Armenia: viceministro Esteri Nazarian, presto negoziati per liberalizzazione visti con Ue (Agenzianova 14.03.17)

Atene, 14 mar 11:28 – (Agenzia Nova) – L’Armenia auspica di avviare molto presto i negoziati per la liberalizzazione dei visti con l’Unione europea: lo ha dichiarato il viceministro degli Esteri di Erevan, Garen Nazarian, in un’intervista rilasciata all’agenzia “Independent Balkan News Agency”. Secondo il viceministro la base del dialogo tra Armenia e Ue per la liberalizzazione dei visti è da individuare nella dichiarazione congiunta del summit di Riga sulla Eastern Partnership nel 2015, “un importante impegno bilaterale” per muoversi in questa direzione. “L’Armenia sta attuando gli accordi sui visti e sulle riammissioni in buona fede, sulla base della valutazione positiva dell’attuazione degli accordi menzionati. Speriamo di essere in grado di avviare il dialogo sui visti molto presto e contiamo sul sostegno della Grecia e degli altri partner in Europa”, ha affermato Nazarian. (Gra)

Errori, provocazioni, eurodisunioni. Cose turche (Avvenire 14.03.17)

Vittorio E. Parsi

La disunione europea rischia di esaltare il “bullismo” del sultano di Ankara. È questo il dato più evidente che emerge dalla querelle sempre più furibonda che oppone, innanzitutto, l’Olanda alla Turchia.

Il punto del contendere è noto. Da un lato il presidente turco rivendica il diritto dei suoi ministri a far campagna elettorale presso le folte comunità di emigrati turchi in Europa. La speranza è quella di raccogliere all’estero quei voti che ancora gli mancano per vincere il prossimo referendum sulla riforma costituzionale, da lui fortissimamente voluto per completare il processo di involuzione autoritaria della Repubblica turca. Dall’altro le autorità olandesi temono che questo tipo di attività possa turbare la campagna elettorale olandese, già surriscaldata proprio dai temi della forte presenza dei musulmani nella società olandese e dalle polemiche sulle loro capacità di integrarsi effettivamente. Proprio il fatto che una parte rilevante dei turchi cui intendevano rivolgersi i ministri di Erdogan possiedano anche un passaporto olandese aggiunge un ulteriore elemento di complessità a tutta la vicenda.

Esiste il legittimo timore che, proprio in virtù dei suoi contenuti islamisti e autoritari, la riforma possa concorrere ad alimentare nei cittadini turco-olandesi una cultura politica sempre più aliena rispetto ai valori di libertà e tolleranza tipica dell’Olanda. In ogni caso è concreto il rischio che il dibattito politico e il clima dello scontro elettorale si surriscaldino proprio a ridosso del voto e che la campagna elettorale olandese possa essere influenzata da quella turca. In ultima analisi gli olandesi non intendono ammettere interferenze nella propria vita politica democratica.

Da qui è derivata l’irrituale decisione di vietare il diritto di atterraggio all’aereo che doveva condurre a Rotterdam il ministro degli Esteri turco, così come quella di riaccompagnare alla frontiera tedesca la ministra della Famiglia di Ankara. Decisioni irrituale abbiamo detto: che peraltro facevano seguito all’arroganza e all’ostinazione con la questione da parte turca si è perseguita la strada della provocazione e dell’incidente diplomatico. La controprova della personale volontà turca di cercare la gazzarra a tutti i costi è nelle inaccettabili parole proferite da Erdogan, che ha definito la coraggiosa Olanda un «residuo del nazismo», dimostrando lo stesso amore per la storia di Ahmadinejad (il presidente iraniano che represse nel sangue l’onda verde) quando negava l’Olocausto.

Come ha reagito l’Europa a un attacco a uno Stato che è tra i suoi “padri fondatori”? Con imbarazzo a dir poco. Invece di sostenere la richiesta di scuse per l’inqualificabile comportamento della Turchia, ha nicchiato. Ora sia chiara una cosa. Si possono avere opinioni diverse sulla opportunità politica della decisione delle autorità olandesi. Ma nessuna defezione è possibile rispetto al principio di solidarietà di fronte alle accuse infamanti che l’Olanda ha ricevuto. Ognuno invece ha pensato al suo “particulare”: a cominciare dalla Germania di Angela Merkel che, terrorizzata dall’eventualità che Ankara denunci l’accordo blocca migranti, ha steccato l’ennesimo esame di maturità da leader della nuova Europa. Non portando a casa nulla, tra l’altro, dato che già ieri pomeriggio il governo turco faceva sapere di voler rivedere (sospendere?) Il medesimo accordo che tanto sta a cuore a Berlino.

Va benissimo la ricerca del dialogo con un vicino di peso come la Turchia. Ma questo non può e non deve significare la timidezza rispetto alle pose da macho del suo presidente. Non pago degli insulti, Erdogan è passato a minacciare di far pagare al l’Olanda un caro prezzo per l’affondo subito. Qualcosa a metà tra il bar sport e il ben più preoccupante slogan degli anni di piombo: “Pagherete caro, pagherete tutto!”. Questo è intollerabile. E non deve essere tollerato neppure in ossequio a una Realpolitik che teme di “perdere la Turchia a favore della Russia”. Se non ve ne siete ancora accorti, è già successo.

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Deir ez Zor, Siria. Un nome che dovrebbe far vergognare tutto l’Occidente (sakeritalia.it 14.03.17)

Una catastrofe umanitaria nascosta, la complicità verso una tragedia ignobile

Padre Elias Janji, prete armeno cattolico siriano sui mezzi di informazione occidentali: “I media europei ci hanno tradito, non dicono la verità”.

Deir ez Zor o Deir Ezzor, una città nel governatorato omonimo della Siria orientale, era la settima più grande città del Paese; situata a circa 450 km da Damasco, situata sulle rive del fiume Eufrate, aveva circa 215.000 residenti. La maggioranza dei suoi abitanti è formata da arabi musulmani, oltre a una forte e radicata comunità armena siriana; a Deir ez Zor convivevano tutti insieme sunniti, assiri siriaci, arabi e kurdi e cristiani.

La città era famosa sopratutto per un bellissimo antico ponte sull’Eufrate ora distrutto, e per la “Chiesa Memoriale del Genocidio Armeno”, una chiesa che ricordava il massacro di decine di migliaia di armeni, avvenuto proprio sulle rive del fiume, i quali erano sopravvissuti al genocidio turco, che ogni anno il 24 aprile ospitava migliaia di pellegrini armeni per commemorare il genocidio.

Il memoriale è stato distrutto dai terroristi di ISIS e di Al Nusra il 21 settembre 2014.

Anche il Ministro degli Esteri armeno Nalbandian ha denunciato questa distruzione e ha invitato la comunità internazionale a intervenire al fianco della Siria contro il terrorismo.

Vi era anche l’importante Museo dove erano custoditi migliaia di pezzi archeologici risalenti al tempo dell’antica Mesopotamia, anch’esso attaccato e semi distrutto; nel 2015 il governo aveva portato via molti pezzi. Oltre a due Università e un Politecnico, tutto distrutto dai terroristi.

Una città dove oltre 100.000 persone sono intrappolate da tre anni da un assedio dei terroristi dell’ISIS; oltre centomila bambini, donne, anziani senza acqua, cibo, medicine, luce, riscaldamento se non quei pochi approvvigionamenti che l’Esercito Arabo Siriano e le Forze di Difesa Nazionale riescono, mediante via aerea, a far arrivare alla popolazione periodicamente.

Quanti, in questi anni nel nostro paese o in occidente, hanno sentito levarsi voci, articoli, denunce, indignazioni, presidi per questa città martoriata da 5 anni! Una catastrofe umanitaria occultata.

Forse per i cantori dei “diritti umani”, della democrazia, dei “diritti civili”, della “pace” nostrani, queste donne, questi bambini, questi civili di Deir ez Zor, non sono esseri umani?

Forse per i nostri giornalisti “democratici” narrare e documentare la tragedia, non fa indici di ascolto bene accolti? Forse perché in questi anni oltre alla popolazione civile che ha subito orridi massacri di massa, ha avuto a sua difesa e scudo, perdendo centinaia di eroici soldati, soltanto l’EAS, le Forze di Difesa Nazionale e le milizie popolari dei villaggi.

O forse perché dovrebbero raccontare che il 17 settembre 2016 gli USA hanno fatto dei raid aerei su obiettivi ISIS, ma in realtà hanno colpito unità dell’Esercito siriano, uccidendo 62 soldati, nonostante la Russia avesse avvisato i comandi USA, che quello era un sito controllato del governo di Damasco e ferendone altre decine. Subito dopo (che casualità), l’ISIS ha attaccato l’area conquistandola e tagliando in due la città.

 

Forse bisognerebbe dire che la resistenza di questi centomila civili e dei 4000 soldati dell’EAS che li difendono è in Siria considerata leggendaria.

Non si deve dire, non si deve sapere, potrebbe far pensare troppi onesti occidentali.

 

Il primo massacro di massa in questa città era avvenuto il 14 agosto 2014, dopo che le forze locali erano riuscite a respingere e a scacciare dalla città le forze ribelli e l’ISIS.

Questo dopo una lunga battaglia, e grazie soprattutto alla Milizia sunnita Shaitat, espressione delle comunità e tribù sunnite locali, la quale nonostante forti pressioni e allettamenti economici, si era schierata senza indugi per la difesa della Siria araba e sovrana, pagando fino ad oggi un altissimo tributo di sangue. Come reazione l’ISIS crocifisse e decapitò in tre giorni circa 700 prigionieri in gran parte di Shaitat.

Oppure come il 17 gennaio 2016 quando l’ISIS ha riportato di aver ucciso oltre 400 civili in un tentativo di spezzare la resistenza di un area orientale della città, difesa dalle milizie locali di autodifesa dei cittadini e da un contingente di soldati.

La tragedia di Deir ez Zor era cominciata fin dall’inizio dell’aggressione alla Siria, quando nella città si verificarono scontri armati tra l’Esercito Arabo Siriano, polizia e gruppi del cosiddetto Esercito Libero Siriano, dell’ISIL, di Al Nusra con la presenza di mercenari stranieri.

Nel Maggio 2015 dopo una pesante offensiva con oltre 14.000 combattenti, l’ISIS prese il controllo delle aree esterne della città, lasciando solamente a trasporti aerei e di elicotteri la possibilità di rifornimenti alimentari e aiuti, oltre al controllo dell’aeroporto militare a pochi chilometri dall’abitato e presidiato da un contingente della 104° Brigata Aviotrasportata, un corpo di elite della Guardia Repubblicana guidata dal Generale druso Issam Zahreddine, un comandante leggendario dell’EAS.

La Russia, il governo siriano e il WFP hanno fornito finora via aerea centinaia di tonnellate di aiuti umanitari; nel 2016 il governo siriano è riuscito a far arrivare cibo e medicine attraverso la Croce Rossa Siriana.

La città ha un ruolo strategico, sia perché è la più ricca provincia petrolifera della Siria orientale, e perché se cadesse in mano all’ISIS unificherebbe i suoi territori iracheni con quelli siriani, e da un punto di vista militare avrebbe notevoli benefici tattici.

Attualmente la situazione militare è in una fase di intensificazione degli scontri, sia sul terreno che dal cielo. Dopo la liberazione di Palmira nei primi di marzo 2017 da parte delle forze governative, ora l’EAS insieme con le milizie popolari e le forze alleate sta dirigendo massicce forze e armamenti verso Deir ez Zor, ponendo l’obiettivo della sua liberazione come prossima tappa per la cacciata dei criminali e terroristi dal paese. Già a metà gennaio altre unità delle forze di elite della Guardia Repubblicana dell’EAS erano state trasportate con elicotteri alla guarnigione dell’aereoporto militare vicino alla città, andando a rinforzare la presenza militare governativa.

Nel frattempo la popolazione siriana della provincia di Deir ez Zor si rivolta contro i mercenari e terroristi e chiede la liberazione al Governo siriano e a Assad.

 

Il 18 gennaio 2017 nelle cittadine di al-Mayadeen e al-Ashareh, nel sudest di Deir ez Zor, la popolazione stremata dalla situazione e dall’occupazione dei terroristi e mercenari dell’ISIS e Al Nusra è scesa in piazza attaccando le sedi dei terroristi.

Innalzando bandiere della Siria araba e sovrana, cartelli e foto di Assad hanno marciato per le strade prima di essere dispersi.

Ad al-Mayadeen la gente ha anche incendiato alcuni veicoli della cosiddetta polizia speciale dell’ISIS.

Il 19 gennaio anche ad Hatleh, un villaggio vicino alla città, un gruppo guerrigliero formato da cittadini del posto, ha attaccato e ucciso 9 terroristi dopo che questi avevano decapitato alcuni civili per una rappresaglia. Dato il terrore instaurato nelle aree occupate, questi sono segnali che la situazione in prospettiva sta cambiando.

Come per Aleppo, Palmira, Maaloula e le altre aree liberate, si avvicina anche per il popolo di Deir ez Ezor e della Siria la liberazione, nonostante il silenzio vergognoso della “stampa libera” occidentale.

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A cura di Enrico Vigna, 14 marzo 2017

Russia-Armenia: presidente Sargsyan da domani a Mosca, mercoledì incontro con Putin (Agenzianova 13.03.17)

Mosca, 13 mar 10:39 – (Agenzia Nova) – Il presidente armeno Serzh Sargsyan si recherà domani in visita in Russia su invito dell’omologo Vladimir Putin. È quanto riferito dall’ufficio stampa del Cremlino, secondo cui la visita durerà due giorni. L’incontro fra i due capi di stato si terrà mercoledì e prevede un focus sulla cooperazione bilaterale a livello politico, economico-commerciale e culturale-umanitario, così come delle prospettive dello sviluppo dell’integrazione a livello eurasiatico. I due presidenti, inoltre, avranno uno scambio di vedute su alcuni dei principali problemi regionali, in particolare la risoluzione del conflitto nel Nagorno-Karabakh”, l’area contesa fra Armenia e Azerbaigian.

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Gemellaggio in musica tra Sardegna e Armenia con launeddas e duduk (Unionesarda.it 13.03.17)

Gemellaggio musicale tra Sardegna e Armenia in occasione della visita a Cagliari di Aram Ipekdjian maestro di duduk lo strumento simbolo del suo paese che nel 2005 l’Unesco ha inserito nella lista dei Patrimoni orali e immateriali dell’umanità.

Si è esibito al teatro Massimo per un concerto con la pianista di origini armene Irma Toudjian per il nuovo appuntamento con Le Salon de Musique, la rassegna organizzata dall’associazione culturale Suoni & Pause.

Aram Ipekdjian ha quindi dato vita a un incontro con lo strumento tipico del nostra patrimonio etnomusicale, le launeddas.

Ha tenuto un seminario di studio con gli allievi della scuola civica di San Sperate e della scuola di Assemini (già scuola del maestro Dionigi Burranca) guidata da Sergio Lecis.

E ha anche duettato con quest’ultimo in un brano ispirato alla nostra tradizione.

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Scrivere «governo Erdogan fascista» per il pm non è reato (Il Secolo XIX 13.03.17)

Tommaso Fregatti

Genova – In una mail di fuoco inviata nei mesi scorsi all’ambasciata di Roma aveva definito il governo turco un «regime fascista» e lo aveva accusato di «negare il genocidio degli armeni».

Ma per la Procura di Genova dietro a quelle accuse non si configura il reato di diffamazione. «Fanno parte – scrive il pm – di un diritto di critica e di opinione che si può spingere fino a toccare anche questi aspetti». Alla luce di questo, dunque, il sostituto procuratore Alberto Landolfi ha chiesto l’archiviazione per il genovese che aveva materialmente spedito il messaggio di insulti alla Turchia. L’indagine era scattata dopo la denuncia che lo stesso rappresentante diplomatico aveva presentato per conto del presidente Erdogan alla Procura di Genova, città da dove era partita la mail. L’ambasciatore nella querela aveva definito quel messaggio «oltremodo oltraggioso» per il suo Stato.

| La Turchia accusa: «Olanda nazista». L’Aja vuole le scuse |

Dopo gli accertamenti del caso, però, la Procura ha cancellato quelle accuse facendole rientrare nel normale diritto di opinione. Il magistrato ha infatti evidenziato come quello che fu definito dalla storia l’olocausto degli armeni – tra il 1915 e i 1916 l’Impero Ottomano fece uccidere e torturare più di un milione e mezzo di persone la maggior parte di religione cattolica – sia di fatto riconosciuto dalla comunità internazionale e in almeno trentacinque nazioni fra le quali gli Stati Uniti e l’Italia.

Nella richiesta di archiviazione (ora sarà al vaglio del giudice) viene anche evidenziato come in Francia esista una legge che punisce con il carcere e con una multa da 45 mila euro il negazionismo del genocidio armeno.

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Armenia disposta a normalizzare i rapporti con la Turchia (Sputnik 10.03.17)

L’Armenia è pronta a normalizzare le relazioni con la Turchia senza precondizioni, ha dichiarato oggi il ministro degli Esteri Eduard Nalbandian.

“Sapete che il presidente dell’Armenia ha avviato il processo di normalizzazione dei rapporti armeno-turchi, ma Ankara ha rifiutato l’accordo,” — ha detto Nalbandian durante la conferenza stampa congiunta con il capo della diplomazia greca Nikos Kotzias.

Secondo il ministro degli Esteri armeno, la Turchia di fatto ha ignorato il principio più importante delle relazioni internazionali: rispettare gli accordi.

“L’Armenia è aperta alla normalizzazione dei rapporti senza precondizioni. Auspichiamo che un giorno la Turchia ragioni e rispetti gli accordi con gli altri Paesi,” — ha detto Nalbandian.

La Turchia e l’Armenia non hanno relazioni diplomatiche: il confine tra i due Paesi è stato chiuso nel 1993 su iniziativa di Ankara.

Il complesso rapporto tra i due Paesi è dovuto ad una serie di circostanze, in particolare al sostegno di Ankara per l’Azerbaigian nel conflitto con gli autonomisti armeni del Nagorno-Karabakh e all’opposizione turca del riconoscimento della comunità internazionale del genocidio armeno avvenuto nel 1915 alla fine dell’Impero Ottomano.

Il processo di normalizzazione dei rapporti armeno-turchi è stato lanciato su iniziativa della presidenza dell’Armenia nell’autunno del 2008. Nell’ottobre 2009 il ministro degli Esteri dell’Armenia Edward Nalbandian e il capo della diplomazia turca Ahmet Davutoglu hanno firmato a Zurigo il “Protocollo per l’istituzione di relazioni diplomatiche” e il “Protocollo sullo sviluppo delle relazioni bilaterali”, documenti che dovevano essere ratificati dai Parlamenti di entrambi i Paesi.

Tuttavia nel dicembre 2009 l’allora primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan aveva detto che il Paese non avrebbe ratificato i protocolli senza la risoluzione del conflitto nel Nagorno-Karabakh. Il 22 aprile 2010 il presidente armeno Sargsyan ha firmato il decreto che sospende il processo di ratifica dei protocolli armeno-turchi, sostenendo che la Turchia non è disposta a continuare il processo avviato.

Il processo di ratifica nel Parlamento turco era congelato. Nell’agosto 2011 il Parlamento lo ha rimosso dall’ordine del giorno quasi 900 disegni di legge, compresi i protocolli armeno-turchi.

Il motivo principale della rimozione dai lavori del Parlamento dei protocolli è stata la convinzione dei deputati della perdita di priorità dell’apertura del confine armeno-turco nella politica estera turca. Inoltre, secondo i regolamenti del Parlamento turco, se una legge non viene approvata entro 6 mesi decade automaticamente. Nonostante il 24 settembre 2011 il governo turco abbia introdotto nuovamente all’ordine del giorno del Parlamento i protocolli armeno

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Francia-Armenia: presidente Hollande riceve omologo armeno, focus su accordi di cooperazione (Agenzia Nova 08.03.17)

Parigi, 08 mar 17:03 – (Agenzia Nova) – Gli accordi di cooperazione firmati tra Armenia e Francia sono stati al centro dei colloqui tra il presidente francese Francois Hollande e l’omologo armeno Serzh Sargsyan, oggi in visita a Parigi. “Abbiamo evocato i nostri progressi in un dialogo politico di più alto livello”, ha aggiunto Sargsyan. Il presidente armeno ha poi ricordato l’incontro avvenuto con alcuni rappresentanti della comunità imprenditoriale Medef. “Ho proposto di venire in Armenia e di approfittare delle opportunità che esistono”, ha dichiarato ancora il presidente armeno in merito all’invito fatto agli imprenditori francesi, aggiungendo che l’adesione di Erevan all’Unione euroasiatica svolgerà un ruolo fondamentale in tal senso. Sargsyan ha poi parlato dell’alleanza con l’Iran ricordando “le buone relazioni che esistono tra i due paesi, intrattenute “anche durante le sanzioni internazionali”. Il presidente armeno ha poi affermato che “l’Armenia potrebbe essere utile per le società europee” interessate a per “rinforzare le relazioni con l’Iran”. (Res)

Arslan: la storia delle donne armene (Corriere del Veneto 07.03.17)

PADOVA «Prendi in mano il tuo destino, vivi con audacia, non perdere mai la sicurezza in te stessa». Antonia Arslan scrittrice di origine armena, ricorda che «la lotta per la libertà ha radici antiche». E sull’esempio del coraggio delle donne amene sopravvissute al genocidio, esorta le ragazze e le donne di oggi a imparare a non arrendersi. Nel suo ultimo libro Lettera a una ragazza in Turchia (Rizzoli), Antonia Arslan ha scelto una giovane donna contemporanea («ci sei nata e ci stai in quel magnifico Paese dove i miei antenati per millenni hanno vissuto, combattuto, creato regni e chiese di cristallo… Da dove noi siamo stati cacciati per sempre»), per tramandare le vicende di tre figure femminili che combattono per sopravvivere, ma anche per difendere i loro ideali.

«Non bisogna perdere mai il rispetto di sè», ammonisce la scrittrice. Cosa insegna la forza delle storie armene? «A non arrendersi. Mai», dice. E rievoca le tre protagoniste del suo libro, Hannah, bimba in fuga dall’Armenia, nata nel 1910 vicino al monte Ararat, sopravvissuta allo sterminio, «curiosa e ostinata », che «si promette di non arrendersi mai, di resistere a qualsiasi cosa le capiterà». Fame, stenti, violenza, solitudine, ma Hannah ce la farà, diventerà imprenditrice di successo negli Stati Uniti. E Iskuhi, la bellissima moglie di Khayel, «guance di pesca e occhi rotondi», appassionata di Florence Nightingale, rivoluzionaria nelle idee e nella voglia di diffondere l’antica cultura armena, ma rinnovando la lingua dei padri. Morirà partorendo il secondo figlio, a 19 anni. E il suo primogenito Yerwant (medico geniale, nonno di Antonia Arslan), conserverà per sempre con nostalgia dentro si sé quel «profumo di mamma» che lo aveva lasciato a tre anni.

Infine Noemi, che si sposò con Levon (brillante giovane medico dei «felici dottori Arslanian»). Un amore splendente fino a quando i turchi cancellarono il loro futuro. Levon viene ucciso, ma Noemi rifiuterà il ricatto del maresciallo turco innamorato di lei, firmando così anche la sua condanna a morte. Voci femminili accomunate dalla volontà di decidere del proprio futuro, di affermarsi come donne. «Se sei donna ci vuole un’audacia straordinaria per restare libera e prendere in mano il tuo destino».

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Turismo sostenibile in Armenia (Osservatorio Balcani e Caucaso 07.03.17)

Nell’anno dedicato dall’ONU al turismo sostenibile, in Armenia si dibatte e ci si organizza per sfruttare le potenzialità del settore

07/03/2017 –  Marilisa Lorusso

Le Nazioni Unite hanno dichiarato il 2017 l’anno per il Turismo Sostenibile per lo Sviluppo . Sono cinque le priorità chiave identificate dall’ONU per favorire lo sviluppo attraverso il turismo: la crescita della sostenibilità, la pace e la sicurezza, il patrimonio culturale, la riduzione della povertà e l’ambiente.

Fondamentali sono la crescita sostenibile e l’inclusione delle comunità locali nei processi turistici. Spesso infatti buona parte degli introiti del turismo sono trasferiti dal paese di destinazione turistica al tour operator che vi opera, privando quindi le comunità ospitanti di un’importante fonte di reddito. Seguono l’attenzione all’impatto del turismo sulle peculiarità naturalistiche e socio-culturali locali, con lo scopo di garantire che venga mitigato e che nel lungo termine non comprometta l’unicità della destinazione, fattore chiave per attirare i turisti. E per finire: il turismo come veicolo di conoscenza reciproca, di superamento di pregiudizi e quindi come costruttore di dialogo e pace.

L’iniziativa non sta forse avendo la risonanza che meriterebbe, se non fra gli addetti ai lavori, ma in Armenia ha trovato sponda in una parte della società civile che vede nel turismo sostenibile una risorsa positiva per il paese.

Turismo in Armenia

Il turismo in Armenia è in crescita. A parte quello legato alla diaspora e al particolare legame che essa ha con il paese, c’è un numero crescente di stranieri che vi si recano. Dall’Europa sono soprattutto i tedeschi a vedere nel paese una destinazione per lo sport e per il turismo storico. Diversi italiani prediligono i tour a sfondo religioso: la visita ai numerosi monasteri, talvolta in combinazione con il settore eno-gastronomico, che nel Caucaso ha grosse potenzialità.

Sebbene considerato un bene strategico per il paese, il turismo manca però di un approccio integrato, di una mappatura e studio approfondito e di strategia da parte delle istituzioni. Manca ad esempio un ministero di riferimento e le competenze sono distribuite fra vari enti sub-ministeriali. In previsione della nascita del nuovo governo dopo le elezioni del 2 aprile l’esecutivo uscente sta sondando vari settori per raccogliere informazioni su cosa si stia facendo a livello locale, e su cosa si potrebbe fare. In questo contesto chi si occupa di turismo sostenibile cerca di raccogliere le forze, per assicurare al settore – quello a più alta crescita a livello globale in seno al macrosettore turistico – il giusto riconoscimento.

Alen Amirkhanian, direttore del Centro Acopian

Con questo scopo il Centro Acopian  organizzerà il 15 aprile prossimo una conferenza annuale sul turismo sostenibile. Come ci spiega il suo direttore, Alen Amirkhanian, una conferenza già organizzata in passato ha avuto come scopo esporre in quali ambiti l’ecoturismo/turismo sostenibile sia già una realtà nel paese e cioè: sport outdoor legati all’alpinismo, agriturismo ed eco-farming, turismo culturale e religioso. La seconda intende ora promuovere lo sviluppo dell’eco-turismo, offrendo una piattaforma per lo scambio di idee ed esperienze e la creazione di una rete di soggetti interessati.

I temi dell’ecoturismo hanno tra l’altro anche un percorso di formazione riconosciuto nel programma di istruzione per adulti con certificazione turistica dell’Università Americana in Armenia. Si tratta del primo caso in cui nel paese l’ecoturismo è incluso in un percorso di alta formazione.

La sostenibilità e la ricezione turistica

Il limite alla crescita del turismo sostenibile in Armenia non è dato dalla scarsità di risorse, quanto piuttosto dalla frammentazione e mancanza di coesione fra le realtà esistenti e dalla limitata consapevolezza da parte dell’opinione pubblica in generale. Quando per esempio il Monastero di Tatev è stato dotato della funivia più lunga del mondo  la comunità locale è stata invitata a riqualificare le proprie abitazioni per divenire B&B e agriturismi, senza dover così costruire alberghi per soddisfare la crescente domanda dei visitatori. Tatev è riconosciuto come Patrimonio universale dell’umanità dall’Unesco, e la preservazione del monastero e dell’ambiente in cui è collocato sono impegni ufficiali dell’Armenia presso l’ente certificante. Gli abitanti della zona sono stati inizialmente molto scettici verso la proposta, poiché non comprendevano pienamente l’interesse che un eco-turista poteva avere a vivere nella comunità locale e a contribuire all’alleviamento della povertà con la propria presenza. Un progetto ha aiutato a smussare le difficoltà iniziali.

Alcune realtà sono comunque già operative nel turismo ecosostenibile e anche nel volontariato ecologista. Vi sono ad esempio  eco-farm armene  dentro circuiti come Wwoof, l’organizzazione che raccoglie volontari che vogliono dedicare la propria vacanza a vivere l’esperienza di lavoro in aziende agricole sostenibili. O B&B e piccoli agriturismi che si sono auto-organizzati e offrono cibo organico, pur mancando un sistema di certificazione e di standard nazionali. Questo vale anche per il settore enogastronomico, dove peraltro iniziative locali sono state coronate dall’ammissione in presidi Slow Food. E’ il caso del Motal, formaggio tipico della provincia di Gegharkunik , prodotto da sei famiglie seguendo un particolare metodo antico tradizionale con l’utilizzo per la stagionatura di vasi di terracotta. Oppure di prodotti biologici come albicocche, noci ed altre specialità locali che hanno trovato il proprio posto nell’Arca del Gusto Slow Food . Doppio titolo per il lavash, il pane tradizionale diffuso nel Caucaso, riconosciuto nella varietà armena sia come prodotto Slow Food sia protetto dall’Unesco.

L’Outdoor

Lo stesso quadro si ripete nel settore dell’Outdoor: a professionalità avanzate e progetti molto maturi si affiancano iniziative che fanno fatica a trovare il necessario supporto. Nel settore dell’alpinismo e degli sport estremi ad esso legato, le montagne dell’Armenia hanno tanto da offrire: arrampicata, trekking, canyoning, slacklining, speleologia. Per quest’ultima vigono delle plausibili restrizioni poiché buona parte delle grotte non sono accessibili per non disturbare le specie endemiche di pipistrelli.
Ciononostante la qualità dell’offerta è potenzialmente molto alta, sia per le peculiarità del territorio, sia per l’esperienza degli alpinisti locali, che dimostrano peraltro una cultura etica e di sostenibilità. Si pensi ad un consorzio che si è creato fra varie associazioni di arrampicatori per la tutela delle montagne e per preservare le splendide colonne di basalto delle montagne del Caucaso.

Da scoprire e da sviluppare sono anche i percorsi di mountain bike. Oltre ai bike tour già disponibili, viaggiatori indipendenti stanno contribuendo alla mappatura via GPS dei percorsi , così come lo stanno facendo ONG che lavorano per la valorizzazione turistica del territorio.

Le ONG in particolare vedono protagonisti molti giovani che credono nella possibilità di realizzare una forma di turismo sano, legato all’outdoor, con ricadute anche sulla cultura sportiva del territorio, e che si sono rimboccati le maniche per creare progetti che vanno dalla nascita di bike park alla promozione di itinerari alternativi. Una risorsa importante, che però va strutturata in una visione complessiva.

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