi contro le istituzioni, diminuite solo dopo la nascita del Servizio di Sicurezza Nazionale (NSS) che ha assunto anche la funzione di sovrintendere alla sicurezza informatica della nazione. Non solo. I leaks di Edward Snowden confermano che da parte della NSA USA c’è un interesse non comune per lo stato euroasiatico. In particolare sul fronte cyber. Peraltro, come la Cina, è segnalato in giallo per le attività dell’Agenzia, in una scala da verde a rossa.

Presente in Armenia un network di cyber spionaggio su vasta scala, chiamato “Ottobre Rosso”. Gli esperti di cybersecurity: Dietro probabilmente c’era la Cina

In Armenia era presente anche un network di cyber spionaggio su vasta scala, chiamato “Ottobre Rosso”, come ha scoperto nel 2013 il Global Research & Analysis Team di In 2013, Kaspersky Lab. Questo era in grado di infiltrarsi in sotto-strutture importanti a livello statale e non per rubare dati ritenuti di interesse. I bersagli si trovavano soprattutto in Europa Orientale e nell’area dell’ex Unione Sovietica. La campagna di spionaggio cibernetico era attiva almeno dal 2007 e Yerevan era nella lista dei 10 paesi più infettati dal virus. Non è chiaro chi gestisse la rete, ma gli esperti di sicurezza informatica ritengono che dietro all’operazione possa esserci stata la Cina. Anche gli hacker russi di APT 28 (Fancy Bear) hanno preso di mira le autorità armene. E in particolare i vertici militari, come ha ricordato FireEye in un suo rapporto del 2014 sulle cyber operazioni della Federazione.

Gli hacker russi di Fancy Bear (APT 28) bersagliano periodicamente i vertici militari e di governo armeni, nonché diplomatici e giornalisti filo occidentali

Nel 2017, l’Armenia è stata nuovamente vittima di Fancy Bear. Lo hanno scoperto i ricercatori di sicurezza informatica di the Citizen Lab. Questa volta i bersagli degli hacker russi non sono stati solo i militari; ma anche i diplomatici, giornalisti e i funzionari di governo. Si parla di 41 persone che  avevano un orientamento filo-occidentale. Non è detto, comunque, che non ce ne siano stati anche altri. Tanto che il paese euroasiatico è di interesse in tutte le indagini sui cyber attacchi più importanti, effettuati soprattutto da attori a livello nazionale.

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Quanto commuove la deportazione armena (Il Gionale 21.01.18)

Milwaukee, Wisconsin 1921. Aram Tomasian è fuggito al genocidio armeno in cui sono stati assassinati tutti i membri della sua famiglia. Rimasto orfano vuole continuare la sua discendenza in America. Sposa per procura una giovane armena che ha soltanto quattordici anni, che si chiama Seta. La storia di Aran e Seta è narrata come un ricordo dal loro figlio adottivo che, ormai settantenne, racconta la sua vicenda e quella dei genitori, inevitabilmen te legata alla tragica storia di quel genocidio. Aran si aggrappa al passato, e da fotografo affermato, conserva in una specie di santuario la foto della famiglia massacrata ma priva delle teste generando con la moglie uno scontro inevitabile. Mentre Seta persevera nella direzio- ne che volge verso il domani. È la grande forza di volontà che li porta infine a superare queste esperienze dolorose e a scoprire quel sentimento d’amore che all’inizio sembrava impossibile e che, invece, malgrado le difficoltà vince su tutto. Perché rispetto e amore sono indissolubilmente legati fra loro. Il titolo della pièce di Holger Schober, Una bestia sulla luna prende spunto da un anedotto che racconta dell’idiozia di alcuni turchi che ritenevano di poter uccidere quella parte di luna oscurata da un’eclisse. La regia di Andrea Chiodi è sobria ed essenziale. Un capolavoro di sensibilità e pudore, in- terpretato con grazia e humor da due attori strepitosi come Elisabetta Pozzi e Fulvio Pepe, coadiuvati con acuta sensibilità dal narratore di Alberto Mancioppi.

UNA BESTIA SULLA LUNA – Parma, Fondazione teatro Due

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Austria: Vienna, i monaci armeni alla ricerca della ricetta perduta dell’antico liquore Mechitarine (SIR 20.01.18)

Si avvicinano tempi difficili nel futuro del monastero dell’ordine mechitarista armeno cattolico di Vienna: è andata perduta la segreta ricetta del famoso liquore speziato alle erbe Mechitarine, maggior fonte di sostentamento del monastero. La ricetta del liquore, di cui si ha notizia già dal 1680, prodotto in sei diverse gradazioni e soluzioni aromatiche sin dal 1811 a Vienna, è segretamente rivelata a soli due monaci e si tramanda oralmente. Gli ultimi due monaci divenuti recentemente depositari del segreto orale della produzione del liquore sono uno morto da poco all’improvviso e l’altro è stato colpito da demenza senile. “Non so come possa essere accaduto che la ricetta non sia stata rivelata in tempo”, ha affermato il padre Vahan, mechitarista del monastero di Vienna in una recente intervista al settimanale “Die Zeit”. Padre Vahan, armeno siriano, vive nel monastero viennese da quarantaquattro anni, e ogni anno accompagna oltre tremila visitatori, soprattutto pellegrini armeni, nella visita al monastero e alla cantina claustrale ove si produce il liquore. Per i padri, la cessazione della produzione della Mechitarine è fatale: il liquore è la loro principale fonte di reddito.
Nel 1811, all’arrivo a Vienna dei monaci da Trieste, l’imperatore Francesco I donò il monastero ai mechitaristi con l’ordine di non gravare sulle finanze statali. Così i monaci divennero produttori di liquori, in rispetto delle condizioni imperiali. Ora è iniziata la vendita degli ultimi lotti di Mechitarine prodotti dai monaci che però non conoscono più la ricetta: l’ultima goccia del liquore potrebbe esser venduta tra poco.

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Speciale infrastrutture: compagnia iraniana costruirà ponte Armenia–Georgia (Agenzainova 19.01.18)

Tbilisi, 19 gen 18:15 – (Agenzia Nova) – Il ponte sul fiume Debed, in Armenia settentrionale, verrà costruito dalla compagnia iraniana Ariana Tunnel Dam. Come riportato dalla testata “Caucasus Business Week”, l’accordo con la società è stato firmato oggi a Erevan tra il ministro armeno dei Trasporti, delle comunicazioni e delle tecnologie dell’informazione, Vahan Martirosyan, e il presidente della compagnia, Ali Mousavi. L’opera rientra tra le strutture del valico di controllo Sadakhlo–Bagratashen, sul confine tra Armenia e Georgia. Ariana Tunnel Dam ha vinto contro altre sei compagnie concorrenti la gara bandita dal ministero armeno dei Trasporti; l’infrastruttura sarà finanziata con un prestito che Erevan riceverà dalla Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (Bers), con cui l’accordo è stato firmato già nel 2012. Dal budget statale armeno del 2018 verranno inoltre ricavati 1,4 miliardi di dram (2,4 milioni di euro) per la costruzione del ponte.

Il progetto fa parte del programma di modernizzazione del corridoio settentrionale, sostenuto economicamente da Bers e volto all’adeguamento delle infrastrutture agli standard internazionali nonché alla costruzione ex novo di opere nei pressi delle strutture di controllo lungo la frontiera tra i due paesi caucasici. I punti di valico, destinati a veicoli privati e commerciali nonché a pedoni, dovrebbero così funzionare in maniera più efficiente. Il valico di Bagratashen, circa 200 chilometri a nord di Erevan, risulta fondamentale per l’Armenia in quanto sono attualmente chiusi i confini con Turchia e Azerbaigian. (Res)

Il dramma armeno rivive in musica al Fracastoro (Larena.it 19.01.18)

«I giusti non cambiano il mondo, ma salvano la speranza dell’umanità».

Questa frase del giornalista, saggista e storico Gabriele Nissim è il filo conduttore dell’incontro culturale con concerto dedicato al popolo armeno a cura della prof.ssa Anna Maria Samuelli con l’intervento dell’Orchestra giovanile Fracastoro Maffei che si è tenuto nell’aula magna succursali del liceo Fracastoro in via Ca’ di Cozzi.

Evento organizzato nell’ambito dello scambio culturale tra Verona con Yerevan, capitale dell’Armenia, che ha accolto per la prima volta nella nostra città il console onorario armeno Pietro Kuciukian ospite della riflessione dal titolo “Armenia: dai Giusti una speranza per le sfide del presente”.

 

Il musicista armeno Aram Ipekdjian che già ha suonato di recente alla società letteraria il duduk, strumento tradizionale armeno, ripropone brani suggestivi con questa specie di piccolo flauto ad ancia doppia appartenente alla famiglia dei legni, detto anche tsiranapogh ovvero “flauto albicocca”, capace di tradurre la poesia della gente dell’antica Anatolia in voce umana.

Ex repubblica sovietica situata nella regione montuosa del Caucaso, l’Armenia è stata vittima di un genocidio perpetrato dall’impero ottomano tra 1915 e il 1916 con massacri e deportazioni che causarono la morte di 1,5 milioni di persone tra cui giornalisti, scrittori, poeti, parlamentari, gente comune immolata in quello che gli armeni chiamano “il grande crimine”: lo storico polacco Raphael Lemkin, è stato il primo a coniare per il drammatico fatto storico il termine di genocidio nonché “primo episodio In cui uno stato ha pianificato ed eseguito sistematicamente lo sterminio di un popolo”.

Michela Pezzani

Esercito turco in allerta: dopo gli armeni, vogliono sterminare i curdi? (Secoloditalia 19.01.18)

È stato portato al “massimo livello” l’allerta delle forze turche al confine con la Siria in vista del probabile avvio di un’operazione militare ad Afrin, regione settentrionale controllata dalle forze curde. Lo ha riferito l’agenzia di stampa Anadolu, precisando che l’esercito di Ankara continua ad ammassare mezzi e carri armati nella provincia di Hatay. La notizia dell’innalzamento dell’allerta dell’esercito turco arriva all’indomani della riunione ad Ankara del Consiglio di sicurezza nazionale, presieduto dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan, incentrato sull’operazione nell’enclave curda di Afrin e sulla proroga dello stato d’emergenza in vigore in Turchia dal fallito golpe del luglio 2016. Sabato scorso le forze turche hanno colpito diversi obiettivi dei curdi siriani ad Afrin. Poi Ankara ha contestato con forza le notizie sull’addestramento da parte della coalizione a guida Usa di milizie siriane alleate, in gran parte curde, con l’obiettivo di formare una nuova forza da dispiegare ai confini settentrionali della Siria. Ankara considera “terroristi” i miliziani curdi delle Ypg appoggiati dagli Usa. La Turchia “distruggerà, uno dopo l’altro, i covi del terrore in Siria, iniziando dalle regioni di Afrin e Manbij”, ha minacciato nei giorni scorsi Erdogan, secondo il quale “chi ci ha pugnalato alle spalle e sembrava essere nostro alleato non potrà impedirlo”.

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Turchia, ombre e sospetti su gulenisti a 11 anni da omicidio Dink (Askanews 19.01.18)

Istanbul, 19 gen. (askanews) – A undici anni dall’assassinio del giornalista turco-armeno Hrant Dink il caso resta ancora irrisolto, mentre la lotta di Ankara contro il movimento di Gulen rischia di influire sul corso del processo occultando ancora una volta i reali responsabili del delitto.

Dink, aveva toccato la questione del genocidio armeno, da sempre argomento tabù in Turchia, ed è stato uno dei principali sostenitori del dialogo e della riconciliazione tra la comunità turca e quella armena. A questo scopo aveva orientato tutta la sua attività professionale, in particolare come direttore del settimanale bilingue Agos. Le sue posizioni avevano suscitato l’ira dei circoli ultra-nazionalisti del Paese anatolico, sfociata alla fine nell’assassinio del giornalista.

Ogun Samast, esecutore del delitto per conto di un gruppo ultra-nazionalista di Trabzon, fu arrestato alcuni giorni dopo aver commesso l’omicidio, processato e condannato all’ergastolo, seppur ancora minorenne al momento del delitto. Tuttavia, già nel 2007 durante le prime udienze del processo, erano emersi report dell’intelligence che affermavano come la polizia e la gendarmeria fossero al corrente dell’omicidio che si sarebbe compiuto.

Lo stesso Samast ha dichiarato che il giorno del crimine non era solo, identificando in seguito alcuni ufficiali della gendarmeria che erano presenti sul luogo del delitto. Altre testimonianze hanno inoltre ribadito che la gendarmeria era stata precedentemente informata del piano di uccidere il giornalista.

Il processo per l’omicidio di Dink rappresenta uno dei procedimenti politici chiave della storia turca recente. Il caso, che vede attualmente imputate 85 persone tra cui diversi membri delle forze dell’ordine e della gendarmeria, è stato inserito inizialmente nell’inchiesta Ergenekon, iniziata alcuni anni fa come un meccanismo di lotta contro la gladio turca, ma divenuto presto un meccanismo per silenziare l’opposizione secolarista del Paese.

Con la rottura definitiva avvenuta nel 2014 tra il Partito della giustizia e dello sviluppo (AKP) e il movimento di Gulen – ex alleato dell’attuale governo di Ankara, ora accusato di aver organizzato il tentato golpe dell’estate 2016 – il caso Ergenekon, condotto in buona parte da procuratori considerati vicini al movimento gulenista, è stato chiuso. Mentre l’omicidio Dink è considerato ora tra i crimini compiuti da membri dello stesso movimento.

“Il caso di Hrant Dink non può più essere trattato come un elemento di cause e di attriti politici”, afferma il giornalista di Hurriyet Ismail Saymaz, che da anni segue il caso del giornalista turco-armeno. “Io penso che in tutti questi anni i responsabili dell’accaduto avrebbero già dovuto essere processati per le proprie colpe. Ma siccome in passato i gulenisti erano potenti questo non è accaduto. Oggi invece, il processo ha cambiato corso perché i gulenisti hanno perso potere”.

Nel terzo testo d’accusa presentato dal procuratore Gokalp Kokcu lo scorso aprile, il caso è stato infatti collegato al movimento di Fethullah Gulen, che a sua volta si trova tra i principali imputati del delitto. Tra gli altri accusati si trovano i procuratori responsabili del caso Ergenekon, l’ex direttore del quotidiano Zaman Ekrem Dumanli, l’ex capo della polizia di Istanbul Celalettin Cerrah, Resat Altay e Ali Oz – rispettivamente capi della polizia di Trabzon e di Istanbul – e diversi ufficiali dell’intelligence della gendarmeria di Istanbul. Secondo il procuratore Kokcu, l’omicidio di Dink, rappresenterebbe il primo colpo inflitto da Gulen allo Stato turco.

“Osservando l’intera indagine pensiamo che tutti gli organismi dello Stato sono da tenersi responsabili dell’omicidio, inclusa la rete Ergenekon. Si è trattato di un atto collettivo. E vediamo che erano coinvolti anche alcuni ufficiali di polizia gulenisti, amministratori e ufficiali e tutti i dipartimenti dello Stato”, afferma Yetvart Danzikyan, attuale direttore di Agos.

Secondo l’analista Uygar Gultekin “il passato della Turchia è pieno di questi crimini politici e processi infiniti. I veri responsabili in questi casi non vengono mai trovati per la mancanza di un’indagine comprensiva e diligente”.

Nel 2010 la Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) ha già condannato la Turchia per non aver protetto il giornalista pur sapendo che era in pericolo e per non aver condotto un’inchiesta completa ed efficiente contro i responsabili dell’omissione.

Tuttavia i legali della famiglia Dink continuano a lavorare per impedire che l’omicidio di Dink si trasformi in una partita politica, continuando a riportare l’attenzione sul crimine e suoi suoi responsabili.

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