Nazismo, Erdogan taccia: in Turchia è reato parlare di genocidio armeno (IlSecoloditalia.it 06.03.17)

Una volta tanto ci tocca dare ragione alla Merkel. Ma il motivo è più che valido  «Mantenga il sangue freddo»: così il portavoce della cancelliera Steffen Seibert «ha respinto con forza» il paragone fatto da Erdogan tra la Germania nazista e la Germania di oggi. Il motivo di tale, inopportuno accostamento? Il fatto che  le autorità germaniche hanno  vietato  ad alcuni ministri turchi di fare comizi elettorali in città tedesche in vista del referendum sulla riforma costituzionale del 16 aprile. Di qui l’iperbolica e offensiva accusa alla Germania, da parte di Erdogan, di «pratiche naziste».

Roba da matti. E da che pulpito poi. L’attacco in nome della “libertà d’espressione”, viene da uno, Erdogan, che chiude i giornali non in linea con il suo pensiero. Brandire la storia (e le sue tragedie) come arma impropria  della politica è un atto sgradevole già  se  viene compiuto da un politico di ultima fila o da un corsivista di quart’ordine. Figuriamoci se a macchiarsi di una simile insulsaggine è un capo di Stato.

Ma c’è di più e di peggio: la Turchia è l’ultimo Paese al mondo che può permettersi di impartire agli altri lezioni “correttezza” storico- politica. E questo Erdogan lo dovrebbe sapere bene. Si dà infatti il caso che sia stata proprio la Turchia a commettere, cronologicamente parlando, il primo genocidio della storia del ‘900: quello degli armeni, compiuto tra il 1915 e il 1916 dal governo Giovani Turchi nell’ultima fase dell’impero ottomano. Si calcola che furono sterminati non meno di un milione e mezzo di innocenti, per il solo fatto di essere armeni e cristiani.

Per questo orrendo  misfatto, la Turchia non ha mai chiesto perdono né agli armeni e né al mondo. E ancora oggi il governo turco continua a negarlo. Tant’è che  è ancora illegale in Turchia parlare di genocidio armeno. È  un reato punito dall’articolo 301 del Codice Penale: «Vilipendio all’identità nazionale». Recentemente, Ankara ha parlato di “calunnie” per attaccare Papa Francesco che aveva appunto alluso al massacro degli armeni durante un suo discorso.

Accusando  la Germania democratica della Merkel di «pratiche naziste», il “Sultano” Erdogan ha perso un’ottima occasione per tacere.

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Le chiese armene che hanno vinto la sfida del tempo (La Repubblica 06.06.17)

Una decina di anni fa Claudio Gobbi è rimasto affascinato dall’architettura delle chiese armene, dal loro stile ripetuto identico per 1500 anni, dai materiali e dai principi costruttivi reiterati durante questo lasso di tempo. Da allora Gobbi, che è fotografo, ha cominciato a viaggiare da Erevan a Parigi, dal Lago di Van a Singapore. Non si è limitato a censire e ritrarre le chiese armene dell’Anatolia, ma ha raccolto immagini (cartoline, scatti fotografici, vecchie immagini) degli edifici religiosi in ogni parte del globo. Così ha messo insieme un’enciclopedia visuale composta di chiese situate in oltre venticinque paesi del mondo. Tutti i reportage fotografici di R2

Gli Armeni, come si sa, sono stati oggetto di un genocidio all’inizio del XX secolo, che ha portato allo sterminio di un milione e mezzo di uomini, donne e bambini; e oggi si trovano dispersi in due o tre stati, e nei cinque continenti. Ciò che attrae Gobbi è la serialità delle chiese armene, la loro «atavica capacità di ripetere gli stessi segni e processi nello spazio e nel tempo». Le immagini allineate nel suo album mostrano fortezze di pietra su cui si eleva un campanile dalla forma conica, turrito e austero. A volte le chiese possiedono un piccolo pronao esterno e decorazioni sulla facciata principale; più spesso appaiono composte di muri lisci, duri e forti. In altre occasione le chiese appaiono rovine sperse in mezzo a lande desolate a cavallo tra l’Asia e l’Europa.
Altre volte sorgono tra i palmizi di paesi tropicali, e il loro colore è il bianco abbacinante. Tuttavia ogni chiesa somiglia all’altra in una ripetizione continua di moduli architettonici con poche ed essenziali variazioni. Sfogliando le pagine del volume dove Gobbi ha raccolto il suo inventario ( Arménie Ville, Hatje Cantz) viene da chiedersi cosa l’abbia spinto a costruire un album del sempre-uguale. Perché un’ossessione per quell’unica forma ripetuta quattrocento volte? Nessun intento spettacolare, ricorda Martina Corgnati in un testo compreso nel volume, nessuna scelta sociologica, nessuna volontà storica, ma solo «la pazienza enciclopedica della raccolta e della classificazione». I suoi scatti, per altro molto belli, si alternano a cartoline reperite chissà dove foto storiche figurano accanto a ritratti di edifici contemporanei. Non c’è sviluppo in questo museo dell’identico, che ricorda da vicino gli album di Aby Warburg. Forse si può ipotizzare che ad aver attratto Claudio Gobbi sia stato proprio la persistenza del simbolo architettonico, la sua stabilità visiva e temporale. Cercare quello che permane, piuttosto che quello che muta. Eppure la raccolta d’immagini che ci propone non ha nulla di desueto o di archeologico.
Probabilmente ad attrarre l’autore è stata proprio la diffusione dell’archetipo armeno fuori dal suo territorio d’origine, la sua disseminazione al di là delle frontiere caucasiche o balcaniche, la sua presenza nei territori della modernità, come a Parigi, dove vive una delle più vaste comunità armene del mondo. C’è però, non dichiarato, un intento politico: richiamare la resistenza che queste chiese manifestano nel contesto di un mondo in vorticosa trasformazione, memoria del passato e insieme sua stabilità nel futuro. Ha scritto Hripsimé Visser che Arménie Ville è un commuovente omaggio all’eredità di un piccolo popolo tenace che con la sua diaspora ci interroga sulla disseminazione attuale di genti e popoli nei quattro angoli del mondo.

 

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In viaggio con Artribune Magazine. Nuovo numero, nuovi reportage: un salto dall’Africa all’Armenia (Atribune.com 05.03.17)

Quasi primavera, fermento nel mondo dell’arte italiano, tra fiere, biennali, grandi mostre, saloni: il nuovo Artribune Magazine, fresco di stampa, anticipa già il clima rovente. Tra i contenuti che raccontano latitudini lontane, due reportage speciali.
Lisa Chiari e Roberto Ruta ci portano fino in Kenia, a Nairobi, soffermandosi sul potenziale culturale e le energie più giovani, colte, indipendenti, in netta impennata. Gallerie, centri culturali, fondazioni e collettivi artistici stanno disegnando il volto dell’Africa del terzo millennio, sul filo di un anti-colonialismo che significa riscatto, rigenerazione, identità, rinnovamento. A questo si somma  il declino delle dittature, la lenta espansione economica e la voglia di democrazia che cresce e si radica.

UN TEAM DI LUSSO

Due nomi su tutti: il curatore nigeriano Okwui Enwezor, direttore della Biennale Arte 2015, e l’artista Michael Soi, classe 1972, già popolare grazie al suo lavoro dal forte impatto estetico, orientato a un’aspra critica sociale: la serie China loves Africa è passata da importanti case d’asta, da musei internazionali ed da importanti collezioni private.
Altro viaggio, altra esplorazione culturale e creativa. Il servizio di Claudia Zanfi spalanca pieghe e segreti di Yerevan, caotica città armena, cresciuta all’ombra del sacro Monte Ararat: 5.200 metri di altezza e strati di nevi perenni a imbiancare la cima. Da qui una passeggiata fra le architetture stratificate, dai quartieri bizantini ai soviet block, fra i musei cittadini – in testa la suggestiva Cascade- Cafesjian Art Foundation, con giardini pensili e strutture scavate nella collina – fra le nuove generazioni di artisti e ancora lungo le curve dei paesaggi mistici, puntellati di laghi e massicci rocciosi, in cui si incastonano alcuni tra i monasteri più affascinanti dell’Armenia.

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Il Vaticano e la strage degli armeni ( Lastampa.it 03.03.17)

Esiste ormai, anche in italiano, un’ampia scelta di titoli su quello che papa Francesco ha definito «il primo genocidio del XX secolo». Una ricchezza quantitativa di studi e testimonianze, quella sulla persecuzione degli armeni, che corrisponde a una sempre più vasta gamma di apporti e prospettive. In questo senso, degno di nota è il recente volume «La Santa Sede e lo sterminio degli armeni nell’impero ottomano» (edizione Guerini e Associati, pagine 294, euro 25,50). Un libro, quello firmato da Valentina Vartui Karakhanian e Omar Viganò, che racconta la tragedia del 1915 da un’angolatura particolare: quella della diplomazia vaticana, ricostruita attraverso un’accurata selezione di documenti presenti nell’Archivio segreto vaticano e in quello storico della Segreteria di Stato.

Un percorso puntuale e avvincente che vede come protagonista indiscusso monsignor Angelo Maria Dolci, delegato apostolico della Santa Sede a Costantinopoli. Una figura abile e carismatica, calata in un contesto storico proibitivo come quello del primo conflitto mondiale. Un compito arduo, il suo, che sembra a tratti quasi impossibile. Non si deve dimenticare, infatti, come la persecuzione degli armeni e delle altre popolazioni cristiane avvenga in aree spesso difficili da monitorare, investendo soprattutto i territori anatolici, a centinaia di chilometri dalla capitale. Man mano che si delinea in modo sempre più netto il dramma in questione, il Dolci si prodiga in ogni modo con il governo ottomano – ma anche con i suoi alleati tedeschi e austriaci – per porre termine alle violenze e alle deportazioni, per fornire assistenza alle popolazioni stremate. Del Cardinale si apprezzano in queste pagine le agili tessiture diplomatiche, la penetrazione psicologica dei suoi interlocutori turchi, ma anche e soprattutto la penna, capace di renderci – grazie alle sue lettere e documenti ufficiali – un ritratto vivido di una delle più grandi tragedie del secolo scorso.

Un impegno morale, quello del Delegato apostolico a Costantinopoli, che si mantiene inalterato durante tutta la sua missione, nonostante le molte limitazioni – politiche e materiali – cui è sottoposta la sua azione. Determinante nel porre per quanto possibile freno alla violenza contro la minoranza armena è poi l’impegno del pontefice Benedetto XV, che non esita in tre occasioni a rivolgersi direttamente al sultano Mehmed V. Missive che il Dolci, nonostante l’opposizione decisa di funzionari e ministri, si ingegna a consegnare personalmente al Sultano, evitando una possibile censura. Il ritratto che affiora da queste pagine è quello di una Santa Sede all’altezza del dramma storico in corso, che comprende e si prodiga per le minoranze (cattoliche e non) scontrandosi spesso con l’indifferenza delle grandi potenze, assai più votate all’interesse strategico che al destino dei loro correligionari.

Dedicato alla «luminosa memoria di Sua Beatitudine Nerses Bedros XIX», patriarca degli armeni cattolici scomparso nel 2015, il volume accompagna il lettore dall’inizio della persecuzione fino alla effimera esperienza della prima Repubblica armena, presto stroncata dall’avanzata sovietica nel Caucaso. Gli autori preferiscono, con apprezzabile onestà intellettuale, mettere in primo piano con costanza e caparbietà le fonti primarie: lettere, dispacci, rapporti, note.

Questo nello spirito di informare e fornire al lettore strumenti di una valutazione autonoma, anziché imporre una determinata versione su un tema, ahimè, su cui pesano ancora veti e controversie. «Far parlare le fonti», anziché imporre interpretazioni e tesi storiografiche precostituite: questa la formula proposta da un volume che merita di essere letto da coloro che hanno a cuore la questione armena e la storia della Chiesa. Un piccolo ma importante passo nel senso del riconoscimento storico di una verità storica condivisa, che ha ispirato all’uso della parola «genocidio» tanto papa Francesco che già, prima di lui, Giovanni Paolo II.

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La scelta dell’Armenia: intervista al presidente Sargsyan (Euronews 02.03.17)

Stretta tra Europa e Russia, l’Armenia cerca di trovare un suo equilibrio. Questa settimana il presidente armeno Serzh Sargsyan si è recato a Bruxelles per concludere i negoziati sul nuovo accordo di partenariato con l’Unione Europea.

Nel novembre 2013, in occasione del vertice del partenariato orientale a Vinius, sia l’ Armenia che l’Ucraina erano sul punto di firmare degli accordi di associazione e di libero scambio con l’Unione europea. Ma entrambi i tentativi fallirono. Da li ebbero inizio le proteste in piazza Maidan a Kiev ed anche a Yerevan. Nel 2015 gli armeni manifestarono per diversi mesi contro le tariffe energetiche e per chiedere le dimissioni del presidente Sargsyan. Le proteste culminarono nel 2016 con la crisi degli ostaggi.

Il nuovo accordo arriva due anni dopo la controversa adesione dell’Armenia al blocco commerciale guidato dalla Russia. Inaspettatamente, nel settembre 2013 Sarkisian annuncio’ la decisione di aderire all’Unione doganale. Più tardi, nel 2015 l’ Armenia entro’ nell’Unione economica eurasiatica, una mossa che è stata attribuita alla forte pressione da parte di Mosca.

La Russia mantiene infatti la sua presenza militare in Armenia tra cui l’implementazione di sistemi missilistici Iskander.
Una presenza che dovrebbe rassicurare gli armeni, viste le tensioni che persistono con l’Azerbaigian per il conteso territorio del Nagorno-Karabakh.

Il 2 aprile 2017 nel Paese si terranno le elezioni parlamentari che seguono il referendum costituzionale nel 2015. Grazie alle riforme del sistema di governo l’Armenia diventerà una repubblica parlamentare.

Il presidente Sargsyan ha parlato con il nostro corrispondente a Bruxelles Andrei Beketov sul futuro delle relazioni tra l’UE e l’Armenia.

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Iran-Armenia: presidente armeno auspica approfondimento delle relazioni tra Teheran e l’Ue

Teheran, 02 mar 12:20 – (Agenzia Nova) – Il presidente armeno Serzh Sargsyan ha sottolineato l’importanza che Erevan attribuisce alla cooperazione economica tra le imprese europee e le compagnie iraniane. “L’Armenia è pronta ad ampliare la cooperazione tra l’Eurasia e l’Unione europea da una parte e l’Iran dall’altra”, ha dichiarato Sarkisian. Il presidente, scrive l’agenzia “Irna”, ha sottolineato il carattere storico delle relazioni con l’Iran, aggiungendo che vi sono “buone relazioni tra i due paesi in campo economico, politico e culturale” e che “l’Armenia è un ottimo posto per la presenza delle imprese europee interessate al mercato iraniano”. Sargsyan ha osservato che l’Armenia può diventare il percorso di transito più breve tra i porti situati sul Mar Nero, il Golfo Persico, osservando che anche il Corridoio nord-sud potrà essere utilizzato per il transito di merci. (segue) (Irt)

L’Interpol rifiuta di pubblicare le indagini sugli archeologi che lavorano in Karabakh (Sputnik 02.03.17)

Il segretariato generale dell’Interpol ha rifiutato la richiesta dell’Azerbaigian di pubblicare le indagini sugli archeologi armeni che lavoravano in Karabakh, ha detto il capo dell’ufficio per le relazioni con il pubblico e stampa della polizia armeno Ashot Agaronian.

In precedenza il procuratore generale dell’Azerbaigian aveva annunciato che erano ricercati dall’Interpol un dipendente dell’istituto di biologia molecolare dell’accademia Nazionale armena delle scienze, Levon Episkopjana, la ricercatrice dell’Istituto di storia naturale in Spagna Yolanda Fernandez Chalvo, il direttore del progetto Asia del British Museum Blanford King e uno scienziato di Londra, che lavora al museo di storia naturale, Peter Andrews.

Secondo il capo ufficio, il primo marzo dall’ufficio centrale dell’Interpol in Azerbaigian è stata ricevuta una circolare sulla dichiarazione riguardo gli articoli violati dagli scienziati: “violazione di norme umanitarie internazionali durante i conflitti”, “violazione del diritto d’autore e dei diritti connessi”, “appropriazione indebita di oggetti di oggetti di valore”, “pubblici appelli contro lo stato” e “soppressione illegale del confine di stato dell’Azerbaigian”.

“Subito dopo aver ricevuto la circolare dall’ufficio centrale nazionale dell’Interpol in Armenia, sono state richieste al segretariato generale dell’organizzazione, le necessarie giustificazioni e spiegazioni, avvertendo che l’Azerbaigian sta cercando ancora una volta di trascinare l’Interpol nell’orbita di problemi politici” ha scritto su Facebook il capo della polizia. Yerevan ritiene che queste azioni minaccino la credibilità dell’Interpol e contraddicano il terzo articolo dello statuto, che recita, che “all’organizzazione è severamente vietato effettuare qualsiasi intervento o attività politica, militare, religiosa o di carattere razziale”.

“Il segretariato generale dell’Interpol, riconoscendo fondate le informazioni provenienti dall’ Armenia, ha immediatamente reagito e si è rivolto lo stesso giorno ai paesi membri per le informazioni riguardo gli scienziati, in contrasto con il terzo articolo dello statuto dell’organizzazione, ciò non poteva essere effettuato” ha detto il capo della polizia.

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Tre nuovi alberi nel Giardino dei Giusti alla Biblioteca di san Matteo degli Armeni di Perugia (Newstuscia.it 02.03.17)

NewTuscia – PERUGIA – Il 6 marzo, Giornata Europea dei Giusti, l’Amministrazione comunale pianterà tre alberi dedicati a persone che hanno dato la vita per il bene. I nomi, proposti da Amnesty International, Associazione Libera, Associazione Vivi il Borgo, Fondazione Centro Studi Aldo Capitini, Biblioteca San Matteo degli Armeni, sono:

Danilo Dolci (1924-1997), Poeta, educatore, testimone persuaso della nonviolenza e della legalità, amico di Aldo Capitini;

Irena Sendler (1910-2008), Infermiera e assistente sociale polacca, salvò migliaia di bambini del ghetto di Varsavia dai campi di sterminio nazisti;

Angelo Vassallo (1953-2010), Sindaco di Pollica (SA), assassinato il 5 settembre 2010 per il suo impegno verso la legalità e l’ambiente.

Alla cerimonia, che si terrà lunedì 6 alle 16 a San Matteo degli Armeni, parteciperanno il Vicesindaco Urbano Barelli e i rappresentanti delle associazioni.

L’iniziativa si collega alle tante attività previste in molte città per il 6 marzo, coordinate dall’associazione Gariwo http://it.gariwo.net/giusti/giornata-europea-dei-giusti/

Il “Giardino dei Giusti nel mondo”,è sorto a Perugia il 6 marzo 2016, presso l’area verde della biblioteca di San Matteo degli Armeni, luogo simbolo sui temi della pace, della non-violenza, dei diritti umani, del dialogo interculturale ed interreligioso, del commercio equo, aderendo al progetto “Ga.Ri.Wo. (Garden of The Righteous Worldwide) ad al comitato 6 marzo per le celebrazioni della giornata europea dei giusti, istituita dal Parlamento Europeo.

Nel 2001 è nata l’onlus Ga. Ri.Wo per la promozione dei giardini dei giusti, che ha proposto ed ottenuto nel 2012 dal Parlamento Europeo l’istituzione il 6 marzo della Giornata Europea dei Giusti. Il  6 marzo 2015 Assisi ha istituito il suo Giardino dei Giusti nel cortile del Vescovado per rendere omaggio a chi si è opposto ai crimini contro l’umanità perpetrati a partire dal XX secolo.

Nel Giardino dei Giusti di San Matteo degli Armeni sono stati piantumati nel 2016  sei cipressi colonnari dedicati a: Armin Theophil Wegner (1886-1978), militare e scrittore tedesco, testimone del genocidio armeno, oppositore del nazismo; Tahir Elci (1966-2015), avvocato curdo e attivista dei diritti umani, ucciso a Diyarbakir il 28 novembre 2015; Alex Langer (1946-1995) politico, scrittore, leader del movimento ambientalista e pacifista, impegnato per la difesa dei diritti umani; Anna Stepanovna Politkovskaja (1958-2006), giornalista russa, impegnata per denunciare le violazioni dei diritti umani in Cecenia, uccisa a Mosca il 7 ottobre 2006; Marisol Macias Castaneda (1972-2011), giornalista messicana uccisa per le sue denunce contro i narcotrafficanti il 24 settembre 2011; Wangari Muta Maathai, (1940-2011), prima donna africana ad aver ricevuto il premio nobel per la Pace; ambientalista, biologa, attivista, promotrice dello sviluppo sostenibile, ideatrice della Green Belt Movement per la riforestazione del Kenya.

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Raggiunto l’accordo sulle procedure per eleggere il nuovo Patriarca armeno di Costantinopoli (Agenzia Fides 02.0317)

Erevan (Agenzia Fides) – Il summit convocato a Erevan (Armenia) dal Patriarca Karekin II, Catholicos di tutti gli Armeni, per provare a sciogliere la disputa sempre più aggrovigliata in atto intorno alla prossima elezione del Patriarca armeno apostolico di Costantinopoli, ha ottenuto il risultato di sbloccare la situazione e mettere d’accordo le parti in causa sulla road map che dovrà condurre a eleggere il successore di Mesrob II Mutafyan, il giovane e intraprendente Patriarca reso inabile da una malattia incurabile che lo ha colpito dal 2008.
Il summit tra il Catholicos Karekin e i membri autorevoli del Patriarcato armeno apostolico di Costantinopoli – riferiscono fonti ufficiali del Catholicosato, consultate dall’Agenzia Fides – ha avuto luogo lo scorso 23 e 24 febbraio presso la Sede patriarcale di Echmiadzin.
Alle riunioni, per il Patriarcato armeno di Costantinopoli, hanno preso parte l’Arcivescovo Aram Ateshyan – che dal 2008 assolve alle funzioni di Vicario Patriarcale generale – e il Vescovo Sahak Mashalyan, Presidente del Consiglio religioso del Patriarcato di Costantinopoli. Proprio tra queste due figure si erano verificati dapprima dei dissidi e poi delle convergenze – contestate però da altri
alti rappresentanti del Patriarcato – sulle modalità per uscire dall’impasse legata alla malattia del Patriarca e arrivare all’elezione del successore (vedi Agenzia Fides 20/2/2017).
Adesso, la procedura concordata grazie alla mediazione del Catholicos Karekin prevede l’elezione entro il prossimo 15 marzo di un Locum Tenens – che prenderà le funzioni ora assolte dal Vicario patriarcale – e poi di un Comitato operativo. Le due istanze istituzionali – Locum Tenens e Comitato operativo – dovranno sovraintendere all’elezione, entro sei mesi, del nuovo Patriarca armeno di Costantinopoli, “secondo le procedure vigenti”. Se dopo il periodo stabilito di sei mesi l’ elezione patriarcale non avrà ancora avuto luogo, l’Assemblea patriarcale e le istituzioni comunitarie del Patriarcato armeno di Costantinopoli potranno revocare il mandato fiduciario concesso al Locum Tenens e al Comitato operativo. (GV) (Agenzia Fides 2/3/2017).

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NAGORNO KARABAKH: Referendum costituzionale, nascerà la “repubblica di Artsakh”? (Eastjournal 01.03.17)

In Nagorno Karabakh l’affluenza alle urne per il referendum costituzionale svoltosi il 20 febbraio è stata alta. L’87,6% dei votanti si è espresso a favore del cambio di sistema di governo da semi-presidenziale a presidenziale, e della modifica del nome della repubblica de facto in Artsakh.

Una riforma “dettata dalle circostanze”

La nuova costituzione sostituisce quella approvata nel 2006, quando a seguito di un altro referendum il Nagorno Karabakh si era dotato di una forma di governo semi-presidenziale. In realtà, la Commissione sulle riforme costituzionali istituita nel marzo 2016 avrebbe inizialmente dovuto elaborare un progetto costituzionale per trasformare il Nagorno Karabakh in una repubblica parlamentare. Si sarebbe così seguito l’esempio dell’Armenia che nel dicembre 2015 aveva organizzato un discusso referendum costituzionale avente lo stesso scopo.

Invece, dopo il riaccendersi degli scontri armati sulla linea di contatto che divide l’esercito armeno da quello azero ad est del Nagorno Karabakh nell’aprile 2016, il progetto venne stravolto in senso opposto: la nuova costituzione approvata lo scorso 20 febbraio rinforzerà i poteri del presidente Bako Sahayan, in particolare permettendogli di prendere decisioni più rapide in materia di sicurezza.

Inoltre, la riforma permetterà a Sahayan di restare al potere anche dopo la scadenza del suo mandato (a luglio di quest’anno) durante il periodo di transizione verso la nuova costituzione, ovvero fino al 2020. Per poi potenzialmente candidarsi per altre due volte alle elezioni presidenziali e quindi restare in carica fino al 2030.

“Cosa c’è in un nome?”

“Nelle sei sillabe che compongono ‘Na-gor-no Ka-ra-bakh’ si combinano tutti e tre gli imperi che si contesero l’influenza sul Caucaso: l’impero ottomano, quello persiano e quello russo. E’ forse la più condensata dimostrazione di potere e lingua esistente su questa riva del Volga: un grande impero (spesso in declino) per ogni due sillabe. Letteralmente, il nome significa altopiano, ‘nagornij’ in russo, e giardino nero, ‘karabagh’ in turco-persiano.” (Slavs & Tatars, Kidnapping Mountains, 2009)

La nuova denominazione, Artsakh, approvata in seguito al referendum, racconta un’altra storia. Artsakh è una parola armena che fa riferimento ad una delle dieci province storiche del Regno di Armenia, corrispondente oggi in buona parte al territorio del Nagorno Karabakh: l’Artsakh fu l’ultima delle province a mantenere la propria autonomia anche in seguito all’invasione ottomana tra il XI e il XIV secolo. Sebbene il termine sia già comunemente usato in Armenia per riferirsi al Nagorno Karabakh, un cambio ufficiale di denominazione è visto come un’ulteriore rivendicazione nei confronti di Baku in risposta alla cosiddetta “guerra dei quattro giorni” dell’aprile 2016.

La reazione di Baku

L’Azerbaigian non ha ovviamente riconosciuto il referendum svoltosi nel Nagorno Karabakh, né i suoi risultati. Secondo Elmar Mammadyarov, ministro degli esteri azero, il referendum non è altro che una provocazione, essendo contrario alla costituzione azera e ai principi del diritto internazionale. ll ministro ha inoltre dichiarato che “il tentativo da parte dell’Armenia di cambiare il nome della regione del Nagorno Karabakh, parte integrante dell’Azerbaigian, dimostra chiaramente che l’Armenia non è interessata in una risoluzione politica del conflitto armato”.

E intanto si allunga la lista di personae non gratae del presidente azero Aliyev: il procuratore generale dell’Azerbaigian ha infatti già avviato procedimenti penali contro i tre europarlamentari che si sono recati in Nagorno Karabakh per monitorare lo svolgimento del referendum.

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Azerbaigian reclama “diritto di usare tutto il proprio arsenale” nel Karabakh (Sputniknews.com 01.03.17)

Il Ministero della difesa azero ha commentato la dichiarazione armena riguardo lo schieramento da parte dell’Azerbaigian del sistema anticarro SPIKE sulla linea del fronte in Karabakh, reclamando il “diritto di usare tutto il proprio arsenale”.

In precedenza martedì il Ministero della difesa della repubblica non riconosciuta del Nagorno-Karabakh ha dichiarato che le forze armate dell’Azerbaigian hanno utilizzato martedì il sistema anticarro SPIKE.

Le divisioni dell’esercito azero hanno il diritto di schierare il proprio intero arsenale, composto da armi moderne, su tutta la lunghezza del fronte, impedendo così l’attività ostile” ha detto il servizio stampa del Ministero della difesa, rispondendo ad una richiesta di RIA Novosti.

Come precisa l’ufficio stampa, il 28 febbraio le forze armate dell’Armenia con l’obiettivo di rafforzare le proprie posizioni hanno presumibilmente tentato di schierare dei mezzi pesanti in prima linea.

“Le forze armate azere hanno prontamente identificato e distrutto tutti i mezzi militari delle forze armate armene” ha aggiunto il servizio stampa.

Armenia e Azerbaigian il 2 aprile 2016 hanno annunciato l’aggravarsi della situazione nella zona del Karabakh: il Ministero della difesa azero ha riferito, in particolare, che le forze armate dell’Armenia hanno esploso dei colpi di artiglieria, mentre il Ministero della difesa armeno ha parlato di “operazioni offensive” della parte azera. I due paesi in conflitto il 5 aprile hanno annunciato un cessate il fuoco, ma periodicamente si accusano a vicenda di continui attacchi. L’Azerbaijan ha reclamato “il diritto di utilizzare il suo intero arsenale” in Karabakh.

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