Incontro in Egitto per celebrare la spinta ecumenica della prima grande assise dei cristiani nel 325 DC
Le Chiese ortodosse orientali in Medio Oriente hanno tenuto una celebrazione ufficiale in occasione del 17° Giubileo del centenario (1700 anni) del Primo Concilio Ecumenico di Nicea.
La celebrazione si è svolta presso il Teatro St Anba Rewis nella Cattedrale copta ortodossa di Abbassiya in Egitto, sotto il tema: “Essere un solo accordo e una sola mente” (Filippesi 2:2). Il programma presentava una serie di inni e segmenti documentari che riflettevano il significato del Concilio di Nicea.
Prima dell’evento, Papa Tawadros II ha ricevuto Mor Ignatius Aphrem II, Patriarca di Antiochia e di Tutto l’Oriente della Chiesa ortodossa siriaca, e Aram I, Catholicos della Chiesa armena ortodossa della Grande Casa di Cilicia (Libano), presso la Residenza Papale al Cairo.
Sono stati accolti anche altri leader della chiesa, tra cui il patriarca Teodoro II di Alessandria e tutta l’Africa della Chiesa greco-ortodossa; il vescovo Samy Fawzy della Chiesa anglicana in Egitto, Nord Africa e Corno d’Africa; e il pastore Andrea Zaki, presidente della Chiesa evangelica in Egitto.
Erano presenti anche rappresentanti di varie chiese in Egitto e in Medio Oriente, insieme a funzionari del Consiglio delle Chiese in Medio Oriente e del Consiglio delle Chiese d’Egitto, e l’ambasciatore del Venezuela in Egitto.
Dopo un ricevimento formale, i patriarchi, i leader della chiesa e i rappresentanti si sono riuniti nel cortile della cattedrale, dove hanno ascoltato un’esibizione corale di diversi gruppi in piedi sui gradini della cattedrale, preceduti da una parata scout.
I tre patriarchi ortodossi orientali hanno poi tenuto una conferenza stampa congiunta prima di procedere al Teatro Anba Rewis per iniziare la celebrazione principale.
L’evento ha incluso esibizioni del Coro della Chiesa di San Giorgio a El-Manial, al Cairo; inni siro-ortodossi del coro della Chiesa siro-ortodossa della Vergine Maria al Cairo; e canti armeni cantati dai metropoliti della Chiesa armena.
La celebrazione ha visto anche la proiezione di due film documentari: “Il Concilio di Nicea” prodotto dal Convento di San Giorgio Martire nel Vecchio Cairo e “Guardiani della Fede” prodotto dal Coptic Church Media Center.
Nel suo discorso, il Patriarca greco-ortodosso di Alessandria ha espresso amore e unità, annunciando che la sua chiesa dedicherà l’anno 2025 all’onore di Sant’Atanasio Apostolico in commemorazione dei 17 secoli dal Concilio di Nicea.
La serata si è conclusa con una parola di chiusura di ringraziamento e apprezzamento da parte di Papa Tawadros II.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2025-05-23 20:21:402025-05-25 20:22:38Le chiese ortodosse orientali in Medio Oriente celebrano 17 secoli dal Concilio di Nicea (Riforma 23.05.25)
“Green Mountains” narra l’esplorazione a piedi di un territorio che ha appena cominciato ad aprirsi al turismo e il confronto con l’autrice ci offre l’occasione per riflettere su cosa questo comporta e su quale sia la via più rispettosa per scriverne, per non correre il rischio di un’interpretazione superficiale e distorta della cultura e della popolazione locale
Echmiadzin, Armenia, foto di Aram su Unsplash
A fine anni Ottanta, in un articolo per il New York Times Paul Theroux si domandava quale fosse la funzione della letteratura di viaggio. Questo genere («hardly a form at all», scrive Theroux) che dovrebbe orientare e, invece, tende a perdersi seguendo percorsi più sentimentali che geografici, talvolta così tanto da eludere perfino la realtà e mescolarsi con la narrativa nel caso della Patagonia di Bruce Chatwin. Confrontandosi con i fatti di Piazza Tien An Men, Theroux si convince del ruolo cruciale del diario di viaggio per la sua capacità di rappresentare esperienze sì individuali ma in grado di connettersi profondamente alla molteplicità del luogo. Lo fa attraverso dissonanze e piaceri, difficoltà, contraddizioni e, soprattutto, con quelle cose semplici, un po’ banali e quotidiane, che costituiscono il fatto umano che libri di storia, trattati e guide difficilmente riescono a toccare.
Chiedersi a cosa serva la letteratura di viaggio oggi significa fare i conti con un mondo in cui l’opportunità dell’inedito si rapporta con la replicabilità dell’identico – di questi tempi specialmente gastronomico – come unica forma che dà consistenza e sapore alla meta che si raggiunge. Se le città sono sbranate da file chilometriche ansimanti l’ultima tendenza, la letteratura di viaggio può essere ancora un modo per allenare il moto di scoperta. Un allenamento per accogliere l’imprevedibile e i suoi significati, così come a riflettere sul nostro impatto nei luoghi che frequentiamo, una delle forme di rispetto più sottovalutata nell’ipertrofia turistica in cui ci ritroviamo immersi. Un riallineamento verso ciò che c’è intorno e in cui ci capita di trovarci.
È da una tempesta capitata all’improvviso, con una corsa fra le saette per mettersi in salvo nella Valle dei Guai, conosciuta anche come Valle della Morte, fra Armenia e Azerbaijan, che parte il racconto in “Green Mountains” (Quadrille Publishing), libro che conclude la trilogia dei colori inaugurata da “Black Sea” nel 2018 e proseguita da “Red Sands” del 2020. Nel suo libro Caroline Eden attraversa Armenia e Georgia a piedi, attraversa grandi vallate e alte montagne, esplora Paesi e umanità in macchina insieme ad autisti conosciuti lungo il cammino. Incontra scalatori, comunità chiusissime fra le montagne, si confronta sui cambiamenti in atto a Tbilisi, dove il turismo già comincia a mostrare la disgregazione del tessuto tradizionale.
Ceramiche a Yerevan, foto di Hasmik Ghazaryan Olson su Unsplash
Al centro di questo diario intimo, le coordinate geografiche e naturali si fondono con il racconto gastronomico, a quello politico e culturale. È così che le sale degli scacchi di Yerevan prendono vita e si fondono con le immagini dei film di Paradžanov, o un pellegrinaggio alla ricerca di un monastero diventa un modo per ritrovare in un lavash alla trota tutta la poesia e l’immediatezza della semplicità culinaria.
«Stavo riflettendo sul ruolo della letteratura di viaggio e sono d’accordo nel dire che sia un genere un po’ fuori moda», racconta Eden. «È una branca particolarmente insidiosa dal momento che l’appropriazione culturale è stata un problema, perché, tradizionalmente, ha riguardato in gran parte il ricco uomo bianco occidentale che andava in Africa o in luoghi colonizzati. Oggi le cose sono cambiate, ma bisogna essere estremamente cauti quando si va nel Paese di qualcun altro e se ne fa un resoconto. Dipende tutto da come si racconta la storia, dall’empatia che si prova, dalla delicatezza con cui si procede, dal rispetto, e credo, finché si riesce a dimostrare dedizione e un certo interesse genuino, che questo sia possibile. La letteratura di viaggio potrà apparire un contributo molto marginale rispetto ai libri di geopolitica e di storia, forse più pubblicati e che trattano un aspetto specifico, ma può dare un quadro giornalistico più ampio e umano.
Quando viaggio o quando leggo di un luogo, mi interessa sapere come appariva una strada prima, come è cambiata la sala da tè, o quante persone ci sono per strada e cosa mangiano, e tutto questo può essere ben descritto nei libri di viaggio. Tutte queste regioni sono state colpite dalla guerra in Ucraina, ma sono influenzate anche dall’arrivo del turismo. Ci ritroviamo a un punto di svolta ora, proprio la scorsa settimana sono atterrati nuovi voli dal Regno Unito per Tbilisi che, prima, era complicatissima da raggiungere. Quando le compagnie low cost iniziano a volare, il volume di turismo aumenta e questo cambia davvero le cose. Dico sempre che il turismo è come un genio che esce dalla bottiglia, non ci rientra mai più e deve essere gestito con cura».
Il cibo è una delle lenti che Eden utilizza per rappresentare quello che già indicava Theroux, esperienza di piacere ma, anche, mezzo per aprire nuove esperienze e nuovi incontri, per riportare a casa quei sapori attraverso le ricette che concludono ogni capitolo della trilogia. In “Green Mountains” questa capacità del cibo di delineare storie e aprire nuovi panorami appare sottoforma di un’albicocca, regalata da un camionista burbero e sconosciuto da un benzinaio, ma può assumere con la stessa facilità toni cerimoniali, in un paesino nella regione georgiana dello Svaneti durante una veglia funebre, o una caratteristica di gioia vivida, come un pasto che si guadagna dopo un hiking nella neve: «Il piacere semplice, ma intenso, di mangiare cibo conquistato con fatica, preparato con cura da un cuoco», scrive Eden, «Uno scambio gioioso. Un passo verso il sapore, un viaggio verso il sostentamento. Un momento in cui anche il più rudimentale dei pasti diventa un banchetto appagante e prezioso. Sì, il pasto dopo una camminata, e tutti i fattori fisici ed emotivi che ne conseguono, è qualcosa che rende davvero la vita, anche nei momenti più difficili, degna di essere vissuta».
«Il cibo per me è come il tessuto del viaggio», prosegue Eden, «mangiamo tutti tre volte al giorno. È la nostra prima introduzione a un luogo e mi capita di ricordare sempre il primo pasto che ho fatto in una città che aspettavo con ansia di visitare. Ad esempio, a Yerevan, la capitale dell’Armenia, c’era un ristorante, un posto piuttosto popolare chiamato Lavash, che è il nome del pane che gli armeni sono maestri nel cuocere con il tradizionale forno di terracotta. Non era un posto con una storia straordinaria o qualcosa del genere, ma c’erano due donne che cuocevano il lavash fresco dietro una parete di vetro e ci salutavano sorridendo e io pensavo: “Che bello!”. E poi ricordo quando il lavash è arrivato al tavolo ed era caldo e gonfio, appena sfornato, e il primo sorso di Jermuk, la famosa acqua minerale armena.
Penso che il cibo sia, semplicemente, un ottimo modo per affrontare una storia e che possa preservare un luogo intero. Voglio dire, Paesi come l’Uzbekistan, la Georgia e l’Armenia sono incredibilmente orgogliosi delle loro cucine nazionali, e a ragione, perché sono fantastiche. Nei miei libri il cibo rappresenta il primo e l’ultimo passo, ma non è tutto, ci connette alle persone e ai loro pensieri, mi permette di scoprire cosa ha da dire un botanico, un fornaio, un venditore del mercato… Voglio sedermi e parlare con le persone e scoprire altri aspetti della loro vita, magari usando il cibo per aiutarci a raggiungere quella confidenza necessaria e, così, credo valga anche per i lettori. È un modo per prenderli per mano e condurli in una chaikhana (casa del tè uzbeka, NdT) nel mezzo del deserto in Uzbekistan e, poi, puoi parlargli di altre cose che accadono in quella zona. È un modo molto utile per entrare in contatto con le persone e costruire una fiducia con loro e con il luogo in cui ti ritrovi, in tantissimi modi diversi».
Preparazione del lavash a Yerevan, ph. Alessandro Bezzi, CC BY 4.0, via Wikimedia Commons
“Green Mountains” è la chiusura di un cerchio certamente geografico, nei territori bagnati dal Mar Nero e quelli custoditi dal Caucaso ma, anche, un modo personale con cui confrontare le proprie tracce con i mutamenti di queste zone, nei termini politici ed economici portati dalla guerra in Ucraina e dalle sue conseguenze. Su questo Eden è molto chiara: molto più di altri luoghi, i Paesi bagnati dal Mar Nero appaiono come un ago della bilancia, se non mondiale almeno dell’Occidente, in cui preservare identità e tradizioni diventa un elemento fondamentale. Il cibo, in questo, risulta una componente indissolubile, un termine di approfondimento estatico e simbolico con cui confrontarsi per comprendere sé stessi e il lato – per non dire costo – umano ciò che si ha intorno.
«Sono tornata in Ucraina nel febbraio del 2024», conclude Eden, «per scrivere un servizio radiofonico sul mercato di Pryvoz, il famoso mercato di Odessa. Tutti parlavano del secondo anniversario dell’invasione su vasta scala, con storie molto intense legate alla guerra, mentre il mio servizio racconta di quando andavo al mercato e parlavo con la gente su come andavano i loro affari durante la guerra. Prima dell’invasione era un luogo estremamente vivace ma ora era molto, molto diverso. Ci sono tornata d’inverno, durante la guerra e, ovviamente, era piuttosto tranquillo. È stato un po’ triste vederlo così. Gli ucraini sono incredibilmente resilienti e le donne con cui ho parlato mi hanno detto che parte del loro problema era che i ristoranti non andavano più molto bene perché molti uomini combattevano in prima linea. Era più o meno come ci si aspettava.
È molto importante raccontare queste storie umane, non solo di politici e delle persone importanti, di chi sta combattendo ma, anche, delle donne che cercano di mandare avanti le famiglie in questo periodo. Del banco che vende i suoi gamberi d’acqua dolce o della carne che Svetlana vende per mandare i suoi figli a scuola. Queste piccole storie umane sono vitali perché ci ricordano il costo umano della guerra e che, questo, non ha a che fare solo con numeri, droni o munizioni. Il cibo è un punto di vista importante con cui farlo, perché è molto riconoscibile. Tutti sanno com’è andare al mercato e non è così difficile immaginare come potrebbe essere in tempo di guerra. La maggior parte dei miei amici ucraini mi parlano di questo, di cercare la gioia di cucinare come un atto di sfida e di viverla, dove si può».
La letteratura di viaggio e il racconto gastronomico possono essere tutto questo: un pretesto di scoperta, e di recupero, per i nomi che una storia globale non può riprodurre. La difesa di un piatto, il recupero di una ricetta. La descrizione di montagne ripidissime, della paura di perdersi e la gioia di ritrovare il percorso. Le imprese degli scalatori del Monte Arat, la vita dimenticata delle sorelle pittrici Mariam e Yeranuhi Aslamazyan, o un pretesto per rileggere le storie dei viaggiatori e delle viaggiatrici che prima di noi ci hanno mostrato che ci può essere altro, oltre l’esotico, oltre la semplice presenza, per concepire nuove forme di scoperta.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2025-05-23 20:18:262025-05-25 20:20:12Il cibo è una mappa In viaggio dall’Armenia alla Georgia con Caroline Eden (L'Inkiesta 23.05.25)
La Chiesa e Fondazione Reale Belga San Giuliano dei Fiamminghi in collaborazione con il Centro Pro Unione – “Ut Omnes Unum Sint”, fondato e diretto dai Frati Francescani dell’Atonement per l’Unità dei Cristiani, organizzano mercoledì 18 giugno 2025 alle ore 17.30 presso la sede di San Giuliano dei Fiamminghi (la chiesa nella foto di copertina) in via del Sudario 41 a Roma una Conferenza su La Santa Sede e il genocidio degli Armeni e delle altre minoranze Cristiane nell’Impero ottomano, tenuta dal gesuita belga Prof. Georges-Henri Ruyssen, S.I., docente e Decano presso il Pontificio Istituto Orientale di Roma e docente al Centre Sèvres, Facultés Jésuites di Parigi. La Conferenza verrà introdotta dai saluti di benvenuto di Mons. Gabriel Quicke, Rettore della Chiesa e Fondazione Reale Belga San Giuliano dei Fiamminghi, e conclusa con il ringraziamento di Fra’ James Laoughran, S.A., Direttore del Centro Pro Unione, seguita da un ricevimento. Si prego di comunicare la propria partecipazione entro l’11 giugno 2025 via email: gabriel.quicke@gmail.com.
Immagine che mostra degli Armeni uccisi durante il genocidio armeno, tratta da La storia dell’Ambasciatore Morgenthau (Doubleday 1918, 314 pagine), scritta da Henry Morgenthau Sr. Descrizione originale della foto: «Quelli che cadevano per strada. Scene come questa erano comuni in tutte le province armene, nei mesi primaverili ed estivi del 1915. La morte nelle sue diverse forme – massacro, fame, sfinimento – annientò la maggior parte dei rifugiati. La politica turca era quella dello sterminio mascherato dalla deportazione».
I massacri nel 1894-1896 degli Armeni, detti hamidiani dal nome del Sultano Abdul Hamid II, originarono un’azione diplomatica ardua e difficile che coinvolse la Santa Sede a favore di una soluzione pacifica della questione armena. I documenti diplomatici dell’Archivio Segreto Vaticano raccontano il fallimento della mediazione pontificia di Leone XIII (riforme nelle province armene). Le tergiversazioni del Sultano ostacolano ogni tipo di riforma. Segue una graduale passività ed inerzia della diplomazia europea, che vuole mantenere ad ogni costo l’integrità dell’Impero ottomano. Il risultato è la sfiducia reciproca fra le potenze europee, alimentata dal gioco di interessi, che prendono il sopravvento sul “concerto europeo”. Questi elementi fanno sì che la questione armena, invece di trovare un esito pacifico, venga sospesa. Irrisolta, si riaccenderà tragicamente, come fuoco sotto le ceneri, alcuni anni dopo.
La tragedia armena si compie in un’epoca di grandi rivolgimenti storici; un intero popolo viene privato dei beni personali, sradicato ed eliminato dalla terra in cui per più di duemila anni ha vissuto in un contesto multiculturale. Il patrimonio identitario della nazione vede così interrotto il suo percorso storico e in Anatolia i segni monumentali della presenza armena sono abbandonati al degrado, quasi scomparsi. Tale frattura non è ancora recuperata dalla verità storica.
Per diversi decenni, dopo il trattato di Losanna, il rafforzamento della Repubblica turca e l’esaurirsi della cosiddetta “vendetta armena”, cala il silenzio su tutto quel tragico evento del genocidio armeno che ha segnato gli anni della prima guerra mondiale. La rimozione è collettiva ed ha diverse giustificazioni: per il governo kemalista il genocidio armeno ((in lingua armena Meç Eġeṙn, Grande Crimine, in riferimento alla distruzione deliberata e sistematica della popolazione armena dell’Impero ottomano durante e subito dopo la Prima Guerra Mondiale) è un peso e un’eredità difficilmente gestibile. Pertanto non viene riconosciuto, con la scusante che durante il “trasferimento” delle popolazioni – deciso per motivi di sicurezza nazionale, data la presenza in guerra di Armeni nei due paesi, Turchia e Russia – molti morirono proprio a causa dei disagi del conflitto. Per l’Occidente il silenzio è la migliore opportunità per allontanare il ricordo della sua complicità in tanti momenti dello svolgimento della complessa vicenda; anche per gli Armeni sovietizzati il silenzio è l’opportunità migliore per vivere in un regime totalitario che non lascia spazio a rivendicazioni identitarie di tipo nazionalistico. Ridotta infatti a entità riconoscibile solo come Repubblica Sovietica all’interno dell’URSS, l’identità armena fatica a ritrovarsi e a confrontarsi con l’immane tragedia che ancora si riverbera sui sopravvissuti e sulle comunità sparse nel mondo. È questo il periodo, potremmo così dire, del silenzio.
Il Prof. Georges-Henri Ruyssen, S.I., ha documentato questa storia nella monumentale opera La Questione Armena 1894-1896 | 1908-1925. Documenti degli archivi della Santa Sede ACO, ASV, SS.RR.SS. (Valore Italiano 2025, 7 volumi, 3.900 pagine [QUI]), che è il risultato di anni di scrupolosa ricerca presso gli archivi della Santa Sede. I volumi propongono la riproduzione fedele e cronologica dei documenti presenti presso l’Archivio Segreto Vaticano (ASV), l’Archivio della Congregazione per le Chiese Orientali (ACO) e l’Archivio Storico della Segreteria di Stato, Sezione per i Rapporti con gli Stati (SS.RR.SS.).
La questione armena rappresenta uno dei capitoli più tragici e complessi della storia moderna, intrecciando dinamiche politiche, sociali e religiose in un contesto di crescente nazionalismo e conflitti imperiali. A partire dalla fine del XIX secolo, l’Impero Ottomano, che ospitava una delle comunità armene più importanti, ha visto un incremento di tensioni interne, culminando in eventi drammatici come i massacri hamidiani (1894-1896) e il genocidio armeno del 1915. Questi eventi non solo hanno segnato la sorte degli armeni, ma hanno avuto ripercussioni significative a livello internazionale, coinvolgendo attori politici e religiosi in una rete di responsabilità e impegno umanitario.
La Santa Sede, custode di un’importante tradizione di attivismo sociale e diplomatico, si è trovata in prima linea in questa crisi, cercando di proteggere la comunità armena e di testimoniare le atrocità che si consumavano. L’opera del Prof. Georges-Henri Ruyssen, S.I., documenta questa storia attraverso una serie di volumi che raccolgono documenti in gran parte inediti provenienti dagli archivi della Santa Sede. Questa presentazione analizza la rilevanza e il valore scientifico dell’opera, che si distingue per la sua meticolosità e per la preziosa ricchezza di materiali.
L’opera è suddivisa in sette volumi, ognuno dei quali si concentra su periodi e tematiche specifiche, offrendo una narrazione cronologica e documentale che facilita la comprensione degli eventi. I volumi si caratterizzano per la loro fedeltà nella riproduzione dei documenti, integrati da allegati che forniscono contesto e supporto alla lettura.
Il primo volume è dedicato alla corrispondenza diplomatica riguardante i massacri hamidiani, un periodo critico in cui la Santa Sede ha cercato di documentare e rispondere alle atrocità perpetrate contro la popolazione armena. Attraverso lettere e rapporti, Ruyssen mette in luce gli sforzi della Chiesa per fermare la violenza, evidenziando la crescente preoccupazione internazionale e le risposte diplomatiche.
Il secondo volume amplia il panorama documentale con materiale proveniente dall’Archivio della Congregazione per le Chiese Orientali, approfondendo ulteriormente la questione armena nel contesto degli eventi precedenti alla Prima Guerra Mondiale. Ruyssen mantiene il focus sulla verità storica, integrando i documenti in modo cronologico e contestualizzato.
Il terzo volume rappresenta un passaggio cruciale, trattando il genocidio armeno. Ruyssen offre una raccolta di documenti che rivelano gli sforzi della Santa Sede per intervenire e proteggere le vittime. È in questo contesto che emergono testimonianze drammatiche e rapporti di soccorso, mettendo in risalto il ruolo attivo della Chiesa non solo come testimone, ma anche come operatore umanitario.
I successivi volumi continuano a trattare il periodo 1908-1925, analizzando gli eventi cruciali, come i massacri di Adana e il ruolo della Santa Sede nella salvaguardia dei diritti Cristiani in Medio Oriente. La cura di Ruyssen per i dettagli e la completezza delle fonti rendono questi volumi particolarmente preziosi per studiosi e ricercatori.
Gli ultimi volumi si concentrano sulla situazione postbellica e sulle complesse relazioni tra la Santa Sede e il governo kemalista turco. Ruyssen documenta gli sforzi per garantire la sicurezza e i diritti degli Armeni e il tentativo di preservare le tradizioni e le istituzioni Cristiane in un contesto sempre più ostile.
L’opera di Ruyssen si distingue per il suo rigoroso approccio scientifico. La meticolosità con cui ha raccolto e presentato i documenti permette ai lettori di accedere a una vasta gamma di materiali storici che fino a ora erano poco conosciuti o inaccessibili. La struttura cronologica e la ricchezza di annotazioni e riferimenti biografici forniscono un supporto solido per la ricerca e l’analisi.
Inoltre, la pubblicazione non si limita a un mero esercizio di raccolta documentale; Ruyssen offre una riflessione critica sul ruolo esercitato dalla Santa Sede e sulla sua posizione durante uno dei periodi più drammatici della storia moderna. La capacità di intrecciare narrazioni individuali e documenti ufficiali conferisce un valore unica al lavoro, evidenziando il costo umano dei conflitti e l’importanza del dialogo e della comprensione interculturale.
Questo lavoro di Ruyssen è un’opera monumentale che fornisce una documentazione inestimabile su un argomento cruciale della storia armena e della politica internazionale. La sua pubblicazione rappresenta un contributo significativo non solo alla storiografia armena, ma anche alla comprensione più ampia delle dinamiche religiose e politiche nell’Impero ottomano e oltre.
Questa serie di volumi è essenziale per studiosi, storici e chiunque sia interessato a comprendere le complessità della questione armena e il ruolo della Santa Sede in un periodo di crisi umanitaria. L’opera di Ruyssen non solo preserva la memoria storica, ma invita anche a una riflessione critica sulla responsabilità collettiva e sull’importanza dei documenti nella ricostruzione della storia.
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http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2025-05-22 20:23:542025-05-25 20:25:32La Conferenza a Roma su “La Santa Sede e il genocidio degli Armeni e delle altre minoranze Cristiane nell’Impero ottomano” (Korazym 22.05.25)
L’evento, organizzato dall’assessorato alla cultura del Comune di Pisa, fa parte della campagna nazionale di promozione della lettura “Il Maggio dei Libri 2025”
Venerdì 23 maggio, alle ore 17.30 nella Sala Baleari di Palazzo Gambacorti a Pisa si terrà la presentazione del libro “Una famiglia armena” di Laura Ephrikian. La presentazione del libro sarà introdotta dall’intervento dell’assessore alla cultura del Comune di Pisa Filippo Bedini, dal titolo: “Armeni: un genocidio dimenticato.” Sarà presente l’autrice, che nel libro autobiografico narra come, a causa del genocidio subito dal popolo armeno, le vicende familiari furono influenzate profondamente dalle vicende storiche. A dialogare con l’autrice, la giornalista Chiara Cini.
L’evento è stato organizzato dall’assessorato alla cultura del Comune di Pisa e fa parte della campagna nazionale di promozione della lettura “Il Maggio dei Libri 2025” a cui aderisce Pisa, riconosciuta dalCentro per il Libro e la Letturacome “Città che Legge”. L’intero mese di maggio è animato da un ricco cartellone di eventi letterari e presentazioni di libri nelle sedi comunali e presso la Biblioteca SMS.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2025-05-22 20:20:282025-05-25 20:21:24Cultura, venerdì 23 maggio la presentazione del libro “Una famiglia armena” a Palazzo Gambacorti (Comune Pisa 22.05.25)
Cresce l’interesse per l’Armenia. Prova ne è la nuova base WizzAir che, dall’autunno collegherà la capitale con otto nuove destinazioni, tra le quali Napoli (dal 15 ottobre) e Bari (dal 25 ottobre), che si aggiungono alle rotte già operative da Milano Malpensa, Roma Fiumicino e Venezia Marco Polo.
Il calendario di eventi
Intanto il Paese si prepara ad accogliere i viaggiatori con un calendario di eventi che celebrano la sua identità più autentica, tra antiche tradizioni e nuova creatività. Sarà un’estate – e un autunno – di musica, sapori, cinema e feste, in risposta a chi cerca un viaggio oltre i percorsi convenzionali.
Dal cuore di Yerevan alle valli vinicole dell’Areni, passando per le montagne del Sud e i laghi d’alta quota, l’Armenia offre esperienze culturali e gastronomiche dove residenti e visitatori si mescolano in un’atmosfera di accoglienza e scoperta.
Tra gli eventi da non perdere, Yerevan Wine Days + Gastronomic Days (6-8 giugno), per l’occasione la capitale si trasforma in una festa dell’enogastronomia. Da una parte, un’enoteca a cielo aperto, dove produttori da tutta l’Armenia propongono i loro vini, accompagnati da street food, musica e performance. Nell’area food, chef locali e internazionali presentano show gastronomici, sessioni di cucina congiunte e masterclass.
Il 28 giugno c’è l’HayBuis Armenian Herb Festival, il festival delle erbe spontanee armene nel villaggio di Yenokavan, nella regione Tavush. Con il Kapan International Music Festival (4-14 luglio) la musica classica incontra le montagne del Sud: un appuntamento che porta artisti internazionali nella città di Kapan. Tutti gli eventi sono pubblicati su: armenia.travel/events.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2025-05-22 20:16:572025-05-25 20:18:02Cresce l’interesse per l’Armenia, nuovi voli ed eventi in risposta alla domanda (GuidaViaggi 22.05.25)
Nonostante i reiterati inviti, il presidente azero Ilham Aliyev ha disertato la tradizionale parata del 9 maggio a Mosca: un’assenza che lascia trapelare un certo nervosismo nei rapporti tra Azerbaijan e Russia, soprattutto sulla questione della guerra in Ucraina
Alla parata per il 9 maggio sulla Piazza Rossa a Mosca, delle ex repubbliche sovietiche – protagoniste al pari della sconfitta dei regimi nazi-fascisti – si sono presentate poco più della metà, per la precisione otto, contro sette assenti.
Erano tutti presenti i 5 stan dell’Asia centrale (Kazakhstan, Uzbekistan, Kirghizistan, Turkmenistan, Tagikistan), mentre per quella che era l’Unione Sovietica europea, a parte la Russia c’erano solo il primo ministro armeno e il presidente bielorusso. Presenti i secessionisti di Abkhazia e Ossezia del Sud, assenti Ucraina, Georgia, Moldova (che hanno l’esercito russo sul proprio territorio), i tre Baltici, e dopo un esasperato negoziato, l’Azerbaijan.
Assente quindi Ilham Aliyev, il partner strategico azero. Dal febbraio 2022 Russia e Azerbaijan sono in regime di partnership strategica, firmato il giorno dopo il riconoscimento delle repubbliche separatiste del Donbass da parte di Mosca.
All’epoca Aliyev, primo leader a incontrare Putin nei drammatici giorni che hanno preceduto l’aggressione su larga scala in Ucraina, era rimasto in silenzio, nonostante il riconoscimento azero dell’integrità dell’Ucraina, e la presunta battaglia azera contro il neo-colonialismo degli ex imperi. In verità questa battaglia è declinata contro la Francia più che contro il proprio ex colonizzatore.
Negli ultimi anni però quel silenzio si è rotto più frequentemente, galvanizzato da un contesto diverso, e dalla piena riconquista del Karabakh.
Il Cremlino ha cercato di evitare in ogni modo l’assenza dell’Azerbaijan dalla parata del 9 maggio, inclusa una visita del Patriarca russo Cirillo a Baku il 3 maggio, che si era speso per la causa. “Prima di lasciare Mosca, ho avuto l’opportunità di incontrare Vladimir Vladimirovich”, ha dichiarato Cirillo a colloquio con la leadership azera. “Anche lui ha speso parole molto sincere nei vostri confronti. Mi ha chiesto di portarvi un invito per l’80° anniversario, affinché possiate visitare Mosca per celebrare questa data importante […] della Vittoria sul terribile nemico [nazifascista]”.
Il Capo della Chiesa ortodossa russa ha poi conferito l’Ordine di primo grado della Santa Principessa Olga della Chiesa ortodossa russa alla first lady azera Mehriban Aliyeva, in riconoscimento del suo contributo alla conservazione dei valori tradizionali nella società e alla promozione del dialogo interculturale e interreligioso.
Nonostante le pubbliche insistenze di Mosca, ribadite dal personale diplomatico e dal ministero degli Esteri, il 9 maggio Aliyev e la first lady sono rimasti in Azerbaijan, dove hanno celebrato il 102° anniversario della nascita del leader nazionale Heydar Aliyev, presidente dell’Azerbaijan fino al 2003 e padre dell’attuale, visitando la sua tomba a Baku.
Hanno poi visitato Shusha e Khojaly riconquistate con la seconda guerra del Karabakh, inaugurando diverse strutture chiave, tra cui una moschea a Dashalti, il Centro Benessere e Salute e un complesso residenziale a Shusha, la sottostazione “Khojaly”, un Centro di Controllo Digitale di Azerishig e un complesso zootecnico a Khanabad.
Il 10 maggio, Aliyev ha visitato il distretto di Aghdam per inaugurare un nuovo complesso ferroviario e terminal degli autobus. Questo snodo di trasporto integrato fa parte del progetto ferroviario Barda-Aghdam-Khankendi. Dopo l’inaugurazione, un simbolico treno passeggeri è partito dalla linea ferroviaria Barda-Aghdam, appena completata.
Non c’è occasione in cui Aliyev non rimarchi la grande vittoria azera, sottolineando che è stata una guerra legittima, in linea con il diritto internazionale perché ha riportato all’integrità territoriale dell’Azerbaijan.
La questione ucraina
Sono diversi i capitoli su cui Mosca e Baku sono ai ferri corti, pur mantenendo ufficialmente ottimi rapporti e procedendo con investimenti e scambi a volume sostenuto.
Alcuni di questi capitoli di scontro sono di natura bilaterale, altri sono di natura multilaterale. Fra questi la questione ucraina, che per Mosca è una spina nel fianco.
Aliyev ha recentemente dichiarato : “In primo luogo, per quanto riguarda la nostra posizione sulla guerra tra Russia e Ucraina, abbiamo sempre sostenuto, sosteniamo e continueremo a sostenere l’integrità territoriale e la sovranità dell’Ucraina. Come Paese che ha sofferto a causa dell’occupazione e del deterioramento della propria integrità territoriale, comprendiamo appieno questa situazione”.
“Tutti dicono: ‘Vogliamo che la guerra cessi immediatamente’. Sì, lo vogliamo anche noi”, ha continuato il presidente azero. “Tuttavia la domanda chiave è come e se questo cessate il fuoco, o un potenziale cessate il fuoco temporaneo, sarà sostenibile. Come paese che ha avuto due guerre attive e un periodo intermedio, posso dirvi che il cessate il fuoco non ferma mai la guerra. Mai, e non si è fermato nel nostro caso. È solo un sollievo temporaneo per i paesi che vogliono riorganizzarsi, mobilitarsi e ricominciare. ”
Frizioni nell’area di conflitto, a distanza
Non sono solo parole. L’Azerbaijan ha sostenuto lo sforzo umanitario dell’Ucraina con numerosi interventi e spedizioni di materiale, da generatori di energia ad assistenza medica a vari beni sia per chi si trova al fronte, sia per i cittadini di Kyiv, sia per gli sfollati in Moldova.
In Ucraina sia l’ambasciata che il consolato azeri sono stati danneggiati dal fuoco russo. L’ambasciata ha subito danni per effetto dell’esplosione in un vicino palazzo residenziale nella capitale, e sono comparse crepe nei muri, esplosi i vetri delle finestre. Anche l’edificio del Consolato onorario dell’Azerbaijan a Kharkiv è stato danneggiato .
L’Azerbaijan ha poi fatto rientrare alcuni cittadini azeri spediti illegalmente a combattere in Ucraina per l’esercito russo. Lo scorso settembre Baku ha inviato una nota verbale al ministero degli Esteri russo in merito a Nihad Rzayev, Elkhan Shirinov e Vugar Maharramov detenuti in Cecenia per attraversamento illegale del confine e trasferiti con forza nella zona di guerra.
La prassi russa di fare dei prigionieri carne da cannone è ampiamente documentata, ma arruolare forzatamente nel proprio esercito cittadini che sono di un altro paese e che hanno obblighi militari verso il proprio paese è una misura totalmente differente.
E l’Azerbaijan non ha chiuso un occhio in merito. I cittadini azeri sono stati pertanto allontanati dalla zona di guerra e l’Azerbaijan ne ha ottenuto il rimpatrio .
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2025-05-22 20:09:082025-05-25 20:16:56L'Ucraina tra l'Azerbaijan e la Russia (Osservatorio Balcani e Caucaso 22.05.25)
l Centro Culturale Candiani ha ospitato questo pomeriggio la conferenza “L’Armenia di oggi”, appuntamento inserito nel palinsesto di iniziative nell’ambito delle celebrazioni della Giornata del ricordo del genocidio armeno. Promosso dall’Associazione Civica Lido e Pellestrina, in collaborazione con il Circolo Veneto, l’incontro si è aperto con l’intervento della presidente del Consiglio comunale, Ermelinda Damiano.
“Nel 2022, a completamento degli importanti percorsi della Memoria che il Comune di Venezia promuove e coordina da molti anni – ha ricordato Damiano – si è deciso di concerto con la Comunità Armena d’Italia, Ca’ Foscari e l’Associazione civica Lido Pellestrina di istituire nella nostra Città una Giornata in ricordo del Genocidio Armeno attraverso una serie di iniziative che costituiscono un momento di riflessione rivolto alla cittadinanza, in particolare alle nuove generazioni, su quello che possiamo definire il primo Genocidio del XX secolo. Negli anni il programma si è arricchito di iniziative e abbiamo visto nascere nuove collaborazioni anche in terraferma. L’appuntamento di oggi ne è un esempio virtuoso e ringrazio per questo il Circolo Veneto per aver accolto, supportato e promosso insieme a noi questa iniziativa che diventa un’ulteriore momento di conoscenza e approfondimento che lega il passato al presente”.
Nel corso della conferenza, introdotta dalla presidente dell’Associazione Civica Lido e Pellestrina, Germana Daneluzzi, è stato ribadito il profondo legame tra Venezia e il popolo armeno. Riflessione condivisa tra i relatori che si sono alternati nel corso del dibattito, tra questi il presidente Unione Armeni d’Italia, Baykar Sivazliyan, e i docenti di Lingua e Letteratura armena del Dipartimento di Studi sull’Asia e sull’Africa Mediterranea dell’Università Cà Foscari Venezia: Aldo Ferrari e Sona Haroutyunian.
“Ricordo che il popolo armeno vede nella nostra Città una presenza antica, profonda e significativa sin dai tempi della Serenissima, testimoniata da luoghi importanti come l’Isola di San Lazzaro e la Chiesa di Santa Croce ma anche dalla presenza di armeni a Venezia” ha confermato Damiano, ringraziando il presidente del Circolo Veneto Cesare Campa per il momento di dibattito. “Il percorso armeno – ha concluso la presidente del Consiglio comunale – rappresenta un modo per ripercorrere e commemorare il dramma che ha vissuto questo popolo ma soprattutto per suggellare il millenario legame con la nostra città, valorizzando la straordinaria storia, cultura e vitalità degli armeni. Da Venezia, lanciamo ancora una volta un forte messaggio di pace, libertà, rispetto e dialogo tra i popoli, in un contesto storico molto complesso che vede oltre 56 conflitti armati nel mondo. Un messaggio più attuale che mai”.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2025-05-21 19:10:032025-05-22 19:12:42Al Candiani la conferenza "L'Armenia di oggi": l'intervento della presidente del Consiglio comunale Damiano (Comune venezia 21.05.25)
I famosi quaranta giorni sul monte Mussa Dagh (letteralmente la montagna di Mosè) sono il reale avvenimento storico da cui Fulvia Degl’Innocenti si lascia ispirare per raccontare la storia di come cinquemila armeni riuscirono a salvarsi miracolosamente: non fu merito dell’eroismo di un singolo, ma il risultato dell’unione e della forza di un popolo che ha saputo resistere alla minaccia turca. Ogni membro della comunità a suo modo, con le proprie doti e capacità, è stato determinante per evitare che sette villaggi armeni cadessero vittima delle atrocità, già toccate agli abitanti di diverse regioni sotto il controllo dell’impero ottomano: testimonianze e racconti parlano di violenze, esecuzioni pubbliche, deportazioni e marce della morte.
Alle loro spalle, il grande e imponente Mussa Dagh, massiccio montuoso di cui conoscono ogni pendio e parete rocciosa, e che avrebbe offerto loro la possibilità di accamparsi e sfruttarne la conformazione per pianificare una difesa strategica. I ribelli del Mussa Dagh è un racconto di coraggio e attaccamento alla vita, un esempio di resistenza di un popolo che, con orgoglio, ha voluto esistere come comunità, lingua e nazione.
1915, villaggio rurale di Yoghon Olouk, nell’Anatolia occidentale: qui abita il giovane Narek, insieme alla famiglia composta da altri quattro, tra fratelli e sorelle. Non avendo la possibilità di mandare a scuola tutti i figli, la famiglia decide che Narek, il maggiore, sarebbe stato il “prescelto”, colui che si sarebbe costruito un futuro diverso da quello destinato ad una famiglia di contadini, come la loro.
Si trasferisce ad Antiochia e comincia la sua brillante carriera scolastica, ma dopo solo pochi mesi inizia a cambiare qualcosa. I compagni di classe diventano più schivi e diffidenti, mettendo in atto piccoli episodi di scherno e prevaricazione. Narek è confuso, non capisce cosa sta succedendo e si confronta con il cugino maggiore Avedis; non si capacita della crescente ostilità che serpeggia nella popolazione turca contro la comunità armena. «Gli armeni sono sotto il mirino dei Giovani Turchi, il movimento politico che è al potere. Ci accusano di essere dei traditori perchè sul fronte russo ci sarebbero, secondo loro, truppe armene a fianco del nemico. Io però penso che sia solo una scusa. Un riaprirsi di vecchie ostilità» spiega Avedis «l’impero ottomano aveva già preso di mira noi armeni nel 1895. I massacri andarono avanti per due anni, partendo dall’Anatolia per poi diffondersi nel resto del Paese. Villaggi bruciati, decine di migliaia di morti, tra cui anche donne e bambini. I musulmani non hanno mai tollerato la presenza nel loro territorio di un popolo cristiano». La necessità di credere che i tempi fossero cambiati e che l’avvento di telegrafi, stampa e rappresentanti di potenze straniere in Turchia potessero evitare che si verificassero nuovi massacri, non sono sufficienti a prevedere e impedire quello che poi (a fatica e a distanza di molti anni) verrà riconosciuto come l’inizio di un effettivo genocidio.
In un clima di crescente ostilità, Narek viene espulso dalla scuola ed è costretto a tornare al villaggio; sono giornate lente e monotone per il giovane, abituato alla vita di città, tra studi e pomeriggi trascorsi a dipingere, sognando un giorno la carriera artistica. Ma anche a Yoghon Olouk non tardano ad arrivare i racconti dell’orrore turco: uomini strappati dalle loro case, donne e bambini costretti a marciare senza cibo né acqua, con il solo scopo di portarli alla morte per stenti.
I capifamiglia di tutti i villaggi dell’area si radunano e la decisione è pressoché unanime: l’unica soluzione possibile è l’immediata evacuazione verso le pendici del Mussa Dagh. E’ il primo agosto quando partono in vista delle montagne, dove si insediano realizzando un vero e proprio villaggio nascosto: ogni famiglia costruisce una piccola baracca di legno e rudimentali murature; viene strutturata una cucina comune, dove le donne preparano da mangiare per tutti; si organizzano turni di guardia e di combattenti armati, pronti a fronteggiare eventuali attacchi nemici.
Restano asserragliati tra le montagne per circa quaranta giorni, difendendosi dalle incursioni turche e dalla penuria di acqua e cibo. Contano dei feriti, a volte anche dei morti; ma ognuno dà il proprio prezioso contributo. Narek e i suoi amici fremono per poter far parte del gruppo di combattenti: un “giocare alla guerra” che da passatempo scherzato sulle sponde del fiume, diventa una vera e propria resistenza, in cui si rischia davvero la vita. Anche i più piccoli partecipano, con una nuova versione del “telefono senza fili”, dove a viaggiare sono i messaggi trasmessi dai combattenti al fronte, attraverso la fitta boscaglia, fino al villaggio.
La luce della speranza arriva dal mare, con l’avvistamento di una nave alleata francese: nel giro di pochi giorni, viene attuata la fuga degli armeni nascosti che, sotto il frastuono dei colpi di cannone contro l’ultimo disperato attacco dei turchi, porta il giovane Narek a salpare verso l’Egitto, salutando una terra, la sua terra, che non avrebbe rivisto mai più.
Letizia Leonardi (Assadakah News) – Negli ultimi anni, un fenomeno silenzioso ma pervasivo si è insinuato nelle aule universitarie e nelle colonne dell’informazione italiana: una narrativa filo-azera costruita con precisione e veicolata da accademici, pubblicisti e think tank ben inseriti nei circuiti istituzionali. Non si tratta solo di opinioni controverse o di analisi di parte: parliamo di una strategia strutturata, spesso mascherata da ricerca accademica, che ripropone parola per parola i messaggi del regime di Baku.
Convegni, riviste giuridiche, collaborazioni internazionali e perfino eventi ospitati in sedi ecclesiastiche di prestigio sono oggi teatro di una battaglia invisibile: quella per riscrivere la storia del Caucaso e legittimare l’azione azera, a scapito della memoria armena e della verità storica. Un’indagine tra le pieghe del mondo universitario italiano svela nomi, connessioni, responsabilità.
E solleva una domanda urgente: quando la cattedra diventa cassa di risonanza della propaganda, chi tutela il valore della conoscenza? Negli ultimi anni si è consolidata in Italia una fitta rete di contatti, pubblicazioni e convegni che, pur presentandosi come iniziative accademiche o culturali, replicano in modo quasi speculare la propaganda ufficiale dell’Azerbaijan. Un fenomeno che si è intensificato soprattutto dopo la guerra del 2020 nel Nagorno-Karabakh, ma le cui radici affondano più lontano, nel terreno fertile della caviar diplomacy, la diplomazia delle lusinghe e delle relazioni dorate.
Non si tratta più solo di comunicati ufficiali e ambasciate: la penetrazione si è fatta sistemica, sottile, accademicamente travestita. In questo quadro emerge Pietro Longo, professore associato dell’Università di Napoli L’Orientale, che è arrivato a ricoprire il ruolo di direttore di ricerca del Topchubashov Center, think tank con sede a Baku noto per la sua vicinanza al regime di Ilham Aliyev. Longo ha partecipato a numerose iniziative pubbliche e conferenze organizzate in Azerbaijan e finanziate da istituzioni locali, spesso senza esplicitare la natura politica degli enti ospitanti.
Nel panorama dei sostenitori più assidui della narrativa azera si inserisce anche Emanuele Schibotto, editorialista ed esperto di geopolitica, che ha collaborato con la rivista “Il Nodo di Gordio” e che, nel tempo, ha costruito un discorso centrato sulla “modernizzazione” azera, evitando sistematicamente ogni riferimento alla censura, alla repressione del dissenso e al problema dei prigionieri di guerra armeni detenuti illegalmente.
Alcune riviste accademiche italiane hanno pubblicato testi a senso unico, in cui l’Azerbaijan è dipinto come paese modello. Nel 2022, la rivista giuridica dell’Università Roma Tre ha ospitato un articolo che negava la storicità della presenza armena nel Nagorno-Karabakh, attribuendo i monasteri medievali armeni a un’ipotetica “Albania caucasica”, una teoria cara alla propaganda azera e priva di riscontri seri nella comunità accademica internazionale.
L’operazione culturale si estende anche all’organizzazione di convegni: a Roma, Milano, Napoli, sono state ospitate conferenze che, sotto l’apparente neutralità accademica, hanno di fatto offerto una piattaforma alla visione revisionista dell’Azerbaijan. In questi eventi, a volte patrocinati da enti universitari, non viene mai dato spazio alla controparte armena. L’obiettivo è chiaro: riscrivere la storia, legittimare l’occupazione e presentare l’Azerbaijan come paese aperto, tollerante, persino cristiano, facendo leva su resti archeologici albanesi che Baku ora presenta come propria eredità cristiana.
Accanto ai nomi più noti, emergono anche figure come Valentina Chabert e Daniel Pommier Vincelli, che rappresentano un tassello fondamentale nella tessitura di questa rete accademica filo-azera in Italia.
Valentina Chabert, dottoranda presso l’Università La Sapienza e caporedattrice della rivista italiana Opinio Juris – Law & Politics Review , è stata criticata per aver sostenuto il controverso concetto di Azerbaijan occidentale, riferito al territorio della Repubblica d’Armenia in occasione di eventi organizzati dall’Azerbaijan. La sua presenza non è mai casuale: si inserisce infatti in un circuito che mira a legittimare la narrativa ufficiale azera attraverso una veste di rigore accademico. Partecipazioni come il Forum “Karabakh” e altre iniziative che, sotto il velo di un dialogo culturale, nascondono la volontà di riscrivere la storia del Caucaso, minimizzando o negando la presenza armena nella regione.
Daniel Pommier Vincelli, professore associato di Relazioni Internazionali presso l’Università ADA in Azerbaijan, autore di importanti pubblicazioni sulla storia e le relazioni internazionali azere, contribuisce a una rappresentazione del Paese spesso orientata verso una visione positiva e propositiva, che trascura sistematicamente i numerosi rapporti e documenti internazionali che denunciano violazioni dei diritti umani e distruzione del patrimonio armeno. Le sue opere, pur rigorose nella forma, finiscono per rafforzare il discorso politico di Baku, agendo come una sorta di megafono accademico della “diplomazia del caviale”.
In questo intreccio di nomi, eventi e pubblicazioni, si delinea una strategia precisa: l’accademia, invece di essere il luogo della ricerca libera e critica, rischia di trasformarsi in un palcoscenico dove si recitano copioni scritti altrove, con conseguenze profonde per la credibilità del sapere e per il rispetto della memoria storica.
Nel frattempo, chi solleva critiche viene spesso tacciato di “militanza” o accusato di appartenere a una presunta lobby armena. Ma le fonti indipendenti raccontano un’altra storia: rapporti dell’ONU, di Human Rights Watch, di Amnesty International, documentano casi di distruzione deliberata del patrimonio armeno, atti di pulizia etnica e prigionia illegale di civili.
Il rischio, per l’Italia, non è solo quello di essere complice involontaria di una campagna di disinformazione. È quello, più grave, di perdere credibilità accademica, di trasformare l’università in cassa di risonanza di interessi stranieri, di svendere l’integrità del dibattito culturale in cambio di finanziamenti o visibilità.
In un’epoca in cui la guerra si combatte anche con le parole, con le mappe riscritte e con le identità cancellate, l’indifferenza può diventare corresponsabilità. Tacere, oggi, equivale ad arrendersi.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2025-05-21 15:44:392025-05-21 15:44:45Il volto accademico della propaganda azera in Italia (Assadakah 21.05.25)
Domenica 18 maggio, si è tenuta come consueto la festa annuale dedicata al trovatore e poeta armeno del XVIII secolo, Sayat Nova, vero nome Harutyun Sayatyan, nella Maiden di Tbilisi, nel centro storico della città.
Coabitata da armeni, azerbaijani e yazidi, tra i vari, la Maiden è stata un luogo ideale per ricordare e rendere omaggio a questa icona multiculturale. Sebbene sia venerato soprattutto in Armenia, Sayat Nova nacque a Tbilisi e scrisse ed eseguì poesie e canzoni nella tradizione ashiq, diffusa in tutta la regione, in lingua armena, azerbaijana, georgiana e persiana.
Sebbene sia stato ucciso nell’attuale Armenia, è sepolto nella chiesa armena di San Gevorg a Meidan, a Tbilisi.
La Festa delle Rose, o Vardaton, come è conosciuta, fu istituita nel 1914 e, sebbene attragga solo un piccolo numero di persone ogni anno, principalmente armene, mette in risalto la natura multiculturale della Vecchia Tbilisi. A marzo, la comunità azerbaijana ha celebrato la sua annuale festa del Novruz a pochi minuti di distanza da Meidan, vicino alle terme sulfuree del quartiere.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2025-05-21 15:42:292025-05-21 15:42:29Tbilisi festeggia il Vardaton, celebrando il poeta dalle mille lingue (Osservatorio Balcani e Caucaso 21.05.25)
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