Fortezza di Urartu svela idolo misterioso e necropoli con 50 urne. L’Armenia riscrive la sua storia spirituale più antica.
Gianluca Riccio
Il regno di Urartu controllava il Caucaso meridionale 2.500 anni fa. La sua capitale, Tushpa, sorgeva vicino al lago di Van. Le sue fortezze punteggiavano le montagne delle attuali Armenia, Turchia e Iran. Poi crollò. Gli Sciti invasero. I Medi conquistarono. E le sue città divennero rovine silenziose.
Ora, gli scavi nella fortezza di Argishtikhinili stanno riportando alla luce frammenti di quella civiltà. Case, ceramiche, strumenti. E un idolo di pietra che nessuno sa più chi rappresenti. Alto mezzo metro, scolpito nella roccia vulcanica, con un volto dai tratti marcati: naso allungato, occhi ravvicinati, labbra sottili. Era un dio? Un antenato? La risposta potrebbe trovarsi nella cassa di pietra accanto a lui, che verrà presto analizzata per trovare tracce di offerte rituali.
Armenia, il volto emerso dalla polvere
Gli archeologi del team polacco-armeno guidato da Mateusz Iskra dell’Università di Varsavia stavano lavorando nella seconda stagione di scavi sulla collina di Surb Davti Blur. La fortezza di Argishtikhinili, fondata dal re Argishti I nell’VIII secolo a.C., occupava una posizione strategica sulla piana di Ararat. Le case terrazzate emergevano una dopo l’altra: pavimenti in pietra, magazzini con grandi giare conficcate nel terreno. Poi, in una di queste stanze, qualcosa di diverso. L’idolo era appoggiato contro una cassa di pietra, nella stessa posizione in cui era stato lasciato 2.500 anni prima. Il tufo vulcanico di cui è fatto si trova in abbondanza nella regione.
I tratti del volto sono stilizzati ma precisi: sopracciglia definite, occhi molto ravvicinati, un naso lungo e diritto, labbra sottili. È come un guardiano immobile che ha attraversato i millenni senza muoversi di un millimetro.
Argishtikhinili emerge lentamente dalla terra armena. Ogni oggetto che riemerge racconta di un mondo che pensava di durare per sempre, poi è finito in fretta.
Un dio locale o un antenato venerato?
Idoli simili sono stati trovati in altri siti armeni. L’interpretazione più comune li collega a culti locali, forse dedicati agli antenati o a divinità della fertilità. Ma identificare con precisione questa figura è un’altra storia.
Il regno di Urartu aveva un pantheon complesso. La divinità suprema era Haldi, dio della guerra spesso raffigurato in piedi su un leone. Poi c’era Teisheba, dio delle tempeste e dei tuoni, derivato dall’hurrita Teshub. E Shivini, dio del sole, rappresentato con un disco solare alato che ricorda molto da vicino il Ra egiziano. Oltre a questi, esistevano divinità locali legate a specifici insediamenti, chiamate semplicemente “il dio della città di…”.
Una lista di ben 79 divinità urartee è stata trovata incisa in una nicchia montana vicino alla capitale Tushpa. Accanto ai nomi, le istruzioni sui sacrifici da compiere per ciascun dio. Se le analisi chimiche della cassa di pietra rivelassero residui compatibili con quei sacrifici, potremmo finalmente dare un nome all’idolo.
La necropoli che riscrive la storia dell’Armenia
L’idolo non è stata l’unica scoperta della stagione. Il team ha portato alla luce una vasta necropoli ai margini dell’insediamento. Decine di urne cinerarie, molte in stato eccezionale di conservazione. Le ceneri dei defunti erano depositate con cura nei recipienti ceramici, spesso accompagnate da piccoli corredi funerari. La bioarcheologa Hasmik Simonyan dell’Accademia Nazionale delle Scienze d’Armenia ha definito la scoperta “un traguardo per l’archeologia nazionale”.
Si tratta probabilmente del campo di urne più esteso e meglio conservato mai trovato in Armenia. Le urne appartenevano a adulti e bambini, segno di un sistema funerario codificato e sviluppato. Alcune contenevano oggetti personali, altre solo le ceneri. La varietà offre uno spaccato delle gerarchie sociali e delle credenze sull’aldilà in una comunità che viveva nel periodo di transizione dopo il declino del potere centrale urarteo.
Le urne cinerarie ad Argishtikhinili raccontano chi erano. Adulti, bambini, ricchi, poveri. Tutti cremati con lo stesso rito, poi deposti nella terra con quello che serviva per il viaggio.
Cosa ci dice questo dio senza nome
La fortezza di Argishtikhinili non era solo un baluardo militare. Era un centro abitato dove le famiglie vivevano in case di 400 metri quadrati, con stanze di stoccaggio e sistemi di drenaggio avanzati.
La presenza dell’idolo in una di queste case suggerisce che la religione permeava la vita quotidiana degli Urartei. Non c’erano templi domestici separati. Gli dèi abitavano le stesse stanze in cui si conservava il grano. Come spiega Iskra: “Ogni casa racconta la storia di come gli esseri umani affrontano la fine del loro mondo e continuano a vivere”.
Il regno di Urartu crollò nel VI secolo a.C., ma le comunità locali mantennero le loro tradizioni spirituali. L’idolo ne è testimone. Stava lì, nella stanza, a guardare. Forse proteggeva il raccolto, forse garantiva la fertilità. Forse semplicemente ricordava chi era venuto prima. Come altre scoperte archeologiche recenti, questo ritrovamento ci ricorda che le civiltà antiche avevano vite spirituali più complesse di quanto immaginiamo.
Le analisi chimiche della cassa di pietra inizieranno presto. Potrebbero rivelare residui di vino, oli, piante allucinogene o altri materiali usati nei rituali. Se i risultati corrispondono ai sacrifici prescritti per una specifica divinità nella lista di Tushpa, avremo finalmente un nome per quel volto.
Fino ad allora, l’idolo resta quello che è sempre stato: un guardiano silenzioso di segreti che nessuno ricorda più.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2025-10-18 07:16:522025-10-20 20:21:30Armenia, chi è il dio dimenticato che emerge dopo 2500 anni? (Futuro Prossimo 18.10.25)
Letizia Leonardi (Assadakah News) – Nel 1895 venne pubblicato a Baku, in lingua armena, un volume monumentale intitolato Artsakh, opera del vescovo e storico Makar Barkhudaryants. Raccontava, con rigore e profondità, la vita del popolo armeno nella regione storica dell’Artsakh. Oggi, dopo gli eventi del 2023, quella presenza millenaria è stata cancellata: non c’è più nessun armeno che viva in quella terra.
In questo articolo ricostruiamo il percorso che va dalla testimonianza culturale alla cancellazione materiale, mettendo insieme le parole dei profughi con i dati dei rapporti internazionali.
Makar Barkhudaryants nacque nel 1823 nel villaggio di Khantsakh, citato per la prima volta dallo storico Arakel Davrijetsi negli anni 1630, ma fondato, secondo le tradizioni locali, già nel 1537 dai principi Haykazyan. Nella sua opera Artsakh egli annotò con cura i villaggi, le genealogie, le pratiche religiose, l’organizzazione sociale del popolo armeno in quella regione.
Nel corso del tempo, il suo libro divenne una delle fonti storiche più autorevoli per conoscere l’Artsakh armeno prima delle trasformazioni politiche del XX secolo.
Ma che cosa è avvenuto da allora?
Tra il 19 e il 20 settembre 2023, l’Azerbaigian lanciò un’offensiva militare fulminea in Nagorno-Karabakh (Artsakh). Le forze armene si arresero in meno di 24 ore, e quasi 120.000 armeni etnici furono costretti a fuggire. Stando a Human Rights Watch, molti intervistati raccontano di aver abbandonato le case con nulla se non i documenti e un cambio di abiti.
Il rapporto Driven by Fear spiega che molti fuggivano non solo per le armi, ma per la paura latente e la mancanza di fiducia nelle promesse delle autorità azere.
Secondo Freedom House, una missione internazionale di accertamento, ha concluso che il regime azero ha “deliberatamente svuotato Nagorno-Karabakh della sua popolazione etnica armena”. La strategia combinava blocco, intimidazione, distruzione culturale e poi trasferimento forzato.
Nel rapporto Why Are There No Armenians in Nagorno-Karabakh?, si afferma che “la nazione armena fu soggetta a regolari attacchi, privazioni e un’espulsione pianificata da parte dello Stato azero”.
Anni prima dell’offensiva, Baku aveva già cominciato una strategia di assedio: dal dicembre 2022, il Corridoio di Lachin, unica via terrestre che collegava l’Artsakh all’Armenia, fu bloccato o interrotto ripetutamente. Questo determinò carenze gravi di cibo, medicine, carburante e materiali essenziali per la vita quotidiana.
In particolare, il Fact-Finding Report sulla guerra di 44 giorni (2020) segnala che decine di chiese, monasteri e monumenti furono vandalizzati o distrutti, e l’origine armena attribuita falsamente ad alcune strutture è stata negata.
Molti profughi non credono in un ritorno reale. Le garanzie azere vengono viste come dichiarazioni di facciata, non come impegni effettivi.
Un tempo, a Baku si stampava Artsakh in armeno, come tributo culturale e storicità di un popolo. Oggi, quell’opera è un testimone muto, l’ultimo segno di una presenza che non esiste più sul terreno.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2025-10-17 20:44:152025-10-20 20:45:20Quando a Baku si stampava in armeno (Assadakah 17.10.25)
Letizia Leonardi (Assadakah News) – La Presidente di turno dell’OSCE, il ministro degli Esteri finlandese Elina Valtonen, ha concluso la sua visita ufficiale in Armenia elogiando apertamente la disponibilità di Yerevan a procedere sulla via della pace e della normalizzazione con l’Azerbaijan.
Durante il suo soggiorno nella capitale armena, Valtonen ha incontrato il Primo Ministro Nikol Pashinyan e il ministro degli Esteri Ararat Mirzoyan. Al centro dei colloqui, la fase post-bellica nel Caucaso meridionale e il ruolo dell’OSCE in un nuovo quadro regionale ormai privo del suo storico strumento diplomatico: il Gruppo di Minsk.
Secondo quanto dichiarato dalla rappresentante del governo finlandese, la decisione congiunta di Armenia e Azerbaijan,ratificata lo scorso 1° settembre da tutti i 57 Stati membri dell’OSCE, di chiudere definitivamente il processo di Minsk rappresenta “una pietra miliare importante verso una pace sostenibile”. Il Gruppo di Minsk, istituito nel 1992 per facilitare la risoluzione del conflitto del Nagorno-Karabakh, non è infatti più considerato funzionale alla nuova fase politica seguita alla resa del 2023 e allo spopolamento forzato dell’Artsakh armeno.
Valtonen ha riconosciuto i “risultati tangibili” finora raggiunti da Yerevan e Baku, ma ha avvertito che “la pace non può essere solo un accordo fra governi”. Secondo la Presidente dell’OSCE, sarà decisivo “ampliare i contatti interpersonali a tutti i livelli della società per favorire una riconciliazione autentica”. In questo senso, ha assicurato che l’OSCE continuerà a sostenere ogni iniziativa diretta a garantire “stabilità duratura nella regione, a beneficio delle popolazioni colpite da decenni di conflitti”.
La ministra finlandese ha inoltre incontrato rappresentanti della società civile armena e diversi think tank locali, esprimendo apprezzamento per “l’approccio aperto e collaborativo del governo verso una società civile vivace e consapevole”, definita dalla Finlandia “la vera spina dorsale della democrazia”.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2025-10-17 20:42:102025-10-20 20:43:43Armenia - L'OSCE spinge sulla pace (Assadakah 17.10.25)
Il Tourism Committee del Ministero dell’Economia della Repubblica di Armenia ospiterà dal 23 al 25 ottobre 2025 a Yerevan il World Tourism Communication Forum. L’evento internazionale, dal titolo “Tourism Talks: Connecting People, Places, and Perspectives”, riunirà leader globali, decisori politici ed esperti di comunicazione per esplorare come la comunicazione strategica plasmi il futuro del turismo.
«Attraverso questo forum, l’Armenia mira a mettere in evidenza il ruolo essenziale della comunicazione nel promuovere fiducia, inclusione e una crescita sostenibile del turismo», ha dichiarato Lusine Gevorgyan, direttrice del Tourism Committee dell’Armenia. «Stiamo creando una piattaforma globale dove le diverse voci del settore possono condividere idee, rafforzare la cooperazione e promuovere narrazioni responsabili che costruiscono legami duraturi tra persone e destinazioni.»
Il forum sarà un punto di incontro per un dialogo significativo, lo scambio di buone pratiche e la collaborazione tra settore pubblico e privato. Riunirà ministri, rappresentanti di organizzazioni internazionali, leader del settore, ricercatori e professionisti dei media per discutere come una comunicazione efficace possa ispirare fiducia, inclusione e crescita sostenibile nel turismo.
Il programma di due giorni includerà keynote speech, tavole rotonde di alto livello, interventi in stile TED, workshop e dialoghi interattivi, dedicati ai seguenti temi principali:
“Who Shapes the Story? Intercultural Communication, Media Narratives, and the Power to Define a Destination” – esplorare come la comunicazione interculturale, le narrazioni mediatiche e la comunicazione istituzionale influenzino la percezione nazionale e la competitività delle destinazioni.
“Telling Our Story Right: Aligning Narratives for Stronger Destination Branding” – analizzare come una narrazione coerente rafforzi le identità turistiche nazionali e regionali.
“Media, Messaging & MICE: Shaping Narratives Together” – discutere la collaborazione tra media, settore degli eventi business e enti del turismo per realizzare una comunicazione d’impatto.
“Local Voices, Global Impact: Empowering Communities Through Authentic Communication” – concentrarsi sull’inclusione e sull’importanza delle narrazioni guidate dalle comunità nella costruzione delle storie di destinazione.
“Travel with Trust: Communicating Safety, Access, and Sustainability in a Changing World” – esaminare le strategie per rafforzare la fiducia dei viaggiatori attraverso una comunicazione trasparente e responsabile.
Le sessioni saranno moderate da un gruppo di esperti di comunicazione e turismo di rilievo internazionale, tra cui Cordula Wohlmuther, Direttrice Regionale per il Turismo presso UN Tourism; Mathew Zein, fondatore e caporedattore di Life in Armenia Magazine; Prof.ssa Alessandra Priante, Presidente dell’Agenzia Nazionale del Turismo Italiana (ENIT SpA); Dochka Andreeva, consulente internazionale per il turismo sostenibile; Sergey Stanovkin, responsabile della rappresentanza commerciale di BBC Studios in Eurasia; e Nora Mirzoyan, specialista urbana presso la Banca Mondiale. La loro esperienza e i diversi punti di vista garantiranno discussioni approfondite e spunti significativi per tutti i partecipanti.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2025-10-17 20:36:342025-10-20 20:38:02L’Armenia ospita il World Tourism Communication Forum 23-25 ottobre (Qualitytravel 17.10.25)
Nel contesto della dura opposizione alle politiche del premier Pašinyan, arrestato anche il vescovo Mkrtič, a capo dell’eparchia di Aragatsotn, insieme a sei sacerdoti diocesani. Da giugno è in carcere l’arcivescovo Bagrat Galstanyan, il primo a schierarsi apertamente contro il capo del governo. Gli avvocati della Chiesa Apostolica armena: grave violazione del diritto.
Erevan (AsiaNews) – In Armenia continua la contrapposizione diretta tra il governo e la Chiesa Apostolica, con un altro arresto eccellente, quello del capo dell’eparchia di Aragatsotn, il vescovo Mkrtič (Prošyan) insieme a sei sacerdoti diocesani, dopo una perquisizione nelle loro residenze, come ha comunicato il direttore dell’Accademia degli avvocati d’Armenia, Ara Zograbyan. Al momento non è noto dove sia trattenuto il vescovo Mkrtič, e il Comitato investigativo non offre informazioni al riguardo, cosa che secondo gli avvocati costituisce una grave violazione dei loro diritti. Zograbyan afferma che tale comportamento degli organi dello Stato si qualifica secondo l’art. 451 del Codice penale, quello sulla “scomparsa come conseguenza di violenze”.
Tale crimine si realizza secondo la legge armena quando viene negato o coperto in qualche modo il fatto della privazione della libertà di una persona, sia esso su basi legali o illegali, o anche nascondendo le informazioni sul suo status e il luogo di detenzione, sia esso deciso da ufficiali delle forze dell’ordine o da altre strutture che agiscono per conto dello Stato o con il suo sostegno, consenso o assenso implicito, lasciando la persona scomparsa senza la difesa legale necessaria. Tale violazione dovrebbe essere punita con la privazione della libertà da tre a sette anni, e riguarda il trattamento riservato non soltanto al vescovo, ma anche ai sacerdoti Paren, Manuk, Ayk, Gevond, Mkrtič e Ayk Kočaryan, coinvolgendo anche alcuni fedeli e collaboratori dell’eparchia di Aragatsotn.
Il Consiglio per la difesa della Chiesa apostolica armena, costituito nei mesi scorsi dai sostenitori del clero contro le politiche del premier Nikol Pašinyan, ha diffuso una dichiarazione di decisa condanna dell’ennesima “persecuzione sistematica dei nostri sacerdoti” da parte degli organi statali. Tra gli arrestati spicca insieme al vescovo Mkrtič anche la figura del superiore del monastero di Sagmosavank, il padre Paren Arakelyan, e il Consiglio pretende che le forze dell’ordine adempiano “con coscienza” ai propri doveri, rispondendo alle attese dell’intera società armena, senza sottomettersi a ordini imposti dai politici o da interessi personali.
La portavoce del Comitato investigativo, Kima Avdalyan, ha dichiarato in risposta alle accuse che “nella fase di indagini preliminari su violazioni della legge, riguardanti l’abuso di potere e di funzioni di servizio per impedire o costringere a manifestazioni di diverso genere, sono state adottate le misure necessarie per ottenere le prove di tali reati, e i risultati verranno resi pubblici appena possibile”. Tali spiegazioni piuttosto generiche sembrano comunque confermare le accuse che da tempo vengono rivolte al clero armeno, di cospirare per azioni pubbliche o segrete di attentato alla sicurezza statale e di rivolgimento dei poteri costituiti.
Tre settimane fa era stata emessa dal tribunale la condanna dell’arcivescovo dell’eparchia di Širak, Mikael Adžpakhyan, che si trovava agli arresti dal 28 luglio ed è stato riconosciuto colpevole di “incitazioni pubbliche al colpo di Stato in Armenia”, e durante gli arresti preliminari non gli è stato concesso di comunicare con l’esterno, ricevendo infine una sentenza di due anni e mezzo di reclusione.
Prima ancora, il 26 giugno, il Comitato investigativo aveva comunicato l’arresto di 17 persone, tutti membri e dirigenti del movimento della “Lotta Santa” che avrebbero partecipato ad attentati terroristici, sempre allo scopo di rovesciare il governo e impadronirsi del potere nel Paese. Tra gli arrestati la figura principale è quella dell’arcivescovo Bagrat Galstanyan, il primo a esprimere apertamente la contrapposizione della Chiesa al governo negli ultimi due anni, insieme ad alcuni sacerdoti, all’ex-deputato dell’Assemblea nazionale David Galstyan, al colonnello della riserva Migran Makhsudyan e al politico Igor Sarkisyan, membro del Dašnaktsutyun, la “Federazione rivoluzionaria armena”, un movimento tra i più antichi dell’Armenia, fondato ancora a fine ‘800 per liberare gli armeni dall’oppressione della Turchia. La contrapposizione tra Chiesa e Stato è una caratteristica storica dell’Armenia, a seconda delle varie epoche e rivoluzioni, e certamente gli arresti degli ultimi mesi stanno ulteriormente alimentando questa divisione interna del popolo armeno.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2025-10-16 20:34:052025-10-20 20:36:18Nuovi arresti di vescovi e sacerdoti in Armenia (AsiaNews16.10.25)
Letizia Leonardi (Assadakah News) – La Roma Jewelry Week 2025 parlerà anche armeno.Un gruppo di maestri orafi e designer provenienti dall’Armenia parteciperà alla sezione principale dell’evento internazionale, in programma dal 25 al 26 ottobre nelle monumentali Corsie Sistine del Complesso di Santo Spirito in Sassia, a due passi dal Vaticano.
Oltre all’aspetto artistico, la presenza armena assume anche un forte valore diplomatico-culturale. L’Armenia, da sempre ponte tra Oriente e Occidente, utilizza l’arte come strumento di dialogo internazionale. Portare le proprie creazioni nel cuore di Roma, e per di più in un luogo legato alla storia della cristianità, rappresenta un gesto di continuità storica tra due popoli accomunati da antiche radici spirituali.
Non è un caso che la tradizione orafa armena affonda le sue origini nell’epoca del Regno di Urartu e si è sviluppata nei secoli attraverso botteghe e monasteri medievali, dove i monaci-artigiani lavoravano oro e pietre incise con croci, melograni e motivi apotropaici. Una sapienza tramandata fino a oggi, reinterpretata dai designer contemporanei in chiave moderna senza perdere il forte legame simbolico con l’identità nazionale.
Due artisti armeni, Anna Margaryan e Zaven Mkhitaryan, saranno inoltre in gara al Premio Incinque Jewels, giunto alla sua sesta edizione e ospitato nello stesso complesso monumentale dal 24 al 26 ottobre.
Tutti i partecipanti sono stati chiamati a interpretare “Gaudium”, tema ispirato all’Anno Giubilare 2025, creando gioielli come veicolo di memoria, spiritualità e visione contemporanea.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2025-10-15 20:46:012025-10-20 20:47:16Gioiellieri armeni alla Roma Jewelry Week (Assadakah 15.10.25)
Nonostante la firma dell’accordo di pace tra Armenia e Azerbaigian l’8 agosto 2025, la situazione umanitaria nella regione del Nagorno-Karabakh resta una ferita aperta. Gli sfollati armeni e i prigionieri di guerra continuano a vivere in condizioni di incertezza, mentre permangono gravi interrogativi sul rispetto dei diritti umani da parte di Baku.
La crisi umanitaria e l’accordo di pace.
Nel 2023, l’Azerbaigian aveva provocato una grave crisi umanitaria bloccando il corridoio di Lachin, unica via di collegamento tra l’Armenia e il Nagorno-Karabakh, in violazione di un ordine della Corte Internazionale di Giustizia. Un blocco, ma non è una novità pensando alla poca sostanzialità dei movimenti pro-pal, contro il quale nessuna protesta di piazza si è registrata (diversamente dal blocco nella Striscia di Gaza), confermando una certa solidarietà settoriale della sinistra europea.
Questioni etiche e morali a parte, nel mese di settembre del 2023, un’offensiva militare azera portò alla fuga forzata di circa 120.000 armeni dalla regione e all’arresto di diversi leader locali, processati successivamente da tribunali militari.
Nonostante il trattato di pace firmato nell’agosto 2025, il testo non prevede misure di riparazione per le vittime del conflitto, lasciando irrisolte le questioni legate ai diritti umani e alla giustizia transizionale.
La chiusura delle operazioni del Comitato Internazionale della Croce Rossa.
Il 3 settembre 2025, il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) – l’unica organizzazione autorizzata ad accedere ai prigionieri di guerra armeni – è stato costretto a sospendere le proprie attività in Azerbaigian, aggravando ulteriormente la mancanza di trasparenza sulle condizioni di detenzione e sulla sorte dei prigionieri.
L’interrogazione alla Commissione europea.
Gli eurodeputati Thijs Reuten, Nacho Sánchez Amor, Juan Fernando López Aguilar (tutti del gruppo S&D) e Marie Toussaint (Verts/ALE) hanno presentato un’interrogazione scritta all’Alto Rappresentante per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, Kaja Kallas, chiedendo chiarimenti sul ruolo dell’UE e sulla responsabilità dell’Azerbaigian.
I firmatari chiedono se Baku stia rispettando gli obblighi in materia di diritti umani previsti dall’Accordo di partenariato e cooperazione UE-Azerbaigian del 1999 e dall’articolo 21 del Trattato sull’Unione Europea, che impegna l’UE a promuovere la pace, la democrazia e il rispetto dei diritti fondamentali.
I diritti dei rifugiati e dei detenuti armeni.
La stessa Commissione (che però nel 2022 ha firmato un accordo energetico proprio con l’Azerbaigian) aveva recentemente sottolineato che “il diritto degli armeni sfollati a tornare senza intimidazioni e discriminazioni è un diritto umano fondamentale”, così come lo è la garanzia di processi equi e condizioni di detenzione dignitose per i prigionieri di guerra.
L’interrogazione chiede inoltre alla Commissione europea di esprimere o meno il proprio parere sulla condotta dell’Azerbaigian che non ha ancora adempiuto pienamente ai propri obblighi internazionali e quali strumenti l’UE possa attivare per promuovere giustizia, responsabilità e protezione dei diritti umani nella fase post-conflitto.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2025-10-14 20:32:152025-10-20 20:33:22Nagorno-Karabakh: la questione irrisolta degli sfollati e dei prigionieri di guerra dopo l’accordo di pace. (Sardegnagol 14.10.25)
A disposizione di chiese e comunità i testi di riferimento per la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani del 2026
Vengono dall’Armenia i testi per i sussidi della Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani del 2026. L’équipe internazionale incaricata è dal 1968 nominata congiuntamente dal Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani (Dpcu) e dalla Commissione Fede e Ordine del Consiglio Mondiale delle Chiese (Cec). La redazione dei materiali era stata affidata per il prossimo anno per l’appunto al Dipartimento per le relazioni interconfessionali della Chiesa apostolica armena. Il Dipartimento ha coordinato il gruppo ecumenico di cristiani armeni che ha preparato la prima bozza dei testi.
Il testo di riferimento è tratto da Efesini, capitolo 4, versetto 4: «Vi è un corpo solo e un solo Spirito, come pure siete stati chiamati a una sola speranza, quella della vostra vocazione».
Come si legge nei materiali introduttivi la Chiesa apostolica armena, riconosciuta come una delle più antiche comunità cristiane del mondo, ha svolto un ruolo fondamentale nel plasmare l’identità spirituale e storica del popolo armeno per quasi due millenni.Fondata all’inizio del IV secolo, con radici che risalgono all’epoca apostolica, trascende l’organizzazione religiosa; incarna la resilienza nazionale, il patrimonio culturale e la forza spirituale di un popolo. Oltre a offrire una guida spirituale, la Chiesa ha salvaguardato le tradizioni, la lingua e i valori armeni, soprattutto durante i periodi di avversità e di dominazione straniera. In tempi contemporanei, soprattutto in mezzo a sfide come il conflitto nel Nagorno-Karabakh e lo sfollamento della popolazione dell’Artsakh, la Chiesa continua a servire come fonte di forza e di conforto per gli armeni. Oggi è un faro di fede, unità e continuità per gli armeni di tutto il mondo e fornisce spunti di riflessione che risuonano nella più ampia comunità cristiana globale.
Il testo redatto da Cec e Dpcu ricorda che le origini della Chiesa apostolica armena sono profondamente radicate negli insegnamenti degli apostoli Taddeo e Bartolomeo, che evangelizzarono l’Armenia già nel I secolo d.C.. Tuttavia, fu sotto la guida di San Gregorio Illuminatore, il primo Catholicos (patriarca) ufficiale dell’Armenia, che il cristianesimo iniziò a fiorire. Nel 301 d.C., l’Armenia divenne la prima nazione ad adottare il cristianesimo come religione di Stato sotto il re Tiridate III, un evento che la contraddistinse come pioniera della fede molto prima dell’abbraccio dell’Impero Romano al cristianesimo.La sede madre di Etchmiadzin, situata vicino a Yerevan, funge da centro spirituale e amministrativo della Chiesa apostolica armena.La tradizione racconta che San Gregorio ricevette una visione divina di Cristo che scendeva dal cielo e colpiva il suolo con un martello d’oro, designando il sito per la prima cattedrale armena. Questa visione portò alla costruzione della Cattedrale di Etchmiadzin, una delle chiese più antiche del mondo, che simboleggia il legame duraturo tra la Chiesa armena e i suoi fedeli.Nel corso dei secoli, la Sede madre è stata un centro di spiritualità e di autorità ecclesiastica, guidando i fedeli e preservando il patrimonio cristiano armeno.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2025-10-14 19:19:162025-10-14 19:19:16Vengono dall’Armenia i testi per i sussidi della Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani del 2026 (Riforma 14.10.25)
La guerra nel Nagorno-Karabakh, terminata due anni fa, è una ferita ancora aperta. Oltre centoventimila sfollati sono senza alcuna prospettiva di tornare alle loro case.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2025-10-13 19:20:322025-10-14 19:20:50Guerra Nagorno-Karabakh, terminata 2 anni fa ma ferita ancora aperta (TV2000 13.10.25)
[Korazym.org/Blog dell’Editore, 12.10.2025 – Renato Farina] – Ammollo i piedi nel mio lago, mi dà qualche brivido la sua acqua amica ma oggi dolente, nera. Del resto lago Sevan vuol dire lago Nero, e presto – se sopravvivo – ve ne racconterò il perché. È scura come il cielo quest’acqua, e come il firmamento anch’essa è punteggiato di scintille, un milione e mezzo, forse due milioni di lucette.
Vibrano su nella volta celeste, e scendono giù ad accarezzare il lago: sono segno del milione e mezzo, due milioni (ripeto, ripeterò sempre) di martiri proclamati tali dalla Chiesa Apostolica Armena, che non ha fatto differenze tra vescovi e ignoti, i senza nome sono la grandissima maggioranza, ma Dio conosce i loro nomi, li chiama – proprio io?, sì tu –, stringe tutti a sé, i buoni figli e quelli cattivi, le ragazze pure e i ragazzi impuri, gli ubriaconi e i morigerati, i delinquenti e gli innocenti, le zitelle rancide e i chiacchieroni, persino qualche magistrato e giornalista, todos todos todos, perché assassinati in odio a Cristo, senz’altra colpa né altro merito che il marchio del battesimo di cui nell’istante totale, proprio quell’istante ne tempo, non si vergognarono, e perciò furono immolati su un altare che gronda Grazie.
Su di me, ora? Lo so, con la mente dico okay. Ma non mi dice nulla questa verità oggi, adesso, mentre i miei fratelli piagati dell’Artsakh mendicano di essere almeno citati, che si sappia di loro. Non riesco a perdonare che adesso, non nel 1915, si stia perpetrando un altro genocidio armeno, meno colossale, ma più penoso come ogni recidiva.
La pace fake
A tormentarmi è la notizia della falsa pace festeggiata universalmente come fosse vera, e che invece cementa per l’eternità l’amputazione dell’utero dal corpo dell’Armenia. E cioè l’Artsakh, nostro grembo fecondo, rubatoci dagli Azero-Turchi con il consenso della nostra autorità politica, e il plauso di tutti i Paesi, anche dell’Italia, destra e sinistra e centro, nessun dubbio, e in apparenza anche dal Vaticano…
L’ottusità della mia anima molokana oggi non recepisce il tepore di questo amore dei martiri. Tutto congiura dentro di me a chiudere i pori del cuore. Ecco però le piccole trote argentate, principesse adolescenti, creature baciate dalla Santa Vergine Madre di Dio, non si danno pace, non accettano la mia chiusura ermetica nella disperanza, che per me è più della disperazione, perché si oppone direttamente alla speranza, la disperazione in fondo è un allungare il brodo, è un modo per cercare la rima con consolazione. Ma questa sera le trote sono allegre come se ballassero al suono della musica di Schubert a loro dedicata, Die Forelle.
Che buone notizie mi portate?
Prima parla tu, confessati Molokano.
Comincio.
Ci sono le fake news, poi ci sono le mezze fake news. Esse consistono nello scrivere quasi tutto. Le quasi verità sono peggio delle menzogne, perché sono insospettabili, in fondo grondano buona fede, sono depistaggi ben temperati. Se lo fai notare, la risposta è ovvia: non si può essere esaurienti, la memoria per forza è selettiva, e il 95 per cento è un’eccellente misura per passare come fenomeni di imparzialità… Tecnicamente si chiamano fake truth, false verità. Sono il lievito dei farisei, che fa marcire il pane. Il Molokano è un bastardo, quel pane rancido lo vomita. Avvelenerebbe anche voi, trotelle mie. Per questo mi sono ribellato davanti al coretto elogiativo delle due pagine fatte passare per dichiarazione di pace e firmate davanti a Trump l’8 agosto 2025 dal Presidente di Azerbajgian, Ilham Aliyev, e dal Primo Ministro di Armenia, Nikol Pashinyan [*].
Il colpo di mano di Pashinyan
Quella era una quasi pace, cioè una pace falsa. Il cui contenuto preminente era quello che non c’era, una assenza: in quel testo si prevede il Corridoio di 32 km per congiungere di fatto l’Azerbajgian alla Turchia, invadendo l’Armenia. Va be’, questo si può accettare. Ma non al prezzo di tacere sull’Artsakh, e i suoi 120mila Cristiani Armeni sbattuti via. In quelle pagine non sono mai nominati. Con ciò hanno avuto una sorte peggio della morte, perché i morti si piangono. La non-esistenza non la piange nessuno. È la certificazione della riuscita di un genocidio nella sua forma post-moderna. È toccato a me allora suonare il corno di Tempi e raggiungere magari, se Dio vuole, il grande Leone XIV perché apprendesse dell’infamia patita dagli Armeni dell’Artsakh, cacciati come cani dalla loro terra e dalle tombe dei loro cari dagli invasori Azero-Turchi, e poi anche privati non solo del diritto ma anche del loro pianto di esuli.
Riccardo Ruggeri ha annotato sul suo blog Zafferano queste parole del giornalista argentino Horacio Verbitsky, che scrisse: “Giornalismo è diffondere ciò che qualcuno non vuole si sappia; il resto è propaganda”.
E allora io ci provo e riprovo. In Italia nessuno aveva raccontato dell’incredibile golpe del Primo Ministro armeno Pashinyan per estromettere il Catholikos della Chiesa Apostolica Armena Karekin II (per capirci, il Papa armeno). Il popolo armeno si è stretto intorno alla Santa Sede di Echmiadzin, dove si conservano le reliquie degli apostoli Bartolomeo e Taddeo, e ha spezzato le pretese di creare l’anti-papa da parte di Pashinyan e della moglie. Sostenevano costoro, per decretarne la deposizione, che Karekin II avesse avuto una figlia. La verità è che questa diceria ha il rango di fake truth. Come se un Teodosio avesse preteso la scomunica di Agostino, Vescovo di Ippona, perché padre di un bambino. O – mi perdoni il Santo africano-brianteo per il paragone – il rovesciamento dalla cattedra di Pietro di Alessandro VI Borgia da parte del Re di Francia Carlo VIII per analoghe ragioni. Il potere temporale non ha questo potere sacro. In realtà, era il modo per togliersi dai piedi (con il sostegno pubblico di Macron) la voce che gli ripeteva ogni giorno, ogni ora, come Giovanni Battista a Erode: che ne hai fatto dell’Artsakh e dei nostri fratelli? Davvero li hai venduti al Turcomanno come i figli di Giacobbe fecero con Giuseppe?
Sua Santità Karekin II, Patriarca Supremo e Catholicos di Tutti gli Armeni, è stato ricevuto da Papa Leone XIV la mattina del 16 settembre 2025, a Villa Barberini, la residenza papale a Castel Gandolfo (Foto di Vatican Media).
Sorpresa a Castel Gandolfo
Le trote mi sussurrano ridendo. Qualcuno lassù ha ascoltato il grido dei figli dell’Artsakh e forse anche il tuo (non montarti la testa, sciocco). Sappi che nel silenzio assoluto dei TG e dei grandi quotidiani europei, Papa Leone XIV ha ricevuto il 16 settembre a Castelgandolfo, in udienza fraterna, Karekin II, il quale lo ha ringraziato del gesto e ha pronunciato pubblicamente la parola “esuli dell’Artsakh” e ha dichiarato il loro diritto al ritorno. Spes contra spem. Da dire a tempo e controtempo. Il petto mi sobbalza, ma perché la TV di Stato e la CNN non hanno detto nulla? Quasi verità, l’omissione è peggio della menzogna.
Molokano di poca o nulla fede, non sei tu che salvi il mondo, in Cielo i santi martiri dicono parole all’orecchio di Cristo e del suo Vicario in terra.
Pochi giorni prima – continuano le trote – dal Vaticano era squillata un’altra tromba. Appoggiano sulla riva, tirandolo con le boccucce e salvandolo dalle acque, una pagina de L’Osservatore Romano. Un pullman di pellegrini dall’Italia, alla ricerca dei Molokani che Vasilij Grossman e poi Tempi hanno reso famosi, si era fermato proprio oggi sui bordi del lago. Avevano lanciato pezzi di pane e, guardando le acque sorvolate dai gabbiani – c’è una specie autoctona di queste acque, il gabbiano molokano che c’è solo qui – anche un foglio appallottolato. Eccolo. Le trotelle predicano pazienza: non avere fretta, non sbrindellarlo, leggilo al mattino, alla luce dell’alba, asciutto.
Charlie Kirk contro il Sultano
Leggo. 23 agosto 2025. Il Papa: «Nessun popolo può essere costretto all’esilio forzato». «La rinnovata prospettiva del vostro ritorno nel vostro arcipelago natale è un segno incoraggiante e ha forza simbolica sulla scena internazionale: tutti i popoli, anche i più piccoli e i più deboli, devono essere rispettati dai potenti nella loro identità e nei loro diritti, in particolare il diritto di vivere nelle proprie terre; e nessuno può costringerli a un esilio forzato». Lo dice Papa Leone XIV ricevendo in udienza la Delegazione del Chagos Refugees Group di Port Louis delle Isola Mauritius.
«Credo valga anche per i Cristiani del Nagorno-Karabakh», scrivo in un telegramma a un’Eminenza mia protettrice in Vaticano, «se ritiene e può lo dica al Santo Padre. Nell’accordo di pace firmato davanti a Trump tra Aliyev e Pashinyan sono stati ignorati. Così come i prigionieri di guerra che sono a Baku come ostaggi. Il Molokano».
Il cardinale risponde. «Certamente vale anche per i Cristiani del Nagorno Karabakh, Signor Molokano. Si potrà dire appena capiterà l’occasione. Card. …».
Un’ultima cosa, poi taccio. Hanno detto un sacco di ragioni a destra e a sinistra cercando di spiegare le ragioni per cui Charlie Kirk è stato ucciso all’Utah Valley University il 10 settembre. Nessuno, causa una universale coda di paglia, ne ha detto quella che ha ripetuto sempre negli anni. È scandaloso che non si riconosca da parte turca il genocidio armeno, e in America lo conoscano in pochissimo, e la Turchia (con gli Azeri) usi le nostre armi contro un popolo Cristiano. Erdoğan è un uomo davvero cattivo, e la Turchia va eliminata dalla NATO.
Il Molokano
Questo articolo è stato pubblicato sul numero di ottobre 2025 di Tempi.
Il Presidente azero Ilham Aliyev (a sinistra) e il Primo Ministro armeno Nikol Pashinyan (a destra), l’8 agosto 2025 firmano alla Casa Bianca la Dichiarazione congiunta di pace tra l’Azerbajgian e l’Armenia. Al centro il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump.
[*] Armenia-Azerbaigian, una pace col trucco
di Renato Farina
Il Federalista, 13 settembre 2025
Per il momento, è l’unica pace di cui Donald Trump possa intestarsi il merito. Sottoscritta l’8 agosto alla Casa Bianca dal Presidente azero Ilham Aliyev e dal Primo ministro armeno Nikol Pashinyan, l’intesa dovrebbe porre fine al conflitto che da quasi 40 anni oppone i due Paesi per il possesso del Nagorno-Karabakh. Ma Renato Farina, studioso dell’Armenia, della sua cultura e della sua drammatica storia, ha scritto in proposito: “Sembra tanto un contratto leonino: la gazzella armena bacia il leone turcomanno, davanti all’elefante Trump che vuole sì far la pace, ma deve imparare a non lasciarsi ingannare dai turchi”. Quali gli argomenti che sostanziano il pessimismo dello scrittore e giornalista italiano? Scopriamoli attraverso la sua prosa colta e briosa.
La capitolazione di Erevan
Non fidatevi di me, preferite la speranza di Leone XIV alla mia miscredenza. Ha detto il Papa rallegrandosi: «Mi congratulo con l’Armenia e l’Azerbajgian che hanno raggiunto (l’8 agosto a Washington) la firma della dichiarazione congiunta di pace». Dunque come si può non essere plaudenti, davanti a una promessa? Le mani si sono strette, la guerra trentennale è dichiarata chiusa davanti a un Trump garante del patto. Ed è un fatto. Ma poi? Il saggio Vescovo di Roma ha aggiunto una frase che nel latino di Sant’Agostino si scriverebbe “Utinam+congiuntivo”: «Che questo evento possa contribuire a una pace stabile e duratura nel Caucaso meridionale». (All’Angelus del 10 agosto 2025).
Sarò cattivo, ma lasciatemi fare la mia parte in commedia: ribellarmi. La dichiarazione di pace (non ancora un trattato, per fortuna!) somiglia alquanto a un contratto leonino: la gazzella armena si bacia con il leone turcomanno, davanti all’elefante Trump che vuole sì la pace, ma dovrebbe imparare a non lasciarsi ingannare dai Turchi.
A Famagosta, Isola di Cipro, promisero nel 1571 al generale veneziano Marcantonio Bragadin onore e salvezza in cambio della resa: fu scuoiato vivo, i suoi soldati assassinati, le donne schiavizzate, i bambini islamizzati. Ne seguì la battaglia di Lepanto, vittoriosa per le forze Cristiane radunate dal Papa San Pio V; ma oggi sarebbe la fine del mondo ripeterla. Trump cercherebbe ancora di saturare le ferite, di più non si potrebbe. Ma come si fa a cascarci ancora?
E dire che altre truffe si ripeterono. I capi e gli intellettuali Armeni cittadini dell’Impero Ottomano, dopo i pogrom al tempo del Sultano Hamid II (1894-96, duecentomila vittime Cristiane), si accordarono con il Partito rivoluzionario dei Giovani Turchi, che nel 1908 presero di fatto il potere: non mantennero le promesse di emancipazione e pluralismo, i Cristiani protestarono. Risultato?
In Anatolia, nella provincia di Adana nel 1909, una strage per dare un esempio: uomini impiccati, squartati, fucilati, donne violentate e sgozzate dopo aver visto schiacciare i loro piccini, trentamila morti.
Nel 1913 i Giovani Turchi, con i “Tre Pascià” Mehmed Talat, Ismail Enver e Ahmed Djemal, presero stavolta il potere ufficialmente con un colpo di stato. Si ripeté la pantomima. Le alte classi armene credettero ai modi raffinati ed europei del triumvirato. E fu il genocidio del 1915, un milione e mezzo di morti trascinati nel deserto a crepare.
Questo olocausto di Cristiani orientali fece scuola. Hitler si ispirò – e lo disse – a quel genocidio per attuare nel silenzio del mondo la Shoa. Ora, sinistramente, il metodo per la caduta dell’Artsakh (Nagorno-Karabakh) nelle mani degli Azeri il 20 settembre 2023, si ripete a Gaza.
Stephan Pechdimaldji, analista Armeno-Americano, ha dichiarato al Washington Post che c’è una continuità strategica tra quanto fatto da Aliyev per ripulire etnicamente il Nagorno-Karabakh dagli Armeni, e la tecnica di Netanyahu per strappare i Palestinesi dalla Striscia: “Entrambi i Paesi considerano il cibo uno strumento per raggiungere i propri obiettivi. Gran parte del mondo è rimasta in silenzio quando l’Azerbajgian ha fatto morire di fame gli Armeni in pieno giorno. Lo stesso vale oggi per Gaza” (Una differenza c’è. L’Armenia poteva fare ben poco per impedire l’espulsione degli Armeni. Invece, Hamas avrebbe potuto evitare il trasferimento forzato rilasciando gli ostaggi e lasciando Gaza).
Non capisco perché, ma il modo di uccidere gli Armeni eccita sempre nei persecutori nuove idee malvage, presto imitate.
L’Altissimo provvederà all’ultimo giorno a far sì che – come dice il salmo – la giustizia si accordi con la pace? Un po’ tardi, mi pare. Sto bestemmiando, lo so. Non ho la fede di Papa Leone XIV, non riesco a sperare come lui.
Che Dio salvi non solo il corpo, ma anche l’anima dell’Armenia, la memoria del suo battesimo, che Pashinyan pare voler sacrificare. Lo sa che quando si vuol soffocare l’anima di un popolo, due sono le possibili evenienze: o l’insurrezione o l’astenia mortale.
Perché sono così pessimista? L’accordo di pace è l’accettazione di una capitolazione dell’Armenia, con conseguenze devastanti per la sua sovranità, sicurezza e stabilità interna. Lungi dall’essere un passo verso la pace, questo accordo lascia Erevan in una posizione di estrema vulnerabilità geopolitica. Uno dei punti centrali dell’intesa è la creazione del corridoio di Zangezur, una giga-strada di 43 chilometri che collegherà l’Azerbajgian alla sua exclave di Nakhchivan attraverso la regione armena di Syunik. Questo corridoio taglierà in due l’Armenia, privandola di una parte cruciale del suo territorio e della sua sovranità. L’Azerbajgian ha insistito affinché il corridoio fosse extraterritoriale, privo di controllo armeno, una condizione che Erevan ha accettato sotto pressione internazionale.
Per l’Armenia, questa arteria a dominio alieno rappresenta una minaccia esistenziale. Non solo compromette la sua integrità territoriale, ma rafforza l’asse turco-azero, un progetto panturco che mira a collegare il Mar Caspio al Mediterraneo. Questo corridoio, formalmente e servilmente “Trump Path to International Peace and Prosperity”, è stato affidato a una società privata americana per 100 anni, un chiaro segnale della perdita di controllo armeno su una parte del suo territorio.
Certo, presenta alcuni vantaggi nel breve periodo. Il corridoio di Zangezur, se gestito correttamente, potrebbe favorire investimenti infrastrutturali e migliorare le connessioni regionali, rendendo l’Armenia un punto di transito strategico. Ma qual è il prezzo?
La dimenticanza dei 120mila Armeni strappati da case, memorie, luoghi sacri, tombe dei propri cari in Artsakh (Nagorno-Karabakh). Non si accenna neppure con una parola al loro assassinio spirituale, al loro sacrificio umano – nel testo sottoscritto a Washington. Il silenzio è la riaffermazione orrenda di un diritto al genocidio. Qualcuno griderà qui da noi? La Realpolitik deve avere il suo limite nella perdita della nostra umanità.
Foto di copertina: Sua Santità Karekin II, Patriarca Supremo e Catholicos di Tutti gli Armeni, è stato ricevuto da Papa Leone XIV la mattina del 16 settembre 2025, a Villa Barberini, la residenza papale a Castel Gandolfo, dove il Papa si era recato dalla sera precedente. Era il primo incontro di Karekin II con Leone XIV, il quarto con un Pontefice sin dalla sua elezione avvenuta venticinque anni fa. L’udienza si è svolta in “un clima fraterno e cordiale, durante il quale sono state discusse diverse questioni ecclesiali, e Karekin II ha posto l’accento sulla sorte degli Armeni dell’Artsakh”, come ha spiegato in un colloquio telefonico con la redazione armena di Radio Vaticana-Vatican News l’Arcivescovo Khajag Barsamian, Legato patriarcale dell’Europa Occidentale e Rappresentante della Chiesa Apostolica Armena presso la Santa Sede. Il Papa e il Catholicos hanno ribadito la necessità della pace, ha spiegato Barsamian. Una pace basata sulla giustizia, come ha sottolineato Karekin II.
La prima visita di Karekin II a Roma risale al 9 e 10 novembre 2000, quando l’allora neo eletto Catholicos di Tutti gli Armeni fu ospite di San Giovanni Paolo II in occasione del Grande Giubileo dell’Anno 2000. Durante quella visita, sulla scia della dichiarazione firmata da San Paolo VI e Sua Santità Vasken I il 12 maggio 1970, fu siglata una Dichiarazione Congiunta: un passo del cammino, ancora in corso, per ristabilire la piena comunione tra le due Chiese.
In occasione dell’incontro con Papa Francesco nel settembre 2020, Karekin II presentò a Papa Francesco la situazione creatasi a seguito dell’occupazione dell’Artsakh dall’Azerbajgian e l’esodo forzato di tutta la popolazione armena Cristiana dall’Artsakh (Foto di Vatican Media).
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2025-10-12 19:12:562025-10-13 19:15:19Una buona mancata notizia. Quell’incontro tra il Papa e il Catholicos degli Armeni. Spes contra spem (Korazym 12.10.25)
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