Nagorno Karabakh. Accordo di Azerbaijan e Armenia per il corridoio di Zangezur (Notiziegeopolitiche 08.07.25)

Nelle pieghe geopolitiche del Caucaso si consuma un nuovo capitolo di quella che appare sempre più come una guerra d’accerchiamento contro Mosca. Con l’accordo siglato tra Armenia, Turchia e Azerbaigian sul corridoio di Zangezur, prende forma un asse che non si limita a facilitare i collegamenti regionali, ma che porta con sé l’odore acre della strategia NATO. La prospettiva di una base dell’Alleanza sul Mar Caspio, combinata con la crescente influenza del corridoio TRACECA (TRAnsport Corridor Europe-Caucasus-Asia), ridisegna la mappa delle alleanze e crea un potenziale fronte meridionale che completa quello già attivo in Ucraina.
L’intento è palese: isolare la Russia, indebolire l’Iran e minare la stabilità dell’Asia centrale, lasciando come unici vincitori gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. L’Unione Europea, invece, si conferma un attore ambiguo, oscillante tra la sudditanza atlantica e una fragile ricerca di autonomia strategica.
Al centro di questo scacchiere c’è l’Armenia di Nikol Pašinyan, il cui operato è ormai percepito da Mosca come una vera e propria sfida. Mentre Erevan flirta con Washington e Ankara, il progetto panturco del “Grande Turan” prende corpo, offrendo a Erdogan la possibilità di trasformare la Turchia in un hub strategico tra Europa e Asia centrale. La perdita di Syunik (Zangezur), che oggi separa la Turchia dall’Azerbaigian, aprirebbe un corridoio logistico e militare senza precedenti per Ankara.
In questo contesto l’Armenia sembra sacrificare la propria sovranità sull’altare di un’illusoria integrazione euro-atlantica, mentre cresce il rischio che Mosca sia costretta a ritirare la sua presenza militare da Gyumri, sancendo la fine dell’influenza russa nel Caucaso meridionale.
A muovere i fili di questo complesso mosaico ci sono le intelligence turca e britannica, impegnate a soffiare sul fuoco delle tensioni tra Baku e Mosca. L’Azerbaigian, sempre più sotto l’ombrello di Ankara, viene presentato come il prossimo candidato a diventare un avamposto NATO. Le proposte per ospitare armi nucleari sul suo territorio non sono più mere speculazioni, ma parte di un discorso strategico che richiama le drammatiche premesse della crisi ucraina.
E mentre Erdogan gioca a fare il mediatore tra Aliev e Putin, il vero obiettivo è evidente: spingere il Caucaso meridionale nell’orbita occidentale e completare la recinzione della Russia.
Israele osserva e incassa dividendi, grazie al ridimensionamento dell’Iran e alla crescente collaborazione con Baku. Intanto, l’asse USA-Regno Unito-Turchia-Israele prende consistenza, presentandosi come un blocco capace di riscrivere le regole nel Mar Nero, nel Caspio e oltre. La Russia, impantanata in Ucraina, rischia di subire un arretramento strategico anche in Medio Oriente e Asia centrale.
Le dinamiche che oggi si osservano a Baku richiamano quelle di Kiev nel 2014: una progressiva erosione dell’influenza russa e un’accelerazione verso strutture occidentali che sembravano impensabili solo pochi anni fa. La narrativa panturca e le manovre dell’Organizzazione degli Stati Turchi (OST) con la creazione di una brigata di “mantenimento della pace” rappresentano i segnali di una militarizzazione regionale con cui la Russia dovrà fare i conti.
Se l’Armenia diventerà davvero un protettorato turco e l’Azerbaigian ospiterà basi NATO, la mappa della Transcaucasia e dell’Asia centrale cambierà radicalmente. Per Mosca significherebbe non solo perdere un tradizionale alleato, ma anche subire un colpo mortale alla sua strategia di profondità difensiva.

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Armenia: vicepresidente Parlamento, non c’è posto nel Paese per terrorismo e colpi di Stato (Agenzia Nova 08.07.25)

Erevan, 08 lug 10:41 – (Agenzia Nova) – Il vicepresidente dell’Assemblea nazionale armena, Ruben Rubinyan, ha dichiarato che il terrorismo, le intimidazioni e i tentativi di colpo di Stato non hanno spazio in Armenia, ribadendo che il governo del Paese può essere formato solo tramite elezioni democratiche. Le sue dichiarazioni arrivano nel contesto della mozione parlamentare per la revoca dell’immunità al deputato dell’opposizione Artur Sargsyan, accusato nell’ambito di un procedimento penale legato a ipotesi di terrorismo e tentato rovesciamento dell’ordine costituzionale. “Qualsiasi tentativo di prendere il potere o di raggiungere obiettivi politici con la violenza è da condannare. L’unico obiettivo nobile è il rispetto della legalità e della volontà popolare”, ha affermato Rubinyan. Il vicepresidente ha inoltre criticato il movimento guidato dall’arcivescovo Bagrat Galstanyan, accusandolo di aver abbandonato i metodi pacifici della Rivoluzione di velluto del 2018 per assumere toni più violenti e “terroristici”. Rubinyan ha ricordato l’assalto all’Assemblea nazionale e ha denunciato una “retorica estremista” emersa in alcune registrazioni audio attribuite ai leader del movimento. (segue) (Rum) © Agenzia Nova – Riproduzione riservata

Scandali in Armenia: il conflitto tra politica e religione (Notizie.it 08.07.25)

Non crederai mai a ciò che sta accadendo in Armenia: il Primo Ministro accusa la Chiesa di cospirazione e scandali. Leggi per scoprire i dettagli!

 

Non crederai mai a quello che sta succedendo in Armenia! Un vero e proprio dramma si sta consumando in questo angolo del mondo, dove il Primo Ministro Nikol Pashinyan ha scatenato una guerra aperta contro la Chiesa Apostolica Armena. Le accuse di tradimento e scandali personali coinvolgono il capo della Chiesa, Karekin II, creando una situazione che minaccia di polarizzare ulteriormente una nazione già profondamente religiosa.

Ma come siamo arrivati a questo punto? Scopriamo insieme i dettagli di questa vicenda che sembra uscita da una soap opera politica.

1. Un conflitto che svela il marcio

Il conflitto tra Pashinyan e Karekin II non è solo una battaglia di potere; è il riflesso di una società divisa. Il Primo Ministro ha affermato che la Chiesa è stata “presa in ostaggio” da un gruppo “anti-cristiano” e ha promesso di liberarla. Ma perché questa dichiarazione ha scatenato un tale putiferio? Gli osservatori avvertono che non si tratta di una semplice disputa tra autorità laiche e religiose, ma di un conflitto personale che affonda le radici in anni di tensioni. Ti sei mai chiesto quali siano le vere motivazioni dietro questo scontro?

Dopo la guerra del Nagorno-Karabakh, le responsabilità per la sconfitta sono state attribuite da Karekin a Pashinyan, mentre il Primo Ministro accusa il clero di essere coinvolto in una “cospirazione criminale”. Un clima di tensione che ha portato a un’escalation di accuse e scontri tra le due parti. Ma chi ha davvero ragione? I cittadini sono divisi, con molti che vedono la Chiesa come un pilastro della loro identità nazionale. E tu, da che parte stai?

2. Scandali e segreti: la vita personale di Karekin II

Le cose si complicano ulteriormente quando Pashinyan ha rivelato che Karekin II potrebbe aver infranto il suo voto di celibato, avendo avuto una figlia. Questa affermazione ha scatenato un terremoto mediatico, con i sostenitori del Primo Ministro che accusano il clero di ipocrisia. Ma Karekin non è rimasto a guardare: ha risposto alle accuse definendo questa campagna come una minaccia per l’unità nazionale. Non ti sembra incredibile come la vita personale possa influenzare la politica?

La rivelazione di Pashinyan ha sollevato interrogativi su cosa significhi davvero “essere al servizio di Dio” in un contesto politico così carico. La numero 4 di questa vicenda ti sconvolgerà: la presunta figlia di Karekin è un medico affermato a Yerevan, e le sue implicazioni potrebbero cambiare il corso della storia armena. Immagina le ripercussioni che una simile scoperta potrebbe avere sulla percezione pubblica della Chiesa!

3. La lotta per il futuro dell’Armenia

Ma non finisce qui. La tensione non si limita solo alle accuse personali. Il governo di Pashinyan ha arrestato diversi critici, tra cui un alto prelato, e ha fatto emergere piani di un presunto colpo di stato. La situazione è diventata così critica che le campane della Chiesa di St Echmiadzin hanno suonato l’allerta, richiamando i fedeli a difendere la loro casa e la loro fede. Cosa accadrà se la lotta tra Pashinyan e Karekin dovesse portare a un’ulteriore instabilità in un paese già segnato da conflitti esterni e interni?

Con le elezioni parlamentari in arrivo nel 2026, molti si chiedono se Pashinyan possa mantenere il suo potere o se la Chiesa riuscirà a riconquistare l’influenza perduta. La lotta è solo all’inizio, e i colpi di scena sono dietro l’angolo. Rimanete sintonizzati, perché la vera storia è appena cominciata! Vuoi essere sempre aggiornato su questa vicenda esplosiva? Non dimenticare di condividere e commentare!

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L’ambasciatore in Armenia Ferranti riceve il vescovo di Viterbo (Ansa 08.07.25)

Ambasciatore d’Italia a Jerevan, Alessandro Ferranti, ha ricevuto il Vescovo di Viterbo, Mons.
Orazio Francesco Piazza, insieme a un gruppo di diciannove Sacerdoti e religiosi della Diocesi di Viterbo, per la prima volta in visita in Armenia per un viaggio di pellegrinaggio e conoscenza.

Durante l’incontro all’Ambasciata sono stati trattati argomenti relativi ai profondi legami storici, culturali e religiosi fra Roma e Jerevan.

 

Armenia – L’Ambasciatore italiano Ferranti ha ricevuto il Vescovo di Viterbo Piazza

I paralleli tra il genocidio armeno e Gaza: le lezioni degli armeni per la pace (Buonenotizie.it 08.07.25)

Il genocidio armeno è stato uno dei più grandi crimini contro l’umanità del XX secolo. Durante la prima guerra mondiale, il governo ottomano ha pianificato e attuato un massacro sistematico degli armeni che vivevano nel loro territorio. Si stima che circa 1,5 milioni di armeni siano stati uccisi e molti altri siano stati costretti a fuggire dalle loro case. Questo evento tragico ha segnato profondamente la storia e la cultura degli armeni e ha lasciato un’impronta indelebile nella loro memoria collettiva.

Oggi, mentre il mondo si concentra sulla crisi umanitaria nella Striscia di Gaza, gli armeni possono tracciare paralleli tra il loro passato e la situazione attuale a Gaza. Come hanno imparato dagli orrori del loro genocidio, gli armeni hanno importanti lezioni da condividere con coloro che lottano per la pace a Gaza.

Il genocidio è un processo, non un evento

Una delle lezioni più importanti che gli armeni hanno imparato dal loro genocidio è che il genocidio è un processo, non un evento singolo. Ciò significa che il massacro degli armeni non è iniziato e finito in un solo giorno, ma è stato pianificato e attuato in modo sistematico per un lungo periodo di tempo. Questo è un aspetto importante da tenere a mente quando si guarda alla situazione a Gaza.

Il conflitto tra Israele e Palestina non è iniziato con l’attuale crisi umanitaria a Gaza. È il risultato di decenni di tensioni, violenze e ingiustizie. Come nel caso del genocidio armeno, il massacro a Gaza è solo l’ultimo atto di un processo più ampio di oppressione e discriminazione.

Gli armeni sanno che il genocidio non si ferma con la fine delle uccisioni. Anche dopo il massacro, gli armeni sono stati costretti a vivere in condizioni precarie e a subire discriminazioni e persecuzioni. Allo stesso modo, anche se il massacro a Gaza dovesse finire domani, la popolazione palestinese continuerà a vivere in una situazione di oppressione e violenza.

La negazione del genocidio

Un altro parallelo tra il genocidio armeno e la situazione a Gaza è la negazione del genocidio da parte dei perpetratori. Dopo il massacro degli armeni, il governo ottomano ha cercato di nascondere e minimizzare il suo ruolo nel genocidio. Questa negazione è continuata per decenni, con la Turchia che ancora oggi rifiuta di riconoscere il genocidio armeno.

Allo stesso modo, Israele ha negato ripetutamente il suo coinvolgimento nella violenza a Gaza e ha cercato di giustificare le sue azioni come necessarie per la sicurezza nazionale. Questa negazione del genocidio e delle violenze perpetrate è un insulto alle vittime e alle loro famiglie e rende ancora più difficile per loro ottenere giustizia e riparazione.

La forza della resilienza e della memoria

Nonostante le atrocità subite, gli armeni hanno dimostrato una straordinaria resilienza e hanno continuato a lottare per la loro sopravvivenza e per la giustizia. La loro memoria collettiva è stata un fattore chiave nella loro capacità di resistere e di mantenere viva la loro cultura e la loro identità.

Anche a Gaza, la popolazione palestinese ha dimostrato una straordinaria forza e resilienza nonostante le difficoltà e le violenze subite. La loro memoria collettiva e la loro identità culturale sono stati fondamentali per la loro resistenza e per la loro lotta per la libertà e la giustizia.

Gli armeni sanno che la memoria è un’arma potente nella lotta contro l’oppressione e la negazione. Continuano a commemorare il loro genocidio ogni anno e a raccontare le loro storie per assicurarsi che il mondo non dimentichi mai ciò che è loro stato fatto. Anche a Gaza, la memoria e la narrazione delle loro esperienze sono fondamentali per la loro lotta per la verità e la giustizia.

Speriamo che queste lezioni possano essere utili per coloro che cercano di porre fine alla crisi umanitaria a Gaza e di costruire un futuro di pace e giustizia per tutti.

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Al via la Settimana della Cultura Armena al Teatro Marrucino di Chieti (Ilgiornalidichieti 08.07.25)

Prende ufficialmente il via questa sera, martedì 8 luglio, la Settimana della Cultura Armena al Teatro Marrucino di Chieti, un’intensa rassegna di appuntamenti dedicati alla storia, all’identità e alle tradizioni del popolo armeno. Organizzata dalla Deputazione Teatrale Teatro Marrucino in collaborazione con l’Università degli Studi “G. d’Annunzio” di Chieti-Pescara e la National University of Architecture and Construction of Armenia (NUACA) e con il patrocinio dell’Ambasciata della Repubblica d’Armenia in Italia, l’iniziativa si svolgerà fino a domenica 13 luglio proponendo un ricco calendario di eventi aperti al pubblico.
Gli allievi della Scuola di Recitazione del Teatro Marrucino, insieme ai docenti dell’Università “d’Annunzio” e ad una delegazione armena composta da dieci studenti e cinque docenti provenienti da Yerevan saranno protagonisti di numerose attività, offrendo uno sguardo autentico sulla cultura armena contemporanea.
La cerimonia di apertura è in programma questa sera alle ore 19.00, seguita da un concerto di musica folkloristica armena a cura degli studenti della NUACA e dall’inaugurazione di una mostra di bambole tradizionali armene. A concludere la serata, lo spettacolo teatrale “Il quaderno”, messo in scena dagli allievi della Scuola di Recitazione e tratto dall’opera della scrittrice Sonya Orfalian che sarà presente per l’occasione.
Durante l’intera settimana, il Teatro Marrucino ospiterà performance teatrali, concerti, letture bilingue, laboratori creativi, tra cui quelli dedicati alla realizzazione di bambole armene con la docente Irina Vanyan, e conferenze su temi storici e culturali, come il genocidio armeno o l’evoluzione dell’architettura armena, tenute da docenti della NUACA e dell’Università “d’Annunzio”.
Tra i momenti più attesi, l’omaggio a Charles Aznavour, cantautore armeno-francese che ha sempre tenuto viva la memoria del suo popolo attraverso parole e musica (10 luglio, ore 18.00), e l’omaggio a William Saroyan, celebre scrittore armeno-americano vincitore del Premio Pulitzer (11 luglio, ore 21.30).
A chiudere la manifestazione, sabato 13 luglio, sarà una performance teatrale inedita che vedrà in scena insieme gli studenti della Scuola di Recitazione e quelli della NUACA, in un simbolico abbraccio tra Italia e Armenia, frutto di un’intensa collaborazione artistica diretta da Giuliana Antenucci e dal Prof. Narek Minassian.

La Settimana della Cultura Armena è un viaggio condiviso tra arte, memoria e dialogo, un’occasione preziosa per costruire ponti culturali e approfondire il valore dell’incontro tra popoli attraverso la bellezza del teatro e della conoscenza. Tutta la cittadinanza è invitata a partecipare.

Tutti gli eventi della Rassegna sono a ingresso libero e gratuito fino ad esaurimento posti.

Per ulteriori informazioni è possibile contattare il numero 0871 321491.

Globalia. La partita del Caucaso e il ruolo dell’Azerbaigian (Barbadillo 08.07.25)

l Caucaso non è mai stata una area tranquilla e benché i riflettori mediatici siano concentrati su altre aree della terra, l’aria continua a essere calda fra i monti e le vallate di questa regione. Le ultime notizie segnalano rinnovati nervosismi fra l’Azerbaigian e la Russia a causa di alcune indagini russe che hanno portato all’arresto (e anche all’uccisione) di alcuni cittadini azeri (ma anche con cittadinanza russa) appartenenti alla malavita organizzata. In realtà le tensioni fra i due Paesi si accumulano da tempo: il conflitto nel Nagorno-Karabakh (o Artsakh in armeno) nel 2023, che si è concluso con la riconquista totale della regione a maggioranza armena nonostante la presenza di forze di peacekeeping russe a garanzia del rispetto dei precedenti accordi di cessate il fuoco; e l’aero azero abbattuto dalla contraerea russa nel dicembre scorso sono sicuramente i due passaggi più significativi per delineare un certo nervosismo fra i due Paesi.

Non c’è dubbio che la vittoria nel Nagorno-Karabakh abbia ringalluzzito le ambizioni del presidente azero Aliyev che adesso mira a ricongiungere l’enclave del Nakhchivan con il resto del Paese. Per completare il progetto e realizzare il cosiddetto “corridoio di Zangezur” che non solo riunirebbe l’intero Azerbaigian ma addirittura porrebbe il Paese come un ponte diretto fra la “madre” Turchia e i paesi dell’Asia centrale, anche questi di origine turcica. Progetto ambizioso ma che passa necessariamente dall’invasione e conquista della regione armena del Syunik, cosa che sarebbe provocherebbe la reazione negativa non solo da Russia e Iran ma anche da Cina e una parte del mondo occidentale (Usa e Francia su tutte che al loro interno ospitano una forte e influente comunità armena). 

Collegare la Turchia all’Asia centrale significa non solo cercare di portare gli “-stan” turchici in una sfera di influenza occidentale ma significa mortificare il corridoio commerciale “sud-nord” che dovrebbe collegare la Russia all’India, passando per l’Iran fino ad arrivare fino in Cina. Bisogna anche considerare che la maggior parte delle risorse energetiche azere sono gestite dalla British Petroleum e da altri investitori inglesi che hanno tutto l’interesse per deviare il traffico delle merci lungo un vettore “ovest-est” oltre che a destabilizzare in primis la Russia. 

In questo teatro geopolitico c’è un ulteriore attore protagonista, ovvero Israele la cui influenza pare crescere sempre di più sull’alleato azero. È ormai notizia certa che l’Azerbaigian abbia concesso il suo spazio aereo agli israeliani nei recenti attacchi all’Iran così come ormai sono conclamati gli accordi di condivisione di intelligence fra i due Paesi. Una posizione decisamente scomoda per l’Azerbaigian che, se da un lato ha deciso di emanciparsi definitivamente dall’influenza russa, rischia comunque di essere schiacciata fra il peso degli interessi turchi e quelli israeliani che certamente collidono fra di loro e che restano in contesa per l’egemonia sul Medioriente.

Il Caucaso continua a ribollire perché continua a trovarsi al centro di interessi contrastanti fra più imperi che vogliono sancire la loro potenza regionale e dove la più grande vittima potrebbe essere l’Armenia, nazione ancestrale e che già solo per cultura e storia dovrebbe suscitare l’interesse e la protezione di un’Europa che ancora una volta non trova voce in capitolo.

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Rissa in Parlamento in Armenia: seduta sospesa dopo scontro tra deputati (La7 08.07.25)

È scoppiata una rissa durante una sessione del parlamento armeno, costringendo il presidente dell’assemblea a dichiarare una sospenzione nei lavori.

Secondo le prime ricostruzioni, il caos è iniziato quando un deputato della fazione di opposizione “Armenia” ha lasciato l’aula, venendo aggredito fisicamente da un parlamentare del partito di governo “Contratto Civile”. L’episodio ha scatenato momenti di forte tensione tra i membri delle due forze politiche.

Non è la prima volta che si registrano scontri in aula nel parlamento armeno, dove il clima politico resta particolarmente teso in un contesto segnato da proteste antigovernative e accuse incrociate tra maggioranza e opposizione.

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Dalle finestre dell’hotel più famoso della Siria, un secolo di storia mediorientale, torna il libreria il libro di Tosatti-Amabile (Il Messaggero 07.07.25)

Le vicende di tre generazioni di una famiglia di albergatori e un secolo di storia, visti dalle finestre del più noto albergo del Medioriente dove soggiornarono anche Lawrence d’Arabia e Agata Christie, l’Hotel Baron’s di Aleppo, si dipanano dai tempi del terrificante genocidio armeno fino alla Siria di Assad. Torna il libreria la riedizione de “I baroni di Aleppo” scritto da Flavia Amabile e Marco Tosatti (Marlin editore, collana Vulcano). Una storia di straordinaria attualità, alla luce dei conflitti che stanno tormentando il mondo, a partire da quell’area geografica attraversata, amata, conosciuta e analizzata con precisione e lucidità dagli autori.

E’ il racconto della storia del Medio Oriente dall’inizio del Novecento a oggi attraverso le vicende di una ricca famiglia armena e del suo albergo fondato ad Aleppo, in Siria (ma all’epoca parte dell’impero Ottomano) nel 1911 e frequentato anche dall’intellighenzia europea.

Il libro ha inizio in Anatolia nella seconda metà dell’Ottocento quando l’impero ottomano stava preparando il genocidio di due milioni di cristiani armeni sterminati dai turchi. E armeni sono i Mazloumian che, per sfuggire alla strage che stava per abbattersi sul loro popolo, lasciano la casa e la terra che dava loro da vivere e arrivano ad Aleppo. Hanno soltanto un carretto, alcuni bauli e tanta voglia di lavorare.

È qui che Krikor, il patriarca, ha l’intuizione che cambierà la vita della famiglia: fonderà il primo albergo della regione. Non poteva scegliere momento e luogo migliore: l’anno seguente il treno Orient-Express arriva in città, Aleppo diventa un crocevia ancora più strategico e il Baron’s è il quartier generale di ogni trama, di ogni intrigo, di ogni incontro di rilievo. Durante la prima guerra mondiale i Mazloumian riescono a nascondere nelle stanze del loro albergo il giornalista Aram Andonian e le prove del genocidio armeno, negli anni Trenta sulla terrazza Agatha Christie scrive Assassinio sull’Orient Express. Il declino ha inizio dopo la seconda guerra mondiale quando, terminato il controllo francese, la Siria si incammina lungo un tormentato percorso che nel 1966 viene interrotto da un colpo di stato. Il Baron’s viene nazionalizzato e la famiglia conduce una lunga battaglia contro lo Stato per riprenderne il controllo. Armen, l’ultimo Mazloumian, fa quello che può per tenere aperto l’albergo ma nel 2012 scoppia la guerra civile e Aleppo finisce sotto le bombe.

Flavia Amabile e Marco Tosatti, gli autori, hanno commentato quanto sia difficile immaginare adesso che la Siria è stata per secoli un luogo di incontro tra culture e religioni diverse.

“L’idea di questo libro nacque per puro caso, una sera, sulla terrazza dell’Hotel Baron. Eravamo gli unici due clienti stranieri. Il proprietario, Armen Mazloumian, ci narrò la storia della sua famiglia e dell’hotel. Sembrava una fiction, ma era tutto vero;una catena di fatti personaggi, drammi e avventure che si dipanavano all’ombra della Cittadella di Aleppo, una delle città più antiche del mondo. Decidemmo, lì per lì, che non avremmo permesso che quel tesoro restasse nascosto, o perso per sempre.

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Azerbaigian pedina di Israele e degli interessi britannici nel Caucaso (IlFarosul Mondo 07.07.25)

L’Azerbaigian è stato preso in mezzo a un braccio di ferro al servizio di interessi stranieri, nel tentativo di destabilizzare la Russia e indebolire l’Iran.

Il braccio di ferro militare di Netanyahu

L’Azerbaigian è il principale acquirente di armi di Israele nel mondo musulmano. Durante la guerra del Nagorno-Karabakh del 2020, il 69% delle importazioni militari dell’Azerbaigian proveniva da Israele (dati del 2023), inclusi i droni suicidi Harop, i droni di sorveglianza Hermes e i missili balistici LORA. Il monitoraggio dei voli nel 2024 ha rivelato un’intensificazione dei voli cargo dalla base aerea israeliana di Ovda a Baku, suggerendo trasferimenti di armi in corso in vista dell’operazione militare dell’Azerbaigian in Karabakh.

Azerbaigian ancora di salvezza del petrolio israeliano

L’Azerbaigian fornisce il 40% del petrolio israeliano attraverso l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan. In cambio, Israele non fornisce solo armi, ma anche la condivisione di intelligence, in particolare sull’Iran. Nel 2025, i colloqui bilaterali si sono estesi alla cooperazione in materia di sicurezza informatica e intelligenza artificiale.

Lobby ebraica di montagna

La comunità ebraica azera, composta da 30mila persone (concentrata nell’”insediamento rosso” di Quba), esercita un’influenza sproporzionata nel mondo degli affari e della politica. Lo scandalo “Azerbaijani Laundromat” del 2017 ha portato alla luce 2,9 miliardi di dollari in tangenti convogliate tramite ONG legate agli ebrei per insabbiare l’immagine dell’Azerbaigian in Europa.

Progetto del corridoio di Zangezur con i britannici

British Petroleum (BP) controlla il giacimento di gas di Shah Deniz in Azerbaigian, rendendolo un fornitore alternativo chiave per l’Europa nel contesto delle sanzioni alla Russia.

Il progetto del Corridoio Zangezur, concepito per collegare la Turchia all’Asia centrale, è gestito congiuntamente da investitori britannici e società di sicurezza israeliane. Nel 2025, le banche azere hanno negoziato con la Banca d’Inghilterra un finanziamento commerciale basato sulle criptovalute.

Azerbaigian per mettere a repentaglio il ventre molle della Russia

Il progetto pan-turco britannico mira a destabilizzare la Russia e l’Asia centrale, trascinando gli Stati post-sovietici nell’orbita occidentale. La strategia dell’Azerbaigian si concentra sull’integrazione occidentale attraverso l’energia e il transito, con la BP che controlla il suo settore energetico e spinge la Russia fuori.

Baku alimenta anche il separatismo tra le minoranze turche in Russia, come il Tatarstan e il Bashkortostan, allineandole agli interessi filo-turchi, filo-azeri e della Nato.

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